Appello del Quirinale ai “responsabili”. Il rebus presidenze

Aggrappati a Mattarella. Convinti che l’unica boa contro le sabbie mobili resti l’uomo del Colle, che ieri ha invocato “corresponsabilità” e ha bocciato “l’egoismo”. Parole in cui i Cinque Stelle si sforzano di leggere un messaggio al Pd, per invitarlo a sedersi al tavolo con loro, gli ex barbari con 339 eletti e almeno metà Italia in mano. Oggi faranno una mossa con il candidato premier, Luigi Di Maio, che in una conferenza stampa lancerà proposte sul Def, con misure contro la povertà e per la riduzione della pressione fiscale alle imprese.

Soprattutto darà “segnali” sulle presidenze delle Camere, la partita più prossima. Insomma proverà a indirizzare il gioco, da primo partito. Dove ostentano indifferenza per la direzione dem di ieri, “perché sapevamo che sarebbe stata una riunione inutile”. Ma il dato di quella riunione è che per adesso il Pd rimane sulla linea di Renzi. Quindi è incompatibile, con il Movimento che pone come prima condizione per un accordo la presa di distanza dal rottamatore, con un nuovo leader che cambi tutto. Così proprio Di Maio in serata twitta: “Gli italiani si aspettano responsabilità da chi ha fatto questa legge elettorale, ma assistiamo ai soliti giochi di potere”. E il primo riferimento è ovviamente al Pd. Anche se la speranza è che i conti interni tra i dem siano solo rimandati. Intanto c’è il Sergio Mattarella che ieri che al Quirinale ha premiato 29 giovani distintisi per atti di solidarietà e impegno nel volontariato. Sorrisi, distintivi e attestati. E quel passaggio così attuale: “Bisogna comprendere che occorre essere protagonisti e costruire il futuro del Paese senza chiudersi nella propria dimensione personale, magari con egoismo”. Dall’ufficio stampa del Colle gettano subito molta acqua sul fuoco: “Quelle parole non facevano riferimento alla situazione politica, ma erano legate solo all’incontro”.

Però è comunque evidente l’esortazione a (tutti) i partiti, immobili di fronte allo stallo. Per questo il Pd in direzione semina applausi e attestati di stima al Colle: per non correre rischi. Mentre il Movimento tifa per Mattarella “che è l’unico a poter convincere i dem”. Ma con una differenza neanche da poco, con il Quirinale. Perché per cercare una maggioranza di governo Mattarella vorrebbe partire da quella che si formerà per eleggere i presidenti delle Camere. Invece per il Movimento quei numeri e i nomi eletti non potranno essere vincolanti. Ovvero, non vuole che un’eventuale intesa con la Lega, con divisione delle presidenze, venga ritenuta il segnale di un avvicinamento con Salvini, il primo passo verso il patto di governo tra “sovranisti”.

Nel M5S cercano ancora un’altra rotta, “perché la Lega è un polo opposto a noi”. Anche se leghisti di peso come Giancarlo Giorgetti continuano a lanciare ami: “I 5Stelle non sono chiari sull’immigrazione, però sull’Europa si può ragionare. Ma serve un governo per le riforme”. Invece il M5S porta avanti i contatti a fari spenti col Pd: per ora senza esito “perché ognuno ti racconta una cosa diversa”. Mentre LeU ha truppe esigue. Però si insisterà su quel versante. Ripartendo con la conferenza di oggi di Di Maio alla stampa estera. “Dobbiamo insistere sui temi” ripetono i 5Stelle. Con l’obiettivo di rimediare l’appoggio esterno di almeno buona parte della sinistra. Allettandola anche con tecnici di area in ministeri di peso. E più avanti con posti nelle retrovie. Però per adesso è tutta palude. E allora riaffiora sempre l’arma da fine del mondo, una legge elettorale da varare proprio con Salvini. Però prima si cercherà la quadra. Con una certezza: “Gli altri hanno paura di tornare a casa: temono il voto”. Basterà, per aiutare Di Maio?

“Il Pd ignora la sua base sociale e la lascia al M5S”

Barbara Spinelli, a lungo firma di Repubblica e oggi europarlamentare eletta nella lista Tsipras e membro del gruppo Gue, è una delle voci più ascoltate nel centrosinistra e ieri ha lanciato, insieme al collega francese Pascal Durand, un appello (pubblicato sul Fatto) per un dialogo tra Pd e Movimento 5 Stelle dopo il risultato delle elezioni italiane che sta facendo molto discutere. Le abbiamo chiesto di spiegare come e perché due partiti fino a ieri avversari dovrebbero collaborare.

Barbara Spinelli, che messaggio è arrivato dagli elettori con la doppia vittoria di Lega e M5S?

È evidente che a Nord come a Sud gli elettori esigono un cambiamento: non solo formale, di qualche ministro. Denunciano l’enorme divario che esiste tra un establishment di tipo oligarchico e la sovranità popolare, chiedono di colmarlo. Per la sinistra la sconfitta è monumentale: con le classi popolari aveva un legame storico perduto da anni.

Quell’establishment, prima del voto, ha dato il solito messaggio “o noi o il disastro” ed è rimasto inascoltato. Un risultato preoccupante o di speranza?

Il messaggio non funziona più perché negli anni in cui governava, quel “noi” ha ottenuto risultati non troppo distanti dal disastro agitato come spauracchio. Se si fa una netta distinzione tra Lega e M5S, forse si può ancora salvare il salvabile. Se la spinta impersonata dal M5S, la più inserita nel quadro democratico, viene colta e tradotta in un programma concreto di governo, il disastro è evitabile.

Eugenio Scalfari ha detto che il M5S è la nuova sinistra. È d’accordo?

Il Movimento 5 Stelle comprende molti elementi, anche liberali, tanto che nell’Europarlamento ha provato ad allearsi con l’Alde (il gruppo dei liberal democratici europeisti di Guy Verhofstadt, ndr). Ma sicuramente il M5S ha una forte componente di sinistra. L’alleanza più coerente sarebbe quella con Pd e LeU, anche se la maggioranza sarebbe esilissima e dipendente da fedeltà improbabili.

E il sorpasso della Lega su Forza Italia che segnale è?

Esprime paure e xenofobie che esistono, meno chiassose, anche in Forza Italia. Se Berlusconi prova a lusingarle, gli elettori continueranno a preferire Salvini. Quanto all’Unione europea, l’elettorato leghista non è scettico, ma ostile. Non così i Cinque Stelle.

I Cinque Stelle hanno smesso di essere euro-scettici?

Li ho osservati da vicino al Parlamento europeo, nella loro propensione a fare compromessi positivi. Quello che le forze democratiche notano a Bruxelles è la loro capacità di fare proposte, soprattutto sui temi sociali e sui diritti. La stessa idea del reddito di cittadinanza, criticata e svilita dall’establishment italiano, è molto europea. Nell’ottobre scorso, il Parlamento europeo ha votato a stragrande maggioranza una risoluzione che chiede l’introduzione di un reddito minimo nell’Unione. Il relatore era Laura Agea del M5S. Solo Italia e Grecia non hanno schemi permanenti di reddito di cittadinanza. Su alcuni temi i Cinque Stelle sono perfino troppo “europei”, a mio parere.

Per esempio?

Sul respingimento dei migranti verso il Sudan, una dittatura con cui abbiamo firmato accordi di rimpatrio, e in particolare sul rimpatrio dei migranti in Libia. L’appoggio dei 5Stelle alla strategia libica di Minniti è identico a quello dato dalla Commissione Ue, e come nel 2012 potrebbe sfociare in una condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Vista da Bruxelles, la Lega è pericolosa come il Front National? Non sembra ci sia lo stesso grado di allarme.

Spero che l’allarme ci sia. Quando Salvini parla di Europa mostra un’ignoranza abissale: quando fa l’elogio di Marine Le Pen o dei governi del gruppo di Visegrád, nasconde agli elettori che costoro vogliono chiudere le frontiere e si rifiutano di ricollocare i rifugiati, lasciandoli tutti nel Paese d’arrivo, che è il nostro. Un disastro per l’Italia, che Salvini furbescamente occulta.

Si parla di un’alleanza Lega-M5S, per mancanza di alternative.

Dell’ignoranza militante e ipocrita di Salvini ho appena detto. Non voglio neppure prendere in considerazione un’alleanza, suicida e contronatura, con un simile personaggio, dichiaratamente xenofobo e violento.

L’atteggiamento del Pd ora verso i loro elettori è “andate pure dai populisti, ve ne pentirete e tornerete da noi con tante scuse”.

È un atteggiamento di persone psicologicamente fragili che non sanno guardarsi allo specchio e fare gli autoesami richiesti: è la stupidità senza fondo che caratterizza le mosse di Renzi da quando ha perso il referendum sulla Costituzione. Vuol dire mostrarsi del tutto indifferenti alla propria storica base sociale. Averla in gran parte perduta non significa smettere di esserne responsabili. Lasciare i Cinque Stelle senza sponde a sinistra significa rovesciare lo slogan “o noi o il caos”, e scegliere il caos. Dire “ben venga il caos” è un atteggiamento sovversivo. Né credo che la soluzione consista nello schema Macron, carezzato forse da Renzi o Calenda: Macron ha vinto lasciandosi alle spalle un deserto di rappresentanza politica.

Come verrebbe vista in Europa la coalizione Pd-M5S? Una resa del Pd ai populisti?

Consiglio di abbandonare per sempre l’aggettivo populista, utilizzato per delegittimare chiunque chieda cambiamenti ma non appartiene alle oligarchie nazionali o europee. Parliamo dei problemi veri: non siamo fuori dalla crisi, dobbiamo uscire dalla bolla dentro cui vivono poteri assediati, sempre più infastiditi non tanto dai populisti, ma dallo stesso scrutinio universale e dalle inevitabili sorprese che esso riserva.

Che succede se i Cinque Stelle deludono? Hanno sollevato molte aspettative.

Hanno diminuito il numero delle promesse. Quella che più viene loro rimproverata dagli economisti dell’austerità è il reddito di cittadinanza, difficilmente contestabile essendo un obiettivo dell’Europarlamento. Lo stesso Parlamento ha detto che non bastano gli 80 euro o qualche piccola misura sull’inclusione. In Italia servono proposte sociali importanti e per questo il Pd e il M5S dovrebbero allearsi. Nel programma 5Stelle c’è anche la lotta alla mafia e alla corruzione. Vorrei sapere se anche questa lotta sia catalogabile come populista.

L’ansia di Sala per le primarie

Il sindaco di Milano Beppe Sala sembra avere una piccola ossessione personale: le primarie del Partito democratico. Da quando Matteo Renzi si è dimesso dalla poltrona di segretario, Sala continua a ripetere come un disco inceppato che va bene tutto, ma le primarie no. Interviste, dichiarazioni, virgolettati: “Le primarie sono una lotta tra galli, un atto da ego riferiti”; “Agli elettori non interessano le primarie del Pd, vogliono sapere altro”, “Dalla direzione di oggi mi aspetto che si confermi il fatto che non si facciano le primarie”, “È improprio che Zingaretti si candidi alle primarie del Pd”, “Non partecipo alle primarie del Pd, farò il sindaco di Milano fino al 2021”. Insomma, l’opinione è più che legittima, ma l’insistenza sull’argomento suscita qualche perplessità. Tanto più che il sindaco – ex commissario di Expo – si è ritagliato l’attuale profilo politico (e la guida del centrosinistra nelle elezioni che l’hanno consacrato primo cittadino) proprio attraverso le primarie, che di fatto servirono a legittimare una scelta di Renzi. Quelle vinte da Sala diventarono famose anche per la grande mobilitazione della comunità cinese a sostegno della sua candidatura. All’epoca lui la pensava così: “Non ho mai pensato di sottrarmi alle primarie, sono un momento di messa a punto della mia proposta politica. Sono convinto della loro utilità”.

Il grigio funzionario finito ai vertici per caso

Il primo dato che colpisce di Maurizio Martina sono gli anni: non ne ha neanche 40, li compie a settembre, eppure fa politica dal liceo. In un quarto di secolo, Martina è sopravvissuto ai capi di partito, alle sconfitte elettorali, a una mutazione ideologica che l’ha portato dalla sinistra al renzismo e adesso oltre.

Il segretario reggente, traghettatore del Nazareno verso l’ignoto dopo la batosta del 4 marzo, è la figura perfetta perché incarna la mediazione intellettuale e la modestia mediatica: di Martina non si ricorda niente, se non la serie di incarichi che ha accumulato. Non c’è una gaffe, una frase, un’espressione che aiuti a riconoscere Martina. Ha sempre la stessa (bonaria) faccia serena. Soltanto l’autunno scorso, per l’uscita del volume che compendia la sua esperienza di ministro per l’Agricoltura (Dalla Terra all’Italia, Mondadori), si è lasciato andare in una posa un po’ renziana per la camicia bianca e un po’ bersaniana per le maniche arrotolate. Perfetta sintesi della capacità di Martina di legarsi a tutti e dunque a nessuno. Nel ‘99, a 21 anni, entra nel consiglio comunale di Mornico al Serio da indipendente; il sindaco è un tizio in orbita Comunione e Liberazione. “Fra Martina”, l’ex comunista adolescente di famiglia operaia e molto cattolico, però, rinnega quel sistema che per un’epoca infinita ha sostenuto Roberto Formigoni. Ha accompagnato i Ds fino alla fusione con la Margherita, ma solo grazie all’accordo con Enrico Letta – che sfidava Walter Veltroni – è diventato segretario del Pd lombardo. In quel momento – è il 2007 – Martina era della corrente di Piero Fassino, di quella di Veltroni e un po’ per convenienza di quella di Letta. Poi è arrivato Pier Luigi Bersani e il capolavoro delle Regionali 2010 con la candidatura di Filippo Penati, battuto 56 a 33 da Formigoni. La carriera di Penati si è fermata con le inchieste giudiziarie. Quella di Martina è proseguita di corsa. Nel 2013, il consigliere regionale Martina è pronto per Montecitorio. Bersani gli conserva un posto nei listini bloccati del Porcellum senza passare per le parlamentarie. Martina era reduce da un altro successo: per il comune di Milano ha sostenuto Stefano Boeri contro Giuliano Pisapia. Martina aveva sbagliato cavallo, di nuovo.

Respinto dagli apparati del Nazareno, torna al Pirellone con un seggio, ancora in minoranza, nel gruppo di Umberto Ambrosoli, poi battuto dal leghista Roberto Maroni. Letta, un paio di mesi dopo, lo chiama come sottosegretario alle Politiche agricole. Renzi lo promuove ministro e Martina torna a Milano per gestire Expo. E lui ricambia spingendo la Coldiretti a schierarsi per il Sì al referendum. Poi scompare. Non se ne accorge nessuno. Finché ancora Renzi lo schiera da vicesegretario per sbaragliare la minoranza: infatti Martina, per qualche mese chissà, è stato anche cuperliano, cioè nell’area di Gianni Cuperlo, a sua volta di area D’Alema-Bersani. Qualche tempo fa Martina ha alzato un po’ i toni in tv con Roberto Speranza, lo scissionista, e dal Nazareno si è scatenato un giro di telefonate per comunicare il lieto evento. A volte Martina s’incazza. Poi si siede.

L’eterna resurrezione di Renzi, ex leader prigioniero di se stesso

Se Matteo Renzi non fosse Matteo Renzi, farebbe come Giulio Andreotti che ogni volta che lo facevano fuori da Palazzo Chigi, o lo emarginavano dalla Dc, scompariva alle viste, s’inabissava, staccava i telefoni, si ritagliava un incarico in qualche commissione parlamentare, viaggiava per il mondo, aggiornava l’archivio a futura memoria (a questo Matteo forse già provvede), scriveva libri di scarso successo (in questo è identico), con qualche utile puntatina palermitana dai cugini Salvo (questo meglio evitarlo). Per poi riapparire rigenerato alla guida di qualche governo o ministero, più pimpante che pria.

Del resto, se Matteo Renzi non fosse stato Matteo Renzi, dopo la legnata del referendum costituzionale avrebbe mantenuto la solenne promessa di ritirarsi dalla vita politica (se non per sempre almeno per farsi dimenticare un po’). Così forse avrebbe avuto modo e tempo di tenere d’occhio babbo Tiziano richiamandolo ai doveri di nonno e impedendogli di inguaiarlo con i suoi traffici Consip. Forse, nel frattempo, avrebbe potuto migliorare il suo atroce inglese, stile polizia der kansassity… orrait orrait… awanagana. Per forse praticare meno da schifo il tennis “ricominciando dai fondamentali” (il triste instagram della racchetta appoggiata sulla rete). Forse anche, chissà, la sera del 4 marzo giocando a scopetta nel bar di Rignano sull’Arno, davanti al 18 per cento del Pd avrebbe potuto ridersela addossando tutte le colpe della catastrofe (cosa che meglio gli riesce) a quei bischeri lasciati al Nazareno. Per potersi illudere che magari, chissà, lo avrebbero implorato di tornare, come un Cincinnato 2.0. Tanto, peggio di così…

Siccome, però, Matteo Renzi è, sarà e resterà sempre Matteo Renzi, egli annuncia che lascia la segreteria del Pd (“mi dimetto”) e però resta (“ma non mollo”). Oppure, se ne va restando. Oppure, resta andandosene. O si regolerà a giorni alterni o come si sveglia la mattina. A somiglianza di qualcuno, molto ma molto più in alto (il suo ego, si sa, non conosce limiti e siamo sotto Pasqua) che disse ai discepoli: “Un poco e non mi vedrete, un poco ancora e mi vedrete” (Giovanni 16, 16-20). Lasciandoli come è noto nella melma più completa. Al Pd non lo vedranno eppure lo vedranno eccome poiché da “semplice senatore” terrà sotto controllo, e da vicino, i tanti parlamentari che gli sono debitori dell’elezione. Così come da “semplice membro della direzione” avrà i numeri per tumulare il partito all’opposizione. Del resto, questa è la mia natura, come disse lo scorpione alla rana prima di pungerla a morte e annegare insieme. Scomparirà (ma apparirà) sperando che intanto gli odiati Cinque Stelle si suicidino in una qualche forma strampalata di governo con la Lega di Matteo Salvini. Non ci sarà ma ci sarà per saldare i conti con coloro, uno per uno, la cui “viltà di oggi fa il paio con la piaggeria di ieri”. Perché potrebbe persino rinunciare a una poltrona, mai e poi mai alla eccitante dose quotidiana di tweet e facebook, ai titoli sui giornali, alle comparsate televisive, alla dimensione virtuale di chi non si accontenta della vita reale perché pensa di volteggiare sempre sulla ruota della fortuna. Perché a 43 anni, onestamente, uno come lui come potrebbe sopravvivere tornando a fare un lavoro qualunque o giocando a scopetta nel bar di Rignano? E poi, diciamolo, noi del Fatto, senza di lui, come potremmo vivere?

Dalla pizza agli sci: la giornata “dem” vista dai social

Come ogni evento politico che si rispetti, la direzione del Partito democratico non poteva non trasformarsi in hashtag su Twitter. E come sempre in questi casi, l’ironia social ha dominato la scena. Il profilo Renzo Mattei, parodia del quasi omonimo (ex) segretario, ha dato la sua versione dei fatti: “Cracco ha fatto alla pizza quello che io ho fatto al Pd”. Poco male, visto che l’ex premier, a quanto scrive BufalaNews, ieri era di rientro da un’attività ben più appagante, sci alla mano e occhiali polarizzati sul naso. ArsenaleK ha un’altra teoria: “Matteo ha in soffitta un quadro che molla al posto suo”. Niente paura, Giglio Magico: “La rivincita arriverà prima del previsto. Basterà aspettare solo un po’ di neve” (Giuseppe Giustolisi). Lo ha detto anche Renzi ieri: “In politica la ruota gira. Allegria!” (Luca Fois).

Lo chiamavano Matteo, ora già chiedono: chi?

Quando un leader viene sconfitto, le truppe si assottigliano. Iniziano i distinguo, le prese di posizione, i “sono d’accordo, ma…”. Prima flebili voci isolate, poi più numerose, infine coro greco.

Sta accadendo anche a Matteo Renzi, che ieri nella direzione del Pd ha formalizzato le dimissioni da segretario. Direzione “bruciata” da una lunga intervista dello stesso Renzi al Corriere, nella quale ha rivolto più di un pensiero ai voltagabbana delle ultime ore. “Qualche dirigente medita il tradimento? Forse. Del resto la viltà di oggi fa il paio con la piaggeria di ieri. E, se per caso in futuro dovessimo tornare, sarebbe accompagnata dall’opportunismo di domani”. E poi ancora: “I mediocri fanno sempre così: hanno scarsa fantasia, i mediocri”.

Parole cui ha replicato un renziano come Matteo Richetti. “Renzi lamenta piaggeria e viltà, ma queste persone lui spesso le ha promosse”, ha detto il deputato emiliano a Otto e mezzo.

A dare il fuoco alle polveri, subito dopo il voto, sono stati Luigi Zanda e Anna Finocchiaro, i primi a chiedere un passo indietro di Renzi. Non fedeli doc, ma due che sulla causa del renzismo hanno investito parecchio: il primo come capogruppo al Senato, la seconda come assistente di Maria Elena Boschi nella stesura della riforma costituzionale poi bocciata dal referendum. Poi i “post renziani” hanno iniziato a spuntare come funghi. A partire da Dario Franceschini, che Renzi ha incolpato di essere già in trattativa con M5S sulle presidenze delle Camere. Per continuare con Marianna Madia, Debora Serracchiani, Stefano Bonaccini, Nicola Latorre (in rotta anche per la mancata candidatura). Lo stesso Marco Minniti, citato da Renzi come fiore all’occhiello del Pd, ha iniziato una partita autonoma. Come pure Pier Carlo Padoan. Gli stessi Matteo Orfini e Maurizio Martina (reggente del partito), restano ufficialmente fedeli, ma hanno iniziato a correre su binari paralleli.

Abbandonare la nave finché si è in tempo, sembra essere il refrain di buona parte della classe dirigente del Pd. I distinguo sono sui contenuti: trattare col M5S, per esempio, o parlare con Berlusconi.

Post renziano si può definire anche Beppe Sala: ha chiesto un cambio di passo al Pd in chiave “modello Milano”. L’antirenzismo di Carlo Calenda è cosa nota, ma dopo la sconfitta l’ex ministro per lo Sviluppo economico non fa nemmeno più finta. Anche Claudio De Vincenti sembra già più freddo. I franceschiniani, come Roberta Pinotti, serrano i ranghi. Infine, Paolo Gentiloni. La distanza col premier l’ha messa lo stesso Renzi con le critiche nella prima uscita pubblica post voto. Ecco, se Gentiloni si poteva considerare “il presidente del consiglio facente funzione”, il futuro sarà assai diverso. Punto interrogativo, invece, su Graziano Delrio: per ora sembra restare “fedele alla linea”, magari con la speranza di diventare segretario, in aprile. In assemblea nazionale al momento Renzi può contare su 460 voti (su 900). Fino ad allora il Risiko delle correnti sarà in continuo movimento.

Il Pd saluta il rottamatore ma la linea rimane la sua

“Le dimissioni di Matteo Renzi esempio di stile e coerenza politica. Dalla sconfitta il Pd saprà risollevarsi, con umiltà e coesione. Ora fiducia in Maurizio Martina”. Il tweet di Paolo Gentiloni, presidente del Consiglio, arriva pochi minuti dopo il voto della direzione del Pd. E sancisce uno stato di fatto, che si può guardare da più prospettive: il segretario è fuori; la linea politica resta la sua; il Pd lavora a un “accordone” complessivo. La relazione di Martina – vice segretario reggente – passa all’unanimità, con 7 astenuti. E ribadisce il no a un governo con i Cinque Stelle e con la Lega (“Ora il tempo della propaganda è finito. Lo dico in particolare a Lega e Cinque Stelle: cari Di Maio e Salvini, prendetevi le vostre responsabilità”). Passa anche il no a un congresso subito.

Nello stesso tempo, però, la direzione incassa le dimissioni del segretario, consegnate a una lettera letta da Matteo Orfini, nella quale si dice che Renzi spiegherà le sue motivazioni in Assemblea. Non erano scontate, con questa rapidità il 5 marzo. E lo stesso Martina assicura di voler guidare il partito in maniera collegiale.

Al Nazareno ci sono tutti i big, da Gentiloni all’esordiente Carlo Calenda (seduto in prima fila proprio di fianco al premier e a Maria Elena Boschi). Ci sono Dario Franceschini e Michele Emiliano, Graziano Delrio e Andrea Orlando. Renzi è assente. Ci sono i suoi, da Luca Lotti a Francesco Bonifazi. Silenti. L’ex segretario si è fatto sentire con un’intervista al Corriere della Sera, nella quale si è tolto qualche sassolino dalle scarpe: “Qualche dirigente medita il trasformismo? Forse. Del resto la viltà di oggi fa il paio con la piaggeria di ieri”. E soprattutto con la E-news: “Io non mollo. Mi dimetto da segretario del Pd come è giusto fare dopo una sconfitta. Ma non molliamo, non lasceremo mai il futuro agli altri”. In questi giorni ha ripetuto a molti: “Non esisto, farò il senatore semplice. Ci sono altri di cui parlare”. Ma, ancora una volta, prova a condizionare le scelte politiche di tutti.

In direzione è il convitato di pietra. Tra i big intervengono in pochi. Vincenzo De Luca, Graziano Delrio e Andrea Orlando. Delrio si attesta sulla linea dell’opposizione, come l’ormai ex segretario. Orlando paragona Renzi a Mao e a Martina chiede garanzie. Silenti gli altri. A partire da Dario Franceschini. Perché da adesso all’Assemblea (prevista da metà aprile in poi), si contano le truppe e si lavora a un accordo, tra tutti. I big di maggioranza non renziana (dal premier a Marco Minniti, anche lui ieri al Nazareno) spingono un Pd guidato da Martina, eletto in Assemblea, con la conferma di Ettore Rosato e Luigi Zanda capigruppo. I renziani ipotizzano piuttosto l’elezione di Delrio, con le stesse modalità (anche se il ministro sta dicendo a tutti che lui non vuole), con capigruppo renziani: alla Camera Rosato o Lorenzo Guerini e al Senato, Teresa Bellanova o Andrea Marcucci. La prima prova – quella dell’elezione dei capigruppo – testerà le forze in campo.

Delrio e Martina non sono gli unici candidati. Ieri a Otto e mezzo da Lilli Gruber, Matteo Richetti ha detto: “Il Congresso ci sarebbe tra 4 anni. L’assemblea deciderà se mantenere o anticipare questa scadenza. È successa una cosa talmente enorme che giustifica una fase straordinaria”. Ma soprattutto: “Io candidato? Quando decidiamo il giorno delle primarie, risponderò a questa domanda”. Un altro che si è candidato alla guida del Pd, in caso di primarie, è Nicola Zingaretti, governatore del Lazio. Due nomi che potrebbero essere in campo subito, se le ipotesi di accordo fallissero, o per un eventuale congresso nel 2019 (o magari nel 2021). Nel frattempo, ieri Cuperlo ha detto: “Noi non dovremo fare la stampella di nessuno”, ma anche che il Pd dovrebbe entrare in un eventuale governo di scopo. L’approdo di un governo del Presidente, dopo aver fatto fallire sia Di Maio che Salvini, è un’opzione per il Pd intero. Ma se ne parla a giugno. In mezzo può succedere di tutto.

2013, la vera storia

Circolano, sui giornaloni e sul web, versioni farlocche del dopo-elezioni del 2013 e del perchè cinque anni fa non si arrivò a una collaborazione di governo fra Pd e 5Stelle. Nell’ansia di giustificare il niet dei pidini odierni con quello dei grillini di allora, si ricorda un solo fotogramma: il dialogo fra sordi in streaming fra il segretario Pd Bersani e i capigruppo M5S Crimi e Lombardi. E si occulta tutto il resto del film, anche perchè avvenne nelle segrete stanze e nessuno lo vide. Una cronologia dei fatti aiuterà i soliti smemorati pelosi a ricordare meglio.

26 febbraio. Pd e Pdl perdono le elezioni (-3,5 milioni di voti il primo, -6,5 milioni il secondo) e i 5Stelle le vincono (da 0 a 8,6 milioni di voti). Il M5S è il primo partito in Italia, col 25,5%, poi superato dal Pd d’un soffio grazie agli italiani all’estero. In ogni caso il Porcellum premia le coalizioni e il Pd con Sel arriva al 30 e agguanta il premio di maggioranza (incostituzionale): 478 parlamentari, contro i 242 Pdl e i 163 M5S. Bersani giura: “Mai più larghe intese con B.” e pensa a un suo governo di minoranza Pd-Sel-Centro con l’astensione M5S al Senato (lì gli mancano 17 voti).

16 marzo. Il centrosinistra potrebbe cedere la presidenza di una Camera al M5S, invece se le prende entrambe: Boldrini a Montecitorio e Grasso (grazie ad almeno 13 grillini, allarmati dall’alternativa Schifani) a Palazzo Madama. Ezio Mauro, direttore di Repubblica, dopo anni di demonizzazione dei 5Stelle, auspica un “impegno congiunto di Pd e M5S” per approvare “subito, ora” le leggi che il Pd non ha mai fatto in vent’anni. Ma il Pd, anziché sfidare i 5Stelle su un governo e un programma comune, avvia uno “scouting” sotterraneo contattandoli a uno a uno, ovviamente invano. “Il Pd inizi a rinunciare ai finanziamenti pubblici”, è invece la sfida di Beppe Grillo. I 5Stelle non ritirano i loro 48 milioni, Pd-Pdl&C ne intascano 100.

20 marzo. Napolitano inizia le consultazioni, ma alla rovescia. Non chiede ai partiti che governo vogliono, ma dice loro che governo vuole: le larghe intese Pd-Pdl-Centro, appena bocciate alle urne. Bersani risponde picche e insiste per il governo di minoranza. Il M5S chiede un governo a tempo e di scopo (legge elettorale e poche altre cose) con un premier fuori dai partiti per tornare presto al voto. B., fra una marcia anti-giudici e una condanna, vuole rientrare in gioco con le larghe intese.

22 marzo. Napolitano sabota Bersani con un “preincarico” esplorativo, condizionato a “numeri certi in Senato”. E invoca “larghe intese”.
Bersani consulta i partiti, il Cai, il Wwf, il Touring Club, don Ciotti e Saviano e annuncia il suo “dream team”, uno “squadrone”. D’Alema gli dice di farsi da parte e indicare Rodotà come premier-ponte verso il M5S. Invano.

27 marzo. Ecco il famoso streaming fra Bersani-Letta e Crimi-Lombardi. Incomunicabilità totale. Un po’ per l’immaturità dei 5Stelle, appena entrati in Parlamento e terrorizzati dai trabocchetti. Un po’ per la pretesa francamente eccessiva del Pd del loro appoggio esterno e gratuito a un governo con ministri e programma decisi da chi ha i loro stessi voti. Ma, se anche il M5S accettasse di far nascere il governo Bersani con una ventina di uscite strategiche dal Senato, Napolitano direbbe no comunque: vuole numeri certi e precostituiti. Infatti il vicesegretario Pd Enrico Letta gioca un’altra partita con il Colle: lavora con lo zio Gianni a un accordo con B. in cambio di un nuovo capo dello Stato “condiviso”. Violante offre al Pdl una “Convenzione per riformare la Costituzione”. Altri dem cercano voti dalla Lega e dai dissidenti Pdl di Miccichè. Rosy Bindi è sconsolata: “Siamo partiti incontrando Saviano e finiamo a chiedere i voti a Miccichè”.

28 marzo. Bersani sale al Colle a mani vuote, ma chiede l’incarico pieno. Napolitano glielo nega, insiste per il governo con B. e riapre le consultazioni. Stavolta i 5Stelle hanno in tasca i nomi dei possibili premier super partes: Rodotà, Zagrebelsky e Settis. Ma Napolitano li stoppa prima che li dicano: “Niente premier esterni ai partiti”.

30 marzo. Dopo aver minacciato e smentito dimissioni anticipate sul 15 aprile, Napolitano nomina 10 “saggi” per dettare il programma al futuro governo: tutti di area Pd, Sel, Pdl e Centro, nessuno vicino al M5S.E auspica “larghe intese” per il Quirinale.

9 aprile. Bersani e Letta incontrano B. e Alfano a Montecitorio, per avviare il dialogo sul nuovo Presidente.
16 aprile. Quirinarie online M5S: vincono Gabanelli, Strada, Rodotà e Zagrebelsky. Grillo si appella al Pd: “Votiamo insieme la Gabanelli, dichiariamo ineleggibile B., poi vediamo. Può essere l’inizio di una collaborazione, sarebbe il primo passo per governare insieme”. Il Pd non risponde, anzi pensa ad Amato presidente eletto con B.

17 aprile. Gabanelli e Strada rinunciano: Rodotà è il candidato M5S. Grillo al Pd: “Votiamolo insieme”. Ma Bersani rivede B. a casa di Enrico Letta e s’accorda con lui su Marini. Renzi: “Marini è un dispetto all’Italia, meglio Rodotà”. Orfini: “Tra Marini e Rodotà, scelgo Rodotà”. I militanti Pd assediano l’assemblea al grido di “Ro-do-tà!”.

18 aprile. Marini impallinato da 218 franchi tiratori. Nasce “Occupy Pd”: tessere stracciate e proteste nelle sezioni di tutt’Italia a favore di Rodotà. Per frenare il dissenso, Bersani molla B. e sceglie Prodi, candidato per acclamazione da tutta l’assemblea dei grandi elettori Pd.

19 aprile. Prodi fucilato alla schiena da almeno 101 franchi tiratori. Ultimo appello di Grillo al Pd: “Se eleggiamo presidente Rodotà, facciamo un governo completamente diverso, facciamo ripartire l’economia. Bersani finora non ha chiesto di fare insieme il governo, ha solo chiesto i nostri voti per il suo”. Aggiungono Crimi e Lombardi: “Se il Pd vota Rodotà, si aprono praterie per il governo del cambiamento”. Con il loro candidato al Quirinale, i 5Stelle non potrebbero mai dire no a un governo col centrosinistra. Rodotà dice a Repubblica: “I dirigenti del Pd mi conoscono da una vita e neanche mi hanno fatto una telefonata. Eppure ho lavorato per anni con loro, quando gli faceva comodo mi cercavano eccome. Io non sono stato scelto da Grillo, ma dalla Rete mesi di sottoscrizioni, firme, appelli”. Ma anche le sue parole cadono nel vuoto. La figlia giornalista Maria Laura rivela sconsolata: “Fantastico: pur di non parlare col garante (il padre, ndr), quelli del Pd chiamano me per convincermi a convincerlo non si sa di che”. Cioè a ritirarsi per fornire loro l’alibi per non votarlo e salvarli dai militanti furiosi. B. chiama Napolitano e gli chiede di farsi rieleggere. Lui, che ha passato l’ultimo anno a smentire il bis, accetta.

20 aprile. Ultimi, disperati tentativi di Barca, Emiliano, Mineo, Cofferati e Civati di portare il Pd su Rodotà. Ma ormai il partito di Napolitano, di B. e dei due Letta ha la partita in pugno. Anche Bersani si arrende. Napolitano elogia B. per il “comportamento da statista”. E lo abbraccia. Così i partiti che hanno perso le elezioni rieleggono Re Giorgio a 88 anni per tagliare fuori chi le ha vinte e resuscitare B.

22 aprile. In mattinata, a Palermo, i giudici distruggono i cd-rom con le telefonate Napolitano-Mancino sulla trattativa Stato-mafia, come disposto dalla Consulta. Nel pomeriggio Napolitano tiene il discorso di reinsediamento a Camere riunite: attacca i 5Stelle, strapazza i partiti che l’hanno appena rieletto, ordina un governo di larghe intese e intima la riforma della Costituzione (che proprio in quel momento sta calpestando): se no, minaccia, se ne andrà. I vecchi partiti sotto ricatto si spellano le mani per l’Imbalsamatore dell’Ancien Regime. B. canta “Meno male che Giorgio c’è”. Bersani, scuro in volto, tamburella con le dita sul suo banco sul ritornello: “Ro-do-tà, Ro-do-tà…”.

23 aprile. Incontro a Roma fra Letta jr. e Renzi, che telefonano a B. per sapere chi dei due preferisca come premier. Lui risponde: ”Enrico Letta o Giuliano Amato”.

24 aprile. Napolitano incarica Letta jr. per un governo con tutti i partiti sconfitti alle elezioni di due mesi prima. E i vincitori fuori.

Stefania, una stella che mai si è spenta

Una ballerina entra in palestra e va a sussurrare qualcosa al nostro maestro di danza, gli cambia lo sguardo, via la musica, è finita la lezione, ci fermiamo tutti e nessuno ci crede. Stefania… no! Non si può finire a trent’anni, nel pieno della vita e con tutto ancora da dare. Rimango qui in sala, sola, nelle luci fredde dei neon, imbambolata nel silenzio davanti allo specchio, nel rumore assordante dell’assenza e dell’assurdo.

Comincio a muovermi, a ruotare una mazza da baseball immaginaria, a rompere tutto, sogni, passioni, aspirazioni, tutto quello che ho paura di perdere. Danzo nel niente fino a farmi mancare il fiato, e ogni goccia versata sul parquet è come una lacrima. Quando muore una ragazza si tirano in ballo gli angeli… ma a loro il tumore non li coglie. Eppure ti innalzi di più come se avessi delle ali, con una forza, una tenacia, una creatività, una gioia, un dolore… tutto umano. Nella sigla di No stop i tuoi compagni erano Verdone, i Gatti di vicolo Miracoli, Zuzzurro e Gaspare, e tanti altri ancora, tutti presi nel vortice dell’uragano che sei. “Ok ragazzi, qui è finito tutto… si sbaracca” e cominciavi a fracassare tutto, busti di marmo, automobili, pareti scenografate, come se lo show appena concluso dovesse essere distrutto, per poter ricominciare con nuovo entusiasmo. Tu sei per me la ragazza uragano, la rivelazione di Piccolo Slam, la promessa mantenuta dal primo momento, la ballerina che irradia energia da Big Bang, la cantante dolce e potente, il folletto biondo platino, “la stella che chiama di più”. Sei scesa dal Carrozzone, come tanti, come tutti. Ma la luce, quella che accendi dentro, vorrei tanto che non si spegnesse mai.