Party col ripescato Piero

Chiamatela festa del ripescato, o anche del paracadutato, oppure del miracolato. È comunque festa. Ieri sera al Modo, locale cool del litorale salernitano, Piero De Luca ha salutato la sua elezione “con buona musica e tanti amici”. Piero è figlio di Vincenzo, santo patrono della città oggi in una fase lievemente declinante, e si ritrova a Montecitorio per via del paracadute che il Pd gli ha offerto, facendolo atterrare da vincitore, nonostante la sconfitta nel proprio collegio, in quel di Caserta.

Originale, unica e persino trasgressiva. Perché la domanda che tutta Salerno si è posta è stata: si festeggia la vittoria di Caserta oppure la sconfitta in città? Piero, neodeputato fortunello, ha già pronunciato parole nette e inequivoche: sente di aver vinto nonostante abbia perduto il collegio. Sente che quel 19 per cento, col quale si è piazzato al terzo posto dei quattro in gara, è una conquista – visto ciò che è accaduto – in qualche modo memorabile.

Essendo il Pd, come ha spiegato il papà Vincenzo, governatore della Campania, “un partito del nulla”, la performance realizzata non teme raffronti. La Salerno deluchiana, la città serva e prona, plaudente e magnificata, ha infatti ritenuto di condividere con il suo amatissimo e indimenticato conducator, il senso dell’improvviso nulla, dando un valore affettivo al vuoto imprevisto. Cosicché nelle due sezioni elettorali più prossime a casa De Luca, quella di via Calenda e quella delle Medaglie d’oro, Piero ha goduto rispettivamente del 3 e del 2,79 per cento dei consensi. Il baratro secondo una visione tradizionale.

La festa di ieri – molto avanguardista – avanza però gli occhi al nuovo orizzonte, al successo di domani. E intanto la legge elettorale già una prima risposta è riuscita a dare: ha compensato il vuoto con il pieno e ha permesso al corpo di Piero la cosiddetta bilocazione – come succedeva a padre Pio – facendolo gareggiare sia a Salerno che a Caserta nella stessa competizione, negli stessi giorni, alla stessa ora.

Piero bilocato ha fatto il miracolo e festeggia a Salerno la vittoria di Caserta.

Più precisamente Piero festeggia sia la sconfitta che la vittoria, a seconda dei punti di vista, quando ancora l’elezione col paracadute non è formalizzata perché Forza Italia ha chiesto il riconteggio di circa 20 mila schede. Ma qui, ed è a suo modo notevole, entra in gioco l’ottimismo della volontà.

I conti al Senato (ma non per i seggi): ora rischiano i dipendenti del gruppo

Regolamenti di conti personali e discussione sui soldi: è stato un mesto ritorno a Palazzo Madama quello dei senatori uscenti del Pd. Che ieri si sono incontrati per approvare il bilancio del gruppo Dem. La rappresentanza del partito nella Camera Alta è quasi dimezzata (nella scorsa legislatura i senatori Pd erano 97, ora sono 52). Il che vuol dire meno risorse (per ogni singolo eletto il Senato dà un contributo di 60mila euro) e il rischio di molti dipendenti di rimanere senza lavoro. Sono 60: 45 a tempo indeterminato, 10 in aspettativa, 3 in distacco dal Pd nazionale, un comandato dal ministero del Lavoro e un collaboratore.

Eppure il gruppo (che era guidato da Luigi Zanda e aveva come tesoriere Mauro Del Barba) può contare su un avanzo di 3 milioni e 330mila euro. È partita in quarta l’uscente Camilla Fabbri: “Vincoliamo l’approvazione del bilancio alla garanzia per i lavoratori”. Seguita a ruota da Magda Zanoni (anche lei non rieletta). Ma cosa fare dei soldi lo deciderà il nuovo gruppo e non quello uscente. A Palazzo Madama arriva Renzi, insieme allo zoccolo duro dei suoi uomini. Ugo Sposetti ha ricordato: “Se rimandiamo i dipendenti al partito, quello vuol dire condannarli alla cassa integrazione”. L’ordine del giorno è stato approvato. Più un’indicazione che una prescrizione. E intanto i parlamentari neo-eletti dovranno versare anche più di prima: in Piemonte, per dire, oltre ai 1500 euro al nazionale, 750 al regionale; nel Lazio 1500 al nazionale e 1000 al regionale.

Raggi e Lombardi, il disgelo con Zingaretti

Dalle barricate contrapposte al triangolo. Con le due 5Stelle Virginia Raggi e Roberta Lombardi che, incredibile, fanno squadra. E Nicola Zingaretti, governatore Pd appena rieletto ma senza maggioranza, che sorride e promette. Eccolo, il Lazio dove dem e M5S trattano sui programmi, proprio come il candidato premier Luigi Di Maio vorrebbe fare a livello nazionale. “Questo non è un laboratorio per un governo” giurano tutti.

Però colpisce l’immagine della sindaca di Roma che ieri incontra in Campidoglio Zingaretti per discutere di piani e progetti. E sono strette di mano e note concilianti, con il possibile candidato alle primarie del Pd: che intanto si accredita come l’uomo del dialogo col Movimento e poi si vedrà. Poi c’è Lombardi che dopo aver sfidato Zingaretti alle Regionali, accusandolo di malefatte in serie, spiega che non pensa lontanamente di sfiduciarlo dal notaio assieme alle altre opposizioni, come paventava un quotidiano romano. “Il voto dei cittadini deve essere rispettato – scrive su Facebook – e laddove Zingaretti si mostrerà ancora una volta incapace di gestire la macchina amministrativa e di governare saremo i primi a chiederne le dimissioni. Tutto il resto sono chiacchiere da bar”. E all’Huffington Post aggiunge: “Se ci saranno proposte in sintonia con il nostro programma non avremo problemi a votare a favore”. Insomma, nessuna chiusura. Perché i 5Stelle laziali vogliono stare al tavolo con lo Zingaretti che non ha i numeri per governare da solo.

E sarebbero perfino disposti ad accettare anche una vice-presidenza, dicono dal Pd. Sarebbe una novità epocale per il Movimento. Forse troppo, per i codici interni. La certezza però è che Raggi e Lombardi hanno aperto il dialogo di comune accordo, come hanno deciso in un incontro mercoledì. Quasi un evento, considerando la rivalità fortissima tra le due. Eppure dopo la tregua armata in campagna elettorale è arrivato il gioco di sponde, per discutere con la Regione. E uscendo dal Comune il governatore ha dato un segnale, aprendo alla linea dei “rifiuti zero” del Movimento: “Ci può essere una convergenza vera sull’idea di ciclo di gestione fondato sulla riduzione, riuso e riciclo”. Ma c’è altro in gioco. Perché il Comune punta al via libera della Regione su due impianti per il compostaggio dei rifiuti a Roma, e a un’intesa sui trasporti, a partire dalla linea ferroviaria Roma-Lido. “Partita complessa” spiegano dal M5S. Ma intanto si gioca, nel segno del disgelo. A tre.

E ancora niente eletti. Il delirio dei decimali che blocca i risultati

E nel silenzio spuntò la Sardegna. Sola, soletta. Ieri, ci ha fatto sapere l’Ansa, l’ufficio elettorale presso la Corte d’appello di Cagliari ha proclamato ufficialmente i 25 eletti dell’isola alle Camere (16 sono dei Cinque Stelle). Sono i primi di cui abbiamo il bene di sapere che saranno effettivamente rappresentanti della nazione nella legislatura che inizia il 23 marzo, gli altri aspettano e qualcuno prega.

Pare incredibile, infatti, ma – pur essendosi votato quasi due settimane fa – l’elenco completo degli eletti non è ancora disponibile: tra gli addetti ai lavori c’è chi lo vaticina per “domani” (che sarebbe oggi), ma lo fa tutti i giorni da lunedì, e chi prevede che non arriverà prima della settimana prossima, in sostanziale contemporanea con l’apertura delle procedure per registrarsi in Parlamento (gli onorevoli possono sbrigare le pratiche da martedì).

Andasse così, le Corti d’appello e l’ufficio centrale elettorale della Cassazione potranno ottenere un effetto non secondario: scaricare la scontata ondata di ricorsi sulle Giunte per le elezioni di Camera e Senato, dove domina felice l’autodichìa del Parlamento e lo scorrere tranquillo dello status quo.

Questo però è il futuro in cui la boiserie del Palazzo attutirà le rivendicazioni di chi si sentirà, a torto o a ragione, deprivato del sudato seggio; il presente è invece il guazzabuglio del Rosatellum, la legge flipper in cui spostando poche centinaia di voti da una lista all’altra si può far scattare un seggio in Molise anziché in Emilia, in Piemonte anziché in Campania. Sulla quantità di persone che temono di vedersi sottrarre un’elezione già data per scontata c’è disparità di vedute tra i tecnici dei partiti: si va da un minimo di “quattro-cinque” a un massimo di “dieci-quindici”. Per non peccare di eccessivo ottimismo, però, anche molti che sarebbero teoricamente sicuri scrutano l’orizzonte e aspettano il telegramma dell’ufficio elettorale che gli consentirà un liberatorio sospiro di sollievo.

Qual è il problema? Per capire bisogna spiegare come funziona la cosa. Dai seggi i verbali partono in due direzioni: quelli diciamo “ufficiali” vanno in Corte d’appello, mentre una versione semplificata va verso il Viminale (una ventina di seggi nel Lazio, peraltro, al ministero neanche li hanno mandati e infatti sul sito Eligendo i risultati sono incompleti).

Nelle Corti d’appello, a quel punto, si inseriscono i dati in formato digitale coi quali la Cassazione verifica la “quota nazionale” dei singoli partiti e attribuisce i seggi alle liste che hanno superato la soglia del 3% (la ripartizione è nazionale alla Camera e regionale in Senato). Alle Corti d’appello tocca poi la verifica dei verbali (spesso ci sono refusi tanto nella carta che nel digitale) e l’analisi delle schede contestate: questa delicata fase è cruciale per il 66% circa delle Camere elette col proporzionale. Col sistema dei “resti” oggi in vigore, infatti, l’elezione di un parlamentare o la “scelta” di dove far scattare un nome eletto in più circoscrizioni è affidata allo “zero virgola” o anche meno, in qualche caso persino al terzo decimale: in sostanza qualche decina o centinaio di voti creano o stroncano una carriera (e tra quei voti ci sono pure quelli “di coalizione”, cioè dati solo al candidato uninominale e che vengono poi divisi tra le liste che lo appoggiano).

Il meccanismo è talmente lambiccato che un solo nome che cambia può portarsene dietro due o tre in altri posti d’Italia (la Sardegna, evidentemente, si ritiene al riparo dall’effetto flipper). Le contestazioni nelle circoscrizioni sono già moltissime e per ora gli uffici elettorali locali le tengono a bada col silenzio.

Infine ci sono, va detto, i casi partoriti dal destino: il collegio uninominale di Modena al Senato, contate le 270mila schede nell’urna, è stato assegnato al candidato del Pd per 46 voti e la Lega ha già annunciato ricorso. In Campania, invece, il ricorso c’è già: LeU al primo conteggio aveva perso il seggio a Palazzo Madama per circa 60 voti, dopo il controllo dei verbali pensava di averlo ottenuto per 110 voti e ora sostiene che una strana manovra notturna abbia riportato quel seggio a Forza Italia, al coordinatore in Campania Domenico De Siano, a cui il Senato è carissimo visto che la scorsa legislatura lo salvò dagli arresti domiciliari. Calcolando che è a processo per corruzione…

Da B. fino a Franceschini: cresce il partito del non-voto

Il M5S che è arrivato primo prepara il “suo” Def e proposte di programma. E pensa a nuovi ministri tecnici, più noti e trasversali. Ma la vera arma di Luigi Di Maio per arrivare al governo è la paura degli altri: quella di tornare al voto, a breve. Un timore diffuso. Così forte da far dire a Silvio Berlusconi che “piuttosto che tornare a votare, meglio cercare un accordo anche con i 5Stelle, come può fare Matteo”. E Matteo è ovviamente Salvini, a cui nel vertice di mercoledì del centrodestra Berlusconi ha dato il via libera per trattare con il M5S. E non solo sulle presidenze delle Camere: ma anche su un appoggio a un loro governo, se servisse. “Se andassimo a un nuovo voto a breve, i 5Stelle farebbero il pieno”, ha scandito Berlusconi di fronte al leader della Lega e alla presidente di Fratelli d’Italia, una corrucciata Giorgia Meloni.

Il Caimano sa che Forza Italia può solo indebolirsi da qui in avanti. Quindi meglio tenersi aperta ogni strada: compresa quella verso un governo del M5S assieme alla Lega, con FI (o parte di essa) a rinforzo. Una mossa che Berlusconi motiverebbe con il “senso di responsabilità” e tutto il corollario retorico del caso. E già Libero ieri aveva titolato sul “Silvio che strizza l’occhio a Di Maio”, prendendosi la smentita dell’interessato: “Io ai 5Stelle apro la porta per cacciarli”. Poi però nel pomeriggio Salvini ha rilanciato: “Berlusconi chiude al M5S? Non mi sembra, stiamo ragionando di programmi”.

Nel frattempo a Roma i capigruppo del Movimento, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, hanno iniziato gli incontri con i partiti sulle presidenze delle Camere. E in fila hanno visto Pietro Grasso per LeU, Maurizio Martina e Lorenzo Guerini per il Pd, Renato Brunetta per Forza Italia e il leghista Giancarlo Giorgetti. “Incontri interlocutori, non si è parlato di nomi”, giurano dai vari fronti. I due capigruppo grillini rivendicano: “Abbiamo ribadito a tutti di voler slegare le nomine dalla questione del governo, e abbiamo registrato l’apertura sia del Pd che della Lega sul metodo”. Il M5S, come già chiarito mercoledì da Di Maio, pretende la presidenza di Montecitorio. E la prima scelta è un fedelissimo del candidato premier, Riccardo Fraccaro: ex segretario dell’ufficio di presidenza, tra i più attivi per l’abolizione dei vitalizi, non a caso citati mercoledì da Di Maio. Mentre per il Senato punta a due vicepresidenti (Paola Taverna e forse Vito Crimi). Nell’attesa Ettore Rosato del Pd assicura: “Se ci saranno candidature convincenti, le voteremo”. La delegazione dem, composta da Martina e Guerini, per adesso, si è limitata a chiedere “figure autorevoli”. E si è preoccupata di garantirsi il “minimo sindacale”: ovvero una vice presidenza del Senato, una della Camera e un Questore in ognuno dei due rami del Parlamento.

Il Pd è tramortito e frammentato, ma anche consapevole che con il ritorno al voto rischia di essere spianato definitivamente. E anche se la risposta standard ufficiale è “siamo alla finestra, non tocca a noi”, le trattative verso un governo vanno avanti. C’è tutto un fronte che guarda ai Cinque Stelle. Prima di tutto, Dario Franceschini: sarebbe il protagonista della trattativa. Tra i motivi per cui Renzi il giorno dopo le elezioni aveva dichiarato di voler “congelare” le dimissioni a dopo la formazione del governo, ci sarebbe stata proprio la volontà di fermare il ministro della Cultura, che stava lavorando a un accordo che lo doveva portare alla presidenza di Montecitorio.

Se Michele Emiliano si è esposto esplicitamente, sono in molti – a partire dagli orlandiani – che aspettano un segnale da Di Maio. “Il Pd sta aspettando un’iniziativa politica. Bersani mise in campo gli 8 punti nel 2013. Facessero qualcosa del genere, ci permettessero di cambiare posizione. Certo, la cosa non può partire da noi”, ragionano nel Pd. I gruppi parlamentari dem sono divisi, con i renziani che, almeno sulla carta, sarebbero pronti a “impallinare” qualsiasi tentativo del genere. L’ex segretario non ha nascosto il suo tifo per un accordo Di Maio- Salvini, che servirebbe a depotenziarli e a “smascherarli”, nella sua ottica, ma comincia a temere un governo breve, per fare una legge elettorale a loro favorevole.

E se Martina in realtà lavora in tandem con Franceschini, in maniera parallela entrano in campo anche le altre componenti, a partire da Luca Lotti. Difficile per gli interlocutori capire se qualcuno possa garantire per il Pd. E dunque, per dividere Di Maio da Salvini, i dem potrebbero decidere di usare i loro parlamentari per far eleggere il leghista Giorgetti alla Camera e Paolo Romani in Senato (il candidato più quotato in assoluto). Sullo sfondo resta il governo di scopo, l’esecutivo di tutti, l’approdo meno sgradito.

Oggi in Consiglio dei ministri la riforma del sistema carcerario

Torna oggi in Consiglio dei ministri la riforma del sistema penitenziario voluta dal ministro della Giustizia Andrea Orlando. Il primo tentativo era sfumato a fine febbraio: era stata considerata una materia troppo delicata – quella dei benefici per i detenuti – per occuparsene a poche settimane dal voto (Matteo Salvini in piena campagna elettorale l’aveva definita “una follia”). Negli ultimi giorni invece si sono moltiplicati gli appelli a favore dell’approvazione: il 13 marzo i penalisti hanno proclamato il proprio sciopero, astenendosi dalle udienze per protestare contro il rallentamento dell’iter della rifomra. Anche Antigone, l’associazione che si batte per i diritti dei detenuti, ha lanciato diversi appelli, anche al presidente della Repubblica Mattarella. Il decreto attuativo della riforma aveva avuto il via libera preliminare nel Consiglio dei ministri del 22 dicembre, ma si era poi arenato in commissione Giustizia al Senato, dove era arrivata la richiesta di rivedere il provvedimento. Domani il Consiglio dei ministri dovrebbe riproporre lo stesso testo licenziato a fine dicembre.

Csm impone Musti a capo della Procura di Modena

Il plenum del Csm ha nuovamente nominato, dopo una rivalutazione, Lucia Musti a capo della Procura di Modena. Musti era finita al centro delle polemiche intorno al caso Consip, quando le si attribuì, in un’audizione al Csm, una frase che avrebbe pronunciato in sua presenza il capitano del Noe dei carabinieri Giampaolo Scafarto (indagato in un filone dell’inchiesta Consip per falso e rivelazione di segreto): “Scoppierà un casino, arriviamo a Renzi”. La nomina a procuratore era stata annullata dopo che il Consiglio di Stato, a metà gennaio, aveva accolto il ricorso dell’ex procuratore di Rimini, Paolo Giovagnoli. Il Consiglio di Stato aveva ravvisato un difetto di motivazione, dicendo che non era chiaro perché veniva preferita Musti, che in precedenza era procuratore aggiunto a Modena, a Giovagnoli che invece era già capo. Nella relazione del consigliere del Csm Palamara viene spiegato che Musti ha “conseguito notevoli esperienze di coordinamento, di direzione e di organizzazione del lavoro giudiziario”. Il tutto “in un contesto lavorativo sereno e caratterizzato anche dalla piena condivisione delle scelte con i sostituti, dalla partecipazione alla ricerca delle soluzioni più efficaci e in piena trasparenza”.

Condannata la moglie di Brunetta: “Beatrice Di Maio” diffamò il ministro

Tommasa “Titti” Giovannoni, la moglie di Renato Brunetta, è stata condannata a 1.500 euro di multa con pena sospesa per un tweet giudicato diffamatorio nei confronti di Luca Lotti (come ha anticipato ieri il Messaggero). Era stata querelata dal ministro dello Sport per aver scritto un messaggio sul social network in cui accusava lo stesso Lotti e altri dirigenti del Pd di essere mafiosi. Il tweet era stato scritto da un account a nome di “Beatrice Di Maio”, di cui Giovannoni ha poi dichiarato di essere la proprietaria. Proprio attorno al suo account twitter l’anno scorso si era scatenata una campagna giornalistica dai risvolti piuttosto comici.

Nei giorni della querela di Lotti, Beatrice Di Maio era stata definita in un’inchiesta de La Stampa “un account chiave della cyber propaganda”, “una star del web pro M5S” che “si muove nel territorio della propaganda pesante, che in tanti Paesi – per esempio la Russia di Putin, assai connessa al web italiano filo M5S – dilaga”. Un piccolo account fake con meno di 15 mila follower era definito da La Stampa un “top mediator”, uno strumento in grado di influenzare le folle, a forza di fake news contro il Pd di Renzi. Si è presto scoperto che si trattava solo di un “giochino” della moglie di Brunetta. Che infatti adesso paga: la “centrale della propaganda” che diffama Lotti vale la bellezza di 1.500 euro di multa.

Un premio per la Ferranti: promossa senza concorso

L’hanno pugnalata, alle elezioni del 4 marzo, non mettendola in lista. Ma niente paura: lei, Donatella Ferranti, deputata Pd, ha subito recuperato alla grande. È tornata a fare il magistrato, premiata con un posto al vertice della carriera: giudice in Cassazione. Lo ha deciso il 14 marzo il plenum del Consiglio superiore della magistratura, con un solo voto contrario (Aldo Morgigni) e due astenuti (Lucio Aschettino e Alessio Zaccaria). Senza passare da un regolare concorso. Senza valutazione della commissione titoli. E contro la legge. Insorge il gruppo “Autonomia e indipendenza”, quello fondato da Piercamillo Davigo, che stila un comunicato di fuoco: la nomina è illegittima, è un premio “politico” a una magistrata che non aveva i titoli per entrare in Cassazione, non avendo mai scritto una sentenza in vita sua.

Ferranti, entrata in magistratura nel 1981, ha fatto per due anni il pretore del lavoro a Cagliari e poi il sostituto procuratore a Viterbo. Fino al 1999. Dopo, per 19 anni, fa altro: entra al Csm come vicesegretario e poi segretario generale, braccio operativo dei vicepresidenti Virginio Rognoni e Nicola Mancino. Nel 2008 è eletta deputato del Pd, riconfermata nel 2013, quando diventa anche presidente della Commissione giustizia. Ora il rientro: consigliere di Cassazione. La nomina “è contraria alla legge e alle circolari del Csm”, protesta “Autonomia e indipendenza”. Dopo essere stati fuori ruolo, “possono rientrare in Cassazione solo i magistrati che abbiano effettivamente svolto le funzioni di legittimità”, come espressamente previsto da un articolo di legge del 2006 e da una circolare del Csm del 2014. La maggioranza del Consiglio superiore della magistratura ha sostenuto che aver fatto il segretario generale dell’organo di autogoverno dei giudici equivale ad aver ottenuto le “funzioni di legittimità”. “Non è così”, secondo i consiglieri di “Autonomia e indipendenza”. Ferranti ha svolto un ruolo amministrativo, ottenendo una “qualifica formale che prescinde totalmente dall’effettivo svolgimento delle funzioni di legittimità, che invece è il requisito richiesto dalla legge e dalla circolare”. Quando, nel 2009, pur facendo già politica ed essendo fuori ruolo dal 1999, aveva ottenuto una valutazione lusinghiera (elogi per la sua “indipendenza, imparzialità ed equilibrio”) che le aveva fatto superare il settimo gradino di avanzamento professionale in carriera, a chi le chiedeva se non avesse incassato un premio politico, rispondeva: “Non è giusto che un magistrato che decide di mettere la propria professionalità al servizio delle istituzioni debba essere punito. Quando lascerò la politica accetterò il posto che mi spetta”.

Altro che punizione: ha ricevuto il massimo dei premi; il diritto al “sorpasso” dei magistrati che invece di fare politica fanno il loro mestiere. Del resto, provvidenzialmente, qualche giorno fa il Parlamento ha fatto cadere, con un comma della legge di stabilità, il limite di un anno per i magistrati che vanno a ricoprire incarichi direttivi e incarichi fuori ruolo.

Spiega il comunicato di “Autonomia e indipendenza”: “Nessuna delibera del Csm ha conferito le funzioni effettive di legittimità alla interessata (ma solo le funzioni formali per avere il posto di segretario generale del Csm) e comunque nessuna delibera poteva farlo. Si ribadisce quindi” che la nomina “appare errata in punto di diritto. Ma non è solo il dato giuridico che va evidenziato nel caso in esame”: il premio a Ferranti “rischia di avere un’alta valenza simbolica, perché sottende una certa confusione tra funzioni politiche e funzioni giudiziarie, legittimando chi abbia svolto rilevanti ruoli politici elettivi ad accedere senza concorso al supremo organo di giurisdizione in Italia. Si crea così una sorta di corsia preferenziale, anzi di sorpasso, in danno dei magistrati normali, che per accedere alle funzioni di legittimità devono in genere lavorare per svariati anni negli uffici giudiziari e sono inoltre sottoposti alle valutazioni della Commissione tecnica e poi del Csm”.

I togati di “Autonomia e indipendenza” chiedono al Csm, criticando “anche il peso degli accordi correntizi, di ribadire l’assoluta separatezza delle funzioni politiche da quelle giudiziarie, dando un’effettiva prevalenza a queste ultime e riconoscendo altresì il ruolo centrale della Corte di cassazione quale supremo organo di giurisdizione”.

Anche la Cassazione smonta la bufala del complotto: archiviato Woodcock

Vi ricordate del putiferio politico perché Tiziano Renzi fu intercettato dalla Procura di Napoli senza essere indagato, come l’amico Carlo Russo, per traffico di influenze? Del paventato complotto ai danni di Matteo Renzi perpetrato dai pm Henry John Woodcock e Celestina Carrano attraverso l’inchiesta Consip? Ora c’è anche un decreto di archiviazione della Procura generale della Cassazione che smaschera la bufala. Non hanno commesso alcun illecito.

Lo si è saputo al processo disciplinare per i due pm partenopei che devono rispondere davanti ai giudici del Csm di non aver indagato, a differenza di altri, l’ex consulente di Palazzo Chigi Vannoni e di averlo ascoltato come testimone, senza difensore; il solo Woodcock è incolpato di aver parlato con la giornalista di Repubblica Liana Milella tenendo un comportamento scorretto nei confronti dell’ex procuratore reggente Nunzio Fragliasso, sentito ieri così come Milella. È stato il sostituto pg Mario Fresa a depositare ben 6 decreti di archiviazione: per la vicenda Renzi senior e per altri atti delle inchieste Consip e Cpl-Concordia. Tra questi, uno era sull’intercettazione tra Renzi e il generale della Gdf Adinolfi, pubblicata dal Fatto, e un altro sempre per una fuga di notizia finita sul Fatto per cui sono stati indagati e archiviati anche in sede penale Woodcock e la giornalista Federica Sciarelli.

Per quanto riguarda Tiziano Renzi, la Procura generale ha accolto la linea difensiva dei due pm durante la pre-istruttoria: “Abbiamo indagato Carlo Russo e non Tiziano Renzi (in seguito indagato a Roma, ndr) in base a una precisa scelta di carattere tecnico”. Cioè la posizione di Russo di “mediatore trafficante” per fare avere appalti Consip all’imprenditore Romeo era “evidente”, non quella di Renzi senior, di qui l’esigenza, condivisa dal procuratore Colangelo, di intercettarlo.

E veniamo al merito dell’udienza di ieri. Prima i fatti. Il 13 aprile scorso su Repubblica compare un articolo di Liana Milella che, con un artificio, riporta il pensiero di Woodcock come riferito da suoi colleghi e che smonta l’idea finita sui giornali di una guerra tra le procure di Napoli e Roma.

Secondo l’accusa, Woodcok ha tenuto un comportamento “gravemente scorretto” nei confronti dei pm romani e di Fragliasso che il 12 aprile scorso aveva raccomandato massimo riserbo.

Ma sia Milella che Woodcock hanno sostenuto di essersi parlati prima di quella riunione e soprattutto Woodcock, confermato da Milella, ha detto che si trattava di una conversazione privata con una giornalista sì, ma sua amica da vent’anni. Ieri Liana Milella ha usato parole forti, sicuramente non facili da pronunciare, a favore del pm: “Ho tradito la fiducia di Woodcock. Avevo dato la mia parola d’onore che non avrei scritto. La voglia dello scoop ha prevalso”. Ma prima di “tradire” ebbe qualche scrupolo, “minimizza” col suo giornale. Ha ceduto il giorno dopo, il 12 aprile. Dice a Woodcock che le fanno pressioni per scrivere e lui “preoccupatissimo mi spiega che poteva parlare solo Fragliasso, che chiamo, su sua sollecitazione. Woodcock mi disse: ‘Ho un fucile puntato sulla schiena’ se pubblichi il mio pensiero mi rovini”. Dopo l’articolo, Woodcock chiama il procuratore reggente e secondo la versione di Fragliasso, che ieri ha testimoniato, esclamò: “Hai visto? È venuta bene, sembra una conversazione tra colleghi’. Non mi sembrava infastidito”. Gli disse, però, “ che aveva parlato riservatamente con Milella, che si era fidato. Io non gli ho creduto, è un magistrato in gamba, sagace”.

E chiosa: non importa se ha parlato con lei prima o dopo la riunione in cui sollecitai massimo riserbo, “comunque quelle considerazioni erano inopportune, benzina sul fuoco”. Ora spetta al Csm stabilire se Woodcock è stato scorretto o se sarà assolto per l’inganno raccontato da Milella anche a costo – ha detto lei – “che nessuno mi parli più in privato”.