“I cittadini delle aree trascurate, colpite da disuguaglianze e che si vedono negato un futuro, usano il voto per chiedere attenzione e per lanciare un messaggio alle élite: se noi non abbiamo un futuro non dovete averlo neanche voi”. Fabrizio Barca, ex ministro per la Coesione territoriale del governo Monti, è considerato uno degli ideatori della politica di coesione dell’Unione europea. Teorico del localismo, che applica sia alle politiche economiche che al Partito democratico, Barca è appena tornato da Lisbona, dove ha presentato la strategia nazionale per le aree interne dell’Italia – di cui è promotore con la Fondazione Basso – a un seminario internazionale sulla territorializzazione e la governance delle politiche pubbliche.
La sua tesi è che la diversità e le divisioni territoriali generano fratture nella popolazione, orientando il voto verso posizioni radicali. In che modo?
Quello che emerge da questi territori è un vero e proprio grido di dolore. Abbiamo preso in considerazione l’esito dei turni elettorali in Francia, negli Stati Uniti, in Thailandia, sovrapponendo la mappa del disagio alla cartina della ripartizione geografica dei voti; è emerso che non è una questione che riguarda il Nord o il Sud, ma a ogni latitudine investe le periferie, le aree rurali, le piccole città lontane dai servizi.
Un focus del seminario è stato dedicato anche ai risultati delle elezioni del 4 marzo in Italia e alle sue zone fragili: a che conclusioni siete giunti?
È stato un chiaro voto di protesta che non è affatto concentrato nel Sud del Paese, ho visto delle mappe con la ripartizione dei voti che possono trarre in inganno: se si prende il risultato della Lega e dei cinquestelle, Comune per Comune, escono fuori anche molte aree rurali e disagiate in tutto il Nord e il Centro del Paese.
A prevalere nel Mezzogiorno però è stato il voto al movimento di Di Maio e molti osservatori lo spiegano con la promessa del reddito di cittadinanza.
Non mi convince affatto, in altre parti del Paese allora dovrebbe aver avuto lo stesso effetto la Flat tax, ma nessuna proposta può aver convinto da sola la metà degli elettori a votare M5S e Lega, anche perché nessuno gliele ha mai spiegate; in realtà non chiedono niente se non attenzione, hanno semplicemente votato i partiti considerati più lontani dalle élite per sostituirli con parlamentari ritenuti “nostri”.
Eppure verso le aree svantaggiate si sono destinate da decenni molte risorse, europee e nazionali: quando si vedranno finalmente dei risultati capaci di disinnescare questa che è diventata una polveriera sociale?
In alcuni casi non si vedranno mai perché i fondi sono usati male e si distribuiscono ancora salari come fossero sussidi. In altri progetti che hanno un capo e una coda ci si è organizzati bene anche con pochi fondi a disposizione, come stiamo facendo con la strategia per le aree interne a cui do una mano da volontario; spesso i risultati li vediamo prima che arrivino i soldi; si tratta di incentivare una forte partecipazione dei cittadini e esplicitare gli effetti degli interventi sulla vita concreta, come la velocità di arrivo e di trasporto di un’ambulanza verso l’ospedale più vicino, i collegamenti con le scuole o la copertura Internet; i risultati devono essere misurabili e controllabili anche dal redattore del giornale locale.
Alle primarie del Pd del 2013 girava l’hashtag #tuttipazziperbarca, sembrava che lei potesse essere il grande riformatore del Partito democratico. Non ha avuto molto ascolto dai vertici renziani e oggi il partito è ai minimi storici: ha qualche consiglio da dare?
Penso che debbano tornare due parole chiave: ascoltare i cittadini, usando le strutture territoriali e innestare su questo sistema una modalità diversa di selezione la classe dirigente, mi auguro che al Pd sappiano farlo.
Nell’attesa che si convincano, formare un nuovo governo con questa legge elettorale si è rivelato un vero rompicapo, come se ne esce?
L’unica parte che noi italiani abbiamo trovato minimamente apprezzabile del sistema con cui abbiamo votato è la componente uninominale, che ha portato rappresentanti dei territori in Parlamento: l’augurio forte è che si sentano investiti di questa responsabilità e che tornino spesso nei collegi dove sono stati eletti, perché no, anche durante la trattativa per la formazione del nuovo governo.