Leonardo chiude il 2017 con utili e ricavi in calo

L’anno di Leonardo si chiude con difficoltà. Ieri il Cda del gruppo ha approvato i risultati dello scorso esercizio con ricavi e utili in calo, in linea con le previsioni. Il gruppo ha registrato ordini per 11.595 milioni di euro (includono l’effetto dell’acquisizione del contratto EFA Kuwait per 7,95 miliardi di euro) e il portafoglio ordini è a quota 33.578 milioni di euro (-3,5% rispetto a dicembre 2016), che assicura una copertura di produzione equivalente di poco inferiore ai 3 anni . I ricavi sono pari a 11.527 milioni di euro, in flessione del 4% rispetto al 2016. Cala la redditività. Il risultato netto ordinario è pari a 274 milioni di euro, in decremento rispetto al 2016, per effetto del calo dell’ebita e dei maggiori oneri finanziari. Il risultato netto è positivo per 274 milioni di euro e si confronta con i 507 milioni del 2016. Dopo l’anno in cui il gruppo ha toccato il fondo, come più volte ha detto Profumo, Leonardo ora punta al consolidamento nel 2018 con ordini in crescita. Il range previsto è tra 12,5-13 miliardi. Ieri è intanto arrivato l’annuncio dal Qatar di un maxi contratto dal valore di 3 miliardi di euro per l’acquisto di 28 elicotteri NH90, pochi giorni dopo le notizie positive sulla commessa degli Eurofighter in Arabia Saudita.

Florin non sciopera più da solo: messaggi e iniziative da tutta Italia

Florin Preda non è più solo. Da quando sabato abbiamo raccontato sul Fatto il suo coraggioso sciopero solitario a Leini, contro la Fercam di Torino, si sono mossi in centinaia. La Filt Cgil aveva proclamato la mobilitazione contro il colosso altoatesino della logistica che in tutta Italia affida la gestione dei magazzini a cooperative che si susseguono in continui cambi d’appalto.

La cooperativa che subentra alla vecchia dovrebbe, per contratto, assumere tutto il personale mantenendo i livelli acquisiti da ogni lavoratore, ma ogni volta tentano di lasciarne a casa qualcuno o peggiorare i contratti. Anche stavolta: dei quindici dipendenti di Leini minacciano di assumerne solo otto, dopo una trattativa individuale con ciascuno. Per questo Florin si è ritrovato a scioperare da solo, con la sua bandiera rossa della Cgil piantata nella neve. Tutti gli altri hanno avuto paura che l’azienda si vendicasse, che avrebbe assunto solo chi non sciopera. “So che in questo modo mi faranno fuori – diceva Florin – ma non posso tirarmi indietro. Sono rimasto l’unico delegato. Eravamo in tre, ma gli altri li hanno fatti fuori gli anni scorsi”. Stavolta però sono arrivati oltre mille messaggi di sostegno per Florin e li abbiamo girati alla Fercam. “La tua coraggiosa resistenza è un esempio per tutti gli operai”, scrive Andrea Vitale. “La coerenza di Florin va sostenuta oltre che verbalmente, difesa materialmente con la solidarietà fattiva, perché la sua sconfitta sarebbe la nostra sconfitta”, scrive Bruno Canu. E Simona Francavilla: “Se un capo intelligente dovesse scegliere qualcuno dovrebbe essere chi ha coraggio, forza d’animo, chi non si omologa e non si arrende. I tuoi figli devono essere fieri di te”. Anche i militanti Si Cobas, sindacato di base molto combattivo nel mondo della logistica, sono accorsi martedì ai cancelli in difesa Florin. Scrivono nel loro comunicato: “Così adesso Florin non è più solo. Basta cambi d’appalto fatti per mandare a casa chi lavora e peggiorare i futuri contratti dei nuovi assunti!”.

L’azienda è corsa ai ripari proponendo a Florin un contratto di tre mesi. “Sperano che nel frattempo si calmi la protesta”, dice Florin. Ma la protesta non si calma, i messaggi in sostegno continuano ad arrivare da tutta Italia. “Facciamo una cassa di resistenza per il compagno?”, propone Juri Cavalieri. Rispondono in tanti: “Fateci sapere, noi del Prc di Trento daremo una mano!”. Sarah Bocciardi rilancia: “Pronta sia per la cassa, sia per manifestare alla Fercam. Potremmo organizzare una staffetta davanti alle sedi. Una persona alla volta, per onorare il gesto del compagno, dandoci il cambio”.

Florin è prima sorpreso, poi commosso. Ringrazia tutti, tutti ringraziano lui. La Filt, forte del sostegno, proseguirà con la mobilitazione e oggi deciderà come sfruttare l’offerta dei molti iscritti di altre categorie, di altri sindacati, di semplici cittadini, studenti e pensionati che si stanno mettendo disposizione per una manifestazione in sostegno di Florin.

Con i soldi delle autostrade Benetton si prende la Spagna

Sono partiti molti anni fa con i maglioni e l’abbigliamento a buon mercato, ma hanno scoperto ben presto che i soldi, quelli veri e tanti, si fanno con i business monopolistici. Quelli regolati da tariffe e dove la concorrenza sui prezzi, che ha morso sempre di più il tessile-abbigliamento, è del tutto inesistente. Oggi non a caso il marchio Benetton è in crisi profonda, reduce da anni di perdite milionarie, mentre i business delle infrastrutture (dalle autostrade, agli aeroporti, alla ristorazione con Autogrill) in cui la famiglia di Ponzano Veneto ha pensato bene di investire alla grande, sfavillano di luce propria. E che luce. Ieri un altro tassello del gigantesco affare delle autostrade è andato a chiudersi. Atlantia, la capofila del gruppo nel settore delle autostrade ha trovato l’accordo con la Acs di Florentino Perez (propietario della squadra Real Madrid) e la sua controllata tedesca Hochtief per papparsi la spagnola Abertis su cui Atlantia da sola aveva lanciato nel maggio scorso un’Opa da 16 miliardi sul 100% del concorrente iberico. Mossa che aveva fatto scatenare la controffensiva spagnola. Ora, dopo mesi, l’accordo a tre. Hochtief lancerà l’Opa in contanti su Abertis e a monte verrà costituita una holding dove Atlantia avrà il 50% del capitale più un’azione. Il gruppo dei Benetton entra così in Abertis dal piano superiore. Con un evidente risparmio di risorse.

Una mossa che la dice lunga sull’abilità della famiglia di Ponzano Veneto di giocarsi alla grande i suoi investimenti. Del resto, il business delle autostrade è da sempre un investimento a prova di rischio. E molto remunerativo. Basta scorrere i numeri di Atlantia che possiede Autostrade per l’Italia, la rete da 3 mila chilometri (solo in Italia) oltre agli Aeroporti di Roma cui si è aggiunto quello di Nizza e altri piccoli scali. La holding infrastrutturale, posseduta al 30% da Edizione, la cassaforte dei Benetton, sforna ogni anno numeri in costante crescita. Nel 2017, appena chiuso, Atlantia ha visto i ricavi salire e lambire i 6 miliardi contro i 5,4 di solo un anno prima. La crisi economica in Atlantia non si è mai vista. Nel 2010 il fatturato valeva poco meno di 4,5 miliardi. Eppure il traffico sulla rete autostradale negli anni bui era anche diminuito. A far salire in continuazione il fatturato c’è sempre la ciambella di salvataggio delle tariffe. Quelle non scendono mai, anche quando l’inflazione va a zero come è accaduto. C’è per tutti i gestori la tariffa regolata, concessa dallo Stato che remunera gli investimenti più un quid di guadagno sugli stessi. Quasi un paese di Bengodi per i concessionari: dai Benetton ai Gavio ai Toto.

Anche nel 2017 per Autostrade per l’Italia le tariffe hanno corso di più dell’incremento da volumi di traffico. Ed è proprio Autostrade per l’Italia l’asset più redditizio per l’intera Atlantia. La sola Autostrade ha fatto ricavi per 3,94 miliardi sui 6 miliardi di tutta Atlantia. Pagati costi operativi e del lavoro, Autostrade ha una redditività industriale stratosferica: su 3,94 miliardi di fatturato il margine operativo lordo è di ben 2,45 miliardi. Un livello del 62%. Livelli che pochi raggiungono. La stessa Abertis ha una redditività molto più bassa. Certo, si dirà, quella però non è la ricchezza vera che intascano i Benetton. Vanno spesati gli investimenti per i quali il governo concede gli aumenti tariffari. Ma in realtà è poca cosa. Incide poco, rendendo grassi gli utili della famiglia. L’utile operativo vale infatti nel 2017 ben 1,9 miliardi e il bilancio si è chiuso con un utile netto di 972 milioni in crescita del 19% sul 2016. Grasso che cola, così tanto da consentire ad Atlantia di dare ricchi dividendi ogni anno alla famiglia di Ponzano e ai soci di minoranza. Dal 2012 al 2016 Atlantia ha girato, solo in acconto dividendi, denaro per la bellezza di 1,5 miliardi. Una vera cash machine, una macchina da soldi che spende sì in investimenti per la manutenzione e ha speso molto per la Variante di Valico, ma con una redditività così elevata si permette il lusso di portare a casa quasi un miliardo di utile netto su 6 miliardi di ricavi. Niente male per la famiglia veneta che ha capito già 20 anni fa che quel business era l’affare della vita. Basti pensare, come documenta R&S Mediobanca, che a primavera del 2017 Atlantia ha ceduto due pacchetti del 5% di Autostrade con una plusvalenza di ben 732 milioni. Ricchi, ricchissimi, un vero tesoro Autostrade/Atlantia per i Benetton. Laddove invece si confrontano con il mercato i successi non sono affatto evidenti. La Benetton, il marchio storico del gruppo è in crisi da anni, ha perso 280 milioni dal 2012 e ora l’anziano patriarca Luciano è tornato sulla tolda di comando per invertire il trend. Ma le perdite del marchio dei maglioni fanno solo il solletico al gruppo che siede sul tesoro delle autostrade italiane e domani anche spagnole.

Nomine Rai, anche il Consiglio di Stato vuole trasparenza

Il consiglio di Stato conferma una sentenza del Tar il 2 febbraio scorso che di fatto costringe la Rai alla trasparenza. La causa riguarda un giornalista, da 30 anni in Rai, che ha partecipato alla selezione a caporedattore per i telegiornali dei tre canali principali. La scelta del nuovo capo, indetta il 20 dicembre 2016, avveniva con il job posting, ossia facendo una selezione tra il personale interno. Quando viene escluso, il giornalista chiede all’azienda di capire perché non è tra i fortunati. Vuole la documentazione dei colloqui sostenuti dai colleghi. La Rai prima risponde solo parzialmente, consegnando “le valutazioni negative” relative al proprio colloquio e non quelle dei candidati vincenti. La motivazione? La privacy. Poi smette anche di rispondere. Così il giornalista, rappresentato dall’avvocato Enzo Iacovino, si rivolge al Tar, che gli dà ragione e stabilisce che “il ricorrente escluso da un concorso ha il diritto di accedere a tutti gli atti della procedura concorsuale”. I giudici affermano che “deve ritenersi ammissibile, nei limiti che si specificano, l’accesso agli atti richiesti in quanto attinenti a procedura selettiva di avanzamento”. La Rai ha fatto ricorso al Consiglio di Stato che gli ha dato torto.

Auto blu alla moglie, il giudice inguaiato dall’autista

La segnalazione alla Procura di Roma sulla vicenda che ha travolto il giudice costituzionale, Nicolò Zanon, è partita dall’interno della Corte Costituzionale. Da piazza del Quirinale è arrivata la segnalazione che racconta di un carabiniere con il ruolo di autista e dell’abitudine di accompagnare la moglie del giurista in auto a Roma e in due occasioni anche fuori. Vicenda che è costata al giurista – con un passato anche nel Csm – l’accusa di peculato d’uso.

Dopo aver ricevuto la segnalazione, la Procura ha convocato l’autista che ha confermato le circostanze. E ha anche detto che la moglie (non indagata) di Zanon comunicava con lui, contattandolo tramite messaggi, depositati poi al pm Paolo Ielo.

Dopo questa testimonianza, quindi, la Procura ha convocato Zanon che ha spiegato, in sostanza, di non aver commesso alcun reato. Tutto, a sua detta, è avvenuto rispettando la disciplina interna che regola l’utilizzo delle autovetture assegnate ai giudici in maniera “esclusiva”. Come ha detto anche ai suoi colleghi, che si sono riuniti per decidere sulle dimissioni presentate quando la notizia dell’indagine penale è iniziata a circolare nei giornali. La Consulta, all’unanimità, ha rigettato le dimissioni, anche se Zanon alla fine ha deciso di autosospendersi dalle attività del collegio. Ciò vuol dire che non parteciperà alle udienze pubbliche ma continuerà a lavorare, per esempio, scrivendo quelle sentenze che ha in sospeso. E nel frattempo percepirà lo stipendio.

Il punto sta proprio nell’“uso esclusivo” delle macchine di servizio. Nel caso della Consulta, organo costituzionale con un proprio ordinamento di assoluta indipendenza, esiste una normativa interna, del tutto autonoma dal decreto del 2014 che regola l’utilizzo delle auto blu delle pubbliche amministrazioni. E anche in passato, altri giudici costituzionali hanno interpretato la norma allo stesso modo del giurista Zanon.

Per la Procura di Roma, invece, i parenti, in assenza dei giudici, sono esclusi dall’utilizzo delle auto blu. I pm, dopo aver ricevuto una prima memoria difensiva, ne attendono una seconda, per poi decidere se chiudere il caso con un’archiviazione o tentare un processo. Sceglieranno la prima ipotesi se riconosceranno la totale assenza di dolo e la buona fede di Zanon anche nell’eventuale interpretazione errata della norma.

Nel frattempo la Consulta, dopo aver respinto le dimissioni, attende l’esito del procedimento penale. Per ora nulla si muove, ma in futuro i giudici costituzionali potrebbero decidere di emettere un nuovo regolamento che chiarisca la questione, evitando che altri, come Zanon, possano incorrere nell’imbarazzo di un’inchiesta penale.

Le pressioni dell’uomo Bnl sulle società del Campidoglio

L’inchiesta della Procura di Bari sul dissesto delle Ferrovie del Sud-Est fa tremare la Banca nazionale del lavoro e mette in imbarazzo il colosso controllato dalla francese Bnp Paribas. Dall’inchiesta spuntano infatti le pressioni di un alto dirigente della banca per evitare che la società ferroviaria, di proprietà del ministero dei Trasporti e anche la romana Atac, finanziate da Bnl, potessero finire (come poi accaduto) in concordato.

Ieri il giudice di Bari Alessandra Susca ha disposto l’interdizione di un anno per Giuseppe Maria Pignataro, responsabile Mercato pubblica amministrazione di Bnl (i pm avevano chiesto l’arresto). Pignataro è accusato di bancarotta fraudolenta in concorso con l’ex ad di Fse, Luigi Fiorillo, e altri due funzionari Bnl di Bari. Secondo le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Roberto Rossi e dai pm Francesco Bretone, Luciana Silvestris e Bruna Manganelli, avrebbero aggravato la situazione debitoria di Fse concedendo e mantenendo finanziamenti con garanzie praticamente illimitate alla società oramai in dissesto. Senza controlli. Agli indagati si contestano i reati di bancarotta fraudolenta impropria, per effetto di operazioni dolose, ai danni di Fse e bancarotta fraudolenta preferenziale in favore di Bnl. La banca avrebbe prestato oltre 200 milioni a Fse. I soldi, versati come anticipo per i contributi della Regione Puglia, sarebbero poi finiti nella gestione corrente. Nel 2012 i funzionari di Bnl avrebbero poi rimodulato il prestito imponendo il rientro e ottenendo in garanzia tutti gli anticipi sui fondi regionali. Secondo i pm i reati sarebbero stati compiuti “con altri soggetti in corso di identificazione (membri del Cda di Bnl e altri)”. Siamo negli anni tra il 2009 e il 2014, quando il cda era guidato da Fabio Gallia, oggi al vertice della Cassa Depositi e Prestiti e il presidente era già Luigi Abete, entrambi estranei all’indagine.

La vicenda è emblematica di un modo di intendere i rapporti con società pubbliche in profonda crisi che i pm chiamano “sistema Pignataro”. Analoghe pressioni ci sarebbero state anche nella gestione della crisi dell’Atac, la municipalizzata romana dei trasporti con cui Bnl è esposta. Agli atti ci sono intercettazioni telefoniche fra Pignataro e Maria Grazia Russo, direttore finanziario di Atac. Per convincerla a non ricorrere al concordato, il banchiere le dice che la cosa “riguarda tutte le società del Comune di Roma che andrebbero immediatamente in default perché le banche uscirebbero da tutti i rapporti” e definisce il concordato “una scorciatoia” che porterebbe “direttamente al burrone” il Comune. Pignataro suggerisce un’altra strategia: “Non è detto che i creditori approvino. Per cui si potevano fare degli accordi con i singoli creditori (…)”. Accordi, annotano i pm, “che avvantaggerebbero, in totale spregio delle regole legali in tema di par condicio, i soli creditori strategici, quale Bnl”.

La chiamata avviene il 31 luglio. Tre giorni prima, l’allora ad di Atac, Bruno Rota aveva evocato l’ipotesi concordato in una serie di interviste. Quel giorno Pignataro chiama Russo per lamentarsi: “Fate qualcosa, fate qualcosa se mi posso permettere (…) ci deve essere qualcun altro che deve, che deve dire se è d’accordo o meno…”. Poi chiama Lorenzo Bagnacani, l’ad di Ama, la municipalizzata romana dei rifiuti con cui la banca sta valutando l’apertura di una linea di credito, e gli chiede di intercedere col Comune. Spiega sibillino: “Creerebbe un vulnus molto significativo alla continuità dei rapporti fiduciari tra Ama e le banche (…)”. Bagnacani tenta inutilmente di parlare di Ama (“l’importante è non trovarmi la sorpresa a settembre…”), poi abbozza: “Ho capito! Trasferisco il messaggio…”. Il 28 agosto, quando ormai è chiaro che si andrà al concordato, il banchiere richiama Bagnacani furioso “ribadendo – si legge nell’ordinanza – la verosimile riduzione delle linee di credito nei confronti di Ama”. Il manager rimane di stucco: “Ma tutto il processo … ricomincia daccapo? Viene…”. “Eh… no, può essere interrotto del tutto! (…)”, sbotta Pignataro. Il banchiere, secondo l’accusa, “cercherà anche di manovrare e dirigere l’attività dell’advisor finanziario di Atac. Non a caso, infatti, tale attività, affidata alla società di consulenza e revisione ‘Ernst & Young’, sarà svolta dal partner Stefano Vittucci”. Vittucci è figlio del socio della società che ha curato la revisione contabile volontaria di Fse e risulta aver svolto, malgrado l’evidente conflitto di interessi, per conto di Bnl e su incarico di Pignataro, l’analisi del piano concordatario di Fse”. A Vittucci il banchiere suggerisce “un modo per sbloccare i conti di Atac gravati dai pegni” . I pm annotano la “minaccia”: se questo non avvenisse “l’Atac morirebbe e con essa anche il mandato ricevuto da E&Y”.

Ieri la Bnl ha respinto tutte le accuse, ritenendole “destituite di ogni fondamento” e richiamando anche pronunce del Tribunale civile di Bari che fino ad oggi hanno dato ragione alla banca.

Rissa all’assemblea napoletana del Pd: interviene la polizia

C’era una volta il Pci che organizzava il servizio d’ordine in proprio. Oggi c’è il Pd e per sedare il rischio di una rissa all’assemblea provinciale dei dem di Napoli è dovuta intervenire la polizia. È accaduto ieri al Mav di Ercolano, la sede scelta per svolgere la prima discussione dopo il disastro elettorale del 4 marzo. I delegati sono arrivati all’appuntamento con il sangue agli occhi, tra la rabbia post voto e la spaccatura che si trascina dal congresso stravinto a novembre da Massimo Costa e impugnato davanti al giudice da Nicola Oddati. Fu l’ennesima vicenda surreale del Pd napoletano: votazioni spalmate tra due date, 11 e 18 novembre, perché ci fu un annuncio di rinvio poi annullato, per le proteste sull’anagrafe del tesseramento, e non tutti i circoli aprirono alla prima domenica. Oddati invitò all’astensione. E ora non riconosce Costa come nuovo segretario e ieri gli ha chiesto di dimettersi in cambio del ritiro del ricorso. Parole che hanno scatenato la bagarre. A riportare la calma ci ha pensato la polizia, intervenuta subito. Era già lì per le proteste di esponenti dei centri sociali.

Il leghista che sopravvive ai leader (e ai guai)

Nella Lega c’è chi ci mette la faccia, la felpa e la ruspa, come Matteo Salvini, e chi invece resta dietro le quinte a tessere rapporti e tirare i fili: come Giancarlo Giorgetti da Cazzago (paesetto di 800 anime a un soffio da Varese). Bocconiano, commercialista, leghista della prima ora, parlamentare del Carroccio dal 1996, oggi Giorgetti è l’ambasciatore di Salvini, nonché il candidato a diventare presidente della Camera, in uno schema che vedrebbe un 5 Stelle presidente del Senato. Il terreno è scivoloso, è un mondo difficile, felicità a momenti e futuro incerto, ma Giorgetti è abituato ai passaggi complicati. È un leghista di lotta e di governo: viene eletto per acclamazione segretario della Lega Lombarda, partecipa a improbabili raduni in un crotto di Lugano con Umberto Bossi e i caporioni svizzeri della Lega Ticinese; ma dà il meglio di sé nei palazzi romani, capogruppo del Carroccio alla Camera, presidente della commissione Bilancio, sottosegretario ai Trasporti con Berlusconi. Nel 2013 il presidentissimo Giorgio Napolitano lo chiama a far parte del “Gruppo dei saggi” a cui affida il compito di dettare il programma di un governo che ancora non c’era. Senza troppa fantasia, è stato definito “il Gianni Letta della Lega”. In effetti ha gestito, dietro le quinte, le partite più delicate della politica e dell’economia, spesso in coppia con un altro fiscalista nordista, Giulio Tremonti da Sondrio. Dove c’era da trattare con gli altri partiti per piazzare un leghista, l’Umberto mandava il Giorgetti: Expo, FieraMilano, A2a, Malpensa, fondazioni bancarie, banche popolari… “Chiedete a Giorgetti”, era il ritornello. Erano suoi i dossier più delicati, mentre Bossi arringava le folle sul pratone di Pontida, per essere poi fatto fuori dai “barbari sognanti” di Roberto Maroni, a sua volta liquidato dal Salvini della Lega senza il Nord: i capi della Lega passano, Giorgetti resta.

Anche l’ultimo passaggio, da Maroni a Salvini, senza la sua benedizione non sarebbe stato possibile. Adesso tocca a lui consolidare il risultato elettorale. Chi si ricorda più, del resto, le disavventure di famiglia? Sua moglie, Laura Ferrari, nel 2008 ha patteggiato una condanna a 2 mesi e 10 giorni per aver gonfiato il numero di partecipanti del suo corso di equitazione, per ottenere più fondi dall’Ue. Non si darà certo all’ippica per questo. Solido era il suo rapporto con Gianpiero Fiorani, il banchiere della Popolare di Lodi arrestato nel 2005 per le scalate dei “furbetti del quartierino”. Era stato Fiorani ad aiutare la Lega a comprare il simbolico pratone di Pontida e la solida sede milanese di via Bellerio. Era stato Fiorani a salvare la banchetta del Carroccio, Credieuronord, gestita in maniera disastrosa, tanto da bruciare (molti anni prima di Etruria) i risparmi di tanti leghisti: i debiti della banca sono stati annegati nella pancia della Popolare di Lodi, mentre i 2.600 soci dell’istituto, fedeli militanti leghisti che ci avevano creduto, ci hanno perso.

In cambio del salvataggio, Giorgetti garantisce il pieno sostegno della Lega alle scalate bancarie dei “furbetti” e al padrino di Fiorani, il governatore di Bankitalia Antonio Fazio. Fiorani ringrazia: “È vero”, racconta ai magistrati che lo avevano arrestato, “che sono entrato in Parlamento con i soldi… Quando sono entrato nell’ufficio di Giorgetti gli ho detto che ero passato per ringraziarlo per l’appoggio che aveva dato a Fazio e per quello che speravo potesse dare per l’operazione Antonveneta. Ho lasciato un giornale con dentro una busta contenente 100 mila euro sulla sua scrivania. Lì per lì Giorgetti, pur sapendo che gli stavo dando una busta… non ebbe alcuna reazione. Tuttavia la sera stessa mi telefonò con aria preoccupata dicendomi che dovevo passare subito da lui. Ero già in aereoporto, mi impegnai a tornare qualche giorno dopo… In quell’occasione, Giorgetti mi disse che non voleva assolutamente ricevere denaro, era contrario volendo moralizzare le prassi del partito. Aggiunse che se volevo potevo aiutare la polisportiva Varese con una sponsorizzazione”. Ora il “moralizzatore” diventerà presidente della Camera?

Il terrore di B. per le urne: “Portatemi dei grillini”

L’apertura di Silvio Berlusconi verso il Movimento 5 Stelle è durato lo spazio di un mattino. Perché, dopo il vertice di martedì sera, ieri la distanza tra l’ex Cavaliere e Matteo Salvini è tornata come prima. Il mandato affidato da Berlusconi e Meloni a Salvini, raccontano, in realtà non era solo verso i 5Stelle, ma verso tutte le forze politiche, nessuno escluso, per cercare di trovare una forza politica che, dall’esterno, possa contribuire alla nascita di un governo di centrodestra.

Per Berlusconi questa sponda va cercata nel Pd, mentre il leader leghista esclude i dem (“mai un governo con loro”) e pensa a Luigi Di Maio (che ieri ha chiamato). Ieri, però, Berlusconi ha smentito qualsiasi apertura verso i grillini. “Io avrei aperto la porta a un governo con i 5Stelle? Sì, ho aperto la porta per cacciarli fuori…”, ha detto il leader forzista prima dell’incontro con gli eletti di Forza Italia dove sono stati riconfermati capigruppo Paolo Romani e Renato Brunetta. Di più: Berlusconi, in perfetto stile Antonio Razzi, ha esortato ogni suo parlamentare a “farsi amico uno dei grillini per portarlo darla nostra parte”.

La questione, però, è un’altra. Secondo le voci in circolo nel partito, il timore di Berlusconi non è il tradimento di Salvini e la nascita di un governo Lega-M5S, ma che il leader leghista inciuci con Di Maio per tornare a votare. Un patto tra i due partiti usciti vincenti dalle urne che, come primo passo, punti a dividersi la presidenza delle Camere: Montecitorio alla Lega e Palazzo Madama ai pentastellati. E, come secondo passaggio, dopo un giro di consultazioni “finte” di Salvini per appurare che nessun governo è possibile, riportare il Paese al voto, previa modifica della legge elettorale. A mettere nero su bianco questo disegno è stato, ieri, Maurizio Belpietro. “Il piano di M5S e Lega per tornare a votare. Non serve un governo: quello per gli affari correnti c’è già. Basta insediare i nuovi presidenti delle Camere e il gioco è fatto”, scrive Belpietro su La Verità. In questo modo Salvini e Di Maio hanno a disposizione alcuni mesi per mangiarsi ulteriormente gli elettori di Forza Italia (il primo) e del Pd (il secondo). È questo lo scenario che più terrorizza Berlusconi.

Non è un caso che ieri l’ex Cav abbia tentato di allontanare lo spettro di nuove urne. “Dobbiamo fare di tutto per non andare a votare, perché il rischio è che l’M5S cresca ancora di più. L’Italia ha bisogno di un governo”, ha affermato l’ex premier. Che continua a mandare segnali al Pd sul modello della “non sfiducia” al governo Andreotti del 1976: nasca un esecutivo Salvini e poi si vada avanti con convergenze sui singoli provvedimenti.

Tutt’altro spartito dalle parti di Salvini. “Escludo qualsiasi collaborazione con il Pd. Tutto il resto è possibile”, ha detto il leader leghista davanti alla stampa estera. Insomma, altra musica. “Berlusconi è convinto che Salvini lo voglia fregare facendo un accordo con Di Maio per tornare a votare. E quando due leader non si fidano l’uno dell’altro, tutto diventa difficile…”, sospira Gianfranco Rotondi. Determinante, in questo scenario, le due presidenze in mano a Lega e M5S. “Mattarella per primi convoca i presidenti delle Camere. E se entrambi suggeriscono di tornare al voto…”, fa notare l’azzurro Lucio Malan. Nel disegno berlusconiano, invece, una Camera spetta al centrodestra e una al Pd, a garanzia di accordi futuri.

Montanari: “In vista nuovo Nazareno per stravolgere la Carta”

“Ci risiamo già. A dieci giorni esatti dal voto, spunta la prospettiva di una ‘legislatura costituente’ che ‘segni la svolta della storia repubblicana”. Lo scrive in una nota Tomaso Montanari, presidente di Libertà e Giustizia. “Il progetto è evidente: riportare le lancette dell’orologio politico a prima del 4 dicembre 2016. Si torna a proporre l’abolizione di una Camera e una legge elettorale che assicuri la ‘governabilità’. Non la revisione di un singolo punto, come previsto dall’articolo 138, ma una riforma così estesa da far chiamare (con una bestemmia istituzionale e politica) “costituente” questa legislatura avviata attraverso una legge elettorale palesemente incostituzionale come il Rosatellum: un capolavoro”. “Il revanscismo di Franceschini, e di un intero ceto politico ormai del tutto delegittimato, era largamente prevedibile – scrive ancora Montanari – se aggiungiamo l’intramontabile funzione delle riforme costituzionali come arma di distrazione di massa (utilissima a distogliere l’attenzione collettiva da povertà, disoccupazione, erosione dei diritti, corruzione politica) non si può escludere che un nuovo Nazareno nasca proprio su un nuovo accordo per l’ennesimo stravolgimento della Carta”.