Quando il gioco può diventare una malattia

“Il risparmio costa sudore e nessuno ti regala nulla: si deve cambiare il modello culturale propagandato anche dalla tv pubblica in trasmissioni come quelle dei pacchi”

(da “Cleptocrazia” di Elio Lannutti – Imprimatur, 2013 – pag. 140)

 

Mentre il Movimento 5 Stelle vince le elezioni e diventa il primo partito, con un programma alternativo che – oltre al “cavallo di battaglia” del reddito di cittadinanza e ad altri interventi innovativi – prevede l’abolizione delle slot machine, la giustizia amministrativa blocca il provvedimento con cui il governo uscente aveva già deciso di ridurne il numero. Può essere anche questo un piccolo test per misurare la distanza fra il radicalismo dei cinquestelle e il conservatorismo sociale del sistema. E perciò il caso delle infernali macchinette mangiasoldi, disseminate nei bar, nelle tabaccherie e negli stabilimenti balneari, assume un valore mediatico e pedagogico per contrastare la ludopatia, il racket e il riciclaggio di denaro.

Al momento si calcola che siano 407 mila le slot machine installate su tutto il territorio nazionale: un numero troppo elevato e una diffusione troppo capillare per poter tutelare innanzitutto i minori e gli anziani, cioè la fasce di popolazione più esposte a questa “tentazione fatale” che spesso rischia di diventare una dipendenza o una vera e propria malattia. Un colossale giro d’affari di 50 miliardi di euro all’anno, 39 restituiti in vincite, con una spesa netta complessiva di 11 miliardi, di cui la metà va allo Stato come gettito erariale (circa sei miliardi).

In base alla legge di Stabilità del 2016 e alla manovra correttiva del 2017, s’era stabilito di ridurre del 35% la presenza delle macchinette per portarle a 265 mila entro aprile di quest’anno. La maggior parte dei concessionari s’era mostrata favorevole alla proposta, proprio per conciliare le esigenze di sicurezza, trasparenza e salute dei giocatori con la tutela della legalità e salvaguardare una parte delle entrate erariali che derivano dal gioco. Tanto da avviare l’operazione in due fasi: una prima tranche (16%) entro il 31 dicembre scorso e una seconda (19%) da concludere entro il prossimo mese.

Ma a questo punto è intervenuto l’immancabile Tar del Lazio a congelare la bonifica. Su ricorso di “Codere”, una delle società concessionarie di slot machine, multinazionale del gioco con sede a Madrid che opera in Italia dal 2000, il Tribunale ha sospeso la riduzione di una gran parte delle sue macchinette.

Senza entrare qui nei dettagli tecnici e giuridici della vicenda, sulla base di un’interpretazione restrittiva della legge di Stabilità 2016 – contraria a quella dei concorrenti – gli spagnoli ne hanno approfittato per accrescere la loro presenza, acquistando 2.593 nuovi certificati che abilitano a installare gli apparecchi per il gioco d’azzardo. Ora l’ultima parola spetta al Tar che si riunirà in Camera di consiglio il 21 marzo, per decidere se ribaltare o meno l’accordo raggiunto fra Parlamento, governo, Monopoli di Stato e concessionari.

Certo, non sono soltanto le famigerate slot machine ad alimentare la ludopatia nel nostro Paese. Anche la televisione, compresa quella pubblica, con i suoi quiz a premi ha molte responsabilità nella diffusione di un’ideologia del “denaro facile”, del “colpo grosso”, del “rischiatutto”. E in questo senso, appunto, si tratta di una questione di rilevanza sociale, mediatica e pedagogica. Occorre sostituire un vecchio modello consumistico con uno più moderno e consapevole, fondato sull’impegno, sul merito e sul risparmio.

Oggi le priorità definiscono la coalizione

Spieghiamo qui le ragioni per cui promuoviamo la creazione di un Governo Costituzionale di Salute Pubblica che dia al Paese agibilità democratica, dopo oltre sei anni di sospensione della democrazia. È un governo fondato sulle condizioni materiali che hanno determinato l’esito del voto e che inverte la prospettiva: le priorità politiche emerse dal voto definiscono la coalizione, e non viceversa. Naturalmente, spetta al presidente della Repubblica indicarne la guida alla forza politica organizzata che rappresenta un terzo dell’elettorato del Paese, e conferirle l’incarico attuativo della volontà popolare. Infatti il Governo Costituzionale di Salute Pubblica non è uno strappo costituzionale, ma anzi ricompone il patto costitutivo della Repubblica, lacerato dalla reazione antidemocratica di Napolitano al referendum sui beni comuni del 2011, che indebolì Berlusconi, per cui fu rimosso e sostituito con tecnocrati, da Monti a Gentiloni. Questa applicazione italiana del neoliberismo viene sconfitta ora una terza volta, dopo la sua seconda débâcle nel referendum costituzionale del 4 dicembre. Il nemico è chiaro e altrettanto lo sono le emergenze di salute pubblica che il Governo Costituzionale affronterà. La forza politica che per tre volte ha sconfitto il neoliberismo è quella del popolo contro l’élite. I parlamentari che si schiereranno col popolo sovrano nel suo scontro mortale con il neoliberismo (si muore sul lavoro, per diseguaglianza, per indigenza) potranno contribuire a indicare le personalità più coerenti con l’implementazione del programma di Salute Pubblica. L’apparato di riferimento è nell’ Art. 1 (lavoro, democrazia e sovranità popolare) e nell’ Art. 3 della Costituzione: “È compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione… politica economica e sociale…”. Il Governo Costituzionale, e perciò antifascista, serve a chiudere la parentesi neoliberale e togliere le tracce dell’opera rifiutata a larga maggioranza dal popolo nei due referendum del 2011 e 2016 e infine in questo voto, con un’ azione di legislatura nei seguenti ambiti:

1. Lotta al lavoro precario

2. Abolizione della legge Fornero

3. Rinegoziazione radicale delle obbligazioni internazionali in primis quelle con Eurogruppo e per spese militari

4. Ripristino di spazi di democrazia effettiva contro decisionismi verticali, cosa che va oltre la sola legge elettorale

5. Grande piano di cura del territorio per generare lavoro, beni comuni e ambiente

Le risorse per questo programma vengono dalla piena attuazione del principio di progressività fiscale, dalla lotta contro rendita, sprechi, privilegio e corruzione, dalla tassazione giusta ed efficace di colossi internazionali come Google, Facebook e Amazon, che oggi dominano vita politica ed economica e sostanzialmente non pagano tasse. Sarà prioritario denunciare, in un’Italia che è in avanzo primario dal 92, un debito pubblico che continua a crescere, e riconoscere e denunciare le sue componenti più odiose. M5S è nato come critica radicale del neoliberismo, critica mutuata dai movimenti sociali e strutturata ai fini della rappresentanza politica: ambientalismo, decrescita, beni comuni, problemi della trasformazione tecnologica e della partecipazione diretta, lotta al privilegio. Fin dal 2011 questo è ciò che la maggioranza del popolo vuole. La prima forza politica del paese deve intraprendere il cammino di salute pubblica. La maggioranza del popolo italiano rifiuta il neoliberismo e sosterrà i parlamentari che si impegneranno per superarlo, indipendentemente dal colore politico. Noi, intellettuali critici, vogliamo e dobbiamo contribuire alla mobilitazione popolare per emanciparsi dal neoliberismo.

Vincitori, vinti e non partecipanti

Se c’è qualcosa di più eloquente dell’autoritratto del nostro Paese venuto fuori il 4 marzo è la pletora di reazioni, commenti e interviste che ne è derivata. In primis, l’autocritica del primattorgiovane Renzi risoltasi, in linea col personaggio, in un mea culpa per non aver fatto di testa sua per quanto riguardava la data delle elezioni e l’impostazione della campagna elettorale: in pratica un’autocritica… degli altri, dal presidente della Repubblica al presidente del Consiglio. A seguire, gli interventi dei suoi pasdaran, sconvolti dall’inatteso crepuscolo del loro dio (e in preda al panico all’idea che essendo stati, chi più, chi meno, tutti da lui miracolati, alla sua rimozione dagli altari possa seguire una verifica a posteriori dei suoi miracoli), i quali pasdaran se la sono presa con la defezione di rottamati e rottamandi del Pd che, impermaliti per qualche simpatico coro a loro dedicato (fuo-ri, fuo-ri), non avevano esitato (anche se avevano esitato un po’ troppo) a pugnalare i loro rottamatori alle spalle togliendo il disturbo. Questi altri, a loro volta, si sono rammaricati per non essere riusciti a farsi capire da un elettorato rivelatosi più zuccone del previsto; in ciò concordando con gli ex compagni, e forse trovando fin d’ora con loro una possibile piattaforma d’intesa programmatica per il futuro: un’altra bella riforma elettorale con abolizione del suffragio universale, e diritto di voto riservato solo a chi (li) capisce; conseguente sostituzione della parola “aristocratico” alla parola “democratico” nella ragione sociale del partito nuovo; abolizione anche del popolo, in modo da togliere la terra sotto i piedi ai populisti.

E poi un vecchio clown entrato in crisi proprio ora che riesce a suscitare ilarità non solo con le sue gag, o col suo esilarante culto della (propria) personalità, ma con tutto quello che dice, intento a fingere di non essere quello che è: una specie di Calvero costretto ad assistere, dalla grancassa dentro la quale è rimasto imprigionato, alle evoluzioni di una ballerina che danza sulle note dell’Arlecchinata, la quale non è però la dolce Claire Bloom di Limelight, ma un professionista della politica e dell’antipolitica insieme, passato dall’ampolla con l’acqua del dio Po a un’altra (o è la stessa?) con l’acqua di Lourdes, ma ugualmente apprezzato per come sa fare la faccia feroce. A debita distanza i fautori del Potere al popolo, trionfanti per aver conquistato alla causa delle masse popolari da loro rappresentate un numero di voti pari a circa un trentaduesimo dei nemici del popolo della coalizione di centrodestra.

“Cominciamo bene…” deve essersi detto invece più d’uno dei 334 parlamentari 5Stelle, arrivati al Roma con la stessa baldanza con cui Rastignac arriva a Parigi (Parigi, a noi due!), giusto per sentirsi notificare, con l’obbligo di votarli, i nomi dei capigruppo di Camera e Senato scelti per opera e virtù non dello spirito santo, ma di Luigi Di Maio. Un modo come un altro per attenuare la diffidenza per la loro eccessiva diversità da quei partiti nei quali gli eletti sono in realtà nominati; e anche per trovare un primo punto d’incontro con chi maligna che la loro è una democrazia diretta sì, ma dall’alto. Per favore, qualcuno consigli a questi giovani di belle speranze di ripetere tre volte al giorno ad alta voce quel proverbiale distico in endecasillabi contenuto nella Celidora di Andrea Casotti, il cui secondo verso è costituito dalla parola precipitevolissimevolmente.

Ecco, se gli avanza tempo, non sarebbe male che tutti questi, e qualcun altro con loro, prestassero un po’ d’attenzione a un dato stranamente passato sotto silenzio: le elezioni del 4 marzo hanno fatto registrare il più alto tasso di astensione della storia della Repubblica, con oltre un milione di non votanti in più rispetto al record registrato nel 2013. Vogliamo tenere conto anche di loro, o tutti sono uguali, ma alcuni sono meno uguali degli altri? Significherà pure qualcosa il fatto che su 46 milioni di elettori, quasi 14 milioni (3 in più dei voti riportati dal partito risultato primo alle elezioni) hanno rinunciato a votare, e che se si fa riferimento all’intero corpo elettorale, e non ai soli votanti, il consenso riscosso dalla coalizione che ha avuto in mano l’Italia ultimamente non va oltre un misero 14%.

Del resto, qualcosa non può non significare anche un altro fatto, e cioè che le liste alle quali era andato l’endorsement di presidenti della Repubblica emeriti, mancati, o in pectore (loro), intellettuali e artisti prodighi di appelli, teste pensanti di (ex?) giornaloni, opinion maker e king maker assortiti, i quali avevano gettato sulla bilancia tutta la loro autorevolezza (“Pesate anche questa!”), hanno ottenuto un numero di voti pari rispettivamente a un quindicesimo (+Europa) e a un settantesimo (Insieme) di quanti non sono andati a votare.

Non sarà il caso di invitare anche tutti questi illustri sponsor ad accomodarsi sul carro dei perdenti?

Mail box

 

Alcune precisazioni al mio commento sul Fatto

Nel mio articolo dal titolo “Csm, il giusto processo non è di casa” apparso su codesto quotidiano lo scorso 13 marzo è stato omesso, evidentemente per motivi tipografici, il seguente periodo: “Le relative istanze di ricusazione rigettate sulla base di un orientamento affermato nel 2009 dalle SS. UU. civili della Cassazione secondo cui ‘la disciplina applicabile in materia di ricusazione del giudice disciplinare è quella prevista dal codice di procedura civile, il quale non prevede, a differenza di quello di procedura penale, l’ipotesi di ‘chi ha manifestato il suo parere sull’oggetto del procedimento fuori dell’esercizio delle funzioni giudiziarie’ (ord. sez. disc. n° 130/2014, richiamata dal P.G. di udienza)”. Era questo “l’orientamento”, da me, nell’articolo, ritenuto “del tutto irragionevole” – (dovendosi, invece, applicare, per espressa disposizione di legge, le norme del codice di p.p.) – che consente alla sezione disciplinare del Csm di rigettare istanze di ricusazione nei confronti di componenti di essa che abbiano, in sede di Prima commissione, manifestato giudizi o pareri, o convincimenti sulla medesima vicenda oggetto del procedimento disciplinare.

Antonio Esposito

 

Oltre alla crisi e agli errori, le banche pagano la malafede

La Ue cerca di affossare il sistema bancario, principalmente italiano, con la nuova direttiva sui Npl (sofferenze bancarie) che dovrebbero essere eliminate, invece che gestite in proprio, cedendole al 15% del valore ai fondi speculativi, che poi ci guadagneranno anche il 100%. Ma il problema è un altro: nel ’79 feci il primo dei 21 anni che ho passato lavorando in banca: allora le sofferenze del sistema, e anche della banca dove lavoravo, erano intorno all’1,5%, già preoccupanti, mentre ora superano il 12%. La domanda è: come è stato possibile che le sofferenze siano state lasciate crescere di 8 volte rispetto ad allora? Va bene la crisi, gli errori di gestione, la congiuntura, ma qui bisogna ammettere che c’è stato un uso truffaldino smodato del denaro della clientela, per alimentare credito a personaggi che non avevano alcuna credibilità nè diritto a ottenerlo. Ma erano tutti amici degli amici o erano tutti tonti i banchieri che ignoravano pure le basi della tecnica bancaria?

Enrico Costantini

 

Senza maggioranze chiare potrebbero tornare i tecnici

Mentre si stanno svolgendo le grandi manovre su chi farà il governo e mentre l’offeso infante di Rignano porta all’opposizione il suo Pd, nessuno o quasi si sofferma sul silenzio di Mattarella, il quale ritengo abbia già in testa una soluzione. Ed è probabile che prima Mattarella aspetti l’accordo dei partiti sulle presidenze di Camera e Senato, e poi che dia l’incarico di fare il governo a Di Maio o a Salvini o a chi dimostra di avere una maggioranza. Sembra che l’ultima ipotesi sia la più probabile, ma che Mattarella tiferebbe per la nomina di un premier in assenza di una maggioranza. In tal caso, purtroppo si rischierebbe il ritorno dell’ingessato Monti.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Il reddito di cittadinanza come diritto universale

L’avvento della robotizzazione spinta delle catene di produzione, che l’industria 4.0 sta consentendo, non va intesa in termini catastrofici. Non si deve intendere che “i robot ci toglieranno il lavoro”, ma i robot ci consentiranno di usufruire di beni alleviando l’uomo dallo svolgere compiti ripetitivi e alienanti, consentendogli di dedicare molto più tempo ad attività creative, alla socialità, alla famiglia, insomma a tutto ciò che è sempre stato negato ai più, costretti a dedicare gran parte della propria vita alla routine lavorativa per avere un reddito con cui vivere. Il punto focale del reddito di cittadinanza è che l’umanità ha finalmente l’opportunità di poter cambiare visione e cominciare a considerare di focale priorità la propria essenza. Lavorare per avere un reddito è il paradigma che ha condizionato l’uomo per millenni, ora possiamo finalmente cambiarlo. Il reddito deve diventare un diritto universale e inalienabile.

Agostino Rolando

 

Di Maio scelga la presidenza o un esecutivo 5 Stelle-Pd

Seguo con attenzione le mosse politiche di questo periodo e l’editoriale del direttore di ieri mi trova pienamente d’accordo. Io sono di sinistra, e probabilmente rimarrò di sinistra per sempre, eppure ho votato il Movimento 5 Stelle, perciò sarei ben felice di vedere un governo tra i due. Vengo però a sapere che, se il Pd rimane freddo, il M5S lo è di più. Una domanda per Di Maio, allora: tra la poltrona di presidente del Consiglio e le idee nel programma del suo movimento, chi butterebbe giù dalla torre? Se sono quel che dicono di essere, la risposta non dovrebbe essere scontata?

G.C.

 

I NOSTRI ERRORI

A pagina 8 del Fatto Quotidiano di ieri, a corredo dell’articolo “Accusato di peculato in Calabria, sequestro di 200 mila euro all’ex deputato Galati”, è stata per errore pubblicata una foto del senatore Ciro Falanga, totalmente estraneo alla vicenda. Dell’errore ci scusiamo con gli interessati e con i lettori.

Fq

Scuola, l’ossessione per le procedure è una peste del nostro tempo

Il professor Settisè uomo di indiscutibile valore e prestigio e, proprio in virtù di tali elementi, appare del tutto incomprensibile come possa aver scritto un articolo così pressappochista sulla scuola, nell’edizione di giovedì del Fatto. Nessuno tra coloro che si occupano di discipline pedagogiche e didattiche pensa che si possa insegnare qualcosa senza conoscere l’oggetto dell’insegnamento. Ciò che, al contrario, sostengono i pedagogisti è che conoscere l’oggetto di insegnamento non è di per sé sufficiente: vi è bisogno di padroneggiare le metodologie didattiche. La convinzione che chi sa qualcosa sa anche insegnare è un’idea che a lungo ha dominato il quadro culturale italiano e ha impedito che penetrasse una cultura pedagogica democratica.

Nella scuola di oggi entrano persone che negli anni in cui Settis frequentava la scuola erano alla porta. Oggi le classi sono molto più composite con allievi con cittadinanza non italiana, allievi con disabilità, ecc. È la sfida della scuola di massa che deve essere anche scuola di qualità per tutti e le competenze pedagogiche e didattiche sono necessarie per garantire ciò.

Il rischio dell’approccio di Settis è la selezione sociale: chi può, chi ha gli strumenti, chi dispone di un capitale sociale e culturale sufficiente ce la fa. E gli altri?

Secondo il prof. Fiorucci, il passaggio dalla scuola di élite alla scuola di massa comporta necessariamente il trionfo della didattica, e ridare priorità alla profonda conoscenza delle discipline e allo spirito critico vuol dire difesa delle élite. Assiomi non dimostrati, che dunque non è possibile confutare. A me pare che l’ossessione per le procedure sia, e non solo nella scuola, una peste del nostro tempo. Anche la burocrazia si alimenta e si autolegittima con un’infinita catena di “come” che offuscano la sostanza delle cose de-responsabilizzando gli operatori, generando contenzioso, allungando i tempi. Ma la scuola non può diventare piatto rituale burocratico, dal quale si salvi, come già sta accadendo, solo chi può permetterselo (questo sì che è elitismo). In quel grande evento di massa che fu il Discorso della Montagna, Gesù conquistò l’uditorio e cambiò il corso della storia non perché avesse seguito corsi di pedagogia, ma perché credeva davvero in quello che diceva.

Insulti sessisti ai collaboratori: prefetto sospeso

È stato sospeso per tre mesi dall’incarico il prefetto della provincia di Salerno, Salvatore Malfi. Il provvedimento è stato emesso al termine di un’indagine condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Vercelli e dalla Guardia di Finanza di Vercelli, coordinata dalla locale Procura. La misura è stata applicata per abuso d’ufficio commesso dal pubblico ufficiale, all’epoca dei fatti Prefetto della Provincia di Vercelli, nei confronti dei suoi più stretti collaboratori verso i quali avrebbe “in una pluralità di occasioni, ingenerato un clima di costante terrore e di estrema tensione negli uffici prefettizi”.

In particolare, si legge ancora in una nota, “l’indagato era solito rivolgersi ai dipendenti con espressioni ingiuriose, a sfondo sessista, umilianti e denigratorie, utilizzando toni ed atteggiamenti discriminatori e minacciandoli finanche di morte”. Dall’indagine emergono anche “delitti contro l’assistenza familiare e contro la persona”, La nota, infine, precisa che “il provvedimento rientra in un più ampio contesto di indagine nel settore della spesa pubblica, con particolare riferimento alla gestione del servizio per l’accoglienza dei richiedenti asilo”.

Adesso le carte della Commissione arrivano in Procura

Gli atti della commissione d’inchiesta su Aldo Moro presieduta dall’onorevole Giuseppe Fioroni (Pd) saranno trasmessi alla Procura di Roma e messi disposizione dell’autorità inquirente. E ieri mattina infatti lo stesso Fioroni ha incontrato a piazzale Clodio il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone.

Sulla vicenda Moro indaga anche il capo della Procura generale di Roma, Giovanni Salvi, in particolare per quanto riguarda la strage di via Fani. Non è escluso che dai documenti, per anni al vaglio della Commissione, emergano nuovi spunti su inchieste ancora aperte legate alla strage del 16 marzo e ai 55 giorni di sequestro e l’omicidio del presidente della Dc.

Quello di via Montalcini infatti potrebbe non essere stato l’unico luogo di prigionia per Moro: dalle carte della Commissione emerge un possibile altro luogo, in zona Balduina, dove il presidente della Democrazia Cristiana sarebbe stato tenuto prigioniero nei giorni del sequestro. La documentazione della Commissione viene acquisita dal pm Eugenio Albamonte titolare delle inchieste ancora aperte sul caso.

Via Fani, una corona e via “Un oltraggio le Br star tv”

Arriva Mattarella col corteo presidenziale puntuale alle nove del mattino. La Camilluccia è intasata, le altre strade che portano in via Mario Fani pure. In strada, ad aspettare il presidente, una folla di politici. Grasso, Boldrini, Finocchiaro, Martina, Rosato, Zingaretti, la sindaca di Roma, Virginia Raggi, e poi autorità istituzionali. I giornalisti tanti, la gente poca. Ragazzi e ragazze, forse di una scolaresca, scarsi gli anziani. Neppure dai balconi dei palazzi di via Stresa c’è gente affacciata. Il capo dello Stato depone la corona di fiori in ricordo di Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino, gli “angeli custodi” di Moro, tutti trucidati quarant’anni fa, e la tromba intona il silenzio. Poi Mattarella stringe qualche mano, si guarda intorno, fa pochi passi verso la piccola folla di ragazzi dietro le transenne. Non si ferma e va via.

Quarantennale mesto, in tono assolutamente minore, senza gente e senza i “fasti” temuti via Facebook dalla ex brigatista Barbara Balzerani. Chi c’era, quel 16 marzo di quarant’anni fa, ora è vecchio e forse non ha neppure voglia di parlare. Chi non era nato, poco ha saputo di quella strage. Il Paese non ha memoria, nessuno l’ha coltivata, non conosce la sua storia e quello che significò il 16 marzo 1978 per la democrazia italiana. Il rapimento di Aldo Moro, quel sequestro durato 55 giorni, la sua morte, sono diventati “il caso Moro”, come la strage di Portella delle Ginestre, Piazza Fontana, l’Italicus e Piazza della Loggia a Brescia, i tentativi di golpe degli anni Settanta e il terrorismo “rosso”, le stragi di mafia e le trattative: misteri senza verità riconosciute, credibili e condivise. Il Paese non ha mai voluto fare i conti fino in fondo con il suo passato più nero e tragico. Quattro processi, due Commissioni parlamentari d’inchiesta, migliaia di file e fascicoli dove sono racchiuse più verità possibili, “il caso Moro” è ancora questo a distanza di quarant’anni. A cominciare da via Fani. Quanti erano i brigatisti del commando? E chi era l’uomo a bordo di una moto che pattugliava la zona, il mafioso calabrese Nirta, o un agente di Servizi segreti stranieri? E chi era l’uomo abilissimo col mitra dentro il gruppo di fuoco Br? E quella pattuglia di agenti dei Servizi infiltrati e condizionati dalla P2 di cui si parla e si dice che fossero presenti in via Fani fin dalla mattina, quindi ben prima dell’assalto a Moro e alla sua scorta? Misteri sopra misteri. Il resto è una cerimonia mesta e sbrigativa. Poi ci sono le parole. Quelle dei brigatisti che in questi giorni stanno facendo il giro delle sette chiese televisive. Offrono la stessa narrazione da quarant’anni. Con scarsi cenni di pentimento e mai un fatto nuovo, una rivelazione in più che possa offrire squarci di verità ancora inesplorate. Eppure, denuncia infastidito Franco Gabrielli, il capo della Polizia, li accolgono in “asettici studi televisivi come se stessero discettando della quintessenza della verità rivelata, un oltraggio per chi ha dato il sangue e la vita per questo Paese”. Alcuni vengono addirittura definiti “dirigenti della colonna romana della Br. Io credo che le parole debbano avere un peso e un significato, questi signori, queste signore, erano delinquenti due volte perché non solo uccidevano, rapinavano, privavano agli affetti di mogli, di figli, di padri, di madri, ma cercavano, in una logica di morte, di sovvertire le istituzioni democratiche del Paese”.

La sindaca Raggi scopre la lapide in ricordo delle vittime di via Fani in un giardinetto di via Igea, a pochi passi dal luogo della strage, Mattarella è già via, i politici ancora presenti in via Fani sono contesi da taccuini e telecamere per una battuta buona per un titolo sulla crisi di governo. Salvini che fa? E il Pd dialoga con Di Maio o con Berlusconi? Ma c’è spazio per dichiarazioni, post su Fb e tweet dedicati al quarantennale. Tutti, ovviamente, vogliono la verità sul “caso Moro”. Quella verità che in quarant’anni non è stata ancora trovata.

“Il primo covo: così fu nascosto Moro tra Ior, Servizi e Usa”

Pubblichiamo ampi stralci dell’intervista che Sergio Flamigni ha rilasciato a Vindice Lecis per “Fuoripagina”

La verità avanza troppo lentamente nelle nebbie delle complicità e delle connivenze internazionali che hanno impedito che si facesse piena luce sul rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. La vulgata ufficiale, la pax tra brigatisti e lo Stato basata sul famoso memoriale Morucci benedetto dalla Dc, è sempre meno credibile. Il protagonista instancabile della ricerca della verità è Sergio Flamigni, classe 1925, parlamentare Pci dal 1968 al 1987, e componente delle commissioni parlamentari d’inchiesta sul Caso Moro, Antimafia e sulla P2. È autore di numerosi e approfonditi saggi sul caso Moro e sull’eversione. Ecco cosa dice oggi, a 40 anni da via Fani: “La verità che conosciamo è solo parziale. C’è chi non vuole che si conosca. Soprattutto da parte di chi ha avuto la gestione degli apparati di sicurezza e ha sostenuto le tesi di comodo per nascondere come si sono svolti i fatti e quali siano stati i reali protagonisti”.

Il nodo è sempre il memoriale Morucci, base di quello che lei chiama il patto di omertà. Tra chi?

Tra pezzi dello Stato e terroristi. Nel mio libro del 2014 ponevo una serie di interrogativi relativi ai buchi neri del caso Moro. Ad esempio, di quale apparato fu la regia dell’operazione del 18 aprile 1978, quella del comunicato falso del lago della Duchessa e della ‘scoperta’ del covo di via Gradoli?

La commissione presieduta dal senatore Fioroni però questa volta scioglie qualche nodo…

Scopre alcuni fatti che la inducono a non dare credito alle verità di comodo che i brigatisti e gli apparati ci hanno sempre raccontato. Ci sono anche le verità indicibili: quelle coperte dal segreto, riguardanti complicità dei servizi segreti diretti da uomini della P2, oppure relative alle ingerenze straniere che ebbero parte nella vicenda Moro. Le verità dicibili, sono le verità di comodo, del memoriale Morucci e Faranda. Quel memoriale, sollecitato dal capo del Sisde, redatto dal giornalista Cavedon, consegnato da suor Tersilla Barillà al presidente Cossiga il 13 marzo 1990, venne da lui trasmesso al ministro dell’Interno Gava tramite il prefetto Mosino solo il 26 aprile dello stesso anno. Che a sua volta lo fece pervenire finalmente alla Procura. Da allora quella è stata considerata la verità.

Invece di che cosa si tratta?

Di una sequenza di falsità. Ma la Commissione Moro che ha lavorato nell’ultima legislatura, ha accertato l’origine deviante e il contenuto menzognero del memoriale Morucci, secondo il quale l’operazione Moro sarebbe stata compiuta dalle sole Br. La verità è che l’affare Moro costituisce un’operazione internazionale su cui continua il segreto di Stato in vari Paesi. È un intrigo internazionale. Non è mai stato individuato il tiratore che in via Fani ha sparato 49 dei 90 colpi usati dai terroristi.

I punti oscuri sono numerosi. Ad esempio la gestione dei 55 giorni.

Molti dovrebbero ricordare, e anche il Corriere della Sera, che sembra non avere troppi dubbi sul memoriale di comodo, che in quei 55 giorni la P2 controllava totalmente i comitati di crisi. Piduisti erano i dirigenti dei Servizi segreti, da Santovito a Grassini a Federico Umberto D’Amato, dai generali Giudice e Lo Prete agli ammiragli Torrisi e Geraci, ai prefetti Pelosi e Guccione, che rispondevano a Licio Gelli. E almeno quella cinquantina di uomini che da loro dipendevano e facevano parte degli organi operativi. Costoro non hanno condotto indagini per scoprire la prigione di Moro e, anzi, hanno depistato. Che senso ha oggi consentire ai brigatisti, sui giornali e in televisione, di esporre le loro verità di comodo omettendo invece questioni di grande rilevanza? Con loro prevale una verità concordata con funzionari dei Servizi, dirigenti della Dc e uomini di governo.

Che cosa si vuole offuscare?

Principalmente vengono messi in ombra gli aspetti internazionali del caso Moro, il ruolo degli alleati, il ruolo svolto dall’americano Steve Pieczenik che si è vantato di avere indotto le Br a uccidere Moro e di essere così riuscito a stabilizzare l’Italia. Moro non era amato e, anzi, veniva contrastato dagli Usa che non vedevano di buon occhio la sua apertura ai comunisti.

Torniamo alle prigioni di Moro: qualcuno crede ancora a via Montalcini?

La prigione di via Montalcini descritta dai brigatisti era un angusto vano di tre metri di lunghezza e 90 centimetri di larghezza, dotato di un wc chimico. Secondo la verità ufficiale, in quella prigione, Moro immobilizzato su una brandina, avrebbe scritto le lettere e il memoriale per rispondere all’interrogatorio dei brigatisti. Dopo l’assassinio, i medici legali nel procedere alla svestizione prima dell’autopsia, rinvennero della sabbia nel risvolto dei pantaloni, nei calzini e sotto le scarpe dove vi erano anche residui di bitume, materiali dello stesso tipo erano anche nei pneumatici e nei pianali della Renault. Durante l’ispezione del cadavere, il professore Maraccino, coordinatore dei periti, constatò il colore abbronzato delle parti del corpo di solito esposte alla luce e ciò, aggiunto alla sabbia, gli fece pensare che fosse stato al mare; la muscolatura non era atrofizzata ma solida. Non erano le condizioni di un corpo che avesse sofferto una restrizione in quel bugigattolo che la tv ci ha trasmesso anche in questi giorni. Già da allora sarebbe stato utile prendere atto della bugia brigatista sull’unica prigione.

La commissione rivela che un altro covo è stato utilizzato: quello di via Massimi, in una palazzina sospetta.

Esatto. La commissione ha scoperto via Massimi 91 come prima prigione, dopo via Fani. Solo questo dovrebbe far saltare il memoriale Morucci con il florilegio di falsità, sul trasbordo di Moro in piazza Madonna del Cenacolo e trasporto fino al nuovo trasbordo nel magazzino della Standa e poi destinazione via Montalcini. La Commissione ha invece individuato con certezza l’arrivo di Moro dopo l’agguato nel compiacente garage della palazzina di via Massimi, otto minuti di auto da via Fani. Uno stabile di proprietà dello Ior, abitato anche da alcuni cardinali e frequentato dall’arcivescovo Marcinkus. Non solo: si accerta che nello stabile operava la sede di un ufficio di intelligence Usa che lavorava con la Nato. Inoltre viene rivelato che un ufficiale dell’aeronautica e sua moglie, entrambi legati all’area di Autonomia e inquilini nella stessa palazzina, hanno ammesso di avere dato ospitalita al br Prospero Gallinari nell’autunno 1978.

Dopo via Massimi, dove fu portato Moro?

In una zona del litorale romano, probabilmente a Palo Laziale. Il 21 marzo venne segnalata al Sismi la presenza di Moro in quella zona. Cossiga allertò gli incursori della Marina militare, ma alle 13 li smobilitò e di questo non fornì spiegazioni plausibili. Quella zona è adiacente al lido di Palidoro, proprio quel tratto di spiaggia che il professore Lombardi, nelle conclusioni della sua perizia, dà per certo essere il luogo di provenienza della sabbia e altri materiali rinvenuti su alcuni indumenti e sotto le scarpe di Moro e nella Renault. Preciso: Lido di Palidoro e non Lido di Ostia dove la Faranda e la Balzarani dicono di essere andate a prendere la sabbia e l’acqua di mare per inscenare un’azione di depistaggio. Ma vorrei concludere ancora sulla prigione di via Massimi…

La considera una scoperta importante?

Sì, perché conferma quanto il caso Moro avesse attori e dimensione internazionali. Solo ora scopriamo che due appartamenti di un intero piano erano occupati da monsignor Vagnozzi, il cardinale già nunzio apostolico negli Usa. Secondo un testimone, Moro avrebbe fatto visita a Vagnozzi in momenti politici delicati. Lo stabile era poi frequentato dallo stesso Marcinkus. E di costui, il brigatista Morucci era in possesso del suo recapito telefonico rinvenuto tra le carte sequestrategli in viale Giulio Cesare.

La sua tesi, e quella di altri autorevoli studiosi, è che con l’omicidio Moro si sia voluto bloccare il dialogo tra la Dc e il Pci di Enrico Berlinguer.

Sì, questo è stato lo scopo dell’operazione. Moro era stato avvertito già nel settembre 1974 durante il suo viaggio negli Usa. L’avvertimento era stato minaccioso al punto che ebbe un malore nella Chiesa di San Patrick e decise di disdire alcuni appuntamenti e anticipò il suo rientro in Italia. Nel dicembre prese la guida di un governo Moro-La Malfa che con l’apporto anche del Pci realizzò importanti riforme e giunse alle elezioni politiche del 1976 il cui risultato portò a due vincitori: la Dc che manteneva la maggioranza relativa e il Pci che ebbe la più grande avanzata e senza il suo concorso non era possibile governare il Paese. Tra Moro e Berlinguer si inaugurò la fase della solidarietà nazionale, che incontrava sospetti e ostilità di Usa e altri alleati. Nel gennaio 1978, quando Moro e Berlinguer si accordarono per un governo Dc sostenuto da una nuova maggioranza programmatica in cui entrava a fare parte anche il Pci, si misero all’erta le forze già pronte a strumentalizzare il terrorismo delle Br già infiltrate e da incanalare per l’operazione Moro, che doveva realizzare il sequestro per dividere le forze della politica di unità nazionale e uccidere Moro.

Il pentito Spatuzza: “Il boss Graviano mi parlò di B. e Dell’Utri”

Il collaboratoredi giustizia Gaspare Spatuzza collega Silvio Berlusconi al boss Giuseppe Graviano. Lo ha fatto ieri a Reggio Calabria, dove ha testimoniato nel processo “’ndrangheta stragista” che, oltre al boss di Brancaccio, vede alla sbarra Rocco Filippone, esponente della cosca Piromalli. Entrambi sono accusati di essere i mandanti dell’omicidio dei due carabinieri Antonino Fava e Vincenzo, uccisi a Scilla il 18 gennaio 1994. Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, il pentito Spatuzza ha ricostruito il suo rapporto con Graviano, soffermandosi sull’incontro avvenuto a Roma all’interno del bar Doney pochi giorni prima della tentata strage dell’Olimpico. “Gli ho illustrato la fase esecutiva dell’attentato – ha detto Spatuzza – Mi disse che era felice. Mi citò Berlusconi e mi disse che c’era nel mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri. Avevamo chiuso tutto e avevamo ottenuto quello che noi cercavamo. Ci avevano messo addirittura il Paese nelle mani”.