Inpgi, il regalo di Draghi all’élite dei giornalisti

L’articolo 28 della bozza della legge di Bilancio conferma il vizio del premier Mario Draghi di “privatizzare” i profitti e di scaricare le perdite dei privati sullo Stato con il suo stile da “Robin Hood al rovescio”, che toglie ai poveri per dare ai ricchi, ai potenti o ai privilegiati. Si griderebbe già allo scandalo, se tanti giornali non avessero occultato i costi per i contribuenti e i risvolti di avidità e immoralità. Perché Draghi vuole far pagare alla collettività il salvataggio delle “pensioni d’oro” e di altri privilegi del fondo previdenziale privatizzato Inpgi 1, al collasso per aver iper-beneficiato per decenni la parte meglio retribuita dei giornalisti dipendenti: una élite minoritaria rispetto ai giovani colleghi con salari bassi e alla massa dei precari sfruttati dagli editori con pochi euro ad articolo (ghettizzata nel penalizzante e quindi ricco Inpgi 2). Tutto questo quando il premier vara una “stretta” sulle pensioni dei comuni cittadini, in gran parte risicate o da fame. E promette più “equità”.

Nella sostanza Draghi sta replicando quanto attuò da direttore del Tesoro, “privatizzando” aziende dello Stato redditizie (come Autostrade o Telecom), e da presidente della Banca centrale europea, elargendo fondi pubblici anti-crisi per salvare banchieri privati e investitori sui mercati finanziari. Ma il caso Inpgi 1 fa anche capire che il “Governo dei Migliori” tutela privilegi corporativi, diseguaglianze e perfino conflitti d’interessi: visto che proprio i giornalisti più pagati – invece di incassare aiuti di Stato – dovrebbero denunciare per primi gli sprechi di denaro pubblico.

L’inizio di questa vicenda risale agli anni 90, quando partirono i tagli alle pensioni dei comuni cittadini per evitare il rischio di insolvenza futura della previdenza pubblica. Il sindacato unico dei giornalisti (Fnsi) e l’ordine di categoria (Odg), che frena il libero accesso ai lavori dell’informazione (e quindi non esiste in altri Paesi avanzati), insorsero per difendere il regime privilegiato del loro Inpgi. Scioperarono per ottenere dal governo la privatizzazione, che evitava i tagli e manteneva pensioni in media tra le più ricche con altri privilegi (rendite anticipate per cinquantenni, sussidi ai disoccupati, mutui agevolati, prelazioni su case in affitto, ecc.). Ma il passaggio nel “privato” riduceva la garanzia dello Stato, che veniva limitata – in caso di insolvenza futura dell’Inpgi – alla pensione sociale minima. A chi non voleva rischiare, il governo concesse l’opzione di passare all’Inps: cioè la pensione dei comuni cittadini, ben più bassa. Quasi tutti preferirono la scommessa speculativa ad alto rischio del “privato” per restare in quel Bengodi previdenziale. Contavano furbescamente anche su un antico “inciucio”, che garantiva appoggi nei partiti di centro, destra e sinistra perché l’Odg trasformava tanti politici di mestiere in “giornalisti professionisti” (dopo un periodo nei loro giornali di partito tenuti in vita dallo Stato). Questi poi, da parlamentari, maturavano una ricca pensione Inpgi con i contributi figurativi (gratuiti).

La crisi però ha colpito duro sui media. Tanti giornali sono stati affossati dalla poca libertà di stampa (in Italia è a livelli da Terzo mondo secondo le classifiche internazionali), da una informazione condizionata da proprietà in conflitto di interessi, dalla invadenza di “pubblicità & marketing”, da tagli dei costi e prepensionamenti. Gli stipendi dei giornalisti e i relativi contributi si sono ridotti. L’Inpgi 1, erogando rendite e privilegi eccessivi, ha perso 580 milioni in tre anni. Era atteso il commissariamento con ricalcolo al ribasso delle “pensioni d’oro”. Ma tanti giornalisti dell’Inpgi 1, appoggiati da padroni di giornali (che mollano al fondo i tanti prepensionati nelle redazioni), hanno celebrato e implorato Draghi, che da buon “Robin Hood al rovescio” ha concesso il massimo.

Quell’articolo 28 scaricherebbe sull’Inps (cioè sullo Stato) tutte le rendite gonfiate con parametri privilegiati. Elimina perfino il ricalcolo per ridurre le “pensioni d’oro” in base ai contributi effettivamente versati. Il plotone dei “politico & giornalista Inpgi 1” già manovra per far passare questo maxi regalo in Parlamento. Ma si apre un problema di credibilità per il premier, che promette “equità” e salva i privilegi. In più intende ricomprare a caro prezzo Autostrade. Non ha risolto il problema Mps, che scarica perdite sullo Stato simil Alitalia. Colleziona flop in Europa. Gli applausi Draghi li riceve dalla lobby Confindustria, da giornalisti Inpgi 1, da padroni di giornali e da ricchi vari, tutti ansiosi di ricevere denaro pubblico a pioggia.

 

Le gag di Dave Chappelle: la polemica su Pacquiao e quel gigante del Texas

L’ultimo show Netflix di Dave Chappelle, The Closer, ha suscitato le proteste della comunità LGBTQ+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle sue gag transfobiche e omofobiche. Era già successo dopo ciascuno dei cinque special precedenti, per lo stesso motivo. Stiamo dunque passando in rassegna quelle gag, prima di procedere all’esame autoptico. La questione ci riguarda: guardate le destre al Senato che esultano per la bocciatura del Ddl Zan: bit.ly/3mjnNfQ.

CHAPPELLE: “Ci sono persone che non riescono a lasciar perdere. Per esempio, ultimamente, i gay. L’ho notato con la polemica su Manny Pacquiao. Ora, in difesa della comunità gay: Manny Pacquiao ha detto delle stronzate fuori dal mondo, sui gay, cose per niente carine che non ripeterò, ma c’erano versi biblici e alcune analogie con gli animali. Non era un bella cosa. La Nike gli ha tolto subito le sue scarpe. Cosa che pensavo fosse un po’ crudele. Perché è un asiatico. Perché cazzo devi togliere le scarpe a un asiatico per rabbonire un gay?”

“Ho quasi fatto a botte. Ero in un bar ad Austin con mia moglie, durante il Covid, e una stronza è venuta al nostro tavolo ed era senza mascherina: ‘Hi! How are you?’ Tutte parole con la H. Goccioline dappertutto. Abbiamo coperto i nostri drink: ‘Ehi, baby, cosa stai facendo?’ Guardo il tavolo da cui veniva e vedo degli uomini che mi stanno filmando col telefonino. Succede quando sei famoso: qualcuno prova a farti dire qualcosa di stupido in modo che i suoi amici possano filmare un video di te che ti metti in imbarazzo. E ovviamente ho pensato: ‘Questo è ciò che sta accadendo’. E questi stupidi figli di puttana hanno pensato che fosse il mio primo rodeo. Purtroppo ha funzionato. Sono andato lì, ho guardato dritto nell’obiettivo e ho detto: ‘Sei un bello stronzo a farmi questo!’. E il tizio era scioccato che l’avessi detto. Ha detto ‘Eh?’ E quando ha fatto così, ho visto che tutte le sue unghie erano colorate e ho realizzato: ‘Oh-oh Questo tizio è gay.’ Lo sapete come parlo. Do dello stronzo a tutti. Ma non è una cosa giusta da fare con un gay. E adesso ero nei guai. Non solo: il figlio di puttana era enorme. Si alza, torreggia su di me. Sarà stato 1 e 90, un grande omosessuale bianco del Texas nutrito di mais. Era pronto a fare a botte. E ha iniziato ad abbaiarmi addosso, ma sono rimasto fermo, non avevo paura. Come potevo essere spaventato? La camicia di quel figlio di puttana era annodata in questo modo. Oh, affanculo questo tipo. Forza, amico, andiamo. Pensavo che saremmo venuti alle mani. Ero pronto, e poi proprio quando pensi che avremmo litigato, indovina cosa ha fatto? Ha preso il telefono e ha chiamato la polizia. E questa cosa che sto descrivendo è un grosso problema che ho con quella comunità. I gay sono minoranze, finché non hanno bisogno di essere di nuovo bianchi. Un gay nero non me lo avrebbe mai fatto. Perché un gay nero lo sa, quando la polizia si presenta, a loro non importa chi li ha chiamati. Siamo tutti neri.”

“Un’altra volta, circa sei anni fa, c’è stata una donna lesbica che ha cercato di vendere una storia su di me a TMZ. Diceva che l’avevo picchiata in un night club perché era lesbica. È una follia. Stronza, non sapevo nemmeno che fossi una donna.”

“Le donne ce l’hanno con me, i gay ce l’hanno con me, le lesbiche ce l’hanno con me, ma queste trans mi vogliono morto. Ho esagerato, ho detto troppo. Sono molto preoccupato. Non scherzo. Ogni volta che salgo sul palco, ho paura. Guardo il pubblico, cercando nocche e pomi d’Adamo per vedere da dove potrebbero venire le minacce. Un tizio per la strada l’altro giorno mi si è avvicinato e ha detto: ‘Attento, Dave, loro ti stanno cercando’. Ho detto: ‘Un loro, o molti loro?’” (8. Continua)

 

Intercettazioni, fallisce (per ora) il blitz sul Trojan del centrodestra

Èfallito, per ora, un blitz dell’ala centrodestra della maggioranza in commissione Affari costituzionali della Camera per un giro di vite sull’uso del trojan, il captatore informatico che viene inoculato nei cellulari e computer e che, per capirci, ha inguaiato l’ex consigliere del Csm ed ex magistrato, Luca Palamara, e non solo. Respinto l’emendamento di Forza Italia prima versione, così come quello di Enrico Costa di Azione. A fare muro il M5S, che – questa volta – ha avuto dalla sua parte la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ma solo perché ha ritenuto che non fosse né il contesto né il momento politico di toccare il trojan. Non la pensava così il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto di FI, che – dicono fonti della Commissione – sarebbe stato l’ispiratore di questo tentativo andato a male. Alla fine, l’emendamento approvato, sempre a firma dei forzisti Siracusano, Calabria, Zanettin e altri, ma riformulato dal relatore Stefano Ceccanti del Pd, sempre in linea con Palazzo Chigi, contiene una modifica che non cambia la sostanza della norma (articolo 267 c.p.p.) che regola l’uso del trojan. Riguarda la parte della motivazione sulla necessità del captatore informatico per una determinata indagine: invece che “il decreto… indica le ragioni…”, diventa “indica le specifiche ragioni”. Tutto comincia mercoledì quando si sta votando sulle “misure urgenti in materia di giustizia e di difesa, nonché proroghe in tema di referendum, assegno temporaneo e Irap”. Costa propone che l’autorizzazione al trojan passi dal gip al tribunale collegiale; i forzisti propongono che la “modalità” del trojan debba essere, ai fini dell’indagine, “necessaria” , come già previsto dal codice, ma anche “indispensabile” e che il gip spieghi pure perché non ci sia un’alternativa al suo uso. Inoltre, vuole trasformare il trojan, per molti casi, in un ambientale qualsiasi, con i luoghi tassativamente indicati nel decreto. La ministra non vuole alzare la tensione con il M5s, che prospetta di votare contro anche se andrebbe sotto e FI accetta di soprassedere, ma sa che ci sarà un’altra puntata. Non a caso Ceccanti annuncia “un intervento più organico in tema di motivazione dell’uso delicatissimo del trojan in una sede più opportuna, come sottolineato da Cartabia”.

“Io, criminologa precaria: dopo 25 anni la mia svolta su Nada”

Nel 2018 Antonella Pesce Delfino era una studentessa del master in Criminologia di Genova. Il suo lavoro principale era lo stesso di oggi, all’Università di Bari. Ricercatrice? “Magari – dice con un sorriso – sono tecnico di laboratorio, mi occupo di genetica. Cercavo un argomento su cui scrivere la tesi ed è stato un amico giornalista a suggerirmi: perché non ti occupi di Nada Cella?”. Era il 6 maggio 1996. Nada, 25 anni, viene trovata in una pozza di sangue nello studio di Chiavari del commercialista Marco Soracco, il suo datore di lavoro e per anni principale sospettato. Sembra una storia uscita da un romanzo: la tesista che porta gli investigatori a risolvere il caso. Accade davvero. E in questa storia, Antonella Pesce Delfino vestirebbe benissimo i panni di un personaggio: due lauree, Veterinaria e Psicologia, appassionata di moto, cavalli e tatuaggi, ricorda un po’ Lisbeth Salander, protagonista di Uomini che odiano le donne. È lei, nel 2018, ad aver consegnato agli inquirenti l’identità della presunta assassina: Anna Maria Cecere, ex spasimante di Soracco. Una figura presente fin dall’inizio della vicenda, ma inspiegabilmente trascurata. Nei giorni scorsi, la Procura di Genova ha iscritto la donna sul registro degli indagati con l’accusa di omicidio. E ha affidato una consulenza sul Dna a Emilio Giardina, perito del giallo di Yara Gambirasio.

Ma riavvolgiamo il nastro. Dopo pochi mesi di ricerche è già chiaro che per Pesce Delfino la tesi è diventata qualcos’altro. È ossessionata dalle falle nelle indagini, dall’ostinazione con cui per anni gli inquirenti hanno continuato a sospettare Soracco, l’uomo che aveva trovato il cadavere. Nel 2018 si presenta dall’allora procuratore di Genova, Francesco Cozzi. A corroborare la sua credibilità c’è la stima che ripongono in lei la madre di Nada, Silvana Smaniotto, e l’avvocato di famiglia, Sabrina Franzone. A dirla tutta, in quel momento, Pesce Delfino non ha in mano molto se non delle ottime intuizioni. Ha persino avvicinato Anna Lucia Cecere, con un sotterfugio: “Mi aveva dato l’impressione di una persona che aveva qualcosa da nascondere”. Ma come ci era arrivata? “Da una prima selezione di una rosa di personaggi interessanti. La mia attenzione è ricaduta su di lei quando ho scoperto che era l’unica donna mai indagata. C’erano tracce di Dna femminile sul corpo, ma nessuno aveva mai collegato le due cose”.

A fare il nome di Cecere, ex insegnante che oggi vive a Boves, in Piemonte, due testimoni, che quella mattina l’avevano vista uscire dal palazzo teatro dell’omicidio: una mendicante e una testimone anonima. Quest’ultima, rintracciata dai carabinieri, conosce sia la donna che Soracco. E riferisce di una gelosia patologica di lei. Ce n’è abbastanza per approfondire. Dettaglio non da poco: il fascicolo è in mano alla polizia, e i carabinieri lavorano per conto proprio. Il 28 maggio 1996 perquisiscono la casa della Cecere. Qui trovano 5 bottoni, molto particolari. Si legge nel verbale: “Base metallica incastonata”, “una stella a cinque punte” e la scritta “Great Seal of the State of Oklahoma”. Hanno provenienza militare, ma si trovano anche in giacche vintage ai mercatini. Un bottone identico era stato trovato vicino al corpo di Nada Cella. Cosa succede a quel punto? Viene fatto un confronto, ma solo fotografico. Il bottone sul luogo dell’omicidio aveva un pezzo mancante, forse rotto durante la colluttazione, e la pista viene scartata. Durante una conferenza stampa, il pm di Chiavari, Filippo Gebbia, bolla quelle ipotesi come fantasiose. E Cecere, indagata per omicidio, viene archiviata in pochi giorni.

Il verbale, ormai dimenticato, viene ritrovato dalla studentessa di Criminologia fra le 12mila pagine di un fascicolo che, nel frattempo, è andato in parte alluvionato. Ne ha avuto accesso dopo il colloquio con Cozzi. Il verbale del bottone è l’indizio che fornisce la spinta per rimettere in moto la macchina giudiziaria. A reggere la Procura di Genova c’è un nuovo procuratore, Francesco Pinto, che insieme alla pm Gabriella Dotto interroga Cecere e sente nuovamente Soracco e la madre Marisa Bacchioni. Anche loro due vengono indagati, per falsa testimonianza. La mamma di Soracco ripulì il pianerottolo dalle tracce di sangue. Uno degli episodi più famosi di una serie di errori che incombono sulle indagini. Convinti che fosse un incidente, i sanitari portarono Nada al pronto soccorso. Un poliziotto ne usò il computer. Per capire perché la pista della Cecere fu trascurata la Procura ha convocato anche due alti dirigenti della polizia dell’epoca, Giuseppe Gonan e Pasquale Zazzaro. C’è tempo per un ultimo, inquietante colpo di scena. A inizio 2021, Antonella Pesce Delfino riceve strani messaggi intimidatori proprio da Anna Lucia Cecere. Succede nello stesso pomeriggio in cui Procura e polizia riaprono le indagini. Chi l’ha avvertita? È una strana coincidenza che riporta le lancette al maggio del ’96, quando un giorno prima della perquisizione, Cecere viene intercettata mentre cerca già un avvocato.

Crotone, soccorsi 75 migranti bloccati nel mare in tempesta

In salvo grazie al coraggio di un gruppo di persone che non hanno esitato ad entrare in mare per soccorrere nella notte 75 migranti, tra cui quattro bambini, bloccati a bordo di una barca a vela incagliata nel mare di fronte alla località Le Cannella nel comune di Isola Capo Rizzuto. È accaduto nella notte di mercoledì quando le forze dell’ordine sono state allertate per la presenza di un veliero arrivato, sfuggendo ai controlli, sulla costa crotonese e, dopo essersi arenato, era in balia delle onde del mare forza 4.

Ostia, spara e uccide la moglie con il fucile

È stato il marito a uccidere a colpi di fucile Elena Di Maulo, 77 anni, nella sua casa a Ostia Antica, sul litorale romano. La polizia ha arrestato Mauro Piunti, di 79 anni. Da una prima ricostruzione, pare che sia stato proprio lui a imbracciare l’arma, regolarmente detenuta, e ad aprire il fuoco contro la moglie, da qualche giorno bloccata a letto dopo un intervento alla gamba. Inutili i tentativi di rianimare la donna da parte del personale sanitario. L’uomo è stato trovato sul divano, mentre il cadavere della moglie era nella camera da letto. Non si arresta la strage delle donne ammazzate: dall’inizio del 2021, sono già 52 quelle assassinate.

Vaticano, suora a capo del governatorato

Un’altra donna ottiene un incarico di vertice nell’organigramma vaticano. Una suora ricoprirà infatti la carica di Segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. Per tale incarico, Papa Francesco ha nominato suor Raffaella Petrini. Il Pontefice ha anche nominato un laico vicesegretario generale del Governatorato: è l’avvocato Giuseppe Puglisi-Alibrandi. Suor Raffaella Petrini, che dal 2005 è stata Officiale della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, è la prima donna a ricoprire la carica di Segretario dell’organismo che esercita il potere esecutivo e che, dal punto di vista del diritto internazionale, è un’entità distinta dalla Santa Sede.

Oxfam, l’1% più ricco inquinerà 30 volte oltre i limiti

Entro il 2030 le emissioni di CO2 in atmosfera prodotte dall’1% più ricco del mondo saranno 30 volte superiori a quanto sostenibile per contenere l’aumento delle temperature entro 1,5°C. Quelle emesse dal 10% più ricco supereranno la soglia di guardia di 9 volte, mentre le emissioni del 50% più povero resteranno ben al di sotto. Lo denuncia il rapporto realizzato da Oxfam in collaborazione con l’Institute for European Environmental Policy (Ieep) e lo Stockholm Environment Institute (Sei), mentre è in corso a Glasgow la Cop 26 sul clima. Per scongiurare l’aumento – secondo il rapporto – ciascun abitante del pianeta dovrebbe inquinare la metà rispetto a oggi ed essere responsabile dell’emissione di appena 2,3 tonnellate di CO2 all’anno. L’1% più ricco dovrebbe ridurre le emissioni del 97%. Se si guarda alle emissioni globali totali, lo studio stima che l’1% più ricco – 80 milioni di persone – tra meno di 10 anni sarà responsabile di ben il 16% di tutto l’inquinamento, mentre nel 1990 rappresentava il 13% del totale e il 15% nel 2015. Continuando su questa strada nel 2030 le emissioni totali del 10% più ricco della popolazione supereranno la quota di quelle tollerabili, indipendentemente dal restante 90%. Alla quota di emissioni di CO2 prodotta dall’1 e dal 10% più ricco contribuiranno sempre di più cittadini di Paesi a medio reddito: entro il 2030 i cittadini cinesi saranno responsabili di quasi un quarto (il 23%) delle emissioni prodotte dal top 1%, i cittadini Usa di quasi un quinto (il 19%) e cittadini indiani per un decimo (l’11%).

Licenziamenti alle Dogane, dopo l’esposto il dg Minenna indagato per abuso d’ufficio

Il licenziamento di un ex dirigente è costato a Marcello Minenna l’iscrizione nel registro degli indagati per il reato di abuso d’ufficio, da parte della Procura di Roma. Il direttore generale dell’Agenzia Monopoli e Dogane il 23 settembre scorso ha sollevato dall’incarico Alessandro Canali, fino a quel momento direttore della segreteria del vicedirettore. Canali, avvocato ed ex consulente del gruppo consiliare del M5s in Regione Lazio, ha denunciato Minenna per abuso d’ufficio e falso documentale, sostenendo di essere stato mandato via in maniera illegittima e con una delibera non regolare. Ma, a quanto apprende Il Fatto, l’unico reato per ora contestato al direttore delle Dogane è l’abuso d’ufficio, accusa formalizzata dopo che i pm romani hanno interrogato, i primi di ottobre, Canali. Minenna – per qualche mese, nel 2016, assessore al Bilancio al Comune di Roma – aveva giustificato la riorganizzazione spiegando che, a partire dal giorno seguente, sarebbe stata “soppressa la segreteria del vicedirettore”. Canali, in realtà, afferma che la delibera sarebbe stata approvata in un secondo momento, in maniera “retroattiva”. A queste affermazioni ha replicato l’Avvocatura dello Stato – che difende il direttore delle Dogane – che ha redatto una memoria di 21 pagine in cui sono contenute le chat di Whatsapp fra Minenna e Canali che darebbero “dimostrazione che Canali stesse programmando da tempo la sua uscita dell’Agenzia”. Come noto, nel suo esposto l’ex dirigente ha allegato tutta una serie di documenti dove, in sostanza, si accusa Minenna di aver effettuato viaggi e soggiorni in hotel per sé a spese dell’agenzia, accuse sempre rispedite al mittente. Al momento i pm non hanno preso in considerazione questo aspetto, limitandosi ad indagare sulle modalità del licenziamento e dunque sul presunto abuso d’ufficio. Minenna, contattato dal Fatto, ha preferito non commentare. Al momento non risulta che il direttore generale sia stato interrogato dagli inquirenti. La riorganizzazione degli uffici dell’Agenzia Monopoli e Dogane ha spinto altri due ex dirigente a ricorrere alla giustizia penale e amministrativa, denunce non ancora prese in considerazione dai pm. Uno di questi è il predecessore di Minenna, l’ex direttore Roberto Fanelli, che – come Canali – ha allegato alla sua denuncia altre fatture e spese ritenute “sospette”. Un ricorso al giudice del lavoro è stato presentato anche dall’ex direttore della Comunicazione, Matteo Mauri, per il momento si riserva di procedere in altre sedi.

I Savi di Sion, comunità ebraica contro Feltrinelli

È in vendita anche sui canali tradizionali di Feltrinelli, Ibs e Amazon, e non da oggi. Sul canale Feltrinelli, però, I protocolli dei Savi di Sion (Edizioni Segno), che 120 anni fa prevedevano un mondo dominato dalla finanza ebraica, venivano indicati come “laicamente profetici” e non “pie fantasie”. Forse un po’ poco per un testo che, nato nella Russia zarista, contribuì all’Olocausto. La comunità ebraica di Roma si rivolge su Twitter alla Feltrinelli: “Davvero pensate si possa proporre i Protocolli dei Savi di Sion – libro chiave della propaganda antisemita – senza una nota che ne evidenzi la falsità? Così si favoriscono i teorici del complotto a danno dell’imprescindibile analisi storica”. La casa editrice Edizioni Segno non vuole alimentare le polemiche. L’editrice Cristina Mantero, che due anni fa ha ereditato dal padre Edizioni Segno, chiarisce all’Ansa di essere pronta e disponibile “a specificare subito sul nostro sito e poi sui canali di vendita, di cui non possiamo controllare le tempistiche, che si tratta di un documento di cui è dubbia la veridicità”.