Una Paranza che sembra fiction

A Napoli gli unici sprovvisti di ironia sono i camorristi: prendono tutto – e si prendono molto – sul serio; tutto è sempre e solo una questione di vita o di morte. Il dramma è che anche i loro giovani emuli si atteggiano a severi uomini d’onore in un’età in cui manco è spuntata la barba: sono spacciati, uccisi dalla seriosità prima ancora che da una pistolettata.

Prendiamo ad esempio i soprannomi degli affiliati a una baby gang partenopea: Briatore, Maharaja, Drone, Drago… Tanto altisonanti e pomposi quanto piccini e modesti sono i ragazzini che li sfoggiano: sono loro i protagonisti della Paranza dei bambini, spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano (Feltrinelli, 2016), adattato dall’autore insieme con il regista Mario Gelardi e prodotto dal Nuovo Teatro Sanità in collaborazione con Amref.

Questi aspiranti malavitosi non provengono da famiglie così disastrate, frequentano la scuola, si danno ai piccoli spacci nel tempo libero e fumano canne da quando hanno 11 anni. La tragedia inizia quando si fanno ingolosire da un tal Copacabana, che promette loro uno “stipendio fisso” in cambio dell’oculata gestione della più grande piazza di spaccio della città.

Affamati di potere, divorati dall’ambizione, i bambini decidono presto di sbarazzarsi dei capi, costituendosi come “batteria” indipendente: da questo momento è una escalation di rapine, riti di iniziazione, tradimenti, vendette, sporche alleanze, amici venduti (e ammazzati) al miglior offerente, mercimonio di armi, alleanza con il più vecchio e potente camorrista in circolazione: Don Vittorio. Ora, Don Vittorio è il personaggio più esilarante della pièce: cinico e schizzinoso, apporta alla trama un po’ di brio e sana commedia, quando se la prende con l’imbarbarimento causato da Maria De Filippi o ritrae la mano dal baciamano di un ragazzino: “Voi guardate troppe serie tv… Vammi a prendere l’amuchina”.

“L’espressione ‘paranza dei bambini’ indica la batteria di fuoco, ma restituisce anche con una certa fedeltà l’immagine di pesci talmente piccoli da poter essere cucinati solo fritti”, si legge nelle note di regia, che anticipano la mattanza finale, tra Golding e Shakespeare. Il cast giovane e affiatato (Vincenzo Antonucci, Luigi Bignone, Antimo Casertano, Riccardo Ciccarelli, Mariano Coletti, Giampiero de Concilio, Simone Fiorillo, Carlo Geltrude, Enrico Maria Pacini) corre lo stesso rischio dei personaggi in commedia: prendersi sul serio.

Questo crederci troppo crea inevitabilmente un allestimento su di giri, talvolta gridato, talaltra inverosimile, e cozza con l’operazione – narrativa e teatrale – che è di squisita finzione, come ci ricordano i costumi da ninja e la scena (di Armando Alovisi) intasata di antenne paraboliche. È davvero troppo seria questa Paranza per essere fiction.

 

Mainetti torna sul set con un genere “super pop”

Dopo il travolgente successo di Lo Chiamavano Jeeg Robot Gabriele Mainetti tornerà sul set a Roma nelle prossime settimane per dirigere ancora una volta Claudio Santamaria portando in scena un copione scritto dal collaudato duo Nicola Guaglianone/Menotti. Definito dal 41enne regista romano “un mix di generi bello folle, super pop, con un personaggio femminile forte e profondamente indipendente” il nuovo film sarà prodotto dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti con la Goon Films di Mainetti, oltre che da Rai Cinema e dai belgi di Gap Finders.

Stefano Mordini dirigerà a metà maggio tra Roma, Milano e il Trentino Alto Adige per la Picomedia di Roberto Sessa il remake del noir spagnolo Contratiempo di cui è anche autore della sceneggiatura con Francesca Marciano e Valia Santella. Sullo schermo Riccardo Scamarcio, Miriam Leone, Maria Paiato e Fabrizio Bentivoglio sarannno gli interpreti della storia di un imprenditore di successo accusato di omicidio che continua a dichiararsi non colpevole. Per difendersi contatta un’agguerrita legale con cui lavora una notte intera per trovare un cavillo che gli permetta di uscire dal carcere ma l’emergere di un nuovo testimone che lo accusa metterà a repentaglio la strategia concordata.

A 25 anni di distanza dal celebre film di James Ivory Quel che resta del giorno Anthony Hopkins ed Emma Thompson sono tornati a recitare insieme in una nuova versione televisiva di Re Lear realizzata per BBC Two da Richard Eyre che uscirà anche in primavera nelle sale della Gran Bretagna. Si tratta di un adattamento della celebre opera di Shakespeare ambientato ai nostri giorni dove Hopkins sarà un dittatore che governa sul Regno Unito e la Thompson la sua figlia maggiore Goneril mentre le altre figlie Regan e Cordelia saranno interpretate da Emily Watson e Florence Pugh.

Il contadino pazzo per le mucche (anche se pazze)

Un eroe singolare è il sottotitolo italiano, non peregrino: Petit Paysan, pluripremiato esordio del francese classe 1985 Hubert Charuel, ha un eroe singolare per protagonista e un singolare eroismo per virtù. A metà tra il dramma paesano e il thriller a voltaggio sociale, mette al centro un allevatore di vacche da latte, Pierre (Swann Arlaud), legato alle sue bestie come a nessun altro: né i genitori, con cui a 35 anni ancora vive e litiga, né la sorella veterinaria, né gli amici d’infanzia, né la fornaia spasimante.

Lui e le sue mucche, che chiama per nome, munge due volte al giorno e, nel disturbante incipit, sogna perfino di tenere dentro casa. Vita dura ma non priva di soddisfazioni, una “routine inebriante” e totalizzante, che si incrina irreparabilmente quando un’epidemia vaccina si diffonde tra le stalle galliche: il morbo inventato di sana pianta è l’HDF, febbre emorragica dorsale, ma il riferimento smaccato è alla mucca pazza, l’encefalopatia spongiforme bovina che falcidiò l’Europa e non all’alba del Terzo millennio.

Il protocollo sanitario è impietoso: un sospetto contagio basta e avanza per abbattere tutti i capi di bestiame, ma per Pierre è una risoluzione empia, inaccettabile. Che fare? Salvare i propri animali, costi quel che costi: inumazione clandestina di una mucca ammalata, scambio di targhette identificative, sottrazione di una vacca a un vicino, sicché i confini della legalità vengono prima presi per la cavezza e spostati più in là e poi deliberatamente travalicati.

La sorella Pascale (Sara Giraudeau) lo ostacola, cerca di ricondurlo alla ragione, ma Pierre non ci sente, carica a testa bassa e le prova tutte: manda i genitori in vacanza coatta in Corsica, cerca rifugio in un allevatore youtuber e attivista (Bouli Lanners), eppure, esiste una via di fuga? Charuel è figlio e nipote di allevatori, le vacche le ha governate, la fattoria del film è quella avita: insomma, sa di quel che parla, e in Pierre c’è, se non avesse mollato la stalla per la macchina da presa, il piccolo allevatore che sarebbe diventato. Nondimeno, i meriti del suo esordio vanno ben oltre la verosimiglianza e l’autenticità, perché interessano il cinema tout court: Petit Paysan si smarca dalle convenzioni del dramma rurale, in primis perché il magrolino, cocciuto, financo stolido Pierre non è il contadino scarpe grosse e cervello fino in cui immedesimarsi a occhi chiusi, né a favore di camera zampettano Babe maialini coraggiosi o i colpi di scena mungono la salvezza. Il thriller si schianta sulla realtà, il sistema, qui nella pars pro toto sanitaria, stringe le viti e le vite, il buon senso finisce per terra, figuriamoci i sentimenti.

Tre César, gli Oscar transalpini (migliore esordio, il protagonista Arlaud e la non protagonista Giraudeau), in bacheca, l’alto gradimento di Agnès Varda e molto ancora: dal 22 marzo in sala, non perdetelo.

 

Mi chiamo Renato Fiacchini

Cappello da ferroviere in testa, paletta in mano; l’enorme tabellone sullo sfondo detta i tempi della vita e Renato Zero galleggia tra 61 elementi dell’orchestra, 30 coristi e 7 attori. Tutti insieme per Zerovskij Solo per Amore, lo spettacolo portato in scena la scorsa estate, quest’anno al cinema per tre serate-evento (19, 20, 21 marzo), in 330 sale con la distribuzione Lucky Red: “Lo avevo proposto alla Rai, ma non hanno accettato…”. Con Zero si parte dalle sue canzoni, per viaggiare su binari imprevedibili.

“Certa gente non sa cosa si perde a non vivere un momento di follia” (Il mio momento).

La vera esternazione della follia, quella sana, disinvolta, che ci aiuta a dimenticare guai e problemi quotidiani, è un miraggio; chi riesce a ritagliarsi tali momenti evita pure di pagare l’analista, di vivere un sesso mediocre, massacrato pure da questi social.

“Ci fosse un’altra vita non ci rinuncerei, con quello che ho imparato certo me la godrei” (Ci fosse un’altra vita)

C’è l’ambizione di ripetere la recita, e nell’occasione successiva di cimentarsi nella regia della propria esistenza; mentre in realtà il nostro percorso è diretto da una serie infinita di variabili, di registi: dagli avvocati a Equitalia fino alle bollette del telefono.

Non vuol dire: tornare indietro per cambiare.

Qualche errore lo rifarei, sono formativi, se non li avessi commessi mi sarei privato del godimento successivo, quello di dire: ‘Mi ha permesso di ottenere più forza decisionale’. E senza quella forza sarei caduto in altre fregature.

Tipo?

La sfrontatezza è un errore meraviglioso.

Sfrontatezza senza maleducazione.

Penso a Oscar Wilde che cammina a Piccadilly Circus con aria assorta e giglio in mano.

“Cara, fermarsi è una parola che quando sei di scena tu non vorresti scendere mai più, non obbligarmi tu” (
Cara).

A volte la vita mi ha scrollato, è stata violenta, in altre occasioni si è frapposta tra il mio sogno di musica e la sua realizzazione.

Non solo…

Ho affrontato delle perdite: dei collaboratori a un certo punto non mi hanno più sostenuto, e a volte mi sono demoralizzato (resta in silenzio). Poi quando è morto mio padre (1980) il palcoscenico lo sentivo una punizione per la consapevolezza della sua assenza.

Veniva spesso?

Restava in platea con tutti gli altri spettatori. Per applaudirmi.

Un lutto così si supera, o si impara a conviverci?

Mio padre lo porto sempre in camerino con me, ho accettato l’ipotesi di tenere una sedia libera dedicata a lui; nel 1980 ho pensato di lasciare il microfono e rinunciare a questa vanità…

E poi?

Papà mi ha insegnato a non arrendermi, però mi affidai anche al Chianti classico: non bevevo per ubriacarmi, ma solo perché il vino era simbolicamente legato alla sua espressione contadina.

Come bere con lui.

Poi ho smesso, avevo preso dei chili…

“Cara” è un omaggio a Dalla?

No, però con Lucio ho vissuto delle grandi affinità caratteriali, direi anche psicosomatiche: in fondo eravamo due clown, e nel deserto di essere emarginati dal contesto generale, vedevo in lui una rivalsa, non mi sentivo solo nel percorso estetico e mentale.

Nel 2004 cantava: “L’uomo che tu vuoi non è mai nato, io sono io: il solito Renato”.

Certe volte cercano di attribuirti qualsiasi tipo di soluzione, di connotati diversi; anche se uno è un artista, e quindi un po’ Giano, c’è l’esigenza di una posizione abbastanza stabile nei confronti di noi stessi e gli altri ti devono, o dovrebbero considerare nella naturale rappresentazione.

Renato Zero e Renato Fiacchini.

Come dicevo prima, posso essere un clown o un barbone, magari un principe degli arcobaleni; ma a volte mi piacerebbe essere considerato secondo la mia anagrafe: ci tengo tantissimo che le persone mi vedano come Renato Fiacchini, intimamente resto spettatore di Renato Zero.

Intimamente.

Non voglio andare troppo verso Zero, perderei naturalezza e spontaneità.

“Non ti perdi un sogno e ti lascio un segno ovunque vai” (Aria di settembre).

Nonostante il sole e le spiagge, l’estate è bugiarda, non ascolto mai nessuno dei suoi inviti.

Quindi, l’autunno?

È lì che abita il mio settembre, è morbido, ti prepara all’inverno, ai freddi, ai distacchi nei rapporti.

L’inverno.

Tomba dei sensi, tranne il riscaldamento erotico per via delle temperature basse; utile per thè, chiacchierate e confessioni.

Primavera.

Sono i bambini, il gioco, la tenerezza; è anche l’anziano che tenta il saltino sul prato malgrado l’artrite.

“Sono treni anche i pensieri se vuoi” (Infiniti treni).

I pensieri sono il nostro biglietto aperto: avere la possibilità di sguinzagliarli, di dargli il giorno di libertà, è una forma di preservazione, anticorpo meraviglioso.

Lei detesta i selfie.

Meglio un abbraccio, mica temo la varicella. O una stretta di mano, un sorriso: non voglio restare prigioniero di quel frullatore con l’antenna. Se guarda Zerovskij, vedrà appena due cellulari accesi. Anche questo è amore.

Capitali in fuga nel fumo di Londra

Piuttosto ipocrita Theresa May. Lancia la crociata contro Mosca, che le portaerei informative occidentali battezzano “guerra delle spie a Londongrad”, la ricca, potente e off limit comunità russa (200 mila immigrati) di Londra. Ma lo scopo è ben altro: dirottare l’attenzione dai grossi problemi interni che turbano il governo, come il dibattito sull’austerità, la grossa crisi dei servizi pubblici.

Alla City ridono a crepapelle: tutto fumo… di Londra, dicono. Perché la May avrà assoluto bisogno dei soldi di Mosca, soprattutto dopo la Brexit. Fin dal crollo dell’Urss, Londra ha accolto i capitali in fuga e i loro sulfurei padroni, imboscandoli nelle off-shore dell’Impero (vedi Panama Papers). Ma anche i soldi legali di Mosca sono stati “trattati” dalla City. È grazie ai miliardi investiti dagli oligarchi che Londra si è rifatta il trucco ed è diventata la vera capitale russa della finanza.

Berezovskij, prima padrino di Putin, poi nemico n° 1

Premessa. Molti ex agenti del Kgb sono finiti nei partiti, o nelle banche. Alcuni, negli off-shore. Con base operativa proprio a Londra. Dove la comunità russa comprende di tutto: oligarchi non amati dal Cremlino e oligarchi invece allineati con Putin, le loro famiglie, oppositori riparati per timore di finire sottoterra in Russia, ma pure i figli dei siloviki, i nuovi ricchi. E spie. Tante. Forse troppe.

Intermezzo: Mokrié déla. Affare sporco. L’affare Sergej Skripal. Vittima della Smersh. L’ufficio (ereditato dal Kgb) in cui si decidono e si attuano le eliminazioni dei traditori, soprattutto se ex agenti: smert spionam, morte agli spioni. Cioè, il casus belli della May contro Putin.

E qui entra in scena un fantasma. Quello del fumantino oligarca Boris Abramovich Berezovskij, classe 1946, ex burattinaio del Cremlino, ex matematico specializzato in teoria della probabilità e sistemi di controllo dell’automazione. Uno che ha costruito un impero economico nel caos post-sovietico, sfruttando la sua estesa rete di conoscenze: nella politica, nel mondo della sicurezza e in quello della criminalità organizzata. Uno che pensava di manipolare Putin, come aveva fatto con la famiglia Eltsin. In quegli anni predatori era chiamato il Padrino del Cremlino, il Mefisto della politica russa, il “negro” di Boris Eltsin (lo disse Valentin Iumachev, biografo del primo presidente russo). Ma Putin tiene testa allo scaltro oligarca. Al Cremlino, dice, c’è un solo padrone: il presidente.

Berezovskij cerca di resistergli, ma rischia l’arresto (per via di certi affari poco chiari). Putin ne frantuma l’impero mediatico e quello energetico. Berezovskij si rifugia a Londra, nel 2001. E scatena una campagna contro Putin: “È colpa mia, l’ho reso quel che è”, ripeteva spesso, “sarò io a distruggerlo”. L’acme lo raggiunge nel novembre del 2006, quando Alexander Litvinenko, ex agente disertore del Kgb e suo collaboratore, viene avvelenato col polonio 210. Gli inglesi accusano Mosca. Berezovskij, nel frattempo, combatte un’altra battaglia collaterale contro il Cremlino, denunciando l’oligarca Roman Abramovic che ha venduto alla Gazprom il 72% delle azioni Sibneft (13,1 miliardi di dollari), fondata assieme anni prima da Boris con Badri Patarkatsishvili. Ora vuole la sua parte. Sostiene che c’era un patto con Abramovic e che non è stato rispettato. Ma il socio di Berezovskij non può testimoniare al processo londinese: muore nel 2008. Boris si sente accerchiato. Ha dissipato la sua fortuna. Dice che le spie di Putin lo vogliono morto. Il 23 marzo del 2013 trovano il suo cadavere, nel bagno di un lussuoso appartamento (appartenente alla moglie). Accanto, una sciarpa. Il referto del medico legale è chiaro: morte per strangolamento. La prima ipotesi della polizia è suicidio. Perché l’oligarca era in bancarotta. Abbandonato da tutti. Il giorno prima della morte, aveva detto: “La mia vita non ha più senso. Non ho più voglia di continuare con la politica. Non so cosa fare”. L’ammissione della sconfitta. Per gli oppositori di Putin, invece, la morte è il risultato di un assassinio, l’ennesimo ordinato dal Cremlino.

A Londra le spie russe vanno e vengono come gli pare. Lo afferma uno che lo è stato, Victor Suvorov. Ha lasciato il mestiere. Ora scrive libri sullo spionaggio russo e storia moderna. Un altro che sapeva e forse aveva riferito ai servizi inglesi, era un ex generale del Kgb, Oleg Erovinkin, deceduto nel dicembre del 2016 di una morte più che sospetta. Un’eliminazione discreta, la prima di un generale dei servizi russi nella storia della nuova Russia. I giornali inglesi affermano che le spie liquidate dai russi a Londra sarebbero 14. Una stima per difetto, dicono gli 007 dell’MI6. Il messaggio è diretto a Londongrad. I “traditori” degli interessi russi non potranno far crescere i figli e godersi la pensione d’oro all’estero come fanno gli amici di Putin: “Possiamo colpire dove e quando vogliamo”. Intanto, Gazprom – l’arma del gas che condiziona l’Europa – vende eurobonds per 750 milioni di euro. Dove? A Londra. Nella City compiacente.

Blocco occidentale contro Mosca

Noi, i leader di Francia, Germania, Stati Uniti e Regno Unito, siamo inorriditi dall’attacco contro Sergei e Yulia Skripal…”. Inizia così la dichiarazione congiunta firmata Macron, Merkel, Trump e May sul caso Skripal. Theresa May vince la prima battaglia diplomatica nell’escalation con la Russia seguita all’avvelenamento dell’ex spia, e si assicura l’appoggio ufficiale delle maggiori potenze occidentali. “È il primo utilizzo offensivo di un agente nervino in Europa dalla seconda guerra mondiale. È un attacco alla sovranità britannica e una chiara violazione della Convenzione sulle armi chimiche e del diritto internazionale. È una minaccia alla sicurezza di noi tutti”.

In un primo tempo, sia Trump che Macron erano stati prudenti rispetto alle accuse britanniche. Nel documento aderiscono sostanzialmente alla linea ufficiale di Londra: la pistola fumante sul coinvolgimento di Mosca non c’è, ma “condividiamo la valutazione britannica che sia ‘altamente probabile’ e che non ci siano spiegazioni alternative plausibili”. Ora tocca alla Russia dimostrare di non avere niente a che fare con l’uso del Novichock, l’agente individuato come responsabile dell’avvelenamento, e anzi i quattro alzano la posta e chiedono che Mosca consegni il dossier del programma Novichok all’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche.

May capitalizza il successo e da Salisbury, dove finalmente si è recata in visita, commenta: “La dichiarazione dimostra che i nostri alleati sono al nostro fianco”. Uno show di unità di cui il Regno Unito aveva gran bisogno, visti i rapporti bilaterali logorati da Brexit e dalla guerra commerciale appena scatenata da Donald Trump. Trump che, dopo la pubblicazione del comunicato, ha dichiarato: “Sembra proprio che dietro ci siano i Russi. Ne ho parlato con il primo ministro britannico. Una situazione molto triste. Non sarebbe mai dovuto succedere”. Contemporaneamente, gli Stati Uniti stanno aumentando le pressioni sulla Russia per il presunto ruolo di Mosca in una serie di attacchi informatici, incluse le interferenze nella elezioni presidenziali del 2016 che hanno portato Trump alla presidenza. Il ministero del Tesoro annuncia sanzioni su 5 ‘entità’ e 19 individui responsabili, secondo il ministro Steven Mnuchin, di “attacchi criminali” a “diverse infrastrutture critiche” degli Stati Uniti, compresa la rete energetica, siti nucleari e industriali, tanto da far temere che Mosca sia in grido di disattivare infrastrutture strategiche. Gli attacchi sarebbero arrivati da strutture direttamente sotto il controllo di Putin, come l’FSB, il principale servizio di sicurezza russo, e il GRU, cioè il servizio segreto militare. Mosca reagisce alzando la posta. Il vice ministro Degli Esteri Ryabkov ha negato che la Russia o l’ex Unione sovietica abbiano mai sviluppato il Novichok, mentre l’ambasciata a Mosca ha suggerito con un tweet come il Regno unito sia perfettamente in grado di produrre quel tipo di agente nervino.

Astensione: la maledizione di Navalny sullo zar

“Absolutelno”. Il ministro degli Esteri russo Serghey Lavrov ha usato questa parola: assolutamente. Mosca è pronta a espellere i diplomatici britannici. “Presto. Lo prometto”, ha detto ai giornalisti, ma soprattutto al primo ministro britannico Theresa May. Con il caso dell’avvelenamento dell’ex spia del Kgb siamo “oltre la decenza elementare”.

Per Lavrov “questa storia riflette la disperazione del governo britannico, che non può mantenere le promesse fatte alla popolazione e abbandonare l’Ue”. I vicini europei dovrebbero evitare “le tendenze russofobiche americane, sanzioni e provocazioni” e poi, tanti auguri di buona guarigione a Serghey Skripal: “Lui e sua figlia sono vivi, spero che si riprendano e spieghino la situazione”.

Dicono al Cremlino che la “campagna anti-russa” a Londongrad è cominciata, sono “perplessi”, “mancano le prove”, non hanno risposte alle loro richieste di collaborazione dalla May, “quella che parla come una casalinga di questioni internazionali”, ha detto Edward Limonov. Per l’eroe e antagonista di se stesso del romanzo di Carrere, quella di Skripal è “una messa in scena, non lo avrebbero liberato se fosse stato pericoloso, col nervino si muore in pochi minuti, lui è ancora vivo”.

Per molti a Mosca Skripal è solo quello che ha tradito dozzine di agenti russi vendendoli all’intelligence britannica fino al 2004. Per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale un gas nervino è stato usato su suolo europeo. “Appunto, europeo, britannico, che c’entriamo? Se sanno capire che è Novichok, hanno la formula e potevano farselo da soli” dicono alla metro Smolenskaya. Siria, Ucraina. “Ora si è aggiunta la Britannia, è una bombardirovka di news, ma sempre dalle stesse parti del mondo: ovest. Qualsiasi cosa succede è sempre la Russia vynovata, colpevole. Provano ad indebolirci a due giorni dalle elezioni”.

Nella metro i megafoni informano: “cittadini, domenica 18 marzo si vota per scegliere il presidente, il futuro del paese”. Non è una coincidenza. Nello stesso giorno 4 anni fa è stata annessa la Crimea, dove Putin è andato due giorni fa. In ogni angolo di Mosca i cartelloni bianchi con la bandiera russa dicono in blu “scegliete il presidente, scegliete il futuro”.

Non dicono chi: solo andate a votare. L’ultimo report di Amnesty è di ieri: Mosca sta “deliberatamente” mettendo dietro le sbarre l’opposizione che chiede di boicottare le elezioni.

L’ultimo video del blogger dissidente Navalny è apparso a ora di pranzo: “Elettori, non mi rivolgo a voi, ma agli insegnanti, che falsificano i risultati delle elezioni già da molti anni. Guadagnate 250 dollari al mese, lo fate per chi vi rende poveri”. La domanda non è chi voteranno i russi, ma quanti: la vera incognita di Mosca, la preoccupazione in cima alle guglie del Cremlino è l’affluenza. Il Vciom, istituto sondaggi vicino al governo, la prevede al 79,3%, ma alle ultime elezioni parlamentari 2016 il record storico dell’affluenza più bassa di sempre è stato battuto: meno del 48% dei russi è andato alle urne.

Qualcuno controlla sullo smarphone le nuove contromisure americane appena varate a Washington. “Sto za sankzij?”, che sono le sanzioni? Mosca è stanca di sentire questa parola, ha imparato a deriderla. Alla metro Park Kultury Masha e Dyma voterebbero Putin, “se ne avesse bisogno, se non avesse già il 70%”. Loro questo weekend però andranno nella dacia in campagna. Perché la guerra sarà pure fredda, ma Mosca lo è di più.

Da Fico al più sexy del Paese: un premier per salvare la faccia

L’opposizione slovacca non si fida, teme l’ennesimo inciucio tra i populisti e le estreme destre, nonostante il presidente slovacco Andrej Kiska abbia accettato ieri mattina le dimissioni presentate dal premier Robert Fico, sostituito dal suo vice Peter Pellegrini, 42 anni, un uomo politico ritenuto competente, membro dello Smer-Sd, i populisti di sinistra guidati da Fico. Sebbene Pellegrini sia più presentabile di Fico (ex ministro dell’Educazione, figlio di un meccanico e di una insegnante, il nonno italiano era ferroviere), l’opposizione scende di nuovo oggi in piazza, dopo la grande manifestazione di venerdì 9 marzo, quando 40 mila persone nel centro di Bratislava, hanno invocato le dimissioni di Fico e chiesto al presidente nuove elezioni.

Lo slogan resta lo stesso: “Andate a casa! Vogliamo un nuovo Parlamento!”. La novità politica è che c’è l’inedito e significativo appoggio della Chiesa, molto influente nella cattolica Slovacchia. Terrà il governo, col nuovo premier? Uno dei tre partner della coalizione, la piccola formazione Most-Hid (rappresenta la minoranza ungherese) aveva minacciato di tirarsi indietro: potrebbe farlo per davvero. Una spada di Damocle.

Come lo è l’indignazione popolare per la morte del giornalista investigativo Jan Kuciak e della sua fidanzata Martina Kusnirova, giustiziati nell’abitazione del reporter. Fico ha accettato di presentare le dimissioni a condizione che il nuovo premier venisse espresso dal suo partito, lo Smer-Sd. Ha passato il testimone nelle mani del vice, Peter Pellegrini che si è recato dal presidente Kiska con l’avallo, e il sostegno, di 79 parlamentari su 150.

I numeri per governare ci sarebbero. Tutto dipenderà dalla reale volontà delle autorità di indagare sino in fondo nella zona grigia del potere. Pellegrini – tutti lo chiamano “Pelle” – è indicato come un uomo colto e abile nei negoziati. A differenza di Fico che vorrebbe flirtare coi neonazisti dell’Lsns (Partito popolare-Nostra Slovacchia), rifiuta di qualificare come un tentativo di colpo di Stato le proteste. Ha dichiarato di essere stato “profondamente toccato” dagli assassinii di Kuciak e della fidanzata. Poliglotta, parla inglese, tedesco e russo. A differenza di Fico che aveva assunto la sexy finalista di Miss Universo, “Pelle” è stato soprannominato “l’uomo più sexy della Slovacchia”.