Un ritrattodi Luigi Necco raccontato per lo speciale Cose nostre di Rai2, andato in onda per la prima volta nel 2016 e riproposto come omaggio ieri sera. Dal lunedì al sabato giornalista di cronaca nera per il Tg1, e la domenica dissacrante commentatore sportivo per 90º minuto , programma nato nel 1970, appuntamento fisso per famiglie e appassionati di calcio: “Io non capivo nulla, e tuttora non capisco niente di sport. Né tantomeno di calcio; ero un tifoso cui era data l’opportunità di raccontare una partita. Tutti parlavano di calcio e quindi nessuno notava la mia ignoranza”. A fare da cornice al commento tecnico, l’ironia post partita di Necco, come quella che sbandierava dopo una vittoria del Napoli: “Molti struffoli evidentemente non sono stati digeriti da tutti”. E ancora: “Qualcuno diceva che l’Europa aveva chiuso le porte in faccia al Napoli. A quanto pare, quelle porte si stanno riaprendo”. Chiosa Necco: “Questo lavoro è una delle droghe che l’uomo prende per essere felice”.
Quando l’Italia (calciofila) correva a casa: alle 18 iniziava 90° minuto
C’era un’ora scarsa per arrivare dallo stadio davanti alla Tv, c’era da correre ma bisognava farcela a tutti i costi, perché alle 18 iniziava 90° minuto, e con quell’inizio finivano non solo la giornata, non solo la domenica, ma anche la settimana. Con Luigi Necco, scomparso ieri all’età di 83 anni, se ne va l’ennesima figurina di un album ancora vivissimo nei ricordi.
Da tempo aveva lasciato la Rai, eppure la faccia larga e cantante, gli occhialoni 4K, la parlata al tempo stesso violenta e dolce, la felicità e il cruccio scritti nei lineamenti, dove si poteva leggere il risultato del Napoli prima che lo annunciasse sono ancora lì, intatti. La memoria non è uguale per tutti.
Pare incredibile, nell’era dell’ubiquità e della permanenza coatta, ma il calcio allora era un dio invisibile, che decideva di mostrarsi nello spigato siberiano del monoscopio in bianco e nero solo allo scoccare di quel novantesimo di culto. Mai mezzibusti ebbero tanta visibilità, nemmeno la farfallina di Belén. Agli ordini prima di Maurizio Barendson e di Paolo Valenti poi, sfilavano nei loro 100 secondi di celebrità, facendosi largo a stento tra i tifosi che facevano ciao sullo sfondo, l’azzimato Giorgio Bubba da Genova, il rubicondo Cesare Castellotti da Torino, l’ineffabile Ferruccio Gard da Verona (che però ebbe un collasso in diretta commentando l’autogol della sua squadra), Tonino Carino da Ascoli Piceno (e ho detto tutto…).
E dal ’78 al ’93 nella postazione del San Paolo c’era anche Luigi Necco, anima e core, il più melodico, il più teatrale dei telecronisti, il boss dei fuorigioco, dei rigori e dei gol. “Milano chiama, Napoli risponde” era il suo saluto-tormentone; commossi fino alle lacrime i commenti del Napoli campione d’Italia con Maradona; divenuto proverbiale, durante i Mondiali di calcio in Messico nel 1986, il dubbio amletico espresso dopo il gol segnato dal pibe de oro con la mano in Argentina-Inghilterra. “La mano de Dios o la cabeza de Maradona?” “Las dos” fu la risposta di Diego Armando.
Come Luigi Necco, nel subbuteo di quel telecalcio primordiale ogni mezzobusto di 90° minuto era abbinato alla propria squadra, l’effetto comico nasceva anche dall’impari lotta per mascherare il tifo in un’improbabile neutralità; niente però a che vedere con i clown allevati in seguito, nella cultura del biscardismo, i cui numeri da circo si possono seguire ancora oggi, a cadenza quotidiana.
Luigi Necco, invece, era anche un vero cronista. Ne dette prova nel novembre 1981, quando venne gambizzato in un ristorante di Avellino per mano di tre uomini inviati da Vincenzo Casillo detto ’O Nirone, luogotenente di Raffaele Cutolo. Una punizione esemplare per avere raccontato in Tv l’omaggio reso dall’allora presidente dell’Avellino Antonio Sibilia al capo incontrastato della Nuova Camorra Organizzata.
Chi l’avrebbe detto? Quel mezzobusto pittoresco aveva anche le gambe. E non solo.
Addio a Necco: fuoriclasse vero non solo per il pallone
L’inusuale saluto agli spettatori dopo ogni collegamento. Le frasi memorabili a commento dei goal e delle vittorie del “suo” Napoli, una su tutte: “Napoli chiama, Milano risponde”. Ma anche tanta cultura e passione per l’archeologia. Luigi Necco, il giornalista napoletano morto ieri all’età di 83 anni, apparteneva a quella razza in via di estinzione dei giornalisti “mitologici”. Cronista per vocazione, agguanta lo sport, il calcio (del quale, confessò in una intervista, “non me ne fotte niente”) per imposizione dei vertici Rai. E fu subito “Novantesimo”, grande racconto del gioco del pallone. Anche se la passione per la cronaca maturata negli anni dell’Università al “Corriere di Napoli”, spinge Necco ad andare oltre la conta dei posti in classifica.
Indaga su calcio e camorra. Anni Ottanta, in Campania domina la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Ai boss fanno gola gli appalti della ricostruzione post-sismica e il business del pallone, con due squadre della regione in Serie A, il Napoli e l’Avellino.
Necco, già volto notissimo e amato dal pubblico di 90º minuto, viene a sapere che il presidente dell’Avellino calcio, Antonio Sibilia, è andato in un’aula del tribunale di Napoli dove Cutolo viene processato. Con lui il campione della squadra, il brasiliano Juarì, per rendere omaggio al boss e consegnargli una medaglia ricordo.
Il volto severo, le battute messe per un attimo da parte, Necco ne parla durante un collegamento di 90º minuto. Paolo Valenti, conduttore della trasmissione dagli studi di Roma, sbianca. E la camorra non dimentica lo “sgarro”.
Il 29 novembre 1981 un gruppo di fuoco aspetta il giornalista all’uscita di un ristorante di Mercogliano, in provincia di Avellino, e spara. Tre colpi alle gambe.
Cutolo dice di essere all’oscuro di tutto, “i giornalisti non si toccano e a me Necco mi sta pure simpatico”, a colpire sono gli uomini di “’o Nirone”, Enzo Casillo, il luogotenente del boss.
Anni di camorra e anni di Napoli e Maradona.
“Novantesimo” è spettacolo, Necco inventa i primi collegamenti in diretta con alle spalle gruppi di tifosi. Cosa che nel corso di un derby Napoli-Avellino, provoca l’esplosione di “chi t’ammuort” trasmesso in tutta Italia.
La passione per il Napoli a volte prevale, ma anche quello è spettacolo.
Memorabile la frase “Napoli chiama, Milano risponde” durante una partita tra le squadre delle due città finita 4-3, con la mano sinistra che indica il risultato. Diego Armando Maradona, altro grandissimo amore. Città del Messico 1986, Maradona segna un goal contro l’Inghilterra.
I tifosi britannici sono in rivolta, quella rete è stata segnata con la mano. Luigi Necco è il primo a chiedere all’asso argentino: “Il goal chi l’ha fatto, la mano de Dios o la cabeza de Maradona” (La mano di Dio o la testa di Maradona); Maradona gli risponde “Las dos” (Tutt’e due).
Necco diventò la star dei più grandi canali tv sudamericani. Non solo calcio e tv (Necco è l’anima di Mi manda Rai3, L’occhio del Faraone e Parlato semplice), ma cultura, soprattutto l’antica passione per l’archeologia.
La scoperta del tesoro che Heinrich Schliemann aveva trovato a Troia nel 1873. “Mi sono messo a studiare e a viaggiare come un pazzo senza badare a spese, ma alla fine ce l’ho fatta. Sono riuscito a individuare i ladri e il nascondiglio del tesoro, che è stato finalmente esposto il 16 aprile 1996 nel Museo Pukin delle belle arti di Mosca. Ho dilapidato i risparmi di una vita”, confidò in una intervista rilasciata a Il Giornale.
La Rai ha reso omaggio a Necco con uno speciale su Rai2, il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris lo ha ricordato con parole commosse (“Con Lui ho avuto un rapporto autentico, di stima e di affetto reciproci, gli ho sempre voluto bene anche quando capitava che non ne condividevo le analisi sulla Città”), ma le parole che più sarebbero piaciute a “Gigi” le ha scritte Matteo Cosenza, collega, vicino di casa e di giardino e amico. Luigi Necco “era un illustre cittadino di Napoli e, quindi, del mondo”.
Venerdì il sequestro del leader Dc raccontato da Gotor
Da venerdì 16 marzo il Fatto Quotidiano, con la collaborazione di Miguel Gotor, storico e autore di Lettere dalla prigionia (quelle scritte dal politico dc mentre era rinchiuso nella prigione del popolo di via Gradoli) e de Il memoriale della Repubblica, due dei libri fondamentali sul caso Moro, ripercorrerà la storia dei cinquantacinque giorni che nel 1978 sconvolsero l’Italia. Dall’assalto in via Fani del 16 marzo, con la “geometrica potenza” che sterminò gli agenti di scorta e portò via illeso il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, che stava aprendo la strada per un accordo con il Pci di Enrico Berlinguer. Proprio quel giorno Giulio Andreotti avrebbe chiesto la fiducia da primo ministro in Parlamento. Gotor racconterà la violenza, le reazioni politiche, la linea della fermezza e quella della trattativa, i depistaggi e gli errori, fino al ritrovamento del suo corpo senza vita nel bagagliaio di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, in pieno centro a Roma tra piazza del Gesù e le Botteghe Oscure, che decretò quel 9 maggio la fine di un’epoca di cui molti misteri sono ancora da chiarire.
“Cracco e gli ambasciatori del gusto devono lasciare il convento del ’400”
“Solo in Italia abbiamo un convento del ’400 occupato e usato gratis come magazzino di cucine da uno chef stellato”, sorride Domenico Finiguerra, consigliere comunale ad Abbiategrasso.
La cucina di Cracco è nell’antico Convento dell’Annunciata. Che sul sito dell’associazione Maestro Martino, “fondata e presieduta” dallo chef, viene presentato come sede dell’Ambasciata del gusto. Peccato che il contratto sia scaduto il 15 ottobre 2017.
“Vorremmo capire – chiede Finiguerra – a che titolo Cracco la occupa. E se il contratto, siglato dalla vecchia giunta, sia stato un affare o un pacco per il Comune che ha speso 11 milioni per recuperare l’immobile. Mentre da Cracco riceveva mille euro al mese”.
Tutto comincia nel 2015, vigilia dell’Expo. Ad Abbiategrasso plana Carlo Cracco, star tv con due stelle Michelin (oggi una). Il Comune gli affida parte del Convento. Finiguerra racconta: “Nei primi mesi ci risulta che l’immobile sia stato concesso gratis. Poi a un canone molto basso. Ma le cucine sono sempre lì”. Parliamo dello splendido convento dell’Annunciata, costruito nel 1466 dagli Sforza. Il sindaco Cesare Nai ha ereditato Cracco dalla passata giunta. Ma il canone non era fuori mercato? “Non era alto – risponde Nai – Però il contratto era breve, non si poteva pretendere un investimento. Adesso faremo una gara. Noi spendiamo 200 mila euro l’anno per la manutenzione…”. Da tre anni il Comune ci rimette centinaia di migliaia di euro.
E Cracco? Le cucine restano lì. E il sito dell’Ambasciata scrive: “La sede è nel Convento dell’Annunciata”. Cracco in un video dice: “Immagina un luogo dove si fondono tradizione e innovazione, alla fine del ‘400 nasce questo convento affrescato da pittori di scuola leonardesca. In questo spazio cuochi di tutto il mondo avranno cittadinanza”. Com’è possibile? Cracco non parla. Risponde la sua associazione: “L’accordo nei primi mesi non prevedeva un pagamento, ma attività culturali concordate con il Comune”. Poi? “Il canone era adeguato”. Ma perché siete ancora lì? “Abbiamo chiesto il rinnovo e nelle more ci è stato consentito di lasciare l’attrezzatura”. E l’evento benefico a cui, secondo Finiguerra, avreste detto di no? “Noi non avevamo più la disponibilità dei locali. Toccava al Comune”. Intanto i fornelli sono sempre lì, vicino alle volte affrescate.
“I killer di via Fani sempre più gelidi. E non dicono tutto”
Una spy story, un legal thriller, una serie tv Fox. A questo potrebbe pensare un ragazzo di vent’anni (ma anche di trenta e più) guardando gli (ottimi) speciali che in questi giorni i media dedicano ai 40 anni del sequestro di Aldo Moro e della strage della sua scorta in via Fani. Invece è storia vera, carne viva spesso ancora da suturare. E tornano i soliti, pluridecennali, interrogativi (basta fare un giro sui social per rendersene conto). È giusto che quella storia sia raccontata dai carnefici? La domanda probabilmente è mal posta. Interrogare anche i carnefici, in ogni caso protagonisti, è inevitabile. Colpisce semmai la distanza tra le testimonianze di questi giorni e quelle rese dalle stesse persone trent’anni fa a Sergio Zavoli, autore della monumentale La Notte della Repubblica, programma entrato nella storia della tv italiana. Ne parliamo con Sandra Bonsanti, giornalista di lungo corso, che quei fatti li raccontò in diretta.
Bonsanti, sono passati 30 anni da La Notte della Repubblica e oggi i protagonisti sembrano molto diversi, più freddi nel rievocare le loro azioni. È d’accordo?
Sì, ho avuto anch’io questa netta impressione, tutti siano rimasti colpiti dall’apparente – sempre che sia reale – freddezza del racconto dei quattro principali esecutori della strage di via Fani. Viene da chiedersi ancora oggi, ma chi sono? Il mistero dei misteri è come possano muoversi con tanta disinvoltura. In qualunque altro Paese non dico che sarebbero ancora in carcere (anche se in molti sì), ma certo non sarebbero in una casa comoda a parlare, a riflettere e ad essere intervistati. Non si tratta di essere forcaioli, è una semplice riflessione sul fatto che la storia del sequestro Moro non è per niente chiara: se prendiamo per buono tutto quello che dicono, la lotta in fabbrica – che a suo modo è anche affascinante – la storia di Moro non torna per nulla. Aldo Moro non rappresentava nulla nella storia delle Brigate Rosse. Facile dire che colpire Moro fosse più semplice perché Andreotti abitava in centro. Sappiamo bene che l’ostaggio poteva essere trovato e invece non accadde, perché? Chi ha fatto in modo che quello fosse l’epilogo?
Quindi non si iscrive al partito di molti autorevoli inquirenti per cui tutto quello che c’è da sapere sulle Br si sa?
Non sulla storia del sequestro Moro. E scusate se è poco. Poteva bastarne uno in qualche modo manovrato. Ne basta uno e la storia di molti non cambia, ma quella di tutti sì. Ricordo di averne parlato spesso con Andreotti, gli chiedevo del memoriale Moro, il cui originale non è mai stato trovato. Lui rispondeva: “Quando lo troveremo sapremo a chi lo hanno dato”. Non regge il racconto di una classe operaia sfruttata che si ribella. Moro non c’entra. Moro è altro.
Torniamo ai protagonisti. Moretti parla al presente, Morucci insiste ancora sul parallelo con la guerra partigiana, Fiore ride come chi rievoca avventure liceali, Gallinari è glaciale. Perché non c’è mai un’autocritica?
È sempre un rivendicare con malcelata soddisfazione le proprie azioni. Immaginiamo queste persone dire di loro stessi “Sì, siamo stati dei gelidi e vigliacchi assassini”. Ci sembrerebbe fantascienza, no? Non so che dire, non so trovare una risposta. Forse per sopravvivere hanno avuto bisogno di credere di aver fatto la storia, ma in realtà hanno fatto solo la storia del crimine. Il loro racconto della strage di via Fani è agghiacciante nella freddezza, come lo è ammazzare a sangue freddo una persona con cui si è di fatto convissuto per 55 giorni.
Da una parte le vittime e dall’altra i carnefici. Forse se trovassimo un sinonimo di vittime per includere anche i carnefici tra i “soccombenti” di una grande e collettiva storia sbagliata, faremmo un passo avanti?
Potrebbe, ma loro non molleranno mai il loro racconto storicizzato e giustificazionista. E poi non dimentichiamo, ci sono persone a piede libero che sanno sicuramente moltissime cose in più di quanto hanno voluto raccontare. Perché? Io non lo so, ma so che in questa storia a questo Paese, come per quella della mafia, è mancato il pentito “istituzionale”. Fino a che non esisterà, le ferite rimarranno aperte.
Cosa può capire un ventenne oggi da queste rievocazioni tv a 40 anni da via Fani?
Potrebbe ricavare strumenti utilissimi per comprendere la complessità della democrazia, su quante cose possano muoversi attorno a ciò che riteniamo consolidato. Le nostre vite, i nostri diritti, sono potenzialmente sottoposti a minacce continue. I ragazzi di oggi non solo molto spesso non sanno niente, ma non hanno più nemmeno gli strumenti adeguati per capire. La democrazia, il Paese, la società non sono un tweet.
Ordigno bellico a Fano. Evacuati in 23 mila, un terzo della città
Massiccia operazione, a Fano, per evacuare circa 23 mila persone (un terzo degli abitanti della città) dopo il ritrovamento di ieri di un ordigno residuato bellico della seconda guerra mondiale in un cantiere in viale Ruggeri, sul lungomare. Devono essere allontanate le persone da case, strutture ed edifici pubblici nel raggio di circa 1.800 metri dal punto di ritrovamento della bomba. Evacuati anche l’ospedale Santa Croce e la stazione ferroviaria. La decisione dell’operazione di evacuazione – per la quale sono stati chiamati a collaborare mille soldati, che passeranno casa per casa nell’area interdetta – è stata adottata d’urgenza dalla prefettura di Pesaro dopo che la ricognizione da parte degli artificieri dell’Esercito avrebbe evidenziato, secondo quanto si è appreso, che la bomba è stata accidentalmente innescata, forse durante le stesse operazioni che l’hanno portata alla luce. Si tratta di un ordigno di fabbricazione inglese da 500 libbre (circa 225 chili) con le spolette differite: in linea teorica potrebbe esplodere entro 144 ore.
Sisma, “abusivo il centro con i fondi de La7”
“Sono senza parole ma sereno e tranquillo perché credo che si tratti di un gigantesco equivoco”. È il commento sconsolato dell’archistar Stefano Boeri di fronte all’avviso di garanzia appena ricevuto. La stessa sorte toccata al sindaco di Norcia, Nicola Alemanno. A entrambi la Procura di Spoleto contesta la costruzione in area sottoposta a vincolo paesaggistico del centro polivalente della cittadina umbra (“Norcia 4.0” ), realizzato in seguito all’emergenza seguita al pesantissimo sisma dell’ottobre 2016. Il centro è stato sequestrato. “Non so come si faccia a dire che non è temporaneo”, aggiunge il direttore dei lavori, Boeri, famoso anche per aver creato nel 2014 il Bosco verticale, il progetto residenziale di Milano con due torri alte 112 metri che ospita 21 mila piante di 100 specie diverse. Ad autorizzare il sequestro del centro polivalente umbro, inaugurato nel giugno 2017, è stato il giudice per le indagini preliminari Francesco Salerno, poi eseguito dai carabinieri di Norcia.
La struttura è stata realizzata grazie ai fondi raccolti in favore delle popolazioni terremotate dal Tg de La7 e dal Corriere della Sera con la campagna “Un Aiuto Subito. Terremoto Centro Italia 6.0”. Durissimo il commento del direttore del telegiornale Enrico Mentana che, dopo aver ribadito che si tratta di una struttura temporanea, si è chiesto: chi risarcirà i cittadini nel caso in cui, come è prevedibile, a sbagliare saranno stati i magistrati? “Il centro polivalente è un esempio di temporaneità, è fatto in legno, viti e bulloni a secco. Persino i serramenti sono smontabili. Allora tutte le casette non sono temporanee – spiega ancora Boeri –. Abbiamo lavorato con il cuore in totale volontariato. Sono dispiaciuto per la popolazione che ha vissuto una vicenda drammatica e si vede privata dell’unico luogo di aggregazione sicuro usato per le scuole, per il teatro, per le sedute del Consiglio comunale”. Ma per il procuratore di Spoleto, Alessandro Cannevale, esistono violazioni al Testo unico dell’edilizia, come nel caso del centro polivante di “Casa Ancarano”, la struttura in costruzione nell’omonima frazione di Norcia, sequestrata nei mesi scorsi e che vede indagato ancora il sindaco Alemanno. L’articolo contestato in entrambi i casi è il 44 (interventi edilizi in zone vincolate in totale difformità o in assenza del permesso). Per i pm la struttura, realizzata nell’area della Marcite inserita nella rete Natura 2000, sottoposta a tutela paesaggistica in quanto all’interno del Parco dei monti Sibillini è definitiva e non provvisoria. Nell’ordinanza di sequestro il giudice scrive: “È chiaramente insussistente” l’applicabilità alla costruzione del centro polivalente di Norcia “della disciplina straordinaria fissata con provvedimento della Protezione civile nel quadro degli interventi conseguenti al sisma del 2016”. Ritenendo quindi che l’inapplicabilità della disciplina in deroga “sembra emergere inequivocabilmente dalla natura dell’opera”, visto che “già in fase di progettazione”, si legge ancora nel decreto, “veniva indicata come ‘struttura permanente polivalente in legno a uso sociale’, contrariamente a quanto previsto nella disciplina legale della procedura amministrativa seguita, la cui applicazione è limitata a opere temporanee”.
Sigilli che arrivano proprio il giorno prima dell’iniziativa organizzata dalla Rappresentanza in Italia della Commissione Europea “per sostenere la progettazione europea e aiutare la ripresa delle comunità e dei territori colpiti dal sisma”.
L’auto blu la usava la moglie: l’indagato resta alla Corte
Respinte all’unanimità. La Corte Costituzionale non accetta le dimissioni di Nicolò Zanon – il giudice nominato nel 2014 da Giorgio Napolitano – che ha chiesto di lasciare l’incarico dopo che era circolata, nei giornali, la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati per peculato d’uso. Resta in Consulta, quindi, anche se lui stesso ha deciso di autosospendersi “dai lavori del collegio” fino alla fine dell’inchiesta della Procura di Roma, che lo accusa di aver fatto utilizzare alla moglie, in sua assenza, l’auto di servizio con autista.
Non parteciperà alle udienze pubbliche anche se continuerà a lavorare, per esempio, scrivendo quelle sentenze che ha in sospeso. E nel frattempo continuerà a percepire lo stipendio.
Questa vicenda è eclatante e inedita in ogni suo aspetto: per la prima volta, infatti, un giudice che fa parte di una delle istituzioni tra le più alte cariche dello Stato presenta le dimissioni perchè coinvolto in un’inchiesta penale e per la prima volta, di conseguenza, i suoi colleghi decidono di respingerle. Questa decisione – all’unanimità anche se “sofferta” perchè qualcuno dei giudici voleva prendere tempo e rinviare – è maturata dopo che Zanon ieri ha parlato davanti ai colleghi spiegando in primis le contestazioni del procuratore aggiunto Paolo Ielo, titolare dell’indagine. Secondo l’accusa, da novembre 2014 a marzo 2016, sua moglie (non indagata) Marilisa D’Amico – ex consigliera comunale Pd a Milano e ora membro del consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa – avrebbe usato l’auto blu a Roma ma anche, in due occasioni, per andare a Siena e a Forte dei Marmi. Davanti al pm Ielo e anche ieri davanti ai colleghi, il giudice – con un passato nel Csm dove è stato nominato nel 2010 in quota Pdl – ha spiegato che secondo lui non c’è stato alcun abuso, tutto è avvenuto rispettando la disciplina interna che regola l’utilizzo delle autovetture assegnate ai giudici in maniera “esclusiva”. Per l’accusa, invece, il regolamento interno alla consulta esclude i parenti dall’utilizzo delle auto di servizio in assenza del giudice.
Nel caso del viaggio a Forte dei Marmi, ad esempio, ai colleghi Zanon ha spiegato che la moglie non aveva fatto altro che raggiungerlo, portadogli alcuni fascicoli sui quali stava lavorando mentre era in Toscana. In ogni modo, nonostante convinto di non aver commesso reati, Zanon ha deciso di dimettersi per rispetto delle indagini, dell’istituzione alla quale appartiene e per “etica”.
Di fronte a queste argomentazioni, i giudici della Consulta, dopo una riunione di circa tre ore, pur confermando “pieno rispetto e massima fiducia” nei confronti della magistratura ordinaria ma anche del collega Zanon, hanno deciso di respingere le sue dimissioni in attesa dell’esito dell’inchiesta, che auspicano arrivi in breve tempo.
La Procura di Roma, dopo aver interrogato Zanon nelle scorse settimane, ora esaminerà la memoria difensiva del giudice depositata ieri dal suo avvocato, il professor Franco Coppi ed entro una decina di giorni l’indagine potrebbe essere chiusa.
Sulla scelta della Corte di non accettare le dimissioni ha pesato anche il buon esito di non creare un ulteriore grana per Mattarella. Da oltre un anno, la Consulta si trova senza plenum: non è mai stato sostituito il giudice di nomina parlamentare Giuseppe Frigo che si è dimesso il 7 novembre 2016 per ragioni di salute.
Ora, qualora vi fossero state le dimissioni di Zanon – nominato dall’ex presidente Napolitano – sarebbe toccato a Mattarella scegliere un sostituito per evitare che la Corte continui ad essere vacante di due posti. Un nuovo grattacapo per il Presidente della Repubblica, già impegnato a trovare la quadra per un nuovo governo.
Il sondaggio dell’Istituto Noto sugli elettori del Pd
L‘Agcomci ha richiesto la pubblicazione della scheda metodologica del sondaggio pubblicato il 9 marzo scorso, condotto dall’Istituto Noto, che riguardava la propensione dell’elettorato Pd verso un governo promosso dal Movimento 5 Stelle. I risultati, nella loro semplicità, avevano suscitato molte polemiche che si erano trasformate, soprattutto sui social, in un duro attacco alla credibilità del giornale che aveva commissionato il sondaggio.
I risultati, segnala l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, non erano stati opportunamente corredati, in sede di pubblicazione, dai dati richiesti dalla normativa. Riportiamo quindi qui di seguito l’intera scheda metodologica.
Data di realizzazione del sondaggio: 7 marzo 2018. Committente: Il Fatto Quotidiano. Istituto fornitore: Noto sondaggi. Estensione territoriale: nazionale. Campione: Panel Omnibus rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne. Tecnica di somministrazione delle interviste: Cawi, Cati e Tempo Reale. Consistenza numerica del campione: 1.000. Rispondenti (in %): 93%.