“Ho la gastrite da Olimpiadi ma non lascio il M5S”

“Lunedì potrei fare un intervento in aula e spiegare le ragioni del dissenso sulle Olimpiadi”. Dopodomani sarà al consiglio comunale di Torino Viviana Ferrero, detta Vivi Rosso, una dei quattro consiglieri del Movimento 5 Stelle che lunedì scorso si è assentata nel giorno della discussione di una mozione sulle Olimpiadi invernali 2026 provocando un terremoto politico. Riassunto: il Pd aveva presentato un testo per impegnare la sindaca Chiara Appendino a firmare la manifestazione di interesse, ma le assenze dei grillini contrari hanno contribuito a far mancare il numero legale e così Appendino, che aveva appena annunciato l’invio della lettera al Comitato olimpico internazionale, ha dovuto prendere tempo per cercare di ricucire lo strappo. Intanto le opposizioni affermavano che la maggioranza non c’era più.

“Io lunedì scorso stavo davvero male, avevo la gastrite perché la politica te la provoca”, dice Ferrero al Fatto Quotidiano per giustificare l’assenza. Non deve giustificare, invece, la sua contrarietà ai nuovi giochi olimpici: “Abbiamo semplicemente tirato il freno di un treno per riportare il dibattito e trovare delle soluzioni insieme. Il confronto era durato soltanto cinque giorni”, racconta. L’idea di una candidatura di Torino per ospitare i cinque cerchi vent’anni dopo l’edizione del 2006 è nata più di un anno fa da alcuni sindaci delle Valli olimpiche e un progetto è stato elaborato in silenzio dalla Camera di commercio, che ha chiesto alla sindaca di inviare la manifestazione di interesse al Cio entro il 31 marzo. Durante la campagna elettorale Appendino e il M5s non si sono esposti e solo dopo il 4 marzo sono cominciate le discussioni: “Ma cinque giorni non bastano”. Ferrero ha comunque una sua idea chiara: “Sono della Valle di Susa e abito da dieci anni a Torino. La valle ha già dato e se la città deve trovare un rilancio non può farlo tramite i giochi olimpici”.

Ricorda alcuni dati: i costi stimati nel 1998 che sono aumentati, l’ormai celeberrima pista di bob da 101,3 milioni di euro finita in disuso (con costi di manutenzione per 600mila euro l’anno) e il debito della Città di Torino raddoppiato tra i primi anni Duemila e il 2006. Quel debito pesa ancora sui cittadini: “Ho visto delle colleghe piangere durante l’approvazione del bilancio. Siamo chiamati a tagliare su tutto – dice Ferrero –. Ho scritto a Beppe (Grillo, ndr) che abbiamo dovuto fare la ‘politica del macellaio’”. Per questo non ritiene questa iniziativa la soluzione dei problemi di Torino: “Le Olimpiadi hanno creato il nostro problema e non possiamo risolverlo con lo stesso strumento”. Per questo resta contraria e voterà no alle mozioni previste: “Spero non si arrivi alla candidatura, ma se dovesse esserci sorveglierò”. Questa spaccatura nel Movimento 5 Stelle non è il segnale di un’uscita dal gruppo consiliare: “Non siamo in guerra – premette –. Ci sono posizioni diverse. Io il movimento l’ho visto nascere e crescere, curavo due Meetup. Non c’è intenzione di uscire, ma di portare avanti le istanze in modo democratico. Da dentro si combatte molto meglio e se c’è del malessere va tirato fuori”.

Cassino, la destra omaggia i parà nazisti del 1944

Ancora un po’ e inaugureranno una stele commemorativa per i soldati tedeschi caduti sul fonte italiano, sulla Linea Gotica, magari a Marzabotto o a Sant’Anna di Stazzema. Domenica pomeriggio, l’Associazione Albergatori (?) “Parco di Montecassino e Linea Gustav” in collaborazione con la giunta di centrodestra del Comune di Cassino inaugura una stele “a ricordo delle vite stroncate dall’assurdità e dalla violenza della guerra”. Decine di migliaia di vite umane, in questa terra, fra civili e militari, in specie inglesi, americani, polacchi, indiani e altri che stavano liberando l’Italia dai nazifascisti.

Gli albergatori di Cassino organizzano questa cerimonia alla Grotta di Foltin, alle pendici di Montecassino, sede del comando nazista e sul manifesto appare un paracadute aperto a ricordo evidente della 1ª Divisione paracadutisti che operò nella zona. Puntualmente fra gli invitati d’onore ecco il generale Hans-Werner Fritz presidente della Confederazione tedesca dei paracadutisti. È chiaro il progetto: “Riconciliare” tutti i caduti in un clima di vaga perdonanza. Tant’è che la locandina prevede che l’abate di Montecassino, don Donato Ogliari, sia lì a benedire. Ma ci sarà?

Però c’è chi non ci sta, a cominciare dall’Anpi e da quanti a Cassino e altrove ancora ricordano le stragi compiute dai paracadutisti tedeschi al di fuori degli scontri a fuoco. Elenco spaventoso redatto da uno dei maggiori studiosi della “Battaglia di Cassino”, Alberto Priero. Citerò soltanto alcuni di questi eccidi: i 12 civili fucilati a Barletta, i 17 di Rionero in Vulture, i 110 civili di Acerra con donne e bambini, i 25 di San Clemente di Caserta, altri 25 ancora nel Casertano, entro i primi di ottobre del 1943. Poi, quasi in vacanza premio, la 2ª Divisione Paracadutisti partecipa all’agghiacciante rastrellamento del Ghetto di Roma (16 ottobre 1943): 1.259, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 tra bambini. Deceduti durante il viaggio verso Auschwitz, morti o gasati in quel lager. Tornati, appena 16.

Fra ottobre 1943 e maggio 1944, altri eccidi: 21 civili a Teano, 18 a Conca della Campania, addirittura 122 con donne e piccoli nell’Aquilano, altri 10 a Pizzoferrato, 33 a Ortona facendo saltare un villino stipato di rifugiati, 20 fucilati per rappresaglia a Francavilla a Mare sicuramente dalla 1ª Divisione paracadutisti, altri ancora fra Capua e Afragola uccisi da militari della Hermann Göring e infine 11 civili messi al muro sempre dalla Divisione paracadutisti a Collecarino e ad Arpino in provincia di Frosinone. Se non erro, sono più di 400 vittime civili, di ogni età, fucilate a freddo.

Certo, girando fra le tombe dei soldati tedeschi sepolti a Cassino e leggendo le loro date di nascita, non si può non provare pietà per tanti adolescenti mandati al macello da un regime liberticida e omicida. Ma un conto è provare quella pietà e un altro porre questi caduti e quanti scamparono alla morte rendendosi spesso responsabili, nella ritirata, di altre rappresaglie, sul piano dei caduti italiani e alleati.

“Quanto sta accadendo a Cassino è una cosa gravissima”, si legge in un comunicato dell’Anpi di Roma, “uno sfregio alla guerra di Liberazione in un territorio dove c’è stato un numero altissimo di appartenenti alle truppe alleate che si sono sacrificati per la libertà. Uno scandalo che non si può tollerare e, assieme all’Anpi nazionale, siamo pronti a fare denuncia come abbiamo già fatto per Affile con il mausoleo a Graziani”. Così Fabrizio De Sanctis, presidente dell’Anpi di Roma. “Sarebbe interessante sapere cosa pensano il Presidente della Repubblica per la presenza del sindaco di Cassino e cosa pensa il Papa per la presenza dell’abate di Montecassino”. E sarebbe pure interessante sapere cosa ne pensano il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, quello della Regione, Nicola Zingaretti, e gli ambasciatori di Polonia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada e di tanti altri Paesi i cui caduti riposano in terra cassinate. Terra italiana liberata dopo tanti lutti dal nazifascismo.

Tim, 4,8 milioni di euro di multa dell’Antitrust

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato per pratica commerciale scorretta Telecom Italia per 4,8 milioni di euro. Lo si legge in una nota in cui si segnala che nelle campagne pubblicitarie sull’offerta commerciale di connettività in fibra ottica (cartellonistica, sito web, below the line e spot televisivi), Tim, “a fronte del ricorso a claim volti a enfatizzare l’utilizzo integrale o esclusivo della fibra ottica e/o il raggiungimento delle massime prestazioni in termini di velocità e affidabilità della connessione, ha omesso di informare adeguatamente i consumatori circa le reali caratteristiche del servizio offerto e le connesse limitazioni (in particolare i limiti geografici di copertura delle varie soluzioni di rete, le differenze di servizi disponibili e di performance in funzione dell’infrastruttura utilizzata per offrire il collegamento in fibra)”. Le diverse campagne pubblicitarie oggetto del provvedimento, precisa ancora l’Autorità, “hanno, inoltre, omesso o indicato in modo non sufficientemente chiaro che, per raggiungere le massime velocità pubblicizzate, fosse necessario attivare un’opzione aggiuntiva a pagamento”.

Piano è il più ricco fra i politici: 3 milioni

Nella cabala della politica “98471” potrebbe essere il codice che segnala a colpo d’occhio l’appartenenza alla casta degli eletti. È il reddito più ricorrente che emerge spulciando le denunce presentate al fisco da deputati, senatori, dirigenti politici e membri del governo nel 2017 per l’anno d’imposta 2016, come risulta dalle dichiarazioni pubblicate ieri dai siti di Camera e Senato.

Rimanesul podio il golden boy di Montecitorio Antonio Angelucci, deputato di Forza Italia, editore e patron delle cliniche nel Centro Italia. Angelucci ha dichiarato nel 2017 un reddito di 2 milioni 726 mila 959 euro. Ancora più ricco, ma non per il fisco italiano, l’archistar e senatore a vita Renzo Piano, che dichiara un reddito imponibile al fisco francese di 2 milioni e 640.820 euro, al netto dei redditi dichiarati in Italia che, nel 2016, ammontano solo a 349.474 euro. Il commercialista Giulio Tremonti, ex ministro del Tesoro dei governi Berlusconi, si conferma tra i parlamentari con il più alto reddito: nel 2017 ha dichiarato 2.111.533 euro.

Il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano ha dichiarato un reddito di 121.372. Più cospicuo l’introito del presidente del Senato e leader di LeU, Pietro Grasso, che ha avuto nel 2017 un reddito imponibile di 321.195 euro, in calo rispetto ai 340.563 euro del 2016. Inferiore il reddito della presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha dichiarato 137.337 euro, anche lei in calo rispetto ai 144.883 euro dell’anno precedente. In media “98471” anche i redditi dichiarati dai deputati del Movimento 5 Stelle sospesi o espulsi per non aver versato la quota al fondo per il microcredito. Stesso stipendio per i deputati “in regola” con i versamenti Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista che, a differenza degli inadempienti, hanno dovuto però pagarci anche le imposte.

Ammonta a 420.807 euro il reddito imponibile di Beppe Grillo, garante del Movimento 5 Stelle. L’ex segretario del Pd, Matteo Renzi, è invece fermo a 107.100 euro. I due sono gli unici leader di cui è possibile reperire le denunce dei redditi 2017. Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, ha un reddito di 98.421 euro. Nel governo mantiene il primo posto nella classifica la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli che per il 2017 ha dichiarato 182.016, seguita dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda con 166.264 euro. Il premier Paolo Gentiloni ha dichiarato 107.401 euro e 95.971 la sottosegretaria Maria Elena Boschi.

“Anas-Ferrovie, buco da 2 miliardi di euro nella maxi-fusione”

Il matrimonio Fs-Anas non sta in piedi e Renato Mazzoncini, il capo delle Ferrovie che l’ha voluto a tutti i costi, si rivolge a due ministri di un governo politicamente scaduto, Pier Carlo Padoan dell’Economia e Graziano Delrio dei Trasporti, perché in extremis e fuori tempo massimo scongiurino il patatrac. Ai due l’amministratore Fs ha inviato una lettera che somiglia a un disperato Sos. Mazzoncini vorrebbe la bellezza di 2 miliardi di euro, cifra corrispondente alla mancata svalutazione del patrimonio Anas non ammortizzabile, indicata dal nostro giornale assai prima che la fusione fosse decisa, come un macigno insormontabile sulla via dell’unione tra le due aziende pubbliche. Spalleggiato dall’amministratore Anas Gianni Armani, Mazzoncini ha volutamente messo tra parentesi la realtà contabile e finanziaria della società delle strade facendo spallucce di fronte alle numerose perplessità espresse in più occasioni anche da autorevoli dirigenti del ministero dell’Economia. Mazzoncini ha voluto bruciare le tappe per concludere la partita a suo modo e prima delle elezioni così da poter contare sul favore del governo amico di Paolo Gentiloni e sull’incondizionato appoggio dell’amicissimo Matteo Renzi.

Tra Natale e Capodanno il capo delle Fs ha celebrato di corsa l’unione con l’Anas e un attimo dopo si è fatto riconfermare dal governo alla guida delle Ferrovie prima del tempo stabilito, a nemmeno cinque mesi dalla scadenza del mandato. A ruota ha a sua volta confermato all’Anas Armani il quale è stato pure ricompensato con la carica aggiuntiva di direttore generale con annesso stipendio supplementare.

A distanza di nemmeno tre mesi i guai vengono a galla e Mazzoncini sollecita con un grido di dolore i due ministri a darsi una mossa per correre in suo aiuto. La fretta è imposta dall’intenzione di mantenere fin che è possibile la spinosa faccenda nell’ambito benevolo del governo Gentiloni e poi da una scadenza precisa: i bilanci Anas e Fs del 2017. A termine di legge tra qualche settimana la polvere Anas non potrà essere ulteriormente nascosta sotto il tappeto e la svalutazione di 2 miliardi di euro del patrimonio dovrà essere squadernata nero su bianco. Anas è stata inglobata da Fs con un patrimonio ufficiale di circa 2 miliardi e 800 milioni di euro, in realtà il patrimonio effettivo era appena tra i 600 e gli 800 milioni. Una bazzecola di fronte agli impegni finanziari che la società delle strade deve sostenere per far fronte al colossale contenzioso con le ditte di costruzione e i fornitori accumulato nel corso degli anni e che ammonta alla bellezza di 9 miliardi di euro.

Il matrimonio con l’Anas ha portato in casa Fs un’azienda dissestata, un mare di guai e altri che sono in vista. Mazzoncini sa bene che le due bombe incorporate con l’annessione dell’azienda delle strade e cioè la svalutazione del patrimonio e il contenzioso deflagreranno prima o poi anche sui conti delle Ferrovie lasciando macerie. E lo scrive pure nella lettera ai due ministri prospettando uno scenario che adombra un avvertimento rivolto in particolare al titolare dell’Economia. Scrive Mazzoncini: la svalutazione Anas “destinata a manifestarsi da subito contabilmente sul valore della partecipazione in Anas e, quindi, sul patrimonio netto di Fs, si rifletterebbe nella impossibilità per quest’ultima società di proporre la distribuzione di dividendi all’azionista Ministero dell’Economia già in sede di destinazione dell’utile di esercizio 2017”.

Per scongiurare questi sviluppi sgradevoli, Mazzoncini sottopone ai due ministri una soluzione bella e pronta, priva però di copertura finanziaria. Il capo delle Fs ritiene possibile attribuire anche all’Anas una specie di valore di subentro di 2 miliardi di euro in vista della scadenza della concessione statale nel 2032, una sorta di buonuscita a compenso degli investimenti eseguiti e non ammortizzati sulla scorta di ciò che viene fatto con le concessionarie autostradali, dai Benetton ai Gavio. Si tratta, però, di un rimedio per modo di dire perché cozza contro ostacoli enormi. Prima di tutto ai concessionari privati non viene riconosciuto un valore di subentro per gli investimenti finanziati con contributi statali pubblici, mentre per l’Anas si tratta di finanziamenti interamente statali e infatti nel contratto di programma con lo Stato di dicembre 2017 il valore di subentro non è previsto. Inoltre una mossa del genere sarebbe onerosa per i conti statali e quindi in contrasto con quanto stabilito dalla legge che esclude per il matrimonio Fs-Anas “effetti negativi sui saldi di finanza pubblica”. Infine per rendere concreta l’ipotesi Mazzoncini ci vorrebbe una legge mentre al momento non c’è neppure un Parlamento insediato.

Zagrebelsky, Grossi, Settis e altri: il ricordo di Stefano Rodotà

A Torino,nelle giornate di oggi e domani, si conclude il convegno Legacy – Codex e civitas, in memoria del giurista, politico e accademico italiano Stefano Rodotà a quasi nove mesi dalla scomparsa. Si parte alle 9.30 di questa mattina, al Circolo dei Lettori di via Bogino 9 con una conferenza dal titolo Ideologie e tecniche della (ri)codificazione del diritto privato presieduta dal giurista Antonio Gambaro dell’Università di Milano cui seguirà poi, alle 12.30, un inedito Gustavo Zagrebelsky al pianoforte, con Arpeggione per Stefano Rodotà, accompagnato dal violoncello di Relja Lukic. Per le 17.30, Salvatore Settis ricorderà Rodotà con una lectio nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale. Tra gli appuntamenti di domani, invece, va segnalato il dialogo, tra Luciano Violante e Gustavo Zagrebelsky dal titolo Città, povertà e inclusione alle 15; alle 18, la “Lezione Magistrale” conclusiva dell’ex presidente della Consulta Paolo Grossi: La città del Sole di Stefano Rodotà. Proprietà privata e funzione sociale. Entrambi gli incontri si terranno presso l’Aula Magna della Cavallerizza Reale di via Verdi 9.

Aiutiamo Salvini a casa sua: ora è chiaro che comanda Elisa

L’antefatto, probabilmente, lo conoscete. Due giorni fa, in un’intervista a  Oggi, Elisa Isoardi nota per essere la fidanzata di Matteo Salvini, ha dichiarato: “Sono orgogliosa dei risultati e dei successi di una persona che fa parte di me. È il suo momento. Ho il dovere di non confondere i piani. Per rispetto. Per amore. (…) Una donna, per quanto in vista, deve sempre dare luce al suo uomo. E la luce, il sostegno, la vicinanza spesso si danno arretrando. Stando nell’ombra”. La Isoardi, con questa intervista, sperava forse di interpretare il ruolo della donna generosa, che valorizza il compagno, e ha rimediato quello dell’anello di congiunzione tra una sposa afghana e la moglie di Mario Adinolfi.

Nell’epoca del #metoo, quasi tutte le donne – dalla cassiera di Brugherio alle sue colleghe conduttrici e showgirl – si sono domandate se non sia il caso di aiutarla a casa sua, come i clandestini cari al fidanzato. Di portarle viveri, conforto e una paio di edizioni tascabili de I Monologhi della vagina ma va pure bene Concita De Gregorio, tutto, purché questa ragazza comprenda che la nostra missione non è dare luce a un uomo – noi donne non siamo abat jour – ma prenderci la luce e il buio che vogliamo. E che no, non bisogna arretrare come gamberi in giarrettiera se si ha accanto un uomo in vista.

Immaginate una Michelle Obama invitata a pronunciare una frase simile dall’entourage del marito: piuttosto si sarebbe messa a cercare il pulsante dell’atomica e l’avrebbe sganciata sulla bifamiliare del capo-ufficio stampa della Casa Bianca. Per Elisa, invece, dire che per-rispetto-di-un-uomo-si-deve-arretrare è un ammirevole slancio da first lady ideale. Roba da far sembrare i silenzi imbronciati di Melania Trump una marcia femminista da anni 70. Del resto, se una si limona un tizio che sale su un palco con una bambola gonfiabile e la paragona a Laura Boldrini, non può certo essere l’erede di Emma Bonino, direte voi. Sarebbe anche vero e logico, se non fosse che la storia tra la Isoardi e Salvini presenta molti punti oscuri, nonché un equilibrio che non è poi così facile da individuare. Lui è il maschio alfa, lei la femmina sottomessa e obbediente, si potrebbe concludere con un giudizio affrettato. E però, se si va ad analizzare la loro love story non è che Salvini ne esca proprio da uomo con la clava.

La storia tra Matteo ed Elisa viene ufficializzata a marzo del 2016: un fotografo li immortala mentre lui la bacia per strada stringendo in mano un libro di Matteo Renzi, cosa che regala un’immediata mestizia allo scatto tipo il controluce nelle foto al mare o il tizio burlone che dietro di te in posa ti fa le corna. Sarebbero arrivate pure quelle, ma andiamo per gradi.

Il mondo guarda la foto della bella Elisa che sfiora le labbra di questo tizio in jeans e un orrido piumino blu e scopre che Elisa Isoardi, al contrario del suo neo-fidanzato, ama gli scappati di casa. Le foto dei due, scrivendo Isoardi+Salvini su Google, sono una visione disturbante: lei sempre carina, casual, moderna, lui con improbabili polo verde prato in vacanza, con camicie sgualcite fuori dai pantaloni, i pinocchietti da calciatore a Ibiza, col colbacco in Russia e l’aria di quello strappato da una conceria di pelliccia di renne in Siberia. Oppure senza maglietta con la panza di fuori mentre fanno il picnic ad agosto a Ponte di Legno, una vacanza più mesta della crociera a dicembre nel Mediterraneo con Smaila al piano-bar.

Poi ci sono i baci tra i due. Sempre un po’ tirati, un po’ posati, col tipico slancio con cui si bacia il morto prima che chiudano la bara. E fin qui, tutto sembrerebbe confermare la teoria della bella ragazza che sta con l’uomo di potere e se lo fa andare bene pure con la felpa “Trentino” e un social media manager che Rocco Casalino in confronto è Berlinguer. Poi il fattaccio.

Ai primi di luglio del 2017 Matteo è in giro per l’Italia a fotografare clandestini che dormono sulle panchine e dimostrare che i marocchini vengono qui per invadere le nostre panchine e quindi dovremmo aiutarli finanziando panchine nei Paesi loro. Nel frattempo Elisa – quella che la donna non deve fare ombra e sempre un passo indietro – sotto al sole di Formentera fa un passo in avanti e finalmente si limona uno che ha una camicia decente. Ed è la prima volta, tra parentesi, in cui sembra pure metterci la lingua. Con lui che le afferra il collo, i capelli, in uno slancio passionale che Salvini ha avuto solo quando ha ringraziato i suoi follower per il primo milione di like. A quel punto, dall’uomo che giura fedeltà alla patria col Vangelo in mano, dall’uomo che vive nel mito di Putin – uno che se la compagna va con un altro le infila il polonio nelle mutande – ci si aspettava tutti un gesto netto, una rottura categorica. E invece Salvini non solo le corna se le tiene, ma accetta di diventare lo zimbello nazionale per una settimana buona. I meme della sua foto con la felpa “Cervia” sono tuttora leggenda.

Da quel momento, il gioco lo conduce lei. Matteo va in vacanza nel paese di Elisa in Piemonte e conosce la suocera che immaginiamo felicissima di trovarselo davanti col pinocchietto e la t-shirt blu “Lombardia”. Poi va alla Fiera del porro di cui lei è madrina. Fa un blitz negli studi tv in cui lei lavora e porta una pastiera napoletana o “diversamente italiana”, come direbbe lui. Va a Sanremo con lei e per l’occasione si infila la camicia nei pantaloni, dichiara che senza Elisa non può vivere e quando Elisa dice ai giornali “Matteo è un tenerone!” non ne chiede un decreto di espulsione. Altro che maschio alfa che chiede alla sua donna di starsene nell’ombra. Elisa è quella che porta i pantaloni in casa Salvini e le frasi polverose da donna sottomessa servono solo a una cosa: a farci dimenticare le corna e a regalarle, furbescamente, la parte della donna angelicata che toglie a se stessa per regalare al suo uomo. Che immola la sua popolarità all’altare della Lega. Insomma, Salvini non l’ha capito, ma la Isoardi è esattamente l’incarnazione del suo nemico più temuto: il finto buonista.

 

L’Eni in soccorso di Confindustria tratta l’acquisto di Radiocor

Secondo diverse indiscrezioni, l’Agi, l’agenzia di Stampa di proprietà dell’Eni starebbe trattando l’acquisto dell’agenzie Radiocor del Sole 24 Ore. Ieri il presidente dell’Eni, Emma Marcegaglia (ex presidente di Confindustria) ha precisato che “non c’è nessuna notizia su questo, abbiamo letto sui giornali anche noi. Naturalmente noi stiamo sul mercato, vediamo, ma non c’è nulla di definito, nulla di vero”. Venerdì il Sole 24 Ore, società quotata in Borsa, aveva precisato che “allo stato è in corso di valutazione unicamente l’ipotesi di conferimento del ramo d’azienda Radiocor in un veicolo societario, nell’ambito della razionalizzazione e riorganizzazione delle attività del Gruppo”. Il quotidiano della Confindustria attraversa una crisi profonda e nonostante il recente aumento di capitale da 50 milioni si avvia a un nuovo piano di riduzione dei costi che potrebbe passare anche da contratti di solidarietà ed esodi incentivati. Radiocor è in perdita e un eventuale cessione aiuterebbe Viale dell’Astronomia ad allontanare lo spettro di un’ulteriore ricapitalizzazione che di fatto gli leverebbe il controllo del giornale.

Le “priorità” del piano

Non c’è solo il “reddito di cittadinanza”, o meglio il reddito minimo condizionato, nel programma sul lavoro proposto da Pasquale Tridico. Sul blog del M5S l’economista ha fissato altre quattro “priorità”. Partendo dalla constatazione che il declino economico italiano non dipenda solo dalle politiche di austerità ma anche dalla precarizzazione del lavoro avviata fin dagli anni 90 (pacchetto Treu) che ha spinto le imprese italiane a rinunciare agli investimenti ad alto contenuto di capitale e innovazione per puntare sui bassi salari, Tridico propone: 1) di destinare almeno il 34% degli investimenti produttivi dello Stato nel Sud Italia e potenziando l’effetto leva sugli investimenti privati creando la “Banca pubblica di investimento, che erogherà credito a tassi agevolati a micro, piccole e medie imprese”; 2) un salario minimo orario per salvaguardare i lavoratori non coperti dalla contrattazione nazionale; 3) un “Patto di Produttività programmato tra lavoratori, governo e imprese per rilanciare salari, produttività e investimenti”, specie in quei settori in cui si deciderà di intervenire con sgravi selettivi per evitare che le imprese puntino solo sulla riduzione del costo del lavoro: 4) gestire la sfida della robotizzazione iniziando a ridurre l’orario di lavoro a parità di salario per aumentare l’occupazione e incentivare la riorganizzazione produttiva delle imprese.

“Così troveremo i soldi per il reddito di cittadinanza M5S”

Il reddito di cittadinanza è tecnicamente un reddito minimo condizionato alla formazione e al reinserimento nel mercato del lavoro. Ha una duplice funzione: sradicare gli elevati livelli di povertà che negli ultimi anni sono cresciuti di molto in Italia e formare gli individui al momento fuori dal mercato. Lo Stato sosterrà chi oggi non raggiunge la soglia di povertà indicata da Eurostat, in cambio dell’impegno a formarsi e accettare una delle prime tre proposte di lavoro, purché eque e non lontane dal luogo di residenza. Quindi è uno strumento di welfare ma può anche rilanciare l’economia attraverso i nuovi consumi derivanti da quel reddito garantito. Come dice Papa Francesco, “il welfare non è un costo, ma un mezzo per lo sviluppo”. La misura costa circa 17 miliardi di euro, compresi 2,1 miliardi per riorganizzazione e potenziamento dei Centri per l’Impiego (CpI).

DEFICIT. Questa politica può essere finanziata con maggior deficit in termini assoluti ma senza aumentare il rapporto deficit/Pil e la soglia del 3%. Grazie alla nostra misura, almeno 1 milione di persone che ora non cercano lavoro ma sarebbero disponibili a lavorare (inattivi “scoraggiati”) verranno incentivati alla ricerca del lavoro con l’iscrizione ai CpI, e andranno ad aumentare il tasso di partecipazione alla forza lavoro. Questo ci permetterà di rivedere al rialzo l’output gap, cioè la distanza tra il Pil potenziale dell’Italia e quello effettivo, perché 1 milione di potenziali lavoratori saranno di nuovo conteggiati come disoccupati. Se aumenta il Pil potenziale possiamo mantenere il rapporto tra deficit e Pil potenziale, cioè il “deficit strutturale”, spendendo circa 19 miliardi di euro in più di oggi, più dei 17 miliardi necessari.

Alcuni colleghi e commentatori nei giorni scorsi lo hanno definito un “trucchetto statistico”. Il calcolo del deficit strutturale e le regole connesse sono state fissate dalla Commissione europea. Nelle nostre stime stiamo misurando il Pil potenziale sulla base delle regole che la Ue ci ha dato, regole che anche precedenti governi (e molti economisti) hanno criticato. Ma queste abbiamo. Se invece la proposta è difficilmente ammissibile da un punto di vista politico, si deve spiegare perché.

DISOCCUPATI. Qualche critico inoltre sostiene che l’aumento del tasso di disoccupazione derivante dall’attivazione degli scoraggiati avrebbe effetti immediati sulla stima del Nawru (ovvero sul tasso di disoccupazione che non accelera l’inflazione) che a sua volta influenzerebbe al ribasso l’occupazione potenziale. Ciò è in contrasto con la teoria economica di riferimento, è il Nawru che funge da ‘attrattore’ del tasso di disoccupazione effettivo e non il contrario. Il riallineamento non avviene immediatamente e lascia quindi la possibilità di un aumento iniziale del Pil potenziale.

Molti inattivi non sono persone che non vogliono lavorare, ma nella maggior parte dei casi sono soltanto scoraggiati dal difficile contesto economico. La distinzione tra inattivi e disoccupati è importante per gli istituti di rilevazione statistica. Ma per le persone lo status di inattivo o di disoccupato comporta la stessa sofferenza. E di questa sofferenza un governo deve tener conto. Il deficit in più creato azionerebbe una domanda aggregata aggiuntiva che stimolerebbe anche l’occupazione effettiva: il deficit crescerebbe solo in termini assoluti ma non in termini percentuali rispetto al Pil, continuando a rispettare i vincoli di bilancio fissati.

Alcuni critici dicono inoltre che la proposta fa aumentare la disoccupazione. Se con questo si intende il fatto che il sussidio possa scoraggiare i lavoratori a trovare lavoro, rispondo che ciò non è assolutamente vero. Esiste una sterminata letteratura teorica ed evidenza empirica che confuta questa idea. Inoltre i Paesi più generosi da un punto di vista del welfare sono anche quelli con i tassi di occupazione più alti.

GLI IMPEGNI. Qualcuno critica la misura perché non è universale e incondizionata. Ma non lo è mai stata: la proposta depositata in Senato (ddl 1148 a firma Catalfo del M5S nel 2014) è un reddito minimo condizionato. Non è sostitutivo del sussidio di disoccupazione (Naspi) ed è inferiore a esso in termini quantitativi. Non è però legato (a differenza della Naspi) ad aver lavorato precedentemente, ma allo stato di bisogno. Si abbina, nella proposta, a un salario minimo per le categorie non coperte da contrattazione nazionale minima, in modo da non diventare una integrazione per lavoratori precari (i quali invece saranno pagati nel rispetto di un salario minimo di equo compenso appunto) e non può comprimere i salari verso il basso. Proprio perché aggredisce la povertà si applica anche ai pensionati integrando la pensione minima fino a 780 euro a persona.

Infine, è una misura, così come descritta, esistente in tutti i Paesi europei, dalla Francia alla Germania, dalla Svezia alla Finlandia, dalla Spagna al Portogallo, Cipro, Malta etc. Non esiste in Italia e Grecia. L’ammontare individuale va dai circa 1.400 euro a persona in Danimarca, ai 100 euro in Paesi a redditi più bassi come Romania e Bulgaria. Il Rei (reddito di inclusione) vale circa 187 euro a persona, una cifra inappropriata per l’Italia.

Investimenti. Una precisazione è necessaria sugli investimenti al Sud che risponda ai critici che ignorano che tale misura è già prevista ma non è attuata. L’idea è destinare almeno il 34% di questi investimenti nel Sud Italia, intendendo ovviamente le risorse ordinarie (e non anche quelle dei fondi strutturali e dell’ex FAS oggi Fondo di sviluppo e coesione) che sono ferme al 28% (secondo lo Svimez e i Conti Pubblici Territoriali 2017). Visto che l’incidenza della popolazione è del 34,4%, questo principio richiederebbe un aumento nel Sud di circa 4,5 miliardi all’anno, secondo lo Svimez.

Non discuto che gli esperti che nei precedenti due decenni si sono succeduti ai ministeri economici e al lavoro in Italia fossero in buona fede; ma avevano una visione dell’economia che riponeva fiducia nella famosa frase thatcheriana “There Is No Alternative”. Questo io contesto.

* professore di Economia indicato dal Movimento 5 Stelle come ministro del Lavoro