Silvio B. è ferito ma non domo

Ma dove l’avevamo già visto? Loro, ovvero il protagonista Toni Servillo e il regista Paolo Sorrentino, avevano già dato politici e carnascialeschi ne Il Divo (2008) e La grande bellezza (2013): dieci e cinque anni dopo, è cambiato il soggetto, Silvio Berlusconi al posto di Giulio Andreotti e del finzionale Jep Gambardella, forse non il milieu, di certo non il cinema di Sorrentino.

Almeno, a dar retta alle prime immagini rivelate dal teaser: belle donne ancheggianti (Kasia Smutniak), semi-soggettive di bunga bunga, Veronica Lario (Elena Sofia Ricci) metaforicamente reclusa nel box di un tappeto elastico, il cane Dudù e i tanti trofei calcistici, e poi una plastica, apodittica, gambardelliana evidenza: “Ma te che cosa ti aspettavi, di poter essere l’uomo più ricco del paese, fare il premier e che anche tutti ti amassero alla follia?” (la voce over è di Fabrizio Bentivoglio), e Silvio acconsente, “Sì, io mi aspettavo proprio questo”. Probabilmente fuori concorso al prossimo Festival di Cannes in due tranche da due ore abbondanti ciascuna, Loro sempre prodotto da Indigo come i precedenti di Sorrentino verrà distribuito in Italia da Universal: Medusa stavolta ha passato la mano. Comprensibilmente, eppure, questo teaser potrebbe ingannare: nel mood, nei modi e forse persino nello stile cinematografico, perché il ritratto di Berlusconi sarà molto più dolente, intimo e sfumato di quanto ci si possa attendere.

Un Silvio nostalgico e perfino puerile, ferito ma non domo, che cerca di riconquistare Veronica, nella seconda parte, mentre nella prima è il Lui innominato verso cui tutti, uomini e donne, tendono per strappare uno strapuntino a corte, elemosinare un posto al sole. Costi quel che costi.

Lo stesso Sorrentino ha fatto all-in: comunque vada, dopo Loro non sarà più lo stesso.

“Basta considerarci disabili. Voglio fare il capo di Sky Sport”

Applausi e risate, tutti per Beatrice Vio. A Tempo di Libri, la fiera dell’editoria milanese, davanti a più di 250 ragazzi (e non solo), la schermitrice e campionessa paralimpica e mondiale in carica di fioretto individuale non ha smesso di parlare un attimo. Nonostante avesse una piccola paura: “Ieri ho gareggiato e ho urlato al concerto di Jovanotti. Ho paura che mi smonti la mascella”. A cinque anni sognava di andare alle Olimpiadi, a undici è stata colpita dalla meningite, subendo l’amputazione delle braccia sotto il gomito e delle gambe sotto il ginocchio. Ma dopo 104 giorni di ospedale “sono ritornata più forte”, vincendo due medaglie alle Paralimpiadi di Rio 2016 e il Mondiale nel 2015. Dal palco annuncia l’ottava edizione dei Giochi Senza Frontiere (Stadio dei Marmi, Roma – 14 giugno) e presentando il suo secondo libro, Se sembra impossibile allora si può fare (Rizzoli, pp. 272 euro 15), invita tutti al politicamente scorretto: “Basta trattare i disabili da diversi, dovete essere scialli e sorridere”. Ventun anni appena compiuti, originaria di Venezia, Bebe Vio è uno dei volti social più noti “e gli haters non mi fanno paura”. Nel settembre 2016 ha posato per la fotografa Anne Geddes per una campagna a favore della vaccinazione contro la meningite e di recente ha affermato “sarebbe bastato vaccinarmi per non ammalarmi di meningite. Non sono un medico ma consiglio a tutti di farlo, non solo ai bambini”. Oggi vive a Roma, adora Francesco Totti ed è una fan dei selfie: “Era illegale con Obama alla Casa Bianca ma tanto non gli potevano più rinnovare il contratto, giusto?”.

Bebe, qual è stata la richiesta più assurda che le hanno fatto?

Una bambina mi ha detto, ‘non ci credo che non hai le gambe’. Ho cercato di spiegare, poi ne ho staccata una e gliel’ho data in mano. E lei, ‘ok ci credo, adesso fammi vedere l’altra’.

Ha presentato il suo secondo libro. Leggere è una passione?

Non sono una grande lettrice, ma il mio preferito è Open, la storia di Andre Agassi. A 21 anni ho già fatto due libri (l’esordio con Mi hanno regalato un sogno – Rizzoli, 2015) adesso basta. Il prossimo sarà un libro di barzellette, come Totti.

Le piace?

Lo amo! Come tutti. C’è solo un capitano (e le scappa il coretto da stadio, ndr)

Cosa le dà più fastidio?

Venir trattata da disabile, come se fossi una persona diversa. Quando vedete una persona con un handicap fatele un sorriso, una battuta di cuore, senza paura di sbagliare. Avere troppa cura, troppo rispetto, è molto peggio, fidatevi. Non ci trattate come se ci potessimo rompere da un momento all’altro.

Com’è la sua vita?

Vivo a Roma, frequento l’università americana, studio comunicazione e mi alleno come una matta con la polisportiva della Polizia. E dopo, la sera, finalmente esco e vado in giro per locali. Invito tutti i ragazzi ad andare a scoprire il mondo.

Fa anche della pubblicità.

Sì, è vero. Sono una sportiva e faccio uno sport considerato minore, per questo servono gli sponsor. Ma credono in me e nelle mie battaglie e ciascuno, per contratto, deve fare delle donazioni all’associazione Art4Sport Onlus, presieduta da mia madre. Mi piace combattere nelle cose in cui credo, so che se parlo la gente magari mi ascolta e ciò mi rende fiera.

Le piace la celebrità?

Non è sempre bellissimo. Magari salti le file nei locali e ti offrono da bere. Fra l’altro sono disabile e anche poliziotta, quindi ho il triplo del potere. Ma devi rinunciare a un po’ di vita privata. Non mi piace l’essere famosa, piuttosto aver la consapevolezza che posso portare avanti dei messaggi con il mio volto.

Ci racconta la storia del selfie con Obama?

Era illegale. Obama non può farne, non può nemmeno guidare. Per entrare alla casa Bianca abbiamo fatto due ore di controlli: Paolo Sorrentino non ha potuto portare le sigarette e Giorgio Armani era esausto. Doveva essere una cena intima ma eravamo 250 persone a cena e i camerieri erano dei servizi segreti. Quando sono arrivata da Obama ero talmente nervosa che gli ho detto ‘ehi, bella location’. Mi ha detto che era impossibile fare la foto e io ho risposto: ‘Mr. President, non conosco la parola impossibile’.

E con Trump lo farebbe?

No!

È felice?

Ho vinto l’oro al Mondiale e ho portato la fiaccola olimpica più un casino di altre cose. Lo ammetto: la mia vita è una figata. Non ho mai smesso di sognare e da grande voglio essere il capo di Sky Sport.

Giudizio universale show: Michelangelo è così vicino

Per i romani, ma anche per i turisti, ancor più stranieri. Per i giovani, perché dice il demiurgo Marco Balich “Michelangelo è un supereroe, un vero figo, altro che – ha quattro figli, se ne intende – Avengers e Uomo Ragno”. Ma è anche per il generone e, ovvio, le scolaresche (15 mila gli studenti già confermati). Insomma, uno spettacolo per tutti, uno show da larghe intese: l’importante è partecipare, lo spirito olimpico impera, e di cerimonie a cinque cerchi il produttore e direttore artistico Balich ne sa, da Torino 2006 a Rio 2016. Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel debutta il 15 marzo all’Auditorium Conciliazione, e spera nella più lunga tenitura possibile: la co-regia è di Lulu Helbek, la voce di Michelangelo prestata da Pierfrancesco Favino, il tema principale di Sting e la consulenza scientifica dei Musei Vaticani.

Tanta roba, con qualche dato sorprendente: i 9 milioni di euro del budget provengono tutti da privati, le prevendite hanno già toccato quota 40 mila, il biglietto medio costerà 18 euro, giacché – notano dall’Artainment Worldwide Shows che produce – “a Roma non c’è né West End né Broadway, non si è pronti a sborsare 100 euro per uno spettacolo”. Appunto, che spettacolo è? Arte e teatro, musica e tecnologia, tanta tecnologia: effetti speciali, proiezioni a 270°, immersività – ammesso significhi qualcosa – per parola d’ordine, 60 minuti per durata, la Cappella Sistina per assoluta protagonista. Dalla sua un Dream Team con Gabriel Vacis (supervisione teatrale), John Metcalfe (musiche), Luke Halls (video design), Fotis Nikolau (coreografie), Balich echeggia Walter Gropius ed Erwin Piscator, parla non di teatro ma di “show totale, la summa di tutte le esperienze che abbiamo maturato nel mondo: potente e intenso, con traiettorie emotive fortissime. Per noi è un punto d’onore parlare alle giovani generazioni, e il nostro contagio linguistico va in questa direzione, penso al Dies Irae cantato in latino da Sting”. Si parte dalla genesi degli affreschi del Buonarroti, tornando digitalmente alla Roma del 1508, per arrivare al Conclave, “un rito – dice la Helbek – uguale a se stesso da 500 anni”.

Importante per questo tonitruante carrozzone non abbandonare la carreggiata della verosimiglianza, se non veridicità, storica, e qui entrano in gioco i Musei Vaticani: imprimatur di monsignor Nicolini e dell’allora direttore Antonio Paolucci nel 2015, le sinergie sono state perfezionate dall’attuale direttrice Barbara Jatta, che in ossequio “al nostro binomio di tradizione e innovazione” ha fornito “immagini ad altissima risoluzione della volta del Giudizio e dei Quattrocentisti e una collaborazione di valenza filologica, seppure val bene ricordare come non si tratti di un documentario”. A dare residenza massmediale al progetto, viceversa, è monsignor Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, che osserva come “da qualche tempo l’arte sia divenuta protagonista delle narrazioni cinematografiche e televisive, penso per esempio a Caravaggio – L’anima e il sangue e Stanotte a San Pietro, facendosi così spazio eletto per il recupero del dialogo, luogo di una nuova educazione a sguardo e parola.

Qui si vuole dire il meglio nel miglior modo possibile: richiamando un momento della storia della salvezza, Giudizio Universale è un evento totalmente nuovo, un complesso testo di tipo multimediale immersivo”.

Reduce dal successo del Festival di Sanremo, Favino elogia “l’idea di partecipazione, inclusione e richiesta emotiva. E poi, è una storia nostra: da romano sottovaluto spesso la fortuna di vivere in questa città, viceversa, Giudizio Universale incarna la meraviglia dell’avvicinarsi alla creazione di Michelangelo. Il suo spirito, la voglia di rappresentare l’assoluto, quel biblia pauperum che dev’essere ancora oggi, credo, lo sforzo di qualsiasi artista onesto”.

Tutto bene, dunque? Insomma. Nell’antipasto di una manciata di minuti offerto alla stampa, Giudizio Universale non ha entusiasmato: sbagliato farne pars pro toto, ma l’estratto del Diluvio ha mostrato un po’ di fiato corto sia rispetto alle contemporanee esperienze di Realtà Virtuale – su tutte, il padiglione VR dell’ultima Mostra di Venezia – sia al migliore 3D nativo, dall’insuperato Avatar a oggi.

Nulla di grave, se tra uno scroscio e un rovescio venisse comunque l’acquolina allo spettatore: dall’Auditorium Conciliazione l’originale Cappella Sistina dista solo un chilometro e 200 metri, ovvero un quarto d’ora a piedi. Forza, Michelangelo vi aspetta.

 

Ok al Merkel IV: intesa con l’Spd in 179 pagine e 46 miliardi

La Germania ha un nuovo governo. È composto da 9 ministri, 6 ministre ed è guidato per la quarta volta da Angela Merkel. Il “decano” è Horst Seehofer (68 anni) che torna per la terza volta a Berlino, dove era già stato alla Sanità (1992-1998) e all’Agricoltura (2005-2008) e dove concluderà la sua carriera politica. In Baviera, dove era governatore, è stato liquidato dal proprio partito, la Csu. L’attesa per il nuovo esecutivo è durata 6 mesi (la fiducia verrà votata domani al Bundestag): un record. Il gabinetto è la riproposizione della grande coalizione bocciata dagli elettori in autunno, ma con 10 “novizi”. L’accordo di legislatura è costituito da 179 pagine con impegni per non meno di 46 miliardi. Cdu, Csu ed Spd (che con l’intesa ha riguadagnato terreno nei sondaggi) hanno concordato di sostenere la realizzazione di almeno 1,5 milioni di alloggi a prezzi accessibili, di investire nella digitalizzazione, di garantire la tenuta delle pensioni fino al 2025, di alleggerire la contribuzione sanitaria dei dipendenti, di aumentare gli assegni familiari e la rendita per le mamme, di spendere per la formazione e di assumere migliaia di addetti nel comparto della salute. Dopo aver preteso gli interni, Seehofer ha anticipato “tolleranza zero” nei confronti dei trasgressori della legge, più videosorveglianza e rimpatri più veloci nei confronti dei rifugiati colpevoli di reati. Gli unici ministri “superstiti” della Spd sono Heiko Maas, che passa dalla Giustizia agli Esteri, prendendo il posto di Sigmar Gabriel, il socialdemocratico oggi più amato in Germania, e Katarina Barley, che gli subentra quale guardasigilli. Olaf Scholz, già al Lavoro tra 2007 e 2009, lascia la guida di Amburgo per andare alle Finanze confermando che non verranno fatti nuovi debiti. Il governo è numericamente solido, ma politicamente debole perché i partiti hanno il disperato bisogno di riguadagnare credibilità presso gli elettori.

Niente “estremismo di destra”, siamo inglesi: cacciati i leader di Generazione Identitaria

Martin Sellner, leader della sezione austriaca dell’organizzazione di estrema destra Generazione Identitaria, è stato fermato lo scorso venerdì all’aeroporto di Londra Luton ed espulso due giorni dopo dal Regno Unito. Insieme a lui è stato impedito l’ingresso alla blogger Brittany Pettibone, sostenitrice e attivista della campagna Defend Europe, l’operazione navale organizzata dal gruppo xenofobo contro le navi delle Ong impegnate nei salvataggi in mare dei migranti. Ieri è stata fermata ed espulsa, a Calais, anche Lauren Southern attivista canadese associata con il movimento nord-americano alt-right, vicino alle posizioni di Generazione Identitaria.

Secondo le informazioni diffuse, l’espulsione sarebbe stata decisa perché i tre costituirebbero una “seria minaccia agli interessi fondamentali della società”. Generazione identitaria viene definita dalla autorità inglesi come “organizzazione d’estrema destra”. Secondo il gurppo di ricerca inglese Hope Not Hate, Sellner era atteso nel pomeriggio dell’11 marzo per un comizio di Generazione Identitaria allo Speaker’s Corner di Hyde Park. Sellner aveva programmato per venerdì scorso una conferenza su Youtube con il portavoce dell’organizzazione in Italia Lorenzo Fiato sul voto del 4 marzo, poi annullata.

Il 14 aprile è prevista a Londra una conferenza di tutti i gruppi europei di Generazione Identitaria, con la partecipazione, tra gli altri, di Fiato, oltre a Sellner (che, evidentemente, mancherà). Gli organizzatori hanno chiesto ai partecipanti di firmare una dichiarazione attestando di non essere “giornalisti, attivisti o informatori” e impegnandosi a non registrare audio o video. Hope Not Hate ha realizzato un documentario con tre giornaliste undercover, rivelando i tratti di riservatezza dell’organizzazione.

Bruxelles-Babilonia e il Rasputin di Juncker

Se la rivoluzione non è un pranzo di gala, “la Commissione europea non si può gestire come una scuola Montessori”. Tradotto: non è un posto per anime belle tutte regole e gioco pulito. Parola, questa, non del Grande Timoniere cinese, ma di Martin Selmayr, assurto dall’inizio di marzo nel ruolo chiave di segretario generale del governo Ue. Un nome, forse non popolare al di là dei palazzi del potere europeo, ma finito inaspettatamente al centro di uno scontro politico e istituzionale senza precedenti.

Sulla carta, infatti, nulla sembrerebbe prestarsi meno al dibattito che la promozione di un funzionario, per quanto di altissimo livello. Ma la crisi legata al ruolo di Selmayr, che si trascinava ormai da settimane, è arrivata al punto di imporre una discussione in aula al Parlamento europeo ieri sera alla presenza del Commissario alle Risorse Umane Oettinger, mandato avanti a difendere la scelta di Jean-Claude Juncker, grande sponsor di Selmayr, dalla raffica di attacchi degli eurodeputati che hanno accusato il presidente della Commissione di poca trasparenza nella procedura di nomina, se non addirittura di favoritismo. Una manna per gli euroscettici come Nigel Farage, che non ha perso l’occasione per definirlo “un burocrate, diventato il più potente del mondo attraverso una procedura opaca”. Ma un motivo di imbarazzo anche per molti altri che euroscettici non sono. “Inaccettabile che il Parlamento si debba occupare del caso di un grigio funzionario, in realtà molto più potente di Commissari e deputati”, ha commentato l’eurodeputata M5S Isabella Adinolfi.

Tedesco di Bonn, 47 anni, Selmayr entra nel 2004 nel servizio stampa come portavoce dell’allora vicepresidente, la popolare lussemburghese Viviane Reding. Nel 2014, dopo aver ricoperto importanti incarichi in vari settori del governo europeo, diventa capo-staff di un altro popolare lussemburghese come Juncker. E lì resta finché il mese scorso non viene a sorpresa nominato vice del segretario generale, carica-chiave nella gestione del potere della Commissione, ricoperta dal funzionario olandese Alexander Italiener. Il punto è che il mese scorso, il 61enne Italiener si dimette in modo piuttosto inaspettato. Tolto così l’ultimo ostacolo, Juncker può agevolmente nominare il suo protetto al gradino più alto di tutta la burocrazia dell’Unione. L’ascesa di Selmayr è compiuta.

Nessuno osa mettere un dubbio tenacia e competenza di Selmayr, neppure il fatto che quel posto lo meriti. La procedura con cui è stato promosso, praticamente senza avere candidati concorrenti, quella sì è il vero problema.

I primi a sollevare il caso sono i giornalisti, in particolare Jean Quatremer, corrispondente a Bruxelles del quotidiano francese Libération, che chiede spiegazioni a Juncker. Quatremer aveva più volte descritto il burocrate tedesco come una sorta di Rasputin in salsa europea, un “uomo che agisce nell’ombra, temuto più che amato”. Ma soprattutto, come il vero uomo forte della Commissione, molto più potente dello stesso Juncker – in realtà debole e insicuro, ma soprattutto a fine carriera (il suo mandato scade tra circa un anno e mezzo e non verrà rinnovato), blindato per i prossimi 4 anni in quel ruolo. “Le istituzioni appartengono ai cittadini europei, non a voi”, ha detto Quatremer, incalzando il portavoce della commissione Schinas che ripeteva come le procedure legali per la nomina di Selmayr a segretario generale erano state rispettate “religiosamente, alla lettera”.

Un dialogo tra sordi. Perché il problema sollevato dal caso Selmayr non sta certo nelle formalità, ma nella sostanza di un’ascesa così rapida e senza ostacoli. Il fatto che è ancora un tedesco – come il segretario generale del Parlamento Klaus Welle, e quello del servizio diplomatico europeo guidato da Federica Mogherini, Helga Schmid – a ricoprire un incarico così alto, certo non aiuta. Ma si aggiunge anche un fattore personale. Nel corso della sua ascesa, Selmayr si è fatto più nemici che amici.

Trump alla guerra totale dei dazi: “Pronti a boicottare auto europee”

“Il segretario al Commercio Wilbur Ross parlerà con i rappresentanti della Ue sull’ eliminazione delle ampie tariffe e barriere che usano contro gli Usa. Non sono giuste per i nostri agricoltori e le nostre industrie”, ha twittato ieri Trump, dopo aver chiesto alla Ue di abbassare i suoi dazi, minacciando altrimenti di tassare le auto e altri prodotti europei.

Il decreto voluto che introduce dazi del 25% per l’acciaio e del 10% per l’alluminio in arrivo negli Usa dal Paesi esteri, esclusi Canada e Messico, potrebbe avere pesanti conseguenze sull’industria automobilistica mondiale, e – come diversi costruttori hanno già fatto notare – sul prezzo finale delle vetture. Nel 2017 il mercato Usa ha fatto segnare una disavanzo della Germania in parti e veicoli a motore pari a 22 miliardi di dollari, mentre quello relativo alle importazioni dalla Gran Bretagna per le stesse voci merceologiche si ferma a 7 miliardi. Le tasse di entrata negli Stati Uniti per le auto assemblate in Europa sono del 2,5% e del 25% su veicoli commerciali e pick-up mentre l’Ue applica un dazio del 10% sulle auto in arrivo dall’Usa. Nelle intenzioni di Trump ci sarebbero doganali per le auto e i furgoni inasprite al 35%.

In nome del piccolo Gabriel i partiti litigano sul ritorno dell’ergastolo

Dopo 12 giorni è stato ritrovato il corpo senza vita di Gabriel Cruz, di 8 anni, scomparso il 27 febbraio in una località di Almeria, in Andalusia e morto per strangolamento. La Guardia Civil ha ritrovato il cadavere nel bagagliaio dell’auto della compagna del padre, Ana Julia Quezada, che sembra lo avesse tirato fuori da un pozzo nella zona dove il bimbo era scomparso. La donna è detenuta ed è l’unica sospettata (si indaga anche sulla morte di una delle figlie di Ana Julia). L’uccisione di Gabriel ha suscitato grande commozione tra la popolazione locale, coinvolta fin dal principio dai genitori Ángel Cruz e Patricia Ramírez, che avevano aperto un pagina web “Tutti siamo Gabriel”.

Subito, contro la presunta autrice del crimine si sono scatenate i social network, ricolmi di epiteti razzisti, per l’origine dominicana, e maschilisti, nonché al suo essere di sinistra. Il giornalista Federico Jiménez Losantos, editorialista de El Mundo, ha messo in relazione l’assassinio di Gabriel con l’8 marzo e la denuncia delle donne della violenza di genere. Sono comparse delle fake news, come quella diffusa da una catena di Whatsapp in cui si sosteneva che all’imputata sarebbe stata comminata una pena di 20 anni. Perciò alla madre di Gabriel ha voluto lanciare un messaggio distensivo: “Chiedo che non si parli della donna detenuta. Che nessuno rimandi espressioni di rabbia, perché non rappresentano né me né Gabriel”. Poi ha ringraziato tutti quelli che hanno lavorato alla ricerca del figlio e a quelle che l’hanno sostenuta.

Giovedì il Congresso discuterà sull’ergastolo, introdotta nel 2015 e che il PP e Ciudadanos vorrebbero indurire con emendamenti alla totalità. Il Psoe ha confermato il suo rifiuto a sostenere il carcere permanente, nonostante i 2,5 milioni di firme raccolte a suo sostegno. Ma il PP preme per averne almeno l’astensione, appellandosi all’attualità.

Il tappo al vulcano Faida a Ramallah sul dopo Abu Mazen

La cosa più difficile per un leader è capire quando il suo tempo si è compiuto. Intercettare quei segnali, spesso inequivocabili, che indicano il tramonto, la fine di un’era politica. Il Medio Oriente non è diverso dall’Europa in questo e anche qui a Ramallah finalmente qualcuno se ne è accorto”. Benché celata nel linguaggio criptico palestinese, la rivelazione di un alto funzionario dell’Autorità palestinese è chiara: il presidente Abu Mazen si presenterà dimissionario alla sessione del Consiglio nazionale palestinese convocato per il 30 aprile. Il massimo organismo palestinese che non si riuniva dal 1996. Abu Mazen chiederà ai 700 membri del Cnp di scegliere un successore in grado di prendere in mano le redini dell’Anp e affrontare le sfide attuali: la morte del processo di pace di Oslo, la riunificazione con Gaza, le conseguenze delle decisioni di Trump che stanno mettendo le ambizioni palestinesi di uno Stato nel dimenticatoio e, appena oltre i confini, la “tempesta” che dilania la Siria, avvolge il Libano, minaccia la Giordania.

Sfide per le quali serve uno slancio, un’energia che Abu Mazen – a fine mese compirà 83 anni – sente venire meno. Negli ultimi mesi c’è stato un chiaro deterioramento della salute e nonostante le smentite di rito – “sono voci per creare confusione”, chiosa come un funzionario russo ai tempi dell’Urss Ahmad Majdalani, membro anziano del Cnp. “Il presidente non dorme abbastanza e per questo appare molto stanco”, sostiene il suo portavoce ufficiale.

In febbraio il presidente palestinese è stato ricoverato alcune ore al John Hopkins di Baltimora per un mancamento durante la visita negli Usa. Al rientro è tornato per dei controlli nell’ospedale di Ramallah, dove era già stato per qualche giorno nel luglio 2017. Test di routine, continuano a dire i suoi. Gli esami negli Usa avrebbero invece rivelato un serio problema medico all’apparato digerente in fase avanzata.

Abu Mazen ha comunque ridotto le ore di lavoro alla Muqata e le persone intorno a lui dicono che ultimamente sembra più irascibile e polemico con assistenti e funzionari dell’Anp.

Nonostante la crisi politica, la cooperazione di sicurezza fra Stato ebraico e Anp sta funzionando bene. Ma Israele si sta preparando alla possibilità che il continuo peggioramento delle condizioni di Abu Mazen intensifichi le guerre di successione dentro l’Autorità palestinese e minacci la relativa stabilità che ora prevale in Cisgiordania. Le agenzie di sicurezza dell’Anp stanno continuando a coordinarsi strettamente con le Forze di Difesa israeliane e il servizio di sicurezza Shin Bet per prevenire atti di terrorismo. Ma è come stare seduti su un vulcano. Israele teme l’instabilità, che le tensioni interne incidano sul grado con cui i servizi di sicurezza dell’Anp saranno in grado di prevenire attacchi contro l’Idf o contro i coloni in Cisgiordania.

Su questo sfondo è iniziata la battaglia fra i contendenti che sperano di succedere ad Abu Mazen. Ci sono quasi dieci fra politici palestinesi e capi della sicurezza che si sentono pronti e potrebbero nascere anche alleanze fra alcuni di loro nel tentativo di conquistare la leadership dell’Anp. Giovani Leoni e Vecchia Guardia. In pista ci sono nomi di peso della galassia palestinese. Nasser Al Kidwa, nipote di Yasser Arafat, ex ministro ed ex ambasciatore all’Onu. Mohammed Dahlan, potente ex delfino di Arafat, ora rifugiato nel Golfo Persico, sostenuto anche da Egitto e Arabia Saudita. Jibril Rajoub, attuale presidente del Comitato Olimpico palestinese ed ex capo dei servizi segreti in Cisgiordania. Il generale Majdj al Faraj, attuale capo della “Preventive Security” palestinese. Ma se le indiscrezioni che si raccolgono a Ramallah sono veritiere, è un veterano di Al Fatah il candidato principale alla successione di Abu Mazen. È Mohammed al-Aloul, 68 anni, nominato il mese scorso vice-presidente di Fatah. Appartiene alla Vecchia Guardia e ha ricoperto in passato diversi incarichi delicati nel movimento palestinese, di quelli poco pubblicizzati ma noti alla comunità dell’intelligence. Suo figlio maggiore, Jihad, venne ucciso negli scontri con l’Idf durante la seconda Intifada. Come Abu Mazen è convinto che gli Usa non siano più qualificati per agire da mediatori onesti in qualsiasi processo di pace con Israele. Al Aloul potrà garantire il controllo della Vecchia Guardia dell’Olp sul processo decisionale palestinese e sul panorama politico. Ma lotta per la successione è aperta e si annuncia senza esclusione di colpi.

L’unica cosa certa è che il successore di Abu Mazen non sarà scelto attraverso elezioni libere – come avvenne per lui quando venne eletto – ma da funzionari di Fatah e dell’Olp a Ramallah. Con Gaza nelle mani di Hamas non è possibile organizzare nessuna consultazione elettorale credibile.

Leosini, una ricetta tra arsenico e merletti

La rivincita è un piatto che si serve freddo e nella nostra Tv non c’è miglior cuoca di piatti freddi di Franca Leosini. Quale Cracco, quale Bastianich: niente può competere con le Storie maledette tornate su Rai3 con un’intervista a Sabrina Misseri e Cosima Serrano, condannate all’ergastolo per l’omicidio di Sarah Scazzi. Piatto freddo con tutti i crismi, ricostruzione giudiziaria al ralenti – Leosini gira il copione come Von Karajan girava lo spartito –, arsenico e vecchi merletti, citazioni di Flaiano, similitudini dantesche (“Ivano Russo, il resistibile idolo al cui confronto Brad Pitt pare un bipede sgualcito”), crisi di pianto.

Ma perché parliamo di rivincita? Perché qui si restituisce il punto di vista del condannato, divenuto vittima dal punto di vista mediatico. Quel che i media di casa nostra hanno smesso di fare a partire dal caso Avetrana; da quell’agosto 2010 il sangue è esondato nel video, la nera è diventata un genere, una schiera di ultras dei cadaveri fa la fila pur di conquistare posto ai riflettori. Pornografia spacciata per cronaca. Da 23 anni Leosini procede in direzione opposta, senza cambiare un boccolo della cotonatura, senza chiedersi se chi ha davanti sia o no colpevole ma cercando di penetrarne l’animo. Che cosa resta di tutto il dolore che gli altri ci hanno procurato, e del male che gli abbiamo restituito? Niente, se non la nostra storia. Non si può capire senza conoscere; e più capisci, meno giudichi. Mai storie maledette furono dette meglio.