La guerra per lobby dell’armatore “patriottico”

“Il nostro personale? Tutto italiano”. Da giorni si discute sui social e in tv della nuova campagna pubblicitaria del gruppo Onorato, che controlla le linee di traghetti Moby e Tirrenia e si vanta di impiegare 4500 italiani su 4700 dipendenti a bordo delle proprie navi. Il dibattito è se si tratta di una pubblicità razzista o patriottica e Vincenzo Onorato, l’armatore napoletano che controlla i due marchi, viene invitato in tv dove racconta di quanto si preoccupi delle condizioni dei marittimi italiani, in particolare di quelli di Torre del Greco. Nessuno ha finora spiegato, però, che si tratta soltanto di una battaglia di lobbying che dura da anni.

Su alcune rotte italiane Onorato è quasi monopolista: nel 2016, secondo l’Antitrust, controllava tra l’80 e il 90 per cento del traffico passeggeri e merci con Sardegna, tra le corse di Cin e quelle di Moby. È però insidiato dal gruppo Grimaldi, un colosso da 3 miliardi di euro di fatturato che da qualche anno cerca di espandersi in Italia e, servendo tratte mediterranee come segmenti di rotte più lunghe, usa anche personale internazionale imbarcato in porti non italiani. C’è una guerra di cifre tra i due contendenti su quanto risparmi davvero Grimaldi usando anche marittimi extracomunitari, ma Onorato sta provando a vincere la sfida con ogni mezzo per fare in modo che tutti gli armatori che battono bandiera italiana e navigano in acque italiane debbano applicare contratti di lavoro italiani, con i costi connessi.

Nel 2016 Grimaldi ha denunciato Onorato all’Antitrust, che ha aperto un’istruttoria tuttora in corso: alcune aziende avrebbero subìto ritorsioni da Cin e Moby quando hanno scelto di usare anche i servizi di Grimaldi Euromed. L’istruttoria dell’Autorità per la concorrenza non si è ancora conclusa ma intanto Onorato ha vinto una battaglia di lobbying: forte dei 150.000 euro versati alla fondazione Open di Matteo Renzi (463.000 di donazioni totali), grazie all’attivismo dei parlamentari renziani Ernesto Carbone e Marco Cociancich, a fine 2016 ha ottenuto un decreto legislativo che impone l’obbligo di imbarcare marittimi italiani o comunitari sulle rotte di cabotaggio nazionale di trasporto passeggeri (anche per servizi in triangolazione con scali esteri, come è il caso di Grimaldi) per poter accedere ai benefici fiscali e previdenziali connessi all’appartenenza al Registro Internazionale Italiano.

Il provvedimento è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale, ma ancora non produce effetti perché manca il via libera della Commissione Ue. Mentre attende i tempi di Bruxelles, Onorato si mette avanti in vista della stagione turistica estiva e lancia una nuova offensiva contro i nemici Grimaldi. E visto il declino del renzismo su cui tanto aveva investito, si è già premurato di cercare nuove sponde. L’associazione “Marittimi per il futuro”, che sostiene la stessa battaglia di lobbying di Onorato contro il personale extracomunitario, a febbraio è riuscita a portare a Torre del Greco sia Beppe Grillo che Luigi Di Maio.

Nel vantare il suo patriottismo, Onorato omette però un paio di significativi dettagli contabili. A differenza dei concorrenti, lui riceve 72 milioni di euro ogni anno dallo Stato per garantire la “continuità territoriale”, un sussidio che risale ai tempi in cui Cin era la “compagnia di bandiera”. Ed è in debito con il ministero dello Sviluppo economico di ben 180 milioni di euro: non ha mai pagato le ultime tre rate del corrispettivo promesso nel 2012 quando ha rilevato la Tirrenia, pubblica e sommersa di debiti.

Motivazione: l’attesa di una decisione europea sui vecchi aiuti di Stato alla Tirrenia che pende da oltre un lustro.

Diktat della Bce sui crediti: colpo all’economia italiana

Magari un giorno, com’è accaduto con il bail-in, a disastro compiuto i burocrati italiani fingeranno di cadere dal pero. Fatto sta che ieri la Banca centrale europea ha assestato, in prospettiva, un colpo pesante all’economia italiana. Francoforte ha pubblicato le temute linee guida (“addendum”) per la gestione dei crediti bancari “deteriorati” (i Non performing loans, Npl). Sono prestiti che faticano a rientrare e per questo le banche devono “coprire” le perdite a bilancio. Le banche italiane ne hanno un terzo di tutti quelli dell’eurozona, il 12,1% del totale dei prestiti erogati. È evidente che la nuova stretta è pensata per loro.

La Bce ha confermato che i crediti deteriorati senza garanzie vanno coperti al 100% entro due anni e quelli garantiti (da ipoteche e altro) entro sette anni. Dopo questo lasso di tempo, se restano in pancia alle banche, varranno zero.

Rispetto alla prima bozza – contro cui si sono sollevati sia la Commissione sia il Parlamento europeo – ci sono due novità. Per i crediti garantiti la svalutazione partirà dal terzo anno e le linee guida varranno solo per i crediti che diverranno deteriorati a partire dal prossimo aprile. Insomma, la posizione della Bce si sarebbe “ammorbidita”. “È una vittoria del Parlamento europeo che ha costretto la burocrazia a fare marcia indietro”, ha esultato il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, salvo poi spiegare candidamente che i suoi uffici “hanno appena iniziato a visionare l’Addendum”. Mercoledì scorso Bruxelles ha pubblicato la sua proposta, l’unica che considera giuridicamente vincolante per tutte le banche. Il testo è simile a quello della Bce, ma prevede che i crediti garantiti vadano svalutati al 100% in otto anni, anziché sette e riguarderà solo i crediti “erogati” dal 14 marzo scorso che dovessero deteriorarsi. Una differenza fondamentale.

La realtà è che la Bce ha vinto il braccio di ferro con Bruxelles a cui ha lasciato il contentino di un approccio più graduale. Le linee guida non sono vincolanti, ma le banche dovranno motivare lo scostamento e la Bce potrà intervenire. Nel medio periodo le svalutazioni automatiche dei crediti avranno un impatto rilevante su economie profondamente legate al credito bancario come quella italiana. Dopo anni di crisi le banche italiane hanno in pancia qualcosa come 250 miliardi di Npl. Per lungo tempo hanno nascosto la polvere sotto il tappeto “prezzandoli” a bilancio a valori sufficienti a evitare perdite pesanti. La Bce preme per grandi cessioni in blocco che di fatto premiano solo i fondi esteri specializzati, che acquistano a prezzi di saldo e gestiscono i crediti come un liquidatore. Dietro però ci sono centinaia di migliaia di famiglie e imprese in difficoltà. L’addendum peraltro non riguarda solo le “sofferenze” ma finanche i crediti “scaduti”, quelli in cui il debitore è solo in ritardo con i pagamenti. Di norma le banche gestiscono queste situazioni cercando di riportare in bonis la posizione, ma con l’addendum questa discrezionalità verrà eliminata. A prescindere dal tipo di debitore (e dalle capacità del banchiere) dopo qualche anno i crediti deteriorati varranno comunque zero. L’addendum prevede perfino che se una banca non riesce dopo qualche anno a incassare le garanzie (cioè i beni ipotecati) queste “debbano essere ritenute inefficaci e l’esposizione dovrebbe essere trattata come non garantita”, quindi svalutata a zero in due anni.

Secondo gli analisti queste norme porteranno a nuove pulizie nei bilanci bancari e a una ulteriore stretta creditizia, accelerando la fuga delle banche dal segmento del credito non garantito. E questo senza considerare cosa succederà all’economia quando i fondi inizieranno a riscuotere gli 80 miliardi di Npl ceduti nel solo 2017.

Rebus post-elettorale: diretta social Gomez- Padellaro- Travaglio

Sulla formazione del prossimo governo ci sono sul piatto le proposte più assurde. Per capire cosa ci aspetta, quali alleanze saranno capaci di costruire i partiti, Lega e Movimento 5 Stelle, usciti vittoriosi dalle urne, ma numericamente bloccati nella formazione di un esecutivo.

E, soprattutto, quanto tempo ci vorrà. Antonio Padellaro, Marco Travaglio e Peter Gomez saranno oggi dalle 14 in diretta streaming a Loft Live sui canali social de Il Fatto Quotidiano e di iloft e su ilfattoquotidiano.it.

Un dibattito moderato e condotto dal giornalista Luca Sommi che comprenderà anche gli interventi di Massimo Cacciari, Stefano Bonaga e Tomaso Montanari. L’hashtag per seguire la diretta su Twitter sarà #qualegoverno #LoftLive.

La sagra a luci rosse dell’assessore: “Avances per ottenere i permessi”

Per concedere permessi avrebbe chiesto in cambio sesso. Con una serie di avances fatte via sms e WhatsApp, ma anche di persona. Di questo dovrà rispondere Filippo De Rossi, assessore al Commercio di Cittadella, 20mila anime in provincia di Padova. Nel frattempo, per togliere dall’imbarazzo la giunta del leghista Luca Pierobon, De Rossi si è dimesso. Eletto in una lista civica vicina a Forza Italia, con i suoi 35 anni era considerato l’astro nascente della politica locale. Fino a due giorni fa, quando la Guardia di finanza gli ha consegnato l’invito a comparire davanti ai pm di Padova in quanto indagato per tentata concussione.

Lui si dice innocente. Ma le denunce di due donne sono ritenute attendibili dagli inquirenti perché accompagnate dai messaggi ricevuti dall’ormai ex assessore e da registrazioni audio. Tutto inizia nell’autunno del 2016 quando a Cittadella si sta per organizzare la tradizionale Fiera Franca. Avere un banco in centro, dentro le mura, è fondamentale per gli affari. Ma a una commerciante di dolciumi la pratica per il permesso non va liscia come al solito. Lei va in comune a chiedere spiegazioni all’assessore e – riferisce agli investigatori – subito avverte una sensazione strana. Qualche giorno dopo – racconta alla Finanza – lui le dà appuntamento in un parcheggio. Le dice che ci sono alcune multe a suo carico, lui ha il potere di toglierle. Favori in cambio di sesso, è l’accusa. La commerciante va dai vigili e scopre che le multe nemmeno ci sono. Respinge le avances e l’anno dopo il permesso per la fiera le viene negato del tutto. Così presenta denuncia: “Ho deciso di parlare quando ho capito che non avrei lavorato più”, mette a verbale secondo quanto riporta il Mattino di Padova.

Dalla sua testimonianza salta fuori un altro caso: una barista, che nel 2016 vorrebbe partecipare al mercatino di Natale con un chiosco di bibite. Problemi anche per lei, racconta. E di nuovo la storia delle multe. Una notte – accusa la donna – De Rossi si presenta al bar, che ha anche delle stanze come bed & breakfast. Lui chiede di ispezionarle. Quando è solo con lei prova ad abbracciarla, a baciarla. Poi ci sono i messaggi. Niente di troppo spinto, ma il loro significato per gli investigatori è inequivocabile. Pochi mesi fa accuse analoghe hanno colpito il sindaco di Piacenza, Mattia Palazzi, ma la sua accusatrice aveva alterato i messaggi. Così ora a Cittadella qualcuno che crede all’innocenza di De Rossi c’è. La prossima settimana è previsto il suo interrogatorio.

Tim, la rivincita dei vecchi boiardi: Scaroni è il regista

L’attacco a Tim del fondo americano Elliott si è concretizzato ieri in una lista di candidati per il consiglio di amministrazione che assomiglia molto alla rivincita dei vecchi boiardi. Su alcuni nomi della lista sono evidenti le impronte digitali dell’ex amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni, regista dell’operazione. Si tratta di persone legate anche al suo antico sodale (e coimputato per le tangenti in Nigeria dell’Eni) Luigi Bisignani. Scaroni è collegato alla Institutional Service Center del suo vecchio amico Alvise Alverà (padre di Marco, ex assistente di Scaroni oggi alla guida di Snam). La Isc è advisor di Elliott nella partita Tim come in quella che riguarda il Milan. Nonostante l’atmosfera un po’ déjà vu, il tentativo di scalzare dalla plancia di comando i francesi della Vivendi di Vincent Bolloré sembra avere il vento in poppa. A soffiare potentemente sulle vele di Elliott c’è anche quel che resta del governo italiano, in primis il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda e il presidente della Cassa Depositi e Prestiti, Claudio Costamagna. A fare da ufficiale di collegamento tra Elliott e il governo italiano è la società di consulenza Vitale & Co. attraverso Roberto Sambuco, per diversi anni dirigente del ministero dello Sviluppo economico.

Ecco come si svolge la partita. Il fondo americano guidato da Paul Singer ha rastrellato poco più del 2,5 per cento della ex Telecom Italia, quanto basta per avere il diritto di chiedere integrazioni all’ordine del giorno dell’assemblea degli azionisti in programma per il 24 aprile. Ieri ha depositato la richiesta di revocare sei dei quindici consiglieri, in particolare quelli “non indipendenti”. Si tratta del presidente Arnaud de Puyfontaine e dei consiglieri Hervé Philippe, Frédéric Crépin, Giuseppe Recchi, Félicité Herzog e Anna Jones. Elliott ha depositato anche la lista dei candidati alla sostituzione. Il predestinato alla presidenza è Fulvio Conti, dal 2005 al 2014 amministratore delegato dell’Enel, dove prese il posto di Scaroni di cui era stato il più stretto collaboratore. Conti è già stato in Telecom come direttore finanziario nel ‘98-‘99, prima di essere brutalmente silurato durante la scalata di Roberto Colaninno. A farlo fuori fu l’amministratore delegato Franco Bernabè, oggi consigliere di Tim. Ci sono poi Luigi Gubitosi – ex direttore generale della Rai ma soprattutto ex amministratore delegato della compagnia telefonica Wind – il direttore finanziario della Salini Impregilo Massimo Ferrari, Paola Giannotti De Ponti (consigliere anche di Terna e Ubi) e il banchiere-docente Dante Roscini. Completa il quadro Rocco Sabelli che vent’anni fa era alla guida della telefonia mobile di Tim ed è stato voluto in lista direttamente dagli uomini di Elliott.

Elliott ha indicato tra i suoi obiettivi non solo il cambio della governance ma anche il ritorno immediato del dividendo per gli azionisti e la conversione delle azioni di risparmio in ordinarie. C’è poi la questione dello scorporo della rete, che Elliott vorrebbe non solo separata societariamente ma anche quotata in Borsa dopo la fusione con la Open Fiber di Enel e Cdp. Quest’ultima mossa piace al governo, preoccupato per l’ingente investimento deciso da Enel e Cdp sulla rete in fibra ottica, del quale non si intravedono ritorni economici. Ironicamente la nuova Tim presieduta da Conti toglierebbe le castagne dal fuoco all’Enel di Francesco Starace, suo successore al vertice del colosso elettrico dopo una convivenza vagamente tempestosa.

Rimane incerto il destino dell’amministratore delegato israeliano Amos Genish. Elliott ieri ha fatto sapere di avercela con Vivendi e non con il manager, che considera “molto competente”. Ma Tim ha fatto sapere che Genish non resterebbe un’ora di più al suo posto se l’assemblea sancisse il ribaltone. Il manager israeliano è stato cooptato in cda la scorsa estate al posto di Flavio Cattaneo: L’assemblea non può quindi votare la sua revoca, dovendo ratificare la cooptazione. Potrebbe essere questa la ragione della scomparsa dalla lista dei candidati di Paolo Dal Pino, anch’egli ex uomo Wind, dato fino a ieri per sicuro: il suo potrebbe essere il nome tenuto di riserva per l’eventuale sostituzione di Genish.

Tutto questo naturalmente è appeso all’esito dell’assemblea del 24 aprile. Vivendi ha il 24 per cento delle azioni, e in genere all’assemblea partecipano tra il 55 e il 60 per cento delle azioni, quasi tutte in mano a fondi comuni che, se compattati, sono in grado di battere il gruppo di controllo. È già accaduto nell’assemblea dell’aprile 2014, quando il socio di maggioranza Telco andò sotto nel voto sul cda. I due contendenti hanno davanti 40 giorni di campagna elettorale per portare i grandi fondi dalla loro parte.

MicroMega: ecco i pro e i contro di un governo M5s-Pd

Pro o contro un governo Pd-M5S? La rivista MicroMega ha rivolto la domanda ad alcuni politologi. Marcello Sorgi: “Questa fretta e questa voglia di semplificazione, sia di chi vorrebbe allearsi, sia di chi non ne vuol sapere” rende “impossibile, al momento, l’incontro tra i riformisti del centrosinistra e i populisti che hanno trionfato nelle urne del 4 marzo”. Carlo Galli: “Oggettivamente un governo sinistra (sconfittissima) + Pd (sconfittissimo) + M5S mi sembra fuori dalle possibilità logiche. Il rispetto della volontà popolare vuole che questa, se non produce un effetto, torni a esprimersi”. Tomaso Montanari e Francesco Pallante: “La mossa del cavallo potrebbe riuscire non solo a risolvere nel modo più avanzato lo stallo post-elettorale, ma darebbe anche corpo ai più profondi desideri del popolo della sinistra”. Per Sergio Cofferati la proposta è “condivisibile” ma necessita di due presupposti: il buonsenso e la generosità “di conseguenza, la rendono difficilmente attuabile”. Nadia Urbinati: “Se davvero la dirigenza del Pd pensa al modo migliore per recuperare consenso, questa (dell’Aventino ndr) non è la strada migliore e più prudente. È anzi un vero e proprio calcolo per il suicidio”.

Calenda tra Landini e Xi Jinping

Ogni aspirante leader cerca di estendere quella che considera la propria ricetta di successo: Matteo Renzi voleva essere il sindaco d’Italia, Carlo Calenda sembra voler governare prima il Pd e poi il Paese come ha fatto con il suo ministero dello Sviluppo economico, con un misto di sostegno alle imprese, resistenza alle multinazionali e, soprattutto, decisioni rapide con effetti misurabili e immediati.

Mercoledì sera Calenda ha partecipato a uno dei seminari che l’editore Giuseppe Laterza organizza spesso in casa editrice intorno ai libri che pubblica. Si parlava di Utopia Sostenibile, dell’ex ministro del Lavoro Enrico Giovannini, un programma di governo per tutti i partiti, l’agenda degli obiettivi Onu per il 2030. Ad ascoltare e discutere, tutto l’establishment di quel che resta di una cultura progressista di centrosinistra: da Romano Prodi a Giuliano Amato, da Luciano Canfora al governatore di Bankitalia Ignazio Visco, c’era pure Eugenio Scalfari (nessuno di area Cinque Stelle, però). Se Giovannini offre un’utopia, pragmatica, ambientalista, ambiziosa, da cui il centrosinistra può ripartire, Prodi osserva che tutti gli obiettivi che Giovannini indica “sono sollecitati dal basso ma pare che si possano raggiungere soltanto con un forte intervento dall’alto”, non più con il lento e faticoso dialogo tra cittadini, intellettuali, partiti, corpi intermedi come i sindacati e i governi. Il “nuovo modello” di successo, osserva Prodi, non è più occidentale: è Xi Jinping, il presidente cinese che abolisce i mandati quinquennali per poter rimanere presidente a vita e così si emancipa dai pericoli della “veduta corta”, per citare Tommaso Padoa-Schioppa, che condanna i nostri politici a pensare alle prossime elezioni invece che alle generazioni a venire.

Calenda si candida oggi a offrire una risposta ai dubbi di Prodi (e magari domani anche alla segreteria del Pd, chissà). Il ministro propone una democrazia decidente, preoccupata più dei risultati che di rispettare pesi e contrappesi: “Sbagliato continuare a pensare alle grandi riforme”, bisogna individuare un obiettivo, stabilire una cornice decisionale e poi governare perché “le riforme passano attraverso la gestione”. Non va “riformata la scuola” una volta per tutte, ma va cambiata la catena decisionale del mondo della scuola in modo che ministero, presidi e insegnanti possano adattarsi a un contesto che cambia in pochi anni, è il suo esempio.

Questo approccio di governance, più che di governo, non ha però l’obiettivo rottamatore del renzismo, Calenda non vuole liberarsi delle zavorre per favorire le eccellenze, anzi. Il ministro vuole un “governo più forte in un sistema democratico per garantire investimenti e protezione”. Si è iscritto al Pd, dice, per contrastare quell’egemonia culturale che ha fatto passare l’idea che il “liberismo è di sinistra”, come scrivevano nel 2007 Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, gli stessi che ancora oggi chiedono di “proteggere i lavoratori, non i posti di lavoro”. Aver applicato questo slogan, sostiene Calenda, “è una delle ragioni per cui la sinistra sta sparendo”. Chi rischia il posto all’Embraco, in Piemonte, non sarà mai ricollocato in una delle start up che aprono nella stessa zona: da ministro, questo, Calenda lo ha capito, cercando di risolvere le crisi industriali sul territorio, Alesina da Harvard ancora no. La sfida per il Pd modello Calenda è “tenere insieme l’utopia sostenibile e l’Alcoa”, la sensibilità ambientale da Ventunesimo secolo e i posti di lavoro generati dall’industria nel Ventesimo.

Il modello di leadership che Calenda offre al Pd cui si è appena iscritto prevede un potere decisionale quasi da Xi Jinping per applicare un’agenda che piacerebbe a Maurizio Landini, l’ex segretario della Fiom. Se questo approccio piacerà alle correnti dem, ai militanti e, prima o poi, agli elettori, è ancora da capire.

Bentornato Parlamento: adesso mettetelo a lavorare

Secondo un antico detto, da cosa nasce cosa: molto calzante a partire da venerdì 23 marzo quando la prima seduta del nuovo Parlamento metterà in moto un meccanismo che potrebbe prendere velocità con esiti imprevedibili. Soprattutto se, come possibile, Cinque Stelle e Lega proveranno a trasformare la loro maggioranza numerica in un’intesa gialloverde ad ampio spettro.

I vertici delle Camere per cominciare. A Palazzo Madama i 112 senatori del M5S più i 58 della Lega (170 sul totale di 315), e a Montecitorio i 227 deputati grillini sommati ai 124 leghisti (351 sul totale di 630) potrebbero, da soli, spartirsi le due poltrone più importanti. E, a cascata. le presidenze delle commissioni parlamentari (centri di potere effettivo). A eccezione di quelle cosiddette di garanzia (Servizi segreti, Rai, Antimafia), per prassi assegnate alle minoranze che tuttavia si conosceranno dopo la formazione del governo. Altra questione è se i due vincitori riusciranno a mettersi d’accordo e su quali nomi. Altra questione ancora riguarda Matteo Salvini e l’accordo elettorale stipulato con Silvio Berlusconi. Che ha già fatto sapere che davanti a questo flirt lui a tenere il moccolo non ci pensa proprio.

Il Parlamento può fare tutto. Come ha spiegato su queste colonne Paola Zanca, anche in assenza di nuovo governo operativo (quello dimissionario di Paolo Gentiloni può solo occuparsi dell’ordinaria amministrazione), una volta insediate per dare il via alla XVIII legislatura le Camere potranno mettere ai voti qualsiasi provvedimento. Perfino quella nuova legge elettorale con premio di maggioranza a cui Luigi Di Maio e Matteo Salvini si mostrano molto interessati. Un secondo round elettorale in autunno avrebbe infatti senso solo se indicasse, in una sorta di finalissima tra i favoriti, la coalizione o il movimento o il partito con i numeri per governare. C’è di più: volendo Lega e M5S hanno già i seggi necessari per concordare e approvare a maggioranza qualunque legge. Nell’immediato (come ha scritto Carlo Cottarelli su La Stampa) non mancano le convergenze per ridurre burocrazia e corruzione, fermare l’immigrazione irregolare, abolire la legge Fornero, tagliare gli sprechi e (tanto per cominciare) abolire i vitalizi dei parlamentari. Mentre per trovare un punto d’equilibrio tra l’impegnativo proposito leghista di non rispettare le regole fiscali europee (il mitico tetto del 3 per cento nel rapporto deficit-Pil) e le più vaghe ipotesi pentastellate sul deficit “flessibile”, occorrerebbe più tempo. In attesa che da cosa nasca cosa. E un governo Lega-M5S? Oggi appare complicato assai. Visto però che ci siamo fatti prendere la mano dai proverbi: mai dire mai.

Tutto il potere al Parlamento? Dopo i governi forti, i partiti padronali, gli uomini soli al comando e tutti gli altri espedienti per limitare e mortificare il potere legislativo in un ruolo puramente servile al potere esecutivo, l’Italia Repubblica parlamentare, “torna a esserlo pienamente dopo vent’anni di maggioritario” (Marco Palombi). Pensateci bene, la tempesta perfetta scaturita dal voto del 4 marzo ha lasciato in superficie oltre ai relitti di Pd e Forza Italia lo sfasciume di inciuci e nazareni vari. Ma, soprattutto, nell’assenza – che potrebbe protrarsi a lungo – di un governo sostenuto da una maggioranza organica e nel pieno delle funzioni ha restituito al Parlamento la famosa centralità, cuore di ogni democrazia rappresentativa. Forse non sarà il caso di evocare la Sala della Pallacorda e il Terzo Stato (anche se numerosi consensi a Cinque Stelle e Lega provengono dagli “ultimi” e dai “penultimi” nella scala sociale). Non sfugga però che del 23 marzo in poi la sovranità delle Camere potrà esprimersi in tutta la sua pienezza. Come non avveniva da tempo.

A meno che. Certo, non è affatto detto che il Pd (ancora renziano) e che Forza Italia (ancora berlusconiana) si facciano espropriare così facilmente di un potere radicato di interdizione e “ricatto” politico. Entrambi temono come la peste il ritorno alle urne prima di aver rimesso a posto i cocci della dolorosa sconfitta. Ciò potrebbe convincere il Pd a trattare la possibilità di dare il via a un governo M5S, di cui non farebbe parte (ipotesi Cacciari). Per poi tenerlo sulla graticola, dimostrarne l’inconsistenza e nel mentre riorganizzarsi. Diverso il problema di Berlusconi, che ha ben compreso il disegno salviniano di sottrargli gradualmente pezzi del partito. Non inganni il disarmo elettorale dell’ex Cavaliere: il suo potere economico, e soprattutto mediatico, resta intatto e potrebbe incattivirsi. Il “tradimento” di Salvini avrebbe delle conseguenze. In fondo Gianfranco Fini fu triturato per molto meno. Da cosa nasce cosa.

I titoli di coda sul “sistema” Pd

Si è trasformata in una via di mezzo tra una direzione bis e una cerimonia funebre per il Pd, la proiezione del Condannato, il documentario su Aldo Moro di Ezio Mauro, diretto da Simona Ercolani e Cristian Di Mattia all’Auditorium di Roma mercoledì sera. Presente (quasi) in blocco il Pd. C’erano il premier Paolo Gentiloni e il mezzo segretario, ovvero il reggente Maurizio Martina. Piuttosto cupi e pronti a sparire sui titoli di coda. C’era il Guardasigilli, Andrea Orlando, in posizione d’onore, vicino all’autore. E poi, Walter Veltroni, Luigi Zanda, Matteo Richetti. Oltre a una nutrita pattuglia di parlamentari rientrati, cioè salvati: Alessia Rotta, Simona Malpezzi, Francesco Verducci, Andrea Romano. Non s’è fatto sfuggire l’occasione di ricordare a tutti “io ve l’avevo detto”, Nicola Latorre, senatore uscente, non rimesso in lista da Renzi. L’ex segretario, peraltro, era il grande assente: a queste cose non presenziava neanche all’apice del suo potere, se ne tiene lontano oggi. In genere, arrivavano in sua vece Francesco Bonifazi e Maria Elena Boschi. Stavolta no. A completare il quadro di un potere sul viale del tramonto, la presenza di Pietro Grasso e Laura Boldrini. E le assenze: erano stati invitati Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Non si sono presentati.

L’ex grillina Mucci dà l’assist a Sgarbi: “Telefonami”

Buvette di Montecitorio, mercoledì pomeriggio. Mara Mucci, ex deputata M5S convertita al Pd (ma non rieletta) vede arrivare Vittorio Sgarbi, neo parlamentare con Forza Italia: “Io ho attaccato frontalmente Di Maio – si presenta – prendi il mio numero, se hai bisogno di cose contro di lui, chiama pure!”. Sgarbi, come ovvio, dà ordine alla sua collaboratrice di prendere nota. Ed è il segno di come da destra provino a muovere la rete attorno ai tantissimi 5Stelle. Così ieri il senatore Nicola Morra ha scritto su Facebook: “Lo stesso insuccesso di Berlusconi, buttato fuori dal Palazzo, toccherà ai suoi parlamentari che tenteranno di convincere i nostri a cambiare casacca. Non sappiamo se lo farà con i soldi, o con le escort. Ai miei nuovi colleghi dico: registrate e pubblicate online i tentativi da parte degli emissari del condannato. Screenshot con messaggi, registrazioni video, audio, tutto, informando i soggetti mentre lo state per fare”.