C’è Federer

Indian Wells Imbattuto. Oggi imbattibile, o quasi. Roger Federer va avanti ancora imbattuto dall’inizio dell’anno e ora ha raggiunto pure le semifinali di Indian Wells, primo 1000 della stagione (montepremi di 7 milioni di euro) in corso sui campi in cemento della California. Nei quarti il 36enne (da poco nuovamente numero uno al mondo), ha sconfitto per 7-5 6-1, in appena un’ora e 22 minuti di gioco, il sudcoreano Hyeon Chung, numero 26 del ranking mondiale, già battuto in semifinale agli Open d’Australia a Melbourne lo scorso gennaio. In semifinale Federer affronterà il croato Borna Coric battuto dallo svizzero nell’unico precedente disputato nelle semifinali di Dubai, ma ben tre anni fa.

Sampdoria-Inter, un “classico” da tripla

Comincia questa sera, a Ferrara, un nuovo campionato che è poi il solito. Caccia alla Juventus. C’è stato il sorpasso, ballano quattro punti e dieci giornate. La Spal fu una creazione di Paolo Mazza, dirigente dal fiuto ruspante: scovava i Capello, li plasmava e li rivendeva a peso d’oro. La squadra di Semplici lotta per salvarsi. Affronta una corazzata che viene da dodici vittorie – l’ultima, mercoledì, nel recupero con l’Atalanta – e non incassa gol dal 30 dicembre (Caceres a Verona). È l’ultimo turno prima della sosta per le Nazionali e prima, soprattutto, dei tapponi di montagna che assegneranno scudetti e coppe. Il pronostico dice Juventus. E così sarà, ammesso che la legge dei grandi numeri non decida di ammutinarsi.

Ora che è stato scalzato, chissà come reagirà il Napoli di Sarri. Ha perso in casa con la Roma, ha pareggiato a San Siro con l’Inter. Ospita il Genoa di Ballardini, un tecnico che, dopo aver studiato Sacchi, si innamorò di Bagnoli. Cinture allacciate e fior di ripartenze non appena si presenta l’occasione. Callejon, Mertens e Insigne affilano le lame: sarebbe clamoroso se il risultato gli sfuggisse di mano.

La Roma, a Crotone, dovrà guardarsi più da se stessa che dai rivali: martedì ha liquidato lo Shakhtar e le imprese la distraggono. Il Milan, da parte sua, sfida un Chievo in picchiata: l’avversario ideale, sulla carta, per rifarsi dei tuffi e delle papere di Londra. Sampdoria-Inter all’ora di pranzo è il classico ingorgo da tripla. Spalletti ha denunciato la scarsa qualità dei titolari. In società non hanno gradito. Reduce dal disastro di Crotone, Giampaolo si aggrappa all’effetto Marassi. Torino-Fiorentina, per concludere: o Belotti o pareggio.

Urna maledetta: c’è un’Italia-Spagna che mette i brividi

Contro i marziani. Barcellona-Roma e Juventus-Real sono quarti di nobiltà assoluta. Il massimo, in tutti i sensi: di fascino, di trappole, di emozioni. Leo Messi ha asfaltato da solo, con due tunnel e un assist, il Chelsea di Conte. Cristiano Ronaldo si è preso Parigi. Da quattro stagioni la Champions finisce regolarmente in Spagna, a Barcellona (2015) o a Madrid (2014, 2016, 2017).

Juventus-Real è diventata un romanzo: dalla notte del 1962 in cui Sivori violò la fortezza madridista, infliggendo a don Santiago Bernabeu la prima sconfitta casalinga in Europa, alla bella del 3 giugno a Cardiff, quando non bastò l’acrobazia di Mandzukic per rovesciare il destino ed evitare il crollo (4-1). All’andata, tra parentesi, mancheranno Benatia e Pjanic, squalificati, oltre a Bernardeschi e Cuadrado. Viste le panchine, sono tracce cruciali.

Occhio, però, alla doppia sfida: in ambito di eliminazione diretta, la Juventus “conduce” 4 a 2. E fu proprio la squadra di Allegri, nelle semifinali del 2015, a “scippargli” l’unica finale dell’ultimo quadriennio. Si comincia allo Stadium, Zidane ha perso il titolo da un pezzo ed è scivolato ai margini persino della Coppa domestica. Per paradossale che sia, non gli resta che l’Europa. Il Real calò di brutto dopo il trionfo mondiale di dicembre, ma adesso è in netta ripresa. Di Champions ne ha vinte dodici, record dei record, è l’unico club ad aver realizzato la doppietta dal 1993, anno in cui la Coppa dei Campioni cambiò nome, è il detentore. Insomma: è tanto.

La Juventus sgomita su tutti i fronti e viene da due finali in tre anni. Sta recuperando il Dybala più brillante, sfoggia il miglior Higuain, un Higuain che segna e fa segnare. Sbocciato al River Plate, proprio da Madrid cominciò il lungo viaggio che l’avrebbe portato a Napoli e a Torino.

Il pronostico bacia la casa bianca, anche se non è una gara secca. La difesa juventina, in Italia un bunker, all’estero incassa un gol a partita. E alla vigilia dell’andata Madama ospiterà il Milan, con il capitolo scudetto tutt’altro che chiuso.

Cinque palloni d’oro Cristiano, cinque Messi. E qui passiamo a Barcellona-Roma, un’ordalia che la Champions ospitò nella fase a gironi dell’edizione 2015-2016. L’allenatore della Roma era Garcia; il tecnico del Barça, Luis Enrique. All’Olimpico finì 1-1, con reti di Suarez e Florenzi, un capolavoro balistico dalla linea laterale. Al Camp Nou, viceversa, fu un massacro: 6-1, con doppiette della Pulce e del pistolero uruguagio.

Non è più il Barcellona del tiki taka guardiolesco e neppure del tridente Messi-Suarez-Neymar; è una squadra che Valverde ha equilibrato e affidato al genio di Rosario. Imbattuto in patria e fuori, comanda la Liga e nel gruppo D le ha già suonate alla Juventus (3-0).

Era da dieci anni che la Roma non si presentava ai quarti.

Di Francesco si è lasciato alle spalle Chelsea, Atletico e Shakhtar, la mina fatale al Napoli. Servirà, come alla Juventus, la più perfetta delle partite perfette. Alisson e Dzeko riassumono e incarnano i confini del sogno. Perché di sogno si tratta, al di là dell’assenza di Busquets.

Nell’Europa League, la Lazio di Inzaghi si misurerà con il Salisburgo. Gli austriaci hanno eliminato Real Sociedad e Borussia Dortmund (che aveva eliminato l’Atalanta). È la mia favorita, a patto che giochi come a Kiev e sia meno “cicala” sotto porta.

Nureyev Gli 80 anni del genio che non è mai morto

“La danza è tutta la mia vita. È la mia condanna, ma anche la mia felicità. Se mi chiedessero quando smetterò di danzare, risponderei: quando smetterò di vivere”. Aveva torto, Rudolf Nureyev, che oggi avrebbe compiuto ottant’anni e che invece ci ha lasciato il giorno dell’Epifania del 1993. Aveva torto perché, se lui da allora non ha potuto più schiacciare la pece con la mezza-punta dei piedi, la sua danza – la sua rivoluzione – continua a incantare il mondo. Come la stella polare per i naviganti, ancora oggi tutti i ballerini che affrontano il palco devono fare i conti con il suo genio. Inarrivabile, e infatti mai ancora eguagliato.

Non era neanche la perfezione tecnica, in quel suo corpo prestato all’arte. “Ma quando un danzatore entra in scena in Giselle e fa quella camminata con il mantello addosso, non c’è bisogno di altro. Dentro c’è tutto”, racconta al Fatto Luciana Savignano, che con Nureyev ha avuto il privilegio di danzare: “Il mio repertorio è diverso, ma ho condiviso il palco con lui. Insieme, per esempio, abbiamo fatto il Poème de l’Extase di Roland Petit. Io interpretavo la Morte e lui con me combatteva in un bellissimo passo a due. Ero alle prime esperienze, sono stata costretta a tirare fuori tutto quello che avevo. Ma ho imparato moltissimo”. Come per la sua stessa vita, Nureyev non ammetteva mezze misure. Nella biografia scritta da Julie Kavanagh, si racconta che, se non gli piaceva una ballerina, era capace di lasciarla cadere a terra. E addirittura una volta ne avrebbe trascinata una sul pavimento. La danza era tutto, a lei non si poteva abdicare, proprio perché la danza aveva regalato al giovane Rudolf la libertà.

Nato nel 1938 a bordo di un treno che portava la madre a Vladivostok, dove era di stanza il padre, un commissario politico dell’Armata russa di origine tartara, era riuscito a entrare nell’Accademia di danza Vaganova aggregato al Kirov di Leningrado soltanto nel 1955. Tardi per un ballerino. Eppure, nel giro di pochissimi anni, era diventato uno dei danzatori più noti e acclamati dell’Unione sovietica. Realtà che gli stava stretta, tanto che, quando nel 1961 ebbe la possibilità di sostituire il primo ballerino infortunato in una trasferta parigina e, con il furore del pubblico, iniziò a frequentare stranieri ricevendo in cambio dalla sua patria un decreto di rimpatrio, Rudy quell’aereo che doveva riportarlo a casa non lo prese mai. Rimase in bilico tra l’Europa e gli Stati Uniti, in quel mondo che seppe riconoscere alla sua danza quello stato libero di cui il genio aveva bisogno. E Nureyev, in cambio, rivoluzionò il concetto stesso di danza maschile. “Ho sempre pensato che pas de deus stesse a indicare danza per due”, disse per rivendicare il suo ruolo.

“Fino a quel momento, il ballerino era stato soltanto un sollevatore di pesi, cioè di partner femminili – spiega il coreografo Luciano Cannito –. Nureyev è stato il primo a creare lo star system maschile nel mondo del balletto. Sul palcoscenico era un animale, potente, virile. Aveva qualcosa di magico, di magnetico. Dava la sensazione di essere un selvaggio, pur nel rispetto della tecnica. Già quando si diplomò al Kirov, eseguì una variazione del Corsaro che lasciò il pubblico esterrefatto. Gli addetti ai lavori sanno che non aveva un corpo particolarmente dotato, eppure ancora oggi ci si chiede da dove prendesse la capacità di fare certe cose”. Ed è proprio quello che manca di più, oggi. “Adesso ci sono danzatori perfetti tecnicamente – prosegue l’etoile Savignano –, ma nessuno ha il suo carisma, la sua personalità. E questa è la cosa più importante per un ballerino”. Non conta con quanta precisione riesci ad eseguire un entrechat huit, conta quanto – saltando – riesci a stregare il pubblico. “Vasil’ev e Baryšnikov sono gli altri due punti fermi nella Trinità del balletto – ancora Cannito –, ma nessuno dei due è stato ‘sincero’ come Nureyev. Così come non lo è nessuno degli attuali, neanche Polunin (considerato da molti l’erede di Rudolf, ndr)”.

Talmente sincero da vivere ogni esperienza senza risparmiarsi. Le amicizie – quelle con Margot Fonteyn su tutte –, l’amore. Legato a lungo al collega Erik Bruhn, il genio non ammetteva la monogamia. Affamato di conoscenza, da ognuno prendeva qualcosa, a ognuno dava qualcosa. Senza preoccuparsi delle conseguenze. Neanche dell’Aids, che lo assalì nel 1982: Nureyev non se ne preoccupò e, anzi, per anni, continuando a danzare, sostenne di essere affetto da altre malattie e rifiutò ogni trattamento. La danza era più importante, la danza era libera e nessuna malattia avrebbe potuto fermarla.

Forse quello fu il suo unico errore. Quando nel 1992 salì per l’ultima volta sul palco del Palais Garnier, i colleghi dovettero sostenerlo. Avrebbe voluto morire sul palco, ma la malattia fu così beffarda che non glielo concesse. Di lui, che oggi avrebbe compiuto ottant’anni, oltre alla sua incontenibile danza, restano le parole: “Consideratemi uno stilista”.

Marielle, delitto all’ombra del braccio violento della legge

In migliaia hanno manifestato sgomenti a Rio de Janeiro e in altre città per l’assassinio di Marielle Franco, consigliere e attivista dei diritti umani. Marielle è stata uccisa in un agguato mercoledì, assieme al suo autista, Anderson Pedro Gomes, con quattro proiettili calibro 9. Esperta sociologa in violenza urbana, studiosa delle favelas, Marielle era amata. Aveva iniziato nel 2016 con il Partido Sosialismo e Liberdade ed era stata eletta con più di 46 mila voti.

Franco era un simbolo, soprattutto per giovani, donne e gli oppressi nelle favela di Rio, dove il 16 febbraio, il presidente Michel Temer – sotto inchiesta per mazzette che avrebbe preso per favorire concessioni portuarie a Santos – ha decretato l’intervento dello stato federale per mano dell’esercito. L’Onu ha condannato l’intervento militare, deciso, senza consultare le organizzazioni civili. Franco era contraria alla presenza dei soldati, considerato un atto di propaganda elettorale da parte del governo.

Il 28 febbraio, Marielle era stata nominata relatrice della Commissione parlamentare che analizzerà le azioni delle Forze armate. Alcuni giorni prima della sua morte, il 10 marzo, aveva denunciato più volte gli abusi e le angherie del 41° battaglione della Polizia Militare.

Non è la prima volta che un politico finisce nel mirino: nel 2016 nove fra candidati e consiglieri sono stati assassinati in circostanze particolari e in questo contesto gli stessi militari non si capisce da che parte stiano. Bast pensare al caso del tenente-colonnello, Claudio Luiz Oliveira, che è stato accusato di aver ordinato l’esecuzione di Patricia Acioli, la giudice uccisa con 21 proiettili sulla porta di casa.

L’omicidio di Marielle Franco ripropone scenari inquietanti: non si tratta più solo di pizzo e estorsioni nelle favela, ma il sospetto che nel traffico di cocaina e armi vi siano pezzi dello Stato.

Migranti, la nave errante sbarca a Pozzallo

Per i 218 migranti recuperati al largo della Libia dalla nave della Organizzazione non governativa spagnola Proactiva Open Arms, il “porto sicuro” dove sbarcare è emerso dopo ben 30 ore di obbligato girovagare senza meta.

Si tratta di Pozzallo, in Sicilia, dove il Viminale ha dato indicazione di attraccare. La vicenda della Proactive è l’ultimo esempio plastico della incapacità e mancanza di volontà da parte delle autorità europee di dirimere il problema del cosiddetto “porto sicuro”. L’Odissea nell’Odissea per i migranti era iniziata due giorni fa, quando il comandante della Open Arms aveva dovuto evitare le motovedette della Guardia Costiera libica, pur di farli salire a bordo. I libici, a quel punto, non si sono fatti alcuno scrupolo e – secondo la versione della Ong, smentita dalla Guardia Costiera – hanno sparato contro la nave che, una volta entrata nelle acque internazionali, ha dovuto vagare tra le onde in attesa che la burocrazia europea dipanasse la questione del primo luogo sicuro dove farla attraccare.

Peccato che non si trattasse di un cargo carico di merci, bensì di vite umane, alcune delle quali in serio pericolo. Tanto che una bimba e la madre – entrambe gravemente disidratate e colpite da infezioni – sono state fatte scendere a Malta. Per gli altri compagni di sventura non più in pericolo di morire annegati, Malta rimaneva chiusa. Intanto le condizioni del mare si stavano facendo sempre più difficili.

Secondo la Convenzione Internazionale di Amburgo del 1991, recepita dall’Italia nel 1994, il soccorso termina una volta arrivati in un porto sicuro, che deve essere indicato da chi ha coordinato le operazioni di soccorso. In teoria la guardia costiera libica che, in questo caso specialmente, ha dimostrato di non essere certo interessata a salvare le vite di questi migranti in fuga dalle guerre e dalla mancanza di prospettive. Per questo la Guardia Costiera italiana è intervenuta successivamente e, riconosciuta dall’equipaggio della Proactive, ha tentato di coordinare al meglio la rotta allo scopo di avvicinarla a porti vicini e sicuri, ma senza poterli indicare. “Per aver rifiutato di dare ai libici i migranti soccorsi – spiegava inizialmente in un tweet il fondatore di Proactiva, Oscar Camps – il protocollo ci vieta al momento di sbarcare in un porto europeo”. A quel punto l’Italia si è rivolta al Paese di bandiera della nave, la Spagna, per cercare una soluzione. Essendo stato chiamato in causa lo stato spagnolo, questo ha dovuto rispondere all’Italia seguendo la trafila diplomatica. Alla fine i due Paesi hanno deciso di far approdare la nave di volontari in provincia di Ragusa.

Da My Lai alla Siria: l’unico civile buono è quello morto

Da un massacro all’altro, le stragi di civili sono una costante delle cronache di guerra: nel giorno in cui l’America ricorda, senza stracciarsi le vesti per i sensi di colpa, il massacro di My Lai, dove soldati statunitensi uccisero circa 350 civili inermi – uno dei momenti più tragici e più bui del conflitto in Vietnam –, dalla Siria arrivano notizie di oltre 100 civili uccisi nelle ultime 24 ore in bombardamenti governativi, russi e turchi, rispettivamente nella Ghouta orientale (67 vittime) e nell’enclave curda di Afrin (27 morti).

Tra i due estremi, il Vietnam e la Siria, stragi di civili a opera di militari più o meno regolari, dall’Asia all’Africa all’America latina.

In Europa, la ferita che ancora sanguina è l’eccidio di Srebrenica: nel luglio 1995, oltre 8.000 musulmani bosniaci, specie uomini e bambini, furono vittime di un’operazione di pulizia etnica delle truppe serbo-bosniache, nonostante la presenza nell’area di militari olandesi sotto la bandiera dell’Onu, incapaci di intervenire.

L’America di Trump, che ha fretta di essere “di nuovo grande”, non si ferma a celebrare My Lai: il presidente e i suoi sostenitori non hanno né l’autocritica né la lacrima facile. E i media sono zeppi della ‘spy story’ che allarga il fossato tra l’Occidente e la Russia e delle beghe domestiche, le armi che resteranno alla portata di tutti, il Russiagate, la Casa Bianca divenuta un Grand Hotel dove c’è chi viene e chi va, le scappatelle di Trump la cui serie s’allunga. Il massacro di My Lai avvenne il 16 marzo 1968, quando i soldati Usa della Compagnia C guidati dal sottotenente William Calley ebbero l’ordine di sradicare i Vietcong nell’area di Quang Ngai: uccisero 347 civili inermi, vecchi, donne, bambini, anche neonati. A fermare la strage, fu l’equipaggio di un elicottero in ricognizione, che, atterrando, s’interpose tra i militari americani e i superstiti vietnamiti. Il pilota, Hugh Thompson, un sottufficiale, si confrontò con i soldati a terra, ordinando al suo equipaggio di puntare le armi contro di loro e di aprire il fuoco se non si fossero fermati. Il massacro cessò: Thompson fece evacuare i civili sopravvissuti.

Le cause e i contorni del drammatico episodio restano, tuttora, incerti. Fonti vietnamite parlano d’una ritorsione, dopo uno scontro a fuoco con i Vietcong che si erano mischiati ai civili. L’inchiesta portò all’accusa per crimini di guerra di 26 militari americani, ma solo il comandante del plotone, il sottotenente Calley, fu condannato all’ergastolo per omicidio, salvo essere graziato dal presidente Nixon dopo tre anni e mezzo di arresti domiciliari a Fort Benning, in Georgia. Ci vollero più di quarant’anni perché il sottotenente si scusasse pubblicamente: “Non passa giorno – disse nel 2009 – che non provi rimorso per quello che è successo a My Lai”.

Le memorie dei superstiti di allora sono simili alle testimonianze che arrivano, oggi, dalla Siria: l’unica differenza è che i massacri del XXI secolo sono raccontati, spesso in diretta, sui social. Invece, di My Lai si seppe solo un anno e mezzo più tardi, grazie a un giornalista investigativo indipendente, Seymour Hersh.

Cade, per il mondo, l’alibi del non sapere. Ma c’è la tentazione, o il sospetto, della fake news: l’Osservatorio nazionale per i diritti umani siriano riferisce l’effetto dei bombardamenti contro i miliziani anti ad Assad, appoggiati da truppe russe e da parte della Turchia contro i curdi ad Afrin, dove, dal 20 gennaio, è in corso un’offensiva delle forze speciali e di milizie alleate. Ma da Mosca il ministero della Difesa smentisce bombe russe.

Non sono bufale i bilanci di sette anni di guerra civile in Siria: 511 mila vittime, di cui almeno 425 mila civili. L’Unicef calcola che i bambini uccisi nel 2017 siano stati il doppio che nel 2016. La sconfitta dell’Isis non ha segnato la fine dei combattimenti e degli esodi di massa. My Lai i curdi lo scrivono Afrin, e i siriani Ghouta.

Putin e l’incubo Dresda: la rivolta di piazza che sovverte il potere

Boris Reitschuster, giornalista e scrittore tedesco autore di saggi – al momento non pubblicati in italiano – è un esperto della figura del presidente russo Putin; su di lui ha scritto Putins verdekter Krieg (La guerra nascosta di Putin, edizione Spiegel 2016) e Putins Demokratur. Ein Machmensch und sein System (edizione Econ 2014).

Lei ha indicato nella Ddr il modello che Putin poi avrebbe riprodotto al Cremlino. Cosa intende?

L’idea centrale che Putin ha portato nella di Russia oggi, è qualcosa di simile alla Germania Est. Lo vediamo nel modo in cui vengono considerati i cosiddetti partiti di opposizione, elemento accessorio della formazione che esprime il governo. Putin non ha fatto altro che ripetere lo schema che conosceva quando era agente del Kgb a Dresca, creando una opposizione destinata a non infastidirlo più di tanto. Ma soprattutto, proprio come nella Germania Est, la Russia di Putin pretende di essere una democrazia, mentre è soltanto una finzione.

Cosa ha spinto Putin a entrare nel Kgb?

Ha risposto lui stesso, affermando di essere stato ispirato dai film sugli agenti segreti russi: diventare una spia era il suo sogno giovanile.

Putin prende servizio a Dresda nel 1985, a 33 anni, trasferendosi lì con la moglie (oggi ex) Lyudmila. Ci può dare un quadro della vita familiare di expat russi all’estero?

Stando alle memorie della stessa Lyudmila Putina, l’atmosfera di quel periodo era piuttosto fredda a casa Putin. Lyudmila Ha raccontato della totale mancanza di empatia familiare, tanto che, ad esempio, il marito non le ha mai fatto un complimento, nemmeno quando sua moglie cucinava per lui con il massimo dell’impegno. Ma non è tutto. Secondo alcuni resoconti, la donna si sarebbe lamentata con i propri amici del fatto che Vladimir la picchiava e che era infedele.

Poi arriva il 1989. A Berlino crolla il Muro, l’Unione Sovietica è alla fine.

Quello che per molti ha rappresentato una liberazione, attraverso la Perestrojka, è stata vista da Putin come un vero disastro. Il piccolo mondo che lui e gli altri funzionari russi in Germania Est avevano goduto anche con un certo grado di relativo benessere rispetto alla madrepatria, era sul punto di sparire per sempre.

I russi della Ddr attendono un segno dal Cremlino. Mosca però decide di non far muovere i carri armati. Come vede questo momento il giovane Putin?

Putin cercò l’intervento dell’esercito sovietico diverse volte, chiedendo aiuto nel momento in cui la folla inferocita era sul punto di assaltare il quartier generale del Kgb a Dresda. Lui era rimasto in quel momento come comandante. A tutti gli appelli, ricevette sempre la stessa risposta: l’esercito non può fare nulla. Appena arrivato al Cremlino – nel ’99 come primo ministro e poi dal 2000 come presidente – si ricordò perfettamente di quella situazione. È stato quello il momento, ha detto, in cui si è accorto che l’URSS era malata, paralizzata. Putin però divenne vittima di un colossale equivoco riguardo alle ragioni della paralisi. Infatti, l’Unione Sovietica era bloccata a causa della censura, della mancanza di contatto tra il Cremlino e la gente comune, dell’oppressione del libero pensiero e dei dissidenti, della massiccia interferenza dello Stato nella vita civile. Eppure Putin decise il contrario: la caduta dell’Urss era arrivata per debolezza: per la poca censura sotto Gorbaciov, per l’oppressione troppo dolce, per la trascurabile interferenza dello Stato nella vita dei cittadini.

Quindi l’esperienza fatta allora ha inciso sugli anni del suo potere al Cremlino, fino a oggi?

Certamente. Pensiamo alla folla a Kiev durante le proteste del 2013 e del 2014. Pensiamo alle piazze di Mosca, anche nei mesi più recenti. Ogni volta che è di fronte al popolo che si ribella, credo che Putin ricordi quello che è successo a Dresda: tutte le sue paure più profonde riemergono. Sono proprio le rivolte pacifiche a cui ha assistito da giovane in Germania Est a perseguitarlo e dato l’esito che diedero allora, non c’è da sorprendersi. Ecco perché il timore delle piazze lo accompagna sempre.

Dai tempi di Dresda chi sono le persone che gli sono rimaste accanto?

Il più famoso è Sergey Chemezov, ora amministratore delegato dell’azienda militare e di high-tech statale Rostec.

Donald Trump ha aiutato a far rivivere i sogni neo-imperiali della Russia?

Putin ha creduto di trovare in Trump un potenziale alleato alla Casa Bianca, facendo affari con lui, proprio come avvenne ai tempi di Carter e Breznev.

Non solo veleni: Mosca deride Londra con i troll

“Pensiamo ci sia la schiacciante probabilità che sia stato Putin in persona a decidere di utilizzare un agente nervino sulle strade del Regno Unito, in Europa, per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale”. La tensione fra Regno Unito e Federazione Russa è al culmine, se il ministro degli Esteri Boris Johnson arriva ad accusare il presidente russo di aver ordinato personalmente l’avvelenamento dell’ex spia Sergei Skripal e di sua figlia Yulia, da 12 giorni in condizioni gravissime all’ospedale di Salisbury.

È un’accusa senza precedenti. Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov l’ha definita “una scioccante e imperdonabile violazione dei codici diplomatici”. Di fatto, prove inoppugnabili non ce ne sono e questa escalation è tutta sul filo delle probabilità. Acqua al mulino delle autorità russe, che hanno sempre negato qualsiasi coinvolgimento nell’attacco: anzi, rilanciano sostenendo che si tratti di una messinscena occidentale mirata a screditare la Federazione.

Un martellamento che passa per i media, quasi tutti controllati dalla Stato, compreso il canale televisivo in inglese Russia Today che è diventato in pochi anni una formidabile macchina di propaganda putiniana all’estero e per questo rischia, dopo gli ultimi sviluppi, di essere chiusa nel Regno Unito.

Fra le fonti da seguire, per gli osservatori di questa escalation, ci sono gli account twitter del ministero degli Esteri e dell’ambasciata russa a Londra, che alternano annunci ufficiali ad aperte derisioni dei leader occidentali. Il 14 marzo scorso, giorno in cui la May ha annunciato le sanzioni contro la Russia, l’ambasciata twitta l’immagine di un termometro nel ghiaccio: “La temperatura dei rapporti anglo-russi è a -23, ma noi non temiamo il freddo”. Poco prima, un cartello “fake news” commentava le ricostruzioni di stampa. Tweet studiati per diventare virali: una strategia comunicativa molto vicina al trolling – un trolling di stato – efficace già in passato per ridicolizzare i nemici e galvanizzare il nazionalismo russo rimanendo entro i confini dell’ironia. Come per l’hashtag #HighlyLikelyRussia (#moltoprobabilmenterussia) utilizzato dal ministero degli Esteri a commento di qualsiasi critica di provenienza occidentale.

Intanto, un nuovo sviluppo rischia di aggravare la situazione. La polizia britannica ha aperto un’indagine sulla morte a Londra, il 12 marzo, di Nikolai Glushkov, ex socio dell’oligarca anti-Putin, Boris Berezovski. Sarebbe morto non per cause naturali, come ipotizzato all’inizio, ma a causa di una “forte pressione sul collo”.

Sulla sua fine – così come sul tentato omicidio di Yulia Skripal – indagano anche i poliziotti russi: che accusano i colleghi britannici di non collaborare.

Dopo la pizza griffata Cracco c’è solo la trippa informale

Forse si è scoperto che cosa ci faceva Carlo Cracco nel suo bagno, nella sua cucina, nel suo living. Isolato da tutto e da tutti, “solo Carlo” stava concependo la sua ultima invenzione in religioso raccoglimento: la Pizza Margherita. Questa mi pare di averla già sentita, dirà qualcuno; eh sì, ma questa non è una Margherita come le altre, questa è una Margherita griffata, firmata, stellata; una Pizza che sarebbe più giusto chiamare Carla, o addirittura Cracca. Come tutti i grandi chef da cui siamo ormai circondati, Cracco non cucina. Cracco osa. Dal “cestino gourmet” del Frecciarossa alle patatine San Carlo in busta. Inoltre, come ogni vero artista, lui rivisita. Liszt rivisitava Paganini, Bacon rivisitava Velazquez; Cracco ha rivisitato la Margherita. Impasto di cereali combinati tra loro (come i giudici di Masterchef), mozzarella cruda, basilico “rivisitato” in favore dell’origano. La cosa più rivisitata di tutte è il prezzo: per gustare la Pizza Cracca nel ristorante appena aperto in Galleria a Milano ci vogliono 16 euro. Tariffa stellata, anzi, stellare, roba che Sgarbi deve passare il resto dei suoi giorni a fare selfie. Il web è insorto, ma questo non fa notizia, ormai insorge a prescindere. Magari la Cracca è pure buona, ma il dubbio è un altro. Passino gli occhiali, i profumi, le infradito; ma ora pure la pizza firmata. Andiamo verso il minestrone d’autore, gli spaghi cubisti, la trippa informale? Sempre più dalle stelle alle stalle: però solo stalle stellate.