Licenziata per il monopattino: “Ingiusto, ma deve restare a casa”

Èstato ingiusto licenziare Lisa, l’operatrice ecologica che a giugno ha perso il lavoro poiché accusata dai suoi superiori di aver “rubato” un monopattino gettato tra i rifiuti. Tuttavia la donna non potrà riavere il suo posto in azienda, perché in casi come questi la legge non prevede più il diritto al reintegro.

Lo ha stabilito il Tribunale di Torino, pronunciandosi sul licenziamento che durante la scorsa estate ha suscitato grande clamore. Di fatto, i giudici hanno dato ragione a Lisa ma, applicando l’articolo 18 così come modificato nel 2012 dalla legge Fornero, le hanno riconosciuto solo un indennizzo di 18 mensilità. Solo una piccola consolazione per chi a 41 anni, con due figli, dovrà comunque convivere con la disoccupazione.

L’episodio risale a circa nove mesi fa. La lavoratrice, il cui nome completo è Aicha Elizabethe Ounnadi, era da 11 anni dipendente della Cidiu Servizi, azienda pubblica dell’igiene urbana dei paesi a Ovest di Torino. Quando ha visto il monopattino mezzo rotto buttato nella spazzatura lo ha preso e portato a casa, motivando il suo gesto con il desiderio di fare un regalo ai suoi figli. Per l’azienda è comunque un furto, perché appropriarsi di oggetti trovati tra i rifiuti è vietato dal regolamento. Quell’azione, quindi, le è costata il licenziamento immediato. Secondo i vertici Cidiu, nei locali aziendali era presente un cartello sul quale era riportato a chiare lettere il divieto. Lisa, sempre stando alla versione dell’impresa, non si sarebbe limitata a trasgredire quella regola, ma avrebbe anche rimosso il cartello: un episodio ritenuto una grave insubordinazione.

La donna, con gli avvocati Mara Artioli e Paola Bencich, ha fatto ricorso e il Tribunale ha stabilito che la punizione del licenziamento è stata eccessiva. Il problema però è che, da quando nel 2012 l’allora ministra Elsa Fornero ha messo mano allo Statuto dei lavoratori, c’è solo il diritto al risarcimento.

Il reintegro, infatti, scatta solo in due casi: quando il fatto contestato è del tutto inventato dal datore di lavoro (e in questo caso, per quanto irrisorio, è accaduto davvero) oppure quando ci sono norme che prevedono sanzioni più blande in episodi di questo tipo (per esempio una multa o una sospensione). “Stiamo valutando se opporci all’ordinanza – spiega l’avvocato Artioli –. Intanto posso dire che la nostra assistita è molto provata da questa storia”. La vicenda è stata commentata su Facebook da Nicola Fratoianni, segretario dimissionario di Sinistra italiana: “Che vergogna. Una donna di 41 anni che rimane senza lavoro per una fesseria del genere”.

Ratzinger agli oppositori: “Francesco un grande Papa”

Oggi il pontificato di Jorge Mario Bergoglio compie cinque anni. Il messaggio di auguri più prezioso è firmato da Joseph Ratzinger. Il papa emerito si rivolge, soprattutto, ai detrattori di Francesco per dire: non usatemi per coprire le vostre battaglie contro l’argentino.

Ratzinger ha spedito una lettera a monsignor Dario Viganò, prefetto della Segreteria per la comunicazione, che gli chiedeva una recensione a una collana – curata da don Roberto Repore – che riassume la “Teologia di Papa Francesco”: “Plaudo a questa iniziativa che vuole opporsi allo stolto pregiudizio per cui Papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica, mentre io sarei stato unicamente un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano oggi. I piccoli volumi mostrano a ragione che Papa Francesco è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica e aiutano perciò a vedere la continuità interiore fra i due pontificati, pur con tutte le differenze di stile e di temperamento”.

Per la prima volta in maniera così netta, l’anziano Ratzinger interviene in pubblico – forse nel momento più feroce seppur sottotraccia degli scontri in Curia – per assegnare a Bergoglio l’eredità che custodisce, nascosto “dal mondo”, in un convento vaticano.

Sempre più limitato negli spostamenti dall’avanzare degli anni (il 16 aprile ne fa 91), Ratzinger non ha smesso mai di vigilare sul pontificato di Bergoglio: i “papi” si vedono spesso e Benedetto XVI riceve i più fidati collaboratori di Francesco per sapere, capire e semmai, come accaduto, agire.

Il più alto in grado degli oppositori di Bergoglio, per un lungo tempo, è stato il cardinale Gerhard Ludwig Müller. Stimato teologo tedesco come Ratzinger. Capo della Congregazione per la dottrina della fede come fu Ratzinger. Finché Bergoglio l’ha rimosso dal Sant’Uffizio e s’è scoperto plasticamente che il papa emerito non l’ha mai supportato.

Con estrema sincerità, Benedetto XVI ammette “una differenza di temperamento” con Bergoglio; fu proprio la questione caratteriale a spingere il Conclave – il 13 marzo 2013 – a bocciare l’italiano Angelo Scola e a consegnare la Chiesa al gesuita di Buenos Aires per non ripetere il canovaccio del 2005. Quando fu scelto Ratzinger, a discapito dell’allora 68enne Bergoglio, per non intralciare le trame di potere che si erano dipanate alle spalle del sofferente Giovanni Paolo II.

Il fragile Benedetto XVI non è riuscito a contrastare l’assalto al Vaticano dei cardinali italiani, capeggiati da Tarcisio Bertone, che nel 2005 in Conclave s’erano mossi da grandi elettori e, subito dopo il saluto dal balcone di San Pietro, sono diventati i padroni.

Denaro sporco. Scandali di pedofilia. Veleni in Curia. Indebolito dagli scandali, per salvare la Chiesa, Ratzinger si è dimesso l’11 febbraio 2013. E poi è volato in esilio a Castel Gandolfo aspettando il successore. Lì ha accolto – era il 23 marzo – papa Francesco e, davanti ai fotografi, gli ha affidato uno scatolone con centinaia di pagine che riportavano gli indicibili risultati di un’inchiesta dei cardinali. Il mandato di Francesco era preciso: punire i reprobi anche se potenti, estirpare il malaffare, la corruzione, la pedofilia. Complicato. Oggi forse c’è davvero bisogno di due “papi”.

Sale la disuguaglianza e il 23% degli italiani è a rischio povertà

L’economia italiana dà qualche segnale di miglioramento ma resta lo spettro della povertà per un individuo su quattro. Nel 2016, il reddito medio equivalente è aumentato ma insieme al rischio povertà, salito al 23% (19,6% nel 2006), il massimo storico: a raccontarlo, un’indagine della Banca d’Italia. Il reddito medio sul 2016 è cresciuto del 3,5% rispetto al 2014. Al tempo stesso però è aumentata la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi ed è aumentata anche la quota di individui a rischio povertà (coloro che dispongono di un reddito equivalente inferiore al 60% di quello mediano, soglia fissata a 830 euro al mese circa nel 2016). Condizione che interessa soprattutto famiglie giovani, del Mezzogiorno, o immigrati. Ma una crescita consistente si verifica anche al Nord, con il rischio povertà passato dall’8,3% al 15%. Il 30% più povero delle famiglie, inoltre, detiene appena l’1% della ricchezza nazionale, pari a circa 6.500 euro, mentre il 5% delle famiglie più ricche detiene il 30% della ricchezza complessiva, con un patrimonio netto di 1,3 milioni. Tra il 2006 e il 2016 la ricchezza netta delle famiglie è diminuita del 5%, quasi interamente per il calo dei prezzi delle case.

Il Re Mida dei rifiuti nell’Italia degli “avvoltoi”

È l’Italia dei trasporti, dell’acqua, dei rifiuti, delle autostrade. Esce oggi “Avvoltoi” (Mondadori), il nuovo libro di Mario Giordano. Pubblichiamo una parte del capitolo sugli “avvoltoi dei rifiuti”.

Paolo Bonacina è un imprenditore di 47 anni, nato a Lecco e residente a Mandello del Lario. Siamo nei luoghi del Manzoni: quel ramo del lago di Como che volge a Mezzogiorno, Renzo, Lucia e la frazione umida tritovagliata. Non so quanto Bonacina sappia dei Promessi Sposi, ma della frazione umida tritovagliata di sicuro sa tutto. Ma proprio tutto.

Nella sua carriera ha rivestito 26 cariche diverse in molteplici società, dall’immobiliare alla pubblicità. Ma la sua specializzazione è proprio l’immondizia: è una specie di Promesso Sposo della Monnezza, insomma. (…) e sa muoversi con disinvoltura nella palude degli appalti. Li vince e poi smaltisce rifiuti. Una piccola parte li porta negli impianti di sua proprietà. Gli altri in inceneritori o discariche sparsi per il Nord Italia. Dove, come risulta dalle intercettazioni, tutti i tecnici lo stanno ad ascoltare manco fosse l’oracolo di Delfi (…) Fra il 2014 e il 2015, in particolare, Bonacina si aggiudica una serie di appalti piuttosto ricchi in Campania. La Regione, come è noto, è in costante emergenza rifiuti. Non sa dove mettere l’immondizia. E così è disposta a pagare cifre anche piuttosto alte a chi se la prende. All’uomo di Lecco non pare vero: piomba sulla gara, se la aggiudica a un prezzo significativo (87,95 euro a tonnellata) e poi comincia la distribuzione dei pani e dei bidoni in giro per l’Italia. La parte secca è destinata per lo più all’inceneritore A2a di Brescia, quella umida a una serie di discariche in provincia di Alessandria (Castelceriolo, Tortona, Solero, Novi Ligure…).

E fin qui non ci sarebbe nulla di male se il Promesso Sposo della Monnezza non si dimenticasse un piccolo particolare: infatti evita accuratamente di eseguire le lavorazioni che sono obbligatorie prima di mandare i rifiuti nell’inceneritore o in discarica. Come li prende, così li consegna. Il meccanismo è totalmente illegale. Ma assai redditizio. Infatti: i suoi guadagni aumentano a dismisura. E i nostri veleni pure. (…) Ma Bonacina se ne impipa: intasca e non fa nulla di ciò che dovrebbe, almeno secondo quanto ricostruito dal Noe e riportato nell’ordinanza del giudice. I video, del resto, non lasciano spazio a dubbi: i camion arrivano negli impianti e ripartono pochi minuti dopo. Ai rifiuti viene cambiata solo l’etichetta (…) Il “metodo Bonacina” in meno di due anni ha reso 10 milioni di euro. E si sa: la pecunia, a differenza delle discariche, non puzza mai. Il suo inventore è un serio imprenditore brianzolo, figlio di una terra da sempre nota per la sua capacità produttiva. E infatti non si disperde in attività collaterali, non concede nulla al folklore, lavora a testa bassa a quello che il giudice definisce un “progetto criminoso collaudato”. A quest’ultimo, per altro, partecipano anche i responsabili di discariche e inceneritori (…) Infine, il “metodo Bonacina” è la dimostrazione del fatto che, come dicevamo, il normale tragitto illecito dei rifiuti, così come siamo sempre stati abituati a considerarlo, si è capovolto: non va più dal Nord al Sud, ma dal Sud al Nord. S’inverte la rotta, insomma, anche se la sostanza resta uguale: c’è troppa immondizia, smaltirla è complicato e qualcuno ci mangia su (…)

E quando serve, si ungono le ruote dell’ingranaggio, utilizzando i meccanismi più abusati: l’imprenditore di Lecco, infatti, secondo l’accusa avrebbe pagato una tangente al marito di una sindachessa (quella di Alessandria) sotto forma di una Fiat Freemont del valore di 30.000 euro e qualche contratto di consulenza. Basta così poco? Chi lo sa. L’importante, in ogni caso, è accumulare (…) Lui è stato fermato. Ma chissà quanti ancora, proprio adesso, mentre voi state leggendo, lo stanno imitando nell’ombra di qualche discarica, nel buio di qualche inceneritore.

Consulta, si dimette Zanon. “L’auto blu la usava la moglie”

Un uso improprio dell’auto blu, messa a disposizione della moglie. Per questo la Procura di Roma accusa il giudice costituzionale Nicolò Zanon di peculato d’uso. Una grana che Zanon ha deciso di affrontare depositando ieri le proprie dimissioni da una delle cariche più alte dello Stato. Ed è la prima volta che avviene. Quando un altro membro della Corte, Augusto Barbera, era finito sotto inchiesta per un’altra vicenda, poi archiviata, era rimasto al suo posto.

Insomma, Zanon, nominato nell’ottobre 2014 dall’allora presidente Napolitano, ha scelto di non creare grave imbarazzo all’istituzione alla quale appartiene, che ora dovrà decidere se accettare o meno le dimissioni.

Al centro della vicenda penale che lo vede indagato c’è l’uso delle auto di servizio (a cui hanno diritto i giudici costituzionali) da fine 2014 al marzo 2016. Secondo l’accusa, quando Zanon si trovava fuori Roma, quella macchina, con tanto di autista, veniva utilizzata dalla moglie, Marilisa D’Amico (non indagata). E i magistrati sospettano che siano stati fatti anche due viaggi: a Forte dei Marmi e a Siena. La signora D’Amico-Zanon, avvocato, è membro del Cpga, il Consiglio della giustizia amministrativa, e ha sostenuto il sì al referendum costituzionale promosso da Renzi.

Zanon è già stato interrogato la settimana scorsa. Al procuratore aggiunto Paolo Ielo ha spiegato che non c’è stato alcun abuso, tutto è avvenuto rispettando la disciplina interna che regola l’utilizzo delle autovetture assegnate ai giudici in maniera “esclusiva”. Regola che per il pm non include i parenti. Di qui, l’accusa di peculato d’uso.

Zanon, professore ordinario di Diritto costituzionale a Milano, è stato il relatore della sentenza della Consulta che ha bocciato in larga parte l’Italicum. Durante la rovente camera di consiglio era tra i giudici che avrebbero voluto intervenire anche sui capilista bloccati. È stato consigliere del Csm, nominato dal Parlamento in quota Pdl nel 2010. Nota la sua stima per Silvio Berlusconi, tanto che ha prestato una consulenza per l’ex premier di quasi 25 mila euro, regolarmente fatturata. Quando Berlusconi lottava in Parlamento per non decadere da senatore, dopo la condanna definitiva per frode fiscale, Zanon ha scritto, insieme ad altri giuristi, per conto degli avvocati dell’ex premier, un parere sulla incostituzionalità della legge Severino.

Nel 2012, da membro del Csm, ha chiesto l’apertura di una pratica contro l’allora procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato. La colpa del magistrato era aver definito “imbarazzante” partecipare alle cerimonie ufficiali in memoria di Paolo Borsellino per la presenza “di personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione” dei valori di Borsellino stesso. Nel maggio 2013, il plenum del Csm approvò quasi all’unanimità un documento in cui si chiedeva all’ex ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri di difendere i magistrati (c’era stato il comizio di Berlusconi a Brescia con pesanti insulti). Zanon votò contro: “Inopportuno il pressing nei confronti del ministro”. Per una controversa intervista al Mattino (si accerterà dopo che fu “manipolata”) nell’agosto 2013 Zanon, insieme ad altri laici del centro destra, chiese l’apertura di una pratica contro Antonio Esposito, il presidente della sezione feriale della Cassazione che ha confermato la condanna di Berlusconi per frode fiscale.

Ora il giudice si ritrova ad affrontare un’inchiesta. Sentito dal Fatto ha ribadito: “Sono sereno. Si sta parlando dell’uso della macchina. Non ho violato il regolamento e conto di dimostrare di non aver commesso alcun reato”. Nonostante ciò la scelta delle dimissioni “per rispetto dell’etica istituzionale e della funzione che ricopro, nonché per il rispetto che porto verso il presidente della Corte costituzionale”.

Tirrenia: “Scegli noi, abbiamo solo personale italiano”

“Il nostro personale? È tutto italiano”, “Scegli solo chi naviga italiano”: la compagnia traghetti Moby e Tirrenia del gruppo Onorato promuove la sua “italianità” sulle pagine pubblicitarie. La scritta campeggia su un paginone con una foto personalizzata di una dipendente con tanto di nome e cognome. La campagna non è nuova ed era stata presentata nel settembre scorso in piena campagna per ottenere un distinguo sulle agevolazioni fiscali tra gli armatori che impiegavano marittimi italiani o stranieri oggetto anche di un provvedimento di legge e che il gruppo torna a spiegare con un post sul suo profilo Facebook. “Il Gruppo Onorato Armatori – si legge – è orgoglioso di impiegare solo personale italiano o comunitario regolarmente assunto, piuttosto che personale extracomunitario sottopagato, impiegato con contratti non italiani, come accade in altre compagnie di navigazione. Questo non ha niente a che vedere con la xenofobia, ma è semplicemente un modo per tutelare, con orgoglio e fierezza, la grande tradizione della marineria italiana, per garantire un lavoro alla nostra gente e alle loro famiglie e difendere la dignità dei nostri connazionali”.

Olimpiadi, Malagò prende tempo: vuole Milano

Torino che fa un passo indietro e uno avanti, il Coni che ha in testa solo Milano ma non può dirlo, il Veneto che sfrutta la confusione generale per proporre un’autocandidatura abbastanza strampalata. La corsa alle Olimpiadi invernali del 2026 si sta trasformando nella solita farsa all’italiana: tutti che parlano, nessuno che sa davvero come stiano le cose.

Alla fine toccherà al governo centrale dare o meno il via libera (e metterci i soldi, tanti o pochi che siano). Solo che al momento un governo non c’è, il discorso è rinviato a data da destinarsi. E allora magari al tavolo finale si ritroveranno il numero uno dello sport, Giovanni Malagò, e Luigi Di Maio, se non proprio da premier comunque da capo politico del primo partito in Parlamento. Un anno e mezzo dopo il gran rifiuto di Virginia Raggi a Roma 2024, la palla olimpica potrebbe ritornare nelle mani del Movimento. Per questo la recente apertura di Beppe Grillo (che ha definito la candidatura di Torino “una grande occasione”) è stata accolta con entusiasmo: “Chiunque rappresenta lo sport non può che essere contento di un endorsement pro Olimpiadi, tanto più se viene dal garante di un Movimento che rappresenta così tante persone nel Paese”, il commento di Malagò. Anche se la frase di Grillo non sembra essere bastata a sciogliere tutti i dubbi interni al Movimento, sia a livello locale (come dimostrano i problemi in Consiglio della Appendino) che nazionale. E poi era riferita a Torino, città governata dai 5 stelle e dove ci sono già gli impianti dell’edizione del 2006 che potrebbero garantire un risparmio. Chissà se varrà anche per Milano, la candidata designata del Coni.

Al Foro Italico, infatti, hanno le idee chiare: un progetto low cost, con il capoluogo lombardo capofila di una candidatura che comprende la Valtellina (con lo sci a Bormio) e il Piemonte per un paio di discipline minori, e pochi soldi pubblici grazie ai contributi Cio e gli investimenti dei privati. Dunque Milano e non Torino (del Veneto neanche a parlarne), per una questione di appeal internazionale (i bis troppo ravvicinati non sono graditi) ma anche politica: il precedente della Raggi nella Capitale è una ferita ancora aperta e riproporre un’altra città con un’amministrazione a 5 stelle rischierebbe di indebolire la candidatura.

Adesso, però, bisogna aspettare il nuovo esecutivo. “Servono tre gambe di un tavolo, al momento ce ne sono due. Quando ci sarà il governo ne parleremo”, frena Malagò, che ha spiegato la situazione al capo del Cio, Thomas Bach, prendendo tempo almeno fino a dopo l’estate. La firma dell’esecutivo, del resto, è attesa solo per gennaio 2019. Al Coni tifavano per le larghe intese: ora sperano che a Palazzo Chigi arrivi il centrodestra (la Lega sogna da sempre di portare i Giochi nel Nord), confidano nel fatto che con questi numeri comunque non potrà esserci un monocolore M5S, ma si preparano a parlare anche con Di Maio, che per il momento è rimasto in silenzio.

Lui è l’unico che potrebbe scompaginare le carte in tavola, magari pretendendo un coinvolgimento maggiore della città governata dalla Appendino (ma potrebbe essere la stessa sindaca a preferire la formula meno impegnativa della compartecipazione), o dettando altre condizioni. Ammesso che il Movimento abbia davvero cambiato idea sulle Olimpiadi, e non finisca come per Roma 2024.

Appendino nei guai: salta il consiglio su Torino 2026

Non ce l’ha fatta neppure Beppe Grillo. Neanche il fondatore è riuscito a ricucire la frattura tra i consiglieri M5S a Torino, con una fazione contraria a nuove Olimpiadi invernali. Il suo intervento in assemblea venerdì sera non ha placato quattro consiglieri, Daniela Albano, Damiano Carretto, Viviana Ferrero e Marina Pollicino, che ieri pomeriggio hanno disertato la seduta del Consiglio comunale, facendola saltare.

Una mossa politica, visto che in Consiglio la sindaca Chiara Appendino avrebbe dovuto spiegare l’intenzione di firmare la lettera di interesse da inviare al Comitato olimpico internazionale per i Giochi del 2026. Si doveva votare una mozione del Pd che impegnava la sindaca a sottoscrivere il documento, ma alla conta chiesta dal capogruppo Pd Stefano Lo Russo ci si è accorti che mancavano il numero legale e la maggioranza. Così tutti a casa. Nonostante ciò Appendino andrà avanti: “Mercoledì, in seguito al consiglio metropolitano, manifesteremo con una lettera al Coni l’interesse della città”, ha annunciato sul Blog delle Stelle. Ma i problemi per la sua giunta sono evidenti. “Il dato politico più rilevante è che da oggi Appendino non ha più la maggioranza e per di più su uno degli argomenti più importanti per la vita della città”, sostiene Lo Russo. Mentre per il governatore del Piemonte Sergio Chiamparino “quanto accaduto è un segnale di inaffidabilità del Movimento di fronte a scelte strategiche”.

I quattro assenti, insieme alla collega Maura Paoli (che c’era) rappresentano la parte del M5S più legata ai comitati cittadini, che ritengono i Giochi del 2006 responsabili del debito accumulato dalla città e delle opere dannose per l’ambiente e per le casse pubbliche.

E non li ha convinti del contrario neppure Grillo, che venerdì sera era intervenuto telefonicamente all’assemblea degli attivisti: “Sono una grande occasione per la città e per il movimento. Dimostreremo di saperle organizzare a zero debiti e in maniera sostenibile”. Parole a cui i “ribelli” hanno replicato con un’azione rumorosa. “Il comico genovese non è più il padrone del partito, almeno a Torino”, sentenzia Osvaldo Napoli, consigliere comunale di Forza Italia eletto alla Camera. In altri tempi un gesto così sarebbe stato sanzionato da Casaleggio e Grillo. Ora tra gli eletti del M5S nessuno sa dire cosa accadrà. C’è il timore che i cinque contrari ai Giochi possano lasciare il gruppo e raggiungere Deborah Montalbano, ex grillina che ieri ha formalizzato la creazione di un gruppo misto di minoranza in aperto contrasto con Appendino. E a quel punto alla sindaca mancherebbe la maggioranza.

“Ma sarebbe sciocco far cadere l’amministrazione per una manifestazione di interesse”, commenta un consigliere M5S. Il percorso verso il 2026 però resta tortuoso: bisogna convincere il Coni di Giovanni Malagò e non è detto che a fine ottobre il Cio includa Torino tra le città che accedono alla fase della candidatura. Tuttavia l’assenza dei consiglieri potrebbe anche essere soltanto un messaggio ai vertici per rivendicare peso, e la considerazione delle loro proposte, presentate all’assemblea di giovedì sera. Come quella che prevede un’Olimpiade tutta finanziata dai privati.

@AGiambart

Padoan: “Il Def sarà scarno, nessuna misura e solo tabelle”

“Il quadro economico tendenziale “e basta”. Pier Carlo Padoan lo ha ribadito ieri ancora una volta, scandendo le parole, nel modo più semplice e chiaro possibile: il Documento di economia e finanza (Def) in arrivo tra un mese non conterrà alcuna indicazione programmatica di politica economica, da parte del governo uscente, perché dovrà essere il prossimo, qualsiasi esso sia, a definire misure e interventi per il futuro. E anche per questo Bruxelles attenderà che si instauri un governo stabile per dare il suo giudizio. Se i tempi andassero per le lunghe slitterebbe anche la richiesta di varare una manovra correttiva che Bruxelles era pronta a fare ad aprile (pari a circa 3 miliardi). Come è uso nella burocrazia europea, molto dipenderà da chi siederà a Palazzo Chigi. A ogni modo, entro il 10 aprile Gentiloni e Padoan presenteranno alle Camere il Def, scarno in versione “tabellare” senza nessuna indicazione ‘programmatica” su Iva, tagli e coperture, sull’arrivo di nuove tasse o sull’eliminazione di vecchie. Il Parlamento lo esaminerà ed approverà ed entro il 30 sarà trasmesso alla Commissione Ue. Il nuovo governo potrebbe poi integrarlo. Tra il 10 e il 30 i partiti potranno presentare alle Camere le loro risoluzioni.

In Europa prove dell’asse 5 Stelle-sinistra

I Cinque Stelle sono più compatibili con il centrosinistra del Pd e di LeU o con la destra della Lega? In attesa di sciogliere lo stallo che paralizza i partiti italiani dopo il voto del 4 marzo si può cercare una risposta a questa domanda nel Parlamento europeo. Il miglior partner per il Movimento, nell’aula di Strasburgo e Bruxelles, è la sinistra di “L’Altra Europa con Tsipras”, hanno votato allo stesso modo nel 74 per cento dei casi, anche se stanno in due gruppi parlamentari diversi (M5S in Efdd, lista Tsipras in Gue), secondo i dati dell’osservatorio VoteWatch. La compatibilità con il Pd è molto minore, 58 per cento, ma comunque superiore a quella con la Lega di Matteo Salvini (50 per cento) e con Forza Italia (41 per cento).

Se si guarda a come vota di solito il Pd, si ha la conferma che Matteo Renzi avrebbe preferito una grande coalizione con Silvio Berlusconi: mentre la sintonia con il M5S si verifica, come detto, nel 58 per cento dei casi, quella tra europarlamentari dem e colleghi di Forza Italia è del 74 per cento (ma soltanto del 36 per cento con i leghisti).

Se si guarda la questione da un’altra prospettiva, quella di Salvini, si capisce però che non è tutto così semplice: per la Lega in Europa i Cinque Stelle sono il partito con cui c’è maggiore sintonia – 50 per cento – mentre i voti uguali a Forza Italia sono soltanto il 36 per cento, idem quelli con il Pd. Va ricordato che sia M5S che Lega sono all’opposizione nell’Europarlamento, ma in due gruppi con posizioni diverse. I Cinque Stelle sono nel gruppo Efdd, euro-scettico ma non anti-sistema, la Lega invece è inquadrata nel Gruppo Europa nazioni e libertà che raccoglie i partiti più anti-europei come il Front National francese, Alternativa per la Germania o il belga Vlaams Belang. A gennaio 2017 i Cinque Stelle avevano provato a spostarsi da Efdd verso Alde, i super-europeisti di Guy Verhofstadt, che però li hanno respinti, sia perché temevano che la corposa delegazione italiana turbasse gli equilibri, sia per un regolamento di conti interno che è costato a Verhofstadt ogni possibilità di diventare presidente del Parlamento europeo. All’epoca sempre VoteWatch aveva osservato che c’era un’identità di voto tra la delegazione M5S e l’europista Alde nel 50,3 per cento dei casi, mentre la percentuale scendeva a 27,1 con lo Ukip, gli indipendentisti inglesi che erano parte di Efdd di come M5S.

Negli anni la rappresentanza europea dei Cinque Stelle si è trovata più sbilanciata a sinistra anche per le defezioni. Se ne è andato pochi giorni prima dell’elezioni italiane David Borrelli, che per M5S ha gestito partite importanti e che era considerato un centrista, dialogante sia con S&D (il gruppo socialista cui appartiene il Pd) e il Ppe (che include Forza Italia). Era stato lui il regista del fallito passaggio ad Alde. Ma ha lasciato anche l’euro-critico più acceso Marco Zanni, ora in Efn con Salvini, e Marco Affronte, passato tra i verdi. Tra i sopravvissuti molti si sono schierati sul fronte progressista, soprattutto sui temi sociali, come Rosa D’Amato o Piernicola Pedicini. Anche Laura Ferrara è sempre stata considerata un’interlocutrice dalla sinistra sui temi sociali e soprattutto sull’immigrazione. Ma poi si è opposta alla riforma del trattato di Dublino, quello che impone al Paese di arrivo di farsi carico della prima accoglienza dei richiedenti asilo. Per la sinistra di Gue era comunque un passo avanti, per la Ferrara era una “presa in giro degli italiani” perché non c’è alcun meccanismo di ricollocamento automatico e obbligatori dei migranti da gestire.

Non tutti, tra i Cinque Stelle europei, però, si sentono e sono considerati prossimi alla sinistra. Marco Valli, per esempio, rimane espressione di quelle spinte euro-critiche e sovraniste che pure sono parte del mondo Cinque Stelle, e così Tiziana Beghin, che ha guidato le battaglie contro il Ttip, il trattato tra Ue e Usa ora congelato. È vero che i Cinque Stelle hanno votato il 58 per cento delle volte come il Pd. Ma questo significa che nel 42 per cento dei casi, che non è poco, hanno scelto la posizione opposta.