“È un voto di protesta che viene dal profondo delle tante periferie”

“I cittadini delle aree trascurate, colpite da disuguaglianze e che si vedono negato un futuro, usano il voto per chiedere attenzione e per lanciare un messaggio alle élite: se noi non abbiamo un futuro non dovete averlo neanche voi”. Fabrizio Barca, ex ministro per la Coesione territoriale del governo Monti, è considerato uno degli ideatori della politica di coesione dell’Unione europea. Teorico del localismo, che applica sia alle politiche economiche che al Partito democratico, Barca è appena tornato da Lisbona, dove ha presentato la strategia nazionale per le aree interne dell’Italia – di cui è promotore con la Fondazione Basso – a un seminario internazionale sulla territorializzazione e la governance delle politiche pubbliche.

La sua tesi è che la diversità e le divisioni territoriali generano fratture nella popolazione, orientando il voto verso posizioni radicali. In che modo?

Quello che emerge da questi territori è un vero e proprio grido di dolore. Abbiamo preso in considerazione l’esito dei turni elettorali in Francia, negli Stati Uniti, in Thailandia, sovrapponendo la mappa del disagio alla cartina della ripartizione geografica dei voti; è emerso che non è una questione che riguarda il Nord o il Sud, ma a ogni latitudine investe le periferie, le aree rurali, le piccole città lontane dai servizi.

Un focus del seminario è stato dedicato anche ai risultati delle elezioni del 4 marzo in Italia e alle sue zone fragili: a che conclusioni siete giunti?

È stato un chiaro voto di protesta che non è affatto concentrato nel Sud del Paese, ho visto delle mappe con la ripartizione dei voti che possono trarre in inganno: se si prende il risultato della Lega e dei cinquestelle, Comune per Comune, escono fuori anche molte aree rurali e disagiate in tutto il Nord e il Centro del Paese.

A prevalere nel Mezzogiorno però è stato il voto al movimento di Di Maio e molti osservatori lo spiegano con la promessa del reddito di cittadinanza.

Non mi convince affatto, in altre parti del Paese allora dovrebbe aver avuto lo stesso effetto la Flat tax, ma nessuna proposta può aver convinto da sola la metà degli elettori a votare M5S e Lega, anche perché nessuno gliele ha mai spiegate; in realtà non chiedono niente se non attenzione, hanno semplicemente votato i partiti considerati più lontani dalle élite per sostituirli con parlamentari ritenuti “nostri”.

Eppure verso le aree svantaggiate si sono destinate da decenni molte risorse, europee e nazionali: quando si vedranno finalmente dei risultati capaci di disinnescare questa che è diventata una polveriera sociale?

In alcuni casi non si vedranno mai perché i fondi sono usati male e si distribuiscono ancora salari come fossero sussidi. In altri progetti che hanno un capo e una coda ci si è organizzati bene anche con pochi fondi a disposizione, come stiamo facendo con la strategia per le aree interne a cui do una mano da volontario; spesso i risultati li vediamo prima che arrivino i soldi; si tratta di incentivare una forte partecipazione dei cittadini e esplicitare gli effetti degli interventi sulla vita concreta, come la velocità di arrivo e di trasporto di un’ambulanza verso l’ospedale più vicino, i collegamenti con le scuole o la copertura Internet; i risultati devono essere misurabili e controllabili anche dal redattore del giornale locale.

Alle primarie del Pd del 2013 girava l’hashtag #tuttipazziperbarca, sembrava che lei potesse essere il grande riformatore del Partito democratico. Non ha avuto molto ascolto dai vertici renziani e oggi il partito è ai minimi storici: ha qualche consiglio da dare?

Penso che debbano tornare due parole chiave: ascoltare i cittadini, usando le strutture territoriali e innestare su questo sistema una modalità diversa di selezione la classe dirigente, mi auguro che al Pd sappiano farlo.

Nell’attesa che si convincano, formare un nuovo governo con questa legge elettorale si è rivelato un vero rompicapo, come se ne esce?

L’unica parte che noi italiani abbiamo trovato minimamente apprezzabile del sistema con cui abbiamo votato è la componente uninominale, che ha portato rappresentanti dei territori in Parlamento: l’augurio forte è che si sentano investiti di questa responsabilità e che tornino spesso nei collegi dove sono stati eletti, perché no, anche durante la trattativa per la formazione del nuovo governo.

Elezioni, ancora niente risultati

La proclamazione dei nuovi parlamentari può aspettare. Ancora. Sembrava che ieri potesse essere la volta buona per avere la lista definitiva degli eletti alla Camera e al Senato, ma le operazioni – e non è una novità in queste fasi – si sono rivelate più complicate del previsto. Per i risultati definitivi si dovrà aspettare ancora qualche ora, nella migliore delle ipotesi. Il meccanismo, complicato da alcuni cavilli del Rosatellum, prevedeva che i dati, al termine dello spoglio nei seggi, fossero inviati ai Comuni, alle Prefetture, al ministero dell’Interno e alle Corti d’Appello di competenza. Proprio gli uffici delle Corti d’appello hanno verificato i conti, pronunciandosi sulle schede contestate. A operazioni concluse, gli uffici avrebbero dovuto inviare alla Corte di Cassazione i verbali definitivi.

E arriviamo a oggi: una volta che Piazza Cavour ha ricevuto i verbali relativi a tutte le circoscrizioni italiane, si può procedere con la distribuzione definitiva dei seggi e con la proclamazione – da parte di nuovo delle Corti d’Appello – degli eletti definitivi. Problema: nonostante siano passati dieci giorni dal voto non tutte le Regioni hanno ancora spedito i verbali in Cassazione.

Come se non bastasse, la legge elettorale ci mette del suo. All’interno delle coalizioni, i partiti che hanno raccolto una percentuale superiore all’1 per cento, ma inferiore al 3, non hanno eletto parlamentari, ma hanno fatto sì che i propri voti venissero ridistribuiti tra gli alleati, in maniera proporzionale. Questo, unito al fatto che ogni candidato potesse correre anche in cinque collegi plurinominali diversi, rende decisivo aspettare i dati da ognuna delle circa 61.000 sezioni sparse in tutta Italia.

Ma mentre si aspettano i dati definitivi, ieri è già stato depositato il primo ricorso sullo spoglio. A protestare è Liberi e Uguali: come denunciato sul Fatto di ieri, il partito di Pietro Grasso ritiene di aver ottenuto un seggio in meno rispetto al dovuto, a causa di presunte irregolarità nel conteggio delle schede contestate nella circoscrizione Campania 3 per il Senato.

LeU ha presentato ricorso alla Corte d’appello di Napoli, sostenendo ci sia “un’incongruenza tra il calcolo effettuato dall’ufficio elettorale nelle sedute del 10 e dell’11 marzo”, che attribuivano un seggio al candidato Giuseppe De Cristofaro di Liberi e Uguali, e “un nuovo calcolo, avvenuto in assenza dei rappresentanti di lista, in cui a LeU vengono assegnati 101 voti in meno rispetto a poche ore prima” consegnando così il seggio a Forza Italia. “I nostri rappresentanti di lista – fanno sapere da LeU – sono stati allontanati durante la chiusura del verbale. In quella fase è successo qualcosa che non sappiamo e che vogliamo verificare fino in fondo”.

M5S, in Parlamento: Di Maio usa il Cencelli per i vertici dei gruppi

Il nuovo organigramma dei 5Stelle in Parlamento, con tanti fedelissimi e qualche “ortodosso”. Ieri il blog delle Stelle ha ufficializzato come nuovi capigruppo Giulia Grillo per la Camera e Danilo Toninelli per il Senato, come ampiamente annunciato. Così a destare interesse sono i nomi per gli altri ruoli. A partire dal vice capogruppo vicario a Montecitorio, Laura Castelli, la deputata che gestisce per Luigi Di Maio tutti i principali dossier economici. Seguono altri quattro vice capigruppo ripartiti per commissioni: Giuseppe Brescia, Alberto Zolezzi, Maria Edera Spadoni e Francesco Silvestri, tre segretari (Azzurra Cancelleri, Francesco D’Uva e Daniele Del Grosso) e un tesoriere, Sergio Battelli. Brescia è il nome concesso alla minoranza “ortodossa”, mentre Cancelleri è la sorella del capogruppo ed ex candidato governatore in Sicilia, Giancarlo. Si passa in Senato, dove il numero 2 di Toninelli sarà Vito Crimi. Poi ci sono 4 vice: Gianluca Perilli (vicino a Roberta Lombardi), l’ex deputato Daniele Pesco, Vilma Moronese e Stefano Patanuelli, ex candidato sindaco a Trieste. Quindi tre segretari, gli uscenti Gianluca Castaldi, Sergio Puglia e Vincenzo Santangelo, e il tesoriere, Nunzia Catalfo.

Il precedente: fallimento in streaming

Era il 27 marzo 2013. Pier Luigi Bersani, segretario del Pd che aveva appena (non) vinto le elezioni politiche, cercava i numeri in Parlamento per far partire il suo governo. Al tavolo del famoso incontro in streaming con i cinquestelle sedevano i capigruppo Vito Crimi e Roberta Lombardi. “C’è da dare un governo a questo Paese. Questa è un’esigenza conclamata”, l’esordio di Bersani, che chiedeva ai grillini non un’alleanza, ma i numeri per passare il voto di fiducia e far partire un esecutivo di centrosinistra (e poi appoggiarne, eventualmente, i singoli provvedimenti).
La risposta fu negativa. Nella storia di quello streaming rimase soprattutto la battuta di Lombardi: “Sembra di stare a Ballarò”. E poi l’aggiunta di Crimi: “La fiducia in bianco è un atto molto forte, dai nostri elettori riceviamo il messaggio di non darla”. Inutili i moniti e le proposte dell’ex segretario del Pd: “Vedo un meccanismo che ci porta a passare dal faremo, diremo, all’avremmo potuto fare, avremmo potuto provarci” e “Vorrei elencarvi qualche riforma, non è che siamo tutti uguali”. Con il rifiuto dei 5Stelle fallì il mandato esplorativo affidato a Bersani da Giorgio Napolitano, ex presidente della Repubblica.

“I 5 Stelle si sveglino o al prossimo giro la destra fa il pieno”

L’ufficio al quinto piano di Montecitorio è spoglio e dubita che ci sarà un gran agio per riempirlo: “Questo è solo il primo tempo. La legislatura sarà breve”. Il protagonista della non-vittoria del 2013 parla della non-vittoria del 2018. Non è più tra gli attori principali: in Parlamento, con Liberi e Uguali al 3,4%, è tornato per il rotto della cuffia. Eppure, giura che si metterà l’elmetto: “Combattere per una nuova forza progressista”, ripete. Che sia guerra, lo dicono le macerie attorno. E siccome rivendica di essere “uno che nel breve inciampa, ma ci vede lungo”, annuncia che “il secondo tempo” rischia di essere peggio del primo. Tradotto dal bersanese: alle prossime elezioni, la destra fa il pieno.

In mezzo alle macerie ci siete anche voi. Perché LeU non ha funzionato?

Quando vedevo le assemblee piene, in campagna elettorale, mi domandavo: sta scattando una cinghia di trasmissione o è solo una rimpatriata? Ecco, è stata soprattutto una rimpatriata, pur con una presenza insolita di giovani e una passione che non va dispersa. Abbiamo visto l’onda, non l’abbiamo intercettata.

Non ha pesato la scelta di Grasso? La sua candidatura, quella dei D’Alema, degli Epifani?

Sono sfumature, giustificazionismo di superficie. Avremmo preso qualche decimale in più? Possiamo anche cazzeggiare sulle increspature, ma significa non vedere il punto di fondo.

Sarebbe?

Che vedere il problema, non significa aver trovato la soluzione. Sono quattro anni che batto lo stesso chiodo: il ripiegamento della globalizzazione, le disuguaglianze, l’ascesa della destra protezionista, il centrosinistra che va dietro all’establishment. L’ho detto per primo che c’era la mucca nel corridoio. Solo che abbiamo scoperto che la mucca era un toro e ci è passato sopra. La gente ci ha percepito come una variante del sistema.

Il sistema ha perso. Vincono gli “anti”.

Ma i cinquestelle non possono dire ‘bussate e vi sarà aperto’. Devono dire dove girano la testa. Se non fosse blasfemo, bisognerebbe ricordare che quarant’anni fa ci fu uno che ci lasciò le penne per dire da che parte la girava.

Quello era Aldo Moro, qui c’è Luigi Di Maio.

Devono farci la cortesia di uscire dal loro sistema tolemaico: chi fa girare i pianeti è il Parlamento, non i 5Stelle.

È ancora arrabbiato?

Avanti così, saranno quelli che sbaraccano il tavolo, la testa d’ariete per ribaltare il sistema. Ma poi la poltrona se la prende il toro, la destra. Devono stare attenti o finisce che diventano gli amici del giaguaro. Va bene l’exploit al Sud ma, da appassionato di storia, li avverto: al dunque, decide sempre il Nord.

Cinque anni fa, in estrema sintesi, finì così: tra Arcore e Firenze.

Me li ricordo ancora, nell’assemblea in cui Roberto Speranza si dimise da capogruppo, tutti in erezione per l’Italicum. Io dissi: ‘Guardate che rischiamo di non esserci, al ballottaggio’.

Sarebbe andata così.

Il Patto del Nazareno è vittima delle sue macchinazioni: insieme fecero l’Italicum pensando di essere i due sfidanti, insieme il Rosatellum credendo di fare l’inciucio.

Ora il ministro Franceschini parla di legislatura costituente…

Non c’è il pane, mangiamo le brioche.

Dice che il Pd non ha capito la lezione?

Non mi pare. Li sento parlare di ‘reggenze’, ma il Pd è paralizzato: non può dire di aver sbagliato e non può dire di aver fatto bene. Stanno scegliendo di continuare a balbettare. Do un giudizio tecnico: per chiudere col renzismo bisognerebbe cambiare lo Statuto, togliere le primarie aperte almeno per una volta e fare un congresso con un dibattito autentico, che dia un giudizio su questi cinque anni e giustifichi una svolta.

Altrimenti resterà prigioniero di Renzi?

S’è voluto intercettare l’eredità del berlusconismo, fare compromessi con aree paludose. È un progetto nato con l’illusione del 40% alle Europee, ma guardare al centro ha tirato la volata agli altri.

È finito il centrosinistra?

Il centro moderato non esiste e se esiste conta quel che conta. Il centro è arrabbiato e sono i 5Stelle. Per questo dico che dobbiamo combattere per una sinistra plurale, ambientalista, cattolica, progressista. Ora serve coerenza: abbiamo detto che lo avremmo fatto, lo dobbiamo fare.

Come?

Serve subito una fase costituente di LeU come soggetto politico, ma non in forma burocratica, accompagnata da una riflessione culturale. E poi proposte concrete in Parlamento: diciamo no alla destra e alle ammucchiate, ma non siamo sull’Aventino.

Con chi dialogherete?

Parliamo con tutti ma dobbiamo permetterci di essere coerenti, visto che non siamo determinanti in nessun caso.

Lo dice con un certo sollievo. Ancora accusa il colpo di cinque anni fa?

All’epoca a me sarebbe bastato fissare il punto che il Pd non stava con l’establishment. Sarei stato disposto a fare un passo indietro, se l’ostacolo ero io. Lo dissi, ma il M5S non colse. Fuori dallo streaming, non ho potuto mai avere incontri, né formali né informali, per discutere del governo, del Colle. Altro che Ro-do-tà. Avessero detto Ber-sa-ni, non avrei accettato. Non esiste che ti rifiuti di partecipare a una riunione in Parlamento e invochi un presidente dalla piazza. Noi, senza incontri, abbiamo votato Di Maio vicepresidente della Camera…

Le ha provate tutte, dice?

Feci sapere che ero disponibile ad andare a Genova da Grillo. Non ebbi risposta.

Il M5S: ‘La presidenza della Camera ci spetta’. Il Senato va alla Lega

Matteo Salvini telefona a Luigi Di Maio. E il candidato premier del M5S glielo dice dritto: “Come prima forza, il Movimento pretende la presidenza della Camera”. Così Di Maio su Facebook ha raccontato il colloquio avuto con il segretario della Lega ieri sera. Una delle tre telefonate fatte da Salvini, che ha sentito anche il “reggente” del Pd Martina e il leader di LeU Grasso, aprendo le trattative sulle presidenze delle Camere. Ma il colloquio centrale era quello con Di Maio: lo schema potrebbe portare a un presidente leghista in Senato (primo nome, Calderoli) e a un 5Stelle a Montecitorio, con la candidatura di Fraccaro che prende quota. E Di Maio conferma indirettamente: “Vogliamo che la volontà popolare venga rispecchiata attraverso l’attribuzione al Movimento della presidenza della Camera. Questo ci permetterà di portare avanti la nostra battaglia sui vitalizi”. Il tema forte di Fraccaro su cui torna pure Salvini: “Rendere più veloci e trasparenti i regolamenti, tagliare vitalizi e spese inutili sarà una nostra priorità”.

Il buon Padoan non è più lui e irrita “l’amico” Moscovici

Quando le avversità si susseguono le persone cambiano. E il ministro dell’Economia uscente Pier Carlo Padoan è cambiato in pochi giorni. Da serioso tecnico imposto a Matteo Renzi da uno spaventato Giorgio Napolitano si trasforma nel più sguaiato dei politicanti. È andata così. Padoan è volato a Bruxelles per la consueta due giorni dei ministri finanziari. Il lunedì sera, come da tradizione, cena informale dell’Eurogruppo, cioè dei ministri dei Paesi aderenti all’Euro. Si scambiamo idee senza registrazioni e verbali.

Moscovici, commissario europeo agli Affari economici, dice quello che tutti pensano, cioè che oggi l’Italia rappresenti “un elemento di incertezza” nello scenario europeo. Non si vede la prospettiva di un governo stabile, e poi le elezioni sono state vinte da due partiti, M5S e Lega, non accreditati di particolari inclinazioni europeiste.

Martedì c’è stato invece il consueto vertice Ecofin, tutti i ministri economici dell’Unione, euro o non euro. Ed è lì che Padoan l’ha fatta fuori dal vaso, non resistendo alla tentazione di dimostrare ai giornalisti che con il voto del 4 marzo gli elettori italiani hanno imboccato la via dell’inferno: “Tutti mi hanno chiesto cosa succederà in Italia e gli ho detto ‘non lo so’ ”. Poi ha aggiunto: “Lo stesso commissario Moscovici ha citato l’Italia come elemento di incertezza”. A quel punto Luigi Di Maio lo ha accusato di “avvelenare i pozzi” e ne è nata la consueta gara a chi era più bravo a dare dell’irresponsabile all’altro.

Ieri è toccato a Moscovici tentare di riattaccare i cocci. Prima si è dichiarato “tranquillo che l’Italia resterà un partner solido e affidabile”, e ha anche sottolineato che “i mercati sono sereni e noi siamo sereni perché abbiamo fiducia nella democrazia italiana e dell’impegno dell’Italia nella Ue”. Poi gli è stata contestata l’affermazione che gli aveva attribuito Padoan e allora si è esibito in una veronica di classe: “Non penso di essermi espresso davanti a qualunque media ieri”. Traduzione: non posso smentire ciò che ho detto, ma non è colpa mia se Padoan spiffera in giro i colloqui privati dell’Eurogruppo. Insomma, Padoan ha fatto la tipica scorrettezza da politicante italiano: sarebbe stato meno sconveniente se in piena cena dell’Eurogruppo si fosse prodotto in un tonante rutto a bocca spalancata.

Se toccherà a Di Maio o a Salvini o a tutti e due andare a trattare a Bruxelles a nome dell’Italia, sarà un loro problema (e non da poco) contemperare le promesse elettorali con un decente dialogo europeo. Ma nel frattempo è proprio Padoan a essere andato in fuorigioco, ad aver perso ogni credibilità come fine dicitore degli interessi italiani a Bruxelles, e anche ogni sia pur residua speranza di ottenere l’incarico europeo al quale punta da sempre. Non è più lui, direbbe chi lo conosceva bene. Gli ultimi mesi sono stati in effetti durissimi. Per anni ha sopportato in silenzio che le burocrazie della Commissione europea e della Bce giocassero al gatto col topo con le scassate banche italiane, ostentando serenità e rispondendo a qualsiasi domanda con l’ormai leggendario “stiamo lavorando”.

Ha iniziato a “lavorare” tre anni fa sull’ipotesi di bad bank, uno strumento statale per la gestione delle sofferenze bancarie, ma il commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager lo ha preso in giro per anni mentre lui fingeva di non accorgersene anche se non faceva mai un passo avanti. Ha preso schiaffoni sia sulla crisi del Monte dei Paschi sia su quella delle due popolari venete, che alla fine sono costate allo Stato decine di miliardi. E sempre diceva che era tutto a posto, forse perché pensava che tanta remissività sarebbe stata premiata con un incarico prestigioso. Alla fine si è accorto che erano tutte illusioni e si è ridotto in extremis a pietire a Renzi, che non lo ha mai amato, un posto in lista. E lì c’è stata la grande trasformazione.

L’austero economista è diventato così un ultrà della retorica renziana. Pensate che mancavano solo dieci giorni alle elezioni quando il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker si è detto preoccupato per la situazione italiana: “Dobbiamo prepararci allo scenario peggiore, cioè un governo non operativo in Italia”. Gli stessi concetti di Moscovici. Solo che Padoan, in piena campagna elettorale, convinto che in gioco ci fosse il governo Nazareno Renzusconi, reagì vigorosamente: “Non siamo più osservati speciali in Europa, sono stati fatti grandi passi avanti riconosciuti in Europa e dai mercati”. Adesso che Renzi ha perso le elezioni, il professor Padoan va a Bruxelles a sputtanare la Patria come un qualsiasi blogger di opposizione. Di colpo siamo di nuovo osservati speciali. Chissà in quale manuale di economia politica ha letto che la reputazione di un Paese dipende dai successi elettorali del boss che gli ha fatto avere un seggio.

Ue, quasi pronta l’ennesima botta per le banche italiane

Dopo i grandi successi dell’unione bancaria monca e del bail in retroattivo, restando in attesa dell’attacco finale sui titoli di Stato nei bilanci delle banche, arriva il testo della Commissione Ue sulle nuove regole per le “sofferenze”, cioè quei crediti che le banche disperano di poter recuperare e le cui perdite devono dunque “coprire” a bilancio. Nota bene: le sofferenze (Npl, Non performing loan), sono un problema soprattutto italiano visto che rappresentano oggi il 12,1% del totale degli attivi (-4% in un anno) contro una media Ue del 4,4%.

La Vigilanza Bce qualche tempo fa ha proposto un nuovo quadro regolamentare più conservativo di quello in vigore: copertura al 100% delle sofferenze entro due anni per quelle senza garanzie; entro 7 anni per quelle con garanzie. Il rischio è che la Banca centrale chieda ai singoli istituti che ritiene troppo esposti di adeguarsi alle nuove regole non solo per le nuove “sofferenze”, ma anche per quelle vecchie: una sorta di tentato omicidio del credito italiano, che dovrebbe trovare in fretta molti miliardi di nuovo capitale in un mercato maldisposto.

A questo disegno si sono opposti, in parte, Commissione e Parlamento europei: ieri la prima ha depositato il suo testo – quasi identico a quello della Bce – nel quale però si specifica che i nuovi criteri valgono solo per i nuovi Npl, cioè le sofferenze che saranno create da ieri in poi. Una botta per noi, visto che finirà per ridurre la quantità di credito disponibile per l’economia, ma non mortale. Problema: non è detto che la Bce si adegui, nel qual caso il presidente dell’Europarlamento Tajani ha fatto sapere che ricorrerà alla Corte di giustizia.

I rischi per l’Italia sono due. Il primo è la strategia sottesa a entrambi i documenti: attraverso le richieste di nuovo capitale, spingere le banche a vendere in blocco le sofferenze ai fondi specializzati piuttosto che gestirle in proprio. I guadagni per chi le acquista sono enormi: un credito di 100 euro viene pagato 10-15; poi col recupero crediti se ne ottengono il doppio (Bruxelles propone pure ulteriori procedure extragiudiziali per velocizzare i pignoramenti di case, capannoni, macchinari, etc). Le banche, in realtà, guadagnerebbero assai di più gestendo in proprio e con calma le sofferenze, i territori sarebbero meno stressati, ma l’Ue non vuole.

Il secondo rischio riguarda il futuro. A Bruxelles si discute del completamento dell’unione bancaria attraverso l’assicurazione comune dei depositi: la Germania non la vuole e comunque non prima che gli istituti degli altri Paesi siano stati “bonificati” imponendogli di “coprire” persino il rischio connesso ai titoli di Stato, finora considerati “sicuri”. Un problema enorme per le banche e lo Stato italiani su cui da adesso in poi si giocherà la partita, mentre i derivati tossici di cui sono pieni gli istituti tedeschi per la Bce continueranno a non esistere.

Gli opposti cretinismi

L’ha scritto ieri Curzio Maltese sul Fatto: siccome la soluzione più ragionevole sarebbe un appoggio di quel che resta del centrosinistra a un governo 5Stelle, è molto probabile che il Pd farà di tutto per evitarla. Ma va detto che anche Luigi Di Maio sta facendo sforzi sovrumani per complicarla o impedirla. Infatti continua a ripetere che sul programma non si tratta perché l’hanno scelto gli elettori; sui ministri non si tratta perché li hanno scelti gli elettori; e ovviamente non si tratta neppure sul premier (lui), perché l’hanno scelto gli elettori. Dimentica sempre di precisare: i suoi elettori. Che sono tanti. Ma non tutti. Arrivare primi (come lista) con il 32,7% significa partire favoriti per l’incarico di formare un governo (anche se Mattarella potrebbe iniziare col centrodestra, cioè con la prima coalizione, sempre che non si sfasci nel frattempo). Ma non conferisce il diritto divino di fare un governo con i voti altrui, per giunta gratis. È vero che l’ammucchiata centrodestra-Pd la vogliono solo i due trombati del 4 marzo, cioè B. e Renzi, terrorizzati dalle rispettive ininfluenze e soprattutto da nuove elezioni. E un governo Lega-M5S non conviene né a Salvini né a Di Maio, ormai concorrenti e alternativi. Ma è pure vero che una maggioranza del 50% più uno non nasce da sola per mancanza d’altro.

Bisogna costruirla: non aspettando che si facciano vivi gli altri e poi meravigliandosi perché “finora non s’è visto nessuno” (e ti credo!). Ma facendo ai partner una proposta che non possano rifiutare. Se Di Maio vuole i voti del Pd derenzizzato e di LeU, glieli chieda. Poi vada a parlare con Martina e Grasso su un’offerta chiara, realistica, generosa e rispettosa della democrazia parlamentare (che non si regge su maggioranze relative, ma assolute). Proprio quello che non fece il Pd nel 2013, quando pareggiò col M5S: si pappò le presidenze delle due Camere, designò Bersani come premier, stese un programma e una lista di ministri, poi pretese che i 5Stelle sostenessero al Senato il suo governo di minoranza. Risultato: il famoso e disastroso incontro in streaming. Quella di Bersani e Letta era una proposta che Crimi e Lombardi non solo potevano, ma dovevano rifiutare. Quando poi Grillo, venti giorni dopo, ne avanzò una non solo accettabile, ma auspicabile per il M5S, per il Pd e soprattutto per l’Italia – “eleggiamo Rodotà al Quirinale e poi governiamo insieme” – fu il Pd napolitanizzato e lettizzato, cioè berlusconizzato a rifiutarla. E condannò il Paese a cinque anni di vergogne. Ora Di Maio crede che avere quasi doppiato il Pd lo autorizzi a fare altrettanto.

Ma sbaglia di grosso. Nessuno regala voti a chi nemmeno si abbassa a chiederglieli. Se il Pd pretendesse poltrone, i 5Stelle farebbero bene a rifiutare. Ma se chiedesse alcuni punti programmatici condivisibili, perché no? La cosa sarebbe meno difficile se Di Maio aprisse la sua squadra di esterni ad altri indipendenti di centrosinistra, per un governo senza ministri parlamentari. E bilanciasse la sua premiership lasciando la presidenza di una Camera alla Lega. Dopodiché, è ovvio, è sul programma che dovrebbe garantire il cambiamento che gli elettori hanno appena chiesto. La palla tornerebbe al Pd, che dovrebbe scegliere: accettare una soluzione equilibrata o suicidarsi con nuove elezioni. Intendiamoci: il Pd sarebbe capace di optare per la seconda ipotesi. Ma almeno sarebbe chiaro di chi è la colpa.

Purtroppo, mentre personalità autorevoli della sinistra come Zagrebelsky, Settis, Spinelli e Cacciari indicano la strada, c’è chi lavora per bruciare i ponti. Su Repubblica si leggono commenti che fanno ridere per non piangere. Stefano Cappellini rimuove dalla scena del 2013 Napolitano e le Presidenziali che lo rielessero impallinando Prodi e Rodotà, per spacciare la sua favoletta – “Se i dem hanno governato col centrodestra è perché Grillo e Casaleggio mandarono Crimi e Lombardi a umiliare in streaming Bersani” – e spingere il Pd sull’Aventino in nome della “centralità del Parlamento” (chissà dov’era Cappellini nell’ultimo quinquennio, mentre il Parlamento veniva calpestato da 107 fiducie, due leggi elettorali incostituzionali e due governi di minoranza dopati dal Porcellum illegittimo). Corrado Augias, siccome gli elettori non ascoltano i consigli di Repubblica, cita il politologo Jason Brennan, teorico dell’“epistocrazia” cioè “una democrazia degli informati”, e invoca “nuovi strumenti che limitino le scelte sciagurate fatte sull’onda di risentimenti alimentati dalle reti sociali”. Ideona: si potrebbe tornare al voto per censo, onde evitare che il popolo bue continui a votare e poi scelga chi non vuole Augias; oppure, visto che anche il voto censitario presenta dei rischi, riservare l’elettorato attivo e passivo ai lettori di Repubblica, o meglio ancora ai suoi giornalisti ed editori. Sebastiano Messina fa esercizi matematici per dimostrare che: a) i 5Stelle hanno perso perché li ha votati solo un terzo degli elettori e gli altri due terzi no; b) nel 2013 il M5S (25,5%) doveva dire di sì al Pd (25,5%), ora invece il Pd (18.7%) deve dire di no al M5S (32,7) perché Bersani aveva “344 deputati e 119 senatori mentre oggi nessuno ha raggiunto queste cifre”. Il nuovo Pitagora s’è scordato che nel 2013 c’era il premio incostituzionale del Porcellum, senza cui Renzi e Gentiloni non avrebbero governato un giorno. La comica finale è di Alessandra Longo, che sbeffeggia Pif, la Spinelli, Muccino, Zagrebelsky e Flores d’Arcais perché osano dare “consigli non richiesti” al Pd. Come si permettono? Non sanno che funziona come a scuola? Si parla solo se interrogati, oppure si alza la mano e si chiede l’autorizzazione. A Repubblica o al Pd, tanto è lo stesso.

Perroni salva le vite degli altri mettendole in romanzo

Si legge – ci si perde – e in quello smarrirsi ci si ritrova. Come nel verso di Dante, nel Paradiso: “S’io m’intuassi, come tu t’inmii”.

È il libro di tu e io, Entro a volte nel tuo sonno (La Nave di Teseo, euro 12,00).

Il suo affascinante autore, Sergio Claudio Perroni, adopera una lingua che è un diamante e offre un testo che ripercorre – goccia dopo goccia, tanto è alchemico – la porzione indenne di assoluto cui ciascun “io”, parlando al proprio “tu”, attinge per dire, dire comunque, come nel calore del segreto e nel brillio dell’intimità.

Tutte le parole da cercare sono qui. Il voler dire per come si deve dire è qui, in questo libro: “vorrei poterti suonare, fare di te una musica e ascoltarla con le palpebre abbassate per rivederti”. Lancillotto, oggi, non saprebbe come cavarsela con Ginevra senza Entro a volte nel tuo sonno, e così lo stesso conte Vlad, Dracula, non avrebbe come attraversare l’oceano dei secoli per arrivare a Mina senza i ripensamenti di luce del sole scomparso qui descritti.

La critica letteraria ha già esaltato questo nuovo libro di Perroni, giustamente salutato come nuovo a ogni genere di scrittura. Ed è una poetica già avviata nel suo precedente titolo – Il principio della carezza – sostenuta da un lavorio coerente in qualità e spessore con altri due potenti romanzi dello stesso autore. Li ricordiamo: Renuntio Vobis, il dialogo, ricostruito con le Sacre Scritture, tra la verità del Sacro e il vecchio Papa che rinuncia a se stesso (di stretta attualità visto il ritorno nella scena pubblica di Benedetto XVI), e Nel Ventre, la storia dei soldati di Ulisse nascosti, nella notte precedente alla “sorpresa”, dentro la pancia del Cavallo di Troia.

Ben più che “prosa poetica” – benché intervallato da madrigali – è Entro a volte nel tuo sonno. È certamente l’opera di un artista, ma di una poesia che la metrica se la ricava dalle cicatrici sulla pelle della Luna, dalla risonanza a un qualcosa che ha partecipato al tempo, all’essere e al divenire (senza lasciarsene alterare) e da quel fenomeno, infine, “che sarebbe più sensato chiamare amore”.

Non è l’endecasillabo a fare del faber, un poeta, ma lo sguardo. Ciascuno di noi ha un film dentro, un romanzo, un’altra vita. Si tratta di stare a guardare, e viverne. Ed è questa la semina di Entro a volte nel tuo sonno nei suoi lettori se uno di questi – ho rubato la conversazione telefonica al gate dell’aeroporto – con ancora questo libro tra le dita, prende il coraggio a quattro mani e chiama la donna cui riversa tutto di sé per dirle, e dirle comunque: “Parli d’altro e taci di me, con te stessa”.

Lo sguardo di Perroni genera nelle pagine i film, i romanzi e le vite altrimenti evaporate nel tic tac dell’ordinario. E, invece, il giallo del semaforo lampeggia al ritmo del valzer, perché come si prende fuoco, o freddo, si può sorgere a vita – per caso – e così si alza lo sguardo, si bussa al cielo e arriva tu: “È uno spreco assistere al tuo viso e non farne un dipinto”.

Il libro di tu e io, la creazione di Perroni, è l’assoluto terso dello sguardo.

Sono gli occhi, infatti, “ad avere ogni cosa lasciandola dov’è”. Ogni cosa – “un’altra piccola te da divorare nella distesa di te” – serba in sé il gesto ampio che racchiude un paradiso.

Anche se l’aldilà non c’è, un qualcosa che c’è, si farà: per stare insieme, oltre l’infinito. E fa rumore di te – la vita – per come viene da dire a chi si ama.