La degenerazione della democrazia secondo Polibio

Tante e diverse sono state le analisi del voto per il Parlamento, e tra queste una meritevole di attenzione è stata quella di Gustavo Zagrebelsky. Il costituzionalista, rifiutando l’ombra del populismo, ha definito l’esito elettorale una rivolta contro l’oligarchia politica che ha così decretata la fine di un ciclo della democrazia. Il tema dei cicli delle forme di governo è assai antico e Zagrebelsky conosce bene la materia. Il più noto teorico fu Polibio, raffinato osservatore presso il circolo degli Scipioni, nel II secolo a.C. Nella visione di Polibio, la vita di uno Stato è segnata da un susseguirsi di forme di governo e dalle loro degenerazioni secondo un impianto meccanicistico. La monarchia tende a degenerare in tirannide, a questa segue un’aristocrazia a sua volta destinata a trasformarsi in oligarchia, solitamente abbattuta da sommovimenti popolari che instaurano una democrazia inevitabilmente condannata a divenire un’oclocrazia (Storie 6.4). Anche Cicerone, nelle convulsioni dell’ultimo secolo repubblicano, ha affrontato la materia nel De re publica, trattato di diritto costituzionale e di scienza della politica, senza risparmiare aspre critiche ai demagoghi che arringano con violenza verbale il popolo e lo manovrano a piacimento contro gli avversari politici. Probabilmente sia Polibio sia Cicerone avrebbero oggi scritto dei diversi populismi italiani di Renzi, di Grillo e di Salvini. Perché però oggi Zagrebelsky è così lontano dal suo Il crucifige e la democrazia, auspicio di una democrazia critica quale “regime inquieto, circospetto, diffidente nei suoi stessi riguardi sempre pronto a riconoscere i propri errori, a rimettersi in causa e a ricominciare da capo”?

Risa, l’isola di un famoso secondo Michele Ainis

L’idea che guida l’autore di Risa (Michele Ainis, La nave di Teseo) è spostare l’asse del narrare dalla friabilità della memoria all’inaffidabilità delle cose. Nel libro non è il ricordo a illudere e tradire, è la realtà che tende a spostarsi in una sorta di fiaba. La trappola è la capacità di cose e persone di scomparire in modo da essere altro o non esserci più.

Il ricordo è una buona guida. Ma conduce a luoghi che non si fanno riconoscere, a persone che non ci sono, a oggetti e cose che non sono dove dovrebbero essere o come dovrebbero essere. Subentrano ansia e tensione. L’autore controlla bene questi stati d’animo ma non li nega. Il paesaggio (siamo intorno a Messina) appare, allo stesso tempo, realistico e alterato. Ho usato di proposito due parole da thriller per una narrazione che non solo gioca sullo sfasamento fra memoria (intesa anche come identità) e realtà. Gioca anche sui dubbi che crea nel rapporto fra narrati e narratore (chi è vero, chi è inventato?), ma anche su “alto” e “basso” di uno strumento narrativo come il romanzo che deve scegliere fra i due grandi percorsi della letteratura e del racconto popolare. Qui una narrazione non facile e non ovvia si rappresenta con un linguaggio simpatico e alla mano. Ma niente è semplice nei nodi della vicenda. L’autore stesso, che in apparenza non entra mai in scena ma è sempre sul posto, è un caso raro. La sua è una professione di alta specializzazione (costituzionalista) ed è parte di un ristrettissimo gruppo di riconosciuti esperti della legge costituzionale. C’entra questa doppia natura nel romanzo o il romanzo è il tempo libero dello scienziato? Io dico che c’entra e che Risa (nome di una città perduta e sommersa), non è una vacanza, ma una ricerca. Certo, il nome dell’autore crea un equivoco, evoca una notorietà grande e diversa. Però l’Ainis del libro è la stessa persona ma non è lo stesso scrittore. Non solo sono diverse la voce e il linguaggio, ma anche il modo di narrare e il mondo narrato.

L’autore ci chiede di attraversare una Messina di giovinezza e di sogni (e di persone e realtà sdoppiate) che non è facile condividere, perché personale e interiore. Ma lo seguiamo a causa della seduzione del racconto e ci troviamo a camminare sui sassi in precario equilibrio di un guado, quando il narratore ci dice: “È una energia sismica a mettere tutto sottosopra, il fuori e il dentro che si invertono, l’alto che schizza verso il basso, il pieno che si trasforma in vuoto”. Ecco un identikit attendibile del luogo e del tempo. Qui il romanziere, che ha rischiato e vinto, incontra il giurista famoso.

L’antimafia nelle scuole, dal liceo di Oristano il riscatto delle periferie

“Ecco, sono loro”. Il liceo Salvatore Angelo De Castro è nato nell’800. Dall’Unità d’Italia si sono formate qui tutte le generazioni della classe dirigente di Oristano, piccola città capoluogo di 31mila abitanti nella Sardegna che guarda la Spagna. Un cortile-posteggio, un accenno di palme. La palestra è ancora deserta quando il preside Pino Tilocca mi presenta quattro professoresse gentili e mi racconta il lavoro e le meraviglie dei suoi studenti. “Ne abbiamo uno – confida con orgoglio – che scrive per il Corriere della Sera”. Sobbalzo. “L’edizione online, ci ha scritto più volte. Pensi che ha 15 anni”. Davanti allo stupore crescente, precisa: “Davvero. Interviste importanti, racconti. Sono studenti bravi, sa? Il giornale della scuola ha una bella redazione. Credo che la intervisteranno”.

Mentre la palestra si riempie, sbuca dal fondo un piccolo gruppetto. “Sono loro”, appunto: il cuore della redazione. Due ragazzi senza alcun tratto distintivo e una ragazzina piccola e minuta, felicemente irrobustita da un eskimo e una borsa a tracolla. Li seguo incuriosito con lo sguardo, li vedo accomodarsi verso la metà delle file. Uno accanto all’altro, block notes e telefonino per registrare. Nell’aria monta subito qualcosa di speciale. Chi ha un po’ di esperienza avverte aleggiare come una aristocrazia delle menti. Che sta negli sguardi, nei silenzi, nell’intelligenza delle cose rimandata a chi parla. Roba rara, frutto – non c’è dubbio – di un lavoro lungo, profondo. Una rapida comunicazione di servizio sugli ospiti che arriveranno nelle settimane future lo conferma. Per fervore di impegni la cittadina sembra davvero una capitale scolastica.

La stessa insegnante che conduce, Sabrina Sanna, non azzecca nemmeno per sbaglio una domanda o un’osservazione banale. Sulla stessa linea le domande che arrivano dai ragazzi. Di fronte ai quali diventa perfino spontaneo schiudere pezzi della propria vita. Come sono piacevolmente lontane le assemblee pullulanti di cellulari in azione o di innocenze ridanciane. “Abbiamo selezionato le classi”, ha d’altronde spiegato il preside, “se non si è studiato sul serio l’argomento non si partecipa, non è uno spettacolo, è un momento formativo”. Musica per chi lo dice da decenni. Alla fine mi raggiungono i tre giovanissimi redattori. Sono tutti di quinta ginnasio (quinta A, puntualizzano).

Quello di loro con la felpa blu, Riccardo, mi ha in realtà già fatto una domanda a tu per tu: “Ma lo Stato vuole sul serio sconfiggere la mafia? Sa, perché uno pensa a Giolitti, che nel Sud le lasciò mano libera per conservare i suoi equilibri nazionali; oppure al rapporto della mafia con gli Alleati dopo lo sbarco in Sicilia; e si chiede se la mafia sia considerata davvero una minaccia”. Giolitti? Gli Alleati? Ma che ne sa, chi glielo ha detto? Riccardo il quindicenne parla con padronanza di nomi e fatti che uno studente universitario maneggia a malapena. Mentre Eleonora, la studentessa minuta, sorride timida, ecco Alessio il prodigio. È lui che da Oristano scrive sul Corriere. Roba da far schiattare di invidia eserciti di aspiranti corrispondenti in tutta Italia. Il fare rispettoso, una giacca a vento amaranto, i capelli corti come una volta, ossia né rasati né scolpiti (e anche questo è in fondo un segno di aristocrazia delle menti), mi spiega il loro lavoro.

E con molta ritrosia anche il suo. Ha scritto per la Pearson a 13 anni, dice, gli è sempre piaciuto scrivere. È stato notato sul sito scuola.net, fa articoli sul mondo della scuola, interviste, racconti di vita quotidiana, le celebri prove Invalsi, anche un articolo di scienze sull’anidride carbonica. Il giornalino della scuola si chiama Eulogos. Vorrei sapere di più da lui, vorrei essere io a intervistarlo, ma lui si imbarazza, svicola, mi chiede se voglio rileggere le mie frasi del mattino prima che ne pubblichino la cronaca. Poi se ne vanno insieme come sono venuti.

Il preside, che li conosce tutti, spiega che Alessio vive fuori Oristano. A Terralba, diecimila abitanti. Arriva ogni giorno in pullman, come pure Eleonora. Eccola dunque, l’Italia con le sue periferie che si trasformano inaspettatamente in nuove capitali.

In quel territorio ha vinto M5S, come mi aveva pronostico il preside. Non gli ho chiesto cosa avrebbe votato, anche se dietro la scrivania teneva in vista una foto e una frase di Gramsci, il grande conterraneo. Ma non sembra preoccupato. La cultura e l’antimafia continueranno a fare la loro strada.

Contro gli uomini violenti bisogna intervenire sempre, anche per strada o in treno

Ciao Selvaggia, Oggi mi sono sentita una merda. Ero in treno, di ritorno dal lavoro, stavo ascoltando musica e a un certo punto ho sentito delle urla e qualcuno che si girava a guardare. Mi sono voltata anch’io, dando le spalle al vestibolo, e ho visto lui in piedi che diceva a lei, seduta sullo strapuntino del regionale “SMETTILA O TI UCCIDO DI BOTTE”. Lei, con delle monete in mano (chissà, forse discutevano del biglietto del regionale) che gli rispondeva “Ti ho anche chiesto scusa!” e lui che ribadiva con cattiveria che l’avrebbe ammazzata di botte se non l’avesse finita lì. Io ho continuato a fissarlo, lui un paio di volte si è girato verso di me e mi ha guardato, la seconda era lì lì per dirmi “Che cazzo vuoi?”. Si è trattenuto, si è girato verso di lei e le deve avere detto di spostarsi nell’altra carrozza perché qui evidentemente stavano dando spettacolo. Io mentre li guardavo mi sono sentita morire, il cuore ha cominciato a battermi all’impazzata e mi stava salendo un nervoso misto ad ansia che non so descrivere.

Sono certa che se fossero rimasti lì mi sarei alzata e sarei intervenuta, probabilmente beccandomi le loro maledizioni (sono convinta che purtroppo anche lei l’avrebbe difeso e mi avrebbe mandata a quel paese). Quindi sono tornata alla mia musica ma mi è rimasta la sensazione di essermi comportata male, di non aver fatto nulla, di aver lasciato una donna nelle mani di uno stronzo.

Arrivati al capolinea, scendendo, li ho visti confondersi tranquilli tra la gente col loro cagnolino al guinzaglio e mi è venuto un flash: qualche mese fa, alla fermata del bus fuori dalla stazione, ho visto una coppia uscire insultandosi, lui che la aggrediva verbalmente e lei che gli chiedeva scusa. A un certo punto avevo tirato fuori il telefono per cercare il numero della Polfer della stazione perché lui faceva paura da come le urlava contro ma loro nel frattempo si erano già volatilizzati. Avevano un cane e sono ragionevolmente certa che fossero loro.

Sono rimasta tutto il pomeriggio con questo magone, ho pensato che probabilmente ieri, per la festa della donna, lui le avrà regalato mimose e magari su FB è uno di quelli che “sei l’amore della mia vita, ti amo sopra ogni cosa” etc etc. Chissà se in casa le mani le alza davvero e lei poi gli chiede scusa.

Io oggi non ho fatto nulla, è vero, ma i miei compagni di vagone, tutti uomini, hanno a malapena alzato lo sguardo. Ho pensato che se fossi intervenuta tra i due litiganti forse questo uomo di merda mi avrebbe picchiata o insultata e nessuno forse avrebbe fatto nulla. Forse questa paura mi ha fatto desistere dall’alzarmi dopo le prime parole.

In ogni caso, appena tornerà il mio compagno glielo racconterò e lo ringrazierò per non essere uno di quei tanti uomini di merda che credono di saper amare alzando le mani.

Grazia

 

Ciao Grazia, con la forza fisica forse non potremo competere, ma abbiamo comunque un grande potere contro gli uomini violenti: lasciarli. Subito.

In difesa del parroco che prega anche per il mostro assassino

A Cisterna di Latina, posto che conosciamo per sbaglio, per una terribile tragedia, quella di un carabiniere impazzito e delle sue vittime, le figlie Alessia e Martina. C’è stato il loro funerale, un intero paese silenzioso e dolente dentro a una chiesa, dal cui pulpito il prete ha chiesto all’assemblea di pregare non solo per le bimbe, per la famiglia, ma anche per il padre, l’omicida-suicida Luigi Capasso. E in quel momento è stato contestato. È sembrata una scelta inopportuna, fuori luogo, offensiva. Eppure non lo è stato, Selvaggia. Il parroco, che ha semplicemente detto la cosa giusta. Pregate per lui. Non perdonatelo, né comprendetelo. Non ha invitato nessuno a calarsi nei panni di uno squilibrato assassino. Non ha chiesto di assolverlo, né al pubblico, né tanto meno a Dio. Ha detto solo quello che ripetiamo tutti ogni volta che recitiamo l’Ave Maria, ovvero “Prega per noi peccatori”. Noi peccatori non siamo solo quelli che non correggono la cassiera se ci da un resto più alto, o che guardano il sedere di un’altra donna pur avendo la fede al dito. Noi peccatori siamo anche quelli che picchiano la moglie, che intascano le mazzette, che entrano nelle case armati mentre la gente dorme. Noi peccatori siamo anche Luigi Capasso, le cui azioni terrene sono state terribili ma, dal momento che i funerali si celebrano in chiesa e non sui banchi di un tribunale, non è sottoposto al giudizio terreno, ma a quello celeste. La preghiera non è la richiesta di pena di un PM. È il disperato appello perchè un’anima lacerata da un peccato tremendo possa essere redenta. E un prete non è un giudice, ma un piccolo funzionario che chiede per i peccatori la grazia della corte. La più alta corte che c’è.

Giovanni

 

Caro Giovanni,

capisco quello che dici, pur non frequentando più le chiese da un bel po’. Non biasimo quel prete ma, sinceramente e in modo irrazionale, non biasimo nemmeno chi aveva ancora troppo dolore in corpo per tacere.

 

 

 

Il Gran Maestro Bisi come Galileo, Mieli “apre” il tempio massonico

Al tempio, al tempio. Per i massoni del Grande Oriente d’Italia, la maggiore obbedienza del Paese, si avvicina il megaraduno della Gran Loggia 2018, una sorta di “congresso” nazionale che si celebra ogni anno a Rimini. Attesi almeno 3mila “fratelli” guidati dal gran maestro Stefano Bisi, giornalista senese.

Il Goi e Bisi sono reduci da un anno di scontri duri e violenti con l’Antimafia di Rosy Bindi (la massoneria infiltrata dalle mafie, in primis dalla ’ndrangheta), seguiti poi dalle polemiche sui massoni in lista alle Politiche, soprattutto grillini. Non a caso, il simbolo della Gran Loggia che si svolgerà dal 6 all’8 aprile al Palacongressi di Rimini è il cannocchiale di Galileo Galilei, processato e torturato nel 1633 dalla Santa Inquisizione cattolica per le sue idee copernicane.

Scrive il Goi: “Nello stesso palazzo di San Macuto che vide Galilei alla sbarra, oggi sede di alcune commissioni parlamentari, tra cui quella Antimafia, si è consumato il 18 gennaio 2017 un altro ‘processo’, celebrato da un’altra Inquisizione: quello alla Massoneria. A giudizio, davanti a un plotone di una quarantina di parlamentari, il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia”. A impugnare il cannocchiale di Galilei ci saranno anche alcuni ospiti illustri profani, cioè non massoni, tra cui Daniele Capezzone, Vito Mancuso e Paolo Mieli.

E sarà proprio Mieli, nel tardo pomeriggio di sabato 7 aprile, ad “aprire” pubblicamente il tempio di Rimini, dopo la chiusura dei “lavori rituali” riservati solo ai “fratelli”. Giornalista, storico e saggista – Mieli è stato allievo di Renzi De Felice e Rosario Romeo – l’inventore del terzismo della Seconda Repubblica rifletterà con Umberto Cecchi e David Monti sul tema “Liberi dal pregiudizio”.

Peraltro Mieli, a Natale sul Corriere della Sera, ha dedicato le sue due classiche pagine storiche alla controversa questione della conduzione massonica del Risorgimento. Da una parte chi sostiene che le logge furono marginali, se non assenti, salvo poi guidare la successiva fase unitaria con ben cinque presidenti del Consiglio fratelli. Dall’altra chi rivendica l’affiliazione di Garibaldi e Cavour nonché il deismo mazziniano.

Salviamo almeno la giocosità nel rapporto tra i sessi, vi prego

Da noi la prima vittima della legge anti-fischio sarebbe il povero Fred Buscaglione. “Fiuuu, che bambola!”, cantava nel 1958 il geniale showman piemontese. Il bacchettonismo tafazzista in cui sconfina la giusta battaglia antimolestia ne chiederebbe la censura. E invece si tratta di un brano illuminante, una vera e propria lezione sui confini fra corteggiamento e avance offensiva. Come ricorderete, il prof Buscaglione spiega che mentre si trovava per la strada verso l’una e trentatré ha incontrato un bel mammifero modello centotré: fiuu, che bambola! Segue dettagliata e zootecnica descrizione dell’anatomia del mammifero, e nuovo fischio.

Fred procede quindi a un rude e sprezzante abbordaggio (“piccola, non far la stupida, se non mi baci subito tu perdi un’occasion”). È a questo punto che lei lo guarda male e lo prende a cazzotti: “fiuu, che sventola!” Il fischio non è certo il modo più chic di lodare la bellezza di una donna, ma di per sé non è una parolaccia né un’aggressione e può perfino mettere allegria. Ci allarma perché purtroppo abbiamo sperimentato che troppe volte il fischiatore non si accontenta, tampina, offende e fa il bullo, e noi, a differenza della bambola di Buscaglione, non sappiamo fintare il destro ed il sinistro “come Rocky il gran campion”. Forse dovremmo imparare. Anche a fischiare, perché no?, quando incrociamo un mammifero maschio giovane e carino con i rigonfiamenti al posto giusto. Magari si arrabbia, ma è più probabile che arrossisca o sorrida. O magari diventiamo popstar mondiali come LP, che fischiando fischiando ha vinto il doppio disco di platino con Lost On You. Non è il momento giusto, forse, per sdrammatizzare e invocare nuova giocosità e leggerezza nei rapporti fra i sessi, ma ce ne sarebbe urgente bisogno. Se no, anziché diventare più civili, rischiamo di prendere fischi per fiaschi.

Viva la Francia e la sua legge “anti-fischio” contro le molestie

L’hanno chiamata la proposta di legge “anti-fischio”. Perché assegnerebbe una multa, fino a 350 euro, persino a chi per strada fa gesti, apprezzamenti, o commenti sessuali pesanti verso un passante (donna ma anche uomo). Succede in Francia, non da noi, ma ovviamente in Italia si sono scatenate le solite ironie contro l’eccesso di correttezza politica, quella che impedirebbe al muratore di manifestare l’innocuo piacere di veder passare una donna attraente. A ben guardare, però l’idea – tra l’altro di cinque parlamentari di schieramenti opposti – non è sbagliata: si tratta di combattere quella zona grigia che esiste tra il complimento e la molestia, perché la cultura della violenza non nasce per caso, ma affonda le sue radici in un maschilismo radicato anche nei piccoli gesti, nel linguaggio, negli atteggiamenti.

Insomma, secondo i francesi, serve una pulizia radicale, che fin dalle piccole cose porti a pensare al corpo dell’altro come a qualcosa di sacro e intoccabile. E i femminicidi si combattono combattendo gli stupri come pure i commenti osceni. Ma poi magari l’Italia copiasse la Francia: perché la proposta di multare chi allude alla sessualità dell’altro in maniera intimidatoria e offensiva sta dentro un maxi-pacchetto contro le violenze sessiste e sessuali che prevede, tra le altre cose, un osservatorio anti molestie in ogni scuole. Roba che da noi suona come fantascienza, come suona fantascienza, tanto per dire, la recente proposta degli attori francesi per avere quote rosa nel cinema. Poi si sa, le donne francesi lavorano molto più di noi, fanno molti più figli, si separano di più perché possono permetterselo e sono, lo dicono i dati, molto più felici. E di sicuro lo saranno ancora di più sentendosi più protette contro avances sessuali di ogni tipo. Con buona pace dell’operaio in strada, forse presto costretto solo a guardare senza commentare.

Ultima fermata per Zemanlandia

È passata un po’ sotto silenzio: ma la notizia dell’allenatore anti-sistema per eccellenza, Zdenek Zeman, che all’indomani del suo inatteso endorsement per il partito politico (pardon, movimento) anti-sistema per eccellenza, il Movimento Cinque Stelle, viene licenziato dal club per il quale lavora, il Pescara, ponendo probabilmente fine, a 70 anni suonati, alla sua lunghissima, contrastatissima carriera di allenatore, è una notizia che non merita di essere liquidata in una “breve”. Per una volta, nessuna dietrologia: il Palazzo non c’entra. Alla proposta di Di Battista di diventare ministro dello Sport in un eventuale governo pentastellato post elezioni (il nominato è l’ex nuotatore due volte campione olimpico Domenico Fioravanti) Zeman aveva detto no. E dunque, dietro il suo ultimo siluramento non ci sono Moggi o Grandi Vecchi sullo sfondo a muovere fili; semplicemente, il Pescara 2.0 targato Zeman era un lontano ricordo del Pescara “the original” che nella stagione 2011-2012 volò in serie A trascinata dai gol e dalle giocate di giovani semisconosciuti (almeno fino ad allora) chiamati Insigne, Immobile, Verratti; una squadra né carne né pesce che per un maestro come Zeman, che a Messina lanciò Schillaci, a Foggia (e poi alla Lazio) Signori, a Lecce Vucinic e a Pescara, per l’appunto, i Qui Quo Qua sopra menzionati, significa fallimento.

Ma che il boemo nato a Praga il 12 maggio del ’47, nipote di Cestmir Vycpalek (allenatore della Juventus negli Anni 40), giunto in Italia a 19 anni, laureato all’ISEF di Palermo e cittadino italiano dal 1975, sia stato un allenatore unico, per doti tecniche, caratteriali e soprattutto morali, nei quasi 50 anni trascorsi in panchina partendo nel ’69 da Cinisi, provincia di Palermo, e concludendo a Pescara una parabola che lo ha portato ad insegnare calcio e onestà ovunque, non solo in Italia, da Licata a Parma, da Foggia a Roma, da Istanbul a Napoli, da Lecce a Belgrado, da Cagliari a Lugano, è un dato di fatto. E se non ci sono ombre sinistre dietro il suo ultimo allontanamento, va detto che una gigantesca nuvolaglia nera ne ha sempre accompagnato la carriera, specie dopo il suo famoso j’accuse sull’abuso di farmaci nel calcio, datato 1998, ai tempi della Roma, j’accuse che determinò l’apertura di una clamorosa inchiesta a Torino, diretta dal pm Guariniello, che portò alla sbarra i massimi dirigenti della Juve e i suoi giocatori, da Vialli a Del Piero, da Conte a Zidane.

I presidenti che ammisero di essere stati dissuasi dall’ingaggiarlo (come Gazzoni Frascara a Bologna), rimproverati per averlo fatto (come Moroni a Lecce) o di averlo messo alla porta per evitare guai peggiori al club (come Casillo all’Avellino), non si contano. Anche se Zeman ha sempre detto che queste, per lui, sono medaglie al petto: riconoscimenti che vanno ad arricchire il suo palmares molto sui generis, dove spiccano premi che non troveresti in quello di altri allenatori. Come il Premio “Tor Vergata – Etica nello Sport” conferitogli dall’Università romana, come il documentario Zemanlandia uscito nel 2009 per la regia di Giuseppe Sansonna, come la canzone La coscienza di Zeman inserita da Antonello Venditti nell’album Goodbye Novecento. Zeman non ha mai vinto uno scudetto, è vero: ma nel nostro calcio è stato Qualcuno. Per onestà e bravura, unico.

La feroce moda europea di punire sempre i giovani

Ha suscitato grande entusiasmo la decisione di Emmanuel Macron di reintrodurre il servizio di leva obbligatorio, tra i tre e i sei mesi, per uomini e donne. In Italia proposte analoghe erano nell’aria, merito tanto del ministro della Difesa Pinotti quanto della Lega. Salvini ne ha riparlato in campagna elettorale, e visto il successo debordante della Lega a queste ultime politiche tocca prenderlo sul serio. Le sue parole d’ordine sono senso di comunità e rafforzamento dell’identità patriottica, niente meno. Non entro nel merito della proposta. Mi interessa piuttosto capire quanto generalizzato sia davvero l’entusiasmo, non tanto dei leader politici quanto della gente e perché. Macron spiega che, al di là del senso di comunità e del patriottismo, la misura serve a educare i giovani alla disciplina e al rispetto per le regole della società.

Ah, ecco, adesso lo riconosco il sentimento: mancano rispetto e disciplina! Mi sono guardato un po’ attorno e mi sono infine imbattuto in un sondaggio britannico di YouGov del 15 febbraio (perché il dibattito è emerso anche qui). Non c’è dubbio, l’entusiasmo c’è: a fronte del 36% dei rispondenti che si oppone, e del 16% senza un’opinione precisa, il 48% è a favore della reintroduzione della leva. Ma, se si guarda al dettaglio, si scopre che la sezione non è trasversale: tra i giovani tra i 18 e i 24 anni, quelli affetti dalla misura, solo il 10% è a favore, mentre il 68% è contrario. Dov’è allora l’entusiasmo? Tra gli over 65, pare, dove il 74% è a favore della misura, a fronte di un misero 18% di contrari. Si avrebbero probilmente risultati analoghi anche in Italia e altrove.

C’è qualcosa di osceno nella diffusione acritica di un sentimento del genere in un momento storico in cui, per via di una crisi di cui non ha colpe, un’intera generazione si ritrova insicura, impoverita, limitata nelle sue prospettive di vita da tassi di disoccupazione giovanile da capogiro, da precarietà generalizzata, da un tradimento generazionale che spinge centinaia di migliaia all’emigrazione, allo sradicamento.

E invece questo sentimento e questa retorica ne escono rafforzate: la colpa, pare, è dei giovani, delle loro deficienze, della loro mancanza di rispetto, di senso di responsabilità, di spirito di sacrificio (come la colpa della povertà è sempre stata dei poveri, e la colpa dell’immigrazione degli immigrati). Intendiamoci, questo sentimento non è una novità. I ricordi adolescenziali di tanti oggi trentenni (parlo per esperienza) sono costellati di baby boomers di mezz’età e di successo, col portafogli gonfio malgrado la terza elementare, che si lamentano dell’ultimo assunto, immancabilmente laureato: “Studiano, studiano, e poi arrivano qui e non sanno lavorare, non conoscono il sacrificio”. E loro avevano effettivamente sudato, si erano fatti il mazzo e ora avevano il portafogli gonfio, meritatamente. Nessuno ha però mai pensato che sì, certo, il duro lavoro, ma essere nati e cresciuti in un periodo di crescita vertiginosa dell’economia, quando governi sorgevano e cadevano al grido della piena occupazione, avrà forse aiutato un po’.

Ma quelle esternazioni erano inoffensive, perché poi i baby boomers in questione non è che mandassero i figli a lavorare in fabbrica a 14 anni. No, li coccolavano, li facevano studiare, e piangevano pure d’orgoglio il giorno della laurea. Il problema è che, ora che la disoccupazione giovanile è fuori controllo e gli occupati spesso faticano a varcare la soglia di povertà, quelle esternazioni un po’ goffe sono diventate le basi della proposta politica.

Si pensi alla famosa alternanza scuola lavoro di Renzi. O all’ossessione della formazione permanente, che troviamo persino nelle popolarissime proposte di reddito di cittadinanza dell’altro grande vincitore delle politiche, il M5S, con l’obbligo (chiamato opportunità) dei corsi di formazione e le 8 ore settimanali di lavori socialmente utili, che formino il (giovane) disoccupato al lavoro. L’idea di fondo è ancora che la disoccupazione, la povertà, la precarietà siano colpa del disoccupato, del povero, del precario, che ci siano deficienze da colmare imparando l’abc, il rispetto e il sacrificio e, colmate quelle, il lavoro si materializzerà, come per magia. Vale allora forse la pena di ribadire che i giovani non sono disoccupati, precari, poveri, dipendenti dalle pensioni dei genitori, perché non sono pronti al lavoro, non hanno disciplina, voglia di lavorare. Sono disoccupati, precari e poveri perché manca il lavoro, perché si è normalizzato il lavoro precario e sottopagato, e perché chi dovrebbe intervenire paragona, aggiungendo al danno la beffa, la possibilità di interventi concreti da parte dello stato, attraverso indispensabili investimenti, a “comprare il motorino al figlio”. Queste sono le parole di Emma Bonino in campagna elettorale, che ha persino aggiunto: “Cari ragazzi, non siete stati bravi a nascere in Italia. Non siete stati talentuosi a vivere in una famiglia che vi compra i vestiti e vi manda a scuola. Avete solo avuto fortuna. Il minimo che possiate fare è assumervi qualche responsabilità, compresa quella di votare”. Appunto, per qualcun altro… Si apre la Terza Repubblica, dicono. E allora, per cominciare, parliamo meno di formazione al mercato del lavoro, e più di investimenti veri sul lavoro, stabile, ben pagato, qualificato, non sfruttato. Meno di educare le nuove generazioni al rispetto, e più del rispetto che, alle nuove generazioni, è dovuto.

Luca De Meo: “Ecco Cupra, indipendente dalla Seat”

Luca De Meo, l’ad italiano di Seat – che se anzichè approdare al gruppo Vw fosse rimasto in Fca ora sarebbe un candidato forte per la successione a Marchionne – non si ferma e rilancia staccando la costola Cupra dal marchio spagnolo e dandogli una dignità tutta sua, con la vocazione della performance.

Come mai questa scelta?

Ci sono mercati, come l’Italia, in cui la gente fatica a salire su una Seat: un nuovo marchio è una scorciatoia. Integrare una tecnologia costosa, come può essere l’ibrido plug-in, su un marchio dai listini più elevati è più facile rispetto a Seat. È anche una questione di margini: vendere una Cupra a un prezzo più alto fa guadagnare di più.

Quanto costerà in più una Cupra rispetto a una Seat d’ordinanza?

Il value for money tipico di Seat si ritrova anche in Cupra. È un tentativo di tirarci un po’ più su, ma non sarà mai un marchio premium. La Ateca Cupra in Germania costerà 43 mila euro e avrà un package che vale molto di più.

Quanto avete investito e quanto vi aspettate di vendere?

Non certo miliardi di euro, anche perché non li abbiamo. È un’operazione sostenibile sia per noi che per i dealer, a cui chiederemo sforzi contenuti. Dare cifre è difficile, se un giorno arrivassimo a vendere 10 Cupra ogni 100 Seat sarei contento.

Il diesel pare sia in declino…

Secondo me ha un futuro. Gli Euro6 sono già efficientissimi, con i prossimi Euro7 le emissioni saranno uguali ai motori a benzina. Ma gli sviluppi futuri dipendono dal mercato.

Sul fronte elettrico cosa farete?

Nel 2020 arriverà una Seat 100% elettrica, e sarà il primo di una serie di modelli a batteria. La base costruttiva è la stessa delle attuali Vw a batteria.

Sufficienti per essere profittevoli?

Da soli difficile. L’intero volume di auto elettriche vendute dal gruppo Volkswagen dovrebbe consentire di rientrare degli investimenti.