“Io, nonna della Nouvelle Vague ho creato l’antidoto al dolore”

Lui, JR, 35enne artista del collage fotografico non molla mai occhiali scuri e cappello, è un po’ hipster e un po’ Monsieur Hulot; lei, Agnès Varda, regista pluripremiata e riverita, è la prima donna ad aver ricevuto un Oscar alla carriera, e delle statuette ha un mese in più: il 30 maggio compirà 90 anni. In comune hanno la nazionalità, e un film straordinario: Visages, Villages, umanissimo on the road nella provincia francese.

Madame Varda, come si è trovata con JR?

Avevamo lo stesso obiettivo: viaggiare in Francia con il suo camion magico, incontrare gente anonima e valorizzarla. Li abbiamo filmati quando parlavano, abbiamo attaccato le loro immagini ingrandite sui muri dei villaggi. Soprattutto, abbiamo scelto persone che non hanno potere.

Avete qualche decennio di differenza, ma non lo si direbbe: Madame Varda, vive e filma con la freschezza di una giovinetta.

Non è questione di essere una falsa giovane. I nostri 55 anni di differenza ci hanno dato l’occasione di ridere assieme degli effetti della vecchiaia sui miei occhi, sulle mie gambe, sul mio ritmo. Ma ho la fortuna di aver mantenuto la curiosità, la vivacità di spirito e l’immaginazione. E poi ho un trucco: bevo due tazze di acqua calda tutte le mattine, come i cinesi.

Alternativamente la battezzano Madrina o Nonna della Nouvelle Vague: che cosa preferisce?

La denominazione d’origine controllata è “nonna della Nouvelle Vague”, perché ho fatto un film indipendente, La Pointe Courte, cinque anni prima di Fino all’ultimo respiro di Godard e I 400 colpi di Truffaut.

Ma lei nella Nouvelle Vague si riconosceva?

È un termine generico, non una scuola, un gruppo con un’uniformità stilistica. Io e Jacques Demy (il marito, anch’egli cineasta, scomparso nel 1990, ndr) non abbiamo frequentato gli altri registi, tranne gli amici Godard e Rivette. Io, come Resnais, ho lavorato molto più sulla struttura narrativa che sullo stile tipico della Nouvelle Vague.

E ha fatto strada: più di 50 regie, più di 40 sceneggiature. Ora i suoi piedi andranno oltre: JR ne ha incollato una foto gigantesca su un treno “per raggiungere posti che lei non vedrà mai”…

L’intenzione di JR era simpatica e crudele insieme, perché davvero non potrò più viaggiare così lontano. Del resto, nemmeno voglio. Ma il treno con le dita dei miei piedi andrà in capo al mondo.

All’orizzonte ha un nuovo progetto?

Sto filmando le mie lezioni e conferenze, accostandovi estratti dei miei lavori. Quando il film sarà finito, lo manderò in giro al posto mio: starò a casa a occuparmi del giardino.

Oggi presenta “Visages Villages” al Nuovo Sacher di Nanni Moretti.

Ho visto quasi tutti i film di Nanni, quelli che preferisco sono La stanza del figlio, Palombella rossa e Habemus Papam. E mi piace lui: ha un enorme talento, grande originalità. Ed è sensibile, timido.

Altri registi italiani che segue e apprezza, non so, Garrone, Sorrentino?

C’è un problema, negli anni 70 e 80 i nostri due cinema erano molto vicini, c’era un continuo interscambio di idee, attori, produzioni. Oggi non più: voi non vedete il cinema francese, e noi non vediamo i film italiani, perché non ci arrivano.

“Visages Villages”, viceversa, domani esce nelle sale italiane: un peana alle virtù della democrazia.

JR e io siamo coscienti del caos del mondo, della sofferenza, delle guerre e dell’onda di migranti sofferenti. Ma abbiamo scelto di non aggiungere informazioni supplementari a quelle che le televisioni già ci offrono, ma di fornire un antidoto: è un film sociologico e variegato, senza l’obbligo di essere noioso.

Dovesse scegliere un solo viso e un unico villaggio, quali sarebbero?

Il viso è quello dell’angelo alla sinistra della Madonna di Senigallia di Piero della Francesca: lo amo da quando sono ragazza. Il villaggio è La Pointe Courte, un paesino di pescatori che ha dato il nome al mio primo film nel 1954.

Quei 9 mesi per passare da Pornhub a Peppa Pig

Da domani in libreria “Tutte le prime volte” di Paolo Longarini, l’educazione sentimentale di un padre e delle sue “piccole grandi donne”. L’autore ha scritto un testo per il Fatto.

Niente panico. Una inaspettata quantità di persone è appena arrivata al pieno confronto con parti della tua compagna che tu hai dovuto strappare alla lycra combattendo centimetro dopo centimetro, forti solo di una laurea in medicina (poi dicono che il pezzo di carta non serve a niente) e mentre tu ti senti apostrofare da lei con toni e maniere che nemmeno nei film di Bombolo.

Ma va bene, va tutto bene.

Improvvisamente, un pianto apparentemente disperato, tanto forte da coprire addirittura il tuo, esplode con potenza equiparabile all’assegnazione di un rigore al novantesimo.

Sei padre.

Senza che tu lo abbia chiesto, ti viene messo in mano un fagottello urlante dalla forma ed espressione del tutto simili a quelle di un gatto egizio. Tutti i presenti si fermano, l’aria si cristallizza, l’attimo, la terra che tremò.

Aspettano tutti una sola e unica cosa, lo sai, e non puoi sottrarti a questo rito, anche se quello che spunta dall’involto somiglia vagamente a una testa rimpicciolita da una tribù amazzonica. L’ansia dei presenti cresce, vorresti ribellarti, vorresti scappare, vorresti fare tante cose ma sai di dover sottostare a questa convenzione sociale. Lo dici.

– È bellissima.

Sarà solo il primo dei tanti momenti di imbarazzo che proverai con la tua pargola.

– Nei nove mesi di gestazione, sarai l’unico a non capire una minchia degli esami che la futura mamma dovrà sostenere, là dove nel monitor dell’ecografo tutti vedono una distinta figura perfettamente antropomorfa, a te sembra di vedere l’assenza di segnale quando si rompeva l’antenna collegata al vecchio Mivar.

Tutti ti guardano malissimo.

Se padre di figlio maschio, sorridi fiero solo quando scambi il cordone ombelicale per delle misure virili pari a quelle di un piccolo pony.

Ti guardano anche peggio.

– Chiami al cellulare il tuo pediatra per chiedere “ma ne ha fatta più della sua massa corporea? È forse una mutante?” Da allora ti alza la parcella di 50 euro.

– Inizi a passare più tempo all’Ikea di quanto sia previsto dalla convenzione di Ginevra.

– Non dormi più, tanto che ti ritrovi a chiuderti in bagno anche quando non ne hai bisogno, sperando nessuno si accorga che hai portato con te il cuscino al posto della solita Gazzetta dello Sport.

– Sei un rude omaccione peloso che in vita sua ha solo indossato camicie di flanella a scacchi, uso ad abbattere alberi usando solo i denti, tosto al punto che se un traghetto ha il motore ingolfato, chiamano te per farlo ripartire a spinta e sei l’unico a cui Chuck Norris manda gli auguri di compleanno.

Non hai pianto alla morte di Nemecsek, ridevi pensando a Bambi orfano e i primi dieci minuti di Up sono per te la fiera dello sbadiglio.

Ma ti trasformi in una imbarazzante fontana di lacrime quando la vedi allontanarsi per il suo primo giorno di scuola.

– Insisti fino all’ultimo con la madre per essere tu a scegliere il regalo del suo primo compleanno.

“Niente palloni”.

“Ma è il Tango! Un pallone mitico!”.

“No. E nemmeno palloni da basket”.

“Va bene…”.

“Racchette da tennis, completi da Judo, nulla che abbia a che fare con la tua squadra del cuore, mazze da baseball o maglie da rugby”.

“Ok, io pensavo a…”.

“Abbonamenti allo stadio, nemmeno a parlarne”.

“La replica della spada laser di Luke sì, o quella o me ne vado”.

“Tua madre ti aspetta, l’ho già chiamata”.

“Antipatica”.

– Commetti l’errore di pensare “ma sì, in fondo solo due minuti per riposare gli occhi” una volta seduto in platea per il suo primo saggio di danza.

Vieni svegliato dal tuo stesso russare.

– La tua compagna ti rimprovera come fossi un ragazzino sciocco e ti ordina di chiedere immediatamente scusa. Non lo fai. Insiste definendoti infantile, non smette nemmeno se minacci di trattenere il respiro fino a diventare blu.

Ma non è colpa tua: quel bambino non avrebbe mai dovuto avvicinarsi così tanto alla tua piccola senza permesso, il TUO permesso. La maglietta “Giù le mani da mia figlia, piccole blatte” dovrebbe chiarire molti concetti. Imparassero a leggere fin dall’asilo, che diamine.

– Cancellare la cronologia del tuo computer non ha più senso: la funzione di riempimento automatico di Google, premendo P, visualizza solo Peppa Pig. Gli amministratori di Pornhub ti tolgono il saluto.

– Non hai più una giacca senza una macchia di latte rappreso, le tue tasche abbondano di pupazzetti e avanzi di cibo, al ristorante ti metti senza pensarci il tovagliolo sulla spalla, ormai elenchi “Nidina, Humana, Aptamil…” con la stessa sicurezza con cui, nel 1982, recitavi “Zoff, Gentile, Cabrini…”.

Ma sorridi. Sempre.

Elezioni alla palestinese: bomba contro il premier

Il primo ministro palestinese, Rami Hamdallah, è sopravvissuto ieri mattina a un attentato quando era appena entrato nella Striscia di Gaza. Uno Ied, ordigno improvvisato a bordo strada, ha colpito il convoglio delle auto del premier, mentre percorreva la Salaheddin Road che attraversa l’abitato di Beit Hanoun, meno di 500 metri dal confine con Israele. Hamdallah che per l’occasione era accompagnato dal capo dei servizi segreti palestinesi, il generale Majdj al Faraj, è rimasto illeso ma la violenta esplosione ha danneggiato i veicoli della scorta e ferito 7 membri della sua delegazione.

L’attacco al leader appoggiato dall’Occidente, che sta guidando gli sforzi di riconciliazione dell’Anp con Hamas, il gruppo dominante di Gaza, non è stato immediatamente rivendicato. Hamas ha condannato l’attacco. Pochi minuti dopo l’esplosione, il 59enne primo ministro, ripreso dalla tv palestinese, ha pronunciato un discorso all’inaugurazione di un impianto per il trattamento delle acque reflue – finanziato da Ue e Anp – e si è impegnato a continuare i suoi sforzi per l’unità. Un paio d’ore più tardi, Hamdallah ha lasciato Gaza,viaggiando via terra, attraverso Israele, per rientrare a Ramallah con un altro convoglio d’auto e uomini della sicurezza che impugnavano fucili automatici in piedi ai lati di tutti i veicoli.

L’esplosione, attivata probabilmente con un telefonino, ha lasciato un cratere largo un paio di metri sul ciglio della strada, ha danneggiato tre auto del corteo e fatto saltare le finestre di diverse case della zona. Il mezzo più danneggiato è quello del generale Majdj Al Faraj, che però in quel momento si trovava nell’auto del primo ministro.

Il potente capo dei servizi segreti palestinesi è uno degli uomini in corsa per la successione ad Abu Mazen che si aprirà il 30 aprile con le dimissioni del presidente davanti al Cnp, il Consiglio Nazionale palestinese. Un passaggio di poteri che potrebbe essere drammatico e che allarma anche Israele. La battaglia per la successione è cominciata e si annuncia senza esclusione di colpi.

L’Anp ha dichiarato di ritenere Hamas responsabile dell’attacco contro Hamdallah, fermandosi però prima di accusare direttamente il gruppo islamista di essere coinvolto. In una dichiarazione sui media palestinesi ufficiali il presidente palestinese lo ha definito “un attacco vigliacco” e ritiene che Hamas sia responsabile per non aver garantito la sicurezza del primo ministro.

L’attentato non migliora le relazioni fra Hamas e l’Anp di Abu Mazen, ancora divise su come condividere il potere amministrativo nella Striscia di Gaza dopo l’accordo di unità mediato dagli egiziani. Il movimento islamista che strappò con le armi il controllo della Striscia alle forze di Abu Mazen nel 2007 e Anp nonostante, la posta in gioco, si sono dimostrati incapaci di superare le divisioni e l’accordo del 12 ottobre, come tutti i precedenti è rimasto lettera morta.

Le forze di sicurezza guidate da Hamas hanno avviato un’indagine sull’attentato di ieri mattina. La Striscia brulica di cellule e gruppetti islamisti che sfuggono ormai al controllo di Hamas. Attualmente sono oltre 100 gli integralisti filo-Isis nelle carceri di Gaza. E lo stesso Hamas non è immune dalle divisioni interne, fra la fazione filo-Iran e Siria e quella che vede nel califfato islamico che controlla parte del Sinai un alleato strategico.

Se la Striscia di Gaza rimane per ora sigillata dietro il blocco militare, è la Cisgiordania a preoccupare Israele, la successione a Abu Mazen è potenzialmente portatrice di instabilità e sfide. Apre una stagione di tensioni interne che possono sfociare nelle violenze fra fazioni. Molti dei contendenti in corsa per la presidenza dell’Anp sono ex capi della sicurezza, dispongono di uomini e armi, milizie e servizi di security dominati dalla fedeltà ai clan prima che allo Stato palestinese, a cui tutti giurano di aspirare.

“Madrid usa il terrorismo per punire chi critica”

Amnesty International punta il dito contro Madrid per uso abusivo l’utilizzo della legislazione anti-terrorismo: “attacco costante alla libertà di espressione in Spagna”. Nel rapporto pubblicato dalla sezione spagnola “Twitta se hai coraggio”, denuncia che l’uso dell’art. 578 del Codice penale modificato nel 2015 in modo peggiorativo, ha incrementato negli ultimi due anni il numero di persone processate: una settantina in tutto, utenti delle reti sociali, rappers, burattinai, giornalisti. È toccato a Cassandra Vera, condannata a un anno di carcere per un Tweet su Carrero Blanco (capo del governo della dittatura franchista, ndr), poi assolta dal Tribunal Supremo. Al rapper mallorchino Valtònyc, con la pena a 3 anni e mezzo di prigione per le sue canzoni, con l’accusa di calunnia e ingiuria alla corona – “I borboni sono dei ladri” – e apologia di terrorismo. Al rapper catalano Pablo Haser, condannato a 2 anni per oltre 60 Tweet e una canzone sul re in cui i giudici hanno rinvenuto gli stessi delitti di gruppi terroristici. Già nel “Rapporto 2017/2018: La situazione dei diritti umani nel mondo”, Amnesty segnala che “sono stati ridotti in modo eccessivo il diritto alla libertà d’espressione e quello di riunione pacifica delle persone che appoggiavano l’indipendenza catalana. Decine di persone furono processate per ‘apologia di terrorismo’ e ‘umiliazione delle vittime’ nei social network.

E ieri, anche il Tribunale europeo dei Diritti Umani ha sentenziato che bruciare foto del re rientra nel diritto di espressione, condannando lo Stato spagnolo a risarcire Stern Taulats e Roura Capellera che, nel 2007, a Girona, avevano bruciato immagini di Juan Carlos e consorte.

Salta l’ultimo ostacolo per l’estradizione di Battisti: Temer pronto a cancellare Lula

Appare sempre più vicina l’estradizione in Italia di Cesare Battisti. Il presidente brasiliano Michel Temer potrebbe porre fine a breve alla ultratrentennale latitanza dell’ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo, condannato all’ergastolo in via definitiva in Italia per 4 omicidi commessi durante gli anni di piombo. Ieri il procuratore generale della Repubblica, Raquel Dodge, in un parere inviato al Supremo tribunale federale (la Corte costituzionale, ndr), ha ribadito che la decisione finale sull’estradizione di Battisti “è politica, non giudiziaria, e attiene esclusivamente al presidente della Repubblica”.

Temer potrebbe quindi ribaltare la decisione del predecessore Luiz Inacio Lula da Silva che, il 31 dicembre 2010, come ultimo atto del suo secondo mandato, concesse lo status di rifugiato politico a Battisti nonostante il Supremo tribunale federale avesse dato parere positivo all’estradizione. La decisione di Lula fece precipitare le relazioni diplomatiche Italia-Brasile e ricucite dopo la fine dei governi Lula e della “delfina” Dilma, che hanno sempre garantito una rete di protezione a Battisti. Poi il conservatore Temer ha rilanciato le possibilità per l’Italia di far estradare Battisti. La richiesta presentata nel settembre scorso dal governo italiano ha messo in agitazione l’ex terrorista rosso al punto che, non sentendosi più al sicuro, ha tentato di fuggire in Bolivia un mese dopo la formalizzazione della nuova richiesta d’estradizione. La polizia lo ha però arrestato perché in tasca aveva 6 mila dollari e 1.300 euro in contanti non dichiarati. Battisti, 63 anni, originario della provincia di Latina, ha negato la fuga in Bolivia ma il ministro della Giustizia, Torquato Jardim, fu lapidario: “Ha tradito la fiducia concessagli”. La parola passa al giudice supremo Luis Fux, che deve dare parere definitivo sull’habeas corpus presentato dai legali di Battisti.

Il metodo Trump: “Tillerson, sei fuori!”

Non s’erano mai tanto amati. E, alla fine, si sono lasciati. Anzi, non proprio: Trump s’è sbarazzato con un tweet del segretario di Stato Rex Tillerson, petroliere d’eccellenza, strappato alla Exxon-Mobil per le cure del governo neppure 15 – burrascosi – mesi or sono.

Al suo posto, uno con cui, invece, Trump ha avuto buon feeling dal primo momento: Mike Pompeo, un duro che viene dall’Abruzzo via California, dov’è nato, e Kansas, dove faceva politica. Pompeo fu suggerito a Trump, come capo della Cia, dal segretario alla Giustizia Jeff Sessions, quando non era ancora caduto in disgrazia causa Russiagate.

A dirigere la Cia va, per la prima volta, una donna, Gina Haspel. “Congratulazioni a tutti”, tranne che a Tillerson, che, però, d’ora in poi sarà “più contento”, twitta Trump col solito tatto. Pompeo e la Haspel faranno “un lavoro fantastico”, fin quando gli dicono ‘sì’ – Pompeo è uno specialista.

Secondo la ricostruzione della stampa, Trump ha chiesto a Tillerson di farsi da parte venerdì scorso, costringendo il segretario di Stato ad accorciare una missione in Africa. I dissensi tra presidente e segretario di Stato erano stati ripetuti ed evidenti, sulla Corea, sull’Iran, da ultimo sui dazi.

Trump rimproverava a Tillerson di fare “troppo parte dell’establishment”: il cambio della guardia a “Foggy Bottom” avviene mentre si prepara il vertice con il leader nord-coreano Kim Jong-un, e sono in corso le trattative per le “modifiche” del Nafta, l’accordo di libero scambio fra Usa, Canada e Messico.

La messa alla porta di Tillerson era nell’aria da mesi causa cattivi rapporti col presidente: si colloca nella scia degli screzi fra i due, oltre che della ‘moria’ di consiglieri e funzionari di scelta trumpiana silurati l’uno dopo l’altro. La goccia che ha fatto traboccare il vaso sarebbe stata una battuta, tutto sommato innocua, dell’ex ceo della Exxon-Mobil, sull’avvelenamento in Inghilterra di una ex spia russa e di sua figlia.

Tillerson concordava con Theresa May che la Russia ne è “molto probabilmente responsabile”. Anche la portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders pareva in sintonia con Londra, senza, però, pronunciare sentenze in merito.

Nonostante fosse stato tagliato fuori dal dossier coreano, dopo esser stato suggeritore (inascoltato, anzi zittito) del dialogo, il segretario di Stato voleva restare al suo posto per continuare a seguire – scrive la Ap – “progressi cruciali in tema di sicurezza nazionale”.

Il segretario di Stato, che intende ritirarsi a vita privata, uscirà formalmente di scena a fine mese, ma s’è già fatto da parte, delegando le responsabilità al suo vice John Sullivan: Tillerson avverte che le relazioni con Russia e Cina non sono normalizzate e si prende parte del merito della svolta con la Corea del Nord.

Di Pompeo, Trump dice d’avere avvertito fin dall’inizio “una buona chimica” e d’essersi sentito sulla stessa lunghezza d’onda. Pompeo ringrazia e ricambia: “Con la sua leadership, il presidente rende l’America più sicura”. Chi conosce il nuovo segretario di Stato, lo descrive amico fidato d’Israele e acerrimo avversario dell’accordo sul nucleare con l’Iran, falco intransigente sulla Corea del Nord e strenuo sostenitore del carcere di Guantanamo. È un ultraconservatore che aborre Obama e Hillary Clinton e che vorrebbe la pena di morte per il ‘traditore’ Edward Snowden. Con lui al Dipartimento di Stato. la politica estera virerà bruscamente a destra, tingendosi di quelle tinte forti che tanto piacciono a Trump.

Il ministro ultrà ingabbia gli 007 anti-neonazisti

A pochi mesi dalla presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea, l’Austria ha decapitato i vertici del proprio servizio segreto e antiterrorismo, il Bvt. Il numero uno, Peter Gridling, è stato confermato e subito sospeso nel suo incarico dal ministro degli Interni Herbert Kickl perché è indagato dalla Procura anticorruzione. Quello che finora era il suo sostituto, Wolfgang Zöhrer, non lavora più e il responsabile dello strategico Dipartimento II, Martin Weiss, è in aspettativa da un anno. La guida degli 007 del paese è stata affidata a Dominik Fasching, vice di Gridling, ma senza la sua esperienza. Alla vigilia dei vertici tra capi di governo e ministri, l’assenza di una figura chiave e conosciuta nell’ambiente rischia di non giovare alle strutture di sicurezza e, soprattutto, di incidere negativamente sulle relazioni tra le organizzazioni gemelle.

Il ministro degli Interni, esponente della Fpö, il partito della libertà, il movimento di estrema destra che nel 1999 con Jörg Haider alla guida aveva sfiorato il 27% dei consensi, ha provato a minimizzato la vicenda. L’ipotesi che la Fpö stia cercando di rimpiazzare i vertici con dirigenti più vicini è stata respinta da Kickl: “Se Gridling risulterà estraneo alle accuse tornerà in servizio”, ha spiegato. La sospensione, insomma, sarebbe un atto dovuto sia a garanzia della presunzione di innocenza sia della necessità di garantire le funzioni del Bvt.

La rivista Falter ha rivelato come il presidente della Repubblica, il 74enne verde Alexander Van der Bellen, avesse firmato il decreto di (ri)nomina già il 19 febbraio. Vale a dire una decina di giorni prima della sorprendente perquisizione effettuata nelle abitazioni di 5 funzionari e negli uffici della Bvt.

Dalla scrivania di una dirigente sarebbe sparito anche un disco rigido con dati relativi a indagini su neonazisti con possibili legami con la Fpö. Secondo la stessa testata, gli 007 stavano tenendo sotto osservazione Unzensuriert (senza censura), una piattaforma lanciata nel febbraio del 2009 e vicina al partito della libertà. Il portale era diretto da Alexander Höferl, oggi alla guida della comunicazione del ministero degli Interni. “Unzensuriert” è stata condannata a risarcire per calunnia sia un giornalista della tv pubblica sia la vice-sindaca della capitale. Quello che non è chiaro è a che titolo il disco rigido possa venire ricondotto all’inchiesta, che riguarda l’uso improprio di informazioni, relative a quanto pare alla Corea del Nord.

Il cancelliere austriaco è il 31enne conservatore Sebastian Kurz (Övp), che ha “scaricato” i socialdemocratici per formare il governo con gli anti europeisti della Fpö. A sinistra si ipotizza che il partito della libertà stia cercando di “plasmare” l’intelligence, ammorbidendone la sensibilità nei confronti dell’estremismo di destra. Al centro non ci si spinge così lontano, ma Werner Amon (Övp), presiede la sottocommissione di controllo sui servizi segreti, ha difeso l’operato del capo degli 007. A suo giudizio la Bvt ha “fornito un lavoro eccellente” negli ultimi anni e con Gridling “c’è stata sempre una ottima collaborazione”. Il vice cancelliere, Heinz-Christian Strache (Fpö), su Facebook aveva parlato del Bvt come di “uno stato nello stato”. La battaglia politica austriaca si consuma a spese della sicurezza. Senza esclusione di colpi. In attesa che la magistratura faccia luce sulle presunte violazioni compiute da Gridling e dai suoi funzionari.

Per i precari della ricerca il posto sicuro resta solo un miraggio

Nonostante le promesse fatte dal governo e i soldi appositamente stanziati, migliaia di precari della ricerca pubblica sono ancora lontani dall’ottenere il posto fisso.

La situazione peggiore è all’Istituto nazionale di Fisica nucleare (Infn): i vertici di questo ente, infatti, non intendono stabilizzare gli studiosi che oggi lavorano a tempo determinato. Il decreto Madia, approvato a maggio 2017, permette di offrire un posto permanente a quei ricercatori che rispettino determinati requisiti di anzianità, ma l’Infn non vuole cogliere questa opportunità. Il motivo è che, secondo la dirigenza, il livello di eccellenza dell’istituto può essere mantenuto reclutando personale scientifico solo tramite nuovi concorsi aperti. Ecco perché il 14 febbraio è stato avviato il percorso per dare un contratto stabile solo ai tecnici amministrativi, mentre i ricercatori e i tecnologi – alcuni di loro sono “flessibili” da quindici anni – sono stati tenuti fuori. I precari dell’Infn sono più di 600: 332 sono dipendenti a termine, 282 sono assegnisti e 22 collaboratori. Tra loro, c’è chi ha partecipato agli esperimenti sul Bosone di Higgs, ma oggi deve rinunciare alle certezze sul suo futuro in nome di quella stessa eccellenza alla quale ha contribuito nel recente passato.

L’ultima legge di stabilità ha destinato 57 milioni di euro l’anno dal 2019 per le stabilizzazioni nei 13 enti di ricerca pubblica sottoposti alla vigilanza del ministero dell’Istruzione. Cifra bassa rispetto alle esigenze, dato che il totale dei precari arriva a quasi 9 mila persone. Entro fine marzo sarà approvato il decreto che, con molto ritardo, assegnerà a ogni istituto la sua quota di quella posta di bilancio. L’Infn ha già spiegato, come detto, che userà la sua parte dando priorità agli amministrativi, scatenando la protesta del Comitato garante del codice etico: “Le scelte dell’istituto – ha scritto l’organo in una lettera del 22 gennaio – non devono comportare discriminazioni”. Insomma, la richiesta è quella di non escludere i ricercatori.

Anche negli altri enti c’è tensione in attesa del decreto. Al Cnr, il centro più grande di tutti, l’Unione sindacale di base ritiene che i vertici abbiano sottostimato il numero di studiosi con diritto alla stabilizzazione. All’Indire – che si occupa di ricerca e innovazione per la scuola – c’è una situazione simile all’Infn, con l’istituto più propenso a bandire concorsi che a rendere permanenti i precari; il 23 e il 27 marzo ci sarà uno sciopero. Il cammino per superare il precariato nella ricerca sembra ancora lungo; nel frattempo, la Commissione europea ha assicurato in una lettera che terrà d’occhio la situazione negli istituti di ricerca italiani, per contrastare gli abusi dei contratti a termine.

Reddito di cittadinanza: come farlo funzionare

Finora tutto il dibattito sul reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle ha riguardato le coperture – tra i 15 e i 29 miliardi annui, a seconda delle stime – e la condizionalità abbinata al sussidio (formazione e possibilità di rifiutare non più di due offerte di lavoro). La domanda principale rimane sullo sfondo: può riuscire a sradicare la povertà garantendo a tutti almeno 780 euro al mese?

Le questioni sui soldi vengono dopo, si può partire con quelli che ci sono e poi si aumenta la dotazione man mano che si riformano gli altri ammortizzatori sociali. Se confrontiamo la proposta di reddito di cittadinanza dei cinquestelle con l’esperienza recente del Rei, il reddito di inclusione sociale varato dal governo Gentiloni, vengono alcuni dubbi.

LA POVERTÀ. L’ipotesi su cui è costruito il reddito M5S è che la povertà dipenda dall’assenza di lavoro e che quindi, una volta trovato un posto tramite il centro per l’impiego, il problema sia risolto. Secondo le stime di Claudio Lucifora per il Cnel, nel 2014 c’erano in Italia 2,4 milioni di working poor tra i lavoratori dipendenti e 756.000 tra gli autonomi, cioè persone che lavorano ma con un salario sotto lo soglia di povertà relativa, definita come i due terzi del reddito mediano. Queste persone sono esposte al rischio di scivolare nella disoccupazione o nell’inattività ma, soprattutto, la fragilità finanziaria impedisce loro di affrontare situazioni critiche, improvvise o croniche, come una malattia, un genitore anziano da accudire a casa, la perdita del lavoro del coniuge. Dare un’integrazione fino ad arrivare a 780 euro al mese, cambia poco della loro condizione, soprattutto se non c’è gradualità nel togliere il sussidio una volta trovato il lavoro. Rimarranno sempre sul ciglio della povertà. Se poi le cause del disagio sono strutturali – alcolismo, droghe, scarsa pianificazione familiare – limitarsi a dare soldi senza prendere in carico le singole situazioni diventa puro assistenzialismo da Prima Repubblica. Una specie di pensione di invalidità rafforzata.

COORDINAMENTO. Il Rei, che oggi ha una dotazione di soli 2 miliardi di euro ed è pensato contro la povertà assoluta, prevede un coordinamento molto complesso di vari pezzi della Pubblica amministrazione per fare la “valutazione multidimensionale” del povero da aiutare. Stefano Sacchi, da anni studioso della povertà e tra gli ideatori del Rei di cui ora si occupa dall’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, spiega: “I servizi sociali che prendono in carico i beneficiari del Rei rispondono ai 338 ambiti, che equivalgono ai Comuni medi o ad aggregazioni di Comuni piccoli o parti di quelli grandi, poi si coordinano con i centri per l’impiego che sono Provinciali e con gli attori socio-sanitari, visto che molti poveri hanno problemi di salute, e così fanno un bilancio dei fabbisogni in termini medici, lavorativi, di reinserimento sociale”. E questo già è complicato con la platea del Rei, figurarsi a estendere l’intervento a 10 milioni di persone.

Forse anche per questo i cinquestelle puntano tutto sui centri per l’impiego: un gruppo di esperti decide di che competenze hanno bisogno le imprese, agenzie indipendenti organizzano i corsi, e poi il centro favorisce l’incontro di domanda e offerta. “Ma un povero non è sempre tale perché non ha lavoro: ci sono carenze di istruzione, di competenze, difficoltà a gestire carichi familiari. Se iscriviamo una donna sola con due bambini a un centro per l’impiego, poi cosa abbiamo risolto?”, obietta Sacchi.

COSTI E TEMPI. Il 20 per cento della dotazione complessiva del Rei (2 miliardi) è destinato alla macchina organizzativa. Nel piano dei cinquestelle, ci sono soltanto 2 miliardi per la riforma dei centri per l’impiego che si aggiungono ai 15 per il sussidio. In percentuale è l’11 per cento. Difficile pensare che ci siano economie di scala tali da permettere di costruire progetti personalizzati per 10 milioni di persone usando impegnando una quota così bassa del totale degli stanziamenti.

Anche senza arrivare agli 11 miliardi di euro annui tedeschi per le politiche attive del lavoro, riformare i centri per l’impiego è un progetto di ampio respiro dai tempi incerti, il rischio è che non ci sia quel livello di efficienza minimo necessario a evitare che il reddito di cittadinanza diventi una misura assistenziale con poche condizionalità e molti costi amministrativi.

FURBI. Il progetto dei cinquestelle va poi aggiornato. Usa come parametro di valutazione della titolarità l’Isee, un indicatore reddituale, mentre serve come minimo l’Isre che ha anche una componente patrimoniale, altrimenti il reddito di cittadinanza diventerà un sussidio agli evasori che dichiarano poco ma possiedono molto. Anche le sanzioni per le mancate comunicazioni amministrative vanno inasprite, nel Rei sono molto più dure che nel disegno di legge M5S del 2013. Un’altra incongruenza del programma 5Stelle da sanare è l’annuncio di usare le risorse del Rei per dare subito sgravi fiscali alle famiglie mentre si ricostruisce da zero il reddito di cittadinanza. Sarebbe una follia.

Di fronte a queste complessità gestionali, inevitabili anche con la massima gradualità, verrebbe quasi da rispolverare le idee più radicali di un vero reddito di cittadinanza incondizionato, pagato anche ai ricchi (che ne rimborsano poi il grosso tramite l’Irpef). Ma purtroppo o per fortuna i cinquestelle si sono impegnati soltanto a offrire un reddito minimo condizionato. Se avranno la possibilità di governare.

“L’Italia era la patria del lusso. Poi ho visto le vostre case”

Dopo la morte di Ingvar Kamprad, scomparso il 27 gennaio scorso, Marsilio ripubblica Il signor Ikea di Nanni Delbecchi, reportage dal Nord scandinavo sulle tracce del fondatore dell’Ikea (uscito per la prima volta nel 2007), in cui è presente l’unica intervista concessa da Kamprad a un giornalista italiano. Eccone un’anticipazione.

Dunque il signor Ikea esisteva; altrimenti non ce l’avrei avuto davanti. “Ci tenevo a incontrarla in mezzo ai prodotti”, disse tendendomi la mano sulla soglia del terzo piano, dove ci aspettava di vedetta. La sagoma intravista in controluce nel tramonto di Tällberg, e poi osservata nelle fotografie dell’Ikeamuseet durante 50 anni di imprese commerciali, aveva preso vita.

Alto, dritto, un viso largo e austero da pastore protestante, gli occhi azzurri al riparo di un paio di grossi occhiali quadrati, dimostrava meno dei suoi quasi ottant’anni – segno che il lavoro a volte conserva meglio dell’ozio.

Un tipo dall’aria non così leggendaria, a prima vista; a meno che la leggenda non si nascondesse nell’aspetto dimesso, nella polo turchese, nei pantaloni di velluto con il cavallo basso, nelle polacchette di camoscio. E nella sacca di tela grezza che effettivamente portava a tracolla, proprio come mi aveva detto Marie Consuelo. Non era solo ma lo capii soltanto qualche istante dopo, quando un signore ancora più alto di lui e circa della stessa età mi presentò la mano a sua volta.

“Lui è mister Årno Aldunssen” fece le presentazioni il signor Ikea, senza aggiungere altro al nudo nome e cognome. “Qui al terzo piano abbiamo lo showroom con l’assortimento completo dei nostri mobili. Prego, scelga lei dove vuole che ci mettiamo”. Mi fece passare davanti, in modo che fossi io a fare strada, e tutti e tre ci incamminammo fra tinelli, camerette per bambini, angoli cottura e “le recentissime soluzioni per l’ufficio in casa”, come tenne a specificare. Ero un po’ in imbarazzo e girammo a lungo prima di accomodarci in un divano a tre posti foderato di lino giallo, di nome Karlanda. Scelta forse un po’ scontata, ma comoda. Azionai il registratore ed estrassi il taccuino in cui avevo annotato le mie domande. Ma un attimo prima che potessi partire, lui mi anticipò.

“È la prima volta che incontro un giornalista italiano, e ne sono davvero felice. Sa, l’Italia è stata molto importante nella mia vita. Pensi che mia moglie l’ho incontrata a Capri, negli anni 60. Entrambi stavamo visitando villa San Michele; ci siamo conosciuti lì, e non potevo chiedere un inizio più romantico al mio matrimonio”.

“L’Italia è un ottimo posto per innamorarsi” dissi. “Ne sono convinto”, convenne il signor Ikea, “ma l’Italia è stata importantissima anche per il mio lavoro. E in quel caso la città decisiva fu Milano”.

“Davvero?”, dissi sorpreso. Milano non me l’aspettavo.

“È la pura verità” disse il signor Ikea e anche Aldunssen, che era seduto all’altro capo del divano, parve annuire.

“Avevo appena inserito i primi mobili nel mio catalogo di vendite per corrispondenza, ma ancora non mi ero deciso a produrli…”.

“Come mai?”.

“Perché l’investimento era molto rischioso. Un passo delicato, tutto da verificare. Così mi sono messo a girare il mondo per visitare i saloni specializzati, e quello che mi colpì di gran lunga di più fu la Fiera campionaria di Milano, all’inizio degli anni Cinquanta”.

“I favolosi anni Cinquanta…”.

“Anni decisivi per il design. Alla Fiera di Milano c’erano esposti solo mobili molto belli, firmati da architetti di grido come Sottsass, Zanuso, Magistretti… Ma di conseguenza, erano anche terribilmente dispendiosi. Si capiva al volo che per le persone normali non potevano andare bene”.

“Eh, già. Quand’ero ragazzo, in Italia i mobili di design erano considerati un lusso per eccentrici. Averne uno era come mettersi in casa un animale esotico…”.

“Allora era così in tutto il mondo. Anche qui in Svezia, e anche in Norvegia, vero Årno?”.

Chiamato in causa, il gigante si sporse in avanti e fece di sì con la testa. “In più, voi italiani avete un debole speciale per le firme, e con il lusso ci sapete fare. I designer milanesi degli anni Cinquanta erano davvero degli assi. Ma lei li conoscerà di sicuro meglio di me!”. Annuii con aria compresa. Considerata la mia scarsa preparazione, non potevo permettermi di più. “Poi, però, viaggiando ancora, sono diventato amico di qualche italiano, sono entrato nelle vostre case, e ho visto con i miei occhi quello che c’era realmente nelle abitazioni della gente. Insomma, ho visto che tra i mobili che erano nelle case e quelli che venivano esposti nelle fiere c’era un abisso…”. Da dietro le lenti rettangolari, gli occhi mandarono un lampo azzurro.

“E in fondo, cos’è un abisso?” mi sono detto… Tacque, aspettando una risposta che non arrivò. “È un grande spazio di mercato da occupare”.