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I pentastellati hanno colmato il vuoto lasciato dalla sinistra

In Italia la sinistra ha smesso di fare la sinistra da anni, dalla finta opposizione a Berlusconi che si “doveva battere non con i processi ma politicamente” in assenza però di programmi e proposte politiche di sinistra, quasi fosse una vergogna ricordare la propria storia ed i propri valori di attenzione alle classi più deboli, alla giustizia sociale e alla legalità.

Questo vuoto politico è stato riempito dal M5S, dato evidente già dal 2013, quando si è preferito sminuire quel voto solo come protesta ignorandone la portata sociale: la richiesta di milioni di persone di mettere un freno all’aumento delle disuguaglianze, alla povertà dilagante, alla precarizzazione del lavoro, all’illegalita e ai privilegi. Alla sinistra manca il coraggio di essere tale, ed è mancata la capacità di differenziarsi dal centro destra; il renzismo è l’epilogo di un processo politico di mostruosa trasformazione. In campagna elettorale non è stata detta una parola sulla pericolosa avanzata della destra, la famosa mucca di Bersani, si è preferito attaccarne l’unico baluardo, il M5S, senza il quale questa destra avrebbe dilagato; non si è avuta l’umiltà e la responsabilità di aprire un dialogo con questa giovane forza politica con tanti difetti, compreso l’isolamento giustificato però dal continuo discredito delle altre forze politiche e dei media, ma anche ricca di buone intenzioni; si è preferito il muro contro muro isolandosi nei pregiudizi di populismo e incompetenza con la complicità dei media.

La mucca ha occupato l’intera casa e ancora non si avverte il pericolo. Il M5S necessariamente post ideologico in mancanza di una vera differenziazione politica e programmatica continuata per anni, raccoglie le istanze sociali della sinistra in un paese dove le ideologie e le caratterizzazioni politiche appaiono obsolete, ma la realtà mostra una profonda divisione e contrapposizione sociale.

Alessandra Ruspetti

 

Lega e M5S finiranno per allearsi per evitare il caos

La cecità e la supponenza degli attuali partiti che hanno perso le elezioni e che, nonostante errori di governo immensi, fanno gli offesi per la sconfitta, negando di poter fare un governo insieme a uno dei 2 vincitori, stanno avendo a mio parere un solo risultato: quello di spingere incredibilmente Lega e 5 stelle l’uno nelle braccia dell’altro. Infatti un attimo prima che le trattative ultime falliscano, che Mattarella rimandi tutti alle urne, e che di conseguenza Lega e M5S rischino di non essere loro i più premiati dal voto, a governare e soprattutto a varare una legge elettorale decente, piuttosto che rimanere in una situazione caotica del genere, finiranno per allearsi e per governare uniti, alla faccia degli sconfitti che credevano di avere ancora il pallino in mano.

Se non lo facessero sarebbe un atto di autolesionismo. Chi vince ha l’onere di governare e chi perde va all’opposizione.

Enrico Costantini

 

Berlusconi e Renzi vivono una realtà tutta loro

Berlusconi sogna ancora di contare qualcosa e auspica un governo della destra appoggiato dal Pd e Renzi gli risponde che il Pd è l’ago della bilancia.

Vivono una storia tutta loro e pensano ancora di potere determinare il destino del paese. Sono patetici, se non avessero.

Inguaiato il paese sarebbero quasi teneri.

Continuano a sognare il paese diviso tra destra e sinistra è come ragionare con i tolemaici. Al tempo di Galilei.

Non capiscono il gatto e la volpe che gli italiani si sono svegliati dal torpore di anni targato destra e sinistra. Gli italiani hanno capito che attraverso questa rappresentazione i parassiti di destra e sinistra hanno messo il paese in ginocchio.

E che saranno spazzati via dalla storia con o senza la collaborazione di Salvini.

Francesco Degni

 

Com’era prevedibile, nulla di nuovo dalla direzione Pd

Niente di nuovo dopo la Direzione del Pd, attesa con grande enfasi dai soliti giornaloni.

Renzi non vi partecipa come se, essendosi dimesso da segretario, non faccia più parte né del Pd, né della Direzione.

Ciononostante Renzi continua a dare le carte dall’esterno e, come annunciato, il suo vicesegretario Martina farà da reggente sino alla prossima Assemblea del partito, quando si aprirà la procedura per eleggere il nuovo segretario. Naturalmente il buon Martina ha dichiarato subito che svolgerà il suo compito di reggente in modo collegiale e non da decidente unico, come faceva Renzi.

Nel contempo lo stesso Renzi fa sapere che non molla e che il Pd andrà all’opposizione, quasi in senso di sfida.

Come dire, ora vediamo cosa sapete fare voi vincitori.

Da soli.

Luigi Ferlazzo Natoli

Lavoro. L’arretramento delle condizioni non è problema del ’900, ma del futuro

 

Collegare l’andamento del lavoro a somministrazione al Jobs act non è sostenibile: l’effetto più rilevante del Jobs act sul settore è stato incrementare i lavoratori a tempo indeterminato tramite Agenzia, oggi pari a circa il 10% del totale. Il numero dei somministrati è cresciuto, certo, ma il lavoro tramite Agenzia viene riconosciuto anche dai sindacati come la forma di flessibilità con più garanzie. Circa il 15% proviene da occupazione irregolare e sottotutelata e dei 10 miliardi di euro del giro di affari circa l’87% è di costi per retribuzioni e contributi. I lavoratori tramite Agenzia hanno diritto, per legge, alla stessa retribuzione prevista per i dipendenti diretti dell’azienda: le difformità vanno denunciate nelle sedi opportune. Inoltre, lavora no mediamente per 13 giorni al mese, in crescita dal 2010. Certamente esiste una questione sui contratti brevi e reiterati: è infatti al centro dell’attenzione di Assolavoro e sindacati. Va però detto che in un caso su tre, dopo aver lavorato per un’Agenzia, la persona accede a una occupazione stabile. Con il 2% sul totale dell’occupazione, in Italia la somministrazione ha una percentuale più bassa che nel resto dell’Ue. Rappresenta sì il 15% sul totale dei contratti a termine, ma in un anno sono oltre 200 mila le persone formate dalle Agenzie. Se poi la questione è novecentesca e attiene a se si possa consentire a operatori privati di occuparsi di intermediazione (a parità di retribuzione) allora sarà necessaria una nuova interlocuzione, magari via fax.

Alessandro Ramazza, Presidente di Assolavoro

 

Gentile Alessandro, dai dati Istat si vede bene che i lavoratori interinali rappresentano l’unico boom disponibile in Italia (come si diceva, appunto, +25% di lavoratori poveri). Tra l’altro l’aumento dei contratti a tempo indeterminato è dovuto agli sgravi con una concentrazione avvenuta nel dicembre 2015 (ultimo mese per sgravi fino a 8.060 euro), fonte Inail. Si tratta di lavoratori poveri, un problema socioeconomico oggi e in prospettiva. Si tratta di persone e famiglie che fanno i conti ogni giorno con questo “lavoro svalutato” e l’equiparazione ai dipendenti di chi assume (pardon, noleggia) lavoratori è spesso teorica, stante il ricatto odioso della disoccupazione. Una questione di rapporti di forza, collettivi e individuali. Per quanto riguarda il processo relativamente migliorativo delle carriere dei lavoratori somministrati, non esistono dati pubblici che possano confermarlo. Rimane che il processo in atto istituzionalizza un arretramento complessivo delle condizioni di lavoro a cui è possibile ambire, soprattutto per le fasce più deboli dei lavoratori in balia delle Agenzie per il lavoro. Non so se la questione sia “novecentesca”, come beffardamente nota la sua lettera, ma sicuramente sarà un problema nei prossimi decenni e sì, è urgente discutere di nuove politiche del lavoro e quindi anche di come “somministrarlo”. Anche per fax, o per sms, strumento assai in voga, in Italia, per licenziare i lavoratori.

Marta Fana

Non è che aveva ragione Scalfari? Le strane affinità Di Maio-Gentiloni

Noi siamo avidi lettori (e ascoltatori) di Eugenio Scalfari, non perché le sue omelie – dobbiamo confessarlo – confortino la nostra mente, ma per conciliare il sonno. Stavolta, però, si deve senz’altro dare ragione a un’intuizione quasi profetica, pre-razionale – e non a caso, vorremmo dire, poi smentita – del Fondatore: “Facendo un’alleanza con il Pd non è che ci sono due partiti, diventa un unico partito, Di Maio è il grande partito della sinistra moderna”. Ora, noi non siamo esperti di quella materia esoterica che è la cronaca interna ai 5 Stelle, né degli eventuali sottoinsiemi che compongono il corpaccione del 33%, ma il capo politico unico Di Maio sta effettivamente dando ragione a Scalfari ogni giorno: il suo M5S è il Pd 2.0. Martedì, per dire, era alla stampa estera a fare l’europerrimo che quasi quasi la Bonino si fa grillina a Ventotene, ieri era a Confcommercio a Milano e – repetita pro-Europa a parte – pareva Cottarelli: “La spending review è importante, prima di parlare di sforamento del deficit andiamo a recuperare i soldi spesi male”; “bisogna colmare il vuoto lasciato dall’abolizione dei voucher”; “col reddito di cittadinanza i datori di lavoro si vedranno sgravati dall’onere dei costi della formazione”; “servono scelte coraggiose da concordare con Bruxelles che mirino ad abbassare il costo lavoro”; “la stabilità sta a cuore a tutti”. Come si vede, deflazione interna, moderazione e Bruxelles: non pare Renzi o, almeno, Gentiloni? Dato a Scalfari quel che è suo, resta un dubbio: perché dovrebbe andargli meglio che al Pd 1.0?

Cose da sapere sul reddito di cittadinanza

All’indomani del voto non si è parlato d’altro. “Bari, assedio a Comuni e Caf. ‘Ha vinto M5S, dateci i moduli per il reddito di cittadinanza’”. La Gazzetta del Mezzogiorno serve su un piatto d’argento la notizia perfetta: ecco come hanno vinto i grillini al Sud, con l’assistenzialismo e il voto di scambio 2.0! Politici e media nazionali ci si buttano a capo fitto. Peccato fosse una bufala, il che la dice lunga sul livello della nostra politica – che strumentalizza e ironizza su un disagio sociale reale – e dell’informazione – che invece di verificare, rilancia veline.

È bastato contattare Caf e Centri per l’Impiego per sapere che dopo il voto non c’è stata “nessuna frenesia”, “assedio”, “raffica di richieste”, solo “casi isolati”, “assolutamente normali”, già avvenuti per il Reddito d’Inclusione del governo e il Reddito di Dignità della Regione Puglia. Anzi, se code ci sono state di recente, erano per il Rei (a gennaio richieste +30%); eppure non si sono visti titoli su un presunto voto di scambio del Pd. Un classico. In queste ore Bankitalia dice che il nostro paese è sempre più diseguale, che gli italiani a rischio povertà sono cresciuti nel 2016 al massimo storico del 23%, e gli stessi politici che si vantano di averci portati fuori dalla crisi – come no! – continuano a fare campagna elettorale sulla pelle dei più deboli. Invece di portare rispetto per il disagio, capire che sono stati puniti nelle urne per la carenza di risposte, riconoscere che bisognava abbracciare non Marchionne ma chi, con umiltà e imbarazzo, è costretto a chiedere aiuto, fanno battute: “Ora vediamo coi grillini-bancomat come starete meglio”.

Sul reddito di cittadinanza (se mai sarà approvato) occorre fare chiarezza:

1) con fondi diversi, c’è già il Rei del governo e pure il programma del centrodestra parla di “azzeramento della povertà” e “sostegno agli indigenti per ridargli dignità economica”;

2) il Parlamento europeo ha approvato a ottobre una risoluzione per introdurre negli Stati membri un reddito minimo per i più deboli. Tutti grillini?

3) il reddito 5S non è un’alternativa al lavoro, bensì un reddito minimo “condizionato”: all’iscrizione ai Centri per l’Impiego, all’accettazione di una delle prime 3 offerte di lavoro (se si rifiuta o ci si licenzia subito dopo senza giusta causa, si perde il diritto) e all’impegno in progetti sociali del Comune per 8 ore a settimana;

4) 780 euro al mese è la cifra massima, per un single privo di altre entrate. Chi ha un reddito otterrà la differenza tra quel che guadagna e quella soglia;

5) Di Maio non l’ha promesso subito, bensì “entro il primo anno di governo”, previa riforma dei Centri per l’Impiego;

6) i costi (15 miliardi per l’Istat, 29 per lavoce.info) si copriranno, secondo i 5S, con tagli agli sprechi e in deficit (con più “attivi” e più Pil potenziale). Spetta a loro dimostrare che è possibile;

7) in Finlandia, dove da un anno si sperimenta un reddito minimo incondizionato (nessun obbligo di cercare lavoro) da 560 euro per 2 mila disoccupati, cos’è successo? Meno ansia e quindi meno spese per la sanità pubblica; stimolo a rientrare nel mercato; riconoscenza verso le istituzioni e più tempo dedicato al volontariato.

Invece di sbeffeggiare chi è in difficoltà, forse è il caso di imparare da loro.

Al solito: perdono le elezioni e vogliono riformare la Carta

L’intervista di Dario Franceschini ieri al Corriere della Sera spiega che non è la connessione sentimentale del Pd con gli elettori a essersi rotta, è che proprio non funziona più nemmeno l’apparecchio acustico. Il ministro comincia statuendo che “siamo in un’impasse”. Poco conta che siano passati solo dieci giorni dal voto (in Germania, per dire, ci hanno messo mesi a formare un governo). Siccome però loro hanno perso, siamo in un’impasse. E come se ne esce? Ribaltando lo schema: “La maggioranza non ce l’ha nessuno” e allora facciamo le riforme istituzionali. “È un grave errore politico pensare che la vittoria del No al referendum abbia voluto dire che le riforme non si faranno mai più”. Mica si possono lasciare irrisolti “i nodi di un sistema che non funziona”, signora mia. La strada è “monocameralismo e legge elettorale”: “Da una situazione che pare perduta può nascere un meccanismo virtuoso. Questa può essere la legislatura perfetta”. I governi di cui si parla in questi giorni “sono tutti governi contro natura”. Invece non sarebbe contro natura un governo che non solo scavalca un chiarissimo segnale del corpo elettorale, ma addirittura si ostina a riproporre una riforma che i cittadini hanno bocciato e che serve esclusivamente a garantire la sopravvivenza alle pseudo élite.

E dire che il passato dovrebbe aver insegnato ai Franceschini che i problemi politici non si risolvono con alchimie costituzionali che assomigliano al gioco delle tre carte fatto nella stanza dei bottoni. E quali sono i problemi politici su cui hanno votato gli italiani? Negli ultimi due giorni sono uscite un paio di ricerche che, pubblicate prima del 4 marzo, avrebbero aiutato parecchio i sondaggisti (e i commentatori). Bankitalia ci spiega che aumentano povertà e disuguaglianze: i cittadini a rischio povertà, quelli che secondo i parametri Eurostat possono contare su un reddito di meno di 830 euro mensili, sono il 23%. Al Nord le famiglie a rischio passano dall’8,3% di dieci anni fa al 15%; al Sud il 40% è a rischio di povertà. L’indice di diseguaglianza nella distribuzione del reddito è aumentato di 1,5 punti dal 2008. La quota di ricchezza netta detenuta dal 5% delle famiglie più ricco è pari al 30% del totale, mentre il 30% più povero delle famiglie possiede appena l’1% della ricchezza. Poi ci sono i dati sul lavoro, propagandati ieri come il viatico delle nuove sorti progressive del Paese (il tasso di disoccupazione è il più basso degli ultimi quattro anni). Il punto però non è la quantità del lavoro, su cui pure c’è da discutere, ma la qualità. Aumenta il lavoro povero (persone che lavorano e non sono in grado di mantenersi), il lavoro precario, il lavoro in affitto senza diritti. Ieri Marta Fana, ricercatrice in Economia e autrice di un libro importante (Non è lavoro è sfruttamento, Laterza), ha analizzato i numeri dell’Istat per Il Fatto: “Nel 2017, il nuovo che avanza è fatto principalmente di lavoro a termine e in affitto, cioè in somministrazione. Si registra un aumento di 279 mila occupati, dovuto alla componente dipendente di cui il 90% e a termine. A oggi, l’incidenza degli occupati con contratto a termine raggiunge il 12,4% dall’11% di fine 2016. L’analisi dei flussi mostra che a fine 2017, il tasso di transizione dall’occupazione dipendente a termine verso l’occupazione a tempo indeterminato, si ferma al 16%, cinque punti percentuali in meno rispetto allo stesso periodo 2016. I lavoratori in somministrazione salgono del 25%, raggiungendo il valore più elevato degli ultimi 15 anni”. Sovrapponendo le cartine dell’indagine di Bankitalia e quella dell’Istat alle mappe del voto si vedrà che i luoghi di maggiore povertà e disoccupazione sono quelli in cui la protesta ha dilagato. Di questo bisogna occuparsi con urgenza, altro che legislatura costituente.

L’Europa è necessaria (anche a Salvini)

Quello che meno mi convince della Lega è il roboante antieuropeismo di Salvini. Perché vuol dire non vedere al di là del proprio naso. Un’Europa unita, politicamente ed economicamente, non è semplicemente necessaria, è indispensabile, vitale. Perché nessun Paese europeo, singolarmente preso, è in grado di reggere, in un mercato che si fa sempre più globale, l’urto delle grandi potenze mondiali, Stati Uniti, Russia, Cina, India. L’autarchia per un Paese relativamente piccolo poteva reggere ai tempi di Mussolini, in un contesto completamente diverso, oggi non più.

Prendiamo le recenti minacce di Trump di introdurre dazi su acciaio e alluminio. Ebbene l’Europa tutta insieme, che proprio su un accordo sull’acciaio e il carbone del 1951(Ceca) cominciò il suo faticoso cammino verso un’unità perlomeno economica, è in grado di reagire facendo balenare ritorsioni di uguale portata. Cosa potrebbe fare la ridicola Italietta “sovranista” di Salvini?

Inoltre sparare a zero sull’“Europa dei burocrati”, oltre a essere troppo facile e privo di rischi perché il bersaglio è generico, è un modo molto comodo per scaricare sull’Europa responsabilità che sono nostre, della politica, della burocrazia e della cultura italiana. Non è colpa dell’Europa se le sue Istituzioni esitano a darci i quattrini prelevati dai fondi comunitari sapendo benissimo che una buona parte finisce nelle mani della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta, della Sacra Corona Unita o, ed è forse ancor peggio, che non riusciamo nemmeno a farne uso per inefficienze e incrostazioni burocratiche che sono nostre e non dell’Europa.

Ma queste responsabilità riguardano i governi, di destra e di sinistra, che hanno preceduto quello che verrà. Ma molto cambia se avrà la faccia di Luigi Di Maio (“il visino pulito” irriso da Berlusconi) e non quella di Matteo Salvini. Perché il capo dei Cinque Stelle, dopo le incertezze preelettorali dovute a strumentali motivi di consenso, si è convinto della necessità di rimanere in Europa (vedi la conferenza stampa del 13 marzo davanti alla stampa estera) mentre Salvini persevera nel suo mantra antieuropeista. Inoltre, a differenza della Lega, che è stata al governo fino al 2011, i Cinque Stelle sono un movimento del tutto nuovo, nelle persone e nei programmi, che ha promesso di agire con mano pesante su tutta una serie di inefficienze e di furbizie all’italiana (è la ragione per cui è tanto temuto dai ricchi parassiti, rentier e fainéant, dai corruttori e dai corrotti) e quindi potrà presentarsi con un volto più credibile all’Unione europea e ottenere, e anche pretendere, un rapporto più equilibrato e vantaggioso con le sue Istituzioni.

Inoltre quello attuale è un momento particolarmente favorevole per un’Europa unita. Paradossalmente proprio grazie alla Brexit. Perché la Gran Bretagna non si è mai considerata Europa e non è mai stata Europa. Nemmeno l’Impero romano – quella latinità che costituisce la base culturale e in molti casi anche linguistica di buona parte dei Paesi del Vecchio continente – riuscì mai a conquistarla veramente e a ricondurla alla ragione. Alla sua ragione che oggi ridiventa la nostra ragione, di noi “vecchi e stanchi europei” come ci definì sprezzantemente alcuni anni fa Colin Powell.

La Gran Bretagna non è Europa perché, oltre a essere un’isola che ha sempre pensato solo ai fatti suoi, è legata strettissimamente, per ragioni storiche indissolubili e, va da sé, legittime, agli Stati Uniti d’America che oggi sono i nostri principali competitors, economici e politici. Quindi una volta che i “sassoni” ci hanno liberato, di loro spontanea volontà, della propria ingombrante presenza, dovremmo avere più facilità a prendere le distanze anche dagli “anglo”, invece di restarne eternamente dei servi schiocchi, con la scusa – perché ormai è solo una scusa – che un secolo fa sono venuti a salvarci dal nazifascismo.

Scuola, la catena del sapere spezzata

Fra i tanti vaccini in giro, manca proprio quello oggi più urgente: il vaccino contro la politica personalistica, una peste berluscon-renziana. Se lo avessimo (e in dosi massicce) potremmo salvarci, tra l’altro, dal frivolo gioco di società detto “toto-ministri”. Quasi che, trovato il ministro, si risolvessero d’incanto i problemi dell’economia, della cultura, dell’ambiente, della sanità.

Ma anche i migliori esperti non hanno virtù taumaturgiche, e nulla potranno fare senza un progetto complessivo, un’idea di futuro. Dovremmo dunque concentrare l’attenzione non sulle persone ma sui problemi, sulle cose da fare. Per esempio, la scuola. Funestata, nei discorsi correnti, da un bivio paradossale: da un lato, c’è chi sostiene che la scuola italiana è arretrata, sotto le medie Ocse e così via; dall’altro, chi pensa che la scuola italiana, per la formazione ad ampio ventaglio che offre nei licei, sia la migliore del mondo, e che le recenti riforme l’abbiano solo peggiorata. Confrontare le ragioni degli uni e degli altri sarebbe dunque indispensabile. Ma proviamo a prendere il discorso da un terzo punto di vista, quello delle generazioni future. Quale Italia ci aspettiamo da loro (o meglio: loro da noi), e da quale scuola?

Per millenni, tutte le culture umane hanno elaborato e trasmesso conoscenze. Lo hanno fatto nelle famiglie, nelle botteghe artigiane, nei templi, nelle caserme, negli ospedali, per le strade, nelle scuole. Il cuore di questo meccanismo di trasmissione della conoscenza è sempre stato il rapporto fra le generazioni: i più giovani hanno imparato qualcosa dai meno giovani. Ci sono sempre stati buoni maestri, quelli che praticano con passione e impegno il proprio mestiere e sanno comunicare ai giovani curiosità, interesse, entusiasmo; e ci sono sempre stati cattivi maestri, scontenti di sé, insicuri, incapaci di dialogare e di suscitare attenzione. Ma quel che stimola ogni trasmissione di conoscenza è l’appassionata pratica di un sapere e il conseguente desiderio di trasmetterlo ai più giovani. La conoscenza si propaga per contatto fra esseri umani, e sono i contenuti che ne assicurano il travaso da una generazione all’altra.

Questa catena millenaria sembra essersi spezzata. Da alcuni decenni è di moda credere che per insegnare, poniamo, la matematica o la storia non basta conoscere bene queste discipline, ma è indispensabile praticare qualcos’altro, che le supera e le contiene: la didattica della matematica, la didattica della storia. Questa perniciosa petitio principii ha infettato le nostre menti, ma anche le circolari ministeriali, i meccanismi di reclutamento e di valutazione. La didattica, o pedagogia che dir si voglia, tende così a diventare non un sapere fra gli altri, bensì una sorta di super-disciplina che pretende di superare o contenere tutte le altre. Di conseguenza, si può insegnare solo a patto di sapere come, non che cosa. Principio, questo, che non vale nei saperi più elementari e indispensabili che pratichiamo (l’agricoltura, la cucina…), ma che si ritiene debba valere per la scuola. Di sofisma in sofisma, potremmo allora chiederci : ma per insegnare la didattica della matematica, non ci vorrà, “a monte”, un insegnamento di didattica della didattica della matematica? E così via rinculando, finché a furia di parlare del come e non del che cosa si deve insegnare a scuola, i contenuti si perdono nel nulla, e quel che resta è il burocratico rituale di un insegnamento-scatola vuota. La sapienza specifica dell’insegnante diventa un bagaglio ingombrante, se “sapere la matematica” (o la storia) conta poco o niente, se vale solo una tecnica dell’insegnare che è parente stretta della “scienza della comunicazione” e della pubblicità commerciale.

Concentrarsi sulle modalità dell’insegnamento e non sui suoi contenuti. Questa sembra essere la parola d’ordine della nuova scuola, “buona” o cattiva che sia. Si viene così a creare una perversa simmetria: agli insegnanti si chiede di spostare l’accento, nella loro preparazione e nel loro lavoro, dai contenuti ai metodi d’insegnamento. Agli studenti si chiede di spostare l’accento dalla elaborazione della conoscenza all’acquisizione di abilità, competenze, skills. La scuola così intesa può forse ancora (stancamente) trasmettere nozioni, ma non la passione di sapere. Le nozioni, una volta acquisite, non serviranno a pensare il futuro creativamente, ma a eseguire questo o quel lavoro lungo binari prestabiliti. Da una scuola così concepita resta ovviamente fuori lo spirito critico, il senso del dubbio, la vigilanza intellettuale sulle informazioni ricevute e sulle nozioni correnti, il desiderio di controllare quel che ci vien detto, la capacità di ragionarne con indipendenza di giudizio, la creatività. Restano fuori le virtù essenziali di un buon cittadino.

Ma in verità l’insegnante ideale è chi sa benissimo la storia o la matematica, vi dedica la miglior parte del suo tempo, e ha elaborato la passione di trasmetterla perché la considera non solo utile, ma “bella” da coltivare, da conoscere e da far conoscere. Solo un insegnante come questo (e per nostra fortuna nella scuola italiana ce ne sono ancora migliaia) saprà davvero trasmettere, attraverso la storia o la matematica, la capacità di ragionare con rigore che è la dote più preziosa di ogni essere umano. Questo insegnare con passione (per i contenuti, non per i metodi) presuppone una concezione della scuola come luogo dove si insegna a pensare, non a “fare cose” che appaiano immediatamente produttive, secondo gli indecenti equivoci della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”.

E prima di scegliere da che parte stare, pensate un momento: salireste mai su un aereo sapendo che ai comandi non c’è un bravissimo pilota, ma un esperto in didattica del pilotaggio?

Bitcoin, Google vieta le pubblicità delle criptomonete

Stretta di Google sulle pubblicità che riguardano le criptovalute come i bitcoin: l’annuncio arriva nel giorno in cui comunica i dati relativi alle pubblicità bloccate sui suoi circuiti nel 2017. L’azienda del motore di ricerca ha rimosso 3,2 miliardi di annunci che violavano le sue norme, al ritmo di 100 al secondo. Dai 79 milioni di spot che cercavano di indirizzare gli utenti su siti che ospitavano virus malevoli ai 66 milioni di annunci ‘trick-to-click’ che inducono a cliccare su un’immagine con finalità ingannevoli, passando per 48 milioni di pubblicità che cercano di far installare software indesiderati. Big G ha poi annunciato che a partire da giugno, metterà al bando le pubblicità sulle criptovalute e vieterà le inserzioni online che riguardano Bitcoin, Ethereum, Ripple e le altre monete virtuali, pubblicando un aggiornamento delle sue norme finanziarie. Stop quindi anche alle ‘initial coin offering’, agli scambi di monete virtuali, ai portafogli di criptovalute e agli investimenti. Gli inserzionisti che offrono contratti per differenza (Cfd), rolling spot forex e spread betting finanziario dovranno ottenere una certificazione da Google prima di poter fare pubblicità tramite AdWords.

Maserati, solidarietà e cassa integrazione a migliaia di operai

Èl’ennesimo rallentamento della produzione negli stabilimenti piemontesi della Maserati (gruppo Fiat Chrysler): a Grugliasco, sede di Ghibli e Quattroporte, ad aprile partirà la solidarietà che per sei mesi ridurrà l’orario di lavoro di quasi 1.600 addetti mentre agli Enti Centrali di Mirafiori sono previsti a breve quattro giorni di cassa integrazione ordinaria per 6.400 dipendenti. Non bastasse, nella culla del suv Levante, sempre a Mirafiori, il Lingotto sta da tempo usando la solidarietà che scadrà a settembre. Insomma, la promessa di Sergio Marchionne della piena occupazione in tutta la galassia Fiat entro il 2018 si schianta contro attività a singhiozzo e ammortizzatori sociali in aumento. Per questo, la Fiom ha dato il via a una grande mobilitazione negli stabilimenti, con iniziative che da questa settimana interesseranno anche Pomigliano, Cassino, Modena, Atessa e Melfi.

Per il primo giugno è infatti atteso l’investor day: Marchionne lancerà il piano 2018-2022, per poi dire addio a Fiat nel 2019. In pratica stabilirà le strategie per il prossimo triennio, ma sarà il suo successore a realizzarle. Da questo dipenderà però il livello occupazionale di molti stabilimenti, a partire da Pomigliano, dove in estate scadrà la solidarietà e dove c’è bisogno di nuovi investimenti per ripartire a pieno carico. Poco più tardi toccherà a Mirafiori fare i conti con l’esaurimento degli ammortizzatori. “Il nostro timore – spiega Federico Bellono della Fiom – è che i dipendenti di Mirafiori vengano travasati a Grugliasco, dove la solidarietà è appena iniziata e potrà essere prorogata”. Melfi, interessata da molti stop nelle ultime settimane, aspetta intanto di sapere quale modello sostituirà la Punto. All’Alfa Romeo di Cassino, infine, la promessa di 1.800 assunzioni – fatta prima del referendum costituzionale del 2016 – finora ha prodotto solo 300 contratti interinali trasformati in rapporti stabili.

Prove Invalsi al pc: ma c’è solo un computer ogni tre studenti

In una scuola media di Oristano la dirigente ha chiesto ai docenti di mettere a disposizione i loro computer per far svolgere le prove Invalsi ai ragazzi: ci sono quattro classi terze, infatti, ma solo 13 pc. In un istituto comprensivo di Venezia, gli alunni dovranno invece spostarsi in liceo vicino per sfruttarne il laboratorio di informatica. Loro di laboratorio ne hanno uno solo per 21 classi. Per 530mila studenti di terza media che dovranno svolgere il test ad aprile, ci sono in tutta Italia solo 200mila computer. E in molte scuole manca la rete internet sufficiente a far lavorare gli studenti contemporaneamente.

“In pratica – spiega Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti – bisognerà organizzare i test su turni di almeno sei giorni. La routine di studenti e insegnanti subirà inevitabili modifiche”. Nella vigilanza durante le prove, infatti, non possono essere impiegati docenti che insegnano nelle classi esaminate né della materia oggetto di valutazione. “Senza contare che spostarsi in altri istituti implica perdere intere ore di lezione”, spiega un docente veneziano.

Il test Invalsi è stato molto contestato negli anni scorsi da insegnanti e studenti: serve a valutare i livelli di apprendimento degli studenti e a monitorare l’efficienza del sistema formativo su tutto il territorio. Se finora si è però svolto in formato cartaceo, con la riforma dell’esame di terza media è diventato computer based, ovvero al pc e su una piattaforma web, in modo che i dati arrivino direttamente all’Invalsi, l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo che dipende dal Miur. Non si può evitare: l’Invalsi è obbligatoria per accedere all’esame finale di terza media, nonostante non influisca sul voto. Dal ministero spiegano che non c’è obbligo di legge che preveda un pc per ogni studente, anzi. Agli istituti è stata lasciata libertà organizzativa. Tuttavia, la prova Invalsi è diventata la cartina tornasole della condizione della digitalizzazione delle scuole italiane . “Da noi – racconta Anna B., docente in una scuola di Torino, sui social – dato che in sala informatica la maggior parte delle cuffiette sono oramai defunte, abbiamo, con i potenti mezzi che hanno le nostre scuole, dovuto ordinarne di nuove”. Antonella T. racconta: “A dicembre ci hanno proposto di fare le prove in altre scuole attrezzate ma non era il caso di portare gli alunni in altro istituto a 25 chilometri”. Sarà quindi la stessa Invalsi a provvedere alle postazioni mobili.

I dati. “Stiamo trovando soluzioni scuola per scuola – spiega al Fatto Roberto Ricci, responsabile dell’area prove per l’Invalsi – i dirigenti stanno dando prova di impegno e dedizione partendo dall’adeguamento delle strutture, magari sfruttando i fondi europei. Ciò che acquisteranno gli resterà: è un primo passo verso la normalizzazione. È positivo”.

L’Invalsi è in contatto con le scuole da ottobre, ha incontrato tutti i dirigenti d’Italia. “Ora siamo nella fase conclusiva – spiega Ricci – e come la sera prima della partita, siamo un po’ tutti agitati”. Dai rilevamenti su 5.861 scuole medie è emersa una disponibilità di computer pari a un dispositivo ogni 2,6 studenti. “Di per sé è un dato ottimo avendo cinque giorni di tempo per svolgere la prova”, spiega Ricci. E non c’è differenza tra Nord e Sud. “C’è invece sulla qualità della banda internet: il Nord è più avanti”. Agli istituti a rischio, l’Invalsi ha dato più tempo per le prove ed elaborato un calendario ad hoc. Circa 100 le scuole che avranno bisogno di particolari attenzioni, soprattutto nelle aree interne del Paese. “Andremo in aiuto materiale con pc e Rete in almeno sette istituti. In alcuni casi gli studenti si sposteranno nelle scuole superiori, dove le dotazioni sono più avanzate. In questo modo si creano anche nuove sinergie territoriali”.