Allerta gialla, Mastella non chiude le scuole. Gli studenti su Facebook: “Non ti votiamo!”

Antefatto: due giorni fa allerta meteo in quasi tutta Italia. Previste piogge, in alcuni casi molto abbondanti, in altri no. A Benevento l’allerta è di colore giallo. Il sindaco Clemente Mastella non chiude le scuole. Alle 16:10 ne dà comunicazione su Facebook. Nasce così la più imperdibile delle proteste, con i ragazzi che assediano Mastella di messaggi.

Un componimento spontaneo e corale, una magnifica sceneggiatura, esemplare commedia all’italiana. Sindaco: ho parlato con la Protezione civile: per Benevento è allerta gialla. Io chiudo con allerta arancione. Francesco: Domani ho tre interrogazioni. Maria Pia: Basta con ’sta scuola. Donato: Mastè mi hai deluso, tra noi è finita. Carmelina: un po’ di rispetto per il sindaco. Joele: Mi ha deluso, embè non si può dire? Mattia: E chiure ’e scole. Aziza: Stasera mi addormento e mentre fantastico e sogno tu fai un’ordinanza e chiudi le scuole. Ylenia: Diglielo che alle ultime elezioni hai fatto propaganda per lui. Gioacchino: Sindaco si fidi, domani viene giù tutto, meglio prevenire. Miriam: Ti abbiamo votato non puoi farci questo. Antonio: Zio Masty, anch’io ti ho votato non deluderci. Albino: Sono costretto a camminare con le stampelle e con questa pioggia è pericolosissimo. Aziza: Se le chiudi stampiamo un santino con la tua faccia sul telefonino. Emanuele: Prometto di votare per i prossimi anni, in tutte le elezioni. Mattia: Aperta o chiusa, mi bocciano comunque. Sergio: In effetti l’arancione non è altro che il giallo più il rosso. Mihel: Avrei dovuto votare Perifano (l’altro candidato a sindaco ndr). Luca: Sindaco, così produce solo ansia per noi ragazzi. Andrea: Siamo una famiglia numerosa e fragile, la votiamo sempre. Francesca: Ho due ore di italiano, ti prego (e poi abbiamo le finestre in legno). Loris: Sindaco tutelaci per favore. Nicola: Premetto che sono un ragazzo educato. Visto che è stato rieletto non ci potrebbe fare questo regalo? Matteo: Domani ho il compito di fisica alla prima ora, sono della 3D. Chiuda almeno fino alle nove. Mastella: Studiare, studiare, studiare. Zaira: Lei farà stare gli studenti sotto la pioggia. Francesco: anche per salvaguardare la nostra salute. Già abbiamo professori che urlano e ci rovinano i timpani. Danilo: Allerta gialla o arancione sempre tempo di merda è. Ilary: Allora Mastè fai una cosa: chiuditi tu. Sebastiano: Mastè perché rispondi sempre a tutti studia? Leonardo: Io abito a San Giorgio del Sannio e sono anch’io uno studente. Secondo me il sindaco ha fatto bene a non chiudere le scuole di Benevento. Gioacchino: Neanche il tempo della prossima allerta che è già campagna elettorale. E poi faremo i conti!

La whistleblower: “Falsificati dati Pfizer”

Un subappaltatore del gruppo farmaceutico Pfizer, responsabile dell’esecuzione di una piccola parte delle sperimentazioni cliniche del vaccino anti Covid-19, ha commesso numerosi errori durante questi test, secondo un articolo del British Medical Journal. In particolare si parla di “dati falsificati” e “ritardi nel monitoraggio degli effetti collaterali”.

Il gruppo texano Ventavia, incaricato dalla Pfizer di valutare l’efficacia del suo vaccino, ha condotto i test su un migliaio di persone. Il vaccino è stato, in totale, valutato su circa 44 mila di persone nel mondo. La fonte principale per l’articolo del British Medical Journal è una direttrice regionale che è stata impiegata presso l’organizzazione di ricerca Ventavia Research Group e ha rivelato al Bmj che la società ha falsificato i dati, ha impiegato vaccinatori non adeguatamente formati, ha inficiato l’integrità delle analisi in “doppio cieco” (sia i soggetti esaminati sia gli sperimentatori ignorano informazioni importanti che potrebbero influenzare i risultati), ed è stata lenta nel seguire gli eventi avversi riportati nello studio cardine di fase 3 di Pfizer. “Il personale che ha condotto i controlli di qualità è stato sopraffatto dal volume di problemi riscontrati”, si legge nell’articolo. Dopo aver ripetutamente informato Ventavia di questi problemi, la direttrice, Brook Jackson, ha inviato un reclamo tramite email alla Food and Drug Administration, l’agenzia del farmaco statunitense. Ventavia l’ha licenziata il giorno stesso (dopo due settimane di lavoro). La testimone ha fornito al Bmj decine di documenti aziendali interni, foto, registrazioni audio ed email e ha rivelato di aver ripetutamente informato i suoi superiori della cattiva gestione del laboratorio, dei problemi di sicurezza dei pazienti e dei problemi di integrità dei dati. Jackson aveva ricoperto la posizione di direttrice delle operazioni, era un’esperta in materia di revisione ed è arrivata in Ventavia con più di 15 anni di esperienza nel coordinamento e nella gestione della ricerca clinica.

La testimone afferma al Bmj di aver assistito a molte violazioni. Tra queste le incongruenze nell’etichettatura per l’assegnazione in doppio cieco del vaccino. Questa procedura è essenziale per valutare l’efficacia di un trattamento rispetto a un placebo. Si assicura che né i pazienti né gli operatori sanitari sappiano se è l’uno o l’altro. Brook Jackson cita altre carenze, come il fatto che i vaccini non siano stati conservati alla giusta temperatura, e dice di aver informato le autorità sanitarie statunitensi, la Fda, che ha detto di aver preso atto del suo rapporto, ma non ha dato seguito. Contattata dall’Afp (agenzia francese), la Fda si è astenuta dal commentare questo dossier ma ha assicurato “la sua piena fiducia nei dati che hanno portato a supportare l’autorizzazione del vaccino Pfizer Biontech”. Secondo un’altra fonte citata dal Bmj, questa anonima, la Pfizer avrebbe inviato una verifica della Ventavia, una volta informata di “problemi” nello svolgimento dei test. Né Pfizer né Ventavia hanno risposto alle richieste di Afp, secondo quanto riportato dal quotidiano francese Le Figarò.

Figliuolo, Pippo Franco e il medico dei Pass falsi

Poiché, come sempre, la situazione è grave ma non è seria, le grandi tragedie hanno bisogno di antieroi patetici. Eccone un altro: il dottor Antonio De Luca, medico dei vip.

La nuda cronaca lo racconta tra gli indagati dalla Procura di Roma con l’ipotesi di falso, perché oltre a procurarsi tre Green pass posticci per sé e due suoi congiunti, avrebbe fatto da tramite tra “i furbetti” del vaccino (come Pippo Franco) e un altro medico romano specializzato nell’arte povera dei certificati finti, il dottor Alessandro Aveni. Il tempo e forse i tribunali diranno la verità sulle accuse – Pippo Franco e il figlio Gabriele Pippo, per esempio, assicurano di essere vaccinati e faranno ricorso al Tribunale del Riesame – ma intanto De Luca ha le carte in tavola per recitare da caratterista nell’eterna commedia italiana.

Calabrese che ha fatto fortuna a Roma, De Luca è un signore alto e corpulento, dal cranio lucido e dalla risata sovente e rumorosa. Ha i titoli a posto: è docente di Medicina legale e Medicina del lavoro presso la Sapienza di Roma, ma si avvale delle sue preziose consulenze – contrappasso – anche il Tribunale capitolino. Nonostante alcune posizioni perlomeno controverse sul Covid (“Non è un virus che uccide, non è un virus letale”), De Luca è un professionista riconosciuto. Ne è prova la consegna del Leone d’oro alla carriera da parte del Senato della Repubblica, un mese e mezzo fa. Cerimonia pubblica con tutti i crismi, che il nostro ha condiviso su Facebook insieme alle altre sue passioni. Così scopriamo che le onorificenze lo lusingano, certo, ma dei titoli pare gli interessi il giusto. Quello che veramente lo manda in estasi è apparire accanto ai vip. Come un Gabriele Paolini del piccolo jet-set romano, De Luca è sempre in cerca di una foto e di un abbraccio con qualche famoso. Alcuni sono amici di lunga data, come Vittorio Cecchi Gori, altri lo sono per il tempo di un selfie: tutto fa brodo. Nel suo album social, la figurina d’onore è quella scattata a margine di una cena in cui il nostro, fierissimo, è in piedi accanto al commissario Francesco Paolo Figliuolo. Somma ironia, il responsabile della campagna vaccinale è stretto nella morsa affettuosa di due (presunti) detentori di Green pass falsi: De Luca e Pippo Franco. Data della pubblicazione: 16 settembre 2021. L’indagine della Procura di Roma partiva proprio in quei giorni. Tutti sorridono, nessuno porta la mascherina.

Il rosario degli “amici di Tonino” ha infiniti grani: compaiono, in ordine sparso, Andrea Roncato, Elisabetta Gregoraci, Vittorio Sgarbi, Valeria Marini, Carlo Verdone, Enzo Salvi, Maurizio Mattioli, Luca Cordero di Montezemolo, Luciano Moggi, Pippo Baudo. Sono tutti definiti “i miei amici”, “amici fraterni”, “amici carissimi”. Vai a sapere. Con Cecchi Gori si fa un video nello studio del dottor Aveni, al centro dell’inchiesta di Roma (nella quale Cecchi Gori non è indagato): in quel caso invita a non avere paura dei vaccini, pure Astrazeneca e Moderna sono sicuri (soprattutto se sono finti, verrebbe da aggiungere).

Tonino fa tutto: pranzi, cene, onomastici, compleanni, persino funerali. Si fa riprendere alle esequie dell’artista Gianni Nazzaro e pubblica una foto con Virginia Raggi dopo quelle di Raffaella Carrà. Politicamente è trasversale: non mancano i video con Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Il meglio comunque Tonino lo dà alle cene. Una cronaca del Messaggero racconta la sua festa di onomastico (Sant’Antonio da Padova) del 13 giugno 2020: “De Luca, in completo blu scuro, passa il microfono a vari illustri ospiti, lungo la scenografica tavolata imbandita nel salone principale del ristorante Le Vere Grotte, a Labaro. Qui ci sono Pippo Franco con la moglie Piera, in tailleur di raso verde, e il figlio Gabriele, nel cast di Temptation island. Arriva, applauditissimo, Lando Buzzanca, in gessato grigio, con la sua giovane compagna Francesca Della Valle”. C’è l’ex tastierista dei Lunapop che suona 50 special. E ancora: magistrati di Cassazione, sostituti procuratori, giudici di tribunale civile, avvocati, penalisti. “Si va avanti fino alle tre di notte con tante bollicine e applausi”. Il cronista annota che “nessuno porta la mascherina” e De Luca si lascia andare a una delle sue tirate: “Per i dati in mio possesso sono morti di Covid solo quelli con grandi patologie. Adesso non ci sono rischi”. Evviva, auguri.

“Ma anche gli under 12 vanno protetti: s’ammalano e sono dei super-diffusori”

“Non è vero che i bambini siano stati colpiti meno dalla pandemia e che non ci siano stati casi anche gravi. E molto spesso il virus è entrato nelle famiglie tramite i più piccoli”. Claudio Fabris, ordinario di Pediatria all’Università di Torino, è il decano dei pediatri subalpini. “Ai genitori di bambini che me lo chiedono rispondo che, pur con tutte le precauzioni del caso, il vaccino è una via da percorrere. È l’unica arma che ci salva. Certo, il vaccino non è acqua, non c’è nulla di innocuo in medicina, ma qualsiasi decisione medica è un bilanciamento di effetti positivi e negativi”.

Nota molto scetticismo?

Lo scetticismo c’è. L’importante è non imporre mai una decisione dall’alto, ma convincere le persone a superare le perplessità.

Michael Kurilla, membro della Fda Usa, ritiene che il bilanciamento rischi/benefici sia ancora incompleto.

Il campione sulla base del quale gli Stati Uniti hanno dato il via libera a Pfizer per la fascia 5-11 anni non è molto ampio, ma è un buon campione. Si diceva lo stesso meno di un anno fa a proposito degli adulti.

Molti sostengono che in età pediatrica i rischi siano superiori a quelli della malattia…

I casi gravi sono stati meno che nella popolazione adulta, ma i ricoveri non sono mancati e in alcuni casi la malattia ha innescato una forma multisistemica simile alla malattia di Kawasaki (una malattia autoimmune, ndr). Invece nel campione americano di bimbi vaccinati non ci sono stati casi di miocardite che, comunque, per fortuna, è una patologia curabile.

I bimbi possono essere superdiffusori?

Assolutamente sì.

Il fatto che il vaccino non sia sterilizzante al cento per cento è un limite?

Sciocchezze. È vero che il vaccinato può reinfettarsi, ma non si ammala, salvo rarissimi casi, mai in modo grave e diffonde il virus molto, molto meno.

“In Germania riteniamo che vadano immunizzati solo i piccoli con patologie”

“Il rischio Covid-19 nel gruppo di età 5-11 anni è significativamente inferiore al resto della popolazione: accade che i bambini abbiano una malattia che li fa stare a letto a casa per qualche giorno, ma molto raramente porta a un ricovero in ospedale”. Jörg Dötsch è il presidente della Società tedesca di pediatria. In Italia, da inizio pandemia, si sono registrati 35 decessi negli under 19 (10 under 10, e 15 tra 11 a 19 anni) tutti con co-patologie importanti. “In Germania sono 10 i bambini deceduti per Covid”.

Una recente review pubblicata negli Archives of Disease in Childhood ha concluso che i bambini non sono super-diffusori del virus. Cosa ne pensate?

I bambini hanno molte meno probabilità di essere super-diffusori del virus SarsCov2. Più alto è l’indice di massa corporea e più si ha un’età avanzata, più alto è il rischio di diventare un super-diffusore.

In Israele si è riscontrata un’incidenza di un caso di miocardite post-vaccino ogni 6 mila adolescenti vaccinati.

Esiste effettivamente un’associazione tra l’infiammazione del muscolo cardiaco (miocardite) e la vaccinazione. Queste infezioni al cuore possono rientrare se trattate.

Le varianti di SarsCov2 possono svilupparsi nei bambini non vaccinati?

Sì, ma le varianti di SarsCov2 possono svilupparsi in chiunque, non solo nei bambini.

Sempre in Israele, Salman Zarka, capo della task force che gestisce l’emergenza Covid ha dichiarato: “Vogliamo che i bambini col vaccino ottengano un Green pass permanente”. Siete d’accordo?

Per noi la vaccinazione obbligatoria per i bambini di 5 anni è assolutamente fuori questione. Ci sono diversi studi, e molti si contraddicono tra loro. In Germania riteniamo che per i bambini tra 5 e 11 anni la vaccinazione potrebbe essere utile se soffrono di gravi condizioni di salute preesistenti: in tal senso, per questo sottogruppo, significherebbe un miglioramento della qualità della vita.

“Entro Natale le vaccinazioni per i bimbi dai 5 agli 11 anni”

“Entro Natale, partire con le vaccinazioni dei bambini tra i 5 e gli 11 anni, credo sia un’ipotesi ragionevole”. Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e coordinatore del Comitato tecnico-scientifico anti-Covid, nonché luminare dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma, ha messo ieri, intervistato da SkyTg24, il suo timbro sui vaccini per i più piccoli: “Credo che l’Ema possa arrivare a una valutazione e a una approvazione entro fine mese, prima metà di dicembre. A quel punto potremo partire. E smarchiamo subito il concetto molto chiaramente: è assolutamente un vaccino sicuro, non a caso ha ricevuto l’immediata approvazione sia dalla Fda, l’agenzia del farmaco americana sia dal Centers for disease control and prevention”. Locatelli ha spiegato: “Quando saranno approvati in Italia, e conseguentemente prima in Europa, dovrà essere anche una scelta nel nostro Paese: in parte i bambini vanno pure protetti dalle seppur rare manifestazioni gravi o prolungate di Covid, anche per permettere loro di avere tutti gli spazi di socialità che meritano e per contribuire a ridurre la circolazione virale. Credo che siano buonissime ragioni per vaccinare i bambini”.

Intanto l’agenzia del farmaco europea, l’Ema, lancia l’allarme: l’Europa deve prepararsi ad affrontare la quarta ondata della pandemia (o la quinta, dipende da come le si sono conteggiate fin qui), già in corso in molte parti del continente: i Balcani sono un gigantesco focolaio e la Serbia ieri ha annunciato nuove restrizioni. Ma se è vero che i casi sono in aumento un po’ ovunque, il fisico del Cnr Giovanni Sebastiani rileva come, in realtà, la crescita della curva epidemica, anche in Italia, sia sempre in atto, ma stia già rallentando. L’Europa torna “epicentro della pandemia”, però, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, “c’è il rischio di un altro mezzo milione di morti da qui a febbraio. L’attuale ritmo dei contagi nei 53 Paesi della regione europea – sono le parole del direttore per l’Europa, Hans Kluge – suscita forte preoccupazione”. A ogni modo, in Italia, al calo settimanale delle vaccinazioni corrisponde un aumento non solo dei contagiati ma anche dei ricoverati, sia nei reparti ordinari sia in quelli di terapia intensiva. A preoccupare, in particolare, è la situazione nel Nord-est. Oggi in Friuli-Venezia Giulia, teatro delle proteste anti Green pass, i nuovi positivi sono triplicati in 24 ore, mentre il Sudtirol deve fare i conti con un indice di stress della sanità locale sulla soglia della zona gialla, come evidenziato dal rapporto Altems. I dati mostrano “un rialzo della curva epidemica” in Italia, ma “alla crescita dei contagi non corrisponde, per ora, un incremento proporzionale di ospedalizzazioni”, rassicura il Commissario per l’emergenza, Francesco Paolo Figliuolo.

Sequestro all’imprenditore fan di Verdini

“Ciao. Paratore, uno dei nostri sostenitori mensili, è a Roma e vorrebbe salutarti. Può passare ora al partito? Grazie”. È il pomeriggio del 12 maggio 2016, quando l’allora avvocato esterno di Eni, Piero Amara, invia un sms al leader di Ala, Denis Verdini, il partito dei centristi che sostiene il governo di Matteo Renzi. “Piero, io sarò in ufficio alle 19”, risponde il senatore. Pochi giorni dopo (25 maggio), Amara manda un nuovo sms: “Ciao Denis, puoi ricevere Carmelo Paratore oggi? È importante. Lui è già a Roma”. “Fatto”, risponde dopo alcune ore Verdini.

Gli sms, estratti dallo smartphone dell’ex senatore, saltano fuori dopo la perquisizione dei magistrati di Milano, e sono stati depositati anche al processo di Messina sul ‘Sistema Siracusa’. Ma chi è l’uomo che l’avvocato oltre a definire uno dei “nostri sostenitori mensili”, come possibile finanziatore economico del partito di Ala, sponsorizza Verdini?

Carmelo Paratore è un imprenditore siciliano, finito agli onori della cronaca nel marzo del 2017, quando viene arrestato assieme al padre Antonino con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e traffico di illecito di rifiuti. Secondo la Dda di Catania, sarebbero i prestanome di una delle figure di primo piano di Cosa Nostra etnea, ovvero il boss Maurizio Zuccaro, detenuto al 41-bis e nipote di Nitto Santapaola, vertice della cupola della Sicilia orientale.

A quattro anni di distanza, con il processo di primo grado ancora in corso e con i Paratore in libertà, ieri la Procura catanese e la Dia hanno esteso i sigilli al patrimonio degli imprenditori: 100 milioni di euro divisi in 14 società e 7 immobili. Già nel 2012, il collaboratore di giustizia Santo La Causa, figura apicale della mafia catanese, aveva accostato Paratore senior al boss, spiegando che “si stava dedicando insieme a Zuccaro al settore delle discariche di rifiuti speciali”.

In effetti, sotto sequestro finisce la Cisma Ambiente Spa, società che gestiva l’omonima discarica di Melilli (Siracusa), considerata una delle più importanti dell’isola con il suo bacino di circa 550 mila metri cubi.

E proprio sulle società di Paratore, Cisma e Paradivi, c’è un appunto scritto da Amara e trovato durante le perquisizioni di febbraio 2017 dalle Fiamme gialle di Roma: “Occorre dare una risposta alle società Cisma e Paradivi. A mio avviso unica possibilità è farci presentare fratello di Starace. Vedi tu!”. Il promemoria è indirizzato ad Andrea Bacci, imprenditore del Giglio magico di Renzi, che a sua volta avrebbe dovuto far arrivare all’ex sottosegretario Luca Lotti. Sia Bacci che Lotti, ascoltati dai magistrati di Perugia, hanno smentito di aver avuto intermediazioni per Amara nei confronti delle due società.

Ma l’avvocato Amara, insieme al collega e socio Giuseppe Calafiore, si sarebbero spesi anche per favorire l’ampliamento del bacino della discarica Cisma, che da 550 metri cubi sarebbe dovuta passare a circa 1 milione e mezzo. Per farlo avrebbe corrotto l’ex magistrato Giancarlo Longo (ha già patteggiato a Messina una condanna a 5 anni) che alla Procura di Siracusa indagava proprio sull’ampliamento.

Matteo “appestato”: “Lady Nardella non voleva Renzi”

Un vecchio dissidio con la moglie del sindaco di Firenze, Dario Nardella, la quale trattava Matteo Renzi come un “appestato”. O almeno questa è la storia di cui parlano al telefono l’imprenditore Patrizio Donnini e Marco Agnoletti, in passato portavoce di Renzi. La conversazione risale al 30 maggio 2019 ed è finita agli atti dell’indagine sulla Fondazione Open, l’inchiesta appena chiusa dalla Procura di Firenze che vede iscritti per concorso in finanziamento illecito Matteo Renzi, ma anche gli ex ministri Luca Lotti e Maria Elena Boschi, e Alberto Bianchi, ex presidente della Open. Agnoletti è estraneo alle indagini, invece Donnini è indagato (ma per vicende diverse) per traffico di influenze e autoriciclaggio.

Il 30 maggio 2019, Donnini e Agnoletti commentano i “risultati elettorali”. “Senti Matteo (Renzi, ndr) lo fa poi il partito o no?” chiede Donnini. E Agnoletti sbaglia pronostico: “Per ora credo di no…”. A un certo punto il discorso vira su Nardella. In particolare sui dissidi – a detta di Agnoletti – tra il leader di Iv e la moglie del sindaco di Firenze, Chiara Lanni. Con qualche irritazione per un arabo che Renzi avrebbe portato a Firenze (circostanza smentita da fonti vicine all’ex premier). Nardella e Lanni sono completamente estranei alle indagini.

Ecco cosa racconta Agnoletti: “(…) Oggi si è sfogato… ieri di persona, stamani al telefono… Matteo (Renzi, ndr) (…) contro Chiara (Lanni, ndr) (…) Perché la Chiara è quella che ha parlato male in giro tutto il tempo di Matteo (Renzi, ndr) …diceva: ‘non deve venire a fare la campagna elettorale, non lo voglio vedere’, di qui e di là, ok? Una volta che Matteo gli ha portato un arabo e si è incazzato di lui… ieri me l’hanno già detto di persona… poi stamani davanti all’articolo, un articolo della Nazione, in cui Nardella sembrava pigliare le distanze da Matteo (Renzi, ndr). (…) Matteo lo ha chiamato, ha detto: ‘Oh! Mi son stancato… perché mi son rotto il cazzo’, e l’articolo era sbagliato nel titolo, fuorviante, l’articolo era giusto, bene… però già che c’era gli ho detto di tutto sulla Lanni ecc… e infatti poi m’ha chiamato Dario (Nardella, ndr) e m’ha detto… ‘Ma Matteo m’ha offeso pesantemente Chiara’ e gli ho detto: Dario però… rendiamoci conto un po’… cioè lei… Chiara era ossessionata… da Matteo, ‘allontana Matteo… Matteo ci fa (perdere)….’, tutti noi vedevamo i sondaggi e sappiamo che quel problema c’era, alla fine l’ha capito anche Matteo, infatti è sparito, però lei lo trattava come un cane!… come un appestato!”.

A Firenze, Lotti con Bianchi è accusato anche di corruzione per l’esercizio della funzione. Per i pm, Lotti nel “periodo temporale 2014-2017” si sarebbe “adoperato (…) in relazione a disposizioni normative di interesse per la British American Tobacco Italia Spa”. In cambio avrebbe ricevuto utilità quali contributi volontari – 170 mila euro in totale tra il 2014 e il 2017 – da Bat alla Open. Agli atti c’è anche una email inviata da Bianchi il 12 maggio 2015 con oggetto “procedura comunitaria su ‘pacchetto generico’”, all’allora ministro della Salute Beatrice Lorenzin (estranea alle indagini). Lorenzin è stata sentita come persona informata sui fatti il 15 settembre. I pm le hanno mostrato la email di Bianchi. “Non ricordo di aver letto questa email (…) – ha spiegato la deputata Pd – Avevo una posizione molto dura nei confronti del consumo di tabacco, tanto da trovarmi in contrasto con altri ministri. Sul tema dell’assenza di marchio sui pacchetti di sigarette non ricordo alcunché (…). Quanto all’intervento dell’Avvocatura generale dello Stato non l’ho sollecitato (…). Ciò lo affermo al netto dell’inopportunità che Bianchi mandasse la email mostratami”. Lorenzin spiega poi di non aver “mai parlato con Lotti del pacchetto generico”.

“Modifiche alla riforma? Colpa delle fake news”

Viene da chiedersi se la riforma della Giustizia, approvata in Consiglio dei ministri a luglio e in Parlamento a settembre, non sia un testo frutto di “pregiudizi” e di “narrazioni distorte”. Ovvero i concetti di cui ha parlato ieri la Guardasigilli, Marta Cartabia, all’assise romana dei notai, dove la ministra si è lamentata di come “il percorso di riforme” sia stato complicato “dalle fake news”. Ragionamento che peraltro, pur senza mai nominarlo, chiama in causa il nostro giornale anche solo per il fatto che fosse tra i pochissimi quotidiani a far notare i gravi pericoli della riforma, poi in parte modificata prima dell’arrivo alla Camera.

Qualche mese più tardi, con la partita del Quirinale alle porte, la ministra Cartabia si è forse resa conto di quanto gli strascichi di quella riforma contestatissima – almeno da parte del M5S e delle opposizioni – siano il vero ostacolo alla sua elezione al Colle. Motivo per cui adesso è necessario ripulire l’immagine della legge e del percorso che portò alla sua approvazione, approfittando anche dell’endorsement del commissario europeo Didier Reynder, che ieri ha incontrato la Cartabia elogiando “l’ambizione e i chiari impegni” mostrati “dalla riforma italiana”.

E così, secondo la ministra Cartabia, le dure critiche espresse a luglio erano infondate: “Tante delle fatiche e delle incomprensioni che hanno complicato il percorso delle riforme della Giustizia sono state anche legate a delle informazioni inaccurate, a delle parziali verità, quando non a delle vere e proprie falsità che sono circolate creando inutili preoccupazioni, soprattutto a carico delle vittime di reati gravi. Partendo da notizie false si costruiscono narrazioni distorte e si alimentano pregiudizi”.

Ridurre tutto a una campagna mediatica sembra però riduttivo, oltreché azzardato. L’Anm, Associazione nazionale magistrati, parlò di “150 mila processi in fumo” per colpa della improcedibilità (alias, tagliola) imposta dalla riforma dopo 2 anni di processo d’Appello e 1 in Cassazione. Il procuratore Nicola Gratteri la definì “la peggior riforma della Giustizia di sempre”, arrivando persino a rimpiangere i tempi di Silvio Berlusconi e dei suoi fantasiosi slalom ad personam. Nino Di Matteo, componente del Csm e simbolo dell’Antimafia, si disse certo che le novità sarebbero state “un favore alla criminalità organizzata”. Piercamillo Davigo la bollò come “un’amnistia di fatto” non in grado “di ridurre il carico sui tribunali”.

Che fossero tutte fake news o no, questi moniti a qualcosa servirono, perché anche grazie alla mediazione del Movimento 5 Stelle la riforma finì per prevedere un massimo di 3 anni per il processo d’Appello – anziché 2 – e di 18 mesi per la Cassazione – anziché 12 – con un periodo transitorio fino al 2025 in cui i tempi sono prorogabili fino a 4 anni in secondo grado e a 2 anni in Cassazione.

Senza dimenticare che dall’improcedibilità, da cui la ministra Cartabia voleva escludere solo i reati imprescrittibili (cioè per cui è previsto l’ergastolo), sono stati salvati anche i reati puniti col 416 bis e ter (associazione mafiosa e scambio elettorale politico-mafioso), mentre per molti altri reati (da quelli sessuali al traffico di droga) l’Appello potrà adesso durare fino a 6 anni (diventeranno 5 dal 2025).

Tutti correttivi che oggi passano per perdite di tempo e contentini concessi dopo il piagnisteo di qualche odiatore. Nella recondita speranza che il revisionismo passi per buono e serva alla Cartabia per riaccreditarsi nella corsa al Colle.

Quirinale: il gioco d’azzardo in aula. Le due destre, il Pd renziano, i 5S divisi

Da una parte i governisti, dall’altra quelli che vorrebbero sfilare il tappeto rosso dai piedi di Mario Draghi. Da un lato chi riorganizza le truppe per la prossima legislatura e dall’altro i tifosi della “formula Mario” anche dopo il 2023. Mai come adesso, i partiti e i loro rappresentanti in Parlamento sono dilaniati dalle lotte intestine. Ecco perché, a due mesi dalla partita del Quirinale, nessuno degli attuali leader può mettere la mano sul fuoco su quel che accadrà nel segreto dell’urna.

 

Lega La guerra del n. 2

Il consiglio federale convocato con tutta urgenza per ieri pomeriggio si è concluso con una tregua armata ma il clima tra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti rimane pessimo. Oltre al leader e ai vicesegretari, sono presenti i 22 segretari regionali, i capigruppo e i governatori del Nord. Arrivando al consiglio federale alla Camera Salvini mette le cose in chiaro: “Ascolto tutti e poi decido io, come sempre”. Ed è proprio questo il filo conduttore dei 50 minuti di discorso del segretario. Salvini parte dall’analisi della sconfitta alle amministrative e poi chiede la fiducia sulla sua linea spaziando dal taglio delle tasse all’abolizione del reddito di cittadinanza. Ma non risparmia critiche agli avversari interni, a partire proprio da Giorgetti: “Basta attacchi, fanno male alla Lega”. E ancora: “Basta mettere in discussione la linea e la compattezza del partito”. Poi la seconda sberla al suo numero due che gli aveva chiesto una svolta europeista, ovvero l’ingresso nel Partito Popolare Europeo: “Il Ppe non è mai stato così debole – replica Salvini – entrarci non è pensabile perché è subalterno alla sinistra”. Sulle diatribe interne il segretario fa anche sapere che vuole parlare solo di “temi concreti” e lancia l’assemblea programmatica dell’11 e 12 dicembre a Roma. Un congresso che gli servirà per contare le truppe a cui parteciperanno sindaci, amministratori e parlamentari. Con una novità. Nel suo discorso Salvini dice che in quell’occasione la linea della Lega potrebbe essere ridefinita: “L’assemblea servirà per sancire, aggiornare e decidere i binari su cui viaggiamo”. Nel frattempo dall’1 dicembre partiranno i congressi provinciali e a inizio anno quelli regionali con i territori del Nord pronti a scalzare i commissari salviniani. Dopo il leader è intervenuto Giorgetti che ha confermato la sua “totale fiducia” nel segretario sposando la sua linea e i governatori hanno fatto lo stesso. In privato però Giorgetti continua a dissentire col segretario perché “la sua linea resterà marginale in Europa e condanna la Lega all’irrilevanza” ha detto ai parlamentari vicini. Il consiglio, a tarda sera, va verso il voto all’unanimità della linea di Salvini. È tregua. Chissà per quanto.

 

Pd Il processo sul ddl Zan

Anche il Pd, ieri mattina alle 8, ha messo in piazza le sue divisioni sotterranee. L’occasione era l’assemblea del gruppo del Senato, convocata dopo l’affossamento della legge Zan nel voto segreto, Ed è stato Luigi Zanda a scattare l’impietosa fotografia: “La frantumazione dei partiti è una dinamica in atto molto accentuata. Per questo è ancora più importante che il Pd tenga l’unità politica in vista della legge di bilancio e dell’elezione del Presidente della Repubblica”. Che i franchi tiratori finiscano per essere determinanti nella scelta del nuovo inquilino del Colle è più che chiaro al segretario, Enrico Letta. A Palazzo Madama il suo controllo dei parlamentari è particolarmente a rischio: parte del gruppo a tratti risponde ancora a Matteo Renzi. La riunione nasce come processo alla capogruppo, Simona Malpezzi. Dura 4 ore per 28 interventi (su 38 senatori). “Se non siete d’accordo, il mio incarico è a disposizione”, chiarisce lei. L’offerta sarà respinta, ma le tensioni emergono. Contro di lei, ma soprattutto contro Letta, ci va giù diritto Andrea Marcucci. Molto critica, soprattutto sulla gestione della Malpezzi Valeria Fedeli: “Servivano più confronti”, dice. Aveva l’ambizione di sostituirla, ma la partita non la gioca neanche. Contro la segreteria pure Stefano Collina e Alan Ferrari. Dario Stefàno, vicinissimo a Marcucci, non parla. Alessandro Alfieri, coordinatore di Base Riformista (corrente sempre più divisa tra gli ultras e i mediatori alla Lorenzo Guerini) sottolinea l’importanza dell’“autonomia del gruppo”, pur ribadendo la necessità che non ci sia una linea diversa dal partito. Mettono l’accento su questo Manca, D’Alfonso, Ferrazzi. Un modo per chiarire a Letta che con loro deve dialogare, in vista Quirinale. In difesa di Letta e Malpezzi, la maggior parte degli interventi. Da Anna Rossomando a Dario Parrini, per arrivare a Monica Cirinnà e Franco Mirabelli. Quest’ultimo, in prima linea sullo Zan, denuncia i “giochetti politici” fatti sulla legge. A riunione finita, dalle parti di Marcucci si esasperano le divisioni, mentre al Nazareno parlano di boomerang per l’ex capogruppo. E il Colle? “Criceti nella ruota quelli che ne parlano ora”. Letta una linea definita non ce l’ha. Andare su Draghi sarebbe un’opzione, quanto meno per liberare il campo politico. Ma l’ipotesi che a Palazzo Chigi ci vada una sorta di fido esecutore fa sì che le altre possibilità vengano vagliate con cura. Premesso che nel Pd le strategie sono molteplici. E i candidati alternativi preferiti. Casini e Franceschini in testa.

 

M5S Il rischio per Bonafede

Cercano alternative – un nome “progressista” – anche i 5 Stelle, per tentare almeno di giocarsi la carta di un candidato giallorosa per il Colle. Ma per ora, i cacciatori di teste sono tornati a mani vuote. E nel Movimento – a cominciare dal leader Giuseppe Conte – si stanno rassegnando all’idea che Draghi sia l’unica garanzia per non rischiare di trovarsi Silvio Berlusconi presidente della Repubblica o, peggio, di andare a elezioni anticipate. E poi, il premier a cui si sono inchinati in nome della Transizione ecologica sarebbe l’unico in grado di tenere unito il vecchio e il nuovo corso dei 5 Stelle, quello a trazione grillina e quello a trazione contiana. Nel mezzo, c’è quel Luigi Di Maio che ha già iniziato a muovere le sue pedine nel voto di due giorni fa al Senato, facendo di fatto fallire la riconferma di Ettore Licheri a capogruppo. Era il nome indicato da Giuseppe Conte, a cui si è contrapposta la senatrice Domenica Castellone: in verità, contiana pure lei ma sapientemente trasformata dai nemici dell’ex premier nella candidata dei “ribelli”. È finita in parità, ma di fatto Conte ha perso. E infatti già si cerca una “pacificazione” tra i due: un ticket che ricalchi l’antica usanza del capogruppo a rotazione o una figura terza che salvi capra e cavoli. Ma è solo il trailer di quello che andrà in scena il 12 dicembre, giorno in cui scadrà il mandato alla Camera del capogruppo Davide Crippa, in aperta ostilità col nuovo leader. La fatwa contro le ospitate tv che non fossero quelle dei 5 vicepresidenti designati da Conte è stata cucita su misura per lui (anche se è riuscita a farne inviperire molti di più). Conte gli aveva chiesto di dimettersi prima, per votare la nuova guida di Montecitorio insieme a quella di palazzo Madama. Ma lui non gli ha dato proprio retta. E a un mese dalla scadenza naturale di Crippa, sono tutti lì ad “auspicare” che “si arrivi preparati alla partita”. Tradotto: sono in altissimo mare. Solo che qui, alla Camera, Conte vorrebbe come nuovo capogruppo Alfonso Bonafede, volto simbolo del M5S (e del contismo). Rischiare di farlo impallinare dai peones, comincia ad essere un rischio che il neo presidente potrebbe decidere di non correre: sarebbe una fotografia della sconfitta difficile da cancellare. E di cui non potrebbero nemmeno incolpare Di Maio: “Ci sono decine di deputati che non rispondono nemmeno più alle correnti”, ammettono. Non proprio un biglietto d’auguri per chiunque abbia in testa di salire al Colle.