Poco dopo le 9 è crollato il muro perimetrale dell’ex monastero di San Paolo Maggiore nel centro antico di Napoli e dai vicoli si è alzato un urlo drammatico: “Correte, ci sono i morti sotto le macerie”. Per fortuna i cinque operai che stavano lavorando sul posto sono tutti vivi. Due sono in ospedale, un terzo è in codice rosso. Hanno ceduto due pilastri e due volte nel corso di lavori del progetto Unesco, appaltati dal Comune, seguiti dalla Soprintendenza e finanziati con fondi comunitari. Vigili del fuoco e poliziotti sono accorsi quasi subito e hanno scavato a mani nude. Tra i primi a intervenire, un caposquadra dei pompieri e una volontaria del 118: abitavano a pochi metri. “Non abbiamo dati sufficienti per capire quale sia stata la causa. Il maltempo aiuta il degrado, però una semplice pioggia in un edificio che sta bene non basta”, spiega Domenico Caputo, vicedirigente dei vigili del fuoco. “Forse anche un quadro fessurativo pregresso molto grave che forse doveva essere puntellato meglio”, aggiunge un geometra comunale. L’area è stata sigillata e la Procura ha aperto un fascicolo.
Smartphone, viaggi e case in affitto: funzionari comunali corrotti per ottenere gli appalti
Undici milioni di euro ogni 106 giorni. È quanto ha intascato il Consorzio Seneco, formato dalle aziende Senesi spa e EcoCar srl, per gestire i rifiuti a Catania. L’appalto sarebbe stato ottenuto elargendo smartphone, computer, viaggi e persino l’affitto di un appartamento a Roma da 800 euro mensili, in uso alla figlia di un dirigente comunale. Il tutto per corrompere i funzionari amministrativi. L’inchiesta Garbage affaire, condotta dalla Procura e dalla Dia di Catania, ha portato all’arresto dell’imprenditore romano Antonio Deodati, vicepresidente del Consorzio e già proprietario dell’Ipi srl, accusato di turbata libertà degli incanti e corruzione. “L’appalto più importante d’Italia”, dice Deodati intercettato. Il servizio è stato gestito per sette anni da Ipi e Oikos Spa, con proroghe, ricorsi e interdizioni per mafia. Alla scadenza, il Comune ha indetto una gara pubblica, da 350 milioni di euro per gestire i rifiuti per altri 7 anni, che però è andata deserta. L’Anac suggerisce di dividere la gara in lotti separati, o di avviare una procedura negoziata con le aziende del settore. Ma i dirigenti etnei optano per l’affidamento temporaneo da 106 giorni. A vincere è la Seneco, unica a presentarsi. Il bando è prorogato per altre quattro volte, perché nessuno si presenta a quello principale dei 7 anni. Massimo Russo, ex capo di gabinetto del sindaco Enzo Bianco, sarebbe stato “asservito alle imprese”, con il suo ruolo da ragioniere generale e presidente della società per il servizio di regolamentazione dei rifiuti a Catania. È indagato per corruzione e interdetto per 12 mesi.
In manette è finito Orazio Fazio, dirigente del settore ecologia e ambiente, che sarebbe intervenuto per impedire che venissero rilevate le inadempienze e i disservizi delle aziende, evitando possibili sanzioni economiche, che le avrebbero estromesse dalle gare. Turbata libertà degli incanti è l’accusa per Leonardo Musumeci, dirigente del settore ecologia e responsabile della gara d’appalto, sospeso per un anno dai pubblici uffici.
Rogo della ThyssenKrupp, l’ex manager Marco Pucci chiede la grazia a Mattarella
“No alla crocifissione, no alla gogna. Lui era il responsabile commerciale dell’area marketing. E ha già pagato pesantemente”: è su queste basi che l’avvocato Massimo Proietti ha chiesto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella la grazie per Marco Pucci, ex manager della Thyssenkrupp, uno dei condannati in via definitiva per l’incendio che nel 2007 uccise sette operai nello stabilimento di Torino della multinazionale dell’acciaio. “Siamo sempre stati convinti – aggiunge – che le responsabilità di quanto accaduto dovessero essere cercate altrove. Pucci è la vittima di un sistema giudiziario che lo ha travolto, ritenendolo responsabile oggettivo di qualcosa che sicuramente non ha commesso. E ha diritto alla grazia più di tantissimi altri”. La richiesta al Quirinale è stata presentata a dicembre. L’iter prevede un’istruttoria della Procura generale del Piemonte (che ancora non è stata investita del caso). Poi la pratica passerà al Ministero della Giustizia, che dovrà dare un parere. Solo allora il Capo dello Stato si pronuncerà. Ma nel frattempo i parenti delle vittime hanno già emesso la loro sentenza: “Noi non concediamo la grazia a nessuno – dice Graziella Rodinò, la mamma di Rosario – e nemmeno la deve concedere Mattarella. Se vogliono il perdono, lo chiederanno a Dio”.
Violenza sulle studentesse Usa. I carabinieri: “Ci siamo comportati da maschietti”
“Ci siamo comportati da maschietti”: sarebbe questa la risposta data durante l’interrogatorio alla pm Ornella Galeotti da uno dei due carabinieri accusati di aver violentato due studentesse americane a Firenze il 7 settembre scorso, dopo averle accompagnate a casa con l’auto di servizio. Entrambi i militari – l’appuntato Marco Camuffo e il militare scelto Pietro Costa – hanno affermato davanti al pubblico ministero che sarebbero state le ragazze a prendere l’iniziativa, e di non essersi accorti che erano ubriache. A far partire le indagini era stata la denuncia delle due studentesse, di 20 e 21 anni: raccontarono di aver subito violenza nell’androne delle scale del palazzo dove vivevano nel centro di Firenze da parte dei due carabinieri che si erano offerti di riportarle a casa con l’auto di servizio. Una volta arrivati sotto la casa delle giovani, i militari, secondo quanto raccontato al momento dell’interrogatorio da uno dei due, avrebbero deciso di accompagnarle dentro ma senza secondi fini: “Si è sempre fatto così, anche per una cosa di galanteria – hanno detto – perché magari le aggrediscono nel portone”. Entrambi, inoltre, avrebbero affermato di essere consapevoli di aver violato il regolamento decidendo di farle salire sull’auto di servizio per portarle a casa: “Ci siamo consultati… eravamo titubanti” avrebbe detto uno dei militari. Intanto, la procura di Firenze ha concluso le indagini, e l’avviso di chiusura, firmato dalla pm Galeotti, è stato notificato ai legali dei due. Le studentesse risultarono – alla rilevazione effettuata alle 6.51 del mattino del 7 settembre – in quello che viene definito “stato di ebbrezza alcolica”, con 1.68 grammi di alcol per litro una e 1.59 per l’altra. Secondo il capo d’imputazione notificato a conclusione delle indagini, i due carabinieri avrebbero violentato le due ragazze agendo in modo “repentino e inaspettato”. Ora si dovrà decidere se chiedere il rinvio a giudizio.
Sentenza P3, Verdini un po’ la sfanga e un po’ no
La P3 era un’associazione segreta che ha violato la legge Anselmi con l’obiettivo di condizionare il funzionamento delle istituzioni e assoggettarle ai suoi scopi, ma Denis Verdini non ne faceva parte. L’ex senatore di Forza Italia, poi stampella del governo Renzi, è stato assolto da questo capo di imputazione. Verdini però è stato condannato a un anno e tre mesi (e a pagare una supermulta di 600 mila euro) per finanziamento illecito ai partiti.
Dopo otto anni dalle prime misure cautelari, ieri è arrivata la sentenza di primo grado, a cinque anni dal rinvio a giudizio, pronunciata dalla IX Sezione del Tribunale di Roma. Il dispositivo di cinque pagine è denso di condanne e di prescrizioni. Sei anni e sei mesi per Flavio Carboni, l’uomo che evoca il ricordo del crac del Banco Ambrosiano, 4 anni e 9 mesi per l’imprenditore Arcangelo Martino, e altre cinque condanne, non collegate all’associazione a delinquere. Condannati a dieci mesi l’ex sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino e l’ex assessore campano Ernesto Sica, estranei alla P3, per diffamazione e violenza privata ai danni dell’ex governatore Stefano Caldoro, contro il quale fu diffuso un dossier falso con l’obiettivo di eliminarlo dalla corsa alla Regione Campania. Caldoro, difeso dall’avvocato Antonio Fasolino, ha chiesto e ottenuto un risarcimento simbolico di un euro. Da tempo, in privato, ha accettato le scuse di Sica. L’ex presidente della Cassazione Vincenzo Carbone è stato condannato a due anni per abuso d’ufficio. Condannati a un anno e dieci mesi Pinello Cossu e Ignazio Fabris, rispettivamente ex presidente del Consorzio Tea ed ex presidente di Arpa Sardegna, per il filone relativo all’eolico e alle energie alternative. Il procuratore aggiunto Rodolfo Sabelli e il pm Mario Palazzi avevano chiesto diciotto condanne. Ma molte ipotesi di reato si sono estinte per prescrizione, tra le quali quella contestata all’ex governatore sardo Ugo Cappellacci. Accuse cadute anche nei confronti dell’ex coordinatore toscano di Forza Italia Massimo Parisi e del direttore Unicredit di Iglesias Stefano Porcu. Tra le richieste di condanna ce n’era una per Pasquale Lombardi, il geometra di Cervinara (Avellino) reinventatosi giudice tributarista e tessitore di trame, secondo gli inquirenti uno dei fulcri dell’associazione segreta, di cui avrebbe fatto parte anche Marcello Dell’Utri, la cui posizione è stata stralciata (per lui il procedimento è ancora in corso). Lombardi si è spento il 2 marzo a 85 anni.Secondo l’accusa la P3 si adoperò per “influenzare la decisione della Consulta nel giudizio sul cosiddetto lodo Alfano” e per intervenire “sui magistrati della corte di Cassazione alla scopo di favorire una conclusione favorevole alla parte privata di cause pendenti sia di natura civile (Lodo Mondatori) sia penale come, ad esempio, il ricorso contro la misura cautelare”. “Dopo anni di gogna mediatica si certifica la mia estraneità a un’accusa infamante – commenta Verdini – ma resta l’amarezza per la condanna a un presunto finanziamento illecito che è stato esclusivamente utilizzato per pagare gli stipendi di un’azienda giornalistica”.
Sicilia, in tre mesi tre leggi e consulenze per un milione di euro
A tre mesidall’insediamento della nuova maggioranza in Assemblea regionale siciliana sono appena tre le norme fondamentali approvate. Una media di una al mese, come denunciato ieri su ilfattoquotidiano.it, che si scontra con numeri ben più significativi dei nuovi contratti di consulenza avviati dai deputati dell’isola. Trentaquattro in poco più di novanta giorni, per un costo totale di circa un milione di euro. Tra le leggi approvate, c’è la norma che aggiorna l’Antimafia, ma anche quella che aggiunge la parola “terme” ad alcune città dell’isola (per dire: Montevago ora si chiama Montevago Terme). La terza legge, invece, modifica i confini tra i Comuni di Grammichele e Mineo, in provincia di Catania. Nient’altro. Tranne le nomine per i collaboratori. L’ufficio di presidenza guidato da Gianfranco Micciché ne ha fatti assumere 17, ma anche i suoi colleghi non si fanno mancare aiutanti e consiglieri, fino ad arrivare ai 34 già messi sotto contratto. La spesa totale, per ora, è di 75.985 euro ogni trenta giorni, cioè 911.820 euro dall’insediamento del Parlamento.
E lui: “Dall’azienda ho cacciato gli affaristi”
Avvocato Ingroia, questa volta i suoi ex colleghi hanno picchiato duro…
Un provvedimento grottesco, sono le stesse accuse di un anno fa, con la differenza che oggi c’è un sequestro ingiusto non solo perché infondato ma perché sproporzionato e con pochissimi precedenti.
Soggiorni nei migliori alberghi, pranzi nei ristoranti top…
Rimborsi previsti dalle convenzioni alberghiere, sono dello stesso livello che frequentavo da pm, non credo siano molto diversi da quelli che frequentano ancora oggi i miei colleghi quando vanno in trasferta.
L’accusano di essersi auto assegnato addirittura un premio di oltre 117 mila euro…
Non è stata un’autoliquidazione ma il riconoscimento di un’indennità da parte dell’assemblea dei soci per i risultati ottenuto: ho preso la società in condizione prefallimentare, ho messo alla porta gli affaristi e i corruttori, ho tagliato le spese, ho fatto risparmiare centinaia di milioni di euro. Prima di me c’erano impegni di spesa per 50-70 milioni di euro, l’ultimo budget che ho chiuso era di 5 milioni, mantenendo lo stesso standard.
Un carrozzone mangiasoldi, insomma. L’ha denunciato in Procura?
Ho presentato numerosi esposti, ma la Procura di Palermo non ha mai aperto un indagine sulle mie denunce, non mi ha mai sentito e per tutta risposta invece di un grazie un mese fa il governo di centrodestra mi ha revocato. E un mese dopo arriva questo sequestro, ripeto, grottesco: riguarda la cifra lorda, sulla quale ho già pagato sia Iva che Irpef, lo Stato si riprende somme che da me ha già incassato.
Si crede vittima di una persecuzione giudiziaria? Pensa che qualcuno le stia facendo pagare conti del passato?
Non penso a una persecuzione, ma c’è un tempismo che mi lascia sorpreso: alla vigilia della sentenza della Trattativa si pensa di infangare il padre di quel processo, tutto ciò mi sembra singolare. Lo sa che il decreto mi è stato notificato a Fiumicino dalla Guardia di Finanza? Stavo partendo per Reggio Calabria dove al Palazzo di Giustizia era previsto l’interrogatorio di Spatuzza nel processo alla ’ndrangheta stragista, in cui sono parte civile per le famiglie di due carabinieri. E Spatuzza ha parlato della trattativa, dell’incontro al bar Doney con Graviano e i contatti con Berlusconi e Dell’Utri, il contesto nel quale si sviluppa questa vicenda.
Sull’informatizzazione regionale in Sicilia si sono sempre attivati appetiti della politica per gli investimenti consistenti e i margini di manovra ampi per potenziali speculatori. Il governo regionale oggi rilancia con nuovi stanziamenti per oltre 400 milioni di euro annunciati dall’assessore Armao. C’è il rischio di tornare ai buchi neri del passato?
Affaristi e corruttori c’è il rischio che si ripresentino, ho letto sui giornali che è in corso una ristrutturazione dei rapporti di forza, credo che oggi si realizzi quello che ho impedito per anni, e cioè alla società viene tolto ogni ruolo strategico nella gestione del digitale, che viene assunto dal governo Musumeci. Ricordo negli ultimi tempi gli scontri con il renziano Baccei, in quel periodo c’era un collegamento dei grossi affari siciliani verso la Consip. Baccei non c’è più, e oggi tutto è gestito dall’assessore Armao di Forza Italia. Non a caso, Sicilia digitale non c’era alla sua conferenza stampa, l’informatica è stata fagocitata dalla politica.
“Il premio, i pranzi e gli hotel” Sequestro sui conti di Ingroia
Ha firmato decreti di sequestro per centinaia di milioni di euro ma ora Antonio Ingroia si vede presentare il conto dalla Procura di Palermo che ha guidato per anni come aggiunto, ed è un conto “salato’’: 151 mila euro sequestrati dai suoi conti correnti (“e nel caso le somme non vengano rinvenute dispone il sequestro di beni’’) e da quelli del revisore dei conti Antonio Chisari per essersi assegnato un’indennità premiale di 117 mila euro e rimborsi spese di vitto alloggio in 40 tra alberghi e ristoranti di Palermo e Roma tra il 2013 e il 2015, nel periodo in cui è stato prima liquidatore e poi amministratore unico di Sicilia e Servizi (Siese), la società che gestisce l’informatizzazione della Regione siciliana dal cui vertice Ingroia è stato rimosso il 6 febbraio scorso.
Ci sono Villa Igea e l’Excelsior, per costi anche di quasi 4.000 euro, e c’è il locale dello chef antimafia Natale Giunta, per un pranzo da 100 euro. E anche se la decisione di colpire il patrimonio dell’ex collega deve essere stata tormentata per i pm palermitani (l’inchiesta è condotta dal procuratore aggiunto Sergio De Montis e dai pm Pierangelo Padova ed Enrico Bologna, ma il decreto di sequestro non è firmato dall’aggiunto) il provvedimento ha l’effetto di un colpo non lieve inferto dall’ufficio guidato da Franco Lo Voi al mito mediatico dell’ex pm, “padre’’ del processo per la Trattativa Stato-mafia, candidato a guidare un ufficio dell’Onu in Guatemala e poi traghettato in politica con risultati alterni.
Secondo la Procura, nella sua qualità di amministratore unico della società che cura l’informatizzazione della Regione Siciliana, tra il 2014 e il 2016, Ingroia avrebbe percepito indebitamente i rimborsi spese relativi al vitto e all’alloggio delle trasferte; circostanza che non sarebbe prevista dalla legge che ammetterebbe, secondo la Procura, solo il recupero del denaro speso per i mezzi di trasporto.
I suoi ex colleghi gli hanno contestato anche di avere percepito un indennità di risultato, circa 113 mila euro, non proporzionato e superiore all’utile conseguito dalla società, circa 36 mila euro. Ingroia ha sostenuto che da anni ormai risiede a Roma e numerose pronunce della Corte dei conti, applicando una norma di legge hanno più volte stabilito che tra le spese di trasporto rientrino anche quelle di vitto e di alloggio.
Il sequestro è l’ultimo di una raffica di provvedimenti giudiziari, penali e contabili, ai quali Ingroia è stato sottoposto fin dall’estate del 2015, quando la Guardia di finanza andò a sequestrare nella sede di Sicilia e Servizi le fatture dei viaggi e le delibere di assegnazione dell’indennità premiale.
Venne indagato anche per 76 assunzioni ritenute illegittime, ma il gip archiviò nell’agosto 2016. E fu reindagato per il doppio incarico (commissario della provincia di Trapani e amministratore unico di Siese) ed anche qui è arrivata, l’altro ieri, una nuova archiviazione, con l’invio delle carte alla Corte dei conti per la valutazione di eventuali danni erariali. E quando proprio i giudici contabili rilevarono un difetto di giurisdizione della Procura sulle assunzioni bloccando l’inchiesta, Ingroia polemizzò con uno di quei pm indicandolo come “un fin troppo solerte sostituto procuratore della Corte dei Conti legato, sia da affinità parentali che da passati incarichi consulenziali, a uno dei difensori dell’ex senatore Dell’Utri’’. Gli replicò l’avvocato Enrico Trantino, che riconobbe in quel pm il proprio cugino, Gianluca Albo (‘’il difensore cui allude il signor Ingroia è mio padre. Mi guardo bene dal lavare l’onta per questo ci penseranno i giudici cui ci rivolgeremo’’) e la vicenda sfociò nell’annuncio di reciproche querele.
Tensioni riaccese all’inaugurazione dell’anno giudiziario, quando il procuratore contabile Pino Zingale rivelò che Ingroia aveva impedito agli ispettori della Regione di varcare la soglia della sede di Sicilia Digitale, un dato “clamorosamente falso’’ secondo la smentita dell’ex pm della Trattativa, insolitamente duro: “Ritengo grave il fatto che un pubblico funzionario ha comunicato circostanze false alla Corte dei Conti, e di questo dovrà risponderne’’.
Intanto a difendersi per ora è lo stesso Ingroia: “Ho la coscienza a posto – ha detto ieri in una nota – perché so di avere sempre rispettato la legge’’.
Scontri tra ultras e polizia: Daspo per 23 tifosi in Serie B
Dodici tifosi bresciani e undici sostenitori dell’Avellino: tutti colpiti col provvedimento del Daspo, il divieto di accesso a manifestazioni sportive. Ieri il questore di Foggia Mario Della Cioppa ha disposto la misura per periodi che vanno dai 3 ai 5 anni ai 12 tifosi bresciani, protagonisti di alcuni scontri con le forze dell’ordine prima della partita contro il Foggia dello scorso 24 febbraio. Ai responsabili dei comportamenti più violenti è stato prescritto anche l’obbligo di firma negli Uffici di Polizia per il corrispondente periodo del divieto. Provvedimenti simili a quelli decisi dal questore di Salerno, Pasquale Errico, che ieri ha emesso 11 Daspo nei confronti di altrettanti tifosi dell’Avellino, a seguito degli episodi di violenza avvenuti in occasione della sfida con la Salernitana della scorsa settimana. Anche in questo caso divieti dai 3 ai 5 anni, dovuti ai tafferugli tra ultras e forze dell’ordine, intervenute nel settore ospiti, occupato dagli avellinesi, per sedare una rissa interna al gruppo di tifosi. Entrambe le sfide al centro dei provvedimenti riguardano il campionato di Serie B.
La replica di T. Renzi: “Su Consip nessuna nuova convocazione”
Non c’è nessuna convocazione ufficiale dalla Procura, almeno per il momento. È quanto sottolinea Federico Bagattini, avvocato difensore di Tiziano Renzi (nella foto col ministro Luca Lotti), commentando quanto pubblicato ieri da il Fatto Quotidiano in merito a nuovi indizi che riguarderebbero il padre dell’ex premier nella vicenda Consip e che potrebbero spingere i magistrati ad ascoltare al più presto lo stesso Renzi. “Finora non c’è stata ancora una convocazione ufficiale. Se ci dovessero chiamare, cosa probabile, ci presenteremo senza problemi all’autorità giudiziaria”, ha specificato ieri Bagattini. Tiziano Renzi, già interrogato dai magistrati il 3 marzo dello scorso anno, resta indagato per traffico di influenze illecite. Sotto la lente della Procura di Roma c’è anche il ministro dello Sport Luca Lotti, accusato di favoreggiamento e violazione del segreto istruttorio. I magistrati hanno deciso di convocarlo per un confronto con il suo grande accusatore, l’ex amministratore delegato della centrale acquisti della Pubblica amministrazione Luigi Marroni.