Giusto appoggiare M5S, quindi il Pd non lo farà

Caro Direttore, sono d’accordo con Massimo Cacciari, l’unica salvezza per il Pd sarebbe di appoggiare la nascita di un governo 5 Stelle. Per questo escludo che possa accadere. Il Pd corre da anni verso l’autodistruzione e nessun discorso razionale può distoglierlo dal cupio dissolvi. Renzi è soltanto l’epigono di un lungo processo di separazione fra la sinistra tutta, riformista e radicale, dal proprio popolo. Il Pd e la sua miniatura, LeU, hanno preso il 19 e 3 per cento, ma rispettivamente il 10 e l’1 fra operai, giovani precari e disoccupati. A ragione, perché non se ne sono mai interessati e quando l’hanno fatto (Jobs Act) sarebbe stato meglio se non l’avessero fatto. La stessa scissione che ha dato poi vita a LeU non è avvenuta sulle politiche del lavoro, ma sulla legge elettorale, come si capisce un tema cruciale per i milioni di poveri e impoveriti d’Italia.

Una sinistra che non difende i deboli, in un mondo di crescenti ingiustizie, non serve a niente e a nessuno. Si comporta come i Dodo, la simpatica specie di volatili che depositava le uova a terra per facilitare il lavoro dei predatori. La sinistra ha da tempo depositato a terra la propria ragione sociale e di vita, la tutela del diritto al lavoro e a un reddito dignitoso, alla mercè di qualsiasi concorrenza politica.

Si tratta allora di stabilire qual è per il Pd il modo più indolore di suicidarsi. Dalle cose terribili che Renzi e Orfini e gli altri dicono circa una possibile alleanza con i grillini, ma soprattutto da quelle che non dicono, se ne evince che siano tentati dall’alleanza con la destra a guida Salvini. Uno scenario da film horror e dunque, visti i protagonisti, piuttosto plausibile. Proviamo a immaginare. Dopo aver sbandierato la distanza dei propri valori dal populismo di Di Maio e compagni, il Pd s’impiccherebbe a un accordo con i populismi assai più beceri di due fra le peggiori destre europee. Questa soluzione presenta agli occhi dei vertici del centrosinistra un paio di vantaggi. Anzitutto una bella ammucchiata per impedire al partito di maggioranza relativa di guidare il governo costituirebbe un modo per Renzi e i suoi di passare alla storia. In negativo s’intende, non riuscendovi in altro modo. Non è infatti mai accaduto nella storia della Repubblica che il partito di maggioranza relativa fosse confinato all’opposizione. Perfino quando il vantaggio del primo partito sul secondo era di pochi decimali, figurarsi ora che ha quasi il doppio dei voti. In secondo luogo, nella logica di disperdere a schiaffi in faccia il proprio elettorato, riesce difficile immaginare mossa più geniale dell’abbraccio a Berlusconi e Salvini. Sarebbe questa una morte più lenta del Pd, sia pure fra spasmi atroci e ulteriori scissioni. Massì, una più, una meno.

L’intellighenzia del Pd _ i compagni di strada del renzismo sparsi nei media che in questi anni hanno tanto e ben consigliato il loro leader _ tuttavia propendono, o dicono di preferire, una buona morte. Si tratta, come suggerisce il Foglio, di rimanere all’opposizione senza se e senza ma, aspettando sulla riva del fiume il cadavere di un’alleanza fra leghisti e grillini che non si farà mai. Questa strada, se Di Maio e Salvini non sono imbecilli, condurrebbe a elezioni anticipate per consentire a 5 Stelle e Lega di spartirsi le spoglie di quanto resta del berlusconismo e del suo imitatore.

Fra tutte, in ogni caso, è questa la soluzione più limpida. Fare come nei paesi normali, dove se non c’è maggioranza, si torna alle urne. Magari con una legge elettorale non incostituzionale, così, per provare il brivido. In questo modo saranno gli elettori del centrosinistra a scegliere fra qualche mese se preferiscono un governo Di Maio o Salvini e non i loro dirigenti, dei quali a questo punto tenderei a non fidarmi.

*Eurodeputato Gue-Ngl

“Voto Cinque Stelle”. La Cgil mette fuori un suo sindacalista

Posizioni troppo vicine a quelle del M5S, una critica al sindacato decisamente simile a quella mossa da Luigi Di Maio. Apriti cielo. Un post su Facebook partorisce il diluvio dentro la Cgil pugliese, che alla fine ci rimette più di un pezzo. E perde, soprattutto, un suo sindacalista storico. “Questo è squadrismo”, dice lui.

Accade a Lecce e protagonista della vicenda è chi ha rappresentato la Flc (lavoratori della conoscenza) all’interno dell’Università del Salento in tutti questi anni, Manfredi De Pascalis. Con un passato da segretario cittadino del Pds e da dirigente regionale di Rifondazione, è lui, da sempre, la Cgil dentro l’ateneo: l’ha resa la prima organizzazione sindacale, è punto di riferimento per tutti gli iscritti, primo degli eletti a ogni competizione. La sua opinione relativa alla necessità di un’autoriforma del sindacato, lanciata sui social a due settimane dalle politiche, però, è andata di traverso: per i vertici della categoria è diventata di “assoluta distanza e inconciliabilità” con la sua candidatura all’elezione delle Rsu (rappresentanza sindacale unitaria) del prossimo aprile.

“Da sempre uomo di sinistra, coerente e militante, ho deciso il 4 marzo prossimo di votare e sostenere il Movimento 5 Stelle”, ha scritto De Pascalis il 17 febbraio. E tra le varie ragioni elencate, in primis quella di “evitare che questo Paese sia nuovamente governato dal Renzismo/Berlusconismo”, anche la condivisione dell’esigenza “rilanciata” dai pentastellati “di un’autoriforma del sindacato (che corre il rischio di fare la stessa fine dei vecchi partiti malati di burocrazia e scarsa democrazia interna) e della riforma della rappresentanza per restituirla ai lavoratori (non è possibile che i lavoratori siano rappresentati dalle minoranze degli apparati)”.

“Ti saremmo grati se eliminassi dal tuo post quella parte”, gli hanno scritto a stretto giro il segretario regionale Flc, Claudio Menga, e la segretaria confederale Valentina Fragassi. Una lettera, la loro, che si apre con un appunto personale: “Se nelle tue scelte politiche attuali hai deciso di abdicare al valore della coerenza rispetto alla tua storia di uomo di sinistra aderendo al M5S, ebbene sappi che questa è una scelta di cui prendiamo atto, che non ci sentiamo di giudicare e che rispettiamo profondamente”. Poi, il rilievo sulle “forti criticità” in merito alla “presunta esigenza” di autoriforma delle organizzazioni dei lavoratori: quelle posizioni “sono già state lapidariamente espresse dal leader del M5S Luigi Di Maio, secondo cui i sindacati confederali ‘o si autoriformano o, quando saremo al governo, faremo noi la riforma’”. Susanna Camusso, come viene ricordato nella missiva, ha già contestato quella dichiarazione, “perché denota il grave analfabetismo costituzionale di chi l’ha proferita (semplicemente perché non sa che l’organizzazione sindacale è libera) e perché tale volontà di riforma governativa del sindacato denota che il segno è quello di ridurre la partecipazione alla democrazia”. Posizioni “offensive e antitetiche rispetto alla Cgil”, tanto da chiedere un passo indietro a chi si è candidato a rappresentarla.

“Quell’affermazione fatta da un dirigente crea problemi, perché qui la questione è difendere l’autonomia sindacale dalla politica – puntualizza al Fatto il segretario Menga –. Perché rimandare a un governo una riforma che spetta al sindacato, che ha tutti gli strumenti interni per farla, se vuole? È stata quell’affermazione a farci intervenire, in quanto inserita in un appello al voto che rinvia a una diatriba a distanza tra Di Maio e Camusso”. “Quanto fatto a me non è democratico, non è un qualcosa che appartiene alla Cgil – replica il sindacalista –. Dopo la lettera mi hanno convocato i segretari, poi è stato riunito il comitato degli iscritti: è stato come subire un doppio processo. Hanno tentato di porre ai voti il depennamento della mia candidatura e alcuni compagni si sono ribellati. Alla fine, mi sono ritirato io. È stato come andarmene da casa mia, occupata abusivamente dall’apparato”. Assieme a lui, altri 5 candidati su 12 hanno revocato la disponibilità a correre per le elezioni Rsu. E vanno con i Cobas.

Martina si dimette da ministro: a Gentiloni l’interim

“Ho ritenuto un dovere rassegnare le dimissioni dall’incarico istituzionale di ministro dell’Agricoltura data la particolare fase che si è aperta”. Lo ha detto Maurizio Martina, segretario reggente del Pd, annunciando pubblicamente le dimissioni nelle mani di Bruno Vespa, nel corso della trasmissione Porta a Porta. “Nella particolare condizione in cui siamo, penso sia giusto distinguere le due funzioni e quindi ho rassegnato le dimissioni al presidente del Consiglio” ha spiegato Martina, che ha assunto la reggenza del Partito democratico. Non meglio precisate fonti di Palazzo Chigi hanno informato le agenzie di stampa che il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha accettato le dimissioni dal ministero delle Politiche agricole presentate da Martina e ha assunto ad interim le deleghe relative. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, informano le agenzie di stampa, è stato tempestivamente informato. Rimangono al dicastero il viceministro Andrea Olivero delle Acli e il sottosegretario Giuseppe Castiglione, del Nuovo centrodestra.

In una sola foto l’eredità del renzismo

Come spesso accade, sono i dettagli a fare la Storia. La foto che campeggia su tutti i giornali di ieri e che ritrae la mansarda del Nazareno, dimora del caro estinto, piena di dirigenti del Pd impegnati nell’altisonante rito della Direzione post-elettorale (autocitandoci, confermiamo che la Storia si ripete sempre tre volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa, la terza come Direzione del Pd) è un capolavoro involontario della fotografia a cui solo l’odio per Matteo Renzi, come si sa all’origine anche della sua sconfitta al referendum e a tutte le elezioni dal 2014, impedirà di vincere il Pulitzer.

Sotto il soffitto a travi, una platea di più o meno note facce da talk siede in ascolto del comunicato del Comandante letto dal vice Maurizio Martina. All’apparenza tutto procede nella tipica placida irrilevanza di un dibattito del Pd degli ultimi anni, solitamente ruotante attorno al tema “come Matteo Renzi ci farà vincere le elezioni”, solo che stavolta un’aporia ne impedisce il regolare svolgimento. Per monopolizzare l’ordine del giorno il Capo ha dovuto assentarsi.

L’assenza illustre scompagina le dinamiche gerarchiche. Qui un tempo era tutto raduno motivazionale del Folletto Vorwerk, adunata semi-oceanica di “renziani” plaudenti in prima fila e altri correntisti dietro, col capo a minacciare lanciafiamme e a redarguire i sottoposti di non saper usare i social

con la stessa forza di fuoco dell’Isis. Qui i gregari ridevano fantozzianamente alle celie, alle frecciate, ai calembour

del leader, che più loro ridevano più faceva la faccia truce e alzava il tono della voce, per poi riabbassarlo e sorridere gaglioffo a un suo stesso motteggio (poi intimava di “esser seri”). Il nevrotico Napoleonino oggi non c’è (Dio se ci manca!). Eppure, mai come in questa foto è chiaro il suo passaggio vandalico sopra il partito.

Tutti i dirigenti, da Franceschini a Fiano, da Migliore a Bonifazi, da Richetti a Damiano, dalla moglie di Franceschini a Nardella, comprese da qui in poi le trascurabili retrovie, hanno gli occhi sul telefonino. Chi sta twittando che è alla Direzione del Pd; chi concorda l’intervista della sera; chi riferisce a Renzi o ai giornalisti ufficiali; chi si fa i beati affari suoi. Tanto che si fa prima a elencare quelli che non lo fanno: Scalfarotto, sospeso in una ebetudine stuporosa; Emiliano, in piedi vicino alla finestra e vestito come il tecnico delle caldaie; Gentiloni, impegnato a togliersi un pelucco dai pantaloni; Boschi, nascosta da un palo della tensostruttura a scapito della scenografia ufficiale che ancora vuole le più carine sedute in prima fila.

Escluso che stiano chattando con Mattarella, chissà cosa avranno di più importante da fare, questi dirigenti del partito che ha appena perso rovinosamente, che stare nel “qui e ora”, con l’anima e il corpo, a capire il presente e a prospettare un futuro che non sia solo quello del loro stipendio.

Nell’evidenza invisibile del dettaglio (in quello che Roland Barthes chiamava il “punctum”), la foto denuda la vera, unica portata del renzismo. Una corrente diciamo di pensiero che ha eroso ogni riflessione, per non dire ogni ideale, dal discorso politico per installare al suo posto un non-pensiero erratico, solubile, che dura il tempo di un tweet o di uno slogan. La foto disegna un’allegoria bruciante: il paggio Martina ha appena dato lettura della pergamena con cui il Sovrano in contumacia giura che s’è dimesso, che non molla (mollare è da boia) e che tornerà. Gli eredi di Berlinguer, invece di ascoltare, smanettano con l’iPhone, in un contrappasso che definiremmo dantesco se la statura dei soggetti coinvolti non fosse così misera. Emblematico che il soggetto del “tornare”, nella missiva dell’assente, sia “il futuro”, che Renzi, questo genio incompreso della politica, considera contro tutte le evidenze storiche ancora coincidente con la sua persona.

Il Pd comincia a piegarsi: sì a un governo del Colle

Il Partito democratico “garantisce il pieno rispetto delle scelte espresse dai cittadini e al presidente della Repubblica il proprio apporto nell’interesse generale” e “si impegnerà dall’opposizione”. Nella relazione di Maurizio Martina, votata dalla direzione del Pd lunedì, c’era anche questa affermazione. Nella fase di sbandamento elettorale, i Democratici divisi e senza meta, hanno comunque voluto addolcire i paletti opposti a Sergio Mattarella in questi giorni: nessun governo con “gli estremisti” (e dunque Luigi Di Maio e Matteo Salvini), ma neanche una chiusura netta e definitiva rispetto alle reiterate richieste di “responsabilità” del Colle. Ed è così che la locuzione “governo di scopo” entra nel dibattito.

Graziano Delrio, ieri mattina, ai microfoni di Radio Anch’io, la mette così: “Se Mattarella ci chiedesse di fare il governo? Valuteremo. Il presidente ha sempre la nostra attenzione e la nostra collaborazione. Noi siamo disponibili ad ascoltare”. Il resto del ragionamento pure trasuda “responsabilità”: “Non auspichiamo un governo M5S-Lega perché hanno fatto promesse che non sono realizzabili”. Matteo Renzi non ha fatto mistero di “tifare” per un esecutivo del genere, con l’obiettivo di mettere alla prova i vincitori. Delrio poco dopo si traduce: “Le mie parole sono state travisate. La linea è quella della direzione”. Dunque, collaborazione con il Presidente.

La realtà è che il Pd sta cominciando a riflettere sulla variabile “governo di scopo”, anche detto “governo del presidente”. Un’ipotesi che ha esplicitato Gianni Cuperlo per la minoranza lunedì, ma che nessuno esclude nella maggioranza dem, a partire da Renzi. Il quale lo considera eventualmente un’opzione da mettere in campo tra qualche mese, dopo il fallimento di tutte le altre ipotesi. E da fare solo su richiesta specifica di Mattarella. Gli schemi multipli però già circolano ai piani alti dei Palazzi. Da quello che vuole un governo guidato da Gentiloni, composto però da tecnici. A quello che prevede la guida di Raffaele Cantone o Carlo Cottarelli. In molti, pensano a un giudice costituzionale. Magari Giuliano Amato.

E se di scopo si tratta, sarebbe quello di fare una legge elettorale, con rapido ritorno al voto. Resta da capire chi lo appoggerebbe e quanto potrebbe durare. Gli scenari, però, sono prematuri: nel Pd l’invito di tutti è aspettare le elezioni dei presidenti di Camera e Senato per capire come si posizioneranno M5S e Lega. Martina, che ieri si è dimesso da ministro dell’Agricoltura, intanto ha chiarito: “Sulle presidenze delle Camere siamo disposti a un confronto aperto in Parlamento”. E ha perimetrato i termini della discussione sul governo di scopo: “Non credo sia una responsabilità nostra indicare soluzioni di questo tipo”. Quindi, starà al Colle eventualmente prendersi l’onere della richiesta. Spiega Ettore Rosato: “Mattarella non è che chiede al Pd di fare il governo, al massimo potrebbe chiedere a tutti i partiti di fare un governo prima di andare alle elezioni”.

Nel frattempo, tutti nel Pd cercano di capire quale sarà la vera strategia di Renzi. Andrea Orlando, che in direzione l’ha paragonato a Mao, non ha molti dubbi: “Bisogna evitare che alcuni si mettono a tirare il carretto e altri si mettono fuori a sparare. Quando Mao rimase isolato nel gruppo dirigente, inventò la parola d’ordine di sparare sul quartier generale”. Tanto è vero che “fonti orlandiane” avvertono il segretario-reggente: “Se i capigruppo saranno Rosato e Marcucci, Martina ha fallito”. Sono i due che Renzi vorrebbe. Perché se i big del Pd sono convinti che tornare a votare a breve non sia un’opzione, visto che il rischio è la definitiva scomparsa del partito, l’ex segretario a più di un interlocutore in questi giorni, ha detto che il voto per lui sarebbe una possibilità. Il sospetto dei colleghi di partito è che stia lavorando per “cuocere” il Pd e a quel punto farsi un suo partito. Ma anche in questo caso, prendere un po’ di tempo – magari con il governo di scopo – potrebbe essere una possibilità.

Mons. Becciu: “Non ci immischiamo nei problemi dell’Italia”

La premessa è il “distacco”: quello con cui lo Stato Vaticano guarda agli sviluppi della politica italiana dopo le elezioni del 4 marzo. Però qualcosa, monsignor Becciu, la dice. Il sostituto della Segreteria di Stato vaticana ammette che “è strano che qualcuno tiri il Vaticano da una parte e dall’altra”. I giornalisti che lo hanno incontrato a margine di un incontro a Roma, gli fanno una domanda precisa, ovvero se il leader del M5s Luigi Di Maio trovi sponde in Vaticano per un esecutivo moderato: “Io non so se ne abbia incontrata qualcuna in questi giorni ma mi sembra strano”, ha osservato Becciu, precisando che Di Maio “non lo ha detto, sono altri che glielo attribuiscono: ma noi non ci immischiamo, lasciamo che sia l’Italia a trovare la soluzione ai suoi problemi. Noi ci limitiamo a proclamare i principi per la buona convivenza di un popolo, ancorati alla Dottrina sociale della Chiesa. Basta”. Il numero due della segreteria di Stato vaticana assicura però che non farà mancare “la preghiera a Mattarella” affinché “trovi le soluzioni giuste”.

Il nuovo Parlamento può far tutto, anche se non c’è un esecutivo

Dalla nuova legge elettorale al Def, dall’elezione dei presidenti di Camera e Senato fino alla riforma carceraria: nella settimana che ha seguito il voto, si sono sprecate le suggestioni su quello che potrà accadere nel Parlamento che si sta per insediare. Il punto è che siamo in una fase che si snoda sui piani paralleli, ma non sempre convergenti, della teoria e della prassi. Quale dei due verrà privilegiato, dipenderà dalle scelte che il presidente della Repubblica dovrà compiere subito dopo Pasqua.

 

Prime scadenze per cominciare

Come noto, il calendario delle prossime settimane, ha tre scadenze obbligate che prescindono dal futuro della legislatura. La più indefinita nei tempi è l’elezione del presidente della Camera: si comincia venerdì 23 marzo, ma potrebbe andare per le lunghe visto che anche dopo il terzo scrutinio è necessaria la maggioranza assoluta. La scelta del presidente del Senato sarà necessariamente più rapida: dopo tre votazioni si va al ballottaggio tra i due più votati nello scrutinio precedente. Poi, le nuove Camere dovranno occuparsi del Documento di Economia e Finanza: entro il 10 aprile va inviato a Bruxelles, 5 giorni dopo passa all’esame del Parlamento.

 

Maggioranze variabili e figure condivise

Saranno queste votazioni la bussola con cui il Capo dello Stato si orienterà nella ricerca del nuovo governo? La faccenda è controversa. L’avvocato amministrativista Gianluigi Pellegrino, per dire, ritiene che sia “sbagliato applicare la proprietà transitiva tra maggioranze con finalità istituzionali e maggioranze politiche: al contrario, è auspicabile che le presidenze di Camera e Senato siano espressione comune di chi ha progetti politici diversi”. Eppure, ricorda il costituzionalista Michele Ainis “non è successo nemmeno per le ultime due elezioni dei presidenti della Repubblica….”, entrambi eletti (il Napolitano bis e Mattarella) dalle maggioranze politiche che erano alla guida del Paese (al netto del patto del Nazareno). Diversa la vicenda del Def che, ancora per Pellegrino, “può essere la cartina di tornasole di una maggioranza”, ma che è vincolato al lavoro che stanno svolgendo i tecnici del Tesoro e che dovrebbe essere, come auspica il costituzionalista Gaetano Azzariti, “molto defilato, visto che riguarda la programmazione economica dei prossimi tre anni”. L’esito può quindi essere schizofrenico: c’è una maggioranza che elegge i presidenti e un’altra che vota il Def.

 

I pieni poteri e la legge elettorale

Visti gli assodati difetti del Rosatellum, il prossimo Parlamento dovrà occuparsi di legge elettorale. In teoria può promuoverla anche senza aver dato la fiducia a nessun governo: le Camere – una volta eletti i presidenti, formati i gruppi e i relativi capigruppo – sono nel pieno delle loro funzioni. Non c’è alcun limite ai poteri dell’assemblea legislativa, a prescindere dal fatto se esista un governo in carica o ne sopravviva uno dimissionario. Può fare tutto, anche la legge elettorale (e non sarebbe male, concordano gli analisti, evitare di ritrovarsi a riscriverla come al solito, con le elezioni alle porte). Ma siccome, per dirla con Ainis, “è la legge più politica che esista” è anche quella con “la maggioranza più difficile da trovare”.

 

L’incarico a vuoto e il “fluido” Quirinale

Se non bastasse la scarsa probabilità con cui questi scenari potrebbero realizzarsi, si aggiunge pure la variabile principe di questa storia: il Quirinale. Sebbene non voglia svolgere il ruolo di “regista”, da Sergio Mattarella arriveranno orientamenti chiari. E il principale riguarda la durata del governo dimissionario: il più breve possibile. Il Colle non vuole prolungare senza motivo la permanenza di Paolo Gentiloni – Azzariti ricorda i casi di “Belgio, Spagna, Portogallo, Germania” dove “lo stallo è proseguito per mesi” – ed è anche convinto che il Parlamento, per prassi, non debba lavorare in assenza di un esecutivo in carica. Spariscono, almeno in teoria, le ipotesi di rifare la legge elettorale con la squadra del Pd a Palazzo Chigi. Una volta accettate “con riserva” le dimissioni del governo (in carica per l’ordinaria amministrazione), il Capo dello Stato verificherà se esiste una maggioranza per formarne uno nuovo. Se andrà male, le ipotesi sono tante. Una è affidarsi a un tecnico “di garanzia”. Un governo senza fiducia, per tornare a votare. L’ex presidente della Consulta Gianmaria Flick, la chiude così: “Per fortuna la Costituzione affida al presidente della Repubblica poteri ‘fluidi’, che hanno la possibilità di adattarsi alla realtà”.

Di Maio parla a Bruxelles perché i dem intendano

La strategia è chiara, eppure non esente da infortuni. Luigi Di Maio sceglie di parlare per la prima volta diffusamente dal giorno del voto e sceglie, per farlo, la stampa estera. Il candidato premier dei 5Stelle parla per accentuare il profilo “europeista” del Movimento e guadagnarsi la fiducia del Colle e di quei partiti (Pd e LeU) che temono il conflitto aperto con l’Ue che è il programma di Matteo Salvini. Se il leghista ieri teneva il punto sull’Europa, il grillino si fa invece moderatissimo come i completi blu che predilige.

Brevi esempi: “Non vogliamo avere nulla a che fare con i partiti estremisti europei, anzi massimo dialogo con le forze di governo europee che hanno ispirato buone pratiche che abbiamo messo nel nostro programma”; “nel 2014 l’Ue era un monolite, oggi ci sono molti più margini di riflessione per un cambiamento”; “il M5S non vuole isolare l’Italia, che invece avrà solidi rapporti con gli altri Paesi: l’Italia con noi resterà nell’Unione europea, nella Nato”; “mi pare che ormai tutti concordino che il parametro del 3% sul deficit vada rivisitato o superato. Se andassimo al governo sarei contento di discutere come rivedere i parametri sugli investimenti: noi abbiamo a cuore l’idea di ridurre il debito pubblico ma con misure espansive”; “il nostro programma non è mai stato estremista, sfido chiunque a dimostrarlo”; “siamo aperti al dialogo sui temi che interessano l’Italia: chiediamo responsabilità”; “le nostre misure economiche saranno sempre ispirate alla stabilità del Paese e alla qualità della vita degli italiani”.

Siccome, però, radunare il gregge è cosa difficile da fare solo coi toni flautati, Di Maio ha usato anche un po’ di bastone: se qualcuno si aspetta un nostro cedimento al “governissimo” si sbaglia (“noi non contempliamo nessuna ipotesi di governo istituzionale e di governo di tutti, gli italiani hanno votato un candidato premier, un programma e una squadra”); nessuna trattativa sui posti (“non siamo disponibili a immaginare una squadra di governo diversa da quella espressa dalla volontà popolare”); occhio a non tirare troppo la corda (“le forze politiche chiedono di tornare a votare? Non ci spaventa”).

Tutto bene finché non è arrivato il momento di Pier Carlo Padoan, che ieri a Bruxelles ha maramaldeggiato sull’incertezza della situazione italiana: “Credo che oggi Padoan sia stato irresponsabile – ha scandito Di Maio – È stata quasi una provocazione, come a dire ‘ora che vado all’opposizione avveleno i pozzi’. Tutti siamo chiamati alla responsabilità”. Frasi che non sono piaciute al Pd: “Le parole di Di Maio sono arroganti e per niente utili all’Italia. Altro che responsabilità. Insulta il ministro dell’Economia che ha garantito la tenuta del Paese e la sua ripartenza per poi predicare dialogo: una farsa”, ha risposto il reggente Maurizio Martina.

Padoan: “Dopo il voto l’Italia è un elemento di incertezza per l’Ue”

“Non so cosa succederà in Italia adesso, siamo un elemento di incertezza per l’Europa”. Lo ha detto ieri a Bruxelles il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan al termine delle riunioni dell’Eurogruppo e dell’Ecofin. Il riferimento del ministro è alle parole pronunciate qualche settimana fa dal commissario europeo per gli affari economici Pierre Moscovici, che aveva definito il voto italiano “un rischio politico per l’Europa”: “Lui stesso, nell’introdurre una discussione sullo stato dell’economia dell’Eurozona, aveva citato l’Italia come elemento di incertezza”. “Tra i ministri delle Finanze dell’Eurozona – ha detto ancora Padoan – c’è sicuramente grande interesse per quanto succederà in Italia”. Ma a chi gli ha chiesto una previsione sugli scenari dei prossimi mesi, Padoan non ha saputo rispondere: “Tutti i colleghi mi hanno domandato cosa succederà, ma io non lo so. Credo che sia la risposta più onesta: ho potuto solo descrivere loro tutte le ipotesi sul tappeto, la distribuzione dei gruppi politici in Parlamento e le ipotesi più o meno ragionevoli”.

Il leghista all’Ue: “Se serve supereremo il 3% di deficit sul Pil”

Ok al vincolo del 3% nel rapporto deficit/pil, ma solo se non sarà necessario recuperare denaro. Salvini è tornato ieri a Strasburgo per uno dei suoi ultimi giorni da parlamentare europeo e ha chiarito il suo pensiero riguardo a uno dei vincoli più dibattuti durante la campagna elettorale. Dopo aver litigato con alcuni giornalisti (“C’è tanta gente nervosa a sinistra, e se c’è gente nervosa a sinistra io sono contento”) che protestavano contro la presenza di suoi sostenitori in sala stampa, il leader della Lega ha fatto intendere di essere pronto a non rispettare il limite del 3% nel rapporto deficit/pil imposto dall’Unione europea. “Io ho detto che il tetto del 3% che fa parte delle regole, – ha detto Salvini – ma se devo aumentare l’Iva e le accise per trovare 31 miliardi di euro allora contratteremo con Bruxelles in modo sereno, per rispettare anche le esigenze italiane”. E ancora: “Il 3% fa parte di quelle regole scritte a tavolino che saremo contenti di rispettare se faranno stare meglio i cittadini, ma se in nome di quei vincoli dobbiamo licenziare, chiudere e precarizzare, allora non mi sta bene”.