I dipendenti della Rai hanno approvato di recente il nuovo contratto che sarà valido fino al 2022. Il precedente era scaduto nel 2013. Una grossa novità – come ha scritto Repubblica.it – riguarda la possibilità di assunzione di coniugi e figli in caso di morte di un dipendente, sia esso un operaio, un impiegato o anche un dirigente quadro. La parte che introduce una forma di aiuto con l’assunzione dei parenti diretti di un dipendente scomparso, come recita il testo, si applica solo a “situazioni particolari adeguatamente certificate e compatibilmente con le esigenze aziendali e in armonia con il Piano Triennale per la Prevenzione della Corruzione”. Il sindacato dei giornalisti Usigrai ha confermato la notizia. Per la verità, norme simili sono previste in diversi contratti di aziende private, ma la Rai, pur essendo una società per azioni, è di proprietà pubblica al 99 per cento. In Viale Mazzini, di solito, si viene assunti per concorso. Mancano ancora le firme di rito – attese entro oggi – affinché l’accordo abbia efficacia. Per la prima volta dopo il voto del 4 marzo, oggi si riunisce il Cda Rai. Sul tavolo l’aggiornamento del capitolo previsto dal nuovo contratto di servizio Rai-Mise, il canale in inglese. Dovrebbe essere la presidente Monica Maggioni a presentare una pre-analisi di studio con vari scenari possibili: quello di un canale puro e semplice, quello di una società interna e quello di una società autonoma che sia partecipata da Rai Spa, ma che abbia una gestione indipendente.
Comprare senatori fa schizzare lo spread? La Corte dei conti indaga
Aquasi sette anni di distanza da quei giorni vissuti sotto il bombardamento dei mercati finanziari, per Silvio Berlusconi torna l’incubo dello spread. Caduto in prescrizione il reato di corruzione, l’incauto “acquisto” del senatore Sergio De Gregorio per tre milioni di euro, ordito per scalzare Prodi da Palazzo Chigi, potrebbe costare ora ben più caro al leader di Forza Italia.
La Corte dei Conti del Lazio sta procedendo nei confronti di Berlusconi per il danno – d’immagine e erariale – che sarebbe stato causato allo Stato dal fatidico cambio di casacca. Stabilita l’ipotesi dell’illecito, si sono detti i procuratori del Lazio, occorre tradurla in pratica: come si fa a valutare le conseguenze sulle casse pubbliche della caduta di un governo, resa possibile da un reato, seppure prescritto? Incuranti delle conseguenze che una contestazione così surreale potrebbe avere su migliaia di atti di governo centrale e periferico, i magistrati contabili hanno pensato di incaricare la Guardia di Finanza di stimare l’ammontare dell’incremento degli interessi sul debito pubblico che lo Stato ha pagato dall’insediamento alle dimissioni del Berlusconi quater. Se l’ex Cavaliere non avesse fatto cadere fraudolentemente Prodi, devono aver ragionato i magistrati della Corte dei Conti, lo spread non sarebbe aumentato.
L’esecutivo di centrodestra nato a seguito della caduta del governo dell’Unione, si insediò il 7 maggio 2008 e rimase in carica fino al 16 novembre 2011, per un totale di 1 287 giorni, ovvero 3 anni, 6 mesi e 8 giorni. In questo periodo lo spread (il differenziale degli interessi pagati tra i Btp italiani e i bund tedeschi) passò dai 43,3 punti del governo del professore al record di 574 conseguito sotto la gestione del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, tanto che Berlusconi si dimise gridando al complotto. La fattura che la Gdf potrebbe presentare all’ex presidente del Consiglio è sicuramente stratosferica. C’è da calcolare infatti gli interessi composti pagati su un differenziale, accumulato in piena crisi del debito sovrano tra il 2008 e il 2011, pari a circa 770 miliardi. La sentenza di condanna a tre anni di reclusione pronunciata dal tribunale di Napoli l’8 luglio 2015 nei confronti del patron di Mediaset e dell’ex direttore dell’Avanti, Valter Lavitola è stata dichiarata prescritta il 20 aprile 2017 dalla Corte di appello del capoluogo partenopeo.
La stampa di destra archivia Berlusconi
Anche la stampa di destra, con l’ovvia esclusione del Giornale che ancora esalta l’editore pur rendendo gli onori a Matteo Salvini, ha archiviato il quarto di secolo in politica di Silvio Berlusconi.
Vittorio Feltri su Libero, al solito, sceglie parole nette. “Il Cav scomparso perché fa tutto tranne il politico”, è il titolo dell’editoriale di Feltri in cui il destino di Berlusconi si lega a quello di Matteo Renzi, per qualche tempo, soprattutto durante il referendum costituzionale, bandiera del quotidiano di proprietà di Antonio Angelucci, re delle cliniche private, senatore forzista, amico di Denis Verdini e dunque renziano. Per sposare Renzi, Angelucci fu costretto a cacciare Maurizio Belpietro. Adesso Verdini, non candidato né da Berlusconi né da Renzi, lavora nell’azienda editoriale degli Angelucci. Ma questa è un’altra storia. Dicevamo di Feltri.
Il direttore individua nella rottura del patto del Nazareno – peraltro architettato anche da Verdini – il punto di svolta verso il precipizio per Silvio&Matteo: “La lite fra Renzi e Berlusconi sulla elezione di Mattarella fu esiziale per entrambi i leader, causa della sconfitta del primo al referendum e causa dell’uscita di scena del secondo. Entrambi sono stati dei polli votati al suicidio. Matteo ha sbagliato a non abolire completamente il Senato, mentre Silvio ha sbagliato a rifiutare il capo dello Stato siciliano, molto più affidabile di Amato. Ma questa è solo la premessa al fallimento speculare del Pd e di Forza Italia, due partiti destinanti alla tomba”. Poi Feltri elenca i peccati del Nazareno, i temi scelti (e sbagliati) dal partito dem e la scarsa attenzione verso gli ultimi (fra i quali, il direttore mette gli italiani). Su Berlusconi è ancora più spietato: “Quanto a Berlusconi, sei nel giusto allorché affermi che designare Tajani premier è un’idiozia. Aggiungerei che i candidati da lui scelti, specialmente le solite donne amiche sue, hanno contribuito allo sfascio totale”.
Feltri chiude con l’elogio del leader leghista: “Personalmente sto con Salvini che è un uomo di strada e intuisce lo stato d’animo dei propri simili”. “Di chi sono tutti i voti del centrodestra”, l’argomento del pezzo di Alessandro Sallusti è promettente, potrebbe far pensare a un derby fra Salvini e Berlusconi, in realtà lo svolgimento è molto prudente. Il direttore del Giornale riconosce al Cavaliere il ruolo di eccezionale mediatore che ebbe nelle altre sue coalizioni e si limita ad “avvisare” il leghista: “Chi ha votato centrodestra, insomma, lo ha fatto con lo scopo primario di far governare il centrodestra, e se non è possibile in autonomia – il risultato elettorale dice proprio questo – sta al leader trovare la soluzione. Matteo Salvini è dunque atteso a questa prova per lui inedita. Non curare cioè gli interessi del suo partito – materia in cui è stato molto bravo – ma farsi carico di una responsabilità più grande. Altrimenti sarebbe onesto rinunciare al ruolo di capofila di qualche cosa che non sente suo o che non rispetta”.
E Sallusti, fa capire, se Salvini rinuncia è pronto il suo editore. Di più non si può. Non si spinge oltre. La Verità di Maurizio Belpietro, invece, di fatto ha abbastanza ignorato l’ex Cavaliere, proprio perché diventato marginale nelle dinamiche. Meglio Salvini.
L’accusa di LeU: “Ci stanno togliendo un seggio al Senato”
Dalla chiusura delle urne per le elezioni sono ormai passati dieci giorni. Un tempo ragionevole per auspicare di avere la lista definitiva dei neoparlamentari. Eppure ancora ieri gli uffici elettorali regionali lavoravano per chiudere i controlli sulle ultime schede contestate. E non sempre le cose sono filate lisce. In Campania, per esempio, la Lista Liberi e Uguali ha saputo ieri di aver perso un seggio al Senato, proprio poche ore dopo averlo strappato – o almeno, così credevano – agli avversari. Come è possibile?
“I nostri rappresentanti – racconta Loredana De Petris, senatrice uscente, riconfermata per LeU – hanno assistito al conteggio di tutte le schede contestate nella circoscrizione. Alla fine eravamo tranquilli, perché con il riconteggio il nostro capolista Giuseppe De Cristofaro aveva conquistato il seggio”. Ma tra la fine del riconteggio e la compilazione del verbale, accusa De Petris, qualcosa è cambiato: “Quando ci hanno fatto vedere il verbale finale, gran parte delle schede contestate erano finite a Forza Italia e noi eravamo fuori, avevamo perso il seggio”.
Da Liberi e Uguali raccontano come i rappresentanti di lista, presenti durante il conteggio, si fossero allontanati nella fase finale delle operazioni, avvisati dal segretario e dal presidente di seggio che, a quel punto, la compilazione del verbale fosse solo una formalità.
“Lì è successo qualcosa – denuncia De Petris – e sono cambiati i numeri senza che nessuno ci dicesse nulla. Nessuno ci ha dato spiegazioni, nessuno ci ha detto che c’era stato un errore nel riconteggio”. A sostegno delle proprie proteste, LeU esibisce una foto del verbale delle operazioni dell’ufficio elettorale regionale, quello che ancora dava ragione – e assegnava un seggio in più – al partito di Pietro Grasso. In quel verbale, si legge che Forza Italia, rispetto al primo conteggio – quello eseguito dagli scrutatori la notte del 4 marzo – , ha perso 2.517 voti e Fratelli d’Italia 885, mentre la Lega ne ha guadagnati 1.798 e Noi con l’Italia 1460. In questa fase, Liberi e Uguali (che dal conteggio del 4 marzo era rimasta per un pugno di voti sotto la soglia necessaria a guadagnarsi un seggio), si era aggiudicata 47 schede contestate. Abbastanza, sostiene il partito, per far scattare Giuseppe De Cristofaro in Parlamento con un totale di 68.919 voti e un margine di una cinquantina di schede sugli avversari del centrodestra. “È una situazione molto grave – dice ancora De Petris – in anni di esperienza non ho mai visto una cosa del genere”. E se durante le operazioni ai seggi è più semplice contestare le schede o evidenziare vizi formali, oggi la proclamazione dei neo parlamentari renderà molto più complicato ogni eventuale ricorso.
“Io ormai sono piuttosto esperta – racconta De Petris – e da quel seggio mi avrebbero dovuto portare via a forza. Però riconosco che non c’era alcun motivo per preoccuparsi”. Ogni richiesta di spiegazioni, secondo Liberi e Uguali, è caduta nel vuoto. Verbali blindati e bocche chiuse. Eligendo, il portale del Ministero dell’Interno dedicato alle elezioni, oggi assegna nella circoscrizione incriminata tre seggi al Movimento 5 Stelle – oltre ai quattro ottenuti nei collegi uninominali – , due a Forza Italia, uno a Fratelli d’Italia e uno al Partito democratico. Dati aggiornati allo scorso 7 marzo e che non tengono conto né del primo riconteggio – quello che secondo LeU avrebbe fatto guadagnare il posto a De Cristofaro – nè del verbale finale, che ha ristabilito la spartizione di seggi originale.
Svanita la speranza De Cristofaro, la pattuglia di Liberi e uguali al Senato rimane ferma a quattro parlamentari: Pietro Grasso (eletto in Sicilia), Vasco Errani (Emilia Romagna), Francesco Laforgia (Lombardia) e Loredana De Petris (Lazio).
La stessa De Petris ora vuole vederci chiaro: “Trovo incredibile quello che è successo. Se cambiano dei numeri, devono cambiare davanti ai rappresentanti di lista. Non so cosa sia successo tra la fine del conteggio delle schede contestate e la chiusura del verbale, ma so soltanto che fino a che c’erano i nostri rappresentanti noi avevamo un seggio in più”.
La cena per farli litigare Salvini e B. ai ferri corti
Un vertice interlocutorio. Che non ha sciolto i dubbi e i sospetti reciproci sul futuro della coalizione e delle possibili alleanze. Ma è un incontro in cui andato in scena un insolito asse tra Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, impegnati in una manovra di accerchiamento nei confronti di Matteo Salvini con l’obiettivo di serrare le file del centrodestra e stoppare sul nascere qualsiasi tentativo di dialogo tra la Lega e il M5S. Questa è la sceneggiatura del confronto che si è tenuto ieri sera a Palazzo Grazioli, il primo tra Berlusconi, Salvini e Meloni dopo le elezioni del 4 marzo.
L’appuntamento, come ai bei tempi, è a cena, nella sede romana dell’ex Cavaliere, dove Meloni e Salvini arrivano verso le 20.45. Berlusconi e Meloni hanno tentato di sondare le reali intenzioni del leader leghista, cercando di convincerlo che un dialogo Lega-M5S segnerebbe la fine del centrodestra. Peccato, però, che le armi di B., causa risultato elettorale, ormai siano spuntate, perché a dare le carte è Salvini. Che ieri è tornato a escludere qualsiasi dialogo con il Pd, lasciando più di uno spiraglio verso l’M5S. “Con i grillini i programmi sono diversi e noi non abbiamo una maggioranza, ma di sicuro non posso allearmi con chi ha mal governato in questi anni, ovvero il Pd”, aveva avvisato nel pomeriggio da Bruxelles il leader leghista. A esacerbare ulteriormente il clima, inoltre, anche l’uscita di Salvini sul tetto europeo del 3%. Parole che non sono piaciute a Berlusconi, da tempo impegnato, con Antonio Tajani, a ritessere i fili con le diplomazie europee.
L’agenda del primo vertice del centrodestra dopo le elezioni è assai densa. Su tutto, però, c’è la questione della presidenza delle Camere, che si porta dietro tutto il resto. Salvini non fa mistero di puntare allo scranno più alto di Montecitorio, dove vorrebbe piazzare Giancarlo Giorgetti. Un asse con i 5Stelle sarebbe adatto allo scopo e porterebbe i grillini verso la presidenza di Palazzo Madama.
Ma i ruoli sono intercambiabili: Senato alla Lega e Camera ai grillini. Ma è proprio quest’asse l’incubo di Berlusconi, secondo cui un accordo Lega-5 Stelle sulle presidenze sarebbe solo l’anticamera di un’intesa per il governo. Sulle presidenze, comunque, Forza Italia non ha perso le speranze. “Se ragioniamo in termini di coalizione, allora una Camera spetta al centrodestra. E visto che Salvini è in corsa per Palazzo Chigi, allora quel posto deve andare a noi”, è il ragionamento che si fa a Palazzo Grazioli. Che si scontra diametralmente con quello della Lega: dato che sul dopo non vi è nulla di certo e il governo di centrodestra è tutto in salita, iniziamo a prendere adesso quello che possiamo.
All’interno del braccio di ferro tra Lega e FI s’inquadra anche la scelta del partito berlusconiano di formare gruppi unici con la componente di Noi con L’Italia. Otto parlamentari sono poca cosa, ma diventano strategici nel momento in cui 4 senatori in più consentiranno a Fi di superare la Lega a Palazzo Madama, diventando il primo gruppo del centrodestra.
Tensioni e veleni tra alleati, dunque. Ma pure all’interno dei neo parlamentari azzurri. Tra i deputati azzurri, infatti, è già partita la prima rivolta contro Renato Brunetta. I due ex capigruppo Brunetta e Romani, infatti, sono in odore di proroga, almeno fino quando non sarà più chiaro il quadro generale. Ma su Brunetta è scoppiata la bagarre e questo potrebbe far saltare anche Romani. Se così fosse Berlusconi sarebbe costretto a rinnovare entrambe le cariche: a Montecitorio andrebbe così in scena un derby tutto al femminile tra Mara Carfagna e Mariastella Gelmini (ovvero partito del Sud contro quello del Nord), mentre a Palazzo Madama se la giocherebbero Anna Maria Bernini, Andrea Mandelli e Lucio Malan. Su questo fronte se ne saprà di più oggi alla riunione congiunta dei gruppi parlamentari, dove i deputati azzurri hanno intenzione di chiedere la votazione sul capogruppo. Sarebbe una dichiarazione di guerra verso l’ex ministro della Pubblica amministrazione.
L’autoreggente
Nessuno poteva ragionevolmente sperare che il Pd in Direzione trovasse una direzione, impresa improba tentata invano dai suoi 5 segretari in 10 anni (Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Renzi). Ma c’era almeno da aspettarsi che il politburo pidino individuasse le ragioni dell’ennesima disfatta elettorale, dopo quelle – mai analizzate – delle Amministrative 2016, del referendum 2016 e delle Amministrative 2017. Invece nessuno s’è nemmeno posto la domanda, per paura di trovare una risposta e di doverne poi trarre le conseguenze: e cioè il ritiro a vita privata di tutto il gruppo dirigente, renziano e non. Meglio continuare a oscillare fra due tentazioni: quella demenziale di farla pagare agli italiani, così imparano a diventare improvvisamente “populisti”, a non capire le grandi riforme dell’ultimo quinquennio e a non apprezzare il boom economico che ne è seguito; e quella infantile di interrompere la partita appena iniziata e portar via il pallone, così se non giocano loro non gioca nessuno. Più illuminante del cosiddetto dibattito c’è solo la foto di gruppo con tutti i presunti e aspiranti leader che guardano nei rispettivi smartphone mentre parla l’inutile Martina, il Signor Nessuno scelto come segretario reggente da un non-partito pieno di non-idee e di non-prospettive (tutti, tranne Nicola Latorre, caduto comprensibilmente in letargo). Del resto, perché mai qualcuno dovrebbe ascoltarlo?
Stiamo parlando dell’ex ministro dell’Agricoltura, già “giovane turco” e sempre giovane vecchio, che dalla sinistra Pd si convertì al renzismo il 4 dicembre 2016, con lo stesso tempismo di quegl’italiani che il 25 aprile 1945 uscirono di casa in camicia nera. Più che un reggente, un autoreggente. Uno che i giornaloni si sentono in dovere di definire “persona normale”, a scanso di equivoci. Uno che dice “opposizione” e tutti applaudono, fanno sì sì col capino, poi si precipitano davanti alle telecamere a dire: “Se Mattarella chiama, io ci sono”. Per un governo di scopo o del presidente, di larghe intese o di minoranza, di destra o del M5S, di tregua o di balneazione: purché non si rivada a votare, sennò addio poltrona. Renzi invece, parlandone da vivo, annuncia: “Mi dimetto, ma non mollo”. Potrebbe aggiungere “Mangio, ma digiuno”, “Parto, ma resto”, “Ti abbraccio, ma ti prendo a calci”. Tipico di un pugile suonato che si crede ancora il padrone del Pd perché i neoeletti li ha nominati tutti lui e dunque sono suoi per sempre (come se l’altra volta i bersaniani, i lettiani e i prodiani non fossero diventati tutti renziani): vediamo fra un mese quanti gliene restano, dopo il controesodo.
Cioè dopo la cura Mattarella: un misto fra due tecniche dell’arte culinaria a lentissima cottura – la frollatura e la mantecatura – che produce spezzatini talmente inodori e insapori da renderne irriconoscibili gli ingredienti. Intanto, per dirne una, il Corriere informa che ora Marianna Madia è “gentiloniana”: e la Madia, così giovane e così “botticelliana” (così la chiamavano i giornaloni quand’era ministra di Letta e di Renzi), è quello che sino a qualche anno fa era Mastella: un barometro ambulante che segnala dove tira il vento, essendo riuscita nel breve volgere di due legislature a essere veltroniana, franceschiniana, dalemiana, lettiana, bersaniana e renziana. Quando sia saltata sulla scialuppa dell’Ong Gentiloni e chi siano gli altri migranti salvati dal naufragio, non è dato sapere. Ma, almeno mentre scriviamo (le ore 19.39 del 13 marzo), sta lì. Poi si vedrà.
Eppure, se volessero capire perché prendono scoppole ininterrottamente da tre anni, lorsignori non avrebbero che da leggere l’ultimo rapporto non della Terza Internazionale, ma della Banca d’Italia: siamo un Paese sempre più ingiusto e diseguale, col 5% di benestanti che controlla un terzo della ricchezza nazionale, mentre rischiano la povertà un quarto delle famiglie, che salgono a 4 su 10 nel Sud, ma raddoppiano anche al Nord rispetto a 10 anni fa. Che ha fatto il Pd negli ultimi quattro governi? Nulla per migliorare le cose, molto per peggiorarle. Infatti gli esclusi, che un tempo guardavano speranzosi a sinistra, ora votano orgogliosi 5Stelle e persino Lega. Si dirà: tutti i partiti socialdemocratici d’Europa sono in crisi. Vero: hanno contribuito a creare un’Unione europea che somiglia più a un bancomat per ricchi che a una comunità di cittadini e, quando servono soldi per aiutare i più deboli, c’è sempre qualche parametro o qualche trattato che respinge la richiesta. Ma il Pd è socialdemocratico? Mai stato. Né con Veltroni & C., né tantomeno con Renzi, che ha copiato paro paro il programma di B. (infatti è ancora lì che tratta per un “governo di tutti”). Potrebbe diventarlo ora, tanto per cambiare un po’ e vedere l’effetto che fa. Come il Labour britannico che, passata la sbornia blairiana, s’è dato a Corbyn e gode discreta salute. O come i socialisti francesi, spariti dalla scena proprio mentre Mélenchon arrivava a un passo dal ballottaggio. Ma, alla Direzione senza direzione, nessuno ne ha parlato. Eppure è una legge della fisica politica: se la sinistra non fa la sinistra, ci pensa qualcun altro in sua vece. L’aveva capito il Bersani ultimo modello, anche se poi i suoi Liberi e Uguali, complice l’inadeguatezza di Grasso e l’eccessiva zavorra della vecchia “ditta”, sono apparsi poco Liberi e troppo Uguali al passato, e sono stati puniti. Ora, per completare la disfatta, manca solo un Pd che tratta Di Maio e Salvini come fossero la stessa cosa e riprende a inciuciare con B. Magari con Calenda, figlio di Confindustria, di Montezemolo, di Monti e di Renzi, cioè dei quattro naufragi più catastrofici dopo il Titanic. Se è vero che Dio acceca coloro che vuole perdere, qui non sa neppure da chi cominciare: sono già tutti guerci.
La folle domenica raccontata da Ciotti & C.
Dicono, ma noi non ci giureremmo, che nell’ultimo weekend, un po’ annoiati benché in Paradiso si stia benissimo, alcuni dei grandi di Tutto il Calcio Minuto per Minuto, per l’esattezza Roberto Bortoluzzi, Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Alfredo Provenzali e Everardo Dalla Noce, abbiano voluto dar vita a uno speciale Tutto il Calcio dall’alto delle loro postazioni privilegiate: da cui è possibile osservare gli stadi dei cinque continenti del globo terracqueo senza bisogno di ponti, cavi, antenne, auricolari. Dicono che l’esperimento sia andato male. Praticamente abortito.
Roberto Bortoluzzi non aveva ancora finito di presentare gli inviati (molto virtuali) negli stadi di tutto il mondo quando Enrico Ameri era costretto a interromperlo da Salonicco (Grecia) perché al minuto 89 di Paok-Aek Atene l’arbitro Kaminis aveva annullato per fuorigioco un gol del Paok e il presidente del club, Ivan Savvidis, era entrato in campo pistola in pugno, spalleggiato da due guardie del corpo, per protestare.
Partita sospesa; e campionato pure, aggiungeva attonito Enrico Ameri. Che stava dando la parola al ministro dello Sport greco, Vasiliadis, ma veniva interrotto da Sandro Ciotti che con il più classico degli “Scusa Ameri!” interveniva da Susa, Tunisia, dove s’era appena concluso il match tra Etoile du Sahel e Club Africain (0-1). Il rigore decisivo assegnato nel finale aveva scatenato il finimondo e i tifosi dell’Etoile, dopo aver lanciato pietre in campo, avevano preso d’assalto la tribuna stampa aggredendo e ferendo due giornalisti di Wataniya, la tv che diffonde i match della Ligue 1 tunisina.
Ciotti stava dando la parola ai dirigenti del network, intenzionati a sospendere tutte le trasmissioni, quando Everardo Dalla Noce, venendo meno al suo proverbiale e molto britannico aplomb, urlava “Scusa Ciotti” e interveniva da Londra per riferire che il West Ham era crollato in casa contro il Burnley (0-3), ma il risultato era niente in confronto alle tre invasioni di campo dei tifosi (uno dei quali eroicamente placcato dal capitano Noble) che avevano costretto i proprietari del club, Gold & Sullivan, a fuggire dallo stadio per ragioni di sicurezza. Dalla Noce stava offrendo il microfono al costernato capitano degli hammers, Noble, quando dall’Italia il pur garbatissimo Alfredo Provenzali era costretto a intervenire urlando “scusa Dalla Noce”. Era successo che al termine di Inter-Napoli 0-0, match clou della Serie A, a una normale, educata domanda della giornalista Titti Improta di Canale 21 (“Le speranze scudetto del Napoli sono compromesse?”), l’allenatore Sarri avesse risposto: “Sei una donna, sei carina e non ti mando a fare in culo per questi due motivi”. In sala-stampa tutti avevano riso a crepapelle. E delle due l’una: o Provenzali non aveva capito la battuta, o il calcio era diventato una vergogna. Mondiale.
Decimo Lp: i Negrita sono ancora tra noi
“Siamo ancora qua, trattasi di abilità, tra applausi e tra fischi campioni di rischi e nei dischi capisci le tue affinità”. È in un verso di Siamo Ancora Qua che è condensato lo stato d’animo con il quale i Negrita arrivano al loro decimo disco, Desert Yacht Club, il più autobiografico a detta della band. Composto da 11 brani dal sound innovativo e libero da preconcetti, si muove su doppi registri, ora universale-particolare, ora cosmopolita-nazionale, ora mondiale-provinciale. Musicalmente vario, si è puntato sull’elettronica e sul mix di generi, passando dal reggae al blues, dal funky e al folk. Quanto alle parole, densa di significato è Adios paranoia, perché parla della paranoia da scioglimento che a un certo punto si è insinuata nella band, e di quanto non sia stato facile allontanarla. Impossibile poi non accorgersi della disponibilità al confronto generazionale che il gruppo aretino ha dimostrato di volere con la nuova musica, non solo nelle parole, ma anche nei fatti: in Talkin’ to you c’è finanche il rapper Ensi.
Reinventare il cinema attraverso la musica
“Descansado” è un tuffo nel mondo del cinema, dentro quell’immaginario popolare fatto di storie, fotogrammi e melodie che si imprimono nella mente pronte a riportare a galla le emozioni provate nel buio di una sala. Magia di una colonna sonora riuscita. Una magia che Norma Winstone, jazz singer e apprezzata scrittrice di liriche, esplora affiancata da Glauco Venier (pianoforte) e Klaus Gesing (clarinetto basso, sax soprano), e aprendo il trio a Helge Andreas Norbaken (percussioni) e Mario Brunello (violoncello). Il risultato è “Descansado”, raccolta di musiche scritte da Nino Rota, Michel Legrand, William Walton, Bernard Herman, Ennio Morricone, Armando Trovajoli, Madredeus, Luis Bacalov e Dario Marianelli per film di Scorsese, Godard, Wenders, Jewison, Zeffirelli, Olivier, Tornatore, De Sica, Fellini.
Melodie ormai classiche che la creatività di Winstone, Venier e Gesing reinventa. A guidare arrangiamenti e invenzioni c’è la voglia di indagare le relazioni creative che intercorrono tra regista e compositore, ma soprattutto quella di sottolineare la molteplicità di modi in cui una colonna sonora contribuisce alla dimensione emozionale del film. In apertura “His Eyes, Her Eyes” (dl “Il caso Thomas Crown”) e “What Is A Youth?” (da “Romeo e Giulietta”) sono momento per saggiare coesione e potenzialità del gruppo. Coesione che è già empatia quando si arriva a “Descansado” (da “Ieri, oggi e domani”), qui Winstone riafferma le proprie capacità poetiche e firma le parole del suo canto, così fa anche per “Il Postino”, “Amarcord”, “Touch Her Soft Lips and Part” (da “Henry V”) e “Theme from Taxi Driver (So Close To Me Blues)”. Venier e Gesing la seguono sviluppando un sound che è sintesi riuscita tra l’atmosfera del film in oggetto e le emozioni messe in moto dal canto. Emozioni che raggiungono l’apice quando Norma si affida al “vocalese” per esplorare il Legrand di “Vivre sa vie”, poi “Lisbon Story”, “Malena”, “Meryton Townhall” (da “Orgoglio e Pregiudizio”) certa della complicità del suo trio. E di quella di Norbaken e Brunello.
Stefano Disegni che non ti aspetti: “Farò la rockstar”
Hai voglia a scherzarci su. Perché se in età che è un eufemismo definire “matura” sospetti di aver sbagliato binario, ti chiedi come sarebbe andata la vita se il treno non si fosse avventurato in una direzione irreversibile. Quello di Stefano Disegni – inutile nasconderlo – è un dramma interiore di vaste proporzioni. Una gloriosa, brillantissima carriera da cartoonist (e da autore tv) e poi, quando gli “anta” sono già stati varcati da cinque lustri, scopri che avresti potuto essere una rockstar. Che la matita va bene, benissimo, ma se avessi impugnato prima, e con ferrea determinazione quel microfono… “No, no!”, prova a schermirsi. “Sono due parti di me che convivono. Le vignette mi escono con naturalezza, anzi mi sfuggono come saponette sotto la doccia. Ma…”. La voce perde sicurezza. Ma? “…se vendessi un milione di copie del disco… allora forse… mi dedicherei alla musica”, balbetta. Il disco in questione è “Spalle Quadre”: dovrebbe vedere la luce in primavera, però il sottotitolo “La fabbrica di San Pietro” torna buono per giustificare ulteriori rimandi. Si sa come vanno queste cose: si comincia dicendo che è solo un passatempo tra un fumetto e uno schizzo e poi, pian piano, la credibilità del progetto complica l’agenda. Merito, soprattutto, di una band di quelle vere e toste, i Disordine, con un virtuoso della sei corde come Fernando Fera (ex Albero Motore ai tempi leggendari del prog), di Massimo Calabrese e di Piero Fortezza alla sezione ritmica, più un chitarrista come Alberto Zimmari che è una fucina di idee.
Ah, certo, c’è anche Stefanone, che canta e butta giù testi sapidi che, spiega, “potremmo definire rock satirico, dove l’ironia sposa l’impegno e non trovi l’umorismo fine a se stesso. Guai a etichettarci come un gruppo demenziale!”. A vigilare sulla serietà del cantiere un produttore come Marco Lecci, che nel pedigree ha Giorgia e Mengoni. Presto, dunque, dovrebbe vedere la luce il prodotto: “nonostante” Disegni, rischia di diventare davvero un blockbuster. Dentro c’è il rockettone à la Stones “24000 amici”, che punta il dito sulla “patologia del secolo”, quella dei social. Il testo racconta che “C’è Angelo cui sembra molto importante/Informarci che lui ha innaffiato le piante/180 persone sono là a commentare,/180 persone senza un cazzo da fare!/Per riempire il vuoto si può digitare!”. O la disco anni Novanta di “Le faremo sapere”, sulla frustrante ricerca del lavoro. O, ancora, “Uomini e Pinguini”, un energico schiaffo in faccia ai razzisti. Insomma, i Disordine girano che è una bellezza. Ma per Disegni il successo potrebbe rivelarsi una beffa: lui il musicista aveva provato a farlo già nel ‘92 con il Gruppo Volante e tre anni dopo con gli Ultracorpi e più di recente i Ruggine. Gli è capitato pure di duellare con l’armonica di fronte a Dan Aykroyd. E ora? Stefano si nasconde dietro i compagni d’avventura. “Ci dicono che siamo vecchi. Precisiamo: noi siamo vecchi e stronzi!”.