“Una macchianera che deturpa la bellezza del nostro gruppo”. Paolo Ferrara, capo dei consiglieri comunali M5S di Roma, definisce così su Fb la collega Cristina Grancio, sospesa e riammessa a giugno 2017 per aver criticato il progetto dello stadio della Roma e oggi contraria in Commissione Urbanistica a un palazzo di 10 piani. “Se ne vada”, dice Ferrara. La dissidente rischia l’espulsione dal M5S e annuncia querele. “Affermazioni che esorbitano dalla mera critica politica”, accusa Grancio: “Resto nel gruppo perché sono del M5S originario, quello nato nel 2009 che mi ha eletta”. Lo scontro rischia di finire in procura. “Valuterò se c’è la maggioranza per denunciare la consigliera Grancio per aver dichiarato il falso”, dice il consigliere M5S Pietro Calabrese. Il progetto ha l’ok della Commissione, ma Grancio mette in dubbio l’agibilità di alcuni fabbricati e altri aspetti della delibera. “Non ho alcuna intenzione di passare all’opposizione – ribatte lei – sono gli altri consiglieri che sono passati nell’associazione che ha come capo politico Di Maio, nata a fine anno e in cui io non mi riconosco”.
Così LeU muore subito nel fatidico Friuli
L’ultimo atto della breve storia triste di Liberi e Uguali si svolge in Friuli Venezia Giulia. A fine aprile si vota per le elezioni regionali che decidono l’erede di Debora Serracchiani. Il candidato del Pd è il vice della governatrice uscente, Sergio Bolzonello. Cosa fa la lista di sinistra che doveva segnare una “radicale discontinuità” – parole loro – rispetto alle politiche renziane ? Si divide (di nuovo) sull’appoggio a un candidato renziano.
Nicola Fratoianni e Pippo Civati non prendono nemmeno in considerazione l’ipotesi. Invece gli ex Pd (bersaniani e dintorni) hanno trovato un accordo per formare una listarella di appoggio a Bolzonello. Così ieri pomeriggio i segretari friulani di Possibile e Sinistra italiana hanno firmato un comunicato non esattamente diplomatico nei confronti dei compagni di avventura: “Le elezioni nazionali hanno spaventato qualcuno e all’interno di Mdp in Friuli Venezia Giulia sono prevalsi i calcoli elettorali. Una piroetta ingiustificabile e insostenibile da cui prendiamo le dovute distanze”. Da una parte dunque si proclama il rilancio di Liberi e Uguali, da affidare a Roberto Speranza dopo la deludente campagna elettorale di Pietro Grasso, dall’altra si pongono le basi per la definitiva archiviazione del progetto. Destino praticamente segnato già dalle prime proiezioni, la notte del 4 marzo: dalle urne LeU ha portato a casa la miseria del 3,4% e 18 parlamentari (14 deputati e 4 senatori). La metà di loro sono in quota Mdp. E sembrano avere idee piuttosto chiare sul futuro della compagine: il ritorno a casa nel Pd post Renzi. Possibilmente con l’appoggio a un segretario che provenga dall’antica famiglia diessina, come Nicola Zingaretti. L’effetto può suonare vagamente paradossale: l’analisi del voto porta Pier Luigi Bersani a riconoscere che “la gente ci ha percepito come una variante del sistema” (dall’intervista al Fatto di giovedì). Ma la strategia che segue a questa presa d’atto è quella di cercare riparo tornando al vecchio partito; ovvero infilandosi negli ultimi pertugi del sistema stesso.
Le porte di LeU sono spalancate. Elisa Simoni l’ha detto chiaramente: “La riflessione aperta da Maurizio Martina (l’erede provvisorio di Renzi al Nazareno, ndr) sul futuro del Pd e del centrosinistra è importante per tutta la nostra comunità politica. Sarà sui principi, idee nuove e personalità in grado di incarnarle che il centrosinistra potrà rinascere a partire già dalle prossime elezioni amministrative”. Insomma: in attesa delle “nuove personalità” – Zingaretti, dicevamo – si torna all’alleanza col Partito democratico già dalle Regionali friulane. Simoni, cugina di Matteo Renzi, era stata l’ultima a lasciare il Pd lo scorso 14 luglio. Ieri è stata la prima a dire in termini piuttosto espliciti che è il momento di riportare tutto a casa. E gli altri? Sinistra Italiana e Fratoianni hanno celebrato la direzione nazionale in beata solitudine sabato scorso. Dicendo, in pratica, che si va avanti insieme solo se si fanno le cose in modo completamente diverso. La famosa “radicale discontinuità” di cui sopra. Pippo Civati, rimasto fuori dal Parlamento grazie alla candidatura in un listino periferico decisa dai suoi compagni, oggi riunisce Possibile a Bologna. Da battitore libero, si prepara a pronunciare un discorso molto duro su quello che rimane di LeU. In mezzo resta Pietro Grasso: si aspettava ingenuamente lo scioglimento delle tre piccole organizzazioni che hanno fatto nascere la lista. È rimasto seppellito con lei, dalle parti del 3%.
Carceri, più pene alternative. Ma il decreto va alle Camere
In un giorno-simbolo della storia italiana, il 16 marzo della strage di via Fani, il consiglio dei ministri del governo Gentiloni ha approvato la riforma delle carceri, lasciata a metà prima delle elezioni, per non scontentare troppo l’elettorato sensibile a chi la definisce “riforma svuotacarceri” o addirittura “salvaladri”.
Le norme più contestate sono quelle che permettono di allargare il campo delle misure alternative alla detenzione, con l’obiettivo di ridurre la recidiva. Per i sostenitori, è una riforma civilissima che favorisce il reinserimento dei detenuti. Per i critici, è una misura “svuotacarceri” che finirà per aiutare anche i mafiosi. Soddisfatto il ministro della Giustizia Andrea Orlando: “Non c’è nessun ‘salvaladri’, le pene per i ladri”, ha detto al termine del Consiglio dei ministri, “le abbiamo aumentate rispetto a quelle che abbiamo trovato; e non c’è nessun ‘svuotacarceri’, perché nei prossimi giorni nessuno uscirà sulla base di automatismi”.
Durissimo il segretario della Lega e leader del centrodestra Matteo Salvini: “Vergogna, un governo bocciato dagli italiani approva l’ennesimo ‘salvaladri’. Appena al governo cancelleremo questa follia nel nome della certezza della pena”.
In realtà quello approvato ieri dal Consiglio dei ministri è un decreto attuativo della riforma dell’ordinamento penitenziario che non ha però recepito tutte le indicazioni del Senato: dunque dovrà tornare alle Camere, che ora hanno una composizione che potrebbe essere poco propensa ad approvarlo definitivamente. Se la Lega di Salvini lo ritiene una misura ‘svuotacarceri’, il Movimento 5 stelle si è mostrato sensibile agli allarmi lanciati da alcuni tecnici, come il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho e l’ex direttore dell’Ufficio detenuti del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Sebastiano Ardita, oggi procuratore aggiunto a Catania, il quale segnala il pericolo che l’allargamento delle misure alternative al carcere finisca per arrivare anche ai condannati per mafia detenuti al 41 bis, il carcere duro, anche se formalmente esclusi dai benefici previsti dal nuovo ordinamento. Ieri Alfedo Bonafede (M5S) ha detto che si tratta di un affronto del governo.
Il ministro Orlando ha cercato di rassicurare: “Non viene introdotto alcun automatismo, saranno i magistrati di sorveglianza a valutare situazione per situazione. E saranno esclusi i reati più gravi, tra cui quelli di mafia”.
Contesta il provvedimento Emanuela Piantadosi, dell’Associazione vittime del dovere: “I dati secondo cui la recidiva, cioè il ritorno a delinquere, è inferiore tra chi sconta pene alternative rispetto a chi resta in carcere, sono incerti e opinabili e la stessa amministrazione penitenziaria non dispone di dati aggiornati, corretti ed esaustivi. Ci impongono una riforma disegnata sulla base di dati non certi”. Ora la discussione si sposterà in Parlamento.
Il provvedimento sarà discusso probabilmente dalle “commissioni speciali”, nate con il compito di esaminare i provvedimenti urgenti, una alla Camera e una al Senato, in attesa che si costituisca una maggioranza in grado di dare vita alle commissioni parlamentari.
Per Orlando “ci sarà chi tenterà di speculare e cavalcare le paure, ma i cittadini non devono avere paura, perché da domani non esce nessuno sulla base di questo provvedimento: da domani il giudice potrà valutare più seriamente caso per caso il comportamento dei singoli ed evitare quello che oggi avviene, cioè che trascorso un certo periodo a prescindere dal comportamento, se non c’è stato nessun evento negativo, il detenuto possa essere liberato e possa godere dei benefici. Da oggi, invece, ogni singolo detenuto sarà valutato sulla base del comportamento tenuto all’interno del carcere”.
Casalino e quel master che non c’è
Si fa presto a scrivere master. Perché poi qualcuno controlla e il master sparisce, assieme a tutto il profilo. È quanto successo a Rocco Casalino, responsabile comunicazione dei Cinque Stelle, “sorpreso” dal manager Paolo Polverosi. È stato lui a studiarsi su Linkedin il profilo a nome Rocco Casalino, “ingegnere e giornalista” come si definiva: tra i suoi titoli figurava anche un master in business administration conseguito nel 2000 negli Stati Uniti, presso la Shenandoah University. Però, ha scoperto Polverosi, Casalino non è mai stato avvistato nell’ateneo della Virginia, come gli è stato confermato dall’università stessa. E la stessa smentita via email è arrivata al sito Giornalettismo. Contattato dal Foglio, il responsabile della comunicazione grillina ha confermato di non aver mai preso quel master e ha negato che quel profilo fosse il suo: “Non ho mai avuto Linkedin, ora lo segnalo come fake”. Sta di fatto che poche ore dopo il profilo, guarda caso, è sparito. Invece restano alcune domande. Per esempio, come ha evidenziato sempre Polverosi su Twitter, Casalino scriveva di un “master in economia negli Stati Uniti” già nel curriculum allegato per la candidatura nelle Regionali in Lombardia del 2013. E a quale master faceva riferimento in quel caso?
Macron e Merkel: “L’Ue molto scossa dal voto in Italia”
“Il lavoroche ci aspetta è importante in un contesto europeo profondamente scosso da Brexit e dalle elezioni italiane che hanno visto montare gli estremi e che ci hanno permesso di toccare con mano le conseguenze di una lunga crisi economica e le sfide migratorie a cui non abbiamo saputo rispondere”. Lo ha detto il presidente francese Emmanuel in conferenza stampa congiunta a Parigi con la cancelliera tedesca, Angela Merkel. Il presidente francese ha proposto una “road map chiara e ambiziosa entro giugno” per rifondare l’Unione europea. “E’ indispensabile costruire questa nuova ambizione per l’Europa”, ha aggiunto Macron. “Nel trimestre che si apre abbiamo molte cose da fare, si tratta di un lavoro indispensabile, ancora più indispensabile di qualche mese fa”, ha osservato il presidente citando, tra l’altro, “nuove ambizioni” per la zona euro, la politica migratoria, la difesa comune, la politica commerciale, la ricerca, la cultura e l’istruzione. Da parte sua, Merkel si è detta pronta a “lavorare strettamente” con Parigi. Tra l’altro, ha dichiarato che entro giugno bisogna “assolutamente arrivare a una soluzione per la politica europea sull’asilo”.
Mancini (Pd) gode: Meloni ruba un seggio a B. e lui va in Regione con la destra
Potremmochiamarli “effetti collaterali” del Rosatellum. Ieri, a tredici giorni dalla chiusura delle urne, i risultati dello spoglio sono stati rivisti un’altra volta. Stando ai nuovi dati della Corte d’appello, in Parlamento dovrebbe finire – ma il condizionale è d’obbligo – Fausto Orsomarso, candidato di Fratelli d’Italia nel collegio plurinominale Calabria 1. Il riconteggio delle schede della Camera ha permesso l’assegnazione di un seggio in più al partito di Giorgia Meloni, a scapito della candidata di Forza Italia Maria Tripodi, fino a ieri convinta del suo posto a Montecitorio. Ma oltre a cambiare fisionomia al nuovo Parlamento, l’effetto domino del riconteggio calabrese ha prodotto un altro effetto paradossale. Giacomo Mancini, candidato del centrosinistra al collegio uninominale di Cosenza, grazie alle elezioni politiche otterrà un seggio in Regione, in quota centrodestra. Come? Nel suo collegio Mancini ha raccolto il 16,27%, stracciato dalla grillina Anna Laura Orrico (51,87) e battuto da Paolo Naccarato (24,45 per il centrodestra), ma l’elezione in Parlamento di Orsomarso – consigliere in carica in Calabria – libererà un seggio in Regione. Al suo posto entrerà proprio Mancini, che nel 2014, anno delle ultime consultazioni regionali, era stato il primo dei non eletti per Forza Italia, all’epoca partito di appartenenza anche di Orsomarso.
Le due frescacce dem
Afona di parole, analisi e sentimenti, da due settimane la banda dei suonati del Pd si aggira tra giornali e Tv a ripetere sempre le stesse due baggianate: lo stallo attuale dipende dalla vittoria del No al referendum; gli italiani ci hanno messo all’opposizione.
La prima è una fake news di ritorno, tipica dello storytelling a “boomerang” di Renzi. Come tutti sanno, il referendum non era sulla legge elettorale ma sulla “riforma” della Costituzione partorita dal trust di cervelli Boschi-Verdini-Finocchiaro-Calderoli. Lo sa anche Renzi, che quando doveva convincere gli italiani a votare Sì al suo plebiscitario e truffaldino referendum (con quesito falso: vuoi tu che i parlamentari siano di meno e la politica costi meno?) si fece le sette chiese per precisare che il referendum non riguardava affatto la legge elettorale (prese a farlo allorché illustri costituzionalisti segnalarono come fosse il “combinato disposto” delle due a determinare una situazione potenzialmente autoritaristica). Lo stallo dipende unicamente dal Rosatellum, legge cervellotica e autolesionista.
La seconda è una fandonia di nuovo conio. Il primo a propalarla ovviamente è stato Renzi, mentre dava le sue irrevocabili non-dimissioni: “I cittadini ci hanno chiesto di stare all’opposizione” (stupisce questo rispetto feticistico del voto da parte di uno che dopo quel 4 dicembre avrebbe dovuto evincere che il 60% degli italiani lo voleva fuori dalla politica e invece ha fatto il contrario, ma vabbè). L’ultimo, Maurizio Martina il “reggente” (peraltro reggente di qualcosa che è già caduto): “Il voto degli italiani ha stabilito la nostra posizione. Lavoreremo dall’opposizione”.
Forse noi quella domenica eravamo distratti, e ci è sfuggito che sulla scheda ci fosse una casella da barrare per mettere un partito in maggioranza o all’opposizione. Novecenteschi come siamo, abbiamo votato chi volevamo in Parlamento. Ma poi chissà se questi epigoni di Pericle intendono che all’opposizione li ha messi chi li ha votati (il 18,7%), oppure chi non li ha votati; perché nel primo caso si deve pensare che tutti quelli intenzionati a votare Pd-ma-all’opposizione si siano telefonati accordandosi sulla percentuale a cui fermarsi, per poi votare, gli altri, 5Stelle e Lega; il secondo caso (la gente vota Di Maio non perché vuole Di Maio in maggioranza ma in realtà perché vuole Renzi all’opposizione), afferendo precipuamente alla psichiatria, preferiamo non esaminarlo. Ci vuole tanta pazienza.
Tra Lega e FI è guerra a bassa intensità
Imatrimoni di interesse sono spesso i più duraturi: la forte componente razionale, però, può salvare l’unione dalla dissoluzione, ma non è un’assicurazione contro i litigi. Anzi. È il caso della coalizione di centrodestra, che il 4 marzo ha raccolto il 37% dei voti ed eletto la maggioranza (relativa) dei parlamentari: separarsi non ha, almeno al momento, alcun senso visto che nessuno dei tre partiti e spiccioli che lo compongono ha speranza di vincere da solo; stare insieme si sta però rivelando assai difficile alla luce della legnata che la Lega ha dato a Forza Italia nella corsa interna.
I segnali di frizione si moltiplicano ogni giorno. È noto, ad esempio, che i berluscones rivendicano una presidenza nelle prossime Camere visto che il candidato premier, per gli accordi interni, è Matteo Salvini: a questo fine sperano nel soccorso rosé del Pd. I leghisti, d’altra parte, non vogliono rinunciare a una carica istituzionale certa (sempre che riescano ad accordarsi col M5S) in cambio di una nomina politica eventuale. Silvio Berlusconi, intanto, si muove col consueto “acquisto” di pezzi: ieri la cosiddetta “quarta gamba” del centrodestra ha annunciato la scissione tra gli eletti di rito Udc e quelli di Lupi, Fitto, eccetera. I primi, scortati da Lorenzo Cesa, entreranno nel gruppo di Forza Italia in Senato: coi quattro democristiani gli azzurri saranno 61, cioè tre in più dei leghisti, e si schierano così da primo gruppo del centrodestra per la corsa a Palazzo Madama (Paolo Romani il candidato).
Il risiko delle poltrone, però, è solo un pezzo della guerra a bassa intensità in corso nella coalizione e all’interno dello stesso villone di Arcore tra “il partito Mediaset” (Fedele Confalonieri, Gianni Letta) e i “padani” (Niccolò Ghedini, Giovanni Toti). La situazione è talmente ingarbugliata che la coalizione, nonostante abbia vinto largamente in regione alle Politiche, non è ancora riuscita a trovare un candidato unitario per le Regionali in Friuli Venezia Giulia del 29 aprile: la scadenza dei termini è vicina e la battaglia silenziosa è ieri esondata sulle agenzie.
Il leghista Massimiliano Fedriga ha fatto sapere di essere (ri)disponibile a candidarsi: Salvini, d’altronde, al confine est ha più del doppio dei voti di Forza Italia e anche da solo batte M5S e centrosinistra. Berlusconi ha risposto candidando a mezzo stampa l’ex governatore Renzo Tondo. Fratelli d’Italia, allora, ha replicato: e quando l’abbiamo deciso? A quel punto s’era fatta sera: si riprenderà oggi.
Sempre oggi, come tutti i giorni da domenica 4 marzo, Salvini irriterà Berlusconi in qualche modo. Ieri, per dire, in una nota s’è definito “leader del centrodestra”. Apriti cielo: “Non è lui il leader, è solo il candidato premier, se riusciremo a fare un governo”, ha puntualizzato Renato Brunetta. Resta che l’unico nel centrodestra che può non aver paura di un ritorno al voto è proprio Salvini, che per impaurire gli alleati ogni tanto ne parla. In Forza Italia, invece, il clima è funerario: “Caro Silvio, occorre reagire immediatamente, io non morirò leghista o grillino e intendo battermi”, offre il petto al fuoco Simone Furlan, membro del non proprio convocatissimo ufficio di presidenza di Forza Italia e leader di una cosa chiamata “Esercito di Silvio”.
Martina vuole fare come la Spd: lo faccia, lo Statuto lo prevede
Tra i primi ragionamenti di Maurizio Martina da reggente del Pd – affidati a un’intervista con Repubblica – c’è un’enunciazione chiara: “Noi non facciamo patti con nessuno”, né con i 5Stelle né col centrodestra. Ma ci sono anche un paio di contraddizioni piuttosto significative. Al Pd, dice Martina, “servono strumenti di democrazia diretta”. E li cita, sebbene in modo generico: sicuramente non sono come quelli del Movimento 5 Stelle, “un modello con grandi lacune”, ma “penso piuttosto alla Spd, che ha costruito alcuni passaggi chiave con la partecipazione diretta degli iscritti”.
Il fatto è che l’esempio scelto da Martina smentisce implicitamente l’assunto di partenza (quello del Pd comunque all’opposizione). Il partito socialdemocratico tedesco infatti a fine febbraio ha sottoposto ai suoi tesserati la decisione politicamente più delicata e rilevante: partecipare o meno alla grande coalizione con la Cdu di Angela Merkel. Un’opzione che peraltro era stata chiaramente scartata dall’Spd durante la campagna elettorale. Proprio il 4 marzo, gli iscritti socialdemocratici hanno dato il via libera all’alleanza di governo con il 66% dei voti a favore.
Martina al contrario sul governo ha già deciso: nessuna apertura, il Pd non partecipa a maggioranze. Ma quale occasione migliore ci sarebbe stata per adottare quegli “strumenti di democrazia diretta” invidiati ai compagni tedeschi?
Seconda contraddizione: il segretario ad interim del Pd forse non lo sa, ma per mettere in pratica il suo auspicio di democrazia diretta non avrebbe dovuto inventarsi proprio niente di rivoluzionario: questi strumenti sono già previsti dallo statuto del partito. Precisamente all’articolo 27, che disciplina i referendum interni. Stabilisce, al comma 2: “È indetto un referendum interno qualora ne facciano richiesta il segretario nazionale (che oggi è proprio Martina, ndr), ovvero la Direzione nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti, ovvero il trenta per cento dei componenti l’Assemblea nazionale, ovvero il cinque per cento degli iscritti al Partito Democratico”. E soprattutto, al comma 6: “Il referendum interno può essere indetto su qualsiasi tematica relativa alla politica e all’organizzazione del Partito Democratico. Il referendum può avere carattere consultivo o deliberativo. Qualora il referendum abbia carattere deliberativo, la decisione assunta è irreversibile, e non è soggetta ad ulteriore referendum interno per almeno due anni”. Dunque l’auspicio del neo segretario era già realizzato ben prima del suo insediamento: nel Pd gli iscritti, volendo, possono essere interpellati su qualsiasi tema, e lo si può fare per ottenere una semplice indicazione politica (carattere consultivo) o una decisione vincolante (carattere deliberativo).
In attesa di aprire il Pd alla democrazia interna e affidarsi al parere degli iscritti, Martina attende le indicazioni del presidente della Repubblica: “Noi non siamo indifferenti agli indirizzi che Mattarella intenderà dare a questa legislatura. Ascolteremo”, ha detto ieri sera in un’intervista al Tg3.
Come a dire: il rifiuto di ogni possibile impegno di maggioranza è comunque condizionato all’evolversi degli eventi, e alla capacità persuasiva del Capo dello Stato.
L’arma della legge elettorale Salvini accelera, M5S discute
L’arma da fine del mondo, anzi da fine legislatura, è a portata di voto. L’importante, e quindi il difficile, è trovare un accordo rapido tra i vincitori: Luigi Di Maio, primissimo al 32,5% con il M5S, e Matteo Salvini, segretario della Lega e ormai capo del centrodestra. I due che hanno la chiave per spaventare tutti gli altri, minacciare di scrivere e votarsi una nuova legge elettorale. E smuovere così le acque della palude del post voto, dove molti giocano a non giocare.
Salvini, frenetico, accelera (o simula di farlo) sulla legge elettorale con annunci, offerte, riunioni riservate e pubbliche. A fronte di un Di Maio che ostenta calma per mostrarsi forte e ripete di “non aver paura del voto”. E che fuori microfono fa ribadire ai suoi che certo, nuove norme per votare sono possibili se gli altri non si muoveranno per dare appoggio a un suo governo. Differenze di stile, ma anche di sostanza. Perché il Salvini pragmatico con il M5S farebbe anche un governo se servisse, e lo sta dicendo a tutti. Mentre il candidato premier del Movimento non vuole un esecutivo con il Carroccio: di cui accetterebbe anche i voti, ma senza nessun tipo di patto. Ed è per questo che ripete allo sfinimento che la partita delle presidenze delle Camere, dove un’intesa tra Lega e M5S è molto vicina, va slegata da quella per una maggioranza di governo. Nella quale i 5Stelle sperano ancora di coinvolgere LeU e soprattutto il Pd, o buona parte di esso.
Nell’attesa però Salvini parla e riparla dello spauracchio, facendola sin troppo semplice. “La legge elettorale è facilissima da cambiare, basta una settimana per introdurre il premio di maggioranza con un emendamento” ha assicurato ieri a La Stampa. E l’emendamento sarebbe simile a quello già presentato in ottobre da Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia, durante la discussione in commissione Affari costituzionali sul Rosatellum. Ma con una differenza non da poco: perché nel testo dell’anno scorso, il premio di maggioranza andava alla coalizione o lista arrivata al 40 per cento. Mentre quattro giorni fa lo stesso La Russa ha riproposto in tv l’emendamento, ma con la soglia abbassata al 37: ossia la stessa percentuale presa dal centrodestra il 4 marzo. Percentuale più adeguata anche per Salvini, che sta discutendo di un testo assieme al grande esperto in materia della Lega, Roberto Calderoli. E di legge elettorale, assicurano dal Carroccio, si parlerà anche in due riunioni con i neo-eletti in Parlamento, la prossima settimana. La linea è mostrare che la Lega fa sul serio sull’argomento: “Anche perché – azzarda un parlamentare di peso – al Quirinale potrebbero apprezzare mosse pubbliche per scuotere questo pantano…”.
Di certo Salvini corre, per dare le carte. Però la parte del mazziere, numeri alla mano, dovrebbe recitarla Di Maio: che sulla legge elettorale per ora va di sussurri e indiscrezioni. La notizia di un possibile accordo con la Lega sul tema giorni fa è stata fatta trapelare volutamente dal Movimento, sempre come arma di pressione. Qualche “ufficiale” ne ha parlato informalmente con colleghi del Carroccio. Ma una discussione seria sul punto non c’è, giurano. Anche perché il Movimento non ha ancora una proposta definita.
L’ormai vecchia legge elettorale sostenuta dal M5S, il Democratellum (o Toninellum, dall’omonimo deputato dimaiano che l’aveva elaborata) era un testo di impianto proporzionale, con le preferenze (anche in negativo, con voto di penalizzazione) e collegi molto piccoli, che prevedevano di fatto una quota di sbarramento implicita molto alta. Ovvero, con quella legge servirebbe l’8-10 per cento per prendere un seggio. Soprattutto, non prevede un premio di maggioranza.
Premio di cui invece ora si discute anche nel Movimento. Perché è vero, in questi giorni ai piani alti si è parlato principalmente di altro, dalle strategie per il governo alla gestione dei gruppi parlamentari. Però Di Maio e i suoi hanno scambiato riflessioni anche sulla legge elettorale. E l’ipotesi di introdurre un premio di maggioranza per la governabilità è sul piatto. Però a sorpresa c’è anche chi ha proposto un ballottaggio, o doppio turno, come era previsto nell’Italicum, che pure il Movimento ha combattuto. E su questo un ipotetico accordo con la Lega salterebbe, perché il Carroccio era ed è contrario al doppio turno. E potrebbe opporsi anche a soglie di sbarramento più alte del 3 per cento, vecchio pallino del Movimento, che vuole ridurre il numero dei partiti. Mentre la Lega avrebbe interesse a tenere dentro alleati come Fratelli d’Italia. Ipotesi, sul filo dei numeri. Seminate come mine, contro lo stallo.