Chiedonopolitici “meno indifferenti” rispetto al fenomeno mafioso, uno “Stato più presente con risorse umane ed economiche” e una “maggiore capacità” dei cittadini di riconoscere che “i mafiosi non stanno sempre altrove, ma sono tra noi, nella nostra società”. L’appello viene dall’assemblea dei circa 400 familiari delle vittime innocenti di mafia che si sono confrontati ieri a Bari in vista della “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” organizzata dall’associazione Libera di Don Luigi Ciotti il 21 marzo in molte piazze d’Italia. “C’è bisogno di etica nella politica e più senso delle istituzioni – ha detto Dario Montana, fratello di Beppe, il commissario di Polizia ucciso da Cosa nostra il 28 luglio del 1985 – ma non mi sembra che abbiamo vissuto una campagna elettorale particolarmente attenta a certi temi. I veri mafiosi stanno nella società, stanno in mezzo a noi e per riconoscerli bisogna innanzitutto accettare l’idea che esistono”. Al momento sono 972 i nomi delle vittime innocenti di mafia, di cui 104 minori.
“Fatture false per 195 mila euro”. I pm convocano i coniugi Renzi
Eccole le due fatture per operazioni inesistenti che hanno portato i genitori di Matteo Renzi a essere indagati a Firenze. Le pubblichiamo sotto. La fattura più consistente è del 30 giugno 2015 è di 140 mila euro più 30 mila e 800 euro di Iva, per complessivi 170 mila e 800 euro. L’oggetto (come si legge nel documento sotto) è “studio di fattibilità di una struttura ricettiva e food con i relativi incoming asiatici e la logistica da e per i vari trasporti pubblici (Ferrovie-Aeroporti-ecc.) effettuato come da incarico stipulato in data 20 gennaio 2015 e consegnato il 30 maggio 2015”. Secondo l’ipotesi accusatoria, lo studio di fattibilità per portare i cinesi all’outlet di Reggello, a due passi dalla Rignano dei Renzi, sarebbe una sorta di “supercazzola fiscale” per giustificare un pagamento dovuto ad altre ragioni. A pagare è la società degli outlet Tramor. A incassare è la celebre Eventi 6 Srl, proprio la società nella quale era dipendente (in aspettativa) fino all’inizio del 2014 (un anno e mezzo prima delle fatture) Matteo Renzi. La proprietà è di mamma Laura e delle sorelle Matilde e Benedetta. Il Babbo non compare ma è il regista della società e quando la Finanza nei mesi scorsi si è presentata in azienda ha attirato l’attenzione delle Fiamme Gialle su di lui per tutelare la moglie. Mossa inutile perché l’amministratore di fatto risponde insieme e non al posto dell’amministratore legale. Il consiglio della società infatti era presieduto da Laura Bovoli ed era composto dalle sorelle di Matteo, Benedetta e Matilde, con il mitico Roberto Billi Bargilli, già autista del camper di Matteo Renzi.
La seconda fattura contestata, anche questa sottostimata per difetto di 10 mila euro da alcuni quotidiani di ieri, è stata emessa e incassata invece da Party Srl, società fondata nel 2014 da Laura Bovoli con il 40 per cento e dalla Nikila Srl del gruppo Dagostino per il 60 per cento. Questa seconda fattura, datata 15 giugno 2015, è stata pagata sempre dalla Tramor Srl, riferibile per i pm a Luigi Dagostino. L’oggetto è “Studio fattibilità commerciale per collocazione area destinata al ‘food’ nel vostro nuovo insediamento nei pressi ‘The Mall’ a Reggello”. Tiziano Renzi si è interessato effettivamente a trovare soluzioni per la ristorazione nell’outlet di Reggello in sinergia con imprenditori locali del settore ma per gli investigatori anche in questo caso la somma non sarebbe giustificata da un lavoro effettivo. La cifra pagata è di 20 mila euro più 4 mila e 400 euro di Iva per un totale di 24.400 euro.
In tutto quindi sono 195 mila e 200 euro incassati su un conto della Credito Cooperativo di Cascia e Reggello, filiale di Rignano sull’Arno, dalle società della famiglia Renzi che secondo la Guardia di Finanza sono “in cerca d’autore”. La generosa Tramor Srl oggi appartiene al gruppo Kering, il colosso del lusso del quale fanno parte marchi celebri come Gucci, ma nel momento in cui le fatture sono state emesse, attraverso altre società, era riferibile a Luigi Dagostino, imprenditore originario di Barletta, con solide radici in Toscana.
Dagostino è stato presidente del consiglio di amministrazione della Tramor dal 2013 fino al 1° luglio 2015, un giorno dopo la seconda fattura, pagata dopo la sua uscita probabilmente ma emessa prima. Il 50enne pugliese non sembra molto preoccupato dalla contestazione. Titolare di un gruppo che fattura 80 milioni e vanta di essere il terzo contribuente della Toscana con quasi 20 milioni di imposte versate, con le sue società ha comprato anche il caffé storico Rivoire in Piazza della Signoria. Talvolta ha affidato lavori a un amico storico dei Renzi, ora in fredda con la famiglia del leader Pd: Andrea Bacci. Ma Dagostino era un peso massimo degli outlet, anche grazie ai contatti nel gruppo Kering, ben prima di incontrare il mondo dei Renzi.
Per i pm Luca Turco e Christine Von Borries è importante capire perché Dagostino ha dato 195 mila euro alle società dei Renzi. Per questo nei giorni scorsi Laura e Tiziano hanno ricevuto dai pm un invito a comparire. Il giorno dopo i coniugi Renzi è stato convocato Dagostino, indagato anche lui.
Però i Renzi hanno chiesto di ritardare e così Luigi Dagostino – per capire cosa diranno i Renzi dei suoi pagamenti – si è avvalso della facoltà di non rispondere dopo aver chiarito di essere disposto a parlare con i magistrati in un secondo momento.
La Eventi 6 nel 2015, aumentò il suo fatturato di quasi un milione e mezzo, dai 4,2 milioni del 2014 a 5,5 milioni. Fatturava 2 milioni e 143 mila euro del 2011. Grazie alla documentazione acquisita nelle visite alla società dei Renzi, la Guardia di Finanza potrà verificare come sia stato realizzato questo balzo nel fatturato.
L’interrogatorio di Tiziano Renzi è stato fissato dopo le elezioni a Firenze, proprio come ha fatto la Procura di Roma con l’inchiesta Consip. Il Fatto aveva intuito questa scelta ribattezzata ‘giustizia a orologeria al contrario’. Forse per non interferire sulle scelte degli elettori si è evitato di compiere atti che portassero i riflettori dei media sul retrobottega della florida azienda dei Renzi. Una scelta che potrebbe però aver interferito al contrario sulle scelte elettorali e che resta opinabile. Oltre a rivelarsi efficace come quella di tenere un coperchio su una pentola che ribolle.
Balzerani senza pietà: “La vittima non è un mestiere”
”C’è una figura, la vittima, che è diventato un mestiere, questa figura stramba per cui la vittima ha il monopolio della parola. Io non dico che non abbiano diritto a dire la loro, figuriamoci. Ma non ce l’hai solo te il diritto, non è che la storia la puoi fare solo te”. Lo ha detto l’ex brigatista Barbara Balzerani, che fu dirigente della colonna romana delle Brigate rosse e componente del commando che organizzò il rapimento del leader democristiano Aldo Moro, commentato l’anniversario del 16 marzo 1978.
Balzerani, che è stata condannata all’ergastolo, venerdì sera è stata ospite del centro sociale Cpa di Firenze Sud per presentare il suo libro L’ho sempre saputo, pubblicato dalla casa editrice Derive&Approdi. Nei giorni scorsi, in riferimento all’anniversario della strage di via Fani, lei stessa aveva scritto su Facebook: “Chi mi ospita oltre confine per i fasti del 40nnale?”. Una dichiarazione che ha registrato reazioni indignate, a partire da quella di Maria Fida Moro, primogenita dello statista democristiano ucciso dalle Br.
“Che palle il quarantennale lo dico io, non i brigatisti. E non Barbara Balzerani. Loro dovrebbero solo starsene zitti”.
Repubblica e lo scivolone Lockeed
“Antelope Cobbler? Semplicissimo / è Aldo Moro presidente della Dc”. Era il 16 marzo 1978. In quei fatali sette minuti in auto, dalla sua casa in via Forte Trionfale a via Fani, Moro probabilmente non ebbe il tempo di leggere questo clamoroso e velenoso titolo nella terza pagina di Repubblica. Un’operazione di character assassination che aveva trovato un’eco impensabile, sul giornale diretto da Scalfari, proprio nel giorno in cui era programmato il trionfo politico del presidente della Dc (la presentazione alla Camera del governo concordato con il Pci) e in cui invece egli fu rapito per essere fisicamente assassinato e i cinque uomini della sua scorta furono massacrati.
Come al solito, gli avevano fatto trovare la mazzetta dei giornali, sui sedili posteriori della Fiat 130 di servizio. È quasi certo che non gli sia sfuggita, sulla prima pagina di Repubblica, il titolo “Ecco i segreti dell’istruttoria Lockheed”. La Corte Costituzionale aveva depositato gli atti relativi alle tangenti passate dall’azienda Usa a politici e militari di numerosi paesi, fra i quali l’Italia, per piazzare i propri aerei militari. Erano imputati, fra gli altri, gli ex-ministri della Difesa, il democristiano Gui (moroteo) e il socialdemocratico Tanassi. Ma rimaneva segreta l’identità del corrotto più importante, il misterioso “Antelope Cobbler”, addirittura un primo ministro. E negli anni interessati, 1968-1970, tale funzione era stata svolta da Moro, Giovanni Leone e Mariano Rumor.
In quei sette minuti, il cattolicissimo Moro si fermò anche un paio di minuti nella chiesa di San Francesco. E poi aveva qualcosa di più importante a cui pensare: stava andando alla Camera a sovrintendere alla svolta storica della vita politica e sociale italiana da lui fortemente voluta e pazientemente creata, nonostante formidabili opposizioni e minacciosi avvertimenti, in particolare da parte del segretario di Stato Usa, Henry Kissinger. Del resto, la Corte Costituzionale aveva già archiviato la sua posizione tredici giorni prima, il 3 marzo.
A Moro quindi, mentre quel mattino si avvicinava al tragico appuntamento con le Brigate Rosse, sarebbe stata risparmiata l’amara sorpresa di vedere enfatizzata a quattro colonne, nella terza pagina di Repubblica, la “stupefacente deposizione” di Luca Dainelli, per molti anni ambasciatore negli Usa e membro dell’International Institute for Strategic Studies. Costui avrebbe saputo “sotto suggello del massimo segreto” da tale Tricarico, avvocato dell’ex ambasciatore Usa a Roma John Volpe, che un segretario di Volpe, trovandosi a lavorare al Dipartimento di Stato guidato da Kissinger, sarebbe venuto in possesso di una “copia di un appunto o memorandum nel quale l’Assistente Segretario di Stato Loewenstein comunicava al Segretario di Stato. E in una “riunione ad altissimo livello al Dipartimento di Stato, fu deciso di far tutto il possibile affinché la cosa fosse messa a tacere”.
Ma la cosa non fu messa a tacere. Proprio Dainelli la divulgò e la mise agli atti. E nonostante l’archiviazione della Corte costituzionale e la conclamata natura di character assassination di quell’ipotesi costruita in qualche scantinato del Dipartimento di Stato, quel giorno proprio la Repubblica, il giornale che più aveva appoggiato la politica di Moro (e di Berlinguer), pubblicò quella “stupefacente deposizione”.
Ansia da scoop o ingenuità? Fatto sta che, nell’edizione straordinaria di quello stesso 16 marzo, dedicata alla strage di via Fani e al rapimento di Moro, quella notizia scomparve.
Moro, “attore” in Forza Italia! e lo sfascio del Paese della Dc
Nel 1978 ho avuto l’occasione di avere Aldo Moro come “attore” per la sequenza finale del film da me diretto, Forza Italia!. Sembra incredibile ma la sua vita e la sua morte si sono incrociate con il destino di quel titolo, uscito in sala poco prima del suo sequestro. Prima dell’incontro con Moro, sento il bisogno di commentare le “celebrazioni” di questi giorni per il quarantennale di quella tragedia. Fa impressione ascoltare le interviste alle Brigate Rosse. Prendiamo Mario Moretti, la mente del commando, secondo alcuni una spia, secondo altri un rivoluzionario. Racconta l’accaduto come uno storico imparziale parlerebbe di fatti che non lo riguardano. Una freddezza, una distanza, un disinteresse umano da meritare l’Oscar per l’interpretazione non protagonista. È come se i cronisti del tempo avessero intervistato Bruto. E anziché parlare della congiura, si fosse messo a dissertare dei gladiatori al Colosseo. A sentire le Br si ha la sensazione di una loro estraneità, quasi sequestro e delitto li avesse commessi qualcun altro. Nessuna sofferenza, nessun senso di pietà. Solo una pervicace autodifesa, salvo il rammarico di non avere vinto. Che sia morto un uomo sembra non interessare, quasi che la storia appartenga solo ai vivi e non anche ai morti. Devo ammettere che anch’io, pur se con fini diversi, ho attirato Moro in una trappola. Forza Italia! è un film a suo modo unico, realizzato da un gruppo di incoscienti, che non si rendevano conto di quanto l’avrebbero pagata. Di lì a poco infatti fu ritirato dalla circolazione per rispetto allo stesso Moro, che ne era tra i protagonisti. Già il manifesto ebbe problemi, per la lezione di anatomia di Rembrandt, con al posto dei chirurghi i capi DC e in alto, quasi a benedirli, proprio Moro. Quando gli chiesi di poterlo filmare per la scena finale, gli scrissi che si trattava di un documentario sui 30 anni della Repubblica italiana.
Mancava la precisazione che si trattava di un impietoso atto di accusa, trattato a mo’ di satira. L’avesse saputo, certamente non mi avrebbe dato appuntamento nella sede Dc in piazza del Gesù. Né avrebbe acconsentito a girare il suo arrivo in auto, scendere, levarsi il cappotto, sorridere in primo piano e avviarsi stancamente verso il suo ufficio. Ripreso al rallentatore, la sua immagine fu montata prima dei titoli di coda, accompagnati dalle note di Ennio Morricone. Moro fu gentile e mi pose qualche domanda. Sapeva che avevo scritto un pamphlet, Senza chiedere permesso, che aveva aperto il fronte delle radio libere e contribuito a far cadere il monopolio della Rai. Sapeva che la sceneggiatura del film era firmata da Antonio Padellaro e Carlo Rossella, la cui conoscenza lo rassicurava. Mostrò simpatia quando dissi che come lui venivo da una famiglia di origini pugliesi e che una mia antenata a Modugno aveva donato ai frati la chiesa di Sant’Agostino. Forse immaginò che condividessi gli ideali politici dei cattolici e glielo lasciai pensare. Non lo rividi più. Lo seppi indignato quando uscì il film, che vide in una saletta privata. Padellaro e io eravamo fuggiti da una proiezione alla presenza dei leader Dc. Temevamo una rappresaglia e lasciammo poco coraggiosamente sola la nostra produttrice Elda Ferri, che a fine proiezione si trovò ad affrontare il loro sdegno. Non s’erano mai visti messi alla berlina in carne e ossa, con nomi e cognomi. Moro chiamò Scalfari, per chiedere se si potesse “mitigare” la recensione troppo favorevole di Repubblica. Non fu esaudito. A sparare contro di noi ci pensò la stampa Dc, dal Popolo a La Discussione. Non fu da meno l’Unità, in sventurato odore di compromesso storico. Quando il 16 marzo il film fu tolto dalla circolazione nonostante l’entusiasmo del pubblico, noi autori diventammo i più interessati, insieme alla famiglia, a sperare che lo statista tornasse vivo. Mai però mi sarei aspettato che nei giorni della prigionia Moro potesse ricredersi e giudicare il ritratto che avevamo fatto del suo partito sacrilego ma veritiero. Infatti nelle ultime righe del memoriale scritto di suo pugno, ritrovato a Milano nel covo Br di via Monte Nevoso, ebbe a ricordare le sequenze che immortalavano i suoi “amici” al Congresso Dc mentre si scannavano. Suggerì di vedere Forza Italia! per rendersi conto di chi fossero davvero. Mentre lui ora lodava la pellicola, altri pensarono a cancellarla e io per oltre 15 anni non ho più potuto fare film in Italia. Sono sicuro che Moro mi perdonò per avergli mentito. C’era una ragione.
Rodotà, l’eterna giovinezza trovata nella Costituzione
Stefano Rodotà era così popolare perché sapeva parlare con una palpabile, contagiosa passione civile. Fra tanti, un esempio. Commentando l’art. 3 della Costituzione, egli poneva a contrasto il primo e il secondo comma, ravvisandovi due componenti concettualmente e storicamente distinte. Nel primo comma (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”), riconosceva la costruzione di una soggettività astratta, che assevera ma non garantisce l’uguaglianza fra i cittadini.
Nel secondo comma (dove si assegna alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”) egli rintracciava, attraverso la nozione di persona, l’irruzione sulla scena di una prepotente corporeità, coi suoi desideri e i suoi bisogni, che trascina con sé una forte tensione verso l’uguaglianza, che la Costituzione indica come imprescindibile obiettivo dell’azione pubblica. Insomma, il primo comma dell’art. 3 configura una sorta di uguaglianza formale dei cittadini, mentre il secondo comma prende atto della loro diseguaglianza materiale e prescrive di rimuoverne le cause, ostacoli a una vera uguaglianza.
Perché questa linea interpretativa non apparisse troppo teorica a un pubblico digiuno di diritto, Rodotà adottava un’argomentazione narrativa, proiettando l’art. 3 all’indietro, su un dato di immediata esperienza comune, l’estensione del diritto di voto. Riservato all’inizio a una porzione ristretta della popolazione maschile, sulla base dell’istruzione e del censo, esso raggiunse tutti i cittadini (in particolare le donne) solo nel 1946. Nel 1861 votò il 2 per cento della popolazione italiana, nel 1946 l’89 per cento: un dato statistico che ci tocca da vicino.
La restrizione del diritto di voto creava una “cittadinanza censitaria”, contro lo spirito della democrazia; ma gli “ostacoli di ordine economico e sociale” venivano da lui additati come strumenti di una risorgenza della “cittadinanza censitaria”, possibile anche oggi date le crescenti ineguaglianze, le nuove povertà, le discriminazioni sociali mascherate da intolleranza religiosa o razziale. Per converso la rimozione di tali ostacoli concorre a caratterizzare la cittadinanza secondo i principi dell’art. 3, inclusa l’ “effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Con trascinante convinzione e lucida onestà Rodotà ci spingeva a leggere nella Costituzione non un compromesso fra forze politiche, non il disegno di un futuro utopico, non una dichiarazione di principi senza immediata precettività. Ma come un’agenda di cose da fare, che tali in gran parte restano ancora oggi. Perciò egli contrastò duramente ogni interpretazione riduttiva del diritto al lavoro che, secondo l’art. 4 della Costituzione, la Repubblica “riconosce a tutti i cittadini”. Infatti, se l’art. 1 definisce l’Italia come “una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, ogni menzione del lavoro nella Costituzione deve intendersi come costitutiva della democrazia e della cittadinanza, anzi della Repubblica. Lettura indubitabile, ma di cui i nostri governanti paiono essere inconsapevoli.
Evocando la propria giovinezza in una bella intervista di Antonio Gnoli, Rodotà racconta di aver studiato Giurisprudenza perché “attratto da quell’imponente e complicato edificio che è il diritto. (…) Senza la forza il diritto è inerme. Senza giustizia è cieco. Mi affascinava un diritto che fosse aperto alla società”. Perciò egli parlò sempre da giurista, ma anche da cittadino fra cittadini. Egli guardava sempre, come un generale dall’alto di una collina, la forma cangiante della società e il mutevole atteggiarsi del diritto. Sapeva che né l’una né l’altro possono essere ibernati in configurazioni immutabili. Pensava al diritto come il prodotto di momenti storici, economici, sociali, ma anche come una forza concettuale che plasma la società recependone tendenze, codificandone istituti, indirizzandone sviluppi. E pensava alla società come il prodotto di un perpetuo dialogo o conflitto fra il tessuto delle norme e l’esercito dei bisogni, dei desideri, delle aspirazioni, che devono esser calate entro le maglie del diritto, per poi fatalmente ribollire di nuovo. Fu in questo incrocio fra società e diritto che Rodotà vide la missione storica della Costituzione, evidenziandone la progettualità lungimirante, e per converso la sciagura dei molteplici tradimenti e dei ricorrenti oblii a cui va soggetto il testo della Carta, che pure ancor oggi si presterebbe a fungere da manifesto per il destino delle generazioni future.
In questa perpetua giovinezza della Costituzione si rispecchiava la perpetua giovinezza di Stefano Rodotà: nel limpido sguardo che egli si volgeva intorno quando, non senza un commovente imbarazzo, si vedeva candidato alla Presidenza della Repubblica, o quando combatteva con energia per il No al referendum. In quello sguardo c’era il desiderio di capire a fondo come la forma della società e l’evoluzione del diritto potessero, messi a dialogo sulla base della Carta fondamentale, costruire per le generazioni future un’Italia con un più alto senso della cittadinanza, dell’uguaglianza, della democrazia.
Pomezia, lasciano gli eletti M5S. Fucci: “Metodo Marino”
Aveva chiesto un terzo mandato per completare il lavoro che ha cominciato a Pomezia, comune in provincia di Roma a 5Stelle. Ma il Movimento gli ha detto no: così, nei giorni scorsi, il sindaco Fabio Fucci ha annunciato che correrà da solo, con una lista civica. I suoi consiglieri, però non l’hanno presa bene. E ieri sono arrivate le dimissioni di massa degli eletti grillini: il che, tradotto, significa che il sindaco se ne deve andare. Metodo Marino, l’ha ribattezzato Fucci: “Hanno fatto esattamente quello che fece il Pd all’ex sindaco di Roma. A Pomezia per giunta il mandato era in scadenza e si sarebbe comunque votato a maggio, quindi è stato un gesto illogico e irresponsabile per una bega di partito. Ora l’attività di una città si bloccherà per due mesi”. Fucci – a cui solo un anno fa, Virginia Raggi, offrì un posto da capo di gabinetto – resterà in carica solo per l’attività ordinaria fino alla nomina di un commissario. I 5Stelle hanno già un candidato alternativo, Adriano Zuccalà: “Non potevamo più garantire la collaborazione necessaria per lavorare in maniera proficua tra consiglio, sindaco e giunta – scrive -. Non siamo noi a essere venuti meno agli accordi chiari e trasparenti del 2013”.
B. contro Feltri per Brunetta (dopo la visita di Angelucci)
Meritoriamente, dal 5 marzo in poi, Vittorio Feltri su Libero sta mettendo a nudo la pesante sconfitta patita da Forza Italia alle elezioni politiche. Giudizi spesso crudeli, per la serie “Berlusconi alla Baggina”, sinonimo milanese per casa di riposo, ma che non sono affatto lontani dalla realtà. E ieri, il quotidiano feltriano, è tornato a colpire. Stavolta, Renato Brunetta, obiettivo prediletto già da qualche anno. “Il buono (Cottarelli), il brutto (Brunetta), il cattivo (Ingroia)”. Su Brunetta: “Un gattino arrabbiato che ignora di aver perso e se la prende con Salvini che l’ha battuto”. Un’altra verità, in fondo.
L’energico capogruppo azzurro alla Camera ha reagito però con il consueto vigore e al culmine di una non lunga lista di dichiarazioni di solidarietà (e di condanna a Feltri), ha incassato soddisfatto una nota dell’ex Cavaliere: “Considero gli attacchi giornalistici dei quali è oggetto Forza Italia e il particolare il suo capogruppo Renato Brunetta ben al di là del legittimo diritto di critica della nostra azione politica. Né Forza Italia né io ci siamo mai fatti intimidire da questo tipo di aggressioni”.
Tutta qui la querelle? No. Ché proprio la linea del gruppo editoriale, Libero e Il Tempo, che fa capo ad Antonio Angelucci, peraltro rieletto deputato di Forza Italia, è stata al centro pochi giorni fa di un incontro riservato ad Arcore. Con Angelucci, a parlare con Berlusconi, c’era anche Denis Verdini, l’ex sherpa renzusconiano da poco alla guida del ramo editoriale di Tosinvest, che ha in pancia Libero e Il Tempo. Un colloquio favorito da Gianni Letta dopo il “processo” a Forza Italia, e durato giorni, sulle colonne del Tempo diretto da Gian Marco Chiocci. La trasferta milanese sembrava aver sancito quantomeno una tregua. E invece la prima pagina di Libero di ieri ha riaperto la guerra tra il gruppo Angelucci e Forza Italia. Alla prossima puntata.
I sommersi e i salvati del Rosatellum
“Una giornata così non la auguro a nessuno, neanche a uno dei cinquestelle”. Non ha perso l’ironia Luca De Carlo, primo cittadino tra le duemila anime bellunesi di Calalzo al Cadore, che oggi parla di “batosta incredibile”. Fino a due giorni fa era convinto di aver conquistato un seggio alla Camera con Fratelli d’Italia, grazie anche al 34,95% raccolto nel suo paese, ma il riconteggio delle schede in Corte d’appello ha ribaltato tutto.
A far perdere lo scranno parlamentare a De Carlo è un micidiale effetto flipper: rispetto ai primi spogli, venerdì Fratelli d’Italia ha strappato un eletto a Forza Italia in Calabria, costringendo a rivedere la distribuzione dei resti su base nazionale. E così in Veneto è saltato il posto di De Carlo, a favore del leghista Giuseppe Paolin, a sua volta rassegnato, fino a qualche giorno fa, all’esclusione da Montecitorio.
“Quando è scattato il seggio in Calabria – ha scritto De Carlo su Facebook – non era chiaro se avremmo perso un posto in Veneto o in Sardegna. Alla fine è toccato a me, per colpa di uno 0,1%, circa 200 voti di differenza”. Finisce così, ancor prima di iniziare, l’avventura da parlamentare di De Carlo, che lo scorso 7 marzo aveva festeggiato la (fu) elezione affacciandosi dal balcone del municipio di Calalzo e brindando coi suoi cittadini.
Ma quello di De Carlo non è un caso isolato. Dalla chiusura delle urne sono ormai passate due settimane, eppure i riconteggi continuano, cambiando la fisionomia del Parlamento. Un’altra esclusa dell’ultima ora è Stefania Segnana, candidata leghista in Trentino Alto Adige. Anche qui domina l’effetto flipper, complice un uso allegro delle pluricandidature. Il riconteggio del Trentino ha infatti premiato Michaela Biancofiore, che ha strappato il seggio a Segnana. La sua elezione a Trento ha fatto sì però che liberasse un posto in Emilia, dove era pluricandidata e dove adesso lascerà il seggio alla forzista Francesca Gambarini.
In questo contesto poche centinaia di voti in una Regione possono ribaltare l’attribuzione dei seggi dall’altra parte d’Italia. La proclamazione ufficiale degli eletti tarda proprio a causa di queste variabili, ma presto le Corti d’appello e le Giunte per elezioni delle Camere dovranno anche fare i conti con diversi ricorsi. Qualche giorno fa Liberi e Uguali ha denunciato alla Corte d’appello di Napoli presunte irregolarità nei verbali di un collegio per il Senato della Campania, dove Peppe De Cristofaro avrebbe perso il seggio in favore di un candidato di Forza Italia. Alla stessa Corte si è rivolto Ciro Salzano, candidato al Senato per la Lega Nord in Campania2, in protesta per la distribuzione dei resti nella Regione che al momento premierebbero Claudio Barbaro, un altro leghista, in Campania 1.
Problemi anche in Emilia e in Piemonte: Matteo Salvini ha annunciato ricorso per il risultato di Modena, dove la coalizione di centrodestra ha perso il seggio uninominale per soli 46 voti, mentre a Torino la dem Paola Bragantini ha incaricato il suo legale di occuparsi del suo seggio, perso per 159 voti contro Augusta Montaruli.
Salvini, festa calabrese. E il comizio si fa al liceo
Matteo Salvini arriva in Calabria per ringraziare i suoi elettori. E i suoi elettori non solo dimenticano di essere gli stessi che i leader della Lega per anni ha chiamato “terroni”, ma a Lamezia Terme, di verde vestiti, impugnano la bandiera della Serenissima Repubblica di Venezia.
A Rosarno fanno anche peggio: gli spalancano le porte di un liceo dove ha potuto fare un comizio nell’auditorium che dovrebbe servire per momenti didattici e culturali. Fino a venerdì, l’ufficio scolastico provinciale non ne sapeva nulla. Ma il consiglio d’istituto, con una delibera, ha approvato all’unanimità la richiesta avanzata da quattro consiglieri comunali di Rosarno.
“Non poteva che essere ottemperata” assicura la preside Maria Rosaria Russo prima dell’incontro nella città della Piana di Gioia Tauro conosciuta per il dramma dei migranti costretti a vivere nella tendopoli nella stagione della raccolta delle arance e per l’asfissiante presenza della cosca Pesce-Bellocco.
“Sono qui a Rosarno perché è uno dei simboli delle contraddizioni di questo Paese”. Applausi, strette di mano, selfie. Quasi mille calabresi sono accorsi nella scuola per il leader della Lega e il suo grazie agli elettori, spacciato per lezione di politica. “Puntiamo alla Regione Calabria” avverte Salvini nella terra dei migranti. Non vuole sentire accuse di razzismo: “I primi razzisti sono a sinistra: dicono ‘Siamo accoglienti’, ma non si rendono conto che quel tipo di accoglienza crea nuovi schiavi”.
C’è anche chi gli regala un rosario benedetto a Medjugorje: “Salvini è l’ultimo dei buoni cattolici, l’unico difensore dei crocifissi nelle scuole”. C’è chi lo contesta indossando una maschera e un cartellone con scritto un suo tweet del 2012. “Dire prima il nord è razzista? Ma per piasé, i razzisti sono coloro che da decenni campano come parassiti sulle spalle altrui”. Parole che tutti hanno dimenticato. Un anziano no, ed è furioso con i politici. È venuto lo stesso per il leader del Carroccio: “Nessuno è buono per i calabresi – sostiene – Te lo dice questa carne di 70 anni. Viviamo sempre nella sofferenza. Ho una pensione di 520 euro e non mi aspetto nulla né da Salvini né da altri. Sono venuto perché se lo sputo, lo voglio vedere in faccia”. Poca roba al confronto dei cori e degli applausi incassati sulle note di “Tutti insieme con Salvini si può fare”.
“Grazie per essere qui a Rosarno onorevole Salvini”. A fare gli onori di casa non è un segretario di partito ma la dirigente dell’Istituto “Piria” Maria Rosaria Russo. Prima di entrare nella sala, lo ha ospitato nella sua stanza dove c’è scritto “la preside sorriso”. Lo ha perso qualche mese fa quando è finita in un’inchiesta della Procura della Repubblica sulla gestione dei fondi che gli enti locali destinavano all’associazione antimafia “Riferimenti” di cui lei, assieme ad Adriana Musella, è stata presidente per un periodo.
Ed è la Russo a spiegare il perché Salvini si trova nella sua scuola per un convegno che la dirigente scolastica paragona a un momento di “riflessione e condivisione”.
“Abbiamo individuato quest’istituto – dice – perché è l’unico auditorium disponibile qui a Rosarno. E poi perché questa, onorevole Salvini, è una scuola simbolo collocata in un’area fortemente a rischio di strapotere mafioso e marginalità sociale”.
Per il suo endorsement la preside Russo scomoda addirittura i “poteri deviati che esistono in questa terra”. Poteri contro i quali evidentemente, per la dirigente, la Lega dovrebbe porre un argine: “Vi sono le logiche fascio-massoniche-comuniste e quindi poteri occulti. Lei onorevole Salvini ha un compito andando via da Rosarno: solo puntando sull’occupazione possiamo sottrarre manovalanza alla ‘ndrangheta. Auguri per l’esaltante ed entusiasmante compito che l’attende che sicuramente saprà espletare in maniera egregia”. La scuola è servita. Alla Lega.