May: “Via i diplomatici fasulli”

Il riepilogo: il 4 marzo l’ex spia russa Sergei Skripal e sua figlia Yulia vengono trovati avvelenati su una panchina di un centro commerciale, a Salisbury. Dopo le prime indagini, emerge che è stato usato un agente nervino e il governo dichiara “molto probabile” che sia di manifattura russa. È una azione che viola tutti i codici: non solo viene colpita una ex spia già oggetto di uno scambio di agenti, e quindi “intoccabile” a meno di voler far saltare tutta una serie di accordi fra intelligence; ma l’attacco è portato direttamente in territorio inglese con possibili conseguenze su decine di civili.

Il primo ministro Theresa May chiede al governo russo spiegazioni: Mosca nega qualsiasi coinvolgimento ma rifiuta di collaborare. Escalation inevitabile: ieri May ha annunciato in Parlamento una serie di misure che aprono una seria crisi fra le due potenze. La prima è l’espulsione, entro una settimana, di 23 diplomatici russi “coinvolti in operazioni di intelligence”, cioè agenti dei servizi sotto copertura diplomatica. È la prima espulsione di massa in 30 anni (durante la crisi seguita all’avvelenamento di Aleksandr Litvinenko ne erano stati mandati via solo quattro).

Le altre misure: aumento dei controlli su persone e merci provenienti dalla Russia, arresti più facili alle frontiere, il blocco di beni russi se ci siano prove che vengano utilizzati per mettere a rischio la sicurezza britannica, possibili sanzioni, nuove leggi contro le attività di potenze ostili, nuovi poteri al contro-spionaggio, la sospensione di ogni attività diplomatica bilaterale ad alto livello, compreso il boicottaggio della Coppa del Mondo di calcio da parte di funzionari e di membri della famiglia reale, e la revoca della visita di stato nel Regno Unito del ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. Ieri la riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu. È una risposta abbastanza dura? L’ambasciata russa a Mosca l’ha definita “azione ostile, totalmente inaccettabile, ingiustificata e miope” mentre per il ministero degli Esteri “il governo britannico ha scelto lo scontro. La risposta non si farà attendere. La dichiarazione della premier britannica Theresa May è una palese provocazione senza precedenti che incrina le basi del dialogo fra i nostri paesi”. Già annunciata l’espulsione di diplomatici britannici a Mosca. Per uno dei massimi esperti britannici della Russia di Putin, il giornalista Luke Harding, la reazione britannica è “modesta”. In un editoriale pubblicato sul Guardian scrive che queste misure non potranno fermare futuri attacchi, e che l’espulsione di tanti “diplomatici”, pur se significativa, non incide sulla presenza delle numerose spie in incognito. Più utile sarebbe stato colpire il portafoglio, che l’élite russa preferisce tenere in occidente. Sequestrando, per esempio, le lussuose proprietà londinesi di oligarchi e colpendo le attività di avvocati, commercialisti, agenti immobiliari che rendono possibile il riciclaggio di montagne di denaro sporco dalla Russia.

Anarchici: “Al rogo il ripetitore che aliena gli individui”

È stato rivendicato su alcuni siti anarchici (anarhija.info e roundrobin.info) l’incendio della scorsa notte al ripetitore Telecom sulle alture di Genova. Nel messaggio gli autori del rogo accusano la società in cui “per rimanere al passo con i tempi si è costretti a vivere iperconnessi o si è tagliati fuori, a discapito dei rapporti umani. Le relazioni umane si sono sfaldate dietro a dei display, e delle App. Senza Whatsapp rischi di essere escluso dal tuo gruppo di amici… seriamente. Al lavoro, in famiglia, nella coppia ci richiediamo di essere sempre reperibili”. Nella rivendicazione si legge ancora: “Il prodotto della tecnologia e dei suoi apparati è innanzitutto l’alienazione. Il vuoto derivato da questa mediazione è funzionale al potere per mantenere salde le sue redini”. La rivendicazione non ha una sigla nota, ma è firmata “Nemici di questa società e dei suoi servi”.

Criticata la nuova app della Polizia Youpol “che trasforma i cittadini frustrati in cani da guardia del potere”. La rivendicazione esprime poi solidarietà agli anarchici arrestati per l’indagine Scripta Manent su una serie di attentati, condotta dalla Procura di Torino.

Colin, volto glamour del tradito che consola il traditore invadente

C’è questa storia strana e complicata che occupa le prime pagine di tabloid e quotidiani di tutto il mondo da giorni, che riguarda il matrimonio tra l’attore americano Colin Firth e l’italiana Livia Giuggioli. È una faccenda di amanti feriti e ricongiungimenti matrimoniali che a prima vista potrebbe semplicemente essere archiviata nel ricco faldone “gossip pruriginoso”, ma la verità è che questa vicenda è interessante perché sovverte numerose regole dello showbiz e ci toglie svariate certezze sulle relazioni uomo-donna. I fatti: Colin Firth, 57 anni, è uno di quegli attori alla Clooney che non hanno solo un Oscar sulla mensola del bagno ma pure una serie di qualità tra cui cultura, passione politica e impegno umanitario.

Nel 1997 sposa l’italiana Livia Giuggioli, 47 anni, con cui fa due figli. Lei è carina, raffinata, colta, realizza documentari e ha l’apprezzabile fissa per l’abbigliamento etico ed ecologico, tanto da produrre documentari in cui si scaglia contro i colossi della moda low cost quali Zara e H&M. Tra i suoi meriti, quello di aver fatto amare l’Italia a Colin, tanto che lui ormai ha la cittadinanza italiana e fa cose molto italiane tipo applaudire i cavalli del Palio di Siena da una finestra in piazza del Campo e parlare la nostra lingua meglio di Razzi.

I due non sono a braccetto solo sui vari red carpet, nel corso degli anni, ma pure in varie battaglie solidali, per cui per più di due decenni in cui saltano in aria tutti i sodalizi più certi – da Brangelina a Boldi/De Sica, per dire – loro due rappresentano la coppia perfetta. Lui, poi, nel tempo condivide il set mica solo con Bridget Jones, ma pure con gnocche di rara portata, dalla Witherspoon alla Knightley, eppure il suo amore per Livia è a prova di bomba (sexy). Allo stesso tempo, Livia, sembra investire il suo tempo non certo in filarini ma in filati green e poi, diciamolo, ha l’aria della sciura con una causa in cui credere e milionari a cui spillare soldi in party benefici, per cui l’idea che possa finire in qualche storia torbida come una Wanda Nara qualunque è cosa improbabile. E invece guarda un po’, come sempre sono le acque chete a esondare all’improvviso, travolgendo chiese e campanili.

Una settimana fa il Times annuncia che Livia Giuggioli ha denunciato un uomo, tal Marco Brancaccia, giornalista dell’Ansa, per stalking. Il giornalista avrebbe inviato a Colin Firth delle foto osé di Livia e una email in cui gli raccontava che Livia e lui avevano avuto una relazione. In più, secondo la denuncia, dopo la fine della relazione, lei si sarebbe sentita perseguitata dal giornalista in vari modi. Colin e Livia, dopo la divulgazione della vicenda, ammettono di essersi separati un anno tra il 2015 e il 2016 senza clamori, periodo durante il quale Livia, in effetti, ha avuto una relazione con Brancaccia. Insomma, un casino. Però interessante. Primo perché “eravamo separati” è una vecchia storia tipo “eravamo come fratello e sorella” o anche “stavamo insieme solo per i figli” e ci sono varie foto sul red carpet di loro due insieme e sorridenti anche nel 2015 e nel 2016. Secondo perché il dispetto di dire tutto al compagno ufficiale, di non rassegnarsi all’idea che alla fine sia stata un’avventura e l’altro non abbia voglia di traslochi, avvocati e figli a weekend alternati, è una faccenda molto femminile. Qui, invece, è Brancaccio quello che non abbozza. Quello che non accetta di essere stato una parentesi rosa tra le parole “tien’ e corne”! Quello che, come direbbe Gambardella, non si accontenta di non andare a una festa, ma vuole pure vederla fallire.

E allora manda la mail infame al povero Colin che scopre così di essere protagonista di “Un marito di troppo” non solo al cinema e in casa volano stracci. Equi, green e solidali, ma pur sempre stracci. A questo punto, siccome Colin non è mica un Francesco Monte qualunque che va per salotti tv a piagnucolare, ma è quello de Il Discorso del re, mica de “L’armadio di Cecilia”, manda a sua volta una mail al giornalista dell’Ansa ex amante di Livia. Una mail in cui in sintesi gli dice “Mi dispiace che tu soffra”. Capito? Mica “Se ti piglio la prossima Ansa sei tu!”. No, “Ti capisco”. Il cornuto che vola alto, il cornuto più equo e solidale delle camicette della moglie. Il cornuto che si mette nei panni di chi s’è tolto i panni con la moglie. Tanto epico quanto raro. Infine, in questa bizzarra storia, c’è il colpo di coda finale: l’ex amante, a sua volta, si difende: “Ma quale stalking. Le ho mandato un paio di messaggi su whatsapp. La verità è che Livia mi ha inviato centinaia di messaggi, foto, video e pure un diario segreto! Ha paura che faccia rivelazioni sul suo matrimonio”. Insomma, una dichiarazione dal sapore vagamente minatorio. Come a dire: “Ah, mi denunci? Guarda che poi io in tribunale mi devo difendere…”.

Insomma, la Glenn Close di Attrazione fatale, nel 2018 è un uomo, un giornalista dell’Ansa che non cucina coniglietti domestici nel pentolone, ma che come una ragazzetta isterica mollata dall’amante manager e bugiardo – ci tiene a far sapere al marito di lei – il povero Colin – che gli Oscar mettono in salvo dall’oblio cinematografico, forse, ma non dalle corna. È la fine del maschio dominante. E non solo nel matrimonio, ma pure nei ménage à trois.

Si uccide Borghi, l’ex rettore di Parma finito sotto inchiesta

Si è tolto la vita Loris Borghi, rettore dell’Università di Parma dall’estate del 2013 allo scorso mese di maggio, quando si è dimesso dopo esser finito in due differenti indagini. Ed è forse questo il motivo alla base della triste scelta di suicidarsi: è stato ritrovato ieri senza vita sotto un ponte di Baganzola, piccola frazione a nord di Parma. Prima docente della facoltà di Medicina dell’ateneo emiliano, poi preside della stessa facoltà e infine rettore, Borghi era stato indagato per abuso d’ufficio nell’inchiesta “Pasimafi”, lo scandalo del business della terapia del dolore che aveva sconvolto il centro parmigiano diretto dal luminare del settore Guido Fanelli. Il rettore era accusato di aver agevolato la vittoria nei concorsi interni di alcuni protetti dello stesso Fanelli. Era poi indagato, sempre per abuso d’ufficio, in un’altra inchiesta per la nomina di Tiziana Meschi a capo del reparto di Medicina interna. In questo caso era stato chiesto il rinvio a giudizio. “Non ho mai rubato un euro – si era difeso Borghi in una lettera – Mi sono sempre comportato come un servitore dello Stato. Ho cercato di migliorare le cose e di aiutare, in trasparenza e legittimità, persone meritevoli”. Poi si era ritirato a vita privata. Fino a ieri.

Il Coni vuole saltare su Villa Borghese

Non c’è pace per piazza di Siena, né per l’intera Villa Borghese, la più centrale, frequentata e quindi stressata delle Ville storiche romane, il cui ingresso da Piazzale Flaminio è divenuto da anni ormai un inqualificabile parcheggio permanente di pullman turistici.

Ma il punto dolente è, ancora una volta, lo splendido ovale della centralissima piazza di Siena, dove in tanti siamo andati a camminare e a correre e dove adesso ogni passaggio è già sbarrato (mentre dalla Casina dell’Orologio i vigili e i loro uffici sembrano spariti). Siamo alla solita polemica vigilia del Concorso Ippico internazionale? No, c’è molto di peggio. Guardo nel mio archivio e trovo proteste e lamentazioni risalenti a 20-30 anni fa: le siepi settecentesche di bosso regolarmente sfasciate, alcuni alberi non meno storici lesionati, i tendoni commerciali sempre più dilatati. Assicurazioni di ministri dei Beni culturali (Giovanna Melandri nel 2000…) che quegli scempi non si ripeteranno. Più vicini a noi, incontri degli Amici di Villa Borghese, poi di Carlo Troilo e del suo comitato per Roma Nuovo Secolo con l’assessore all’Ambiente, Estella Marino (Giunta Marino) e altre rassicurazioni…

Poi, il 24 ottobre scorso, la tegola: a una riunione del II Municipio due funzionari della Sovrintendenza Capitolina annunciano che il Comune sta per dare “in adozione” al Coni e alla Federazione Italiana Sport Equestri (Fise) per ben 8 anni l’ovale, il primo anello e la Casina dell’Orologio di piazza di Siena, il cui manto erboso sarà ripristinato (atto dovuto peraltro) dalla stessa Fise. Criteri e accordi “sono ancora da definire”. Però l’assessore alla partita Daniele Frongia, inseguito telefonicamente da Carlo Troilo e da altri, non si fa trovare.

La faccenda è grossa e “antica”. Il Messaggero (siamo ai primi del ’900, non stupitevi) iniziò una martellante campagna per destinare gli 80 ettari di quella villa, ancora dei Borghese, al popolo romano e la vinse. Lo Stato nel 1901 la acquistò per l’equivalente di 10 milioni di euro e la cedette al Comune affinché la destinasse a parco pubblico aperto a tutti. Difatti la Villa è vincolata quale “patrimonio storico artistico e naturalistico”, è Sito di Interesse Comunitario, è ri-vincolata dalla legge sul paesaggio e dal Piano Territoriale Paesistico Valle del Tevere. Poi c’è la Carta di Firenze del 1981 che ne regola l’uso, compresi i “grandi eventi” i quali devono essere “eccezionali” dovendo il giardino storico favorire “il silenzio e l’ascolto della natura”. Il che, a rigore, escluderebbe anche il Concorso ippico. Come chiedono da anni gli Amici di Villa Borghese.

Con la convenzione di 8 anni in corso di trattativa (pare, tutto è piuttosto opaco) fra Comune e Fise, piazza di Siena, e anche il vicino Galoppatoio, sarebbero privatizzati e diverrebbero la sede, con tribune e altri impianti stabili, per le manifestazioni che Fise e Coni vi vorranno organizzare, ippiche e non ippiche visto che il presidente della Federazione, l’imprenditore Marco Di Paola, esorta ad avere “una visione più ampia del cavallo”. Del resto, che sport equestre sarebbe, se non si saltassero gli ostacoli? Nel business plan dell’operazione – destinata in parte a risanare il pericolante bilancio della Fise – l’investimento è del tutto privato.

Ma cosa ne ricaverebbe il Comune? Nebbia. Si sa che la Casina dell’Orologio sarà data in comodato gratuito quale centro di accoglienza, cocktail party, ricevimenti, ecc. E il popolo romano, quello che da sempre frequenta la Villa, piazza di Siena e dintorni? Pazienza, starà a guardare. Che male c’è?

Olimpiadi, la fronda M5S fa frenare Appendino

Prende tempo. Aspetta. Guarda l’evolversi della situazione e spera che si ricucia lo strappo nella sua maggioranza. Ieri la sindaca di Torino Chiara Appendino avrebbe dovuto inviare la lettera al Comitato olimpico internazionale (Cio) con la manifestazione di interesse della sua città per le Olimpiadi invernali del 2026, ma non l’ha fatto. Da lunedì, quando sul Blog delle Stelle è stato pubblicato il suo annuncio, molte cose sono state cambiate: il governatore del Veneto Luca Zaia spinge sull’acceleratore per candidare le Dolomiti, mentre il sindaco di Milano Giuseppe Sala si sfila: “Noi non ci facciamo avanti. La designazione spetta al Coni”, ha detto. E poi ci sono le regole del Cio.

Appendino deve fare innanzitutto i conti con i quattro consiglieri comunali del M5S che lunedì si sono assentati dalla discussione di una mozione perché contrari ai nuovi giochi. In quel modo hanno contribuito a far mancare il numero legale del consiglio comunale, ma non solo: hanno messo in bilico la maggioranza pentastellata. Da allora è in corso un lavoro diplomatico tra i 5 Stelle con il timore che se i quattro assenti dovessero lasciare il gruppo insieme a un’altra collega contraria (ma presente), allora Appendino si ritroverebbe senza maggioranza. Il tutto per una mozione di interesse, un primo step in vista del dialogo con il Cio, e non una candidatura effettiva. Lo ha ricordato lei stessa intervenendo ieri pomeriggio al Consiglio metropolitano: “Sono ben lieta di inviare una manifestazione d’interesse, ma è giusto distinguerla da una candidatura per non creare false aspettative – ha premesso –. A oggi nessuno è in grado di dire se siamo nelle condizioni o no di fare le Olimpiadi, dobbiamo verificare le condizioni e su queste capire se sono un’opportunità e provare a costruire un modello diverso”. Poi ha aggiunto che “la vera sfida comincia dopo il 31 marzo”, termine ultimo per la manifestazione di interesse.

E sarà una sfida difficile. Pochi minuti dopo il consiglio approvava all’unanimità la mozione unitaria nella quale erano esclusi riferimenti ai debiti della città di Torino e alle opere abbandonate, come avrebbero voluto fare i consiglieri M5S. Lunedì tornerà in consiglio comunale e in quell’occasione alcuni esponenti dell’opposizione hanno garantito un sostegno: “Abbiamo dato parola che se si dovesse tornare in consiglio comunale avrà il nostro appoggio”, ha detto Silvio Magliano (Moderati) poco prima di sventolare la bandiera olimpica nell’aula. Il M5S vuole trovare una quadra con i suoi cinque dissidenti. Il fondatore Beppe Grillo è intervenuto di nuovo e martedì ha risposto a Viviana Ferrero, una dei quattro assenti di lunedì: “Capisco i vostri dubbi, è giusta la preoccupazione di alcuni”, ha affermato, ma bisogna “dimostrare la possibilità di fare le cose a modo nostro rispettando le nostre linee guida su ambiente, economia e sostenibilità”. Ieri pomeriggio Ferrero si è affacciata ad ascoltare il dibattito rimanendo vicina ad altri suoi colleghi e prendendo appunti. Invece ha soffiato sul fuoco un’altra eletta M5S, Marina Pollicino: “La domanda vera che si dovrebbe porre ai torinesi, e non solo a loro, è ‘Volete le Olimpiadi e un ulteriore aumento delle tariffe per la ztl, l’allargamento delle strisce blu, il taglio ai servizi educativi, le tariffe mensa più alte d’Italia, i tagli sul sociale?’”, ha scritto su Facebook.

I Br e l’occasione di “non” parlare

Annosa è la questione: se i brigatisti con mani e chiacchiere insanguinate siano autorizzati oppure no (e non solo dalla buona creanza) a pronunciarsi su quello che combinarono lungo l’asfalto di via Fani, quel 16 marzo 1978, fucilando sei uomini in tutto, l’ultimo con morte differita di 55 giorni, in nome di una rivoluzione che era ridicola se non fosse stata tragica.

È semmai in nome di quel tragico che dovrebbero ascoltare anziché parlare. O parlare il meno possibile. E qualche volta leggere. Per esempio le 86 lettere scritte in quei giorni da Aldo Moro, il più struggente diario umano che un politico di quegli anni abbia scritto, segregato nel solo territorio italiano che i brigatisti hanno mai governato, i 90 centimetri di larghezza e i 200 di lunghezza della sua prigione di via Montalcini.

Con Prospero Gallinari che si era comprato una “Storia della democrazia cristiana” per capire qualcosa dei labirinti verbali di Moro. Dentro ai quali rilucevano notizie su Gladio che neanche Mario Moretti – il grande capo – capì in tempo, sebbene viaggiasse sui treni della Stato Imperialista delle Multinazionali, leggendo, per sommo addestramento d’astuzia, la Settimana enigmistica.

Abuso a Norcia, il pm sotto accusa si difende

Il sequestro per presunti abusi edilizi del centro polivalente di Norcia, ideato dall’archistar Boeri, realizzato grazie alle donazioni della campagna “Un aiuto subito” del Corriere della Sera e di La7, suscita un coro di polemiche: è una vergogna. Le definisce “accuse risibili” il direttore del TgLa7, Enrico Mentana: “Non si tratta di una struttura permanente ma temporanea, un’opera costruita su indicazione del Commissario straordinario, della Protezione Civile e del Comune, gratuitamente, dall’architetto che l’ha progettata. Se dovesse succedere qualcosa, speriamo di no, i cittadini andranno a casa del pm di Spoleto, del procuratore di Spoleto, dei magistrati inquirenti? Se tutto questo, come immaginiamo, finirà in nulla saremo noi a ricorrere alla magistratura per vedere risarcito il danno reputazionale che tutti noi, tutti voi, state subendo dalla magistratura inquirente di Spoleto”.

Ieri è arrivata la risposta del procuratore di Spoleto, Alessandro Cannevale, che parla di un “clima pericoloso”. Individuare nei magistrati “il capro espiatorio da additare agli abitanti di Norcia come bersaglio per risentimenti e timori – ha detto – è ingiustificato in partenza, anche prescindendo dalla definitiva valutazione sulla fondatezza dell’accusa che spetterà al giudice. Abbiamo assistito all’uso di organi d’informazione per diffondere invettive basate su dati di fatto parziali e quindi falsi, animate da interesse personale, comprensive di esplicite intimidazioni e spinte al punto da invitare gli abitanti di Norcia a recarsi, per scopi imprecisati, a casa dei magistrati in caso di un nuovo sisma, faremo il possibile per tutelare la nostra reputazione e la tranquillità delle nostre famiglie”.

Il “capro espiatorio semmai è il sindaco, sono i cittadini” ha ribattuto ieri sera Mentana. Ad esprimere “forte preoccupazione per i toni drammatici di politica e informazione” anche il presidente dell’Anm, Eugenio Albamonte che sottolinea come “il carattere di temporaneità dell’opera è differente dal punto di vista architettonico, giuridico e del senso comune”.

Il sindaco di Norcia Nicola Alemanno, indagato con Boeri, ha minacciato le dimissioni e incassato la solidarietà del presidente dell’Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro e quella del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Alemanno attende risposte oggi, dal commissario per la ricostruzione Paola De Micheli: “Ci troviamo in mezzo a una diatriba tra due pezzi dello Stato, la magistratura e il Dipartimento nazionale di protezione civile che ha emanato le ordinanze a cui noi ci siamo attenuti per costruire le strutture che hanno permesso ai nostri territori di tornare a vivere”.

Gli irriducibili di Dell’Utri: “FI garantista solo con B.”

Da Regina Coeli a Montecitorio per difendere Marcello Dell’Utri e dare una strigliata a Berlusconi perché si dia una mossa per la sua scarcerazione. Amedeo Laboccetta, finito in carcere a dicembre scorso per un’inchiesta sul re del gioco d’azzardo online Francesco Corallo e a giugno tornato a essere deputato al posto di un dimissionario del fu Pdl, ieri, dalla sala stampa della Camera annunciava richiesta di incontro con il presidente Mattarella, un comitato nazionale per la liberazione di dell’Utri “innocente” e mandava messaggi a chi non vuole aiutarlo: “Forza Italia parla di garantismo solo se si tratta di Berlusconi. Gli amici veri non si abbandonano mai specie se hanno dato tanto. Abbiamo cercato di sollecitare una presa di posizione forte ma c’è sordità, i nostri interlocutori avranno grandi interessi per tacere”. Laboccetta attacca anche il Biscione: “Perché Mediaset non ha fatto una campagna pro Dell’Utri?”.

Con lui c’era il parlamentare Massimo Palmizio e l’ex senatore dai tempi di Publitalia e Franco Cardiello. Tutti ricordano che Dell’Utri, 77 anni, condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è malato di cuore e ha un cancro alla prostata. Gridano allo “scandalo” perché il tribunale di sorveglianza ha respinto per l’ennesima volta la scarcerazione e l’ex senatore è costretto a stare in una stanza d’ospedale al Campus biomedico di Roma con due agenti che lo sorvegliano, “senza privacy”. Per gli amici di Dell’Utri non ha senso il pericolo di fuga paventato dal giudice: prima dell’arresto “era a Beirut per curarsi”. Laboccetta ha pure raccontato che Dell’Utri si è iscritto alla facoltà di storia di Bologna e che legge sempre i suoi amati libri, i “veri farmaci”. Peccato che debba rispondere di ricettazione a Milano per una quarantina di libri antichi spariti dalla biblioteca Girolamini di Napoli.

“Il guru del macrobiotico schiavizzava gli adepti”

Si chiamano punti macrobiotici. Dalle Marche si sono diffusi in ogni angolo d’Italia, con 100 ristoranti. Frequentati da 90 mila persone che ritengono il regime alimentare qui offerto benefico: niente condimenti né carne, tanta verdura e poco pesce. Bisogna essere iscritti e rispettare regole ferree, come spegnere il cellulare prima di entrare. Alcuni ristoranti sono decisamente austeri, quasi penitenziali. Come i menu. Ma nessuno immaginava che fossero stati creati come una sorta di psico-setta finalizzata a schiavizzare persone fragili o malate, spinte a evitare le cure mediche e ad affidarsi a diete specifiche con il miraggio della guarigione. In cambio, come dei veri e propri adepti, lavoravano gratis e donavano i propri risparmi. La “setta macrobiotica” è stata portata alla luce da un’indagine svolta dalla Procura di Ancona che ieri ha indagato il guru Mario Pianesi insieme alla moglie, Loredana Volpi di 51 anni, e a due collaboratori.

Tra le vicende portate alla luce, quelle più drammatiche riguardano una bambina diventata sorda per una otite non curata e quella di una donna ridotta ad appena 35 chili di peso.

Pianesi ha la terza media, ma una laurea ad honorem all’Università della Mongolia. Si è formato da autodidatta fin dagli anni Settanta sulla dieta macrobiotica di origine orientale, che nella sua versione era apprezzata da istituzioni come il Campus Biomedico, la Fao o il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). Nato a Tirana, in Albania, 73 anni fa, Pianesi è passato in 30 anni dai corsi serali per nutrizionisti alle conferenze per la Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. Da autodidatta ha rivisitato le diete a base di proteine naturali e nemiche della carne tipiche del mondo asiatico per adattarle all’Occidente. Ha creato il marchio Un Punto Macrobiotico (Upm), gestendolo in modo dispotico, secondo la Procura di Ancona. Un franchising dalle uova d’oro.

Le 5 diete Ma.Pi sono considerate efficaci nella “terapia di patologie croniche, quali obesità, ipertensione, diabete mellito tipo 2 e sindrome metabolica”, si legge sul sito dell’Università Campus Biomedico. Che ora puntualizza sul rapporto col santone, parlando di “studi e collaborazioni su richiesta di Pianesi”. Nel 2012 il guru della macrobiotica ha ricevuto la Medaglia della Presidenza della Repubblica. Negli ultimi anni è stato ricevuto due volte in udienza dal Papa. Il Comune di Bologna lo ha insignito della Turrita d’Oro e ora la Lega chiede di restituirla. Il santone 73enne, nonostante le sue relazioni con il mondo scientifico, considerava “i medici assassini, le medicine inutili e dannose”, diceva agli adepti. Molti erano indotti ad abbandonare le cure tradizionali, nonostante gravi patologie. Dovevano lavorare sottopagati in decine di locali e punti vendita macro in Italia. Negli stessi luoghi venivano spesso agganciati dalla setta. I figli dei seguaci crescevano isolati dalla società, considerata negativa. Le regole erano ossessive. Non ci si poteva sposare senza l’assenso del guru.

Finché un’ex adepta 40enne nel 2013 ha denunciato tutto, dando il via all’indagine, durata cinque anni anche per la difficoltà di penetrazione in quell’ambiente. Passata da Procura e Squadra mobile di Forlì a quelle di Ancona per competenza, l’inchiesta si è arricchita di altre testimonianze di persone vessate e sfruttate, e degli accertamenti bancari sui flussi di denaro che finivano sui conti del guru e dei suoi sodali, un giro di affari di milioni. Gli adepti che non donavano abbastanza erano costretti a un’autocritica pubblica. Associazione per delinquere finalizzata alla riduzione in schiavitù, maltrattamento, lesioni aggravate ed evasione fiscale i reati contestati a vario titolo ai quattro indagati.

“Pianesi ha già pensato a tutto per noi, bisogna fare bene tutto quello che lui ci dice di fare, in modo da poter guarire sia le malattie fisiche che quelle dell’anima in modo da ripulire il nostro Karma – racconta un’ex adepta – Qualsiasi messa in discussione, ragionamento, domanda sul perché fare o non fare, mangiare o non mangiare, era soltanto una perdita di tempo perché lui aveva già sperimentato su di sé, sacrificandosi con infinito amore per noi e l’umanità”. Retorica da santone che nascondeva, secondo l’indagine, una setta con obiettivi di arricchimento.