Il “sistema-Malagò” in Federazione: preso anche un manager di Expo

“Il commissariamento in Federcalcio sta meno che 0-0”. Nei palazzi dello sport circola questa metafora calcistica per ammettere come la rivoluzione promessa dal Coni proceda un po’ a rilento: niente Ct della Nazionale, niente riforme. In compenso Giovanni Malagò sta provvedendo a piazzare tutte le sue pedine, così da controllare il pallone anche quando il suo governo straordinario sarà finito.

Lunedì in Lega a Milano farà eleggere presidente Gaetano Miccichè, fratello del forzista Gianfranco, n. 1 di Banca Imi (del Gruppo Intesa Sanpaolo) e membro del cda di Rcs. Mentre a Roma uno dei primissimi (se non unici) atti del nuovo corso guidato dal suo vice Roberto Fabbricini (e da Michele Uva, direttore generale ormai plenipotenziario in Federazione) è stato assumere un capo del marketing nuovo di zecca, che arriva da Expo.

Il prescelto è Giovanni Sacripante: 51 anni, di Teramo, sarà direttore dell’area business. Secondo voci di corridoio, ci sarebbero anche dei contatti politici dietro la sua nomina, sponsorizzata dalla cerchia che fa a capo al ministro Luca Lotti. I vertici federali lo escludono categoricamente: “È un tecnico, ha vinto una gara condotta da una società di ‘cacciatori di teste’ fra oltre 60 candidati. Era già stato individuato a gennaio, abbiamo aspettato perché fosse la nuova gestione a decidere su di lui”. E il commissario ha dato via libera a tempo di record. Di sicuro Sacripante viene dall’universo renziano di Expo, dove ha lavorato bene e con diversi incarichi dal 2012 al 2016, in qualità di direttore del Business Development. Già l’anno scorso era stato avvistato al Kick-off, il think tank calcistico organizzato dal dg Uva che riunisce sui campi di Coverciano tutte le persone che contano nel mondo del pallone e non solo (c’era pure il ministro Lotti come ospite d’onore). Ora è sbarcato in Figc, con un contratto fino a fine mandato e il piano non dichiarato di internalizzare il marketing, così da rinunciare all’advisor Infront in scadenza nel 2018.

La nomina ha destato stupore in via Allegri ma non è un caso isolato, visto che negli ultimi tempi diversi dirigenti legati alla precedente gestione di Carlo Tavecchio o comunque al passato sono stati ricollocati, dalla biglietteria alla segreteria, dall’ufficio stampa a quello per le squadre nazionali. In alcuni casi c’è il rischio di finire addirittura in tribunale, ma la nuova gestione pare più interessata alle poltrone che alle riforme. E il commissario Fabbricini lascia fare; se lui fa melina a Roma, però, lo stesso non può dirsi di Giovanni Malagò, che a Milano ha fatto fuoco e fiamme, spiazzando i proprietari dei club e scegliendo il prossimo capo della Lega.

Salvo sorprese, lunedì la Confindustria del pallone nominerà Gaetano Miccichè. Legato in famiglia alla politica e a Silvio Berlusconi, i suoi conflitti d’interessi con altri presidenti del pallone si sprecano, e proprio per questo probabilmente sarà eletto: come avrebbe potuto dirgli di no Claudio Lotito, appena candidato alle Politiche da Forza Italia di cui suo fratello è luogotenente in Sicilia? Oppure Urbano Cairo, che alla Banca Imi da lui guidata deve tanto per la scalata al Corriere della Sera, in Rcs lo ha come consigliere e ora se lo ritroverà presidente in Lega? Miccichè, comunque, non si insedierà fino a quando non saranno completati tutti gli organi (manca l’amministratore delegato e i vari membri del consiglio), in modo da permettere a Malagò (e al suo braccio destro Paolo Nicoletti) di fermarsi un altro po’ a Milano. Poi il n. 1 dello sport potrebbe addirittura prendere in mano pure la Figc, con la scusa che intanto Fabbricini non è più segretario generale del Coni (ruolo in virtù del quale era stato nominato commissario) e dovrà occuparsi della Coni Servizi. L’ultimo tassello dello spoils system del pallone.

La società olandese super segreta: “Non siamo di Mino”

È in un palazzo nel centro di Amsterdam, in via Jan Luijkenstraat, al civico 92, la mente fiscale dei più famosi calciatori europei. Una M bianca su sfondo arancione. E la scritta “Maguire”. Come Jerry Maguire, il protagonista del film omonimo interpretato da Tom Cruise, che impersona un procuratore sportivo senza scrupoli, ai vertici della sua carriera, che decide di ribellarsi alle regole del gioco, rinuncia a una montagna di contratti e sceglie di seguire un solo giocatore di football americano. Rischia il fallimento. Ma alla fine otterrà per il suo cliente – e ormai amico – il più alto ingaggio mai realizzato prima.

Dicono che sia il film preferito del super procuratore Mino Raiola. Di più. Dicono che la Maguire Tax & Legal, che segue decine di calciatori di caratura mondiale, sia sua. Lo riferisce Forbes, quando lo segnala come il decimo procuratore più ricco del mondo, e segnala la Maguire come l’agenzia di Raiola. “Falso”, spiega Raiola al Fatto Quotidiano.

“Falso”, dice Sign van Oostaijen, che è proprietario della Maguire, quando ci fa accomodare nel salottino all’ingresso dello studio. “È sempre stato un malinteso – spiega Van Oostaijen –. Mino è solo un vecchio amico, ci conosciamo da oltre vent’anni, ma non ha alcun legame con questo studio”. Neanche il nome Maguire è opera di Raiola. “Un giorno – continua Van Oostaijen – ho letto su un giornale che Jerry Maguire è il suo film preferito. Mah. Io so che è il mio film preferito, che fosse anche il suo non l’ho mai saputo”.

Coincidenze. Dicerie. Malintesi. D’altronde Raiola non è neanche cittadino olandese, come spesso si legge sui siti sportivi online, e lo stesso procuratore sembra vittima di una serie di fake news che gli rovinano persino il giorno del compleanno: “Sono nato il 6 novembre – ci racconta al telefono – ma secondo Wikipedia il mio compleanno sarebbe il 4, così ogni anno, due giorni prima, mi tempestano di telefonate”. C’è sempre qualcosa di sfocato nelle notizie che circolano su Raiola: cittadinanza imprecisa, date di nascita svirgolata di 48 ore, l’attribuzione di un’agenzia, come la Maguire, con la quale lui assicura di non aver mai avuto alcun legame societario. E anche il fisco dei Paesi Bassi, come ha rivelato il Fatto ieri, non riesce a essere sicuro: non sarà l’Olanda, il luogo in cui Raiola deve versare le sue tasse milionarie?

Van Oostajien ci riceve in maniche di camicia, pantaloni simil principe di Galles, dopo che Raiola ha anticipato la nostra visita. Sorride e premette: “Non ho molto da dire, se non che Raiola con la Maguire non ha alcun legame, comunque si accomodi”. Siamo al top degli studi tributari per i campioni dello sport, ma non c’è traccia di lusso, un’eleganza asettica, il bianco che domina ovunque, un divano all’ingresso, arredamento essenziale.

In linea con l’essenziale spirito di Van Oostaijen: “Quali calciatori si sono affidati alla sua società?”, chiediamo. “Non posso fare alcun nome – è la risposta – è una questione di privacy”. Strano, obiettiamo: non stiamo chiedendo l’entità delle sue parcelle, né l’ammontare delle tasse dovute al fisco dai suoi clienti, ma soltanto qualche nome. In fondo, aggiungiamo, se una società cura gli interessi di una star dello sport, di solito non lo nasconde, perché non c’è migliore forma di pubblicità. Al contrario, si potrebbe pensare che qui, la Maguire Tax & Legal, abbia qualcosa da nascondere.

“Non abbiamo niente da nascondere – risponde Van Oostaijen – ma preferiamo tenere un profilo basso. Adottiamo la massima riservatezza per i nostri clienti e per noi stessi”. Si dice che Maguire sia il più importante tributario per sportivi in Olanda e tra i migliori d’Europa. “Non so cosa rispondere, non so dirle se siamo davvero lo studio legale tributario più importante, lo lasciamo dire agli altri”. Se non vuol dirci i nomi, può almeno dirci quanti calciatori si rivolgono a voi? “No, mi dispiace, non posso fornirle numeri di alcun tipo”.

Che alla Maguire si siano affidati anche calciatori gestiti da Raiola, lo ammette lo stesso procuratore, precisando che si tratta di scelte personali nelle quali non ha avuto alcun ruolo. Quali, però, Van Oostaijen non vuole rivelarlo. Quanti, neanche. Siamo ben oltre la classica soglia del segreto professionale. Sulla “massima riservatezza” della Maguire, almeno oggi, abbiamo avuto prove granitiche. Ci resta solo un dubbio. Che un ulteriore incentivo alla riservatezza della Maguire, lo stia dando proprio il fisco olandese, da quando ha ufficialmente chiesto a Raiola di versare le sue tasse in Olanda. E ha avviato un’indagine a tappeto sulle sue attività.

Caso Raiola, le Fiamme gialle in contropiede dal Milan

Il fisco olandese ha chiesto la collaborazione dello Stato italiano. E la Guardia di finanza, poche settimane fa, s’è presentata nella sede del Milan con una richiesta precisa. I finanzieri hanno acquisito tutti i contratti che il super procuratore del calcio italiano, Mino Raiola, ha stipulato con la società rossonera dal 2014 a oggi.

Il braccio di ferro coi Paesi Bassi

È uno degli sviluppi della “attività multilaterale” avviata dal fisco olandese e rivelata ieri dal Fatto, per fare chiarezza sugli affari di Raiola. Obiettivo: verificare la sua reale residenza fiscale. L’indagine amministrativa è in fase istruttoria, al Fatto non risultano contestazioni da Amsterdam per evasioni o frodi fiscali, ma di certo tra Raiola e i Paesi Bassi è in corso un braccio di ferro dalle conseguenze imprevedibili. Il fisco olandese sembra convinto, o almeno ne sta cercando le prove, che Raiola debba pagare le sue tasse allo Stato dei tulipani. Il punto è che Raiola non ha cittadinanza olandese. E in nessuna camera di commercio d’Olanda risultano società collegate al procuratore. Quindi, se i funzionari dell’amministrazione fiscale orange, dovessero riuscire a dimostrare che il procuratore deve ad Amsterdam le sue tasse, sarà solo grazie all’attività investigativa. Solo a quel punto bisognerà stabilire se, rispetto alla mancata residenza fiscale in Olanda, Raiola abbia avuto delle responsabilità oppure no. E se siano soltanto amministrative o anche penali. Per il momento l’indagine fiscale è in fase istruttoria.

La collaborazione degli italiani 

L’agente di Pogba, Balotelli e Donnarumma, è già stato convocato dal fisco, che lo ha invitato a versare le tasse nelle casse olandesi. Il suo legale ha però spiegato ai funzionari che, di motivi per fissare la residenza fiscale in Olanda, secondo Raiola non ce ne sono. Versione che non convince gli olandesi. Al punto da chiedere alla nostra Guardia di finanza di collaborare alle loro indagini. Per gli accertamenti, secondo l’amministrazione fiscale olandese, è necessario analizzare i trasferimenti dei calciatori che Raiola ha seguito dal 2014 a oggi. È necessario scandagliare ogni intermediazione. O, almeno, quelle che riguardano il Milan.

La Guardia di finanza fa visita al Diavolo

Il fisco di Amsterdam ha chiesto alle Fiamme gialle di riferire ogni dato utile a ricostruire la natura delle prestazioni del procuratore. Di ricostruire i pagamenti effettuati dal Milan. Di verificare se, da questi dati, emergono elementi utili a stabilire la reale residenza fiscale di Raiola. E non solo di Raiola. Ma anche delle società che sono a lui riconducibili. E questo ha fatto la Gdf, nei giorni scorsi, presentandosi ai cancelli degli uffici amministrativi del Milan per chiedere tutta la documentazione necessaria. Documentazione pronta ad essere analizzata e trasmessa in Olanda. E le compravendite dal 2014 a oggi contano top player di caratura mondiale. Si parte da Mario Balotelli, che con Raiola nel 2013 passa dal Manchester City al Milan, viene venduto al Liverpool nel 2014, ripreso dal Milan, ma in prestito nel 2015 e poi venduto al Nizza nell’estate 2016. Poi c’è il calciatore francese, naturalizzato senegalese dal 2017, M’Baye Babacar Niang: Raiola lo porta tra i rossoneri nel 2012, nel gennaio 2014 va in prestito al Montpellier, torna al Milan per essere trasferito di nuovo in prestito ma al Genoa nel gennaio 2015, salvo rientrare nel calciomercato estivo a Milanello, dove rimane fino al nuovo prestito al Watford nel gennaio 2017 e, sempre in prestito finisce al Torino la scorsa estate.

Il caso di Gigio e del fratello Antonio

Nelle mani di Raiola anche il cartellino più discusso ormai da mesi: quello del 19enne Gianluigi Donnarumma, il portiere del Milan da 60 milioni di euro (nonostante la “papera” di due sere fa in Europa League) che sembra sempre in procinto di lasciare San Siro. Raiola gestisce anche il fratello di Donnarumma, Antonio, che ha portato sempre al Milan dai greci dell’Asteras Tripolis nel 2017. Tutti questi contratti sono ora nelle mani della Finanza italiana e del fisco olandese. Raiola ha ribadito al Fatto di aver agito correttamente e di aver sempre rispettato le leggi di ogni Paese nel quale abbia operato. Il procuratore conferma che, secondo lui, non esiste alcun motivo per fissare la sua residenza fiscale nei Paesi Bassi. Non è cittadino olandese, non ha società ad Amsterdam, i suoi figli studiano a Monaco. Se anche in Olanda la pensano nello stesso modo, lo capiremo dopo che i funzionari del fisco, in collaborazione con la Gdf, avranno analizzato anche i documenti acquisiti dal Milan. E nel caso di Raiola, quando si parla di tasse, si viaggia su cifre con parecchi zeri.

Il procuratore che gestisce calciatori del calibro di Donnarumma, Paul Pogba, Zlatan Ibrahimovic e Mario Balotelli – da soli hanno un valore di mercato pari a 160 milioni – è tra i più ricchi intermediari sportivi del mondo. Secondo Forbes, è il quarto in assoluto per quanto riguarda il calcio: la rivista americana ha calcolato, nel settembre 2017, commissioni pari a 43 milioni di dollari e una movimentazione di circa 437 milioni.

Fate decidere gli iscritti

Mai avremmo immaginato di dedicare a Maurizio Martina più di due parole (“Maurizio” e “Martina”). Ma, da quando abbiamo riservato più di un articolo (“il”) a Ettore Rosato, vale tutto. L’autoreggente del Pd si è concesso a Repubblica e ha detto anche cose condivisibili sul disastro del partito di cui è vicesegretario da un anno e ministro da cinque. O meglio: cose che sarebbero condivisibili se di quel partito non fosse vicesegretario da un anno e ministro da cinque. Dove l’abbiamo trovato deboluccio è sulle cose da fare: cioè sul compito di ogni politico che si rispetti. Appena si passa dalla constatazione del danno al modo di ripararlo, scatta la supercazzola: “Ripartire con un’idea forte di comunità”, “fare progetti di comunità”, “mobilitare su obiettivi che cambiano la vita quotidiana”, “essere soggetto attivo sul territorio dei legami sociali, del valore condiviso”. Con scappellamento a sinistra. Urgono sottotitoli, anche per udenti.

1. “Servirà un grande cambio di fase e nuove idee, anzi un vero rovesciamento delle idee guida che ci hanno condotto fin qui”. Giusto, anche se bisognerebbe fare un po’ prestino con queste nuove idee, perché nel frattempo milioni di elettori sono fuggiti verso quelle della concorrenza. E di chi è la colpa di “idee guida” così sballate da dover essere “rovesciate”? Di Renzi, di Martina e dell’intero gruppo dirigente? Non proprio. “Questo è il tempo dell’orgoglio” (per cosa: per le idee guida farlocche?) e “attenzione a cercare capri espiatori” (ma si chiama etica della responsabilità), perché “senza Renzi l’argine del Pd sarebbe crollato con quattro anni di anticipo” (per la verità era già crollato alle Amministrative e al referendum del 2016, mentre nel 2013 il Pd Bersani aveva preso il 25,5%, evitando il crollo).

2. “Dobbiamo sfidare i 5Stelle sul terreno su cui hanno preso voti: la domanda di cambiamento del Paese… e dimostrare da subito che siamo i più attrezzati per dare risposta alla domanda”. Giusto: ma per sfidare i 5Stelle a cambiare l’Italia bisogna pungolarli con proposte ancor più innovative stando in maggioranza, non sull’Aventino per spingerli fra le braccia della Lega o tornare a votare. Invece il reggente dice perentorio: “Né destra né M5S: il Pd non fa accordi”. Come se destra e M5S fossero uguali. E come se negli ultimi 7 anni il Pd non avesse fatto accordi solo con la destra (governi Monti e Letta, Patto del Nazareno, “riforma” costituzionale, Italicum, governi Renzi e Gentiloni con Verdini&Alfano, Rosatellum). Col risultato di far vincere i due partiti rimasti fuori sempre (M5S) o quasi (Lega).

3. “Il 4 marzo ci ha consegnato a una funzione chiara: stare all’opposizione. Il voto degli italiani ha stabilito la nostra posizione. Lavoreremo all’opposizione”. Quindi il 18,7% degli elettori sono andati a votare Pd per farlo perdere e mandarlo all’opposizione? E che ne sapevano di quanti voti avrebbe preso? Bell’idea avrebbero del Pd gli elettori del Pd. E bella idea ha Martina dei suoi elettori. Forse dimentica che il Rosatellum (battezzato dal capogruppo del Pd alla Camera) è una legge di impianto proporzionale (peraltro orrenda, ma non per il suo proporzionalismo): e, fermo restando che nessun grande partito viene votato perché vada all’opposizione, dopo le elezioni tutti i partiti – vincitori e vinti – devono decidere in Parlamento se coalizzarsi con qualcuno; e, se sì, scegliere i più vicini o i meno distanti. Che per il Pd, abbandonato da milioni di elettori a favore dei 5Stelle, sono questi ultimi.

4. “Siamo stati percepiti come il partito del Palazzo, che difende il benessere di chi ce l’ha già… Facciamo fatica nelle periferie, negli strati più deboli. Non si può che ripartire da lì… Non basta la crescita per ridurre le disuguaglianze… Siamo cresciuti in una sinistra che riteneva automatico che Pil e dati macroeconomici portassero con sé il miglioramento delle condizioni di vita delle persone… Abbiamo regalato alla destra il bisogno di protezione… È vecchio anche il blairismo e non basta più la socialdemocrazia… Ci serve radicalità nelle idee… sulla rimozione degli ostacoli all’uguaglianza… Serviranno energie esterne al Pd”. Perfetto: ma quante energie esterne (compreso il Fatto) e interne (come Bersani) dicevano le stesse cose quando passavano il Jobs Act, la Buona Scuola, i voucher, gli 80 euro, l’abolizione dell’Imu sulla prima casa anche dei ricchi, le norme pro evasori, la controriforma costituzionale, ed erano trattati da “gufi”, “traditori”, “professoroni”, “rosiconi”? Sono gli stessi che ora invitano Pd e M5S a riunire gli elettori separati dalle urne: vedi mai che, costretto dalla nuova alleanza, il Pd riesca a votare le misure sociali (reddito di cittadinanza, riforma della Fornero, investimenti al Sud, norme anti-corruzione e anti-evasione) che da solo non ha mai voluto varare. Perché non ascoltarli, tanto per cambiare un po’ e vedere l’effetto che fa? Martina auspica “occhiali nuovi per leggere la realtà”. Ma qui, più che di occhiali, è un problema di occhi. Difficile che un cieco riacquisti la vista cambiando le lenti.

5. “Al Pd servono strumenti di democrazia diretta… Penso alla Spd che ha costruito alcuni passaggi chiave con la partecipazione diretta degli iscritti”. Già: ma i vertici dell’Spd non pensavano di essere stati votati per stare all’opposizione. E, nel dubbio, l’hanno chiesto direttamente ai 463 mila tesserati nel referendum postale che si è tenuto proprio il 4 marzo. La base doveva dire sì o un no all’accordo di Grosse Koalition appena stipulato in sei mesi di trattative con l’avversaria Angela Merkel. E il 66% ha detto sì. Che aspetta Martina a parlare con Di Maio, a buttar giù 5 o 10 punti da realizzare insieme e poi a farli votare dagli iscritti o dal popolo delle primarie?

Gabriella Ferri ritrova casa a Testaccio

“Eppure tutti la immaginavano trasteverina. Ma lei è nata e cresciuta a Testaccio. Era il suo quartiere, la sua Roma, quella che ha dovuto abbandonare perché non poteva più permettersi di abitarci”. Il figlio di Gabriella Ferri, Seva Borzak “è felice che parte delle sue cose tornino a casa”.

Il motivo lo darà la mostra, che dal 5 aprile al Teatro Testaccio ospiterà gli abiti della cantante, alcuni dei suoi oggetti, ma soprattutto i suoi ritratti di quartiere, catturati dalla fotografa Roberta Hidalgo. “Sono scatti inediti – commenta Seva – neanche io prima d’ora li avevo visti. Si tratta di foto scattate al Giardino degli Aranci. Anche se non si vede molto il posto, perché sono più che altro primi piani, ritratti”. Immagini piene di luce, del viso, degli occhi azzurri della cantante che con Luisa De Santis compose il duo “Le Romanine”. Ed è proprio al civico 26, accanto al 22 di piazza Santa Maria Liberatrice in cui lei nacque, dove ora c’è la Libreria Testaccio che ieri sera si è aperto l’omaggio a colei che portò in giro per mezzo mondo Barcarolo romano, con la presentazione del libro di Pino Strabioli (Edizioni Iacobelli, 2009) Gabriella Ferri, sempre. Un testo che ricorda la voce di Roma, ma anche “la poetessa, la scultrice, la filosofa e la pittrice”, come racconta suo figlio. “Mia madre si dedicava a queste attività artistiche. Conservo un suo quadro, aveva una personalità eclettica, come nella musica, dove spaziava dagli stornelli romani al gospel”. La mostra organizzata dal fotografo Alessandro Lisci con il patrocinio del Municipio Roma Centro Storico e del Comune di Corchiano e la collaborazione di Ferruccio Raffaele Nocente, direttore artistico della mostra permanente dedicata a Gabriella Ferri nel paesino in cui scomparve nel 2004, darà inizio a una giornata dedicata al lei. “Mia madre era molto legata a quel luogo – racconta il figlio – lì iniziò con mio nonno Vittorio a scrivere canzoni.

Quando ero piccolo vivevamo a Campo dei Fiori, nel centro storico, ma so che per lei tornare a Testaccio sarebbe un regalo. A differenza di Corchiano, luogo di vita obbligato dove non sono riuscito mai a tornare dopo la sua morte, il quartiere di Roma era la sua casa”. Una casa “nella quale la musica suonava sempre, tranne nei periodi in cui si sentiva giù”, spiega Seva junior. Un ricordo intimo, in linea con una vita mai a favore di telecamere. “Mi ha sempre preservato dal mondo dello spettacolo – racconta – molto diverso da lei, che non ha mai composto le sue canzoni per il mercato, e che ha sempre rifiutato le dinamiche di quel mondo”. Un ricordo inedito per un grande ritorno, nel luogo che la salutò con il cuore 14 anni fa.

 

Una famiglia di investigatori e quel gioiello scomparso

La famiglia Intrigue, una famiglia di investigatori: Laszlo il capo famiglia, Veena la mamma, Imogen la sorella maggiore e “la più pigra”, Thibaut il maggiordomo, il cane Orville IV che ha la sottile arte del pisolino e Zelda e Marcus gli “investigatori junior”.

Il nuovo racconto degli autori per ragazzi Pierdomenico Baccalario e Alessandro Gatti parla della famiglia Intrigue che deve risolvere un mistero: hanno rubato l’Occhio di Poseidone dalla famosa gioielleria di Alphonse Jezequel III. Il gioiello servirà per le nozze tra la principessa Helda e il banchiere Sebastian Spillenbrill.

Gli Intrigue sono pronti al peggio però quando scoprono che lo stesso Alphonse si è rubato da solo, in un certo senso, si tranquillizzano.

Così chiedono aiuto ai loro cugini che riescono a capire da dove viene il colpevole: dallo Zirlenstein. Con trucchi e mosse gli Intrigue riescono ad imbucarsi ad una festa e a scoprire il colpevole.

Il libro “un enigma blu zaffiro” ha immagini molto carine che ti spiegano un po’ tutto il racconto, ma anche il testo fa immaginare molto ed è molto semplice e chiaro da capire.

Esiste anche il seguito che si intitola “Un imbroglio nero petrolio”.

 

La catastrofe (quasi) reversibile e senza zombi nella nuova serie di Kirkman

Del nuovo fumetto di Robert Kirkman si è parlato già molto perché ha una storia editoriale che sembra una favola: il creatore di The Walking Dead, l’autore più acclamato della sua generazione, ha un’idea ma gli manca il disegnatore. Il suo collaboratore Cory Walker gli segnala uno sconosciuto disegnatore romano che ha scovato in Rete e Kirkman non solo lo assolda, ma lo trasforma in un co-creatore alla parti dell’universo di Oblivion Song, che arriva ora in libreria per Saldapress. Ci sono i temi classici dell’immaginario di Kirkman: una tragedia globale di cui non conosciamo le cause e i dettagli, un folto gruppo di protagonisti che non vengono presentati ma lasciano scoprire la loro storia solo a sprazzi, un ritmo narrativo che impedisce di lasciare il volume prima di averlo finito. Merito anche dei disegni di Lorenzo De Felici e dei colori di Annalisa Leoni, sempre al servizio della storia, mai con troppi dettagli, capaci di costruire mostri informi inquietanti e non ridicoli.

Il nucleo della storia sta in una domanda: immaginate di perdere tutto quello che avete e di trovarvi in una di quelle utopie da decrescita felice. Lottate per la sopravvivenza ma riscoprite valori ancestrali quali l’onore, l’importanza della comunità, il trionfo per essere sopravvissuti a un altro giorno, per aver mangiato e non essere stati mangiati. Immaginate tutto questo e immaginate di avere una possibilità che di solito non è concessa ai personaggi di queste storie apocalittiche: poter tornare indietro. Vorreste rientrare nella vostra vita normale? O rimarreste a lottare contro mostri informi armati soli di lance e arguzia? Dopo aver letto un solo volume è presto per capire che traiettoria prenderà la storia, ma Kirkman non delude mai.

 

Tra paludi e cadaveri una strana luna di miele (senza sesso) a Red River, in Florida

Dennis Danson è dentro per aver ucciso e mutilato una bambina di undici anni, vent’anni prima. È un bel detenuto biondo condannato a morte. Era ancora minorenne al momento dell’arresto. Danson è americano e come accade spesso in quello strano e grande Paese, c’è un forte movimento di opinione pubblica convinto della sua innocenza. Un’inchiesta e poi un processo con troppi buchi e omissioni. Dall’Inghilterra gli scrive anche la trentenne Samantha, una paranoica che non sa gestire le sue relazioni sentimentali. Una coppia perfetta.

Lei scrive e Dennis risponde. I due s’innamorano e Samantha molla il suo odiato lavoro di maestra elementare e vola negli Stati Uniti dal suo nuovo amore. Una visita a settimana, con le dita che lasciano impronte di desiderio sul divisorio in plexiglass, sorvegliati da un agente penitenziario. I due finiscono per sposarsi, sempre in presenza del suddetto divisorio. Per fortuna che Samantha non è sola, nel mondo civile. È coccolata e scortata da una regista (lesbica) che sta girando un film sull’innocenza di Dennis. Ma il colpo di scena è in agguato. Un camionista confessa l’omicidio della bambina e il detenuto fresco sposo viene liberato. Samantha arde dalla voglia ma la prima notte in albergo è una tragedia. Dennis la costringe a dormire sul divano. E non è che l’inizio. Quando la coppia si trasferisce a Red River, nel paesello natìo di lui in Florida, è il momento di fare i conti con il truce passato dell’ex condannato a morte: il padre violento e alcolizzato; cinque ragazze scomparse e mai ritrovate; due amici psicopatici. Tutto in una casa isolata, in un bosco dove le paludi seminano angoscia e paura. E Dennis e Samantha continuano a non copulare.

 

 

Nessuna buona azione resterà impunita

Cosa fareste se il senzatetto cui avete appena allungato un paio di monete, si rivela essere un vostro amico dei tempi dell’università? Siamo a Londra in una fredda mattinata. Voi siete lì, in piedi, fasciati in un abito sartoriale, sulle spalle “un soprabito di lana vergine” mentre quest’uomo è stravaccato ai vostri piedi, le chiappe sul marciapiede gelato, avvolto in un vecchio parka e addenta un kebab untuoso. Lui conosce il vostro nome, più di vent’anni fa eravate come fratellastri. Lo aiutereste? Se la risposta è sì, potreste essere i protagonisti del nuovo romanzo di John Niven, Invidia il prossimo tuo (Einaudi).

L’autore scozzese che si è imposto con A volte ritorno – raccontando il secondo, comico e surreale, avvento di Gesù – sforna una commedia brillante e tagliente sulla borghesia inglese, raccontando l’amicizia al maschile senza risparmiare su testosterone e senso di rivalsa, con tanti colpi sotto la cintola. Come in un ring di pugilato, sulla pagina si fronteggiano due uomini ormai cinquantenni: Alan Grainger – temuto critico gastronomico di successo con un paio di best seller alle spalle – e Craig Carmichael, ex frontman de I Rakes, una band che aveva fatto un disco di successo prima di naufragare nell’anonimato. Lo stupore e l’affetto per i tempi andati hanno il sopravvento sulla ragione e complice qualche birra di troppo, Alan tira via dalla strada l’amico, accogliendolo nella sua iper-agiata e tecnologica casa fuori Londra, con la moglie Katie e le due figlie. Un bel gesto, fatto con il cuore. La prima notte in un letto caldo diventa in breve un intero mese e intanto fra una sbronza e l’altra, la loro amicizia riprende dove si era interrotta, venticinque anni prima, quando Craig era già una stella e Alan invece, una figura indistinta nel mucchio. E diciamoci la verità, Alan sta facendo del bene ma sotto sotto, un po’ se la gode a vedere gli scherzi del destino. Lui ha messo su un po’ di pancia, vero, ma ha sposato la figlia del duca Hugh de Havilland, compiendo un triplo salto di status ed è persino un volto televisivo. Mentre Craig negli ultimi cinque anni si sbronzato con le lattine di birra da mezzo litro in vendita da Tesco, mantenendo un invidiabile forma fisica. Finché una sera succede qualcosa: Alan intercetta un malizioso sorrisetto a tavola fra sua figlia Melissa – adolescente e ovviamente ribelle – e Craig. Improvvisamente i nodi iniziano a tornare al pettine e la rivalità si infiamma (tanto che Alan immagina persino un diavoletto con le sembianze di Trump che lo incita alle scorrettezze, Make Alan Great Again!). Diviso in due parti – Inverno, Primavera – narrato in terza persona e tradotto con cura da Marco Rossari, Niven firma un libro che difficilmente mollerete a languire sul comodino. Una pagina via l’altra, Craig inizia a prendere appunti di soppiatto sulla vita di Alan e i tanti lati oscuri della gente che sta bene – fra tasse, lusso e cocaina – mentre il destino, bizzoso e farfallone, inizia a sorridergli di nuovo sotto forma di diritti musicali ancora da incassare. No, nessuna buona azione resterà impunita. Cercate di tenerlo a mente la prossima volta che vi salta in mente di essere generosi.

 

Amore, disamore, destino. Gioele Dix è Borges: “Un Italo Calvino più famoso”

Cieco ma a suo modo veggente, come il vecchio e saggio Tiresia, Jorge Luis Borges amava trascorrere le mattinate seduto su una panchina del parco a Buenos Aires: a questo insignificante dettaglio di cronaca si è appigliato Mario Diament, autore argentino ma esule tra l’America e Israele, per imbastire Cita a ciegas (Appuntamento al buio), una commedia che è un “girotondo di destini”, come ci racconta il protagonista Gioele Dix.

In scena al Parenti di Milano fino al 29 marzo, diretto da Andrée Ruth Shammah e affiancato sul palco da un cast di prim’ordine (Laura Marinoni, Elia Schilton, Sara Bertelà e Roberta Lanave), Dix spiega che il “testo è solo apparentemente statico”. A turno, infatti, si approcceranno al cieco – il cui riferimento a Borges non è mai esplicitato – stralunati personaggi, tutti o quasi in pena per amore: un bancario, una giovane scultrice, una psicologa e la sua paziente.

“Questi incontri finiscono per essere degli incroci” di persone legate a filo doppio da tormentate relazioni.

“È un caso o è destino che queste si incontrino? Quanto l’amore e il disamore sono frutto di una scelta o piuttosto di un capriccio estemporaneo? Su questo si e ci interroga Diament, con quel gusto per la tragicommedia tipico di un sudamericano: il fondo è nero – c’è persino un delitto –, ma grande è la commozione finale. In scena non spingiamo il pedale sulla lacrima, però tutti noi sappiamo cosa significhi un incontro mancato, o una infatuazione non corrisposta, o un rimpianto”.

Si piange e si ride, insomma: “C’è una buona dose di poesia, così come di ironia: altrimenti, credo, la regista non mi avrebbe proposto questo ruolo. Io sono prevalentemente un comico: non amo le cose pesanti, che puniscono il pubblico oltre che me stesso”.

E poi, dopotutto, “Borges era una leggenda vivente, una specie di Calvino argentino, ma più popolare, quasi come una rockstar”.