La scheda: i filoni giudiziari

 

CORRUZIONE

L’imprenditore Alfredo Romeo, vincitore di alcuni lotti dell’appalto Consip Fm4 da 2,7 miliardi di euro è a processo con l’accusa di aver corrotto il dirigente Consip Marco Gasparri che ha già patteggiato: 100 mila euro

per informazioni sulle gare.

 

TRAFFICO D’INFLUENZE

Tiziano Renzi e Carlo Russo sono indagati per traffico d’influenze: Russo avrebbe promesso a Romeo l’aiuto del padre dell’ex premier e fatto pressioni sull’ex ad della centrale pubblica degli acquisti, Luigi Marroni.

 

FAVOREGGIAMENTO

Il comandante dei carabinieri Tullio Del Sette, il comandante dell’Arma in Toscana Emanuele Saltalamacchia e il ministro Luca Lotti sono indagati per favoreggiamento e rivelazione di segreto ai vertici Consip che nel dicembre 2016 ripulirono gli uffici dalle microspie piazzate dal Noe dei carabinieri.

 

FALSO

Il maggiore ex Noe Giampaolo Scafarto risponde di falso per aver manipolato un’informativa contro Tiziano Renzi e sulle attenzioni dei Servizi alle sue indagini. Ipotesi di depistaggio per il vicecomandante del Noe Alessandro Sessa.

Consip, Lotti e papà Renzi dovranno tornare dai pm

L’ex ministro dello Sport Luca Lotti, fresco di elezione, tornerà in Procura. Il deputato di Montelupo Fiorentino è indagato per favoreggiamento e rivelazione di segreto dal 21 dicembre del 2016. A distanza di un anno e tre mesi, i magistrati capitolini titolari dell’inchiesta Consip hanno deciso di convocarlo per un confronto con il suo grande accusatore: l’ex amministratore delegato della centrale acquisti della Pubblica amministrazione, Luigi Marroni. Il punto è capire chi dei due abbia mentito. Marroni il 20 dicembre 2016 accusa Lotti di essere stato una delle “gole profonde” che lo avvertì delle indagini e delle microspie in Consip. Una settimana dopo, l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Renzi corre in Procura, sostiene di non sapere nulla e di non aver avvisato delle intercettazioni nessuno. Ora i pm ritengono sia scoccata l’ora della verità.

Non è l’unico colpo di scena. Presto tornerà davanti ai magistrati Tiziano Renzi. Il padre dell’ex premier è accusato di traffico di influenze illecite e al centro dell’indagine c’è il pizzino con i “30 mila euro al mese per T.” e i 5 mila euro a bimestre per C.R. Secondo l’impostazione accusatoria (basata sulle intercettazioni di otto colloqui intercorsi tra l’agosto e l’ottobre del 2016) a vergare il foglio sarebbe stato l’imprenditore campano Alfredo Romeo. Il re degli appalti Consip per gli immobili pubblici avrebbe offerto 30 mila euro al mese a Tiziano e 5 mila al bimestre al suo “compare” Carlo Russo in cambio della capacità del babbo dell’ex premier (che agiva di concerto con Russo, per i pm) di influenzare Luigi Marroni, allora al vertice di Consip. Queste le accuse, anche se le uniche parole intercettate sono state quelle di Russo e Romeo: Tiziano Renzi non era presente negli otto colloqui registrati dai Carabinieri del Noe negli uffici di Romeo.

L’inchiesta non ha documentato passaggi di denaro e Tiziano Renzi quando è stato sentito dal pm romano Paolo Ielo (insieme ai colleghi di Napoli Celeste Carrano) il 3 marzo 2017 aveva negato tutto. Come disse il legale di Renzi, Federico Bagattini, Tiziano sarebbe stato “vittima di un abuso di cognome”.

In questi 15 mesi la Procura ha raccolto elementi che rendono necessario un nuovo interrogatorio. Prima di Tiziano però toccherà all’altro “pezzo grosso” dell’inchiesta: Luca Lotti. La versione dell’indagato sarà messa a confronto con quella del testimone Luigi Marroni. Marroni è stato silurato dal Pd proprio dopo avere sostanzialmente confermato a Roma, nel giugno 2017, le accuse iniziali del dicembre 2016 ai pm napoletani sulla fuga di notizie. Diversa la sorte giudiziaria e personale dell’altro iniziale accusatore: il presidente di Publiacqua Filippo Vannoni. Dopo la sua ritrattazione delle accuse è stato indagato per favoreggiamento ma è rimasto presidente della municipalizzata dell’acqua di Firenze.

I tempi della giustizia sono più lenti di quelli della politica. Dopo 15 mesi, dopo le elezioni primarie che hanno incoronato Renzi segretario del Pd e dopo le elezioni nazionali che lo hanno disarcionato, i pm tornano al punto di partenza: il verbale di sommarie informazioni reso il 20 dicembre del 2016 da Luigi Marroni, prima ai carabinieri del Noe e ai finanzieri del Nucleo di Napoli e poi ai pm Woodcock e Carrano. Stavolta però hanno in mano nuovi elementi per capire chi mente. Quando i magistrati napoletani chiedono perché abbia fatto bonificare il suo ufficio dalle cimici, Marroni a dicembre 2016 spiega: “Perché ho appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni, dal generale (all’epoca comandante dei Carabinieri della Toscana, ndr) Emanuele Saltalamacchia, dal presidente (ora ex, ndr) di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato”.

A sua detta Ferrara lo avrebbe saputo dall’ex comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Tullio Del Sette. Il giorno dopo queste dichiarazioni, la procura di Napoli iscrive per rivelazione di segreto e favoreggiamento Lotti, Del Sette e Saltalamacchia, ora passato a comandare i Carabinieri del ministero degli Esteri. Anche Saltalamacchia sarà risentito.

Il confronto tra Lotti e Marroni si annuncia così drammatico. I pm rileggeranno le parole verbalizzate da Marroni il 20 dicembre. Poi la parola passerà a Lotti. Una cosa è certa: prima di giugno 2018, quando scadranno i termini dell’indagine, la Procura dovrà decidere se crede al politico o all’ex manager.

Pronto, chi compra?

“Ehilà, Silvio, come andiamo?”. “Ma come vuoi che vada, Matteo. C’è il tuo omonimo che mi fa girare le palle”. “Chi, Salvini?”. “E chi se no? Orfini? Richetti? Certo, Salvini, quel troglodita che non vuole fare accordi con voi. Viene a cena da me con la felpa e mangia con le mani. Gli presento una delle mie amiche col microfono nascosto nel tanga, gli dico ‘favorisci, tanto siamo una coalizione coesa’, ma il malfidato me la rimanda indietro. E il giorno dopo che fa? Telefona a Di Maio”. “Che ci vuoi fare, Silvione, questi populisti sono irrecuperabili”. “Quanta nostalgia di te, Matteuccio. Con te sì che ci si intendeva. Tu mi facevi il lavoro sporco governando col mio programma, mi devastavi la Costituzione, mi tenevi fermi i pm. Marina e Fedele ti mandavano qualche promemoria su Mediaset allegato al contratto e all’anticipo del tuo nuovo libro. E io ci davo dentro con le cene eleganti. Poi quei maledetti elettori ci hanno traditi”. “Con tutto quello che abbiamo fatto per loro”. “Ma come: io gli ho raccontato balle per venticinque anni, tu per cinque, e ci erano sempre cascati. Stavolta niente, fanno gli schizzinosi”. “Non me ne parlare, Silvio. Brutta bestia, l’ingratitudine. Ora credono alle fake news di Putin, il ventriloquo di Di Maio e Salvini. Roba da matti”. “Ma no, dài, per Putin garantisco io. Gli ho pure regalato un copripiumone con la foto di me e lui”. “Sarà per quello che ti ha mollato!”. “Seee, ti piacerebbe! Non sai chi c’era, arrotolata nel copripiumone: una sventola da niente, roba di prima qualità!”. “Ah, ecco, se no non ti riconoscevo più”.

“Comunque tranquillo, Matteo, non finisce qui. L’ho detto ai miei neoeletti: prendetevi un grillino e fatevelo amico, poi mi girate il codice Iban e ci penso io. Hai presente la campagna ‘Adotta un nonno’? Ecco, qui è ‘Adotta un 5Stelle’. Vedrai: tre giorni e riabbiamo la maggioranza”. “Voi chi?”. “Ma io e te, cribbio!”. “Ah ecco, mi raccomando Silvio, non scordarti degli amici”. “Non sono mica matto! Metti che nel Pd vada su uno che non controlliamo noi, e sono cazzi acidi. Piuttosto, la storia delle tue dimissioni è uno scherzo, vero?”. “Ma sì. Ho messo lì Martina, il reggente che non si regge in piedi: mi chiama pure dal ristorante per farsi dettare il menu. Comando sempre io”. “Matteo, ma sei sicuro? A me risulta che ti stanno mollando tutti. Uno dei tuoi è andato a batter cassa dal ragionier Spinelli, che gli ha dato un bilocale all’Olgettina”. “Ma sono momenti di debolezza. Ho tutto sotto controllo”. “Se lo dici tu… Piuttosto, Matteo: che si fa per le presidenze delle Camere? Una a me e una a te?”.

“Ci sto provando, ma la vedo dura: mi sa che 5Stelle e Lega hanno più del 50%”. “E che problema c’è? Mi sto lavorando Salvini alla vecchia maniera. Hai presente lo scoop di Chi sulla Isoardi che limona con un altro? Era l’antipasto. Hai visto la prima pagina del Giornale?”. “No, da quando ho finito l’anticipo del libro sono senza spicci”. “Un titolone magnifico: ‘I segreti di Salvini’. Dentro non c’era niente, ma la prossima volta potrebbe esserci qualcosa. Chi ha orecchi per intendere… Uomo avvisato, mezzo salvato. Su chi mi disobbedisce qualcosa si trova sempre: una casetta a Montecarlo, una Mercedes usata…”. “Ganzo, Silvione, sei sempre il migliore! Quindi Salvini ci sta?”. “Se non ci sta, ci starà. Gli faccio credere che fa il premier del centrodestra appoggiato dal Pd, così intanto libera la Camera per te (o per la Maria Elena) e il Senato per uno dei miei (Previti purtroppo è interdetto, perciò pensavo a Ghedini). Poi, quando si fa il governo, gli piazziamo un premier tipo Tajani, o Letta, o Giorgetti, o Maroni, tutta gente nostra. E voglio vederli i leghisti che non ci stanno”. “E perché dovrebbero starci?”. “Ah, scusa, non ti ho detto che la campagna ‘Adotta un nonno’ vale pure per loro. Era dai tempi della legge Mammì che non facevo un investimento così importante. Ma ne vale la pena”. “Ah ecco, volevo ben dire. Infatti Maroni è già passato con noi: per non farsene accorgere, scrive sul Foglio”. “L’importante è che i tuoi non cedano ai grillini, che sono peggio dei comunisti”. “Non dirlo a me! Vogliono dare un reddito a chi non ce l’ha. Roba da matti”.

“Eh, ma non vorrei che a sinistra qualcuno pensasse che quella lì è una roba di sinistra”. “Impossibile. Se togliere ai ricchi per dare ai poveri fosse di sinistra, l’avrei fatto già io, no? Se non l’ho fatto io che sono la sinistra, vuol dire che il reddito di cittadinanza è di destra”. “È vero, che stupido, non ci avevo pensato. Certo, tornando indietro, potevamo prometterlo noi: qualcuno magari ci votava”. “Ma no, Silvio, è qui che sbagli: gli elettori devono votarci a scatola chiusa. Me perché sono la sinistra moderata e te perché sei la destra moderata. E, se non lo fanno perché sono incazzati e odiano i moderati, dobbiamo punirli, tenerli a pane e acqua finché non si arrendono. Piaccia o non piaccia, come dico sempre io”. “Certo, figurati, però a ’sto giro ci hanno puniti loro”. “Sì, ma basta aspettare: noi adesso impediamo ai populisti di andare al governo, poi voglio vederli”. “Bravo, Matteo, che ideona! Gli scateniamo contro i giornali e le televisioni (tanto Mediaset è mia e la Rai è tua) a dire che hanno fallito, e alle prossime elezioni tornano tutti all’ovile”. “Purché non si voti subito. Già ora sto poco bene, al prossimo giro sono morto sicuro”. “Io almeno questo rischio non lo corro: io sono morto tre-quattro anni fa, non mi ricordo più bene quando. Però nessuno se n’è accorto, infatti mi vota ancora il 13 per cento degli italiani: più ci penso e meno ci credo. Quindi la notizia del mio decesso deve restare tra noi. Mi raccomando, Matteo, acqua in bocca”. “Tranqui, Silvio, sono una tomba”. “Allora siamo in due: io un mausoleo”.

“L’amica geniale”, la serie: le prime immagini

Sono state diffuse le prime immagini della la serie in 8 episodi diretta da Saverio Costanzo, tratta dall’omonimo best seller di Elena Ferrante. Le riprese della serie sono in corso a Caserta. In scena oltre 150 attori e 5000 comparse. A interpretare Elena e Lila bambine sono Elisa Del Genio e Ludovica Nasti, mentre Margherita Mazzucco e Gaia Girace saranno le due protagoniste adolescenti.

Attraversare il dolore è come correre: alla fine arriva la felicità

Da oggi in libreria con “La fatica più bella. Perché correre cambia la vita”, Gastone Breccia ha scritto per il Fatto un testo inedito, che pubblichiamo di seguito.

 

“La nostra vita è un confronto continuo con la sofferenza: dalla nascita alla morte attraverso la malattia, la perdita della giovinezza e dell’amore, le delusioni e le sconfitte. Siamo destinati, che lo vogliamo o meno, a dialogare con il dolore, come individui e come collettività”. Pausa: gli studenti di storia bizantina mi guardano un po’ perplessi. È una delle mie lezioni introduttive, non capiscono bene dove io voglia andare a parare, e non posso dar loro torto. “La genialità del Cristianesimo è di aver portato Dio nell’orizzonte di questo dialogo con il dolore. Pensateci: è una scelta che dà le vertigini. L’essenza di Dio è inconoscibile, dicevano i teologi ortodossi, ma certamente la sofferenza non gli appartiene: il Dio dei Cristiani sorprende il mondo e si fa perfetto uomo per provare dolore, per partecipare a quello che gli sarebbe altrimenti precluso se restasse perfetto Dio, ovvero il nostro dialogo quotidiano con la sofferenza. Terribile, ma a suo modo meraviglioso, perché come ogni dialogo è anche un percorso di conoscenza. E la sofferenza del Dio che si è fatto uomo è talmente potente da diventare fonte di salvezza comune…”. Li ho colpiti, ma vedo che cominciano a essere stanchi. Meglio concludere. “Siete qui per studiare con me la civiltà dell’impero romano e cristiano, quello che per comodità chiamiamo ‘bizantino’: non dimenticate mai quanto la prospettiva della sofferenza di Dio, e della salvezza a cui conduce, ha segnato questa civiltà…”. Hanno capito che siamo alla fine e già pensano a quel che verrà dopo.

Tutti scappano verso un’altra lezione, o verso il pranzo. Io devo scappare a casa, mettermi le scarpe da corsa e andare ad allenarmi. Oggi mi aspetta una puntata importante del mio personale dialogo con la sofferenza applicata all’atletica leggera: tre volte 4.000 metri, con 1.000 metri di recupero. Uno dei passaggi-chiave nella preparazione della prossima maratona. La corsa è meravigliosa, ma non può essere senza dolore. Non si può correre forte senza affrontare e superare situazioni che mettono a dura prova la nostra resistenza fisica e mentale: no pain, no gain, “non c’è miglioramento senza sofferenza”. Nella parte finale di una 42 chilometri, può capitare di correre con le scorte di glicogeno (il principale carburante dei muscoli e del sistema nervoso) prossime all’esaurimento, cosa che produce una sensazione di estremo disagio, molto difficile da affrontare anche per atleti di alto livello. Non date retta a chi dice che si può correre senza dolore. A volte capita di soffrire anche per fare un’oretta a ritmo blando: bisogna amare lo sforzo fisico per praticare la corsa di resistenza. Come prepararsi adeguatamente ad affrontare la sofferenza è uno dei problemi cruciali della “costruzione” di un atleta, ed è un processo che può durare anni. Un lento percorso di conoscenza, del proprio fisico e della propria mente, che costituisce una delle ragioni di maggior fascino delle discipline di endurance. Allenandosi con regolarità, si è costretti a programmare e ripetere l’incontro con il dolore; a guardarlo negli occhi, ascoltare il corpo, domare la sua ribellione … È una conoscenza difficile da acquisire, ma impagabile: chiunque si abitui a gestire la sofferenza quotidiana dell’allenamento, saprà gestire le proprie risorse psicofisiche in qualsiasi situazione.

Poi c’è la gara, che permette talvolta di andare “oltre”, in un territorio sconosciuto, dove si possono scoprire qualità che non si sospettava di possedere. È il punto di arrivo di settimane di lavoro: può essere, a qualsiasi livello, fonte di una soddisfazione enorme, se si riesce a superare i propri limiti. Non sconfiggendo il dolore, ma imparando ad attraversarlo. Che è poi l’avventura più umana che si possa vivere. E che ci regala qualcosa di molto simile alla felicità.

“Sul bosone Hawking perse la scommessa ma ne fu felice”

Genio della fisica, ma anche icona pop della divulgazione scientifica. Da quando ieri mattina si è diffusa la notizia della morte di Stephen Hawking, il mondo ha voluto rendere omaggio alle sue scoperte e al modo in cui ha saputo diffonderle, passando dai buchi neri a una puntata dei Simpson, dall’origine dell’universo a un’apparizione in Star Trek. Scienza e cultura popolare, sempre mentre lottava con quella sclerosi laterale multipla che i medici gli avevano diagnosticato a 21 anni e che lo ha accompagnato fino a ieri, quando se ne è andato pochi mesi dopo il 76esimo compleanno. “Hawking ci lascia un patrimonio enorme, ci vorranno decenni per raccoglierne a pieno i frutti”. A ricordarlo è Guido Tonelli, docente di Fisica Generale all’Università di Pisa, portavoce dell’esperimento Cms presso il Cern di Ginevra, quello che nel 2012 annunciò la scoperta del bosone di Higgs.

Professor Tonelli, qual è l’eredità di Hawking?

Dal punto di vista scientifico gli dobbiamo molto. Come tutti i grandi si è concentrato su qualcosa che gli altri trascuravano – i buchi neri – cercando di capirne il funzionamento. Ora sappiamo che queste zone ad altissima concentrazione di materia non assorbono tutto, ma piuttosto riciclano, trasformano quello che attraggono. Sappiamo che la nostra galassia è piena di buchi neri e che possono collidere, dando vita a onde gravitazionali.

Concetti complicati per i non addetti ai lavori.

La divulgazione richiede sempre un equilibrio tra un linguaggio di uso comune e la scienza, che è rigorosa per definizione. La sfida di Hawking è stata parlare di fisica al grande pubblico, mantenendo i concetti essenziali senza usare equazioni, accettando di perdere qualcosa nel racconto scientifico pur di raggiungere più persone possibili.

Spesso la gente fatica anche a cogliere l’impatto delle ricerche di questo tipo nella vita di tutti i giorni. Il lato pop di Hawking ha aiutato in questo senso?

I cellulari che abbiamo in tasca non piovono dal cielo. Non li inventano né Apple né Google, ma sono conseguenza dello studio della natura. Quando scoprirono i laser, sessanta anni fa, nessuno si immaginava ci sarebbero serviti per ascoltare musica o per leggere le etichette al supermercato. Ma la divulgazione è fondamentale anche per un altro aspetto.

Quale?

La scienza influenza anche i rapporti tra le persone, il modo in cui concepiamo l’amore, la religione, lo stare al mondo. Cito Galileo: è anche grazie a lui che l’uomo ha imparato a dubitare dei testi e confidare nella propria ragione. In questo senso la divulgazione, di cui Hawking è stato un maestro, è quasi un dovere morale, perché ci dice dove sta andando la scienza e dove stiamo andando tutti noi.

Lei ha fatto parte del team che cinque anni fa ha scoperto il bosone di Higgs. Stephen Hawking al riguardo era stato scettico.

Non credeva che l’universo potesse essere pieno di questa specie di fluido onnipresente, con il quale le particelle interagiscono e attraverso cui acquisiscono la loro massa caratteristica. Una volta disse anche di aver scommesso 100 dollari sul fatto che il bosone di Higgs non sarebbe mai stato scoperto.

Avete mai avuto modo di parlarne?

Ci siamo incontrati durante una premiazione a Ginevra, nel 2013, proprio dopo l’esperimento. Mi avvicinai e gli chiesi, scherzando, se avesse pagato quella scommessa. ‘Sono felice di aver perso’, mi rispose.

Da allora lo ha rivisto?

No, ma parlavo con chi gli era vicino e tutti mi descrivevano una persona con una gran voglia di vivere, nonostante la malattia. Vedere un genio del genere ingabbiato per così tanti anni in un corpo malato è un insegnamento per tutti noi. C’è un’immagine che forse serve a ricordarlo meglio di tutte le altre.

La può descrivere?

É la foto di Hawking dentro uno shuttle, quando si era fatto portare nello spazio per sperimentare l’assenza di gravità. Mi piace da matti: è il suo sogno di poter ancora realizzare imprese straordinarie.

“La simbiosi cinema-mafia? È un’ipocrisia scoprirlo ora”

L’ennesimo, ossia il settimo, interprete di Gomorra arrestato: Salvatore Russo, ora accusato di dirigere una piazza di spaccio a Scampia, nel film di Matteo Garrone del 2008 sparava a dei ragazzini muniti di giubbotto antiproiettile per testarne il coraggio. Sempre Gomorra, ma la serie: ai vertici di un’organizzazione internazionale di traffico di stupefacenti sgominata a Pavia una donna che emulava Imma, la moglie del boss Pietro Savastano incarnata da Maria Pia Calzone. Notizie? Non per Franco Maresco: “Ma io sono basito, ma io ne ho pieni i coglioni. Ma che è questa ipocrisia, quest’antimafia con la coda di paglia, plasticosa, che cos’è?”.

Talento non riconciliato del nostro cinema, regista prima con Daniele Ciprì (Lo Zio di Brooklyn, Totò che visse due volte) e poi in solitaria (Belluscone), non ci sta: “La mafia e il cinema vanno a braccetto? Sai che novità”.

Maresco, qual è il non problema?

Non ci si può stracciare le vesti, e nemmeno stupire. È almeno dalle origini del cinema sonoro, dal gangster movie, dallo Scarface di Howard Hawks, che dentro e dietro i set ci sono amici dei boss, come il nostro oriundo Al Capone. Penso ad attori quali George Raft o John Garfield, penso al Cotton Club e agli impresari di Louis Armstrong: tutti uomini legati a Cosa Nostra. Per tacere di Frank Sinatra, Dean Martin, Jerry Lewis e il protettore Sam Giancana.

Poi arriva Il Padrino.

Il Vangelo di Cosa Nostra, uno spartiacque, la Bibbia del mafioso, un riferimento antropologico, comportamentale. Quindi è il turno di Scorsese: è risaputo, per Casinò vennero impiegati dei mafiosi per consulenti, e si potrebbe continuare all’infinito.

Appunto, veniamo alla sua esperienza.

A cavallo tra anni 80 e 90 in Sicilia non esisteva film senza Enzo Castagna: con Ciprì gli dedicammo un cortometraggio nel 1999, Enzo, domani a Palermo!. Era il numero uno, anzi, l’unico come amava definirsi, nel gestire le comparse: dal Padrino ai film di Damiano Damiani e alle Piovre televisive, tutti passavano da lui. Finì in galera per rapina, oggi purtroppo è fottuto da un ictus, ma con i figli ha fatto il bello e il cattivo tempo sul set: gestiva gli uomini del quartiere Noce a Palermo, già caro a Totò Riina, portava le facce migliori, quelle più carognesche, quelle per cui un regista muore. Ed ecco il paradosso: proprio il cinema antimafioso si serviva di comparse che venivano da un brodo di coltura mafioso, dai quartieri più compromessi. E le produzioni romane lo sapevano bene.

Subivano?

Non solo, avevano innegabili vantaggi: Castagna risolveva i problemi, dai permessi in giù. Non sarebbe stato possibile altrimenti girare tra gli anni 70 e 80 allo Zen o a Borgo Nuovo. E anche dopo, Mery per sempre e Ragazzi fuori di Marco Risi, con i protagonisti presi dalla strada: li portava Castagna, e dopo il fuoco di paglia del cinema tornavano a spacciare. O finivano peggio.

Oggi qual è la situazione?

I centri per le comparse sono più in linea con una sensibilità antimafiosa, a presiederli sono ragazzi che hanno studiato al Centro Sperimentale, pulitini, sembra di stare in Erasmus. Problema, le facce giuste non le hanno: dunque, le si va a cercare altrove, ed ecco il caso Gomorra e via dicendo. Ma…

Ma?

Non è uno scandalo o se lo è c’è sempre stato. Ma Lucky Luciano che voleva a tutti i costi Rossellini per il film sulla sua vita ce lo siamo forse dimenticati? Mi fa incazzare questa ipocrisia, cinema e criminalità hanno sempre vissuto in simbiosi: scambio di modelli, mafiosi che impazzivano per attori, e ora vengono a romperci i coglioni, a dirci che tutto è alla deriva? Sono notizie fasulle, fake news come dite oggi.

Del suo prossimo film, invece, che ci dice?

Sto facendo il sequel di Belluscone. Seguito per modo di dire, sono ripartito con un’altra storia siciliana, stavolta insieme alla fotografa Letizia Battaglia, per ricordare i 25 anni dalla morte di Falcone e Borsellino: a che sono serviti questi cinque lustri? Sostanzialmente a nulla, sebbene lei provi a essere più ottimista e io tiri fuori il Gattopardo. Ripropongo la realtà di Palermo, riprendo il protagonista di Belluscone Ciccio Mirra che esce di galera e fa campagna elettorale, ritrovo Berlusconi e Miccichè che vincono le Regionali e, passando dalla richiesta di grazia a Mattarella per Dell’Utri, arrivo a queste Politiche.

Quando lo vediamo?

Spero di portarne una versione grezza ad Alberto Barbera, in tempo per la Mostra di Venezia.

Macerie e sangue. Sette anni di morte nel regno di Assad

La strage di bambini nell’inferno dei sette anni in Siria. Dati agghiaccianti nell’anniversario dell’ecatombe iniziata come movimento di rivolta, diventata guerra civile e poi trasformata in conflitto con più attori in un fazzoletto di Medio Oriente.

Triste ricorrenza quella di oggi, in cui si entrerà ufficialmente nell’ottavo anno di scontri che hanno provocato oltre 350 mila morti, circa un terzo dei quali civili. È la statistica dei bambini a togliere il respiro: quasi 20 mila le vittime dal 15 marzo 2011, poco meno di mille nel 2017, anno in cui si è verificata una recrudescenza della guerra, tendenza confermata in questi primi due mesi e mezzo del 2018. Continuano ad aumentare i profughi, tra sfollati interni e i milioni di rifugiati nei Paesi vicini, ma aumentano anche i rientri in Siria proprio da Libano, Turchia e Giordania.

Dopo gli assedi di Aleppo e Raqqa, in attesa della battaglia finale per la riconquista di Idlib, l’esercito siriano, supportato dall’aviazione russa, dal 27 febbraio scorso è impegnato nell’offensiva per riprendere il totale controllo della Ghouta, alla periferia est di Damasco. Una battaglia durissima: da una parte l’esercito regolare, dall’altra i ribelli, in mezzo la popolazione civile. Il 50% del territorio, stando a fonti governative, sarebbe già nelle mani dei lealisti, capaci si spaccare in due l’enclave, l’ultima sacca di resistenza della Capitale rimasta da bonificare. Il regime tra gli obiettivi ha inserito strutture sanitarie e scuole: 175 gli attacchi solo nel 2017, denuncia l’Onu. Sono 28 gli ospedali e le cliniche colpite a Ghouta, 26 le scuole. La situazione umanitaria, così come accaduto alla fine del 2016 ad Aleppo, è drammatica. A contribuire alla crisi anche le azioni criminali delle milizie ribelli. L’altro giorno proprio loro hanno aperto il fuoco su un gruppo di civili che chiedeva di essere evacuato dalla Ghouta, facendo diverse vittime.

Martedì il corridoio umanitario, favorito dal dialogo e dalla mediazione tra le forze siriane e le Nazioni Unite, ha consentito l’evacuazione di un migliaio di civili, tra cui diversi bambini. Restano, tuttavia, a rischio migliaia di persone che hanno urgente bisogno di cure. Ma la Siria non è solo Ghouta. L’altro fronte più recente in cui Damasco è attivo, sebbene in maniera limitata, è attorno ad Afrin, l’enclave curda al confine della Turchia. Il presidente siriano ha inviato truppe al nord in supporto delle milizie dell’ Ypg, ma in maniera poco convinta, quasi fosse rassegnato a dover cedere qualcosa al presidente turco Erdogan.

Sette anni di orrori e violenze. Pensare che tutto era partito dal basso, da una protesta il cui fine era cambiare le sorti istituzionali di un Paese sostanzialmente stabile agli occhi del mondo, economicamente florido, eppure capace di violare i diritti umani.

Proprio a livello istituzionale, da quel giorno di metà marzo è cambiato poco. Il presidente, l’alawita al-Assad, è sempre all’apice di un potere delegato dalle mani del suo alleato principale, la Russia di Putin. Teheran, Hezbollah e le milizie sciite in arrivo da diversi Paesi continuano a sostenerlo e a mantenere la leadership geopolitica dell’area, in barba agli interessi Usa – mai così confusi nella loro linea strategica – della Turchia (che però cerca la sua vendetta colpendo Afrin) e dell’Arabia Saudita.

Sono i movimenti armati ribelli ad aver cambiato pelle: col passare degli anni, il movimento di protesta si è spaccato in vari fronti producendo una miriade di milizie prettamente di ispirazione sunnita e c’è stata l’irruzione di Daesh nel 2013, la creazione dell’asse Raqqa-Mosul e la conquista da parte degli estremisti islamici di città molto importanti come Hama, Palmira, Homs, Deir Ezzor, Aleppo. Ora l’Isis sta scomparendo, nelle mani del Califfato restano poche zone di egemonia prive di alcun valore strategico, mentre i ribelli ex al-Nusra – legati ad al Qaeda – resistono in alcune sacche di territorio: tra Hama e Homs, nella provincia di Idlib e soprattutto proprio nella Ghouta orientale, alla periferia orientale della capitale, Damasco.

La rivolta in Siria voleva seguire l’esempio di ciò che era avvenuto in altri Paesi del Nordafrica. Zine el-Abidine Ben Ali, Hosni Mubarak, Muhammar Gheddafi, leader storici in Tunisia, Egitto e Libia, spazzati via: il primo fuggito in Arabia Saudita, il secondo deposto e finito sotto processo, il terzo giustiziato in diretta. Quello che è avvenuto dopo non è tutto rose e fiori, basta pensare alla Libia frammentata.

Di certo l’unico dittatore che ha mantenuto continuità nonostante il tentativo di metterlo da parte è rimasto proprio lui, Bashar al-Assad, ultimo perno di una dinastia che guida la Siria dal 1970, inaugurata dal padre Hafez.

Ján Kuciak sconfigge Fico. Il premier slovacco lascia

Fino a ieri diceva che George Soros voleva fomentare, d’accordo con misteriosi agenti stranieri, un colpo di Stato, sfruttando il caso Kuciak. Poi, verso sera, l’annuncio clamoroso. E doveroso: “Oggi ho offerto le mie dimissioni al presidente della Repubblica. Se le accetterà, sono pronto a dimettermi domani”, ha dichiarato l’ineffabile 53enne Robert Fico, il premier populista slovacco, con il tono della vittima sacrificale. La realtà è ben diversa: le sue dimissioni sono reclamate a furor di popolo dall’opposizione e dall’opinione pubblica, dopo l’assassinio del giornalista investigativo Jan Kuciak e della fidanzata Martina Kusnirova, i cui corpi furono scoperti nell’abitazione del reporter lo scorso 26 febbraio. Semmai, la tenace e stolta resistenza di Fico è stata domata non tanto dagli sviluppi dell’inchiesta sulla morte di Kuciak e sulla sua inchiesta che svelavano i loschi rapporti fra membri dello staff di Fico e la n’drangheta, ma dal dietro-front di uno dei tre partiti della coalizione governativa – la piccola formazione Most-Hid, che rappresenta la minoranza ungherese della Slovacchia – che ha accusato i partner dello Smer-Sd (populisti di sinistra, di cui Fico è leader) di corruzione e di legami con la mafia ed ha deciso di non appoggiare più il premier. Già la maggioranza era precaria (78 seggi su 150). Adesso il rischio è che Fico si rivolga ai neonazisti dell’ Lsns.

Infatti, nelle ultime ore, pare che anche l’Sns, la formazione di estrema destra della coalizione, abbia cominciato a prendere decisamente le distanze dall’imbarazzante Fico. Peraltro, in queste tre settimane c’erano state parecchie dimissioni fra i ministri del governo. Ultimo a lasciare la carica è stato il ministro degli Interni, Robert Kalinak, dietro le fortissime pressioni di Fico che così sperava di salvare la poltrona.

Personaggio controverso, Kalinak, ex avvocato ed uomo d’affari, spesso al centro di virulenti polemiche per certe sue sulfuree frequentazioni: sui giornali slovacchi si è sottolineato come il recalcitrante Kalinak non fosse favorevole a lasciare indagare in tutta indipendenza la polizia sul duplice omicidio e soprattutto sui legami mafiosi scoperti da Kuciak. Come lo stretto rapporto fra l’assistente del primo ministro, Maria Troskova (aveva partecipato alla finale di miss Universo nel 2007) e Antonino Vadalà, il calabrese di Bova Marina che aveva scelto la Slovacchia per i suoi affari. L’imprenditore in odore di ‘ndrangheta era stato fermato assieme ai due fratelli e ad altri tre calabresi, ma poi era stato rilasciato dopo le 48 ore rituali del fermo, per mancanza di prove che lo collegassero al duplice delitto. L’altro ieri, tuttavia, Vadalà è stato arrestato dalla polizia slovacca per narcotraffico, una delle piste su cui stava lavorando Kuciak.

L’orgoglio dei moscoviti: “Per fortuna c’è Vladi”

“Djadja Vova, zio Vladimir ci difenderà”. Oleg, designer, 33 anni, è davanti alla tv da ore. “Ci attaccano di nuovo, è una scusa. Senza Putin faremmo la fine dell’Ucraina”. Sullo schermo la parola “provokazija” lampeggia nella striscia verde senza interruzione. “La Britannia è uscita dall’Unione europea, ha paura di rimanere una malenkaja, severnaja strana”. Un piccolo paese del nord. “Nella stampa estera non hanno dokosatelstvo, prove del nostro coinvolgimento nell’avvelenamento”. Le voci dei talk show sul caso Serghey Skripal fanno eco da una stanza all’altra, da un appartamento all’altro, su ogni piano, in tutto il palazzo, qui a due passi dalla metro Tverskaja. Dopo provocazione, la parola cambia: sulla striscia si legge “ultimatum” in cirillico. Accade in ogni casa, alla stessa ora, in questa Mosca sotto zero.

“Guardate le foto sui giornali occidentali: ci sono i chimici con gli scafandri, ma i soldati dietro senza nemmeno le maschere antigas. Che cos’è questo circo? Questa è una provocazione” dice il presentatore di Ntv. Anche Andrej Lugovoi è in tv. L’ex membro del Kgb, poi Fsb (i servizi di sicurezza russi, ndr), sospettato di aver ucciso l’ex agente russo Aleksandr Litvinenko insieme a Dmitry Kovtun a Londra con il plutonio radioattivo, ora è membro del comitato di Sicurezza della Duma per volere del presidente: “Vogliono demonizzare Mosca”, che non ha alcun coinvolgimento nella faccenda.

La Nato ha appena chiesto che la Russia risponda all’ultimatum della May sul programma del “novicok”, il gas nervino soprannominato “pivello”, usato per avvelenare Skripal e sua figlia Yulia su una panchina del parco di Salisbury. Lo scienziato Vil Mirzayanov, scappato dai laboratori sovietici verso gli Stati Uniti nel 1990, ne ha rivelato l’esistenza. Ma per il giornale Argumenty e Fakty è “propaganda dell’ovest”. Per il quotidiano Kommersant è “un’azione politica nervosa, la Britannia e i suoi alleati preparano nuove sanzioni contro la Russia”.

E la radio informa che Mosca è già pronta a rispondere alle sanzioni “in maniera simmetrica”.

Skripal entra nella campagna elettorale sul Pervij Kanal: per il candidato ultanazionalista Vladimir Zhirinovsky la spia doppiogiochista “non era più di alcun uso per loro”, sono stati i servizi segreti inglesi a organizzare tutto, con quella sostanza “misteriosa e rara” usata per accusare di nuovo Mosca. Sono le due di notte, ma la mattina dopo al programma Vremja Pokazhet, “il tempo dimostra”, la notizia è sempre uguale, con nuovi esperti ed analisi.

“Non possediamo alcuna informazione su quella che possa essere stata la causa della malattia di Skripal”. Il portavoce del presidente e del Cremlino, Dimitry Peskov, ha detto che Mosca non sa niente ma è sempre “pronta alla cooperazione su questo tragico incidente”. Altre parole, di qualche anno fa, per la città risuonano già come un proverbio. “I traditori finiscono sempre male, i servizi segreti vivono secondo le loro leggi e queste leggi sono molto ben conosciute per chi lavora nei servizi segreti” ha detto un altro ex agente del Kgb nel 2010. Domenica prossima diventerà di nuovo presidente della Russia.