Oggi le commemorazioni

Ci sarà il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ad assistere oggi alla Cerimonia di commemorazione a 40 anni dalla strage di via Fani. Il sindaco di Roma, Virginia Raggi scoprirà una lapide in memoria degli agenti della scorta uccisi alla presenza di una rappresentanza dei loro familiari. Successivamente, il capo dello Stato deporrà una corona di fiori dinanzi alla lapide che ricorda Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino. In via Fani oggi sfilerà anche una delegazione del Pd con il reggente Maurizio Martina e composta dai capigruppo di Camera e Senato, Ettore Rosato e Luigi Zanda e dal tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi.
Durante la giornata, speciali televisivi sull’affaire Moro saranno dedicati anche dalla Rai, in particolare da RaiNews e RaiStoria.

“Il Presidente deve morire”. La profezia su Moro e le Br

Il 16 marzo di quarant’anni fa, le Brigate rosse rapirono in via Fani Aldo Moro e sterminarono la scorta composta da Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi.

Quella mattina passarono a prenderlo e se lo portarono via come se si fossero dati un appuntamento. Nelle ultime due settimane Moro si era esposto troppo, fino a rimanere isolato. Nel corso del discorso ai gruppi Dc del 28 febbraio 1978 aveva forzato il passo per raggiungere l’obiettivo di includere i comunisti nella maggioranza di governo, per la prima volta dal 1947. Un coraggioso atto di imprudenza, forse l’unico e l’ultimo della sua vita politica, in ragione dell’addensamento, in quegli ultimi mesi, delle resistenze del contesto internazionale della Guerra fredda e della vischiosità del fronte interno e degli apparati. Uno strappo che aveva fatto sì che Moro diventasse l’unico personale garante di quell’accordo, mentre nelle stesse ore Enrico Berlinguer diventava sempre più dubbioso e recalcitrante.

Il colpo, secco e feroce, venne da sinistra, dagli esponenti del “partito armato”, ma avrebbe potuto arrivare da destra, dai cosiddetti “strateghi della strategia della tensione” e il risultato non sarebbe cambiato. Per persuadersi di questo meccanismo basterebbe prendere sul serio un articolo premonitore di Pier Francesco Pingitore che uscì nel 1969 sul Bagaglino intitolato “Dio salvi il presidente” in cui venivano descritti, con satirico e informatissimo puntiglio, il percorso che Moro faceva ogni mattina, le sue abitudini, il numero dei poliziotti di scorta, le qualità delle armi da usare per colpirlo, il punto esatto dove sarebbe stato agevole ucciderlo (presso la Chiesa di Santa Chiara secondo il “piano a” e proprio in via Fani secondo il “piano b”). Un articolo minacciosamente premuroso (talora la satira serve a veicolare le veline dei servizi e avvertimenti serissimi) che iniziava ponendosi questa domanda: “Quindici uomini vegliano sulla vita dell’onorevole Moro. Ma sarebbero sufficienti a difenderlo contro un Oswald italiano?”, oppure dal pugnale del fanatico cattolico che uccise nel 1589 il re di Francia Enrico III, il cui omicidio era ricordato in posizione enfatica alla fine dell’articolo, sottolineando come fosse protetto da ben 45 uomini di scorta e non solo 15 come Moro.

In realtà l’operazione ordita dalle Brigate rosse nove anni dopo l’uscita di questo scritto si sarebbe rivelata più raffinata: non un semplice regicidio, come quelli avvenuti più volte nella storia, a partire da Giulio Cesare, ma il suo sequestro e, poi, l’uccisione. L’eccezionalità della vicenda Moro è tutta qui: è il rapimento di un sovrano che si conclude con la sua morte, non un assassinio e basta. Un sequestro di persona che sarebbe equivalso al sequestro di uno Stato a partire dal suo capo (e capo dello Stato in senso proprio Moro lo sarebbe diventato se avesse vissuto ancora qualche mese) dei suoi segreti, delle sue informazioni sulla sicurezza nazionale ed estera. Un rapimento funzionale a distruggerne l’integrità morale, civile e politica, a massacrarne l’immagine in modo che quel disegno di tessitura e di conciliazione non potesse avere continuatori. In tanti avevano l’interesse, sia tra le eterne fazioni delle contrade nostrane sia tra le nazioni amiche, che l’Italia rimanesse lacerata e in balia degli eventi perché negli ultimi trent’anni quel Paese si era eccessivamente allargato, perdendo la guerra ma vincendo la pace, e perciò facendosi troppi nemici.

Soltanto nel marzo 1990 si conobbero i nomi di nove partecipanti all’agguato, canonizzati nel memoriale del brigatista dissociato Valerio Morucci, redatto nel 1986 e inviato riservatamente all’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga.

In base a questo documento, su cui ancora oggi si fonda la verità giudiziaria sull’agguato di via Fani, quel giorno entrarono in azione Franco Bonisoli, arrestato nell’ottobre 1978, Prospero Gallinari, Raffaele Fiore e Valerio Morucci, catturati nel 1979, Bruno Seghetti, imprigionato nel 1980, Mario Moretti, carcerato nel 1981, Barbara Balzerani, arrestata nel 1985, Alvaro Lojacono, catturato nel 1988, ma poi espatriato in Svizzera, e Alessio Casimirri, tuttora latitante in Nicaragua. In un’intervista dell’ottobre 1993, Morucci si ricordò anche di Rita Algranati, moglie di Casimirri, arrestata nel 2004.

I brigatisti portarono via due delle cinque borse di Moro e, nella concitazione dell’azione, bisogna riconoscere che seppero scegliere con chirurgica precisione: presero infatti la borsa con le medicine e quella, secondo la testimonianza della moglie, con i “documenti riservatissimi”.

L’agguato di via Fani accelerò la formazione del nuovo governo Andreotti e lo stesso giorno i sindacati proclamarono lo sciopero generale. Nelle principali città si tennero manifestazioni in cui le bandiere rosse del Pci e quelle bianche della Dc si confusero con i vessilli dei sindacati. Nella tarda mattinata gli esponenti di Autonomia operaia e del movimento studentesco tennero un’assemblea presso l’Università di Roma: esaltazione, euforia, eccitazione, ammirazione, smarrimento, paura, dubbio e attesa composero l’ampia e contraddittoria gamma sentimentale di questo vasto schieramento giovanile. Un’atmosfera tesa e sfuggente che il trascorrere degli anni e i balsami della memoria e del reducismo avrebbero contribuito a offuscare, fra una serie di inevitabili rimozioni, ambiguità e reticenze generazionali: chi aveva sparato a via Fani non era un marziano, ma un compagno di banco o magari il ricordo del primo bacio. Il giornale Lotta Continua l’indomani intitolò: “Respingiamo il ricatto: né con lo Stato, né con le Br”, facendo riferimento al clima di quest’assemblea. Uno slogan che, se vogliamo dirla tutta, coglieva lo spirito del tempo non soltanto fra quelle fasce studentesche, ma fra ampi strati del mondo operaio e della piccola e media borghesia italiana in cui diffusi umori giustizialisti e antiparlamentari lasciavano mormorare: poveri uomini della scorta, certo, ma Moro era un politico di “Palazzo” e dunque…

A quarant’anni dalla strage di via Fani, il numero di quanti vi parteciparono è incompleto, ma viene da chiedersi se questo oggi sia un dato storico rilevante e non l’ovvietà che caratterizza ogni omicidio politico. Da alcune testimonianze oculari è possibile dedurre che furono presenti all’agguato perlomeno altri due individui, i quali agirono a bordo di una moto Honda, anche se i brigatisti hanno sempre smentito questa presenza, che li costringerebbe ad ammettere le relazioni intercorrenti tra le Br e le altre componenti del cosiddetto “partito armato”. Vale a dire la miriade di sigle, che spuntavano come funghi, composte in buona parte da una minoranza di ex militanti di Potere Operaio e di Lotta continua, i quali, dopo lo scioglimento delle due organizzazioni, invece di ritornare a casa o alle libere professioni dei padri, avevano preferito, sull’onda di ritorno del movimento del 1977, impugnare le pistole e imboccare la strada della lotta armata. E che dire poi di un confronto con il sequestro del magistrato Mario Sossi, realizzato dalle Brigate rosse nel 1974: allora non fu necessario eliminare la scorta, e sappiamo che vennero impiegati almeno 18 uomini, contro i dieci di via Fani. Un altro dato di fatto induce a ritenere che i numeri non tornano: nelle ore successive al sequestro le Brigate rosse fecero beffardamente ritrovare ben tre macchine utilizzate nell’agguato tutte in una stesso posto, la piccola via Licinio Calvo, un’operazione logistica che, oltre a una spiegazione ragionevole ancora mancante, deve avere richiesto la collaborazione di una manovalanza più numerosa.

Anche la dinamica dell’agguato, quella restituita dalle testimonianze dei protagonisti e dalle non meno scivolose perizie balistiche, suggerisce la presenza di altre persone ancora non identificate. Un’azione non semplice perché si trattò di colpire i bersagli in modo selettivo, ossia uccidendo i due occupanti della vettura di Moro, ma lasciando incolume l’ostaggio da prelevare, colui che, secondo un testimone oculare, avrebbe urlato (e si fa fatica a immaginare Moro urlare) “mi lascino andare, cosa vogliono da me”.

Sull’agguato di via Fani si stese prontamente la coltre ideologica della “geometrica potenza di fuoco” di un osservatore interessato come Franco Piperno, ma in realtà le perizie e le stesse testimonianze dei brigatisti dicono altro. In effetti, l’aspetto più paradossale di tutta la storia è proprio questo: tutti, nessuno escluso, hanno raccontato che le loro armi si incepparono nel corso dell’azione. Del resto, la seconda perizia ha stabilito come l’armamento utilizzato dai brigatisti fosse per oltre un terzo composto da veri e propri “residuati bellici” come ammesso dallo stesso Moretti.

L’intervento di un tiratore scelto – per gli esegeti della Commissione Moro, un quinto sparatore da destra non ancora identificato che avrebbe giustiziato con un colpo di grazia il maresciallo Leonardi – potrebbe spiegare perché i brigatisti del gruppo di fuoco scelsero di indossare delle divise di aviere, rendendosi in questo modo più facilmente individuabili così da evitare di essere colpiti dal fuoco amico di un possibile tiro incrociato.

L’ultima commissione Moro ha accertato la presenza di due macchine dalla posizione sospetta: un’Austin così malamente collocata da impedire alla vettura della scorta di Moro di svincolarsi (un particolare notato dallo stesso Morucci nel suo memoriale) e una Mini Cooper parcheggiata davanti alle fioriere dove si nascose il gruppo di fuoco. Le tardive ricerche sui loro proprietari hanno rivelato in entrambi casi dei profili biografici gravitanti nell’area dei servizi segreti nazionali. Un dato di fatto, ma anche le coincidenze possono esserlo.

Le ultime testimonianze avvistarono Moro e i suoi rapitori in piazza Madonna del Cenacolo. Secondo la versione diffusa a rate dai brigatisti (peraltro gravida di evidenti contraddizioni logiche e pratiche) sarebbe stato portato in via Montalcini, nel quartiere della Magliana, da dove non si sarebbe mai mosso nel corso dei 55 giorni più bui della storia della Repubblica. Grazie all’attività della Commissione Moro oggi sappiamo che Gallinari, nell’autunno 1978, trovò rifugio in via Massimi, a poche centinaia di metri da via Fani e da via Licinio Calvo, dove vennero rilasciate le macchine del sequestro. Evidentemente in quello stabile di proprietà dello Ior, abitato da alti prelati, diplomatici, giornalisti, agenti e società di copertura di servizi segreti mediorientali e statunitensi, Gallinari dovette sentirsi sufficientemente al sicuro. Oppure, più banalmente (perché questa al fondo, fatta salva l’eccezionalità della vittima, è una storia banale se si pensa che la maggioranza dei sequestri termina con la morte dell’ostaggio), gli assassini ritornano sempre sul luogo del delitto. (1/continua)

Mail Box

 

A leggere la cronaca italiana non rimane che preoccuparsi

Leggendo i fatti del giorno, sia politici che di cronaca, c’è da preoccuparsi per il futuro dell’Italia e dello spettacolo desolante che offre al mondo. Ma come si fa a rimanere un giurista della Corte costituzionale che usa un privilegio, discutibile che secondo il mio parere andrebbe abolito, come il commerciante che intesta la sua auto alla nonna paralitica per avere il bollino per parcheggiare in centro città o come la moglie di un politico che ottiene il permesso di andare in auto dove, quando e come vuole. Il personaggio in questione senz’altro conoscerà a menadito gli articoli della Costituzione ma certamente dimostra, se resta al suo posto, di non averne capito lo spirito e il costo di vite umane che e stato pagato perché questa fosse applicata. Calamandrei diceva che per capire la Costituzione bisognava andare su per i monti e nei luoghi dove tanti giovani magari semianalfabeti furono trucidati per poter dare a noi e ai nostri figli una democrazia che si reggesse sulla libertà e che i rappresentanti delle istituzioni servissero il nostro paese con dignità ed onore. Altro fatto degno di biasimo è la foto della direzione del Pd che dimostra l’interesse che hanno per il bene comune, che li mantiene, di fronte ad una crisi creata da una legge demenziale che è stata studiata per rendere completamente ingovernabile l’Italia. Il malvezzo di non ascoltare chi pone loro domande e interrogazioni è di antica data tanto che spesso alcuni ministri, con giacca r cravatta d’ordinanza, si facevano vedere smanettare mentre venivano interpellati da interrogazioni provincialmente chiamate question time.

Franco Novembrini

 

Renzi interpreta male i risultati elettorali

Ma chi l’ha detto che gli italiani hanno mandato il Pd all’opposizione? Questa è l’interpretazione del risultato elettorale fatta da Renzi che, come noto, è incapace di perdere e ancor più di analizzare le cause della sconfitta. Il voto degli italiani si può invece leggere, a mio avviso, ancor più chiaramente così: basta Renzi e Berlusconi, non vogliamo le politiche e i programmi del Pd alle quali preferiamo quelle del M5S. Mi pare che la perdita di consensi del Pd in massima parte spostata sul M5S confermi decisamente questa lettura.

Il Pd dovrebbe quindi prendere atto della bocciatura del loro programma e collaborare coi 5Stelle per la formazione di un nuovo governo anzichè arroccarsi ostinatamente sulle loro posizioni fallimentari: errare è umano, perseverare è diabolico.

Mi pare che la posizione più saggia sia quella di Emiliano: un governo monocolore M5S sostenuto dall’esterno dal Pd. Il Pd dovrebbe anche tener presente che questa ingarbugliata situazione è stata creata anche da una scellerata e demenziale legge elettorale partorita da loro per ostacolare la vittoria del M5S ottenendo il risultato esattamente opposto. Mai un “mea culpa” da parte di questo partito incapace e arrogante.

Carlo Stevan

 

Senza conoscenza viene meno il concetto di democrazia

Noi non viviamo nella realtà, viviamo in una narrazione della realtà.

Questa narrazione ci viene coartata da un insieme di poteri esterni, famiglia, amici, ambiente, media, che costruiscono, ognuno per la sua parte, una certa immagine della realtà. Quello che si forma nella nostra mente è un puzzle che può essere anche dominato da un solo colore, da una sola frequenza. Nessuno possiede la ricchezza multiforme e dettagliata della realtà. Noi vediamo solo qualcosa, parzialmente. E in base a quel qualcosa valutiamo, crediamo, votiamo. A seconda degli input che ci arrivano, si forma la nostra percezione dell’esistente. Più questo quadro è ricco, più abbiamo speranza di avvicinarci a quella cosa infinitamente lontana che si chiama verità. Più questo quadro è povero di informazioni e nozioni, monocromo, unilaterale e a senso unico, più vivremo come in un sogno. Vivremo una non vita in una non realtà. I media attuali tendono a darci una visione di questo tipo: unilaterale, povera di fatti, ripetitiva e plagiante, deformata, che è la visione della realtà che fa comodo al potere dominante, per cui l’elettore non vede le cose con i propri occhi, non verifica quello che sente coi fatti, ma vede quello che altri vogliono che veda, crede quello che altri vogliono che creda. La democrazia si gioca tutta sulla conoscenza. Conoscere vuol dire valutare. Valutare vuol dire scegliere. Senza conoscenza non c’è democrazia. Senza conoscenza non c’è verità.

Viviana Vivarelli

 

Un gioco delle parti basato su visioni diverse della società

È comprensibile il gioco delle parti dei vari soggetti politici, si può accettare il tentativo di far vedere la pagliuzza e non la trave, si può sopportare l’obiettivo di convincere per sfinimento, però a tutto c’è un limite. Dietro la tesi che il sistema è complesso, che semplificare è da ignoranti e che i migranti sono il problema: si tenta di nascondere la realtà che è di una semplicità disarmante. C’è uno scontro tra due visioni di società: una propende a detassare gli abbienti e l’altra a salvare i molto meno abbienti (poveri).

Emilio Baldrocco

Reddito. C’è un Mezzogiorno benestante e non ignorante che ha votato per il M5S

 

Da giorni ascolto analisi sugli esiti elettorali e avverto un livello crescente di indignazione di fronte al perpetuarsi della manipolazione delle motivazioni che hanno determinato i risultati. Su tutti, la descrizione di un Sud gretto e ignorante sedotto dalla promessa del reddito di cittadinanza. Che considerazione per una terra culla di cultura, depredata delle proprie ricchezze, traslocate in un Nord povero e ignorante che per sopravvivere emigrava lui al Sud. L’elettore tipo dei 5Stelle è così descritto: poco istruito, disoccupato o con scarso reddito, di età compresa tra i 20 e 35 anni. Bene. Io sono laureata, ultra specializzata, ultra formata e occupata con un dignitoso stipendio mensile, di età superiore ai 50, con un passato caratterizzato da volontariato e impegno per la tutela dei diritti civili. Credo nell’articolo 18, nella solidarietà, nell’onestà, nella pace e nella possibilità di uno sviluppo equo e sostenibile libero da logiche clientelari e mafiose. E quest’ultimo è un elemento che nessuno ha considerato nell’espressione di voto del meridionale. La politica al Sud continua ostinatamente a fare accordi nei nostri territori con le mafie locali e a scendere a compromessi per poter acquisire consensi elettorali.

Queste stesse considerazioni credo abbiano pervaso l’intero meridione che condivide il desiderio e l’improrogabile necessità di gettare a mare mafia, ‘ndrangheta, sacra corona unita e politica collusa.

P.S. Sono di Messina, lì dove l’ex rettore candidato dal Pd si chiama Navarra e dove l’ex sindaco eletto con i voti del Pd si chiama Genovese, il cui figlio è appena stato eletto nel centrodestra.

Lettera non firmata

 

Gentile lettrice di Messina, nella nuova campagna anti-grillina c’è l’immagine di un Di Maio andreottiano o democristiano che sfonda al Sud grazie alle promesse assistenzialistiche del reddito di cittadinanza. È l’analisi becera e manichea prediletta da chi vuole dividere l’elettorato “vincente” in due: al Nord, la Lega votata dai ceti produttivi; al Sud, il M5S scelto da chi è disperato e quasi analfabeta. Ovviamente la lettura è più complessa e come scritto da lei nel voto meridionale ai pentastellati c’è anche il rigetto delle ataviche mafie. Ma c’è un dato che fa a pezzi questa “narrazione” dominante. Sono andato a guardare i dati elettorali della mia terra natìa in Campania. Centri ricchi, senza disperazione o ignoranza, come Sorrento, Capri, Positano. Ebbene qui il M5S ha preso percentuali dal 30 al 47 per cento (Positano). Chi glielo dice agli onniscienti sociologi del Sistema?

Fabrizio d’Esposito

Così Manuel lo spietato torna Agnelli e pare Bonolis

Non c’è testo senza contesto, non c’è messaggio senza mezzo. Aggressivo, spiazzante, autentico (indie, per dirlo con parole sue): così appariva Manuel Agnelli alla plancia di comando di X Factor. Ed eccolo ora, non più castigamatti del mainstream generalista giunto direttamente da Gotham City, non più spietato cacciatore di taglie e di talenti, bensì conduttore in proprio di una seconda serata di Rai3, Ossigeno (giovedì, 23.20). E nelle vesti di padrone di casa, tutto cambia; una certa qual sicumera, una lontana eco di grancassa, un tirarsela alla grande. Il lupo (con gli altri) è ridiventato Agnelli. “Turchetti, fiato alle trombe!” avrebbe detto Mike. Agnelli ci spiega che la musica è l’ossigeno della vita; non si contenta di suonarla in proprio o di farla suonare ai suoi ospiti. Vuole anche spiegarcela, vuole ballare di architettura, direbbe zio Frank. Celentano divide il mondo tra chi è rock e chi non è rock? Benissimo, lui divide tra chi è indie e chi no. Prendiamo nota: di sicuro erano indie Leonardo, El Greco, Caravaggio, Lou Reed, Allen Ginsberg. Ma attenzione: è indie anche Paolo Bonolis che, protetto dalla maschera di Batman, svela il suo vero volto: cita Jared Diamond, Desmond Morris, dimentica stranamente Luca Laurenti, ma arriva fino a Pasolini “che di cultura popolare se ne intendeva”. Presto, togliete la maschera a Bonolis, togliete il trombone a Manuel Agnelli e ridategli la chitarra. Sempre meglio giudicare gli altri che prendere sul serio se stessi.

Aiutare i poveri conta più che punire i furbi

C’è una figura che si aggira silenziosa in Italia da decenni. È il povero, dimenticato da tutti i governi. Un povero che cambia volto, e se ieri era l’uomo di mezza età all’osteria oggi è una persona, giovane o donna, che lavora tutto il giorno eppure non ce la fa a vivere. Se un movimento decide di mettere al centro dell’agenda politica la questione della sussistenza di chi non ha reddito ci si dovrebbe aspettare plauso unanime. Invece buona parte dei politici e dei giornalisti, fino a ieri fieri riformisti, veste improvvisamente panni socialdemocratici per gridare “no al reddito garantito, sì al lavoro” e “stop all’assistenzialismo”, come se i poveri dovessero vergognarsi, come nel Medioevo. “O peggio”, commenta Emanuele Murra, ricercatore sul reddito di cittadinanza e autore di Per un reddito di cittadinanza. Perché dare soldi a Homer Simpson e ad altri fannulloni, “perché il Medioevo aveva almeno una sua etica del povero, come Alter Christus”.

“Se prima di occuparmi di chi soffre bisogna fare la riforma dei centri per l’impiego, abolire il lavoro nero, raggiungere la piena occupazione è chiaro che non si farà nulla”, spiega un altro esperto di reddito minimo, Luca Santini, presidente del Basic Income Italia (Bin), di cui è appena uscito Reddito di base, tutto il mondo ne parla (con Sandro Gobetti). “Con questa mentalità – la paura del furbetto, le possibili inefficienze – non avremmo mai fatto neanche il Servizio Sanitario Nazionale”.

Criticare i 5Stelle per aver reso centrale una questione nell’unico paese europeo privo di misure antipovertà (a parte la miserevole social card berlusconiana o il Rei varato dall’ultimo governo, subordinato a condizioni assurde) è antistorico. E quello dei 5Stelle non è un “reddito di cittadinanza” ma un reddito minimo o di ultima istanza, rivolto solo alle persone povere, che rientrano in determinati criteri, in questo caso restare sotto la soglia di 780 euro al mese. Non è una misura individuale, ma fa riferimento al reddito familiare, è condizionato all’accettazione delle proposte di lavoro, fino a tre, rifiutate le quali non si ha più accesso al sostegno. Altra cosa è il reddito di cittadinanza teorizzato da alcuni studiosi, ad esempio il belga Philippe Van Parijs o l’inglese Guy Standing, e studiato in Italia da Andrea Fumagalli, Giuseppe Bronzini, Luigi Ferrajoli, Elena Granaglia e altri. Il reddito di cittadinanza è universale, dato a tutti in quanto cittadini, non perché poveri, senza limiti di reddito. La sua filosofia liberale non mira a emancipare solo dalla povertà, ma anche, per esempio, da un lavoro infelice. E’ soggettivo, non viene tolto se si fa parte di una famiglia ricca, è visto di buon occhio dal femminismo (ne ha scritto la ricercatrice Cristina Morini), perché consente alle donne di emanciparsi da un matrimonio infelice e di essere remunerate per le attività di cura.

Saltando ogni intermediazione burocratica, il reddito di cittadinanza evita problemi legati ai redditi di povertà condizionati, che inseriscono chi li riceve in un ambito costrittivo, invocato da quelli che temono scrocconi e falsi poveri ma non conoscono il dibattito sul tema. “In Olanda”, spiega Santini, “hanno dato lo stesso reddito ad alcune persone, mettendone una parte sotto pressione e un’altra no, per vedere chi fa meglio: i risultati potrebbero essere sorprendenti. In Irlanda esiste un reddito back to study licenziarsi e studiare. Invece che discutere sulla giustezza o meno del reddito minimo, dovremmo cominciare a muoverci in questa direzione”. Magari per proporre, dice Murra, “un welfare legato più al cittadino e meno al disoccupato o al povero. Come indica la Costituzione, il lavoro è un diritto e non un dovere, mentre è dovere svolgere un’attività che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Non per forza un lavoro salariato”.

Governo transitorio 5Stelle-Lega: forse è il male minore

È noto che Platone preferiva i re-filosofi. Per usare le sue parole: “Io vidi che il genere umano non sarebbe mai stato liberato dal male, se prima non fossero giunti al potere i filosofi o se i reggitori di Stato non fossero diventati veramente filosofi” (Lettera VII). È una visione idealista che affascina, e oggi – ci fossero le condizioni per realizzarla – porterebbe alla presidenza del Consiglio, per dire, un intellettuale come Zagrebelsky: chi meglio di un costituzionalista al potere, per scrivere tra l’altro la nuova legge elettorale? Ipotesi interessante (cfr. Flores d’Arcais, micromega.net, 6.3.2018), ma temo – spero di sbagliarmi – che le aspettative vadano temperate dal sano realismo: pensiamo alla politica com’è non come dovrebbe essere, seguendo il consiglio che il Segretario fiorentino formulò non solo ne Il Principe. Dunque, valutazione dei rapporti di forza. I 5Stelle da soli non possono governare ma non debbono nemmeno, col 33%, lasciare la regia a B. per inciuci indicibili. Sartre, ne Le mani sporche, affronta molti temi, uno ci riguarda da vicino: in momenti difficili è possibile allearsi con un avversario se le circostanze storiche lo richiedono? Siamo sul finire della Seconda guerra mondiale: “Hoederer: ‘Noi lottiamo contro la classe che produce questa politica e questi uomini’.

Hugo: ‘E il mezzo migliore che abbiate trovato per lottare contro essa è offrirle di dividere il potere con voi?’

Hoederer: ‘Come tieni alla tua purezza, ragazzo! Hai paura di sporcarti le mani… La purezza è un’idea da fachiri, da monaci. Voialtri, intellettuali, anarchici borghesi, vi trovate la scusa per non far nulla… Credi proprio che si possa governare innocentemente?… Se trattiamo col Reggente, questi interromperà la guerra, le truppe illiriche aspetteranno cortesemente che i russi vengano a disarmarle; se interrompiamo le trattative, il Reggente capirà d’essere perduto e si batterà come un cane arrabbiato; centinaia di migliaia di uomini vi lasceranno la pelle. Che ne dici?… Puoi cancellare centomila uomini con un tratto di penna?’”.

Idealismo contro realismo in tempo di guerra: di questo parla Sartre. E in tempo di pace? Ci sono situazioni difficili in cui è giusto oggi che tra avversari si dialoghi e ci si incontri? Nel nostro Paese – in forte crisi economica e sociale – non si ripresenta l’eterno scontro tra idealismo e realismo? Salvini è il competitor dei 5Stelle e – in linea di principio – non ci si allea con gli avversari. E tuttavia, se la Lega abbandonasse certi slogan da campagna elettorale, se attenuasse i toni razzisti, se concordasse un programma con i 5Stelle – attenzione ai deboli, legge elettorale, eccetera – una convergenza “breve e tattica” sarebbe oggi il male minore. Leggo che Berlusconi è “preoccupato per una possibile alleanza Lega-5Stelle”. Preoccupato? È un dato da non sottovalutare. Abbiamo già sperimentato il Caimano e Renzi: un’indecenza. Oggi a che punto siamo? A “una gigantesca gaffe collettiva del ceto medio riflessivo – dice Mieli – in vista di un balzo sul carro dei 5Stelle”. È così? Credo che il problema vero sia un altro: che un Pd derenzizzato e dialogante non esiste. Di Maio avanzi proposte non rifiutabili. Verifichi. Mostri flessibilità. Medi sul programma e apra a esterni di centrosinistra. In caso di rifiuto accada ciò che deve accadere: nuove elezioni, dopo aver formato un governo di transizione con Salvini: si mettano da parte i punti di contrasto e si lavori alla nuova legge elettorale e a qualche tema comune (modifica della Fornero, eccetera). Quella che fino a ieri sembrava una pura ipotesi, comincia ad apparire una tesi da valutare. Urge sporcarsi le mani, direbbe Sartre, e mandare a casa quanti il concetto di responsabilità l’invocano solo quando coincide coi loro interessi.

Astori ci ha colpito: si può morire giovani

Perché la morte di Davide Astori, il centrale della Fiorentina, ha colpito così profondamente l’immaginario collettivo? Tanto che si è sospeso per una giornata il Campionato di calcio – cosa accaduta soltanto nell’ultima guerra mondiale – e in quella successiva si è osservato un minuto di silenzio su tutti i campi, non solo italiani ma anche di altri Paesi, come la Spagna e l’Inghilterra, e a Thiago Motta a tre giorni dalla morte di quello che era stato per breve tempo un suo compagno di squadra si è chiesto di onorarlo invece di fargli qualche domanda sulla disastrosa prestazione del Paris Saint Germain contro il Madrid in Champions.

Perché era un giocatore noto? Astori noto lo era solo ai tifosi della Fiorentina e a chi segue compulsivamente il Campionato su Sky, non era Rivera o Baggio o Totti. Se fosse morto sul campo, mentre giocava, in trance agonistica, l’impressione non sarebbe stata la stessa. È già capitato. A Renato Curi, giocatore del Perugia, 24 anni, che nel 1977 si accasciò sul campo. E più recentemente al calciatore ungherese Miklos Feher, 23 anni, la cui caduta sul terreno di gioco, mentre allarga lentamente le braccia in segno di resa, fu ripresa da tutte le televisioni del mondo. Eppure la drammatica morte di Feher non ci ha colpito come quella di Astori. Proprio perché Astori è morto d’infarto, nel suo letto, come un vecchio.

È stato un memento mori collettivo. Che dovrebbe mettere qualche pulce nelle orecchie dei terroristi della medicina preventiva, nel settore delle patologie cardiologiche ma non solo. Che senso ha auscultarsi, palpeggiarsi continuamente, mettersi in allarme per un’extrasistole, misurare ogni giorno la pressione, sottoporsi a una mezza dozzina di esami clinici l’anno, se poi un atleta di 31 anni, controllato periodicamente e minuziosamente come solo un atleta può esserlo, muore d’improvviso senza che ci sia stato alcun segno premonitore?

La morte per malattia di un giovane suona come un campanello d’allarme per tutti i suoi più o meno coetanei, ma paradossalmente è un motivo di rassicurazione per i vecchi. I vecchi, si sa, non fanno che guardar necrologi, è la loro lettura preferita. Se muore un coetaneo si preoccupano, sono presi dall’angoscia. Ma se muore un giovane alzano i calici, brindano, improvvisano fescennini, nascondono con lacrime di coccodrillo la loro intima soddisfazione. “Guarda quel ragazzo, credeva di farmela in barba, mi guardava dall’alto in basso come un morituro, invece lui è stecchito e io, vedi un po’, sono ancora qua, a rompere le balle”. I vecchi sono crudeli, sono cattivi. Senza contare che, qualsiasi età si abbia, “la sofferenza degli altri ci fa star bene, questa è la dura sentenza” come scrive Nietzsche con la consueta, cruda, spietata lucidità.

Dovremmo anche cambiare la percezione della vecchiaia che abbiamo noi moderni. Siamo bombardati dal mantra “vecchio è bello”. Sì, “è bello” se se la dà da giovane, se si veste come un giovane, se sgambetta impudicamente nelle discoteche, se scopa, con Viagra, anche quando non ne ha più voglia oppure, pur essendo ancora sessualmente integro, “il bel gioco” come lo chiama Epicuro, a furia di ripeterlo, gli è venuto a noia. Insomma il vecchio è tollerato se accetta, anche lui, di essere degradato a consumatore, pur se in modica quantità. Altrimenti subentra il sottaciuto sottomantra: e adesso vai a curare le gardenie, povero, vecchio e inutile stronzo.

Oggi si può essere vecchi già da giovani, superati dalla supersonica velocità delle variazioni tecnologiche. Negli antichi costumi non era così. Il vecchio era il saggio, colui che, in una società a tradizione prevalentemente orale, era il detentore del sapere e lo trasmetteva gradualmente ai membri più giovani del gruppo. Conservava un ruolo e la sua vita un senso. Ma nei costumi antichi non si negava nemmeno, a differenza di oggi, che un vecchio potesse essere all’altezza anche fisicamente. Molti imperatori romani, soprattutto nel III secolo, secolo di decadenza per la verità, sono stati elevati al trono sulla settantina e, sottoponendosi a viaggi faticosissimi, hanno guidato le truppe nelle più lontane province dell’Impero. Nessuno è morto di malattia. Sono stati tutti assassinati (l’elogio dell’assassinio lo faremo in altra occasione). Il fatto è che per i romani antichi, a differenza di quelli moderni, degli italiani moderni direi, disposti a tutto pur di sopravvivere (vedi, per tutti, le incresciose lettere di Aldo Moro) due sole erano le morti degne: quella che ci si dava per mano propria, il suicidio, e la morte in battaglia, che davano il significato e il suggello definitivo a una vita, giovane o vecchia che fosse. La morte di Cicerone che a 64 anni, pur sapendo di non aver scampo, fugge come un coniglio e alla fine, raggiunto, “sporge tremante ai sicari di Antonio un volto canuto e disfatto” (Plutarco), lo infama per l’eternità, al contrario del suo grande avversario, Lucio Sergio Catilina, che a 45 anni offre in battaglia una performance atletica formidabile e poi cade, sconfitto nel presente, vincitore nel futuro.

A noi che siamo uomini comuni basti sapere, come ci ricordano la morte di Astori e i versi di Ungaretti, che “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”.

Avvocato si fingeva sorella di Cantone: arrestata per truffa

Per essere più credibile in qualche caso si è fatta precedere dalla telefonata di un uomo che diceva di essere Raffaele Cantone. Perché lei, l’avvocato Maria Virginia Cantone, 53 anni, su quella omonimia ci aveva costruito una carriera di professionista della truffa. Presentandosi come sorella del presidente dell’Anac e in quanto tale destinataria di “un trattamento di riguardo” in tutti i Tribunali d’Italia, l’avvocato Cantone, effettivamente iscritta al foro di Avellino, circuiva gli ingenui di turno e spillava quattrini assicurando interventi legali miracolosi. Cinque le vittime acclarate, per 41.000 euro di bustarelle in totale. L’altroieri i carabinieri della Compagnia di Foggia l’hanno arrestata in flagranza di reato. Aveva appena ricevuto una busta con 14.000 euro, consegnati da una coppia che si era fatta convincere che la società presso la quale avevano acquistato un appartamento in Molise stava fallendo e quindi rischiavano di rimanere con le mani vuote, e che solo l’avvocato “sorella di” avrebbe potuto salvarli. Non era vero niente. Per la cronaca, Raffaele Cantone non ha sorelle.

Verbali falsi, botte e contanti spariti: arrestati quattro vigili

Quattro agenti della polizia municipale sono finiti agli arresti domiciliari, dopo che la Procura di Rimini ha contestato perquisizioni arbitrarie, percosse ai fermati, verbali falsi e sequestri di denaro contante mai dichiarati.

L’operazione Old Frank della Guardia di finanza ha fatto emergere “un modus operandi poco professionale, una certa faciloneria” che ha portato alla commissione di reati “approfittando della delicata funzione pubblica rivestita”. L’ordinanza del gip Sonia Pasini è stata eseguita ieri dal nucleo di polizia economica e finanziaria, che ha contestato agli agenti le accuse di abuso d’ufficio, rifiuto di atti d’ufficio, favoreggiamento personale, falso in atto pubblico, distruzione e occultamento di atti, percosse, perquisizioni e ispezioni personali arbitrarie, oltre a violenza privata.