Poste, addio alle lettere tutti i giorni meglio i pacchi per sfidare Amazon

Sempre meno servizio postale, sempre più colosso finanziario e della logistica. Poste italiane, oggi guidata da Matteo Del Fante, tenta l’ultima carta per arginare una crisi – quella delle lettere – che considera inarrestabile. Nei giorni scorsi ha chiuso l’ennesimo accordo con i sindacati per riorganizzare il servizio. L’intesa è passata in sordina ma è dirompente. I primi a essere preoccupati sono Comuni e postini, che si trovano di fronte alla settima ristrutturazione in 10 anni, ma i sindacati hanno dato il loro assenso, convinti sia inevitabile e in cambio degli investimenti promessi dall’azienda.

L’accordofirmato il 2 marzo scorso estende a tutto il territorio nazionale la consegna a giorni alterni, o meglio cinque ogni due settimane (anziché i cinque a settimana previsti dalle norme Ue): lunedì, mercoledì e venerdì in una settimana e martedì e giovedì in quella dopo. Dieci giorni al mese su trenta. Il processo era partito a ottobre 2015 e si è ampliato nel 2016 e 2017 con l’obiettivo di coprire oltre cinquemila Comuni e il 25% della popolazione. La scelta, accompagnata da tagli di filiali e postini, non è stata indolore, tra ritardi nelle consegne, proteste dei sindaci e disagi dei clienti, con rivolte in molte zone. Ora verrà estesa a tutto il territorio entro il 2019 (eccetto Roma, Milano e Napoli). Un processo di razionalizzazione che vedrà l’uscita di 15 mila lavoratori, tra esodi incentivati e ricollocamenti, a fronte di 6 mila tra assunzioni e stabilizzazioni.

L’accordo è contestato dai sindacati di base, come i Cobas, che accusano Cgil, Cisl, Uil e le sigle firmatarie di non aver coinvolto i lavoratori – l’intesa è stata firmata col voto quasi unanime di 97 Rsu in rappresentanza delle oltre duemila totali – su un piano considerato senza prospettive per clienti e lavoratori, che rischiano l’aumento dei carichi di lavoro. Vengono infatti tagliate oltre 4 mila “zone di consegna”, allargando quelle vecchie. L’accordo però prevede anche l’implementazione di una “linea business” con consegne nel pomeriggio, anche nei weekend. In pratica la posta ordinaria verrà consegnata a giorni alterni, mentre la posta “a firma”, raccomandate e pacchi, beneficerà di nuovi orari e turni. Secondo l’azienda e i sindacati firmatari questo servirà a migliorare il servizio, specie nel segmento più redditizio. Il cliente riceverà con meno frequenza le lettere, ma potrà ricevere le raccomandate nel pomeriggio quando è a casa evitando l’avviso di giacenza.

La scommessa è notevole. Pur essendo quotata in Borsa, Poste è tenuta ad assicurare la copertura del servizio postale universale in ogni parte del Paese, affidato fino al 2026, in cambio del quale incassa dallo Stato 260 milioni l’anno. Nonostante i sussidi il servizio è in perdita cronica, visto che i costi superano di gran lunga i ricavi, in costante calo come i volumi. Nel 2008 Poste consegnava 6,4 miliardi di “pezzi”, scesi a 2,7 lo scorso anno. Nel 1998 il recapito rappresentava ancora il 60% dei ricavi del gruppo. Nel 2003 il segmento assicurativo è divenuto il principale business. Oggi Poste Vita e l’asset management, con i suoi 24 miliardi sono diventati la prima fonte di ricavi, seguita dai servizi finanziari (5,2 miliardi). Il recapito vale 3,6 miliardi e ha chiuso il 2017 in “rosso” di 517 milioni, 81 più del 2016. Durante il regno di Massimo Sarmi, mentre diventava un colosso finanziario, il colosso pubblico tagliava filiali e forza lavoro ottenendo “l’effetto Alitalia”: al taglio dei costi è corrisposto una perdita di ricavi senza ridurre il deficit del settore postale visti gli scarsi investimenti.

Oggi l’unico trend in crescita è quello delle spedizioni dei pacchi. I ricavi del segmento, pur rappresentando meno di un terzo del totale, sono saliti nel 2017 del 6,7%. Si è passati dagli 800 mila pacchi consegnati nel 2014 ai 34 milioni del 2017. Dieci anni fa il trend era chiaro, ma le Poste privatizzate non hanno fatto subito quel che Deutsche Post in Germania ha fatto con Dhl, diventando un colosso dei trasporti. Non ha rinunciato ai sussidi del servizio universale senza però sfruttare a pieno l’enorme rete logistica garantita dalla sua presenza capillare.

L’aumento dei business dei pacchi è dovuto soprattutto alle commesse di Amazon, triplicate in un anno. Il colosso dell’e-commerce è entrato direttamente nel settore solo negli Usa, e per ora non ha intenzione di farlo in Italia vista la rete di cui gode Poste. L’8 febbraio scorso, parlando di Amazon alla cerimonia per i 20 anni dell’Antitrust, Del Fante – nominato nel marzo 2017 – si è lasciato andare: “Si pone un tema di medio termine: con volumi importanti di crescita questi signori stanno acquisendo una posizione dominante. Siamo come la rana che aiuta lo scorpione ad attraversare il fiume. Siamo indietro 3-4 anni nello sviluppo del modello Amazon rispetto al resto d’Europa…”. Per questo ha presentato un piano incentrato nella crescita del settore. Le vecchie poste rimangono residuali. Ai postini non resta che diventare i nuovi corrieri.

 

Somministrazione, il boom del lavoro “in affitto” fa felici imprese e agenzie

Negli anni del Jobs act, quello degli occupati a termine (+13,5% nel 2017) non è l’unico record di un mercato del lavoro che perde diritti. Quello del lavoro “in somministrazione” – che tra 2016 e 2017 ha vissuto una crescita del 25%, il valore più alto degli ultimi 15 anni, ha spiegato ieri l’Istat – è forse il caso più emblematico. Sono lavoratori che si affacciano per la prima volta sul mondo del lavoro o in cerca di una nuova occupazione dopo aver perso il posto durante la crisi. Come Rita, operaia che dopo il licenziamento per delocalizzazione ha trovato solo contratti in somministrazione o a termine. Lavora non più di dieci giorni al mese per circa 300 euro. Contratti di pochi giorni: uno dal lunedì al venerdì, l’altro per il fine settimana. Le chiamate, “missioni” in gergo, dalle imprese che la utilizzano in prestito dall’agenzia interinale, arrivano di giorno in giorno. Non c’è diritto al riposo. Anzi, a volte è costretta al turno pomeriggio-sera e subito dopo quello mattutino: impensabile con un contratto diretto.

Il giro d’affari dei lavoratori presi in affitto dalle imprese tramite le agenzie di somministrazione è per pochi, sono meno di un centinaio di agenzie interinali riconosciute dal ministero del Lavoro. Il fatturato nel 2016 ha raggiunto gli 8 miliardi e si avvia, secondo le stime di Assosomm (l’associazione di categoria) a toccare il nuovo record di 10 miliardi nel 2017. Questo tipo contratti è stato introdotto dal Pacchetto Treu nel 1997 (governo Prodi), tenuto in vita e affinato dalle varie riforme che si sono susseguite (Maroni-Biagi del 2003, Fornero nel 2012 e così via). Nell’ultimo rapporto sui lavoratori dipendenti dell’Inps, quelli in somministrazione a fine 2016 erano 624.559, un dato in costante crescita (+28,5% dal 2012). Tra il primo trimestre 2016 e il secondo trimestre 2017, le posizioni in somministrazione sono aumentate del 50,7%.

Lavoratori in affitto, precari e poveri: nel 91% dei casi hanno un contratto a tempo determinato con l’agenzia, ma l’utilizzo effettivo delle imprese passa per contratti brevissimi, nel 33,4% dei casi durano un solo giorno. Persone che difficilmente superano la soglia di povertà, che lavorano mediamente 118 giorni l’anno per una retribuzione media annuale di 8.364 euro (dati Inps), 8 euro lordi l’ora. Diverso è il caso dei lavoratori in somministrazione con contratto a tempo indeterminato che riescono a lavorare e a guadagnare più del doppio, ma non certo tutto l’anno per un totale di 266 giorni e una retribuzione annuale di 19.924 euro. Comunque non uno stipendio da nababbi.

Secondo il contratto collettivo di riferimento, questi lavoratori dovrebbero godere degli stessi diritti, per inquadramento e retribuzione a parità di mansione, dei colleghi dipendenti diretti delle imprese utilizzatrici. Eppure i dati dicono altro. Quelli Inps mostrano che i somministrati lavorano meno, specie se a termine, e guadagnano anche meno per giornata lavorata, soprattutto se a tempo indeterminato dove la differenza di reddito giornaliero passa da 75 a 91 euro, una differenza annua di retribuzione di 5.100 euro, che rimarrebbe anche nel caso in cui i somministrati lavorassero quanto i dipendenti diretti. Il mancato riconoscimento della parità di trattamento, sebbene non legale, è una pratica comune. Nelle vertenze della Nidil Cgil, tra le cause più frequenti c’è proprio la mancata applicazione del contratto nazionale che comporta differenze sullo stipendio e sugli istituti differiti e indiretti (tredicesima, ferie, permessi, Tfr).

Piccole o grandi aziende, la storia non cambia. In Sevel (gruppo Fca) oltre alle condizioni economiche vengono disattesi tutti gli altri diritti: dal riposo alla malattia, fino ai diritti sindacali, di assemblea e sciopero. Lavoratori costretti a svolgere molti straordinari con bassi salari di partenza. Così la chiamata può arrivare anche mezzora prima del turno di lavoro e i permessi da diritto si trasformano in mera concessione aziendale. In questo modo, a parità di costo del lavoro, le imprese possono esternalizzare le proprie relazioni industriali, segmentando ancora di più la forza lavoro. Il fenomeno non riguarda solo i settori in cui ci si aspetterebbe di più il lavoro usa e getta (nella grande distribuzione o nella ristorazione si colloca il 6 e 4% dei lavoratori in somministrazione) ma anche l’industria con un 46% (dati Inail, terzo trimestre 2017) e un’incidenza molto forte, 16% del totale dei lavoratori in affitto, nel settore dell’informatica e servizi alle imprese.

I lavoratori dipendenti della Agenzie di somministrazione ingrassano le file dei working poor e allo stesso tempo le casse delle agenzie stesse che col tempo hanno potuto aumentare il proprio ruolo da protagoniste nel mercato del lavoro, sostituendosi, col favore delle scelte politiche, ai centri per l’impiego lasciati senza investimenti, personale e formazione. Solo che le prime perseguono il profitto mentre i secondi hanno l’obiettivo di soddisfare un interesse generale. Utilizzando i dati dei versamenti a Forma Temp, il fondo per la formazione e il sostegno al reddito dei lavoratori in somministrazione, uno studio pubblicato in questi giorni dal sindacato Cobas e curato da Francesco Iacovone spiega come il fatturato annuo delle agenzie sia passato da 3,5 a 5,27 miliardi tra il 2012 e il 2016, un aumento del 49,6%. Ma si tratta del fatturato di chi versa a Formatemp, il dato complessivo è ben più elevato, come ammette la stessa Assosomm.

Alla luce di questi dati, converrebbe riaprire il dibattito sulla privatizzazione del mercato del lavoro, sul ruolo e sul potere di queste agenzie ma anche delle imprese che pagano commissioni per affittare manodopera mentre chiedono sgravi e riducono i salari.

Bce, la colpa originaria di Trichet

Quando è iniziata davvero la crisi dell’eurozona? Sul sito Voxeu.org, l’economista Athanasios Orphanides ha pubblicato un’analisi che dovrebbe far riflettere: tutto comincia nel 2005 quando la Bce fissa delle soglie minime di rating per accettare come collaterale i titoli di Stato dei Paesi membri.

Torniamo a quegli anni. L’euro è nelle tasche degli europei dal 2002. La premessa è che dietro una moneta unica ci siano economie convergenti, che tendono a diventare simili e rispettano i parametri del Trattato di Maastricht su deficit e debito. In quella fase la Bce accetta come collaterale – garanzia per le sue operazioni di liquidità con le banche – tutti i titoli di Stato dei Paesi membri, senza distinzioni. Chi sta nell’euro è, per definizione, affidabile. Ma nel 2004 Francia e Germania, i due Paesi su cui si regge la moneta unica, sforano il tetto del 3% del rapporto tra deficit e Pil e non hanno intenzione di rientrare. E così la Bce guidata da Jean-Claude Trichet cede a una tentazione che tra i conservatori fiscali tedeschi circolava ieri come oggi: lasciare che sia il mercato a imporre quella disciplina che i trattati europei non riescono a mantenere. Nel 2005, quindi, la Bce ribalta la sua linea e stabilisce che è il rating del titolo di Stato a determinare se può essere preso come collaterale da Francoforte. È il primo riconoscimento che i Paesi dell’euro non sono tutti uguali e che, almeno sulla carta, possono fallire.

Athanasios Orphanides osserva che quella decisione non è stata tecnica, ma molto politica: la Bce ha deciso che dovevano essere i mercati e le agenzie di rating a decidere sul futuro dell’euro, non i politici o la Commissione Ue. Da lì non si è più tornati indietro e arrivare al disastro greco era solo questione di tempo. Due lezioni in questa storia: meglio tenere i conti in ordine e meglio non lasciare ai mercati il diritto di vita o di morte sugli Stati. Le conseguenze non sono state piacevoli.

Il polo di Nola annega nei debiti: così Punzo tira a fondo le banche

Il sogno è durato oltre un quarto di secolo. Ora si è inabissato e con lui il suo fondatore, quel Gianni Punzo che da semplice venditore di stoffe in piazza Mercato a Napoli, era divenuto il simbolo dell’imprenditoria di successo del Mezzogiorno. L’eclissi oscura per sempre l’80enne Punzo, amico e socio d’affari di Luca Cordero di Montezemolo nella Ntv (e non solo) venduta pochi giorni fa agli americani, ma la nube nera da tempo si è estesa alle banche.

Già perché se fu di Punzo l’idea visionaria di costruire dagli anni Ottanta in poi il più grande centro commerciale e interporto del Sud in quel di Nola, sono state le banche a metterci i quattrini. E ora dopo lunghi anni di crisi della galassia del Cis (il polo del commercio all’ingrosso), dell’Interporto campano e del centro servizi Vulcano Buono, tutte creature dell’ex venditore di biancheria, gli istituti di credito dovranno aspettare almeno 15 anni per sperare di riavere indietro (forse) i soldi. Non pochi.

La sola Cisfi, la holding finanziaria che sta in cima alla catena societaria che include il Cis, l’interporto campano e la società che gestisce l’immenso centro commerciale Vulcano Buono, poggiava ancora nel 2015 su ben mezzo miliardo di debiti, di cui 432 milioni solo con le banche. Sul Cisfi si riverberano i debiti delle controllate. Un’area integrata alle porte di Napoli da 5 milioni di metri quadrati, mille aziende e oltre 9 mila addetti nei tempi d’oro. Di fatto la più grande fabbrica di lavoro del Sud Italia. Costruita sotto la regia del Cavaliere del Lavoro Punzo, socio con Montezemolo anche nel fondo Charme dell’ex presidente di Confindustria, a partire dagli anni 80 con la prima pietra del Cis, poi del polo logistico e infine del centro commerciale progettato da Renzo Piano. Peccato che quel progetto faraonico sia stato messo in piedi con il contributo massiccio delle banche, Unicredit e Mps in prima fila. Il solo Interporto campano è arrivato a cumulare 280 milioni di debiti bancari; Vulcano Buono siede da anni su 133 milioni di prestiti.

Tutte le aziende vivono di credito bancario. Ma il problema è poter sostenere quel peso, pagare gli interessi e restituire il capitale. Cosa che dal 2012 non è più avvenuta nel regno di Punzo, oggi defenestrato da ogni incarico. Da anni infatti, almeno dal 2011, il reticolo delle sue società cumula solo perdite. Il Cisfi ha prodotto perdite per oltre 100 milioni con un’accelerazione crescente. L’Interporto, dove fino al 2011 era direttore generale l’attuale ministro Carlo Calenda, pupillo di Montezemolo, perde mediamente oltre 20 milioni l’anno. Per non parlare del Vulcano Buono, mai in grado di fare utili. Un’emorragia continua, che mette in luce il rapporto malato con le banche. Basti pensare che il solo Interporto campano nel 2016 fatturava 30 milioni perdendone 23 e con debiti che sono aumentati al punto tale da valere oltre 10 volte il fatturato. La controllante Cisfi ha visto i ricavi scendere da 120 milioni nel lontano 2011 ai 65 milioni del 2015. Come si fa a pensare di poter onorare e restituire i colossali prestiti bancari se il fatturato si dimezza, non ci sono flussi di cassa?

Ovviamente non si può. E allora è accaduto negli ultimi anni qualcosa che la dice lunga sul rapporto privilegiato che Punzo aveva con il mondo delle banche. Gli istituti di credito, dopo anni di trattative, a partire dal 2012 hanno chinato il capo. Via a un maxi piano di ristrutturazione del debito, omologato dal Tribunale di Nola a fine 2016. Per non far fallire la ex creatura mastodontica, ma dai piedi d’argilla, dell’ottuagenario Cavaliere del Lavoro, le banche hanno concesso la restituzione di oltre 300 milioni di loro crediti tra ben 15 anni quando il calendario segnerà la data del 2033. Un tempo biblico per debiti in buona parte scaduti da un pezzo. Non solo, ma il tasso è stato abbassato dal 6% all’1,5%. Un trattamento di favore pena il collasso del distretto di Nola. E così quel debito non pagato da Punzo diventa sofferenza nei conti delle banche. Mps aveva iscritto a settembre del 2017 l’interporto Campano come incaglio per 97 milioni e Vulcano Buono per 48 milioni. E questo solo per Rocca Salimbeni. Unicredit, dove per anni Montezemolo è stato vicepresidente, è capofila del pool bancario che ha finanziato Punzo: è esposto tuttora per 146 milioni e ha firmato l’oneroso piano di ristrutturazione dei debiti del complesso nolano.

Si dirà che è colpa della crisi e le banche non possono fare altrimenti. Si concede tempo perché l’alternativa è chiedere il fallimento per i debiti non pagati, perdendo così tutto il denaro prestato. Già ma da dove arrivano quei prestiti? Risalgono al 2007-2008. In un colpo solo UniCredit e Mps concessero mutui per quasi 300 milioni alle società di Punzo. Una cifra spropositata a fronte dei pochi flussi di cassa che venivano prodotti. Forse che i buoni rapporti intessuti da sempre da Punzo abbiano avuto un peso nella magnanimità delle banche?

Ora però da pochi giorni l’imprenditore è di nuovo un uomo d’oro. Dalla vendita della quota in Italo agli americani ha staccato in un colpo solo un assegno plurimilionario. Chissà se lo userà per restituire parte dei debiti, evitando che le banche debbano aspettare altri 15 anni per riottenere il loro denaro.

L’intellettuale progressista come fattore di regresso

Lunedì Repubblica ci ha garantito la lettura di un’intervista ad Axel Honneth – filosofo della Scuola di Francoforte, già assistente di Habermas – che si conclude con un pianterello sulla scuola e queste parole: “Magari il figlio di un elettore della Lega, se impara bene l’inglese a scuola e partecipa a degli scambi, farà scelte diverse”. Ora questa frase – così stupida, offensiva e classista – ci rimanda, grazie a un’idiozia particolare, al problema più generale dell’intellettuale progressista (I.P.) come fattore di impoverimento del dibattito pubblico. Laddove un tempo c’erano i grandi partiti del movimento operaio, oggi infatti è tutta “sinistra”, una cosa che pare non definirsi nell’urto degli interessi, nel dispiegarsi dei concreti rapporti di produzione e nelle concrete vite che generano, ma nel senso di sé che l’appartenenza assegna ai suoi aderenti. Il paternalismo ottocentesco, peraltro, non riesce più a mascherare il disprezzo che l’I.P. nutre verso “l’altro da sé” e che è l’unico collante che tiene insieme il suo clamoroso non capire un cazzo col bisogno di farlo sapere al mondo scrivendo e parlando. Gli I.P. si pensano internazionalisti e sono turisti; vorrebbero difendere il lavoro ma hanno solo le parole che gli ha fornito l’accademia del padrone; s’imbottiscono d’antifascismo folcloristico per non vedere il “tecnofascismo” su cui il Pasolini vivo (non quello che hanno santificato da morto) li aveva pur messi in guardia. Spariranno certo, come tutto e tutti, ma il danno che hanno arrecato al progresso in nome del progressismo non sparirà con loro.

Il totogoverno come il calciomercato: chi vince si sa alla fine

Avviso ai naviganti, o meglio ai miei otto lettori: in questi giorni articoli, servizi televisivi, editoriali e interviste sulla formazione di un nuovo governo a politici o a sedicenti esperti vanno affrontati con lo stesso spirito con cui si segue il calciomercato. Giusto entusiasmarsi, giusto sognare, sbagliato invece crederci. Perché buona parte di quello che viene pubblicato o detto ora è falso o ampiamente esagerato. Di sicuro c’è solo che per arrivare a un esecutivo qualsiasi ci vorranno ancora settimane e che il campionato, quello vero, inizierà il 23 marzo. Se quel giorno, come prevede il calendario, verranno davvero eletti i presidenti delle Camere si potranno cominciare a misurare le forze in campo e pensare agli incontri successivi. Tenendo conto però di un importante fattore: Movimento 5 Stelle e Lega giocano tutte le partite in casa. A Matteo Salvini e a Luigi Di Maio basta parlarsi per telefono per decidere di staccare la spina e di mandare gli italiani ai tempi supplementari: a un nuovo voto che si trasformerà in un ballottaggio tra pentastellati e centrodestra. Dal punto di vista della democrazia, anzi, questa sarebbe la soluzione migliore. In assenza di una legge elettorale decente, un secondo turno nazionale, con altissima probabilità di stabilire chi in Parlamento ha i seggi e chi no, sarebbe una bella risposta ai tatticismi, paure e roboanti dichiarazioni.

Le migliori in questa fase sono quelle di alcuni esponenti del Partito democratico, a partire dagli ultrà sconfitti renziani. Dire che il Pd starà all’opposizione è corretto e bellissimo, perché è vero che il 4 marzo va letto anche come una sonora bocciatura della loro esperienza di governo da parte degli elettori. Solo che se non ci sarà un esecutivo, e quindi una maggioranza, non ci sarà nemmeno un’opposizione. Ci saranno le urne. Se davvero le vogliono si accomodino.

Non male nemmeno le affermazioni del forzista Maurizio Gasparri che dopo la sua straordinaria Ode in rima al campionato (quello calcistico, non quello politico) ai microfoni di un Giorno da Pecora si sbilancia e assicura che Paolo Romani presidente del Senato è l’uomo giusto al posto giusto. Tralasciando un particolare: Romani è un condannato definitivo per peculato. Quando era assessore a Monza aveva trovato comodo dare il proprio telefono cellulare di servizio alla figlia, finendo così per risarcire bollette per quasi 10 mila euro.

Ora se si vuole far partire la legislatura col piede giusto, dimostrando di aver compreso il tipo di messaggio inviato alla politica dai cittadini stanchi della Casta, siamo sicuri che l’idea di puntare su Romani sia tra quelle da definire geniali? Belle sono comunque anche le uscite di chi invece vuole Roberto Calderoli seduto sullo scranno più alto di Palazzo Madama: non tanto e solo per l’abilità dimostrata nell’ideare una legge elettorale incostituzionale e con sincerità ribattezzata Porcata. A rendere insuperabile il progetto sono le foto di Calderoli con relativo maiale al guinzaglio che si trovano in Rete, evidente segno di compostezza istituzionale, e le dichiarazioni che dimostrano la sua sagacia: “Io su di me non avrei puntato una lira”. Ecco, se l’obiettivo è quello di far salire il Movimento 5 Stelle al 51 per cento, queste sono le scelte azzeccate. Oppure ammettiamolo: siamo ancora alle cronache del calciomercato. Chi vince e chi perde lo si saprà solo alla fine del girone di ritorno. Sperando che alla fine gli sconfitti non siano i cittadini.

Sempre meno uguali, sempre più poveri: la vera analisi del voto

È un vero peccato che le pagine dell’economia, sui quotidiani italiani siano così lontane da quelle della politica. È come fare un salto dal paese surreale al paese reale, come quando, usciti da teatro, si torna a casa, nella vita vera. All’inizio, per milioni di righe, ci becchiamo le contorsioni delle grandi manovre, le ipotesi, i retroscena. La crisi coniugale in atto nel centrodestra tra Salvini e Silvio Restaurato, o i cinquestelle che mettono su una faccia istituzionale e fanno di tutto per mostrarsi i più democristianamente misurati. Del Pd, ormai sempre più simile a una rappresentazione de L’ispettore generale di Gogol’ non ha senso dire e contano soltanto il chiacchiericcio pettegolo e la spigolatura, al massimo la nuova cartografia delle correnti, con enormi mappe di zone misteriose dove campeggia la scritta Hic sunt renziones, e ci sono macerie. E poi c’è la più o meno raffinata analisi di cause e concause, cioè il “come siamo arrivati a questo punto”.

Ecco.

Per suggerire una lettura di primo livello, per chi ancora ha il novecentesco vezzo di collegare la politica ai bisogni reali delle persone, basterebbe dare un’occhiata anche veloce allo studio di Bankitalia su reddito, ricchezza, crescita e diseguaglianze. Qualche numeretto, qualche linea di grafico che va su e giù, ed ecco in due minuti il “come siamo arrivati fin qua”, spiegato bene.

Quasi 14 milioni di italiani vivono con meno di 830 euro al mese, uno su quattro. Sono più poveri i giovani (il 30 per cento ha meno di 35 anni), sono più poveri al Sud (40 per cento). Tra il 2006 e il 2016 (dieci anni in cui hanno governato un po’ tutti gli attori della pièce qui sopra, spesso intrecciati in amorosi sensi) il rischio povertà per i capifamiglia tra i 35 e i 45 anni è passato dal 19 al 30 per cento, che vuol dire che quasi una famiglia su tre teme lo scivolamento verso il proletariato, categoria numerosa di cui nessuno si occupa (nemmeno degni di 80 euro, per dire: troppo poveri).

L’indice Gini, quello che misura il tasso di diseguaglianza, è aumentato in dieci anni di un punto e mezzo. Questo significa che pochi ricchi sono diventati più ricchi e che molti poveri sono diventati più poveri. E questo è avvenuto con Prodi, Berlusconi, Monti, Letta e Renzi e tutto il cucuzzaro, con buona pace di quelli che dicono che “serve stabilità”. Più stabili di così si muore: la tendenza è dritta come un fuso e premia la diseguaglianza. Si dirà: la crisi, le circostanze, il contesto. Bene. E poi si scopre (sempre Bankitalia) che quando arriva una ripresina non la vede nessuno: nel 2017 il Pil è salito del 1,5 per cento, mentre alle famiglie è arrivato solo lo 0,7, la metà.

Si capisce quindi il comprensibile astio di chi, in condizioni di sofferenza, non solo si vede arretrare, ma osserva altri avanzare, toccando con mano un’ingiustizia palese e offensiva. Si collabora alla ripresa, si lavora con meno diritti, con meno salario, con meno sicurezze, e poi quando la ripresa arriva (la più piccola in Europa) non si vedono nemmeno le briciole. Fa un po’ incazzare, specie poi quando vedi un partito asserragliato nelle zone ricche del paese e delle città, magnificare le sue politiche “di sinistra”, snocciolare numeri trionfali (e spesso falsi) sul lavoro dimenticandosi i working poors, cioè milioni di cittadini che, pur lavorando, restano poveri, anzi lo diventano di più. Con la destra, con il centrosinistra, con i tecnici, con i rottamatori, con i posati statisti, la diseguaglianza economica nel Paese è aumentata senza soste, costante, implacabile.

Poi naturalmente uno può anche appassionarsi alla segreteria Martina, alle manovre di Salvini, alle tattiche di Di Maio o agli appelli di Mattarella: è come leggere la rubrica “strano ma vero” sulla Settimana Enigmistica, deliziosamente insignificante.

Pd: Perdenti, elusivi e irresponsabili

La Direzione del Partito democratico aveva un sacco bello di domande politicamente rilevanti alle quali rispondere. Ha deciso, quasi all’unanimità, sette astenuti soltanto, di evaderle. Però è riuscita, nuovamente quasi all’unanimità, a rispondere a una domanda che nessuno ha ancora fatto. In assenza del segretario Renzi che, per correttezza politica, avrebbe dovuto presentare le sue dimissioni al più importante organismo del suo partito, spiegando perché erano necessarie e doverose, la Direzione le ha accettate senza batter ciglio. L’accettazione è stata sanzionata da un inutile tweet di Gentiloni che ha lodato “lo stile e la coerenza politica” di Renzi, facendo finta di non avere letto l’intervista di Renzi al Corriere della Sera nella quale figuravano in maniera prominente le critiche al presidente del Consiglio, il cui governo non avrebbe neppure dovuto nascere dopo la batosta referendaria, e al presidente della Repubblica.

In altri tempi, in altri partiti, dopo una pesante sconfitta elettorale, due milioni e mezzo di voti persi dal 2013 al 2018, più di sette milioni se Renzi continua a intestarsi il perdente bottino del “sì” al referendum costituzionale del dicembre 2016, la Direzione si sarebbe chiesta dove sono finiti quei voti, se si poteva/doveva fare una campagna elettorale meno personalizzata, se invece di parlare di squadra a due punte, in realtà relegando Gentiloni al ruolo di “spalla”, non fosse stato preferibile valorizzare quanto fatto dal governo. Avrebbe cercato di capire che tipo di partito è diventato il Pd: forte nelle città medio-grandi, debolissimo nei Comuni relativamente piccoli; molto votato dalle fasce medio-alte per reddito e istruzione, abbandonato dai settori popolari; evanescente fra gli elettori al di sotto dei 40 anni, presente in maniera cospicua fra gli ultrasessantenni. Il vicesegretario Martina ha accuratamente evitato di discutere di tutto questo che implicherebbe anche una critica severa a un partito divenuto personalista e una ricerca vera di un modello di partito diverso, con qualche radicamento territoriale. Che siano state le candidature paracadutate almeno in parte responsabili dell’emorragia di voti? No, la Direzione di questo tema mondano non si è occupata anche perché avrebbe portato con sé una qualche riflessione sulle modalità di scelta delle candidature e quindi sulla responsabilità non solo del segretario dimissionario, ma anche dei suoi collaboratori, tutti rieletti, seduti nelle prime file. Nulla dirò sulla legge Rosato per non sentire come replica un sospiro e il lamento: “Ah, avessimo avuto l’Italicum…” che non discuto in quanto a esito, quasi sicuramente non favorevole al Pd, ma in quanto alla qualità: cattiva legge elettorale. La Direzione non si è neanche interrogata sui più che mediocri risultati delle piccole liste coalizzate: Civica Popolare del ministro Lorenzin, Insieme dei prodiani, +Europa di Emma Bonino.

Lasciate inevase le domande politiche che segneranno comunque i problemi che il Pd in quanto partito dovrà affrontare per non scomparire, la Direzione ha dato una risposta secca e sommaria a una domanda che non è ancora stata rivolta agli organi statutari: “Staremo all’opposizione”. A prescindere momentaneamente da qualsiasi altra considerazione, il verbo è sbagliato. Poiché attualmente il Pd è al governo con Gentiloni e con un pacchetto di ministri importanti, il verbo giusto è “andremo” all’opposizione. La giustificazione di questo comportamento a futura memoria è semplicemente stupida: gli elettori ci hanno mandato all’opposizione. Sicuramente, non sono stati gli elettori che hanno votato Partito democratico a mandarlo all’opposizione. Anzi, votandolo speravano riuscisse a rimanere al governo. È tuttora probabile che gli elettori del Pd desiderino che il partito protegga e promuova le loro preferenze, i loro interessi, addirittura i loro ideali con impegno, con “umiltà e coesione politica” (seconda parte del tweet di Gentiloni che, evidentemente, sta già sognando un altro partito.

In una democrazia parlamentare multipartitica, chiamarsi pregiudizialmente fuori dalle procedure, consultazioni e confronti programmatici, che conducono alla formazione di un governo, rifiutare il proprio apporto, annunciare un’opposizione preconcetta è un atteggiamento che ho definito “eversivo”. Nel frattempo, già più di una volta, il presidente Mattarella ha richiamato tutti al senso di responsabilità. Esiste una responsabilità nei confronti dei propri elettori, ma c’è anche una responsabilità superiore, quella nei confronti della democrazia parlamentare: responsabilità nazionale. Chi si rifiuta di contribuire alla soluzione del rebus prodotto dai partiti e dai loro dirigenti agevolati da una pessima legge elettorale che ha dato loro troppo potere a scapito di quello degli elettori è irresponsabile. Se rende impossibile qualsiasi soluzione il suo comportamento merita di essere definito eversivo.

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Il mondo virtuale diviene reale per governarci

I consensi maggiori dell’elettorato vanno al Movimento che non ha luoghi di discussione e di confronto reale tra persone fisicamente presenti. Non ci sono indirizzi, né luoghi di incontro, né occasioni di dibattito. Dirigenti, eletti, militanti non si conoscono, non si frequentano (tranne i cerchi magici, va da sé) se non sul web, online, nella realtà virtuale. Il mondo parallelo diviene realtà che si candida a governarci. Il confronto tra persone reale è archiviato. Gli succede l’universo virtuale. Lo scenario, piaccia o no, è questo. Sarà il futuro? Siamo sicuri sia quello da difendere? E il migliore?

Melquiades

 

Troppe cariche nelle mani di una sola famiglia

Leggo sul Fatto Quotidiano del 13 marzo che la moglie dell’(ex) giudice costituzionale Nicolò Zanon è membro del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa. Mi colpisce il fatto che i due coniugi (entrambi professori) si trovino contemporaneamente al vertice di organi giudiziari importantissimi; e immagino la possibilità teorica di discussioni familiari a ora di cena in cui si vanno a decidere i destini di rilevanti vicende nazionali. La questione su cui occorre riflettere va al di là dello specifico caso: in Italia la dote della sensibilità istituzionale e professionale è merce rara. Si assiste spesso a situazioni in cui il conflitto potenziale di interessi consiglierebbe la rinuncia a certi ruoli o incarichi. L’aspirazione personale al cumulo di cariche è legittima, ma spesso inopportuna; e la società civile non esercita quasi mai alcuna pressione critica. Occorre a questo punto una normativa che ponga fine una volta per tutte alle concentrazioni di potere in una stessa famiglia, in uno stesso studio legale, in uno stesso gruppo di soci. E anche alla compatibilità di incarichi per chi è docente universitario: il nostro mercato è gravemente alterato dalla possibilità per i professori di esercitare la libera professione. Intervenga su quest’ultima questione l’Autorità Garante della Concorrenza.

Vittorio Fiasconaro

 

L’aumento della diseguaglianza e il paradosso del questuante

Aumenta la diseguaglianza. Lo dice l’ultimo studio di Bankitalia, ma ce ne eravamo accorti in tanti. Quando i partiti fanno a gara a chi demonizza di più le tasse – elemento fondamentale di correzione della diseguaglianza – vuol dire che si sta affermando la secessione dei ricchi dai poveri. E questo lo si vede anche nei mutati orientamenti politici. È come se una larga quota del Paese avesse usato la sinistra per acquisire benessere e ora volesse usare la destra per non spartirlo. In tempi così malsani, sparisce la classe politica dei moderati, perché si assottiglia quella sociale corrispondente dei ceti medi. Così il sistema perde baricentro e si polarizza: pochi ricchi separati da molti poveri. Ma allora se i poveri sono così tanti, perché comandano quelli che abbassano le tasse ai ricchi? Detto meglio: perché la politica va sempre più a destra?

È il “paradosso del questuante”: i poveri che votano il miliardario, sperando che egli regali loro qualcosa. Ma c’è anche il trasformismo del maggiore partito di pseudosinistra – il Pd. Che abolisce l’Imu per tutti, avvantaggiando moltissimo i ricchi e pochissimo i poveri; che aumenta la possibilità dell’uso di contanti per il nero: che depenalizza ampie soglie di falso in bilancio; che impedisce di usare strumenti efficaci (intercettazioni) contro i corrotti; che dona e condona i grandi evasori.

Massimo Marnetto

 

Hanno creato una trappola per l’ingovernabilità

Gli esponenti del Pd ripetono ossessivamente che staranno all’opposizione e tocca agli altri governare sapendo di mentire: hanno creato una trappola (la legge elettorale Rosatellum) fatta per governare con Berlusconi o, in alternativa, fare in modo che si creino confusione ed instabilità. Il primo gioco non è riuscito, ma è riuscito il secondo. Non è vero che tocca agli altri governare perché, semplicemente, la trappola non lo permette; M5S e destra non hanno la necessaria maggioranza e i renziani rimangono l’ago della bilancia. Gli “altri”, però, non sono stupidi e gli infantilismi di Renzi (che domina ancora il residuo del Pd) sono stati più che sconfitti da strategie adulte e più intelligenti. Arriva, così, la mossa n. 1) del M5S: chiarire all’estero affinché se ne parli in Italia che la colpa di tutto lo stallo è di Pd-Fi e Lega (che ha votato questa legge) e mostrarli al mondo (e dunque agli italiani) come irresponsabili egoisti, capaci di manovrare lo stato per il tornaconto del ritorno al potere. Senza i giornali stranieri non ne parlerebbero quelli italiani. Una volta che ne parleranno quelli italiani, si può prevedere che il M5S diffonderà a più non posso l’idea di azioni ipocrite del Pd designandolo come responsabile di inciuci (vd. Rosatellum) e dello stallo attuale, in preparazione alle prossime elezioni che, così, potrebbero essere vicinissime e decretare la fine del Pd. Strategia che avrà successo, nonostante le strilla e le difese degli esponenti del Pd in tutte le tv, semplicemente perché è il potere della verità.

Barbara Cinel

Governi. È il proporzionale, bellezza: i partiti si rassegnino al parlamentarismo

Il tema del giorno del dibattito politico è la costituzione di un nuovo governo. Si registrano a volte appelli generici a questa o a quella formazione politica (soprattutto al Pd) con richiami al senso di responsabilità. Intanto la situazione concreta si contraddistingue per alcuni aspetti: da un lato la necessità delle formazioni politiche coinvolte di tendere al bene comune, dall’altra la necessità del pieno coinvolgimento delle forze che sostengono il governo, che sconsiglierebbe di avanzare proposte di mero sostegno esterno. Ciò premesso, la forma governativa da auspicare sarebbe quella di un governo sostenuto da M5S, Pd e LeU, con ministeri affidati a persone non direttamente inserite in tali forze politiche. Tale governo, poi, dovrebbe realizzare gli obiettivi programmatici, anche pochi ma significativi, concordati. Questo governo costituirebbe un concreto segnale di una dimensione politica nuova, cioè quella che si pone come finalità il raggiungimento del bene comune non garantito dalle tradizionali forme di gestione della cosa pubblica. Peraltro, un simile coinvolgimento del Pd non si scontra con il timore di essere alla fine eliminato dal Movimento 5 Stelle, perché rappresenterebbe la possibilità di una ricostruzione autentica a misura del patrimonio di valori politici di molti suoi elettori di oggi e di ieri. Di fronte alla proposta sopra evidenziata, pongo una domanda: il Pd è in grado di fare emergere un gruppo dirigente che abbia la capacità di intraprendere il percorso politico indicato? Il Pd è in grado di superare l’attuale logica della netta contrapposizione, sulla cui compatibilità con l’interesse generale è lecito dubitare?

Rocco Agnone

 

Gentile Agnone, mi pare che prima di arrivare a scegliere il prossimo governo (immagino che le opinioni su questo e su cosa significhi “interesse generale” tra lettori ed elettori siano le più varie) occorre che i partiti entrino anche psicologicamente nel sistema che hanno creato approvando il Rosatellum, cioè una legge certamente pessima, ma altrettanto certamente proporzionale. L’Italia è una Repubblica parlamentare e ora – dopo vent’anni di maggioritario – torna a esserlo pienamente: è compito costituzionale dei gruppi parlamentari (e dei partiti che li esprimono) trovare un’intesa sulla costruzione di un governo e di una maggioranza, intesa in cui ognuno – com’è ovvio – rinuncia a qualcosa facendosi, si spera felicemente, contaminare dagli altri. Solo così si evita che il destino del Paese sia messo di nuovo nelle mani dell’eterno trasformismo parlamentare italiano. Se non ci si riesce si torna al voto: non sarebbe comunque un problema.

Marco Palombi