Cercasi Costantino: smarrito in tv l’ultrà di Matteo

Notizie di Costantino della Gherardesca ne abbiamo? Per gli ultrà renziani son tempi tristi e qualcuno è già lì a ricollocarsi. Forse anche lui. Alla Leopolda 2016, garrulo come non mai, sentenziò al popolo: “Io voterò sì al referendum del 4 dicembre 2016”. Uomo orgogliosamente privo di doti apparenti, Costantino della Gherardesca è reduce dalla distruzione di svariati programmi su Rai2: Secondo Costa, Bangkok Addicted, Le spose di Costantino. Un bel trittico di disastri totali. Per questo – per premiarlo – RaiDue gli ha affidato la conduzione della nuova edizione di The Voice: un altro bell’esempio di meritocrazia al potere, o se preferite di masochismo del servizio pubblico. Le spose di Costantino è stato uno dei più grandi disastri di sempre, persino peggiore del mitologico Ora ci tocca anche Sgarbi su RaiUno. Un troiaio che ne bastava anche solo la metà, share sotto il 3% e chiusura ignominiosa: daje. Lungi dall’ammettere la propria impalpabilità commerciale, Costantino disse a Libero che il programma non era nato per gli ascolti ma per divulgare: può anche essere, ma divulgare cosa? L’orrore? La mestizia? L’apocalisse? Boh. Non male anche Secondo Costa (si notino i nomi vagamente autoreferenziali dei programmi, neanche fosse Kant o Marcuse). “Costa”, in quel caso, intendeva affrontare i grandi temi della vita: e sticazzi. Una puntata – su RaiDue, mica su TeleFava – narrava l’avvincente colonscopia subita dal nostro eroe, accompagnato da una misericordiosa Victoria Cabello che gli teneva la mano prima che esso si consegnasse alla mattanza rettale. Bei momenti.

Prima delle ultime elezioni, il discendente del Conte Ugolino (che già aveva avuto i suoi guai pure da vivo) aveva accusato di “squallore” Selvaggia Lucarelli, rea di avere scritto che suo padre ottantenne aveva ritrovato l’entusiasmo politico con i 5Stelle: “Il problema non è il degrado, il dumbing down, la politica, il populismo. È lo squallore”. L’uomo, che per inciso non sa minimamente cosa sia il “dumbing down” e per questo ne parla, è invece emblema di garbo e candor. Mica come il padre zozzone della Lucarelli. Leggiamone un tweet del 2016: “Sono disposto a ingrassare un chilo per ogni parlamentare grillino morto”. Poi l’ha cancellato, non prima però che tutti lo leggessero (compresa la Rai, che però non ha fatto un plissé) e che lui nel dubbio ingrassasse come se nel frattempo Mengele avesse effettivamente sterminato tutta la milizia grillina. Poi è dimagrito e ci ha tenuto a raccontarne gli stenti a Vanity Fair: “Negli ultimi tre anni, ho avuto solo amanti che ho reso insoddisfatti. Ho un calo del testosterone precoce dovuto a antidepressivi e psicofarmaci presi per combattere l’agorafobia. E hanno influito la grassezza e la mancanza di esercizio fisico”. Notizie che ti segnano: quando scopri che Costantino ha problemi d’impotenza, poi non sei più lo stesso. Scoperto da Chiambretti, dove esaltava le masse incarnando Maga Maghella, e apprezzato mattatore di Pechino Express, Costantino ha scritto anche un libro. L’esito commerciale, nonostante i lanci di Dagospia (con cui ha collaborato) e l’appoggio di una stampa renzusconiana compiacente, è stato pure qui stitico. Nell’irrinunciabile testo, Costa dispensava peraltro lezioni di estetica, che è un po’ come se Orfini desse lezioni di burlesque. Un tipetto così, come ultrà renziano, era perfetto: spiace vederlo smarrito. L’uomo è però attrezzato per trovare, più prima che poi, un altro carro del vincitore. Fosse anche quello grillino o magari leghista: tutto, pur di apparire. Riempiendoci ogni volta di nulla.

Al Csm il giusto processo non è di casa

Il 15 marzo riprenderà davanti alla sezione disciplinare del Csm, presieduta da Giovanni Legnini, già sottosegretario del governo Renzi, il procedimento a carico dei pm Woodcock e Carrano per presunte irregolarità nell’inchiesta Consip che ha visto il coinvolgimento di Tiziano Renzi, indagato per traffico di influenze, e del ministro Luca Lotti per favoreggiamento e rilevazione di segreto di ufficio. Ogni qualvolta le inchieste coinvolgono alti livelli della politica, il pg della Cassazione e il Csm entrano in fibrillazione e ciò è, ancora una volta, accaduto. Nell’aprile 2017, l’allora pg Pasquale Ciccolo (che, pur essendo in età da pensione, si è visto prorogare l’incarico dal governo Renzi) aveva messo sotto inchiesta le dichiarazioni pubblicate da Repubblica attribuite al pm Woodcock. Quindi, nel giugno del 2017, il comitato di presidenza del Csm aveva deciso di investire del caso, ritenuto “molto grave e allarmante”, la prima commissione competente sul trasferimento di ufficio dei magistrati. La commissione, guidata dal laico Pd Giuseppe Fanfani, riceveva mandato pieno per esplorare le inchieste Consip e Cpl Concordia, entrambe condotte dai due pm napoletani. Del resto, qualche mese prima, Legnini, durante una conferenza stampa, aveva reputato “questi fatti molto gravi” – (fughe di notizie sulla telefonata tra Matteo Renzi e il padre, presunti falsi contestati al capitano Scafarto e dichiarazioni di costui ai pm romani relative a Woodcock) – e “gli sembrava evidente che qualcosa non era andata a Napoli”.

Questo giornale, in un articolo del 7 ottobre 2017 – in occasione di una “lezione di comportamento istituzionale” che Legnini riteneva di aver impartito a Davigo – osservava come tale “lezione di comportamento istituzionale evidentemente non deve valere per Legnini, se si pensa alle esternazioni sul caso Consip e alle polemiche sul pm di Napoli… e pensare che potrebbe giudicare i pm napoletani Woodcock e Carrano sotto procedimento disciplinare”.

Ciò è puntualmente avvenuto poiché, a novembre, Ciccolo ha chiesto il rinvio a giudizio dei due pm alla disciplinare. Fissata l’udienza per il 19.2, Legnini ha presieduto il collegio, laddove sarebbe stato più opportuno che a presiederlo fosse stato il vicepresidente Leone.

A questa si aggiunge che due membri della commissione hanno fatto parte di quella che indaga sul trasferimento di ufficio e la relativa istanza di astensione proposta dalla difesa degli incolpati è stata rigettata “non sussistendo gravi ragioni di opportunità”. Già in passato, componenti della sezione, che avevano in prima commissione addirittura manifestato un “parere” sulla medesima vicenda e ritenuto anche “sostenibile che essa possa avere rilievi disciplinari”, non si erano astenuti. Si tratta di un orientamento del tutto irragionevole, posto che il procedimento disciplinare è modellato sul processo penale e a esso si applicano le norme del codice di procedura penale sul dibattimento.

Dimenticano, al Csm, la decisione del 9 luglio 2013 della Cedu nella causa “Di Giovanni vs Italia” nella quale la Corte “ha osservato che al procedimento disciplinare contro i magistrati si applicano le disposizioni del cpp, tra le quali le norme in materia di ricusazione” ed ha ritenuto che “la ricorrente avrebbe potuto sostenere che la circostanza che quattro membri della sezione disciplinare del Csm fossero firmatari della nota con la quale si chiedeva l’apertura del procedimento a suo carico costituisse un’espressione del loro convincimento sui fatti” sì che la stessa avrebbe potuto presentare ai giudici nazionali un’istanza di ricusazione.

Il Csm dovrebbe prendere atto che lo strumento di tutela del “giusto processo” – in cui si sostanzia il precetto costituzionale a essere giudicato “da un giudice terzo e imparziale” – va ricercato negli istituti dell’astensione e della ricusazione che non trovano ingresso nel Palazzo dei Marescialli.

Renzi sovraesposto: una foto malfatta

Prima ancora di chiedersi cosa ne sarà di Renzi e del Partito democratico giunto al suo minimo storico, c’è un nodo da sciogliere, grande quanto la bersaniana vacca nel corridoio: cioè di come la potente macchina da guerra comunicativa costruita dal giovane leader del Pd, superiore per pervasività forse anche a quella approntata in passato dallo stesso Berlusconi, sia risultata non solo inefficace nel creare consenso, ma abbia addirittura prodotto un risultato così drammatico.

Il fatto, da studiare nelle università come un vero caso di scuola, sarà capire cosa sia successo per determinare un simile tracollo, dopo anni di esposizione mediatica senza precedenti, di autoproduzione quotidiana di messaggi “protetti”, di sforzi per creare lo spin giusto (ne ha scritto Fabio Martini ne La fabbrica della verità), di casting spietato per selezionare facce e corpi per la tv.

Ebbene questa “poderosa macchina per il consenso” che non ha risparmiato nessuno, neanche i giornalisti, indirizzati per anni con veline e sms sull’interpretazione dei fatti e il pensiero del leader, alla fine ha prodotto un’emorragia di due milioni e mezzo di voti rispetto al 2013, di cinque rispetto alle europee 2014, e messo gravemente in ginocchio un partito, la sua identità, la sua ragione sociale.

Renzi, infatti, pochi giorni dopo essersi insediato a Palazzo Chigi scatenava sui media un attacco senza precedenti, portato, a differenza dell’ex Cavaliere, in tutti gli apparati della comunicazione moderna, nessuno escluso (dalla tv ai social, alla radio, a Internet, ai telefonini). Solo per restare alla tv da quel momento Renzi inanellava un’impressionate serie di presenze, non solo nelle tradizionali trasmissioni informative, ma anche, ed era questa la novità più importante, in formati dove l’intrattenimento era prevalente, comparendo più volte sia a Che fuori tempo che fa che a Domenica Live o a Domenica In. L’assalto riguardava non solo, dunque, i telegiornali, dove comunque egli raramente mancava all’appuntamento e che gli regalavano sia in Rai che in Mediaset percentuali mai raggiunte da un capo di governo (come testimoniano i dati Agcom), ma, da allora e senza soluzione di continuità, anche gli spazi poco politicizzati del divertimento, da lui utilizzati più volte per parlare ai cittadini, lanciare messaggi, raccontare del suo governo. Rimane esemplare la partecipazione a Un mondo da amare al fianco della Clerici la sera del 18 dicembre 2014. L’anno 2016, con il referendum costituzionale, avrebbe rappresentato il momento clou di una mobilitazione elettorale permanente, capace di produrre uno stress comunicativo rimasto ininterrotto fino a oggi, salvo per pochi mesi dopo la sconfitta del 4 dicembre. Com’è accaduto, c’è da chiedersi, che questa permanent campaign poderosa e inedita non abbia prodotto i frutti sperati, anzi tutt’altro? Azzardiamo un paio di spiegazioni, che diamo al netto delle pur necessarie valutazioni politiche sul personaggio. La prima è che Matteo Renzi lanciava la sua offensiva proprio quando la comunicazione politica in tv cominciava, ingenerando disaffezione e distacco nella gente, una sua inesorabile parabola declinante: una sfasatura strategica non da poco rispetto all’esprit du temps per la sua crociata mediatica; la quale, a sua volta, scatenava altra comunicazione avversa e altre chiacchiere nelle tv da lui meno frequentate (vedi La7), generando un fatale cortocircuito negativo.

La seconda è che, come sanno gli specialisti della materia, la tv e i media non bastano sempre da soli a fare la differenza. Essi si nutrono di velocità e, come scriveva Paul Virilio, sono nemici della durata. E la sovraesposizione, come in una fotografia malfatta, produce una cattiva immagine. È la vecchia storia della televisione e del consenso: la prima non garantisce il secondo, perché il consumo di essa avviene sempre in un contesto, che è quello che alla fine conta.

Eco diceva che se un poveraccio vede una pubblicità fatta di ricchezze possibili e luoghi da sogno alla fine, piuttosto che comprare la saponetta, può darsi che s’incazzi con chi lo sottopaga e lo sfrutta. La chiamava “decodifica aberrante”, variabile essenziale per capire le comunicazioni di massa. Ecco, forse è quello che è accaduto in questi anni a Matteo Renzi.

Mail box

 

Un movimento trasversale che guardi ai temi, non alla fede

È giusto che un giornale indipendente come il vostro dia la parola sia a Montanari, col quale sinceramente mi trovo più in sintonia, che a Buttafuoco. Ma per comprendere il vero significato del voto del 4 marzo e di tutte le sue conseguenze, alla fine scelgo la bellissima intervista di Silvia Truzzi a Zagrebelsky.

Alla luce di quella, altre considerazioni, anche se interessanti e legittime, appaiono inevitabilmente un po’ troppo “di parte”.

Le oligarchie contro le quali si sono espressi i cittadini possono essere di destra quanto di sinistra, è bene averlo chiarito, e anche quali sono i veri rischi per la democrazia.

Da persona di sinistra, devo ammettere che la mia generazione è stata fin troppo ideologizzata, Gaber con grande ironia ci ha suggerito i limiti di tutto questo: cos’è la destra, cos’è la sinistra. Ora moltissimi elettori hanno dimostrato di preferire un movimento “trasversale”, i cui temi in parte possono essere considerati comuni. Finora c’era sembrato che potessero essere comuni solo gl’interessi personali o quelli degli amici, non certo i temi. Forse la politica andrà intesa in modo più “moderno” come partecipazione critica, non più “fede” né “speranza”. Neanche “carità”, naturalmente.

Enza Ferro

 

È il momento di passare dagli inciuci agli accordi

Dopo la straordinaria affermazione del “No” al referendum del 4 dicembre 2016, i risultati delle elezioni del 4 marzo rappresentano un’altra vittoria raggiunta anche con il contributo del Fatto, che, pur non dando indicazioni di voto per un singolo partito, si è schierato fermamente contro ogni ipotesi di inciucio “renzusconista”.

Vittorie che in entrambi i casi hanno dimostrato come il Fatto, più che un giornale, sia una comunità di persone; obiettivi ottenuti con il quotidiano cartaceo, con il sito, con i libri e gli spettacoli che hanno attraversato l’Italia in lungo e in largo e, nel nostro piccolo, anche con le mail di noi lettori. Ora dobbiamo continuare a vigilare affinché vengano sventati i tentativi (come quelli di cui scrivete) di vanificare il voto con improbabili ammucchiate.

È il momento di passare, con nuovi protagonisti, dalla stagione degli inciuci a quella degli accordi onesti.

Antonio Maldera

 

Gli italiani hanno capito che le promesse sono vane

Capisco che l’attenzione sia attualmente tutta sulla formazione di un nuovo governo e sulle difficoltà che si hanno nel cercare di mettere insieme una maggioranza. Tuttavia mi preme ricordare che attraverso il voto gli italiani hanno voluto dire un bel no grazie alle false promesse, e tra queste a pieno titolo non vi sono solo le mancate riduzioni di imposte e balzelli ma la promessa di una abolizione di Equitalia che si è trasformata cambiando nome e acquisendo ancora più poteri, portando al completamento di quello stato di polizia fiscale nel quale tutti sono evasori quindi polli da spennare senza alcun limite. Vorrei che fosse ben chiaro un concetto. Gli stipendiati d’oro del ministero delle Finanze non eletti da nessuno e piazzati dalla vecchia nomenklatura, spesso con incarichi illegittimi, che tanti danni hanno fatto finora, sono appena stati licenziati e delegittimati dal popolo sovrano. Quella è la porta, accomodatevi pure.

Eusebio Pascoli

 

DIRITTO DI REPLICA

Caro Fabrizio d’Esposito, alcune precisazioni a proposito del tuo articolo “Le neoveline azzurre: l’elisir di giovinezza del vecchio B.”, nel quale citi (a sproposito) le Veline e parli di inesistenti movimenti (velinismo e neovelinismo). Partiamo dai fatti, visto che l’articolo è stato pubblicato sul Fatto Quotidiano di domenica 11 marzo. Fatto 1: nella famosa lettera di Veronica Lario all’Ansa (28 aprile 2009, quella del “ciarpame senza pudore”) non compare mai il termine “Veline”, né tantomeno il fantomatico “velinismo”. Fatto 2: nessuna Velina è stata mai coinvolta in scandali (o anche solo in gossip) di carattere politico-sessuale. Fatto 3: nessuna Velina ha mai tentato la strada della politica (con qualsivoglia schieramento), nessuna è mai stata candidata in qualsivoglia lista, non solo a elezioni politiche o europee, ma nemmeno a quelle per un consiglio di zona. È davvero deludente verificare che neppure l’evidenza dei fatti riesce a cancellare errori e pregiudizi. Anche sul Fatto.

Gianluca Beltrame Uff. stampa Striscia la notizia

 

Caro Gianluca Beltrame, le veline e il velinismo sono al centro di un’antica crociata semantica che conducete da anni, da quando sulla scena politica (e non solo) hanno fatto irruzione gli scandali a luci rosse del vostro editore storico. Di conseguenza prendo ancora una volta atto della strenua difesa del vostro copyright su veline e velinismo ma vi sottopongo una riflessione. Questa: il termine veline è ormai diventato di larghissimo uso e consumo. C’è perfino la voce “velinismo” nell’autorevolissima Treccani (la mia testa, e aggiungerei anche la vostra, sotto i piedi della Treccani). Che senso ha, allora, tentare di arginare con lo scoglio del vostro copyright il mare delle citazioni? Per voi, tutta questa orgia di velinismo, dovrebbe essere una soddisfazione.

fd’e

Olimpiadi. Torino e Roma, due realtà diverse e il terzo incomodo: le Dolomiti

Dove andranno i Cinque Stelle? Visto che sulle Olimpiadi invernali i pentastellati hanno fatto un voltafaccia, cosa esclude che – una volta insediati al governo – non ne facciano un altro dichiarandosi favorevoli al Tav?

Michele (lettore piemontese)

 

Gentile Michele, governare significa anche dimostrare la serietà delle proprie promesse. Ora tocca al M5S che amministra Torino e forse avrà la guida del Paese. Vedremo se agli impegni presi seguiranno i fatti. Certo, governare è più complesso che fare opposizione. Lo si è visto, per esempio, nella vicenda dello stadio della Roma dove l’amministrazione di Virginia Raggi ha adottato una soluzione di compromesso.

Ora siamo alla prova delle Olimpiadi invernali del 2026. A novembre la sindaca Chiara Appendino aveva smentito l’esistenza di un dossier sui Giochi. Oggi spunta una candidatura che per qualcuno contraddice impegni e valori del M5S che si spacca.

Perché a Roma il Movimento ha detto “no” alle Olimpiadi e a Torino si schiera per il “sì”? Prima di giudicare se i Cinque Stelle si stiano comportando in modo contraddittorio bisogna anche valutare le due candidature. I Giochi di Roma ruotavano intorno all’area di Tor Vergata e alla nuova Fiera, puntando al recupero di opere lontane tra loro. Progetti legati da un comune destino: incompiuti o mal funzionanti. Il dossier rischiava di soddisfare prima di tutto gli interessi andati a male di grandi gruppi immobiliari cittadini (di qui il soprannome di “giochi del mattone”). Non solo: il bilancio della città difficilmente avrebbe retto l’impatto dei Giochi che costano mediamente il 179% di quanto previsto.

A Torino esistono già le strutture dei Giochi del 2006, un patrimonio da 1,86 miliardi. E si può già contare su metropolitane, strade e aeroporti. Un’Olimpiade low cost, si dice, ma non gratis: costerebbe comunque 2 miliardi (uno arriverebbe dal Comitato Olimpico). Circa 170 milioni servirebbero per recuperare le strutture vecchie di appena dieci anni.

La scelta del M5S è furbesca e incoerente? Ai cittadini l’ardua sentenza. La partita delle Olimpiadi invernali in Italia è diventata più politica che sciistica: da una parte Torino sponsorizzata dai Cinque Stelle. Dall’altra Milano (Coni, Pd, Lega). Adesso arrivano le Dolomiti. Ma c’è un dettaglio: hanno le montagne.

Ferruccio Sansa

“Moro, gli agenti uccisi, la prigionia e la lotta. Fu tutto terrificante”

Pubblichiamo una parte dell’intervista televisiva che Francesca Fagnani ha realizzato con Adriana Faranda, ex militante della colonna romana delle Brigate Rosse, una dei “postini” che le Br utilizzarono – tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978 – per consegnare alla famiglia e ai politici della Democrazia cristiana le lettere di Aldo Moro, prigioniero nel covo brigatista di via Montalcini a Roma. Le domande e le risposte che leggerete sono proprio la parte dedicata alla rievocazione dei 55 giorni del Caso Moro. Il colloquio con Adriana Faranda è il primo della nuova trasmissione di Francesca Fagnani, “Belve”, una serie originale di otto appuntamenti prodotta da “Loft Produzioni” per Discovery Italia. La prima puntata, con l’intervista ad Adriana Faranda, andrà in onda domani sera alle 23.30 sul canale “Nove”.

Adriana Faranda, lei ha partecipato al piano per il rapimento di Aldo Moro e l’ha condiviso. Quel giorno in via Fani sono morti tutti gli agenti della scorta di Moro. L’annientamento della scorta era previsto nei vostri piani, era condiviso da tutti nelle Brigate Rosse?

Questo è un tema molto delicato, nel senso che noi non immaginavamo che gli uomini della scorta fossero, non dico impreparati, ma che addirittura alcune armi fossero in un portabagagli o in un borsello. Credevamo che rispondessero al fuoco, che si aspettassero che potesse succedere una cosa del genere. Ovvio che noi puntavamo alla sorpresa, ma non ci aspettavamo che fossero così sorpresi.

Non lo avevate messo in conto.

Non avevamo messo in conto, ovviamente, il colpo di grazia. Io non ricordo sicuramente alcuna discussione in cui è stato detto: bisogna ucciderli. Certo, dovevamo garantire al nucleo la possibilità di scappare. Però quello che non sapevamo è se ci sarebbero stati morti anche dalla nostra parte.

Lei dov’era mentre capitava?

Ero a casa e ascoltavo la radio. Per sentire cosa stava succedendo, ma dalle comunicazioni non si capiva bene.

Quando ha saputo che gli agenti erano morti tutti e invece dei vostri nessuno, come si è sentita?

Da una parte sollevata, dall’altra ho sentito immediatamente il peso di quello che era avvenuto. La prima cosa che udii fu che uno degli agenti era sopravvissuto ed era stato portato in ospedale. E devo dire che mi augurai che non morisse.

Barbara Balzerani, un’altra brigatista che ha partecipato al Piano Moro, ha detto: io non mi ritengo un’assassina, perché sostanzialmente quella era una guerra, quelle erano le regole di ingaggio. Lei come la giudica e come giudica un po’ tutti voi?

No, io non giudico la Balzerani e nessun altro mio ex compagno di allora.

Allora mettiamola su di lei. Si giudica un’assassina?

È dura questa domanda. Nel senso che dal punto di vista umano, per come la vedo adesso, sì: so che ho contribuito all’uccisione di persone. Però, è vero anche quello che dice la Balzerani. In quel momento, noi ci sentivamo in guerra, al di là che questa cosa fosse reale o meno. E la guerra è spietata, la guerra è cinica, la guerra uccide.

Nella vostra visione voi eravate in guerra, per liberare il popolo oppresso dal Sim, lo stato imperialista delle multinazionali, diciamo così, banalizzando…

Banalizzando…

Di fatto, però, il giorno dopo il rapimento Moro ci fu un grande sciopero contro di voi. Le piazze si riempirono di bandiere e di operai. Quel popolo che volevate liberare era contro di voi. Ma non vi siete chiesti: forse siamo dalla parte sbagliata della storia? Non vi è venuto qualche dubbio?

Un minimo di dubbio c’era sempre, ma non era sulle manifestazioni organizzate dal Pci. Non ci stupiva che riuscissero a mobilitare tante persone.

Eppure quelle persone c’erano, erano persone vere, erano operai.

Di noi si dice che eravamo pochissimi, è giusto: eravamo molti di meno, però ci sono stati anche dai 20 mila ai 40 mila inquisiti, in quegli anni, per attività sovversive.

Ma la gente era con voi?

No, la gente non era con noi. Però, che cosa significa essere con noi? Noi pensavamo di essere una avanguardia che innescava un processo, cioè non era un periodo in cui quattro persone chiuse di una stanza avevano deciso un percorso. Accanto alle manifestazioni del Pci c’erano le persone che avevano brindato nei bar alla notizia, perché lì per lì, tra l’altro, non ci si era resi conto della gravità dell’episodio.

Durante quei 55 giorni del rapimento, lei ha frequentato il covo di via Montalcini, la “prigione del popolo” di Aldo Moro?

No, mai. Mai perché non poteva essere una base da frequentare, ma doveva essere un appartamento da tenere assolutamente il più possibile separato e al sicuro.

Lei non ha mai incrociato il presidente Moro?

No, mai. Soltanto durante l’inchiesta preliminare al sequestro.

Il suo compito, assieme a Valerio Morucci che, allora, era anche il suo compagno di vita, era di recapitare la “posta, le lettere che scriveva Moro, sia quelle politiche sia quelle private”. Erano 36, lei le ha recapitate tutte?

Moro sicuramente ne scrisse di più. Poi, per tutta una serie di valutazioni, non tutte furono inviate ai destinatari.

Erano lettere, dicevamo, sia a familiari sia private, sia a politici del suo partito. Lei immagino avrà avuto modo di leggerle in anteprima. Come si sentiva? Perché quelle private erano davvero struggenti…

Certo, diciamo che quelle politiche erano estremamente importanti perché segnavano tutto un percorso di Moro che cercava di aprire degli spiragli che avrebbero significato la sua liberazione. Quelle private lo spogliavano gradatamente di quella che era la sua funzione, quella per cui era stato catturato.

E lei come si sentiva?

Male.

La pietà ha mai avuto spazio nei vostri discorsi?

No, spazio no. A volte è uscita fuori, in maniere differenti. Però spazio politico non poteva averne.

Com’è noto, lei e Morucci vi siete opposti all’esecuzione del prigioniero Moro. A muovervi erano ragioni più politiche o più etiche?

Erano le due cose. Uccidere un prigioniero politico, reintrodurre la pena di morte come diceva Moro nelle lettere alla Democrazia cristiana: diceva ‘state reintroducendo la pena di morte’, in realtà era rivolto anche a noi, esattamente come alle istituzioni che non si stavano muovendo. Meglio: al suo partito, piuttosto che alle istituzioni. E anche problemi politici, perché per noi l’uccisione di Moro era un errore politico gravissimo. Già il sequestro era stato un azzardo, superiore alle nostre forze anche di elaborazione e di gestione politica e l’uccisione sarebbe stato un errore ancora più grave. Per noi la sua liberazione, anche senza contropartita, era una prova di forza e, se vogliamo, anche di eticità maggiore di quella che stava dimostrando lo Stato.

Ma uccidere le persone per strada non equivale alla pena di morte?

Assolutamente sì, assolutamente sì.

Lei e Morucci siete riusciti effettivamente a rimandare l’esecuzione di Moro, ma non a evitarla. Eppure avreste potuto salvare la sua vita e le vostre, denunciando

Non si può. A quei tempi non si poteva assolutamente neanche immaginare una cosa del genere. Tu per tua scelta, per tua responsabilità hai accettato di far parte di un’organizzazione in cui credevi, con cui hai condiviso tutto: anche davanti a un dilemma umano, etico e politico di quel tipo, passare alla denuncia significava capovolgere tutto e schierarsi con lo Stato contro i tuoi compagni. Era inammissibile per me, in quel momento, assolutamente inammissibile.

Il giorno dell’esecuzione, le toccò un altro terribile compito: accompagnare Morucci nella telefonata all’assistente di Moro per comunicare dove avrebbero ritrovato il cadavere. Com’è, per chi ne ha la responsabilità, annunciare una morte senza dare la possibilità di dire addio?

Beh, quello è stato un momento durissimo. A Valerio costò moltissimo fare quella telefonata. Annunciare una morte è sempre una cosa terrificante, ancora di più se non la condividi, in quel momento l’angoscia era molto alta, non so. È stato uno dei momenti più difficili.

È stato il più difficile? Oppure qual è stato il più difficile di quei 55 giorni?

Non c’è un momento terrificante, erano tutti terrificanti. Fu terrificante anche quando si decise che non si poteva più aspettare. Furono tutti terrificanti. Tranne forse, non so, quando si sperava che ci fossero delle aperture…

Saluto romano e maglia di Salò: 8 mesi di squalifica

Otto mesi di squalifica per Eugenio Maria Luppi, il calciatore di 25 anni che lo scorso novembre durante una partita di Seconda categoria festeggiò il gol della vittoria col braccio teso. Un saluto romano a Marzabotto (Bologna), teatro dell’eccidio nazifascista del 1944 (770 morti). “Salutavo la mia fidanzata” disse l’indomani, ma mentre esultava verso la tribuna mostrò anche una maglia nera con le insegne della Repubblica di Salò nascosta sotto la divisa ufficiale della squadra dell’Appenino emiliano 65Futa. Si scatenò un putiferio, la squadra andò a rendere omaggio al Sacrario di Marzabotto e Luppi non ci andò, poi cambiò casacca: ora gioca nel Borgo Panigale, un club di Bologna. La Procura federale aveva chiesto un anno di squalifica e l’interdizione dalle strutture federali visto che il gesto “integrava gli estremi della propaganda ideologica vietata dalla legge, inneggiante a comportamenti discriminatori e idonea a costituire incitamento alla violenza o apologia”. I mesi poi sono diventati otto grazie all’avvocato Alessandro Veronesi, senza sanzioni accessorie: l’accordo tra difesa e accusa attende la ratifica del tribunale territoriale della Federcalcio.

Irriso da quei partigiani di cui tesseva le lodi: Pansa che non ti aspetti

Eravamo in treno da Milano a Sondrio, dove ci aspettava un pubblico dibattito, il direttore del Giorno, Italo Pietra, già comandante generale delle brigate partigiane dell’Oltrepò, Paolo Murialdi, caporedattore e ufficiale di collegamento fra le brigate partigiane nella stessa zona, Giampaolo Pansa e io, autori di inchieste su quelle valli politicamente “bianche”, che avremmo dibattuto in pubblico la sera stessa. Pansa aveva realizzato una inchiesta sul Bacino imbrifero montano (Bim), pieno di soldi, egemonizzato dalla Dc e in particolare dal doroteo Athos Valsecchi. Inchiesta molto dura, bella e documentata in modo impeccabile.

Le ore di treno erano almeno tre e chiacchierammo a lungo. Giampaolo allora era fresco del suo libro Guerra partigiana fra Genova e il Po, uscito da Laterza, la tesi di laurea discussa con Guido Quazza a Torino, con cui aveva vinto il Premio Einaudi che consisteva nel praticantato presso La Stampa. Dopo di che era venuto al Giorno, il giornale fondato da Enrico Mattei, allora punta avanzata, in ogni senso, fra i quotidiani indipendenti. Dal suo libro emergeva il mito di una Resistenza raccontata come unita, positiva, senza problemi interni di sorta o quasi. E Pansa ne era il cantore, l’aedo. Al punto che in redazione – dove c’erano parecchi ex partigiani o combattenti del Corpo di Liberazione Nazionale, come Giorgio Bocca, Guido Nozzoli, Angelo Del Boca, Ubaldo Bertoli, Manlio Mariani, Claudio Rastelli, il professor Umberto Segre, perseguitato per anni, al quale i nazifascisti avevano sterminato tutti i parenti più prossimi, ecc. – veniva a volte preso in giro per questi suoi ingenui atteggiamenti retorici.

Nella VI Zona (il basso Piemonte ai confini con la Liguria) di cui aveva scritto, in realtà c’erano stati aspri contrasti fra partigiani comunisti e partigiani di Giustizia e Libertà, in Piemonte particolarmente forte e combattiva. C’erano stati persino degli scontri. Non così nel confinante Oltrepò pavese dove Pietra e Murialdi, socialisti libertari sostanzialmente, e Luchino Dal Verme, cattolico, erano entrati nelle “Garibaldi” proprio per riequilibrare il peso dei comunisti. Non solo: il presidente del Cln a Voghera era un cattolico, Luigi Gandini, un mediatore nato, grande commerciante di granaglie, capace di rifornire di vettovaglie le brigate in montagna.

Durante il viaggio Giampaolo cominciò ad interrogare Italo Pietra sulla Resistenza e lui lo rintuzzava rispondendo: “Ma non parlate tanto di battaglie partigiane: erano scontri. Le glorie della Resistenza stanno altrove: per esempio nell’aver riportato la politica nel dibattito, nell’aver fatto propri i grandi valori di libertà, di giustizia sociale, di democrazia, nell’aver parlato al popolo e non alle sole élite…”. Pansa però insisteva: “Com’era il comandante alessandrino A.P. della VI Zona?”. E Pietra secco secco: “Un volgare assassino”, con un lieve sorriso ironico, e con lui Murialdi. Giampaolo sobbalzava letteralmente sul sedile. Lo scambio andò avanti così per un pezzo. Finché Pietra non tagliò corto: “Di certe cose si potrà parlare con più serenità quando saremo tutti morti salvando, ripeto, i valori morali e politici della Resistenza, che sono e rimangono grandi”. Una volta aveva aggiunto sarcastico: “A leggere certi documenti prodotti allora in montagna dai comunisti, mi viene da pensare che Marx a quelle altitudini facesse più male che bene”.

Al dibattito di Sondrio, affollatissimo, la Dc locale, per protesta contro l’inchiesta (ripeto, documentatissima) di Pansa, non partecipò e ce lo fece dire prima, in piazza, dal suo segretario provinciale. Un paio di anni più tardi, quando stava per diventare, assieme a me, inviato nazionale a poco più di trent’anni, Giampaolo ci lasciò per tornare alla Stampa che non attraversava proprio un periodo glorioso e sulle vicende Fiat, ad esempio, pubblicava, in pratica, soltanto i comunicati aziendali. L’impagabile Marco Nozza e io, nei corridoi, incontrammo Pietra, scuro in volto (su Pansa aveva investito non poco in quattro anni) e Marco commentò sorridendo: “Direttore, ha visto Pansa…”. Pietra, che aveva mantenuto da civile un’aria guerriera, lo guardò in silenzio e poi rispose scandendo le parole: “Ah, Pansa, Pansa, un bel prefetto… Anzi un sottoprefetto di Casale”. E uscì calcandosi in testa un’elegante lobbia inglese.

“Rischio mozzarella congelata”. Bufala dop, Consorzio spaccato

La bufala ha una punta di acido. Soffia un vento di fronda nel Consorzio di tutela della mozzarella di bufala campana dop, simbolo delle eccellenze del Sud.

Con una lettera al presidente Domenico Raimondo, i titolari di dodici aziende casearie che rappresentano il 44% della produzione di bufala dop minacciano di uscire dal Consorzio, e di fatto abbatterlo. Motivo? I dodici frondisti giudicano “inefficaci e non in linea con Statuto e codice etico”, le reazioni adottate dopo che il vicepresidente, Vito Rubino, del caseificio La Cirigliana di Aversa (Caserta), è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver utilizzato latte non conforme al disciplinare. Rubino si è dimesso dalla vicepresidenza ma resta nel Cda con la delega ai rapporti istituzionali. I dodici produttori hanno lamentato i “danni di immagine” e hanno invocato la costituzione di parte civile del Consorzio, e pugno di ferro pure verso i dipendenti “che eventualmente svolgano attività di consulenza a favore di operatori del settore”. Sarebbero incompatibili.

Il documento di due pagine – che il Fatto Quotidiano ha potuto consultare – è finito dritto al ministero delle Politiche Agricole e il dirigente del dipartimento qualità agroalimentare, Luigi Polizzi, ha chiesto controdeduzioni entro il 20 marzo. Il presidente ha convocato per ieri un Cda con al punto 3 dell’ordine del giorno la risposta al ministero. Contattato dal Fatto poco prima dell’inizio del Cda, Raimondo ha tranquillizzato: “Quel punto è stato superato, abbiamo già fornito al ministero i chiarimenti del caso”. Quali? “Non le posso rispondere fino a quando da Roma non ci faranno sapere”.

Secondo le nostre fonti, il Consorzio alla fine ha deciso – per la prima volta – di costituirsi parte civile. Determinanti le pressioni dei frondisti, capeggiati da Roberto Auriemma del caseificio Auriemma Srl, un ex avvocato che però al Fatto dice di non sentirsi soddisfatto: “È una costituzione solo formale: ci sono avvocati che sono specializzati in questo ramo e non mi risulta che il legale incaricato dal Consorzio lo sia”.

Auriemma ci delinea il vero oggetto dello scontro sotterraneo in corso: il timore che la proposta di modifica del disciplinare di produzione della “bufala campana dop”, in discussione da mesi al ministero, finisca per stravolgerne la qualità. “Se iniziamo a dire che possiamo andare a marchiare anche la mozzarella di bufala congelata od ottenuta con il fusore, come i ‘galbanini’, allora il marchio dop non ha più senso. Che facciamo, il ‘dop frozen’”?

Vaccini, decine di bambini respinti e proroghe regionali

Nessuna prassi univoca: ieri, primo giorno di scuola dopo la scadenza per la presentazione dei certificati che attestino la vaccinazione dei bambini (o la prenotazione) i bambini non in regola dalle scuole dell’infanzia e dai nidi sono stati una decina di casi. Numeri piccolissimi rispetto a quanti in quella fascia d’età non risultano ancora vaccinati (almeno 30mila, secondo le stime). Molte regioni godono infatti di una proroga anche di diversi mesi legata all’anagrafe vaccinale (che deve comunicare alle scuole gli elenchi di chi non è in regola) mentre alcune scuole hanno deciso di prendersi qualche giorno di tempo nell’attesa che le Asl incontrino le famiglie e discutano dei motivi per cui non sono in regola. Ieri a Sulmona, in quattro sono stati rimandati a casa. Una delle mamme ha accusato la scuola di non aver dato alcuna comunicazione formale. Quattro anche i casi di Milano. In Sardegna sono stati respinti alcuni genitori che avevano presentato la sola fotocopia del libretto vaccinale mentre sono tre i bambini respinti in Lazio, più di quindici quelli accolti nonostante non in regola. A Napoli, l’assalto: in centinaia hanno richiesto vaccinazioni e certificati. E c’è il timore che possano esaurirsi anche le dosi vaccinali.