La responsabilità irresponsabile

La cronaca politica di questi giorni (e chissà per quanto ancora) è concentrata su alcuni punti: i “diritti di precedenza” per ottenere l’incarico di governo dal Quirinale; le “grandi manovre” per l’elezione dei vertici delle Assemblee parlamentari; le mosse del Pd, che da principale sconfitto rischia di essere ago della bilancia. E poi gli appelli del presidente Sergio Mattarella alla “responsabilità verso i cittadini e verso il Paese” e al “no agli egoismi, per il bene di tutti”.

Dai media questi appelli sono presentati col rilievo che merita la fonte, quella del Colle più alto. E tuttavia sono considerati alla stregua di atti dovuti, un po’ scontati. Quanto alla politica, ormai è prassi consolidata che anche i moniti della più alta carica dello Stato vengano trattati come tweet che incidono poco e per breve tempo. Servono per esercitare la ginnastica preferita del ceto politico sul Quirinale: il “tiro della giacchetta”. Mentre il Colle – in questa fase – deve limitarsi a tracciare una linea di fondo, magari per buttare la palla in calcio d’angolo se le cose dovessero ulteriormente complicarsi.

Comunque sia, tutti gli schieramenti politici dichiarano che sapranno essere “responsabili”. È il caso, innanzitutto, dei due vincitori del 4 marzo, i primi a riprendere – con sfumature diverse – l’invito del capo dello Stato alla responsabilità, sia pure per rigirarlo alle altre forze (sconfitte), con l’obiettivo che permettano loro di governare. Da ultimo anche il Pd si è detto pronto a “garantire apporto istituzionale”, responsabilmente.

L’uso e abuso della parola “responsabilità” può alla fine logorarla e fiaccarne il significato. Una “logica” conseguenza, quando l’impegno alla responsabilità viene da gruppi l’un contro l’altro armati, ciascuno ben determinato a ottenere e imporre la soluzione per sé più conveniente. Il tutto dopo mesi percorsi da attacchi reciproci. È vero, ormai ci siamo abituati: ma ciò non significa ignorare che il riferimento “a targhe alterne” al valore delle Istituzioni e al bene comune è allo stesso tempo causa e segnale del senso di “irresponsabilità” che pervade l’area della politica e l’azione della classe dirigente del Paese. I soggetti che animano il panorama politico e istituzionale vivono se stessi pressoché esclusivamente come “parte”. E il contesto in cui agiscono è concepito come “territorio proprietario”, riserva esclusiva. Con l’effetto di trasformare le competizioni elettorali in beauty contest, tutti i maquillage e i look più allusivi o ingannevoli sono concessi o, addirittura, rappresentano la materia stessa dell’offerta politica. Di qui un’evaporazione della realtà con un muoversi affannato e spregiudicato in direzioni delle quali non sempre si conosce il senso; ciò che – sommato al logoramento della parola “responsabilità” – disegna un quadro tutt’altro che sereno.

Saliti sui gradini più alti del podio, i due vincitori, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, hanno ora il problema di non poter governare da soli e si dicono aperti al contributo di chi hanno demonizzato. Da parte sua, il Pd – dimezzati i consensi rispetto alle elezioni europee 2014 – appare disorientato se non tramortito e, salvo qualche eccezione, tentato di stare alla finestra, a osservare i guasti che i vincitori si appresterebbero a produrre, “vendicandosi” così degli elettori che non li hanno votati.

Non sappiamo come si uscirà dall’impasse. L’augurio è che il presidente Mattarella riesca a gestire efficacemente questo passaggio che per qualcuno rappresenta la “nascita della Terza Repubblica”, ma in realtà va letto come una crisi apicale del sistema della rappresentanza, una frattura forse definitiva tra sistema e Paese. Vista la serietà della situazione e considerate le incognite che attraversano tematiche quali quella del lavoro (che non c’è), della coesione sociale, dell’avanzata o del regresso del progetto europeo, c’è un assoluto bisogno di un “ritorno” a una attitudine all’analisi profonda. Una volta c’erano i partiti (a volte con tanto di “scuole”), espressione di aree di pensiero e produttori, a loro volta, di pensiero. Oggi “pensare” appare pleonastico e scambiare linee di pensiero una perdita di tempo. Fin quando non si imporrà una nuova attitudine all’analisi sociale, la politica non potrà che accompagnarci verso un destino di cui non saremo protagonisti attivi ma vittime.

Di questi problemi ha parlato recentemente Gian Maria Fara, presidente di Eurispes, nelle “Considerazioni generali” del trentesimo Rapporto Italia, presentato a fine gennaio. Nella sua riflessione si sottolinea che la “responsabilità” rimanda all’adeguatezza delle risposte che gli individui singoli e le comunità si mostrano in grado di fornire nei rapporti interpersonali come in quelli sociali. Il suo contrario, l’“irresponsabilità”, segnala uno scollamento complessivo delle relazioni che si sviluppano sia nel privato sia nel contesto pubblico. Dall’annacquamento del principio di “responsabilità” nascono: il mancato riconoscimento dell’“altro”; il settarismo; un legame infausto tra “bene comune” e “interessi di parte”; l’aggressività che sostituisce la ricerca di condivisione tra diversi.

Quando tutto ciò avviene la politica perde la sua funzione alta, e da luogo di un confronto (anche animato) diviene la piazza dello scontro, contrappuntato da un linguaggio d’odio che punta a demolire l’avversario. Il corrispettivo di questa politica è, nel mondo della comunicazione, l’appiattirsi sulle ricette contrapposte, con la tendenza a esasperare ulteriormente i toni distruttivi. Questi atteggiamenti sono “anti-costituzionali”: tradiscono la lettera e lo spirito della Carta fondamentale, prodotta in una fase storica in cui, pur in presenza di forti divisioni ideologiche, il senso di responsabilità accomunava tutti i soggetti in campo.

Viviamo oggi una fase di “discontinuità”. Ma prima che emergano i prodromi di un nuovo “sistema”, occorre fare i conti con le convulsioni di quello da cui stiamo uscendo. Che in primo luogo producono una diffusa “irresponsabilità” più che l’effettiva assunzione delle responsabilità conclamate a gran voce da tutti.

Il capo del M5S chiama tutti per le presidenze delle due Camere

A pochi giorni dall’insediamento del nuovo Parlamento e delle elezioni dei presidenti di Camera e Senato, riprendono i contatti fra i partiti per gestire questa delicata fase che porterà – chissà in che modo e chissà quando – alla formazione del governo. Dopo Matteo Salvini, anche Luigi Di Maio inizia a fare il giro dei colleghi del Parlamento. Il capo politico del Movimento 5 Stelle, ieri, ha confermato che sta per chiamare Salvini, Giorgia Meloni e Maurizio Martina continuando a insistere sul fatto che le per le presidenze delle Camere servono figure di garanzia. Ma anche che l’accordo sulle assemblee è totalmente estraneo a eventuali futuri accordi di governo. Governo che, peraltro, continuano a chiedere tutte le forze politiche, ma senza ancora aprire al compromesso. Sempre ieri Di Maio ha rilanciato chiedendo quella di Montecitorio per il M5S, aggiungendo una condizione in più: mai a un condannato o a chi è sotto processo (lo è, per esempio, Paolo Romani, candidato di Forza Italia per il Senato). E legando la presidenza della Camera all’immediata abolizione dei vitalizi. “Ci sono cose più urgenti da fare”, gli ha replicato Salvini che deve in qualche modo rappresentare anche i tanti deputati forzisti.

Viaggio all’inizio della notte: Renzi fa più binari che voti

La dolorosa polvere si sta posando sull’immane catastrofe renziana del 4 marzo e la recensione postuma di Destinazione Italia si trasforma in un funebre esercizio di memoria sul Caro Estinto, ovviamente in senso politico. Una lettura composta, rispettosa dell’altrui tragedia, evitando scontati sghignazzi e contemplando la fatica fatta dall’ex segretario del Pd sul finire dello scorso anno, quando novello capotreno accumulò binari italici per la bellezza di quasi 10 mila chilometri. I fatidici territori. L’ascolto. I selfie. I “dammi il cinque” dispensati come necessaria benedizione per popolazioni spesso dimenticate. E Destinazione Italia s’intitola appunto il volume bello, intenso e colorato che racchiude le foto di questo giro della penisola.

Un viaggio lungo 9.555 chilometri, per la precisione, contati dal treno renziano alla stazione dell’ultima tappa, la numero 110 del 7 dicembre. Augusta, in provincia di Siracusa. Una sosta non capita sino in fondo dagli autoctoni visitati. Anzi non compresa per nulla, ché Renzi e il Pd ad Augusta, nel funesto 4 marzo, hanno raccolto appena 2.227 voti, il 12,96 per cento. Laddove l’odiato M5S ha raggiunto il 50,62, con 9.246 voti. In Sicilia, il treno renziano ha coperto invano tutte le province. Un bollettino di guerra peggiore della media nazionale, anch’essa disastrosa. Ecco, per esempio, la toccante immagine di Renzi che seduto e pensoso, con la mano a coprirgli la bocca, ascolta due donne del Centro Antiviolenza Penelope, a Gaggi, nel Messinese. Risultato: 118 voti pari al 7,51 per cento contro il solito 50 e passa dei grillini.

Stessa storia a Scordia, provincia di Catania, dove il povero Renzi, sceso dal treno, ha macinato altri chilometri a piedi per ispezionare agrumi e ortofrutta. Il popolo indigeno è stato spietato nei suoi confronti: 863 voti, l’11,17 per cento. I pentastellati a Scordia? Al 57,62 per cento con 4.449 voti. Arancia rossa e renziana non la trionferà. Territori ingrati, nonostante l’attento ascolto. Ad addolcire però la lettura sempre composta e sempre rispettosa dell’altrui tragedia c’è la soave sequenza della settima tappa, a Recanati, nelle Marche considerate sicure. Renzi è in compagnia di Matteo Richetti, amico ritrovato, e i due mirano in alto verso la siepe leopardiana, non solo per un selfie. Uno sforzo poetico senza frutto: uno striminzito 18,69 per cento e terzo posto dietro M5S e centrodestra.

Un viaggio all’inizio della notte, più che al termine céliniano, e che non risparmia doverosi pellegrinaggi sepolcrali. Renzi a Maglie, il paese di Aldo Moro nel Leccese (14,74 per cento); Renzi a Casarsa della Delizia, provincia di Pordenone, sulla tomba di Pier Paolo Pasolini (18,23 per cento); Renzi a Ghilarza, in Sardegna, nella casa natale di Antonio Gramsci. E qui è forse la compagnia di Luca Lotti a far perdere altri voti. In tutto solo 264, pari all’11,51 per cento.

Nella sua Odissea ferroviaria, senza la sospirata Itaca della vittoria finale, il prode condottiero ha sfidato la sorte a Langhirano, provincia di Parma, posando persino accanto a un maestoso gufo, prima di rinchiudersi in un rinomato prosciuttificio. A stracciarlo, stavolta, è stato il centrodestra: 43,88 a 21,42. Dal nord al sud, dal centro alle isole, Renzi è stato un generale kamikaze su un treno che non ha portato al sole ma al buio più profondo. E 6 milioni 134mila e 727 voti per il Pd (risultato nazionale alla Camera) diviso 9.555 chilometri fa 642,04. Nemmeno mille voti a chilometro.

Le delizie del “come se”

Onestamente, anche noi ci sentiremmo fighi assai se ci fosse capitato di stravincere le elezioni con il 32 e rotti per cento o di dare una bella piallata al borioso padrone del centrodestra: a cuccia, ora comando io. Ogni successo ha il suo stato nascente, la polpa deliziosa da assaporare mentre c’è chi si divora il fegato (“Signore dai forza al mio nemico e fallo vivere a lungo, affinché possa assistere al mio trionfo”. Napoleone).

Certo, ciascuno ha il suo stile. Dopo aver proclamato nella notte magica del 4 marzo: “Adesso tutti dovranno venire a parlare con noi”, Luigi Di Maio dieci giorni dopo deve ammettere, con il candore del ragazzo di campagna, che nessuno si è fatto ancora sentire (ci siamo passati tutti con le fidanzatine: mamma mi ha cercato qualcuno?). Mentre il tosto Matteo Salvini sembra ogni giorno di più “Piero detto medaglia, campione di tutti gli sport” nel bar del Crodino (stessa canotta ascellare padana). Del resto, lui nei panni del premier si era già calato da mesi annunciando come cosa fatta l’espulsione, oplà, di 600 mila immigrati irregolari, dopo l’inevitabile conquista di Palazzo Chigi. Poi, chissà, Silvio gli avrà sussurrato qualcosina e ha leggermente virato sul più sfumato “appena al governo”. Però sempre a muso duro: “Cancelleremo la riforma salva-ladri”. Evvai! Comunque, nella incantata dimensione del facciamo come se, il leader leghista di già in piazza Colonna cammina tre metri sopra il cielo e scavalca le transenne più agile del ben oliato Nino Castelnuovo. Mentre la dolce Isoardi si porta avanti col lavoro, first sciura “ma nell’ombra”.

Invano il navigato Rocco Casalino consiglia ai 5Stelle bocche serrate e profilo basso con i “giornalisti cattivi che fanno il gioco sporco”. È una parola. Provateci voi a non essere tentati dai mille microfoni che si protendono imploranti una sillaba, come se foste Leo Messi alla consegna del Pallone d’oro. Sono i giorni in cui molti si sentono potenziali ministri o “in pectore”, come si diceva una volta (ma una volta al deputato, trepidante per un sottosegretariato, che chiedeva cosa devo dire a mia moglie, De Gasperi rispondeva secco ‘me la saluti tanto’). Il grillino Alfonso Bonafede, “designato” dalla perfida stampa Guardasigilli nel “potenziale” esecutivo Di Maio. Il leghista dal volto umano Massimiliano Fedriga “probabile” titolare di un dicastero economico “nel caso” Salvini fosse presidente del Consiglio. Ci si muove nella grammatica sospesa delle ipotetiche, dei condizionali e dei complimenti a futura memoria. Accorti a non dire, a non sbagliare una mossa, a non strafare.

Salvini, che ha fatto il militare a Cuneo, consiglia ai suoi di non dare nell’occhio, “di non comprare attici”, come in certi film dopo una rapina. A Di Maio qualcuno vedrete telefonerà. Intanto, nel “tutto come se” alla Lega per governare mancano una settantina di parlamentari e al M5S un botto. Come dicono a Roma, stà a badà ar capello.

La gran coda di paglia renziana

Quando ha preso la parola all’assemblea di Sinistra dem (area Gianni Cuperlo) certo non si aspettava tanta coda di paglia: chiedeva solo, il ministro Andrea Orlando, di “riflettere sugli elementi di nepotismo e clientelismo che hanno caratterizzato il nostro partito”, di “ridimensionare gli ego”. E tutti, chissà perché, hanno pensato a Matteo Renzi. Così è partita la grancassa. Franco Vazio: “Parole gravi e sbagliate”. Anna Ascani: “Insulti dei peggiori grillini”. Salvatore Margiotta: “Eccessi inaccettabili”. Eppure, i presenti invitavano alla calma. “Evidentemente ero a un’altra riunione” (Mario Tullo), “segno dello smarrimento che ha colpito il fondamentalismo renziano” (Daniele Borioli), “commenti sfasati da chi non c’era o non vuole capire” (Barbara Pollastrini). Così, a fine giornata, il ministro Orlando ha deciso di chiarire: “Ho detto che al Mezzogiorno hanno pesato anche alcune forme di familismo, di nepotismo e di clientelismo”. Le truppe renziane tirano un respiro di sollievo. Che parlasse dei De Luca? No, figurarsi: quelli per Matteo sono “tosti” e “coraggiosi”.

Anche nei sondaggi c’è incertezza su quale governo si potrà fare

Dopo il sondaggio dell’istituto Noto pubblicato sul Fatto, anche Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera e l’Atlante politico di Demos su Repubblica si sono occupati delle preferenze dell’elettorato Pd rispetto alle possibili alleanze di governo. Secondo Pagnoncelli, il 34% degli elettori democratici sarebbero favorevoli a un accordo tra Pd e Movimento 5 Stelle, mentre il 22% dichiara di preferire un governo Lega-M5S. Alta la percentuale degli indecisi: 30%. Secondo Demos, invece, sarebbe il 15% la percentuale degli elettori Pd convinta di un’alleanza con i grillini, anche se nel sondaggio pubblicato su Repubblica raccoglie la maggioranza dei pareri favorevoli l’opzione di un governo affidato a una personalità esterna ai partiti, sostenuto da tutte le principali forze politiche (28%). Molti anche gli intervistati che preferirebbero tornare subito al voto (19%), mentre solo il 2% vedrebbe bene un’alleanza del Pd con la coalizione di centrodestra.

Come funzionano i referendum interni alla Spd: i due voti sulla Grosse Koalition

La base della Spd tedesca si è fatta sentire. Due volte. La prima nel 2013, la seconda due settimane fa. In entrambi i casi ha sciolto definitivamente le riserve sull’accordo di coalizione con l’Unione di Angela Merkel, cioè con la Cdu ed i bavaresi della Csu.

Il ricorso al referendum fra gli iscritti è previsto dallo statuto del partito, che ha impiegato per la prima volta questo strumento cinque anni fa. Allora i dubbi che questa volta hanno riguardato Martin Schulz – che lo scorso 24 settembre ha guidato la Spd al 20,5%, il peggior risultato a livello federale nonostante gli impegni assunti con l’accordo fossero stati sostanzialmente rispettati (ma hanno pesato l’ondata migratoria e l’aumentata diseguaglianza economica) – erano di Sigmar Gabriel.

In entrambe le occasioni la partecipazione al referendum interno è stata elevata e si è attestata al 78%. Nel 2013 la coalizione con la cancelliera era stata avallata da poco meno del 76% dei votanti (gli aventi diritti erano 474.820). Quest’anno, malgrado l’iniziale “effetto Schulz” (eletto dal 100% dei delegati alla direzione della Spd nel marzo del 2017) e nonostante i 24.339 tesserati contabilizzati dall’inizio del 2018, potevano esprimersi 463.723 affiliati. I “sì” alla riproposizione della ormai non più troppo Grande Coalizione (mercoledì, in occasione della fiducia al Bundestag, con appena 9 voti in più di quelli richiesti) questa volta sono stati 239.604, pari al 66,02%. Gli iscritti hanno manifestato una maggiore fiducia nell’intesa rispetto ai vertici del partito, che si era espresso con minore entusiasmo a favore (56%).

La consultazione è avvenuta per posta (anche elettronica) e si è chiusa il 2 marzo. I dati sono stati ufficializzati nel giorno della Waterloo italiana del Pd, domenica 4. Nel 2013 l’operazione era costata 1,6 milioni di euro, mentre le stime per il referendum del 2018 arrivano a 1,5 milioni. Per essere dichiarata valida, la votazione doveva raggiungere un quorum di almeno il 20% e il suo esito è vincolante per i socialdemocratici.

La domanda, del resto, non poteva essere formulata in modo più chiaro. Sulla scheda, i tesserati dovevano barare le caselle “sì” o “no” per rispondere al seguente quesito: “Il Partito socialdemocratico tedesco (Spd) deve stipulare l’accordo di coalizione (179 pagine programma che prevede costi per non meno di 46 miliardi di euro, ndr) del febbraio 2018 negoziato con l’Unione Democratico Cristiana (Cdu) e l’Unione Cristiano Sociale (Csu)?”.

La sinistra del partito e i giovani socialdemocratici (Jusos) si sono battuti per il “no”, auspicando l’opposizione anche dopo il fallimento delle trattative per la cosiddetta coalizione “Giamaica”, ovvero fra Cdu, Csu, Verdi e Liberali. Complici le polemiche sui possibili ministri (Schulz aveva chiesto per sé il ministero degli Esteri dopo aver escluso un governo con la Merkel e un suo ingresso nell’esecutivo), il gradimento nei confronti del partito era precipitato.

Secondo un sondaggio condotto prima dell’inizio del referendum interno, la Spd era scivolata addirittura al 15,5%, vale a dire sotto il movimento populista e anti islamico della Alternative für Deutschland, accreditata del 16%. Con l’assenso alla GroKo, i tesserati sembrano aver restituito un po’ dignità alla socialdemocrazia tedesca, risalita fino al 19% se si votasse oggi.

2018, ritorno al Pd: in molti si iscrivono. “Vogliamo contare”

Vanno a iscriversi in tanti. Ce l’hanno con Matteo Renzi, ma non solo e non sempre. Non hanno voglia di primarie, “perché ora sarebbero solo una conta”. E la gran parte, di alleanze con i 5Stelle, non vuole proprio saperne. Voci e umori dal popolo del Pd dopo la disfatta del 4 marzo.

Militanti, eletti e segretari di circolo, che discutono nelle assemblee e si dicono cose che non si dicevano da tanto tempo. “Stanno iscrivendosi in tanti, ma in fondo non è imprevisto, dopo le sconfitte la nostra gente reagisce sempre”, assicura Giulia Tempesta, 30 anni, consigliera comunale a Roma, vicina a Matteo Orfini. E racconta le assemblee in vari circoli della città, dove il Pd ha preso poco più del 22 per cento: riunioni che si snodano dal circolo Mazzini nel quartiere borghese Prati a quelli periferici. “Alcuni dei nuovi hanno accusato il partito di aver scambiato i diritti sociali con i diritti civili, e mi ha colpito. E tanti dicono che non abbiamo saputo leggere la rabbia di chi è in difficoltà”.

Va bene, ma Renzi? “Non è il punto centrale” giura la consigliera, che su due punti è dritta: “La gente non ha fretta di fare il congresso, vuole prima una discussione approfondita. E tutti sono contrari a un accordo con il M5S”. Riccardo Corbucci, coordinatore della segreteria romana, descrive scene simili: “Renzi viene criticato ma non quanto gli altri segretari dopo le disfatte, non viene massacrato”. Risponde mentre torna da un’assemblea nella zona del Torrino, nel collegio uninominale romano che, incredibile, è quello più a Sud dove ha vinto il Pd. “C’erano circa cento persone, e molti chiedevano di ridare un’identità al partito”. E la invocano anche a Livorno, ex roccaforte rossa inviolabile, dal giugno 2014 governata dal grillino Filippo Nogarin.

Il segretario cittadino dei dem è Federico Bellandi, 40 anni, che si definisce “vicino alle posizioni di Maurizio Martina”, il reggente del Pd. Anche lui parla di nuovi iscritti, “tra i 20 e i 30, età media 40 anni”, e di un’assemblea molto partecipata mercoledì scorso: “Il tema di partenza è che nei quartieri popolari cresce la Lega, nel 2013 aveva preso 400 voti e questa volta ne ha raccolti 13mila. Mentre il M5S non avanza affatto”. Ma discutere con i 5 Stelle per il governo? “La maggior parte degli iscritti è d’accordo con la direzione, si sta all’opposizione. Ora però non è tempo di primarie, di conte, gli iscritti vogliono discutere”. Innanzitutto dei numeri, perché il Pd a Livorno ha preso il 28,5 per cento, a fronte del 39 del 2013. E Bellandi riconosce: “Sulla lettura delle cause influisce l’area di appartenenza di ognuno. Ma anche gli orlandiani non hanno fatto di Renzi il capro espiatorio: sono stati duri, ma con equilibrio. Però se devo dire la mia, uno degli errori è stata la narrazione troppo ottimistica dei risultati del governo”. Tanti sorrisi, e fuori la realtà. Quella che morde, come ricorda Mary Gagliardi, segretario del circolo 5 di Torino, nel quartiere operaio de Le Vallette: “Non siamo più entrati nelle fabbriche, e in questa campagna, quando siamo andati a fare volantinaggio davanti alle aziende ce ne siamo accorti…”. Gagliardi, che si descrive come “renziana della prima ora”, ammette: “Molti sono andati a votare contro il segretario, per strada bastava nominarlo per prendersi insulti”. E parla di una campagna elettorale sbagliata: “Gli altri promettevano il reddito di cittadinanza o il taglio delle tasse, mentre noi siamo stati fin troppo seri. Rivendicare i diritti civili non basta: qui le persone si lamentano per i roghi nel campo rom. Il Pd non parla dei problemi quotidiani”. Anche se a Torino ha preso il 26 per cento (“abbiamo recuperato, il M5S da noi è in flessione”). Ma ora, primarie? “Assolutamente sì, noi le vogliamo, anche per la segreteria regionale”.

Non ne ha invece voglia Michele Grimaldi, 36 anni, ex segretario nazionale dei Giovani democratici, attuale segretario del circolo Pd di Scafati: un comune di oltre 50mila abitanti vicino Salerno, sciolto per mafia nel gennaio 2017. Martedì erano oltre 200 in assemblea, “e alle 23 passate eravamo ancora in cento”, racconta. “In tanti sono incazzati, si lamentano ‘perché a Roma il partito litiga sulla nostra pelle’, ma è comprensibile” dice Grimaldi, che nelle primarie del 2013 aveva votato per Gianni Cuperlo e poi ha sostenuto Renzi. E ora spiega: “Abbiamo 5 nuovi iscritti, due ex Pci e tre ragazzi, tra cui uno che ha votato per Potere al Popolo”. E dei 5Stelle loro cosa pensano? “Il 90 per cento degli iscritti l’accordo non lo vuole, ma per motivi politici: cosa pensa il M5S di vaccini, dell’Europa e dell’antifascismo? Però c’è anche qualcuno, soprattutto tra gli ex comunisti, che spinge per un confronto con il Movimento”. Obiezione: il M5S ha preso molti voti da sinistra. Non pesa? Grimaldi sorride: “Se alcuni dei nostri votano una cosa diversa, tu non devi per forza diventare quella cosa. Ed è l’errore che ha commesso Renzi, inseguendo i grillini sul loro terreno: penso ai manifesti sulla riforma costituzionale che propagandavano il taglio dei parlamentari”. Era un anno e mezzo fa, prima che il segretario crollasse. Portandosi dietro milioni di voti.

Cuperlo, Ceccanti e gli altri: “Su M5S parola agli iscritti”

La proposta di consultare gli iscritti su un eventuale accordo di governo con i 5 Stelle comincia a circolare nel Partito democratico, tra dirigenti e tesserati. L’ultimo a dichiararsi favorevole è Gianni Cuperlo: “L’idea di coinvolgere gli iscritti del Pd su qualunque decisione dovesse essere assunta la considero assolutamente giusta e molto convincente per tante ragioni”, ha detto il parlamentare triestino a margine di un convegno della sinistra dem.

Cuperlo ha aggiunto di non vedere “in questo momento le condizioni per un accordo tra Pd e 5Stelle”, ma ha anche negato che il suo partito debba “ritirarsi sull’Aventino”, rifiutando a priori qualsiasi forma di collaborazione nella ricerca di una via di uscita dall’attuale stallo politico. La formula, che è la stessa pronunciata dal segretario reggente Maurizio Martina, si presta a una certa ambiguità: restiamo all’opposizione, ma “se ci fosse un appello del capo dello Stato…”.

Lo stesso Martina l’altroieri ha auspicato un ricorso agli “strumenti di democrazia interna”, come “la Spd, che ha costruito alcuni passaggi chiave con la partecipazione diretta degli iscritti”. Quel passaggio chiave era appunto la decisione se prendere parte o meno a un governo di grande coalizione con la Cdu di Angela Merkel. Malgrado il referendum tra gli iscritti sia già previsto dall’articolo 27 dello statuto del Pd, il segretario ad interim Martina sembra tutt’altro che persuaso.

Nel partito in realtà qualcosa si muove. Non solo Cuperlo, anche la presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini, all’indomani del voto, aveva auspicato il ricorso alla democrazia interna. Paradossalmente, l’aveva invocata proprio per scongiurare eventuali “inciuci” con i grillini: “Se qualcuno pensa a un’alleanza tra Pd e M5S noi rispondiamo che vogliamo un referendum tra gli iscritti. Chi rappresenta il Partito democratico lo decidono gli iscritti del Partito democratico”.

Anche il costituzionalista Stefano Ceccanti, appena rieletto al Senato con il Pd, la pensa allo stesso modo: “Se qualcuno volesse fare un’apertura al M5S dovrebbe chiedere un mandato, come fatto dalla Spd che in campagna elettorale ha detto ‘mai con la Merkel’ e quando poi i dirigenti quel partito hanno cambiato idea, ha fatto un referendum tra gli iscritti”.

Servirebbe un referendum, insomma, se i dirigenti volessero “cambiare linea”, ma nulla impedisce – Statuto alla mano – di chiedere l’opinione dei tesserati sulla strategia da seguire in questa fase di stallo. Anche Andrea Orlando, ministro della Giustizia e già leader della minoranza anti renziana, quest’estate invocava un referendum tra gli iscritti nel caso, “inquietante e improponibile”, che il Pd decidesse di allearsi con Forza Italia e Silvio Berlusconi.

Il tema è dibattuto nei circoli dem, dove l’orientamento nettamente prevalente è quello di evitare “l’abbraccio mortale” con i 5Stelle. Ma anche qui si chiede di passare per il voto degli iscritti.

Se n’è discusso in questi giorni a Padova, dove la proposta arriva dal segretario provinciale Vittorio Ivis: “Il voto ha dato al Pd un naturale ruolo di opposizione ma se accadesse che gli organismi nazionali riflettessero su un’ipotesi di un nostro protagonismo istituzionale, in qualsiasi forma, allora penso che sarebbe sano e necessario chiedere l’opinione della nostra base e degli iscritti, come sperimentato anche in Germania”.

La stessa richiesta arriva dai circoli di Cesena, dove la segreteria locale del Pd – al termine dalla rituale analisi del voto – ha pubblicato una lunga lettera che si conclude con la stessa domanda di democrazia interna: “Qualora altri partiti – si legge – in particolare il M5S, dovessero formalizzare una proposta di collaborazione di governo al Pd, la segreteria comunale di Cesena ritiene che il Partito debba mantenere fermo il proposito di restare all’opposizione. Ma la cosa più utile e giusta da fare sarà un referendum fra gli iscritti, a cui spetta il diritto di esprimere la propria valutazione su una scelta di fondo che, per il Pd, rappresenta indubbiamente un bivio. Sarebbe questo un primo modo per ridefinire, nel metodo, un’identità al Pd che in questi anni è andata sfumando. Un messaggio che, riteniamo, vada indirizzato alla dirigenza nazionale del Pd”.

Celle (e urne) vuote

Achi volesse capire perché Pd e FI hanno perso le elezioni, oltreché per le politiche antisociali che hanno impoverito i poveri e arricchito i ricchi, penalizzato gli onesti e premiato evasori e tangentari, suggeriamo due letture. La prima è una telefonata intercettata dalla Procura di Bergamo fra due albanesi che concordano rapine nelle stazioni di servizio: “Vieni in Italia a rubare, tanto qui non ti succede niente: se proprio ti va male, ti fai una notte in carcere e poi esci”. Il procuratore Walter Mapelli conferma: “All’estero sono ben informati sul nostro quadro normativo e vengono a delinquere in Italia. Se un ladro è sorpreso a rubare in un appartamento e non riesce a fare il colpo, l’arresto in flagranza per il tentato furto è obbligatorio, ma la custodia in carcere non è prevista. Dunque viene arrestato e subito scarcerato. E, se anche viene condannato in via definitiva, avrà la pena ridotta fino ai due terzi, cioè sotto i 4 anni, e non la sconterà in carcere”. Per scoprire il perché, ecco la seconda lettura: il decreto attuativo della “riforma penitenziaria” Orlando, appena varato dal fu governo Gentiloni, degno coronamento di 40 anni di decarcerazione, che si spera verrà stoppato dal nuovo Parlamento e riscritto dal nuovo governo. Oltre ad alcune buone norme sulla salute e l’affettività, a nuovi spazi per gay e madri detenute, la sostanza è micidiale: sarà ancor più difficile mettere o tenere dentro i delinquenti (cioè i condannati definitivi). Un gentile omaggio pure per mafiosi e terroristi.

Il ministro Orlando nega: “Non ci sono automatismi, i benefìci saranno concessi dai giudici di sorveglianza caso per caso” (come se lo scarso personale di polizia e magistratura potesse esaminare le condotte dei singoli detenuti). Dunque “non uscirà nessuno” (e allora, se non cambia nulla, perché allargare un’altra volta le maglie?). In realtà questa è la quarta legge svuotacarceri in 7 anni, dopo quelle dei governi B., Monti e Letta. Queste, per superare la solita emergenza del sovraffollamento, alzarono provvisoriamente da 3 a 4 anni il tetto di pena sotto cui si va ai domiciliari o ai servizi sociali anziché in galera o, se si è già lì per condanne superiori, si esce per scontare il resto a casa. Così scarcerarono migliaia di detenuti e ne lasciarono a spasso altrettanti. Ma i competentissimi legislatori non adeguarono il resto delle normative, creando un vuoto che ora la Consulta ha riempito, imponendo di sospendere l’ordine di carcerazione per tutti i condannati a pene totali o residue fino a 4 anni. E ora il governo ormai defunto, con un consenso intorno al 21 per cento, che fa?

Invece di tornare almeno al limite dei 3 anni (già abnorme: le condanne sopra i 3 anni, con tutte le attenuanti e gli sconti dei nostri codici-colabrodo, sono rarissime), decide definitivamente che chiunque sia condannato a meno di 4 anni resta libero e fa domanda per i domiciliari (o, sotto i 2, per i servizi sociali). Che poi sono puramente teorici: se uno evade per commettere altri delitti (o resta a casa e di lì spaccia droga, molesta la figlia, picchia la moglie, incassa mazzette, organizza truffe o estorsioni, fa stalking telefonico), di solito non se ne accorge nessuno: ci vorrebbero decine di migliaia di agenti per controllare tutti i detenuti a domicilio. La norma si ispira a una teoria demenziale, dunque molto diffusa nella pseudocultura di sinistra: e cioè che, siccome il carcere è diseducativo perché trasforma i microcriminali in macrocriminali, sono molto più dissuasive le pene alternative. Si sbandierano statistiche sui tassi di recidiva di nessun valore scientifico, per dimostrare che chi sconta la pena in carcere torna a delinquere più spesso di chi sta a casa o ai servizi sociali: come se si potesse prevedere come si comporterebbero tutti i delinquenti liberi se fossero stati incarcerati; e come se le statistiche registrassero gli autori di tutti i reati, che invece restano per l’80-90% senza colpevoli. Per combattere la recidiva e la diseducatività delle carceri, basterebbe costruirne di nuove per separare i piccoli dai grandi, garantire ai detenuti una vita decorosa di studio e lavoro. Non lasciarli o metterli fuori perché dentro è peggio.

Oltre all’impunità per i condannati fino a 4 anni, la “riforma” estende poi questa incredibile franchigia a terroristi e ai mafiosi, finora esclusi: basterà attendere che abbiano scontato la parte di pena per i reati di terrorismo e di mafia, e poi dal restante “cumulo” per i reati comuni (acquisto di armi, occultamento di cadaveri ecc.) potranno detrarre i fatidici 4 anni e uscire prima. Come i detenuti comuni. Non solo: i mafiosi con figli fino a 10 anni potranno uscire negli ultimi 4 anni di pena, anche se relativa a reati di mafia. E le Procure antimafia non potranno più trasmettere ai Tribunali di Sorveglianza le notizie sui legami dei detenuti aspiranti ai benefici con i clan, privando di notizie fondamentali sulla loro perdurante pericolosità i giudici che devono decidere se metterli fuori o meno. A questo punto non si vede perché buttare miliardi per indagare, arrestare e processare 3 milioni di persone all’anno, se già si sa che 9 su 10 verranno condannati a meno di 4 anni e non faranno un giorno di galera, ma resteranno a piede libero. Tanto vale, una volta presi, rilasciargli un foglietto con scritto: “Vai e casa e non farlo più”. Resta, è vero, un piccolo dettaglio: le vittime. Ma di quelle i politici si ricordano solo quando una brigatista in menopausa va in tv a delirare su via Fani. Perché la vittima, per i politici, è solo quella dei rarissimi reati che subiscono loro. Invece quelle dei delitti che commettono loro non sono vittime: sono pecore da tosare per cinque anni e poi da insultare (“giustizialisti!”, “populisti!”, “forcaioli!”) quando non li votano più.