Attore di “Gomorra” arrestato per droga: “Spaccia a Scampia”

C’è anche un attore del film “Gomorra” di Matteo Garrone tra i nove destinatari di provvedimenti cautelari eseguiti ieri mattina dai Carabinieri nell’ambito di indagini sullo spaccio di droga nel “Lotto P” di Scampia a Napoli, noto anche come “Case dei puffi”. Si tratta di Salvatore Russo, detto “Totoriello”, 55 anni. Nel film “Gomorra” del 2008, Salvatore Russo impersonava un affiliato alla camorra che “addestrava” le future vedette sparando contro il giubbotto antiproiettile che indossavano, testando così il loro coraggio. Russo era stato già arrestato il 26 novembre 2016 nel corso di un blitz dei Carabinieri sempre nelle “Case dei puffi”, colto in flagranza mentre fungeva da vedetta ordinando i tossicodipendenti in attesa per l’acquisto delle dosi di eroina o cocaina. Le indagini che hanno portato al provvedimento emesso ieri dal gip di Napoli, su richiesta della Dda partenopea, hanno fatto luce su una struttura criminale dedita all’approvvigionamento, alla gestione e alla vendita di stupefacenti che reclutava corrieri, spacciatori e soggetti incaricati della sola detenzione della droga da smerciare al dettaglio.

Stato e Regioni, guerra sui lupi da abbattere: bloccato il piano

Sistemi di prevenzione, rimborsi più rapidi agli allevatori danneggiati, un nuovo nucleo antibracconaggio. È quanto prevede il “Piano lupo”, un accordo che da mesi attende di essere approvato in Conferenza Stato-Regioni. Il motivo dello stallo riguarda un solo punto del testo, proposto del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. Per rispondere alle esigenze degli agricoltori, il governo aveva infatti promosso un abbattimento del 5% della popolazione di lupi presente in Italia, stimata in 1.300 esemplari. La proposta ha scatenato le ire del coordinamento degli assessori regionali all’Ambiente e delle associazioni animaliste, che hanno rigettato l’accordo. Lo scorso dicembre l’ultima riunione, con l’estremo tentativo del governo di stralciare l’abbattimento dal testo e di congelarlo fino al 2020. Tutto inutile: Regioni come il Veneto e la Toscana – in cui Coldiretti ha denunciato 1.348 attacchi di predatori agli allevamenti, per un danno superiore ai 3 milioni di euro dal 2014 al 2016 – hanno chiesto di poter procedere con la norma, mentrela maggior parte delle altre pretendevano una marcia indietro definitiva.

C’è poi una questione legata alla sicurezza. Negli ultimi giorni l’assessore all’Agricoltura altoatesino Arnold Schuler ha lanciato una petizione online – che ha già raccolto 15 mila firme – per chiedere interventi urgenti contro i lupi, che si starebbero “avvicinando sempre più agli insediamenti antropici e alle persone”.

Per approvare il Piano lupo servirebbe l’unanimità dei voti, eventualità finora impossibile per ammissione del presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini. Il prossimo incontro tra ministero e territori è fissato per il 21 marzo e potrebbe essere l’ultimo prima della formazione del nuovo governo. Ma al momento, all’ordine del giorno, non c’è traccia del Piano lupo. Più facile che la questione tocchi al futuro ministro.

“Una busta con i soldi per Messina Denaro”. In cella il re dell’eolico

Sessanta ettari di terreni coltivati a vite acquistati a un’asta giudiziaria per 138 mila euro e rivenduti per mezzo milione di euro, con una busta di denaro che da Vito Nicastri, il “signore del vento’’, come lo definì il Financial Times, arriva – ha rivelato il pentito Lorenzo Cimarosa – al superlatitante Matteo Messina Denaro. Come Al Capone, il re dell’eolico trapanese, amico di deputati regionali e già proprietario di un patrimonio di 1,5 miliardi di euro sequestrato dalla Dia, inciampa su un reato minore, un’estorsione, e finisce in carcere per mafia insieme al fratello Roberto e ad altri 11 imprenditori, boss e prestanome del Trapanese nell’operazione condotta ieri dalla Dia e dai carabinieri del Ros, che porta a galla ancora una volta i suoi contatti con la Primula rossa di Cosa Nostra.

Le indagini incrociano vecchia e nuova mafia: i terreni erano di Giuseppa Salvo, sposata con Alberto, nipote di Ignazio, il potente esattore di Salemi assassinato dai corleonesi nel settembre del ’92, che su quei fondi ereditati dal padre aveva chiesto alla Regione i contributi sui diritti di reimpianto. A farla desistere per dirottare il guadagno sui nuovi acquirenti – racconta ai magistrati – è la visita serale di Michele Gucciardi che, senza minacciarla formalmente, le replica: “Suo padre morse (è morto)’’, in perfetto stile mafioso, come in una novella di Camilleri. Ed è Gucciardi a consegnare una busta, diretta a Messina Denaro, a Lorenzo Cimarosa, il pentito che lo racconta ai magistrati: “Mi ha detto che praticamente erano i soldi dell’impianto di… di quello degli impianti eolici di Alcamo, e che c’erano stati problemi, ci fai sapere che c’erano stati problemi, perché aveva tutte cose sequestrate e i soldi tutti insieme non glieli poteva dare, perciò glieli avrebbe dati in tante tranche. La busta la portai a Francesco Guttadauro”.

E un altro tassello arriva da un’avvocata veneziana amica di Alberto Salvo, Chiara Modica Donà delle Rose: “Ricordo distintamente che Salvo ebbe a dirmi che attraverso Nicastri, Messina Denaro avrebbe ottenuto la grande soddisfazione di appropriarsi di beni che appartenevano alla famiglia Salvo, senza aggiungervi altri particolari’’.

La notizia dell’arresto del “re del vento’’ è stata commentata dall’ex governatore siciliano Rosario Crocetta che su Facebook ha ricordato “quando invitai l’on. Savona (Riccardo, Forza Italia, ndr) a uscire dalla sala, durante un convegno di ‘Sicilia Futura’, poiché diversi organi di informazione pubblicavano la notizia di rapporti imprenditoriali fra Nicastri e il deputato che oggi è stato rieletto in FI con il centrodestra ed è presidente della commissione bilancio dell’Ars… Quando la politica, per dirla con un eufemismo, è disattenta”. Per quelle parole “gravissime e diffamatorie’’ Savona annunciò la richiesta di un risarcimento per un milione di euro, ma non fu l’unico deputato regionale a finire iscritto tra gli “amici’’ di Nicastri: in un’informativa del 2010 la Dia scoprì che Mimmo Turano (Udc), ex presidente della Provincia di Trapani, nei primi anni 90 amministrava una società edile in cui figurava anche la prima moglie di Nicastri.

Tra gli arrestati di ieri c’è Giacomo Scandariato, figlio del presunto boss di Calatafimi e addetto al “controspionaggio’’ di Cosa Nostra: aveva il compito di scoprire le microspie piazzate dagli investigatori. Scandariato voleva acquistare un terreno del senatore Antonio D’Alì (Forza Italia) per piantare alberi di Paulonia e incontrò il parlamentare, qui non indagato.

Via libera alle trivelle in mare e rischio multe Ue per lo smog

Ambiente: per un Consiglio di Stato che dà il via libera alle trivelle, c’è una Commissione europea che pensa seriamente di bacchettare l’Italia per aver violato i limiti su smog e polveri sottili. Nei giorni scorsi sono arrivate diverse sentenze che danno il via libera all’utilizzo dell’air gun in mare (tecnica che utilizza la pressione dell’aria per capire se ci siano o meno idrocarburi e che, inizialmente vietata dal ecoreati, era poi stata “salvata”) per la ricerca lungo la costa adriatica, dall’Emilia-Romagna alla Puglia. I ricorsi erano stati portati avanti dalla Regione Abruzzo e dalla Puglia (prima con Vendola, poi con Emiliano) contro il ministero dell’Ambiente e la società inglese Spectrum Geo Lfd, titolare dei progetti e delle richieste.

Le decisioni (pubblicate tra 28 febbraio e 8 marzo) riguardano un’area di oltre 30 mila metri quadrati, da Rimini a Termoli e da Rodi Garganico a Santa Maria di Leuca. I primi a reagire sono stati i deputati e senatori di Puglia e Abruzzo del Movimento 5 Stelle. “Questa follia va fermata: siamo contrari alle trivellazioni, sia a mare sia a terra, e non solo alla tecnica dell’airgun. Si tratta di un vero assalto ai mari per qualche sporco barile di petrolio o qualche metro cubo di gas del tutto ininfluente sul consumo del nostro Paese”.

Nelle stesse ore, arriva anche un’altra allerta: la Commissione europea sarebbe intenzionata a bocciare il dossier per il contrasto allo smog presentato a fine gennaio dal ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti. I nove Paesi a rischio di infrazione hanno dovuto presentare un piano di contrasto allo smog, Italia compresa. Al momento, però, non si preannuncia esito positivo. La conferma definitiva dovrebbe arrivare ad aprile: passata la scadenza di metà marzo, la Commissione ha deciso di prendere più tempo. “Sull’Italia pende la spada di Damocle di un miliardo di euro di multa e il deferimento davanti alla Corte di Giustizia europea potrebbe essere il primo provvedimento europeo che dovrà affrontare il nuovo governo” spiegano i Cinque Stelle. “Non è giusto che questa multa ricada sui cittadini sotto forma di tasse – dice Piernicola Pedicini, europarlamentare M5S – e oltretutto l’Italia non comunica alla Commissione i dati sulla qualità dell’aria dal 2014”. Chiedono all’Europa di cambiare strategia e trovare una strada alternativa.

La multa è comunque l’extrema ratio: prima potrebbe esserci il deferimento di fronte alla Corte di Giustizia e poi, dopo mesi ed eventuali sentenze negative, si arriverebbe alla multa.

Torna in cella Vadalà, già fermato (e liberato) per il cronista ucciso

Le manette sono scattate nuovamente in Slovacchia per Antonino Vadalà, imprenditore calabrese interessato anche dalle indagini sull’omicidio del giornalista slovacco Jan Kuciak (venne fermato assieme ad alcuni parenti per poi essere rilasciato). Stavolta è stato arrestato con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, riciclaggio e autoriciclaggio. Nel mirino del Gico della Guardia di Finanza di Venezia è finita un’organizzazione legata alla ‘ndrangheta. Gli occhi degli inquirenti non si erano mai distolti dalla banda che, nel dicembre 2015, venne disarticolata al termine di un’operazione che permise il sequestro di oltre 400 chili di cocaina: dall’Ecuador lo stupefacente arrivava fino in Veneto e da qui in Lombardia e Slovacchia. Vadalà secondo gli inquirenti si occupava di gestire i traffici esteri e di organizzare le coperture finanziarie. Le nuove indagini – che hanno condotto agli arresti di oggi – avrebbero dimostrato che il capo, Attilio Vittorio Violi, nonostante si trovasse in carcere a Venezia, aveva ricominciato a tessere le fila del sodalizio illegale: “Attraverso i colloqui con la moglie – è stato spiegato in conferenza stampa – forniva indicazioni ai suoi fedelissimi”.

Lanciò Max Biaggi e Valentino Rossi. Addio a Beggio, patron dell’Aprilia

Tra i giorni più belli della sua vita, Ivano Beggio metteva quel 14 giugno del 1992 quando sul circuito di Hockenheim la sua Aprilia vinse la gara della classe 125 e riempì tutto il podio della 250. Primo Chili, secondo Max Biaggi, che due anni dopo avrebbe conquistato il primo dei suoi tre titoli con la casa di Noale (Venezia). Terzo Loris Reggiani, con cui sette anni prima Beggio aveva dato il via all’avventura nel motomondiale che lo avrebbe portato a 24 titoli iridati. E quando ieri, malato da tempo, lo storico patron dell’Aprilia se n’è andato a 73 anni, Biaggi lo ha ricordato come “un padre che sapeva mettere tanta passione a servizio delle sue capacità, così da trovare sempre la forza per un passo in più”. Tra i piloti chiamati in sella a una Aprilia anche Loris Capirossi e i tanti talenti lanciati proprio da Beggio, primo tra tutti quel Valentino Rossi protagonista di quattro anni che per il patron furono “pieni di gioie, felicità, vittorie ed emozioni, destinati a lasciare un segno indelebile nella storia del motociclismo”.

Successi sportivi legati in modo intrinseco alla storia dell’imprenditore. Entrato nel 1968 nello stabilimento del padre Alberto, Beggio lo porta pian piano dalla produzione artigianale di biciclette a quella su larga scala di moto. Con i modelli che detteranno le tendenze del mercato, come lo scooter Scarabeo o la moto RSV Mille. Negli anni Novanta inizia anche l’impegno in Confindustria, con la presidenza dell’Associazione industriali di Venezia.

Passione per le moto, la sua. Ma anche testardaggine, se nel 1997 a un convegno dice: “A me che sono nato artigiano e lo sono stato per 30 anni grandi economisti della Bocconi di Milano dissero anni fa che non avevo possibilità di mercato e invece…”. E invece l’Aprilia da piccola azienda della provincia di Venezia diventa il secondo produttore europeo e sfida i colossi giapponesi, con gli stabilimenti di Noale e Scorzè a girare a pieno ritmo per star dietro a un export che cresce dai 27 miliardi di lire del 1992 a 250 milioni di euro. Numeri che gli valgono la nomina a Cavaliere del lavoro e due lauree honoris causa. Fino alla crisi di liquidità e all’eccessivo indebitamento che nel 2004 portano Beggio a cedere la sua creatura alla Piaggio. Gli vengono concessi due anni da presidente onorario, fino al 2006. Poi l’uscita da un mondo che però non abbandona mai per davvero. Così tre anni fa, alla festa per i suoi 70 anni, ci sono anche Marco Melandri e Manuel Poggiali. Due dei suoi vecchi campioni.

“Le tangenti erano alla luce del sole” Arrestato Astaldi

La tangente da “1 milione e 650 mila euro” era riportata nel capitolato d’appalto, “alla luce del sole”, appena camuffata tra fatture e consulenze legali. Lo scrive il gip di Messina Salvatore Mastroeni, a seguito dell’inchiesta della Procura peloritana guidata da Maurizio de Lucia, sull’appalto del tratto autostradale Siracusa-Gela. Sei arresti tre gli undici indagati che sono imprenditori, avvocati e funzionari pubblici accusati a vario titolo di turbativa d’asta, abuso d’ufficio e corruzione.

Ai domiciliari sono finiti gli imprenditori Duccio Astaldi, presidente del consiglio di gestione del colosso Condotte Spa, e Antonio D’Andrea, a capo del Cda di Cosige Scarl, che avevano costituito il Raggruppamento temporaneo di imprese per partecipare alla gara.

Milanese di nascita, Astaldi è cugino di Paolo che guida l’omonimo gruppo aziendale. Ha studiato al liceo Tasso a Roma, si è laureato in ingegneria alla Sapienza nel 1989 ed è un volto noto del mondo dell’edilizia, avendo ricoperto per due anni la presidenza dell’Eic (European International Contractors), aderente alla Federazione Europea dell’Industria delle Costruzioni. Astaldi guida dal 2008 la Condotte, che ha costruito il Mose di Venezia, la Metro A e la Nuvola di Fuksas di Roma e altre infrastrutture in mezzo mondo. Secondo il gip, emerge un “tasso d’illegalità neanche facilmente immaginabile”, e una “spregiudicatezza, basata evidentemente su un senso d’impunità” degli indagati, con gli imprenditore che si sarebbero avvalsi della “intermediazione” degli avvocati Nicola Armonium (in carcere) e Stefano Polizzotto (ai domiciliari), che fino al 2013 è stato consulente dell’ex governatore Rosario Crocetta. L’obiettivo, nel 2014, sarebbe stato corrompere i dirigenti del Consorzio Autostrade Siciliane (Cas), per ottenere l’appalto della Siracusa-Gela, e tra loro il vicepresidente Antonino Gazzara, anch’egli in carcere.

“Colpisce – osserva il giudice – la creazione di un fondo, con i soldi pubblici degli appalti, per consulenze e contatti, una riserva per tangenti e corrompere funzionari alla luce del sole e, ancor di più, che tale fondo sia stato autorizzato dall’amministrazione pubblica”.

Era infatti il Cas, ente pubblico non economico concessionario dell’Anas, a occuparsi del bando del tratto “Ispica viadotti Scardina e Salvia Modica”, nel secondo tronco dell’autostrada. Concorrono otto aziende, tutte raggruppate in Rti e consorzi, e vince il duo Condotte-Cosige. Tecnis Spa e Sics Spa, sconfitte, presentano un ricorso al Tar di Catania, che nega la sospensiva ma ravvisa “numerose irregolarità” e trasmette gli atti ai pm di Messina e Siracusa per valutare eventuali reati. Al giudice del Tar risulta “strano” che i vincitori avessero apportato delle “modifiche cosi rilevanti” al progetto iniziale, e che “la commissione abbia ritenuto esaustivi i chiarimenti forniti”, “senza quindi acquisire ulteriori (seri) elementi di valutazione”.

Nel corso dell’iter, il responsabile del procedimento Gaspare Sceusa, oggi ai domiciliari, costituisce una sottocommissione per “valutare la congruità delle offerte anomale”. Secondo l’accusa però, Sceusa insieme agli altri componenti della commissione Pietro Mandanici, Sebastiano Sudano e Antonino Recupero, tutti indagati, avrebbero turbato la gara “con mezzo fraudolento”, in quando avrebbero fissato “svariate sedute con il dichiarato intento di ottenere chiarimenti sull’analisi di spesa”, e in seguito valutato “positivamente le giustificazioni della Rti Condotte d’acqua Spa e Cosedil”, affidando loro l’appalto da “289.560.523 euro”.

Il vicepresidente Gazzarra, scrive il gip, “avrebbe messo a frutto ruolo e contatti”, “per ottenere vantaggi e utilità di tipo economico”, e “incarichi di consulenza da parte di Armonium”, avvocato e amministratore di fatto della Pachira Partners, società di consulenza della Cosige Scarl, che avrebbe tessuto le relazioni corruttive tra pubblici e privati.

Nelle numerose intercettazioni agli atti, il gip evidenzia le conversazioni tra l’ingegnere Giuseppe Irace e l’avvocato Giacomo Pacelli, entrambi del gruppo Condotte, nel corso della quale sarebbe emersa una tangente da “300 mila euro” in favore di Gazzarra, pur non essendo stata riscontrata da “accertamenti bancari”. Il fondo destinato alla corruzione, però, secondo l’accusa, ammontava a 1 milione e 650 mila euro. Irace e Pacelli per il giudice erano “consapevoli della trama corruttiva”, tanto da preoccuparsi “di trovare eventuali giustificazioni da fornire sulla già erogata anticipazione di parte del corrispettivo alla società”.

A seguito dell’indagine peloritana, Astaldi si è dimesso dalla sua carica in Condotte.

Genova, lo sceriffo del cassonetto

Aveva iniziato una decina di giorni fa l’amministrazione Pd di Bergamo (Giorgio Gori), che aveva multato i clochard. In “applicazione” a quanto previsto dal decreto per il decoro urbano voluto dal ministro dell’Interno Minniti, erano stati sanzionati per “intrattenersi in giaciglio di fortuna, limitando la libera fruizione e accessibilità delle infrastrutture fisse e mobili del trasporto pubblico locale”. Ora “rilancia” Genova, amministrazione di segno opposto ma di identica reazione, con il neosindaco di centrodestra Marco Bucci. Multe fino a 200 euro per chi fruga nei cassonetti dell’immondizia del centro città in cerca di cibo. “Nessuno colpirà chi prende cose per fame, ma solo chi getta fuori dai cassonetti le cose sporcando”, ha provato a spiegare l’assessore comunale Stefano Garassino. Comunque sicurezza assicurata.

Roma, la toppa e il buco: uscirne in 40 giorni

Buche, voragini, crateri. E poi gomme forate e sospensioni di auto e moto danneggiate. A Roma da una settimana non si parla d’altro, da quando la città ha riaperto una relazione complicata con il suo manto stradale. Colpa della neve, del ghiaccio, delle piogge abbondanti. E, probabilmente, di interventi di manutenzione non sempre fatti a regola d’arte, di cui ora si sta interessando anche la Procura. Una storia che richiama ancora una volta i limiti strutturali di finanziamento del Campidoglio e quelli di organizzazione della manutenzione urbana.

Il 26 febbraio sulla Capitale è arrivata una nevicata che mancava da sei anni. A eccezione del trasporto ferroviario, andato in tilt, la città nel complesso ha tenuto pur con qualche disagio. I danni, però, sono usciti fuori alla distanza: dopo la neve è arrivato il ghiaccio a dilatare l’asfalto, che poi si è letteralmente sfarinato nel corso di una settimana di piogge incessanti. Che a breve potrebbero tornare.

La scorsa settimana il Campidoglio e i quindici Municipi hanno censito circa 50 mila buche lungo 800 chilometri di strade. Ovvero una distanza pari al percorso in autostrada da Roma al Brennero, però costellato di crepe lungo la strada. Poche le zone che si sono salvate, anche tra quelle recentemente oggetto di interventi per rifare l’asfalto.

La soluzione scelta dal Campidoglio per intervenire nell’immediato non è rifare integralmente i tratti di strada danneggiati, manovra che richiederebbe risorse impegnative per le esangui casse capitoline, ma mettere delle toppe. Da sabato è attivo un piano di intervento per chiudere le 50 mila buche entro la fine di aprile. Un mese e mezzo di mini cantieri disseminati in tutta la città al ritmo stimato di 1.500 interventi al giorno. Per finanziarlo la giunta Raggi ha stanziato 4,5 milioni di euro prelevandoli da un fondo apposito per le emergenze. Ieri, solo sulle arterie di grande scorrimento, sono stati eseguiti lavori lungo via di Boccea, su alcuni tratti di via Tuscolana, via Nazionale e via IV Novembre. Stanotte invece è in programma l’intervento sulla Tangenziale Est. E nelle prossime settimane dovrebbe arrivare anche una macchina tappa buchi presa a noleggio per velocizzare i lavori.

Parallelamente agli interventi sulle buche procede l’operazione ‘strade nuove’, che da alcuni mesi vede il rifacimento completo di alcune vie ad alta percorrenza e prevede in totale circa 90 cantieri finanziati con 11 milioni di euro. Tra gli interventi: via Tuscolana, via Appia Nuova, corso Francia, via Flaminia Nuova, via Cassia Nuova, Via Ostiense, via Nomentana, via Collatina… Insomma, una geografia che disegna il perimetro dell’intera città.

Certo, mettere delle toppe di asfalto a caldo espone il Campidoglio al rischio che il prossimo autunno, con le prime precipitazioni abbondanti, le buche si riaprano vanificando la spesa. Ma la questione si dipana da anni. Fino al 2008 infatti il Comune affidava l’appalto per la manutenzione stradale a un unico gestore, un’associazione di imprese composta da Romeo Gestioni, Vianini (Caltagirone) e Consorzio Strade Sicure. Tra i primi atti della giunta Alemanno ci fu la revoca di quell’affidamento, sostituito da uno diviso in otto lotti per evitare la concentrazione a un unico gestore, che però non ha migliorato la qualità delle strade. Oggi dodici squadre di pronto intervento si occupano del manto stradale ma resta il tema della qualità del bitume utilizzato, che sarebbe al centro delle indagini della Procura, che ha aperto un fascicolo senza ipotesi di reati né indagati.

Torino, 2 miliardi “olimpici”. Questo è il conto per il bis

Più di dieci anni sono passati dalla fine dei Giochi invernali di Torino e ancora nei “comuni olimpici” non hanno capito come riutilizzare alcuni impianti costruiti e poi abbandonati. Tutto è fermo in attesa della manifestazione di interesse che la sindaca Chiara Appendino dovrebbe firmare e inviare al Coni oggi. In attesa di capire cosa deciderà il Comitato olimpico internazionale a ottobre, sono stati sospesi i progetti di riconversione della pista da bob costruita a Cesana o dei trampolini per le gare di salto eretti a Pragelato, impianti costati molte decine di milioni e poi sono caduti in disuso. Lo studio di pre-fattibilità realizzato dalla Camera di commercio di Torino prevede la “rinascita dei due grandi impianti”. La pista di bob a Cesana, in Alta Val di Susa, è l’esempio dello spreco.

Soltanto la costruzione dell’opera in cemento e acciaio è costata 110,3 milioni e a lungo la sua manutenzione è costata 600mila euro l’anno, con rischi per l’ambiente provocati dall’ammoniaca utilizzata per raffreddare la superficie. Quando venne eretta la pista doveva diventare un polo del Coni per gli allenamenti delle squadre italiane di bob, skeleton e slittino, una sorta di “Coverciano delle nevi”, e un impianto per le gare internazionali, ma non è mai successo.

Nel 2016 si era affacciata la possibilità di coprire l’area costruendo un resort di lusso da mille posti e a marzo la francese Club Med, ma adesso la Fondazione XX Marzo, l’ente pubblico che gestisce il patrimonio delle Olimpiadi, ha sospeso il bando di gara per la ricerca di un operatore privato cui concedere l’area. Simile la situazione per i trampolini del salto a Pragelato, in Val Chisone. L’impianto, con due piste “scuola” e due olimpiche, è costato 34,3 milioni di euro: dopo anni di discussioni su progetti per lo sviluppo, tutto è fermo lasciando il complesso in uno stato di abbandono e degrado. Lì lo scorso anno il Comune di Pragelato ha pensato di ideare il “Campus degli Sport Montani”, con la rimozione dei trampolini olimpici e il mantenimento dei due più piccoli, ma l’orizzonte del 2026 potrebbe mettere i piani in stand by.

In occasione delle Olimpiadi dodici anni fa, costate 4,6 miliardi (sei volte il preventivo), erano stati realizzati dei palazzetti del ghiaccio. Due sono stati ricavati da strutture esistenti, come quello di Pinerolo o il PalaVela di Torino, realizzato nel 1960 per il centenario dell’Unità d’Italia e restaurato prima dei giochi da Gae Aulenti. Sono state costruite da zero, invece, tre strutture a Torino (il PalAlpitour, l’Oval al Lingotto e il Palazzetto del ghiaccio Tazzoli) e il Palazzo del Ghiaccio a Torre Pellice: “Stiamo ancora pagando i lavori al palazzetto di Torre Pellice perché ci piove dentro”, ha detto ieri in consiglio regionale il pentastellato Davide Bono. Stando allo studio della Camera di Commercio il recupero di tutti questi impianti dovrebbe costare intorno ai 170 milioni di euro, ma si tratta di stime e non di calcoli precisi, come ha detto Mimmo Arcidiacono, direttore dell’Agenzia Torino 2006.

Molti di quei soldi potrebbero arrivare dal “tesoretto olimpico”, fondi risparmiati da utilizzare per quegli impianti: secondo lo studio ci saranno 130 milioni, ma ora solo un terzo è disponibile. Quasi mezzo miliardo di euro è previsto per i lavori per il villaggio atleti e media che prevede il “recupero del patrimonio edilizio esistente” e “nessuna nuova edificazione”. Per il 2006 molte palazzine sono state costruite ex novo e una parte è degradata: è il caso di tre palazzine del villaggio olimpico ex Moi, nel quartiere Lingotto, occupate dal 2013 da migranti africani: “Nessuno però parla delle 500 famiglie che hanno ottenuto una casa Atc e delle migliaia di studenti che hanno avuto una residenza universitaria”, ha ammonito ieri pomeriggio in consiglio regionale il presidente del Piemonte Sergio Chiamparino. Chiedere a lui cosa pensa di nuove olimpiadi nel 2026 “è come chiedere all’oste se il vino è buono”, ha detto.