Il sogno americano di Renzi: Kennedy, Pil e volo a scrocco

Non che ci fossero molti dubbi, ma i messaggi WhatsApp che Renzi scambiò nel 2018 con un imprenditore affinché questi gli consigliasse dove andare a elemosinare un volo privato per l’America – e che il Fatto ha pubblicato ieri – restituiscono del personaggio un ritratto desolante, squallido; poche stringhe di testo illuminano ferocemente la sua natura, la sua cultura, la sua etica, la sua antropologia.

Scrive: “Mi ha invitato Bill Clinton mercoledì mattina (6 giugno 2018, ndr) ad Arlington per la cerimonia di Bob Kennedy, 50 anni dopo. Lui farà un discorso ufficiale. A me hanno chiesto di leggere discorso sul Pil. Una roba da seghe”. Il discorso sul Pil, che Bob Kennedy pronunciò nel 1968 all’Università del Kansas, diceva tra le altre cose: “Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Il Pil non misura né la nostra saggezza né la nostra conoscenza… Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Per Renzi è “una roba da seghe”, che in toscano dovrebbe voler dire grossomodo “cosa estremamente entusiasmante” (in italiano è l’atto onanistico e, per sineddoche, colui che lo compie). Non riesce a non esercitare il cinismo irridente, non solo verso chi lo invita: è disincantato pure verso sé stesso e il suo ruolo.

Ma c’è un impedimento: Renzi, da poco eletto senatore, il 5 giugno intende votare contro la fiducia al governo Conte I. “Devo però votare contro i grillini martedì alle 17. Rischio di non avere voli. C’è qualche tuo amico riccone che viaggia dopo le 18 verso Washington? O hai contratti per prendere un aereo a poco?”. “Contro i grillini”, non contro la Lega, l’altro alleato di governo. “Amico riccone”: l’invidia dell’arricchito verso chi è più ricco è un topos di cinema e letteratura. L’ambizioso ha bisogno del riccone, senza il quale non può fare niente. Si sa inferiore, ne ha bisogno, e ringrazia cumulando acredine.

“È una figata storica quella di parlare ad Arlington ricordando Bob Kennedy, ma non posso evitare di votare la sfiducia a queste merde. Conosci qualcuno?”.

Il vocabolario di Renzi è limitato. Se in pubblico parla per slogan e calembour, nel privato conosce solo due poli: “figata” e “merde”. La sfiducia non è motivata da ragioni politiche: è puro disprezzo irragionato, infantile. È un senatore, ma si comporta da tifoso.

“O perché qualcuno deve essere ripreso in Usa e quindi aereo deve comunque viaggiare. Altrimenti costa troppo”. Renzi potrebbe andare negli Usa a sue spese, ma non ha abbastanza denaro. Aveva comprato coi nostri soldi un aereo privato tutto per lui, quand’era “premier”; ma ora è – come ama dire con stizzosa falsa modestia – solo un “senatore semplice”, e deve accollarsi a chi è più potente di lui. È il cruccio del provinciale, del piccolo borghese che tenta il balzo ma si accorge presto di stare a fare il passo più lungo della gamba (cfr. Il Gattopardo). La letteratura russa è piena di giovinastri che hanno vissuto nel privilegio conquistato alla bell’e meglio dai padri, industriosi nell’arrangiarsi, ma incapaci di trasmettere ai figli l’imperativo di procurarsi da vivere in modo onesto e senza scorciatoie. Costoro arrivano nella grande città e desiderano adeguarsi allo stile di vita dei più fortunati. Apprendono che per tutto servono i soldi, loro demone e feticcio (sono convinti che gli manchi solo il denaro per raggiungere la felicità). Seguono loro peripezie, non sempre onorevoli, per procacciarseli.

L’imprenditore si offre di chiedere a John Kerry. Renzi: “No, lascia stare. Sembriamo morti di fame”. Vuole sembrare benestante, non per dignità, ma per immagine.

Bianchi (pres. Fondazione Open, che finanziava la Leopolda, ndr): “134. 900???! Ma ha perso la testa?”. Lotti (deputato Pd, ex ministro, ndr): “Non ho parole. Io gli ho detto che senza copertura non si può. Eyu quanto mette?”. Per i suoi sodali Renzi è ammattito. La quantificazione di questa follia è la somma che pretende a spese di altri. Di chi? Nel 2017 il tesoriere del Pd Bonifazi annuncia la nascita della Fondazione Eyu: “Abbiamo molti progetti in cantiere, temi vitali quali l’immigrazione… le prospettive di lavoro per i millennials e tanto altro”. Forse Matteo era un millennial e girandogli la paghetta di una fondazione di partito (del Pd, che lui ha appena portato al 18%) si sperava di dargli una prospettiva di lavoro.

Imprenditore: “Privato costa 100mila”. Renzi: “100mila è troppo anche per Bobby Kennedy”. Renzi non ha ideali (Ciriaco De Mita, a colloquio con la sottoscritta, fu ancora più radicale: “Renzi non ha pensiero”). A Bob Kennedy (“Bobby”) dedicò una piattaforma web, ovviamente fallita; si sente una specie di suo epigono. Ma non vale un volo da 100mila euro. L’evento è “una figata”, ma solo perché chiamano lui. Infine riuscirà, secondo la Guardia di Finanza grazie anche a donazioni alla Fondazione Open, a racimolare 134.900 euro per un volo. Quanti mesi di Reddito di cittadinanza fanno 134.900 euro? 172 mesi e 94 giorni, 14 anni di sussistenza per un povero assoluto, o 1 anno per 14 di loro, a cui lui vorrebbe togliere tutto.

La Corte penale internazionale avvia l’indagine su Maduro

“Un successo per la nostra nazione. Una vittoria per le istituzioni democratiche”. Con queste parole, pronunciate in diretta all’emittente Telesur, Tarek William Saab, procuratore generale del Venezuela, ha annunciato i dettagli dell’accordo stretto con la Cpi, Corte penale internazionale: un’inchiesta verrà aperta per fare luce e chiarezza sulle denunce di violenze commesse dall’apparato di Maduro in Venezuela nel 2017. Il caudillo è accusato di aver commesso crimini contro l’umanità per reprimere il dissenso dei giovani scesi per le strade del Paese, e gravi violazioni dei diritti umani. Kharim Khan, a capo del Cpi, ha deciso di procedere dopo una visita di tre giorni a Caracas: ha concluso il suo viaggio siglando un memorandum d’intesa e annunciando di aver terminato le indagini preliminari sulle sanguinose proteste anti-governative di quattro anni fa. Quelle manifestazioni costarono la vita ad almeno 130 persone, mentre i feriti furono migliaia: ad accendere la miccia delle marce di quanti scendevano in piazza per chiedere elezioni libere e democratiche, fu la decisione del presidente di creare l’Assemblea costituente, organo disposto alla riscrittura della Costituzione e capace di sostituire l’ Assemblea nazionale, l’ultimo rifugio dell’opposizione al suo regime. “Adesso chiedo a tutti, mentre procediamo al livello successivo, di dare al mio ufficio lo spazio necessario per lavorare” ha riferito Khan, assicurando che non permetterà a nessuno di “politicizzare” le indagini, iniziate già in maniera informale nel 2018. Sono stati sei i Paesi che all’epoca hanno chiesto che Maduro e il suo governo finissero sul banco degli imputati: cinque Stati sudamericani ed il Canada. Adesso, più di tutti, dice di rispettare la scelta di Khan, proprio Maduro stesso. Si tratta di “un passo avanti nei rapporti di cooperazione tra il Venezuela e la Procura della Cpi, emerge una grande verità: il Venezuela garantisce giustizia”.

Jose Miguel Vivanco, a capo della divisione latinoamericana dell’ong Human Right Watch, ha detto che si tratta “di un punto di svolta”. Questa indagine “non solo dà speranza alle vittime che hanno subito atrocità da parte del governo Maduro”, ma lascia sperare che “Maduro stesso può essere ritenuto responsabile per i crimini commessi dalle sue forze di sicurezza, che hanno agito impunemente in nome della rivoluzione boliviana”.

Brigitte, relazioni pericolose. Intercettata sul caso Sarko

Una conversazione privata del 29 luglio scorso, intercettata dalla polizia francese nell’ambito dell’inchiesta sui presunti finanziamenti libici della campagna di Nicolas Sarkozy, coinvolge Brigitte Macron. “Il faut que tu tiennes bon” (“Devi tenere duro”), consiglia la première dame parlando al telefono con un’amica appena uscita dalla prigione di Fresnes, dopo un mese di detenzione cautelare. L’amica in questione è Michèle “Mimì” Marchand, la regina del gossip transalpino, 74 anni, indagata per subornazione di testimone (intralcio alla giustizia) e truffa in banda organizzata nell’indagine per corruzione sull’ex presidente francese, sospettato di aver ricevuto illegalmente dei soldi dell’ex rais libico Gheddafi per finanziare la sua campagna per l’Eliseo nel 2007.

In questa inchiesta Sarkozy è stato formalmente indagato nel 2018, quindi incriminato nel 2020 per corruzione passiva, finanziamento illecito di campagna e appropriazione indebita di fondi pubblici libici. La conversazione tra le due donne è stata riportata dal giornale online Mediapart: “Come hai fatto a resistere?”, chiede la moglie di Emmanuel Macron. “È stata molta dura, Brigitte, durissima”. “Sì, è una cosa orribile” conclude la signora Macron.

Ma chi è Mimì Marchand? È “madame paparazzi”, ex gestrice di locali notturni, amica delle star, confidente degli uomini politici, più volte finita in carcere (tra l’altro per un traffico di stupefacenti organizzato con il marito), e vicina a molte alte personalità dello Stato. Negli anni 90, fornisce molti scoop al magazine Voici, ma viene licenziata quando si scopre che l’intervista all’autista di Lady D dopo l’incidente mortale del ’97 era pura invenzione. La Marchand fonda quindi la sua agenzia di paparazzi, Best Image. Sue sono le foto di Ségolène Royal, candidata socialista alle Presidenziali nel 2007, in costume da bagno, suoi gli scatti all’Eurodisney che rivelarono l’amore tra Sarkozy e Carla Bruni. Mimì Marchand è vicina ai Macron dal 2016, da quando cioè il giovane rampante fondatore di En Marche! si stava lanciando in campagna elettorale per l’Eliseo. È stata Brigitte Macron a contattarla per far luce sulle voci della presunta omosessualità del marito. Si parlava di possibili foto compromettenti. Mimì trovò l’origine delle voci, si accertò che non esistevano foto e nacque un’amicizia. Best Image ha curato l’immagine dei Macron per tutta la campagna. A lei la coppia deve una ventina di copertine di Paris Match. Anche dopo la vittoria elettorale di Macron, Mimì ha continuato a consigliare la première dame.

Secondo i giudici francesi, sarebbe stata lei a organizzare, a Beirut, l’intervista a Paris Match e a BFM Tv di Ziad Takieddine, uomo d’affari libanese, considerato il testimone chiave nell’inchiesta sui fondi libici e uno dei principali accusatori di Sarkozy che, in un primo tempo, aveva affermato di aver trasportato lui stesso tre valigie cariche di banconote, circa 5 milioni di euro, dalla Libia a Parigi, tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007. Ma, colpo di scena, nell’intervista del novembre 2020, Takieddine ha smentito di aver portato quelle valigie a Parigi e ha sostenuto che non c’era stato nessun finanziamento libico, scagionando in questo modo Sarkozy. In quell’occasione, Mimì Marchand era andata a Beirut con uno dei suoi fotografi di Best Image. I magistrati francesi sospettano che lei abbia fatto pressioni su Takieddine per ottenere le ritrattazioni e aiutare così l’amico Sarkozy in difficoltà. Nella telefonata di luglio, Brigitte Macron e Mimì Marchand hanno parlato anche della procedura in corso contro Sarkozy. La riporta Mediapart: “Mi dispiace così tanto per Carla – dice la regina del gossip –. Con lei sono autorizzata a parlare, allora mi chiama, mi scrive sms. ‘Mimì mia – mi dice – sono così triste’”. E Brigitte Macron: “Ho pranzato con lei un mese, un mese e mezzo fa. Ci siamo dette appunto che tutto questo è disgustoso”. “È tutto contro Sarko. Ma, a un certo punto, dovrà pure aver fine”. Le due donne fanno riferimento all’affare d’Outreau, un caso di pedofilia che ha diviso la Francia nei primi anni 2000 con i giudici messi sotto accusa per come avevano gestito l’inchiesta. Dopo lo scandalo Sarkozy, una volta all’Eliseo, aveva tentato di sopprimere la figura del giudice istruttore. “Un giorno mi ha detto: ‘È da allora che hanno deciso di farmi fuori’ – continua Brigitte Macron al telefono con l’amica –. Non so nemmeno come faccia a resistere”.

Killer confessa stupri su almeno 80 cadaveri

Dopo essere stato arrestato lo scorso dicembre per il duplice omicidio di due donne avvenuto 37 anni fa, David Fuller è ora accusato di aver aggredito sessualmente almeno 80 cadaveri femminili; il corpo più giovane era quello di una bambina di nove anni, mentre il più anziano quello di una signora ultracentenaria. L’uomo, un 67enne inglese che lavorava come elettricista nell’obitorio di due ospedali, si è dichiarato colpevole e ora rischia di trascorrere tutta la vita in carcere. Davanti alla corte Fuller ha inoltre ammesso di aver filmato con una telecamera digitale alcune delle aggressioni commesse. Nella sua abitazione sono state trovate circa 14 milioni di immagini dei reati sessuali, suddivise in centinaia di hard disk.

Mail Box

 

Un Daspo che è contro la libertà di manifestare

Vorrei sapere come giudicate il Daspo a Puzzer. Intanto, al lavoro, il clima è sempre più teso nei confronti di chi non la pensa come la maggioranza… Viene voglia di cambiare Paese.

Andrea Fraschetti

 

La penso come lei: è una vergogna che un cittadino non possa manifestare pacificamente il proprio dissenso in una piazza di Roma.

M. Trav.

 

Un parallelo fra la Cina e i tanti partiti italiani

Sono innumerevoli le volte dove i nostri politici, a ragione, menzionano la Cina come un regime. Non vi è dubbio che la nazione condotta da Xi Jinping lo sia, non essendo certo una democrazia elettiva, ma un misto di Partito comunista, autoritarismo delle gerarchie e di tecnocrazia spinta nel fidarsi degli esperti al governo. Infatti come ogni organizzazione di tipo autoritario, chi sta in alto seleziona i gradini inferiori, vale a dire che i capi scelgono i loro sottoposti che una volta eletti non faranno altro che compiacere il loro capo che li ha voluti in quella posizione e non certo il popolo di cui dovrebbero fare gli interessi. Detto questo, non accade la stessa cosa nei partiti italiani? Non è il capo o chi per esso che prepara e seleziona le liste di chi deve essere eletto? E poi chi viene eletto non farà di tutto per compiacere il capo e non gli interessi degli elettori? Quante volte si è detto che quel politico o partito sta facendo il contrario di quanto espresso in campagna elettorale? A questo punto quale sarebbe la differenza tra il contestato regime cinese e i finti democratici partiti italiani? Sarà forse anche per questo che molti non vanno più a votare?

Maurizio Bolzoni

 

Caro Maurizio, pur condividendo le critiche al sistema italiano, non possiamo dimenticare che qui i partiti sono tanti (troppi), in Cina uno solo.

M. Trav.

 

L’ipocrisia del premier sui pensionamenti

Non riesco a capacitarmi come Draghi, che è andato in pensione a 59 anni, faccia tanta resistenza alla pensione a Quota 100. Non è un ottimo premier.

Vincenzo Ciullo

 

La narrazione dominante sul G20 e la Cop26

L’editoriale del direttore del Fatto sul G20 fotografa ciò che è da tempo l’informazione mainstream. Qualcuno la chiama benevolmente “narrazione”, ma l’espressione più corretta è falsificazione. Il teatro itinerante, da Roma a Glasgow, ispirerebbe Ionesco per un dramma sull’assurdo. Sui futuri disastri climatici, l’unica strada da intraprendere è quella che Luca Mercalli ripete in ogni suo articolo. Abbiamo un bisogno spasmodico di energia, perché produciamo e consumiamo sempre di più. Serve a poco cambiare tipo di energia se prima non interrompiamo questa folle corsa al consumo inutile, che confondiamo stupidamente con il benessere.

Luca Battistini

 

La cittadinanza onoraria al presidente Bolsonaro

Ad Anguillara, in provincia di Padova, la sindaca leghista Alessandra Buoso e la sua prodigiosa maggioranza hanno celebrato il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, concedendogli la cittadinanza onoraria. Ma come si fa a premiare con encomi e con devozione un presidente misogino, omofobo, che sta distruggendo a ritmo vorticoso la foresta dell’Amazzonia e sta favorendo gli smodati appetiti delle lobby minerarie, affamando migliaia e migliaia di persone? Come si fa a omaggiare un presidente con idee malsane e smaccatamente fasciste? Un uomo delle istituzioni sconsiderato che, in un Paese (il Brasile) che piange 600 mila morti di Covid, non porta la mascherina e non si vaccina. È vero, alcuni sindaci e consiglieri di paese sono alquanto sprovveduti e scalcagnati; purtuttavia, ciò non è sufficiente per giustificare un’accoglienza ossequiosa a un politico decisamente impresentabile. Stefano Valdegamberi, consigliere leghista di Anguillara, gioioso, ha assicurato: “Ho visto il presidente piangere dall’emozione quando gli abbiamo cantato ‘Mamma son tanto felice’”. Chissà se qualche volta, in un sussulto di resipiscenza, Bolsonaro ha anche pianto per la vergogna, dopo aver pronunciato una delle sue frasi celebri: “Meglio un figlio morto, che un figlio gay”.

Marcello Buttazzo

 

Tajani a caccia dei voti per Silvio al Quirinale

Ho letto la dichiarazione di Tajani: “Berlusconi non è candidato al Quirinale, ma i voti si possono trovare”. Lui sa come si fa, ricordiamo come fece col governo Prodi.

Antonio Perrone

 

“I cimiteri sono pieni di gente indispensabile”

Mi permetto una chiosa all’editoriale di Travaglio “L’ultimo incantesimo”. Si tratta di una frase di Clemenceau, sulla quale i “grandi” nani di casa nostra dovrebbero riflettere. “I cimiteri sono pieni di gente indispensabile”.

Francesco Busalacchi

 

In difesa del giornalismo di Report e di Ranucci

Propongo una raccolta di firme a sostegno di Sigfrido Ranucci, oggetto di un infamante attacco bipartisan.

Giuseppe Magazzù

 

Una politica che ricorda l’Ancien Régime

Quando noi del popolo dobbiamo subire parole come: “Contro chi protesta si dovrebbe intervenire come fece Bava Beccaris”. Quando noi del popolo dobbiamo subire parole come: “Chi non si vaccina deve essere trattato come in guerra si trattano i disertori e i disertori si fucilano (parole del sindaco di Trieste)”. Quando noi del popolo vediamo che una persona come Stefano Puzzer, da solo, con un tavolino a Roma che vuol rappresentare un malessere sociale, aspetta una risposta promessa che mai perverrà da un rappresentante dello Stato (Patuanelli per la precisione) e gli viene invece propinato il Daspo. Quando noi del popolo vediamo e subiamo queste cose possiamo anche noi pensare, senza dirlo, che parte della politica dovrebbe fare la fine di Luigi XVI?

Fulvio

Allarme clima. In tv più esperti come Luca Mercalli per capire il rischio

Ho terminato ora di ascoltare Luca Mercalli su Rai News, che però ha meno estimatori di Italia Viva. Come sempre ci ha detto con grande chiarezza cosa stiamo rischiando se continueremo a essere in guerra con la Natura. G20 e Cop26 stanno dimostrando la non volontà dei “grandi del mondo” di rinunciare al loro progetto di crescita infinita sperando che la tecnologia prima o poi faccia il miracolo di bloccare il riscaldamento globale. Abbiamo bisogno di essere informati correttamente su quanto sta accadendo e su come evitarlo per poter fare la nostra piccola parte e fare pressione su chi prende le decisioni. La Rai, che vive anche del mio canone, deve farci vedere le conseguenze del disastro che ci aspetta con programmi in prima serata e non solo con qualche documentario, ma soprattutto deve dare spazio agli scienziati che da anni stanno cercando di metterci in guardia. Meno politicanti in Tv e più Luca Mercalli, che leggo sul Fatto Quotidiano, e altri che come lui hanno la capacità di aprirci gli occhi.

Ernesto

Clima, i fallimenti che draghi nasconde

C’è qualcosa di veramente storto nel governo e in gran parte dei nostri giornali (telegiornali compresi) se si comparano i loro giudizi sui risultati del G20 con quelli espressi da giornali stranieri e scienziati: un gran successo per il futuro del clima a sentire Draghi, un compromesso minimo o quasi fallimento secondo chi osserva da fuori.

A lamentarsi delle divisioni che impediscono impegni concreti a riportare il riscaldamento della terra a 1,5 gradi non è solo Greta Thunberg. Il Segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha commentato: “Mentre accolgo con favore l’impegno del G20 verso soluzioni globali, lascio Roma con le mie speranze insoddisfatte, anche se non sepolte per sempre”, per poi rincarare alla Cop26 di Glasgow: “Basta trattare la natura come un gabinetto. Basta bruciare, trivellare e scavare sempre più in profondità. Stiamo scavando le nostre stesse tombe”.

Ancora più severo il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, intervistato dal Corriere: “Se non si realizza un piano dettagliato e condiviso dalle nazioni, è difficile pensare che la promessa sia mantenuta”. Siamo alle prese con “economie nazionali in concorrenza fra di loro. Il problema fondamentale è ‘frenare’ queste economie per rallentare le emissioni e farlo con il consenso delle popolazioni”. Gli italiani fanno abbastanza? “Non vedo la gente che installa pannelli solari sui tetti. A Roma, sui tetti vedo più piscine che celle solari”.

Nemmeno come negoziatore il governo ha fatto abbastanza. L’agenzia Bloomberg scrive che i deludenti risultati del G20 sono dovuti alla cattiva gestione italiana, poco rispettosa dei Paesi – delegazione russa in primis – che non sono nel ristretto gruppo dei G7. Il ministro degli Esteri Lavrov accusa la presidenza italiana del G20 di aver preconfezionato il comunicato finale con i colleghi del G7, mostrandolo in extremis ad altre delegazioni. Un po’ come fa Draghi nei Consigli dei ministri.

È uno dei motivi per cui è caduta, secondo Lavrov, la scadenza del 2050 per l’azzeramento delle emissioni di gas serra: data prevista nel comunicato preconfezionato e che è sostituita da una nebbiosa scadenza: “Attorno alla metà del secolo”. Ogni Stato farà comunque a modo suo, mentre già ora la terra brucia (l’Ue si impegna per il 2050, l’India per il 2070). Conclusione di Bloomberg: “Il team italiano è stato lento nel capire quanto dovesse sforzarsi per convincere Paesi come Cina e Russia, e ha commesso errori che senza necessità hanno infiammato risentimenti”.

È ingannevole anche l’ennesimo euforico annuncio di una tassazione globale delle multinazionali. Lo smonta con argomenti convincenti Nicoletta Dentico sul Manifesto: manca “la riflessione sul fatto che il tasso del 15% concordato dal G20 risulta appena superiore alle aliquote medie del 12% nei paradisi fiscali, sicché l’esito finale è quello che trasformare tutto il mondo in un grande paradiso fiscale a partire dal 2023 – l’aliquota delle tasse sulle multinazionali è intorno al 27,46% in Africa, 27,18% in America latina, 20,71 in Ue, 28,43% in Oceania e 21,43 % in Asia: la media globale si assesta intorno al 23,64%”. E conclude: “Senza obblighi vincolanti, e una rotta temporale cogente all’altezza, il G20 consegna alla Cop26 di Glasgow declamazioni senza credibilità, perché ancora orientate alle vecchie ragioni della economia globalizzata piuttosto che a un improrogabile nuovo pensiero sul modello di sviluppo ecologico”.

Alcuni passi avanti sono stati compiuti, anche se il più delle volte confermano impegni solo verbali, cioè già presi anni fa ma non mantenuti. Si riconosce di nuovo che la terra non deve scaldarsi oltre 1,5 gradi, come nell’accordo di Parigi del 2015. Si torna a promettere aiuti ai Paesi poveri che più patiranno delle riconversioni verdi (100 miliardi di dollari all’anno entro il 2025). La data fissata nel 2009 dall’Onu a Copenaghen era il 2020: non è stata rispettata da nessuno dei Paesi sviluppati, che pure sono i grandi predatori delle risorse del pianeta. Visti i precedenti c’è da dubitare che saranno rispettati gli impegni principali presi a Glasgow: freno alle emissioni di metano (ma Cina, Russia e India dissentono) e stop alle deforestazioni.

Difficile in queste condizioni che i cittadini comprendano quel che i governi intendano fare qui e ora. Difficile prevedere come se la caveranno Paesi come l’India e in genere l’Asia, dove vastissime regioni dipendono dal carbone per sopravvivere. Viviamo dilemmi di natura tragica, che i sorrisi compiaciuti di Draghi e la foto da Dolce Vita dei Grandi che gettano monete nella Fontana di Trevi trasformano in incubo.

Tutti questi dilemmi e trionfi dell’inerzia sono chiari a molti, ma il principale dramma viene occultato nelle conferenze stampa ed è geopolitico, come si capisce bene dal commento di Bloomberg. È impossibile che i G20 o i Paesi della Cop26 si accordino seriamente, ingolfati come sono in una nuova guerra fredda che vede Usa e Nato in croniche posture bellicose contro Russia e Cina, con lo scontro su Taiwan che incombe. È improbabile una riduzione drastica di produzione petrolifera nei Paesi nel Golfo, cui la Nato è legata anche militarmente. L’assenza di Putin e di Xi Jinping a Roma e Glasgow è un segno funesto, di cui i leader occidentali dovrebbero rammaricarsi in maniera molto più ragionata e meno bellicosa.

Nella sua rubrica “L’arte della guerra”, sul Manifesto, il geografo Manlio Dinucci riassume il dilemma geopolitico, spiegando come la rovina non riguardi solo il clima ma anche la corsa agli armamenti nucleari e le recenti manovre nucleari della Nato, in funzione anti-Cina e anti-Russia. Poco prima del G20, il nostro Paese è stato teatro di un’“esercitazione Nato di guerra nucleare Steadfast Noon nei cieli dell’Italia settentrionale e centrale. Vi hanno partecipato per sette giorni, sotto comando il Usa, le forze aeree di 14 Paesi Nato, con cacciabombardieri a duplice capacità nucleare e convenzionale dislocati nelle basi di Aviano e Ghedi. Ad Aviano è schierata in permanenza la 31ª squadriglia Usa, con cacciabombardieri F-16C/D e bombe nucleari B61”.

“Per il clima non c’è più tempo”, s’inquietano i governanti, ma per una guerra nucleare il tempo pare si trovi. Siamo ben lontani dallo spirito del Secondo dopoguerra, quando furono create le Nazioni Unite per metter fine alle impotenze e inerzie della Società delle Nazioni. Chi si meraviglia solo arrabbiandosi e non allarmandosi per l’assenza di Putin e Xi Jinping o è cieco, o mentendo ci imbroglia.

 

Vitti, la parità stabilita nei fatti

“Non assomigliava a nessun’altra”, dice Enrico Vanzina nel documentario Vitti d’arte Vitti d’amore, trasmesso ieri da Rai3 in occasione del novantesimo compleanno di Monica Vitti. Tutto vero. La bellezza di Monica Vitti, la più grande attrice del nostro cinema con Mariangela Melato, inizia e finisce con lei (quindi non finisce mai, ma quali novant’anni). A pensarci bene, la Vitti non assomiglia nemmeno a se stessa, il fondo oro dell’icona è inseparabile dalla versatilità del talento, entrambi raccontati dai frammenti e dalle testimonianze della coproduzione Rai Documentari, una fitta trama tessuta con tenerezza dal regista Fabrizio Corallo.

Svampita e nevrotica, androgina e sensuale, smarrita e manesca, afona e querula…, non si può incarnare il mistero dell’imprendibilità femminina più di così. Se qualcuno ancora dubita che gli estremi si tocchino, si volti a contemplare il suo cammino; diafano mito dell’incomunicabilità con Antonioni, poi, d’un tratto, arrembante sottoproletaria con Scola e Monicelli, per dirci quanto si divertono le donne del popolo rispetto alle tormentate signore altoborghesi, quanto si sta meglio in tinello, in cucina, o in camera da letto, dappertutto meno che in salotto. Giustamente, Vitti d’arte Vitti d’amore sottolinea il valore assoluto dell’ingresso della Vitti nella commedia all’italiana, dove giganteggia e gigioneggia con i più grandi. Scacco matto al maschilismo, che pure era uno degli ingredienti di quell’Italia, e della sua commedia. Non ebbe bisogno di rivendicare la parità. La stabilì nei fatti, tra gli applausi.

Poi uno chiude gli occhi, e vede i capelli. Il colore, le pieghe, i tagli che cambiano di continuo, con i personaggi. Eppure, quei capelli sono sempre i capelli di Monica Vitti, non assomigliano ad altri capelli che ai suoi. Meravigliosamente scomposti, renitenti a ogni certezza; come se un soffio invisibile la investisse sempre, ora in fronte, ora di lato, ora alle spalle, e lei lì, felice e perplessa, a guardia della rosa dei venti.

B. non può aspirare al Colle: il suo passato lo “perseguita”

Per il Quirinale il centrodestra ha candidato ufficiosamente il leader di Forza Italia. Quest’ultimo ha accettato con parole che ricalcano la disponibilità alla nomination manifestata in Arsenico e vecchi merletti da zio Teddy Brewster, convinto di essere Theodor Roosevelt che scava, nella cantina di casa, il Canale di Panama… Sarebbe bene che la cosa si esaurisse nella rievocazione della commedia nera americana perché, passando dall’ipotesi teatrale all’esame della disciplina costituzionale applicabile in materia, ci si avvede che il predetto leader non è solo ineleggibile ma neppure candidabile. La relativa regolamentazione, infatti, non si esaurisce nell’art. 84 Cost. che si limita a imporre, per la Presidenza della Repubblica, almeno cinquant’anni d’età e il godimento dei diritti civili e politici. L’età più che sinodale comporta che, come per le altre cariche politiche, si prescinda dal possesso di requisiti fisici. Il godimento dei diritti civili e politici va coordinato con le prescrizioni dell’art. 51 Cost. a sensi del quale “tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge.” Il precetto impone una necessaria relazione tra cariche elettive e “requisiti stabiliti dalla legge”. Per tali devono intendersi quelli indispensabili per accedere all’ufficio per la loro imprescindibile coerenza con la gestione dello stesso e che, a questo fine, vengono indicati nella normativa di riferimento o sono deducibili dal contenuto e dalle legittimazioni intrinseci alla specifica carica: un ingegnere, ad esempio, non può essere eletto presidente del consiglio dell’ordine degli avvocati. Per il Presidente della Repubblica i requisiti, esclusi quelli fisici privi di significativa rilevanza all’esercizio dell’ufficio, vanno perciò parametrati alle peculiari funzioni e qualità tipiche della carica stessa, con speciale riguardo al comando delle Forze armate e alla presidenza del Csm ex art. 87 Cost. Il comandante delle Forze armate deve possedere requisiti non diversi da quelli di coloro sui quali esercita la tipica prerogativa gerarchica. Il relativo rapporto, caratterizzato dalla massima adesione alle indicazioni del superiore, implica necessariamente un collegamento personale e fiduciario che solo il possesso di identici requisiti legali ed etici può determinare. Tra i requisiti generali validi per il reclutamento ed estesi all’intera gerarchia militare vi sono il “non essere in atto imputati in procedimenti penali per delitti non colposi” e l’aver tenuto “una condotta incensurabile” (così rispettivamente le lettere g bis) e i) c. 1 dell’art. 635 d. lgs. n. 66/2010). Le regole dell’ordinamento militare si estendono al Presidente attesa la peculiare funzione che assume nella carica: quando opera da comandante delle forze armate egli è, a tutti gli effetti, un militare, anzi il primo militare d’Italia. Non è un caso, poi, che, per l’ammissione in magistratura, occorre essere di condotta incensurabile alla pari di quanto richiesto ai militari (art. 2 d. lgs. n. 160/2006). Ordinamento giudiziario e ordinamento militare sono perciò univoci nell’individuare una carica presidenziale esente da perplessità di ordine penale e comportamentale. Tra processi penali in atto, una condanna con sentenza irrevocabile pur se seguita da riabilitazione, prescrizioni di reati, amicizie con condannati poco confacenti allo status di soggetto politico, inchieste su rapporti veri o presunti con la mafia e via elencando, la condotta del leader di Forza Italia non è propriamente incensurabile. I pescecani della finanza la pensano diversamente: non aspettano altro che l’ingresso di Berlusconi al Quirinale per scatenare in Italia una campagna di acquisti di industrie e patrimoni approfittando dell’ovvia e vorticosa risalita dello spread che coronerebbe l’evento.

 

Un referendum a Milano per salvare il Meazza e S. Siro

I leader dei Verdi milanesi, poverini, si arrabattono sul progetto San Siro. Da una parte devono restare fedeli al sindaco-re Giuseppe Sala, che si proclama Verde (anche se non si è mai iscritto ai Verdi Europei) e ha loro gentilmente concesso l’assessorato all’Ambiente (così li ha “incastrati”, per costringerli a dire sì a tutte le sue decisioni). Dall’altra, soffrono a mostrarsi pubblicamente d’accordo con la scelta di Sala di abbattere il Meazza, costruire il nuovo stadio e – soprattutto – edificarci attorno grattacieli e uffici e hotel e centri commerciali e via cementificando. “Su San Siro, Sala sbaglia”, dichiara il capogruppo Verde Carlo Monguzzi. “Non possiamo dare un quartiere in mano a fondi speculativi, si può ristrutturare il Meazza”. Poi chiede il confronto in Consiglio comunale e butta lì l’idea di un referendum. Ma se il referendum è: “Volete abbattere o conservare il Meazza”, allora è un imbroglio. Il cuore dell’operazione San Siro non è lo stadio, ma le volumetrie attorno. Con il sì – già garantito da Sala – Milan e Inter realizzano un’operazione non sportiva, ma immobiliare. Avranno uno stadio di proprietà e – soprattutto – un remunerativo distretto commerciale-terziario-alberghiero-ricreativo di oltre 100 mila metri quadrati di superficie lorda, un affare da 1,2 miliardi di euro. Il Comune di Milano rinuncerà per sempre a un suo asset, il Meazza, che vale 250 milioni e rende almeno 5 milioni all’anno che entrano nelle casse della città. Così Sala impoverisce il patrimonio comunale, lascia abbattere (o ridurre a inutilizzabile moncherino) un suo impianto, regalando il business stadio ai privati, che costruiranno il loro nuovo prodigio non su terreni di loro proprietà, ma su terreni pubblici del Comune di Milano. È come se l’Ospedale Maggiore si lasciasse demolire per far posto a una moderna clinica privata, con contorno di uffici, hotel e centri commerciali.

Il Meazza è obsoleto? Nel 2016 è stato adeguato ai requisiti Uefa per ospitare la finale di Champions League e il 10 ottobre 2021 ha ospitato la finale di Nations League. Ora lo si potrebbe arricchire e riqualificare con metà dei soldi che servono per costruire uno stadio nuovo, come dimostra l’ottimo progetto degli ingegneri Nicola Magistretti e Riccardo Aceti. Resterebbe di proprietà pubblica, continuerebbe a generare utili al Comune, aumenterebbe il suo valore immobiliare, accrescendo il patrimonio pubblico comunale. Invece: Sala lo vuole demolire – con un cantiere che aumenterà a dismisura per anni le emissioni inquinanti – per regalare a Paolo Scaroni (Milan) e ad Alessandro Antonello (Inter) la possibilità di risanare i loro conti in rosso, mettendo in portafoglio un’operazione immobiliare che permetterà al fondo Elliott di vendere il Milan nei prossimi mesi (Scaroni lo ha già annunciato), facendoci un bel guadagno. Idem ai cinesi dell’Inter, che non vedono l’ora di liberarsi di un peso.

Ora Re Sala vuole far dichiarare alla sua giunta obbediente l’“interesse pubblico” dell’operazione San Siro. È evidente che qui c’è soltanto l’interesse privato, privatissimo, di due club che hanno convinto Sala che sta convincendo i Verdi. Referendum, allora? L’idea è piaciuta anche a Basilio Rizzo, Patrizia Bedori e Gabriele Mariani (ormai opposizione fuori da palazzo Marino) che chiedono di costituire un comitato unitario per il referendum su San Siro. Ma un referendum che non sia “Meazza sì/Meazza no”, bensì che decida il sì o il no a una operazione immobiliare privata e inquinante realizzata su terreni pubblici. Oddio, i precedenti non sono incoraggianti: ricordo un altro referendum a Milano in cui i cittadini avevano votato decidendo di realizzare un grande parco su tutta l’area Expo. Indovinate com’è andata a finire.