A Napoli gli unici sprovvisti di ironia sono i camorristi: prendono tutto – e si prendono molto – sul serio; tutto è sempre e solo una questione di vita o di morte. Il dramma è che anche i loro giovani emuli si atteggiano a severi uomini d’onore in un’età in cui manco è spuntata la barba: sono spacciati, uccisi dalla seriosità prima ancora che da una pistolettata.
Prendiamo ad esempio i soprannomi degli affiliati a una baby gang partenopea: Briatore, Maharaja, Drone, Drago… Tanto altisonanti e pomposi quanto piccini e modesti sono i ragazzini che li sfoggiano: sono loro i protagonisti della Paranza dei bambini, spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano (Feltrinelli, 2016), adattato dall’autore insieme con il regista Mario Gelardi e prodotto dal Nuovo Teatro Sanità in collaborazione con Amref.
Questi aspiranti malavitosi non provengono da famiglie così disastrate, frequentano la scuola, si danno ai piccoli spacci nel tempo libero e fumano canne da quando hanno 11 anni. La tragedia inizia quando si fanno ingolosire da un tal Copacabana, che promette loro uno “stipendio fisso” in cambio dell’oculata gestione della più grande piazza di spaccio della città.
Affamati di potere, divorati dall’ambizione, i bambini decidono presto di sbarazzarsi dei capi, costituendosi come “batteria” indipendente: da questo momento è una escalation di rapine, riti di iniziazione, tradimenti, vendette, sporche alleanze, amici venduti (e ammazzati) al miglior offerente, mercimonio di armi, alleanza con il più vecchio e potente camorrista in circolazione: Don Vittorio. Ora, Don Vittorio è il personaggio più esilarante della pièce: cinico e schizzinoso, apporta alla trama un po’ di brio e sana commedia, quando se la prende con l’imbarbarimento causato da Maria De Filippi o ritrae la mano dal baciamano di un ragazzino: “Voi guardate troppe serie tv… Vammi a prendere l’amuchina”.
“L’espressione ‘paranza dei bambini’ indica la batteria di fuoco, ma restituisce anche con una certa fedeltà l’immagine di pesci talmente piccoli da poter essere cucinati solo fritti”, si legge nelle note di regia, che anticipano la mattanza finale, tra Golding e Shakespeare. Il cast giovane e affiatato (Vincenzo Antonucci, Luigi Bignone, Antimo Casertano, Riccardo Ciccarelli, Mariano Coletti, Giampiero de Concilio, Simone Fiorillo, Carlo Geltrude, Enrico Maria Pacini) corre lo stesso rischio dei personaggi in commedia: prendersi sul serio.
Questo crederci troppo crea inevitabilmente un allestimento su di giri, talvolta gridato, talaltra inverosimile, e cozza con l’operazione – narrativa e teatrale – che è di squisita finzione, come ci ricordano i costumi da ninja e la scena (di Armando Alovisi) intasata di antenne paraboliche. È davvero troppo seria questa Paranza per essere fiction.