L’eterna sfida: Ferrari vs Porsche

È inevitabile che l’eterno derby fra Italia e Germania vada in scena fra i cordoli dei circuiti da gara: alla kermesse ginevrina Ferrari e Porsche mostrano al mondo i loro nuovi missili balistici su ruote, specificatamente ideati per assecondare i pruriti dei più facoltosi gentlemen driver sulle curve di una pista. Proprio per non lasciare adito a dubbi sulla vocazione della loro ultima creatura, quelli di Maranello hanno deciso di chiamarla “488 Pista”: è la nuova e più estrema edizione della sportiva emiliana con motore in posizione centrale, subito dietro l’abitacolo (completamente rivestito in Alcantara). E che motore: un esplosivo V8 biturbo di 3.9 litri di cilindrata, capace di 720 Cv di potenza massima a 8.000 giri/min e 770 Nm di coppia motrice.

Non è, però, solo questione di potenza: rispetto alla Gtb da cui deriva, la 488 Pista è stata alleggerita di 90 kg (1.280 kg a secco): ciò la rende la Ferrari V8 “di serie” più perforante di sempre. I numeri sono mefistofelici: la Rossa scatta da 0 a 100 km/h in appena 2,85 secondi, tocca i 200 all’ora da fermo in 7,6 e supera una velocità massima di 340 km/h. Un’esuberanza tenuta a bada dal sistema frenante con dischi carboceramici: si intravedono dai magnifici cerchi in lega da 20” in fibra di carbonio, gommati con pneumatici Michelin Sport Cup 2.

L’otto cilindri è stato alleggerito di 18 kg, dotato di nuovi turbocompressori, pistoni e valvole rinforzati, nonché alberi a camme con profilo ancor più estremo. Fra le finezze tecniche pure i collettori di scarico in Inconel, albero motore e volano alleggeriti, e le bielle in titanio: il risultato è una reattività al comando dell’acceleratore senza eguali. Incrementata la rapidità della la trasmissione a doppia frizione e 7 rapporti: cambia marcia in appena 30 millisecondi. L’erogazione del propulsore è studiata per simulare l’anima di un V8 atmosferico, come piace ai puristi. La dinamica del veicolo è orchestrata da un’elettronica di altissimo livello, che gestisce finemente trazione, rollio (la 488 Pista vanta peraltro un assetto irrigidito del 10%), beccheggio e imbardata. Dulcis in fundo il design che, come su ogni Ferrari, è funzionale alle necessità aerodinamiche. Ingegneri e “matite” del Centro Stile – sotto la supervisione di Flavio Manzoni – hanno lavorato a braccetto per travasare su questa supercar stradale il meglio di quanto appreso sulla 488 Challenge da competizione.

I cambiamenti più evidenti sono al frontale, dove è presente l’“S-Duct”: si tratta di un condotto che inghiotte il flusso d’aria dalla porzione inferiore del paraurti per smaltirlo a livello del cospicuo scavo posizionato quasi al centro del cofano anteriore. Genera carico verticale all’avantreno. In coda c’è uno spoiler a “coda di rondine” maggiorato e un estrattore evoluto: elementi che, insieme al fondo carenato ridisegnato, contribuiscono a generare carico aerodinamico e, allo stesso tempo, ridurre la resistenza dell’aria all’avanzamento. Radicalmente diversa la filosofia progettuale della nuova Porsche 911 GT3 RS: sulla tedesca il motore aspirato a 6 cilindri, orizzontali e contrapposti, è posizionato a sbalzo dietro l’assale posteriore. Un vero e proprio paradigma tecnico della Nove-Undici fin dal 1963, che ne influenza il comportamento di guida. La cubatura del boxer è di 4 litri: la potenza massima erogata raggiunge i 520 Cv, con linea rossa a 9.000 giri/min. E’ per questo che dallo scarico della cavallina di Zuffenhausen escono alcuni fra gli acuti più esaltanti dell’intero panorama automobilistico.

A fine anno l’attuale generazione della Porsche 911, nome in codice “991”, consegnerà il testimone alla sua erede, la “992”: la GT3 RS costituisce quindi un epilogo coi fiocchi per la serie attuale e un irresistibile oggetto del desiderio per i “porschisti” più danarosi (il prezzo di listino supera i 201 mila euro).

Le prestazioni, ovviamente, sono fuori dal comune: 0-100 km/h in 3,2 secondi e velocità massima di 312 orari. Tuttavia l’asso nella manica della GT3 RS è la precisione di guida: si tratta di un mezzo il cui assetto, aerodinamica, cambio automatico doppia frizione 7 marce ed asse posteriore sterzante sono studiati per far sentire il guidatore un pilota. Per gli insaziabili c’è il “Weissach Pack”: costa 18.500 euro e riduce il peso complessivo a 1.430 kg grazie all’adozione di cofano, tetto e barre antirollio in fibra di carbonio, nonché di ruote in magnesio. Servono invece 9.400 euro per gli infaticabili freni con dischi carboceramici.

Concept e Prototipi, cosa (non) guideremo domani

Non c’è salone dell’auto senza le concept, prototipi avveniristici attraverso i quali respirare “boccate” del futuro che verrà. Ginevra ospita pezzi di autentico pregio anche sotto questo aspetto, pur restando un’esposizione internazionale con l’accento ben piantato sulla concretezza dei modelli di produzione. È vero però che il design vive un grande ritorno di interesse da parte di costruttori e centri indipendenti. La sfida della mobilità svincolata dalla conduzione lanciata dalla guida autonoma, unita all’integrazione sempre più stretta tra high-tech e auto (infotainment/videogiochi/realtà aumentata, se non si deve tenere il volante…), libera un potenziale enorme nella riprogettazione degli spazi interni e dei volumi stessi dell’automobile. Che, di conseguenza, non assomiglierà più a quella che è ed è stata.

Parlando, dunque, di futuro, non può non spiccare la Renault EZ-GO, con abitacolo a sei posti e nulla dei suoi contenuti rimasto… come lo conosciamo. È infatti un veicolo immaginato per la conduzione automatizzata al servizio della mobilità condivisa urbana: una di quelle macchine che non comprerete, ma userete per i vostri spostamenti ordinandone il tragitto via smartphone. La EZ-GO ha le sembianze di una monospazio compatta, ma per salire a bordo non ci si piega poiché il portellone frontale altissimo, insieme al pavimento che si ribassa, consentono l’accesso perfettamente in piedi. All’interno, solo panchette laterali poste frontalmente per suggerire convivialità, mentre le ampie superfici vetrate stemperano il senso di ambiente chiuso. La meccanica è puramente elettrica, la guida è autonoma di livello 4, senza conducente.

La Volkswagen I.D. Vizzion rappresenta invece più da vicino la berlina che guideremo tra circa quattro anni. Spiccano le portiere senza montante centrale, per un’apertura laterale dell’abitacolo pressoché totale verso l’esterno. L’ariosità di bordo è estrema e vive anche grazie all’arredo privo di elementi reali: ogni passeggero interagisce attraverso i comandi di bordo solo tramite visore per la realtà aumentata. Sul piano tecnico, non ci sono comandi a pedale né volante (la concept è ideata per la guida totalmente automatizzata); l’alimentazione elettrica conta su due motori per un totale di 306 Cv con autonomia di quasi 700 km.

La volete ancora più strana? Siete presto accontentati con la Pal-V Liberty, costruita in Olanda e pressoché definitiva, pronta alla commercializzazione: è un’auto volante a tre ruote, lunga 4 metri e dotata di ali ed elica posteriore ripiegabili, con motore convenzionale; ospita due passeggeri e raggiunge i 160 km/h su strada, mentre in aria vanta 400-500 km di autonomia. Ha tuttavia un prezzo a partire da 300mila euro e per condurla serve, oltre alla patente, il brevetto di volo.

Un po’ Panamera, un po’ Macan, molto elettrica: si torna dal futuristico al molto prossimo con la Porsche Mission E Cross Turismo, che vedremo su strada non troppo diversa da questa concept. Per ora contraddistinta da un design di forte impatto e tanta tradizione nei 4,95 metri di carrozzeria, “vestita” coi toni dell’avventura off-road moderata. La meccanica include un motore elettrico da 600 Cv e batterie per 800 volt a ricarica ultraveloce (15 minuti per 400 km di autonomia), mentre lo scatto da 0 a 100 km/h richiede 3,5 secondi.

Risponde sugli stessi toni l’Audi Q6 e-tron, parente piuttosto prossima condividendo l’appartenenza al Gruppo Volkswagen. In questo caso, a Ginevra hanno girato già per le strade 250 esemplari (camuffati) del modello ormai definitivo, tanto per accendere la curiosità. La linea è piuttosto convenzionale ma riuscita, l’abitacolo accoglie ben tre schermi, mentre la meccanica elettrica include potenze da 300 a 500 Cv con autonomia di 350 km circa. Sempre suv ma più convenzionale la Skoda Vision X, che anticipa il modello del 2019 al di sotto di Kodiaq e Karoq; le linee offrono un bel colpo d’occhio, le dimensioni prevedono una lunghezza di 4,26 metri. Interessante la meccanica integrale con pacchetto ibrido che prevede motore anteriore 1.5 benzina-metano da 130 cv e unità elettrica da 29 Cv sull’asse posteriore. Per viaggi in grande, grandissimo, è invece quasi pronta la Bmw M8 Grand Coupé, quattro portiere e linea filantissima con potenze fino a 600 cv.

Si parla invece un bell’italiano alla Giugiaro. Giorgetto e il figlio Fabrizio hanno immaginato insieme ad Envision il futuro della berlina in versione elettrica nelle forme della GFG Sybilla, con enormi superfici frontali vetrate e montanti arretrati. Le batterie di bordo possono anche cedere energia alla rete, non solo accumularne. In casa Italdesign, la coupé Zerouno si fa anche duerta (scoperta, in piemontese) ma conserva telaio in carbonio e motore Audi R8 V10 da 610 Cv. HK GT: sigla un po’ anonima – si deve al committente di Hong Kong – ma eleganza inconfondibile nelle linee Pininfarina di questa inedita berlina-coupé, con portiere ad ali di gabbiano e quattro motori elettrici per oltre 1090 cv.

Sua maestà il suv. Nessuno come lui. Ma berline e wagon rinascono

Finiremo col guidare tutti unicamente sport utility? È un po’ provocatorio, d’accordo, ma non c’è dubbio che questi veicoli rialzati da terra siano praticamente gli unici che tirano e che il pubblico chiede a gran voce. Come non ha mancato di sottolineare la folta presenza di novità di questo tipo alla kermesse ginevrina che si svolge in questi giorni. I motivi di tale successo vengono continuamente analizzati e monitorizzati da ogni punto di vista, ma in “soldoni” la convergenza tra costruttori e gradimento è ormai chiara. Da un lato, chi le guida oltre alla posizione panoramica aggiunge il piacere per il senso dell’esotico che questi mezzi offrono. Oggi non è più tanto la dimensione il valore per suggerire il grado di scalata sociale, quanto invece il maggiore grado di espressività: nel filtro di colori, opzioni, personalizzazioni e stile del veicolo, si afferma e si trasmette la propria personalità. D’altro canto, per l’industria che le auto le costruisce, poter accontentare il cliente proprio sul campo dell’individualità fornisce la giusta leva per offrire mezzi più adeguati e dunque con più margine di utile rispetto alle berlinette, un po’ tutte uguali.

Ma via con le danze. L’apertura è per la nuova regina – spera Bmw – della classe intermedia nella sottobranca dei modelli sportivi, con la X4 tutta rinnovata a distanza di appena quattro anni: il salto generazionale, inconsueto in tempi così ristretti, si deve all’adozione della nuova piattaforma X3 (primavera 2017), che permette grandi sinergie interne oltre alla disponibilità di sistemi ed ausili elettronici di ultima generazione. In tema di ingombri sono da registrare ampi guadagni; la vettura non passa inosservata. I motori sono gli stessi della “cugina”, tradizionali nell’alimentazione benzina e diesel: subito M40i da 360 Cv e 30d da 265, entrambe con trazione integrale xDrive, più avanti i quattro cilindri da 184-252 Cv. Sempre dall’Europa, Range Rover sceglie la passerella svizzera per presentare una “due porte” di alta genealogia dedicata ad un pubblico speciale, com’è la Range Rover SV Coupé: niente di nuovo sul piano assoluto del design né dei contenuti, ma l’insieme trasuda nobiltà da tutti i pori. Dagli Usa, ma l’azienda (Ford) è globale, si fa notare la Edge ristilizzata, con interventi in profondità tra cui mascherina ridisegnata e più filante, paraurti e proiettori di nuova foggia, ruote fino a 21” e allestimento ST-Line più sportivo: internamente aggiornati infotainment e navigazione, crescono poi scelta e qualità degli ausili elettronici alla guida mentre tra i motori si aggiunge il 2.0 bi-turbodiesel da 238 Cv con trazione integrale.

L’Asia è più lontana ma non riposa, presentando diverse novità anche a motricità alternativa. Lexus fa debuttare una suv più compatta (4,5 m), la UX, dal design particolarmente filante e mordente, mentre la propulsione ibrida impiega un due litri benzina combinato all’unità elettrica per 180 cavalli totali. Cambio CVT di nuova progettazione, trazione anteriore oppure integrale, in questo caso con secondo motore elettrico sull’asse posteriore. Risponde la Corea per mano di Hyundai, che a Ginevra espone sia la nuova Santa Fe a 5/7 posti con dimensioni maxi, profusione di ausili elettronici e gli immancabili diesel 2.0-2.2 da 150 fino a 197 cv, sia l’elettrizzante – in tutti i sensi – e compatta Kona in versione Electric: due versioni con potenze di 135 oppure 204 cv, per autonomie (promesse) comprese tra 300 e 470 km. Niente male, sulla carta; la vedremo su strada entro l’anno. Lo stesso vale per l’altra grande novità a emissioni zero, firmata Jaguar sotto le spoglie della crossover I-Pace: filante e molto dinamica, dotata di due motori elettrici per 400 cv e 696 Nm con scatto 0-100 km/h in appena 4,8 secondi. Ma anche un’autonomia fino a 480 km e ricarica rapida (colonnine molto rare in Italia) fino all’80% in 45 minuti: prezzo già stabilito, a partire da 79.800 euro.

Elettrico a chi ? Diesel e benzina sono vivissimi

“In un futuro non troppo lontano, il moderno motore diesel sarà rivalutato perché molto efficiente ed ecologico. Le regole ambientali della Ue in merito al clima e alle emissioni i Co2 sono così impegnative che i governi non possono fare a meno della tecnologia diesel”. In tempi di crociate contro i motori a gasolio (interdetti pure dal centro di Roma dal 2024), un’affermazione come questa fa senz’altro aggrottare le sopracciglia. Ma se a formularla è l’ad del gruppo Volkswagen, Matthias Müller, allora l’effetto è deflagrante. Muller è il capo della multinazionale incriminata per aver falsato i dati sulle emissioni inquinanti dei propri turbodiesel: caso scoppiato negli Usa a settembre del 2015, passato alle cronache col nome di dieselgate e che ha innescato la corsa all’elettrificazione della mobilità da parte dell’industria automotive.

A distanza di 30 mesi dal suddetto scandalo, dopo decine di proclami green e centinaia di milioni investiti sull’auto elettrica, il settore torna a scontrarsi con la realtà. Che è meno “verde” di quanto auspicabile. Smaltita la sbornia da emissioni zero, fatta di prototipi e scenari assai distanti (quasi fantascientifici), i costruttori sono tornati a fare pagare limiti tecnici e infrastrutturali, delle vetture elettriche. La rete di approvvigionamento non è capillare, l’autonomia delle EV è ridotta, i tempi di ricarica lunghi sono socialmente inaccettabili e, soprattutto, i prezzi di listino per l’utente finale sono troppo elevati. Da qui la necessità di dare maggior peso agli scenari di breve/medio termine e puntare forte sulle “tecnologie ponte” – ibrido, metano, plug-in hybrid – in attesa che i veicoli 100% elettrici diventino realmente fruibili per la massa.

È con queste premesse che Skoda ha svelato la Vision X, prototipo Suv con motore ibrido bifuel alimentato a metano: una prima mondiale. Lungo 4,25 metri, è spinto da un 4 cilindri 1.5 turbo da 130 Cv di potenza, sviluppato per l’alimentazione a gas. Al retrotreno è presente un propulsore elettrico che assicura le quattro ruote motrici e supporta l’endotermico. Con un pieno di metano si fanno 650 km e la Vision X può anche percorrerne un paio in modalità elettrica, funzionando a trazione anteriore, posteriore o integrale a seconda delle necessità.

Mercedes ha applicato la tecnologia ibrida plug-in al diesel. Non è una novità assoluta: ci avevano provato i francesi di PSA qualche anno fa, abbandonando poi il progetto, divenuto insostenibile. Tuttavia i tedeschi non demordono e uniscono il 2 litri turbodiesel a un’unità elettrica da 90 kW di potenza e 440 Nm di coppia motrice (700 quelli complessivi). L’elettromotore è alimentato da una batteria a litio da 13,5 kWh – si ricarica in 2 ore col caricabatterie di bordo da 7,2 kW – ed è incorporato nel cambio automatico a 9 rapporti. Secondo omologazione Nedc, le Mercedes diesel-hybrid possono viaggiare a emissioni zero per almeno 50 km (non oltre i 140 km/h).

Toyota, che la tecnologia ibrida se l’ha fatta debuttare nel 1997, ha presentato la nuova Auris. Nel 2010 era l’unica media a due volumi con una versione ibrida a listino e fra pochi mesi sarà la prima a offrire due motorizzazioni di questo genere ai clienti: la parsimoniosa “hybrid” con propulsore di 1.8 litri di cilindrata da 122 Cv, e il più prestante 2 litri da 180 cavalli. Ma niente diesel, bandito da Toyota dall’inizio dell’anno e sopravvissuto, per il momento, solo sui veicoli commerciali e su alcune fuoristrada.

Mazda, addirittura, non ha ancora ceduto all’elettrificazione: a Hiroshima stanno infatti ultimando lo sviluppo di un 2 litri a benzina che può funzionare come un diesel. Si chiama Skyactiv-X, eroga circa 190 Cv di potenza, e promette di abbattere consumi ed emissioni del 30%. L’idea di base è brillante: sfruttare le candele in maniera convenzionale ma pure per innescare una compressione che accenda la miscela aria-benzina nelle camere di scoppio. Tutto gestito dall’elettronica e iniettori specifici. Dopo tutto sembra che il vecchio e rumoroso motore endotermico abbia ancora molto da dire.

La scelta per Fiat non sarà indolore: si dovrà progressivamente sostituire la “fetta” di auto a gasolio con ibride, elettriche, etc. Si saprà solo il primo giugno con la presentazione del nuovo piano industriale di Fca. Di cui però qualche anticipazione è arrivata dallo stesso Marchionne: legame sempre più stretto tra Alfa e Maserati, Jeep sugli scudi ovunque nel mondo, Fiat che punta al sud America ma si ridimensiona in Europa. Andiamo con ordine. Il prossimo frutto della collaborazione tecnica tra Tridente e Biscione, stando a Marchionne, arriverà tra il 2019 e il 2020 e sarà un suv di dimensioni più contenute rispetto alla Levante. Quindi toccherà ad Alfa disporre di un suv più grande della Stelvio. Grosse cose in più per ora non sono previste, semmai qualcosa in meno. Il destino della MiTo è segnato (“le compatte a tre porte sono in calo”) e tutti gli sforzi verranno indirizzati verso il campione di casa Fca: Jeep. Una realtà in espansione ovunque nel mondo, anche se qualche battuta d’arresto sul mercato cinese l’ha avuta per una strategia sbagliata nella scelta delle motorizzazione. Non è un caso che il prossimo piano industriale verrà imperniato sul sostegno ai fuoristrada made in Usa (e in Italy). A farne le spese sarà Fiat. “L’interesse del pubblico è diminuito in Europa”, secondo Marchionne. Non così in Sud America, dove avrà invece “un grande futuro”. Niente nuova Punto (“troppa concorrenza”), la gamma rimarrà con la Panda e la famiglia delle 500. Quest’ultima destinata, prima o poi, a diventare un marchio a sé virando sul premium. Un vecchio pallino di Marchionne, quello di farne una sorta di Mini.

Marchionne detta la linea. E l’Italia sta a guardare

Un altro giro di valzer in riva al lago Lemano, per il salone dell’auto più antico e importante del vecchio continente. Nella misura del tempo ternario, facendo un paragone con la musica, l’accento forte va sulla concretezza di un’esposizione che trasuda lo stesso calvinismo del paese (e della città) che lo ospita. Non vedrete mai voli pindarici da queste parti, ma roba che prima o poi si venderà. O che sarà servita a venderne altra, tipo prototipi e concept car. I suv? Ottimi e abbondanti, il mercato quelli vuole. Supercar ed extralusso? State certi, non mancano mai. L’elettrico? Sì, ma con moderazione. Le auto a batteria valgono lo 0,9% in Europa: troppo poco, troppo presto per ingolosire. Il core business di oggi è fare meglio ciò che già si fa, ovvero i vecchi motori a combustione, portandoli al limite dell’efficienza, magari inseriti in un pacchetto ibrido.

Il lungo addio al diesel da parte di Fca è ufficialmente partito. “Ridurremo la dipendenza dai motori a gasolio, perché la tendenza nei vari mercati ce lo impone”: Sergio Marchionne non poteva essere più chiaro di così, parlando con la stampa italiana ed estera a Ginevra. Le motivazioni sembrano dettate più dalla difficoltà di competere nello sviluppo di questa tecnologia per assicurarle un futuro sempre meno inquinante, che da improvvisa coscienza verde. E anche su questo ci sarebbe da discutere, visto che le levate di scudi anti-gasolio a cui stiamo assistendo sanno molto di incompetenza e poco di ragion tecnica. Comunque sia, fare diesel che rispettino gli standard (soprattutto quelli futuri) sulle emissioni costa, come sanno bene al gruppo Volkswagen dove, nonostante tutto, continuano a svilupparlo visto che le risorse non gli mancano. Convinti, come più volte ripetuto dal gran capo Matthias Muller, che siano destinati a una seconda giovinezza. Eppure, i numeri dicono che il gasolio non tira più come un tempo nel Vecchio Continente: il 2017 si è chiuso con un 43,8%, anche se l’Italia continua a essere una mosca bianca col 56% di preferenze nel mix delle alimentazioni.

La scelta per Fiat non sarà indolore: si dovrà progressivamente sostituire la “fetta” di auto a gasolio con ibride, elettriche, etc. Si saprà solo il primo giugno con la presentazione del nuovo piano industriale di Fca. Di cui però qualche anticipazione è arrivata dallo stesso Marchionne: legame sempre più stretto tra Alfa e Maserati, Jeep sugli scudi ovunque nel mondo, Fiat che punta al sud America ma si ridimensiona in Europa. Andiamo con ordine. Il prossimo frutto della collaborazione tecnica tra Tridente e Biscione, stando a Marchionne, arriverà tra il 2019 e il 2020 e sarà un suv di dimensioni più contenute rispetto alla Levante. Quindi toccherà ad Alfa disporre di un suv più grande della Stelvio. Grosse cose in più per ora non sono previste, semmai qualcosa in meno. Il destino della MiTo è segnato (“le compatte a tre porte sono in calo”) e tutti gli sforzi verranno indirizzati verso il campione di casa Fca: Jeep. Una realtà in espansione ovunque nel mondo, anche se qualche battuta d’arresto sul mercato cinese l’ha avuta per una strategia sbagliata nella scelta delle motorizzazione. Non è un caso che il prossimo piano industriale verrà imperniato sul sostegno ai fuoristrada made in Usa (e in Italy). A farne le spese sarà Fiat. “L’interesse del pubblico è diminuito in Europa”, secondo Marchionne. Non così in Sud America, dove avrà invece “un grande futuro”. Niente nuova Punto (“troppa concorrenza”), la gamma rimarrà con la Panda e la famiglia delle 500. Quest’ultima destinata, prima o poi, a diventare un marchio a sé virando sul premium. Un vecchio pallino di Marchionne, quello di farne una sorta di Mini.

Per tutti la parola d’ordine è: concretezza

Un altro giro di valzer in riva al lago Lemano, per il salone dell’auto più antico e importante del vecchio continente. Nella misura del tempo ternario, facendo un paragone con la musica, l’accento forte va sulla concretezza di un’esposizione che trasuda lo stesso calvinismo del paese (e della città) che lo ospita. Non vedrete mai voli pindarici da queste parti, ma roba che prima o poi si venderà. O che sarà servita a venderne altra, tipo prototipi e concept car. I suv? Ottimi e abbondanti, il mercato quelli vuole. Supercar ed extralusso? State certi, non mancano mai. L’elettrico? Sì, ma con moderazione. Le auto a batteria valgono lo 0,9% in Europa: troppo poco, troppo presto per ingolosire. Il core business di oggi è fare meglio ciò che già si fa, ovvero i vecchi motori a combustione, portandoli al limite dell’efficienza, magari inseriti in un pacchetto ibrido.

E veniamo al diesel. La crociata contro quella che, allo stato attuale della tecnologia, è tra le alimentazioni più efficienti puzza di populismo. Ma è stata utile a separare le acque: c’è chi continua a puntarci nonostante trascorsi poco edificanti, tipo il gruppo Volkswagen, e chi se ne vuole allontanare come Fca. Come sempre, la differenza la fanno i soldi: svilupparne di puliti costa assai, e la favola de La volpe e l’uva qualcosa insegna. Rimanendo in casa nostra, o in quella che almeno una volta era considerata tale, non si può non prendere atto delle parole di Sergio Marchionne: “La Fiat sarà meno importante in Europa” per fare spazio a brand più forti, Jeep su tutti. Dopo il requiem per Lancia, comincia il declino anche del marchio che ha motorizzato l’Italia. Tempo binario in questo caso, quello delle marce funebri.

Putin IV: il Cremlino è mio e lo gestisco io

Un un recente grottesco romanzo, Gli ultimi giorni di Vladimir P. (Michael Honig, ed. Frassinelli), si racconta la lenta fine di un Putin vecchio, malandato e demente; siamo nel 2032, Volodja, l’ex presidente, ha ottant’anni, è sempre più incattivito, paranoico, ossessionato dai fantasmi del suo passato; è imbottito di farmaci, soffre di allucinazioni. Spesso parla a poltrone vuote sulle quali solo lui vede seduto l’odiato ministro delle Finanze che è diventato presidente. Vladimir è confinato in una dacia poco lontano da Mosca, a Novo-Ogarevo. Poco è cambiato, dai giorni nostri: il contesto del futuro prossimo è infatti purtroppo familiare: corruzione, dissidenti incarcerati, oligarchi avidi, ministri che rubano, giornalisti ammazzati, cineasti in galera, il popolo che stringe la cinghia. Nello staff che lo cura c’è Stepanin, il cuoco ubriacone. Che un giorno dice: “Vivere in Russia è vivere all’inferno. Se non fosse stato Vladimir a rovinarci, sarebbe stato qualcun altro”. La rassegnazione, quintessenza della tragedia russa.

E quintessenza del voto russo di domenica 18 marzo, quando verrà eletto presidente per la quarta volta il vero e niente affatto demente Vladimiri Putin. Un déja-vu. Ormai, il Cremlino e Putin sono un tutt’uno. Un uomo solo al comando. Senza avversari. E chi poteva inquietarlo, come l’avvocato blogger Aleksej Navalny, è stato neutralizzato dalla magistratura. Così, il candidato Putin si è presentato come “indipendente”, affrancandosi da Russia Unita, il suo partito. Campagna soft, pochissimi comizi, nessun confronto in tv – come in altre occasioni – ma tanta promozione e spazio ai successi oggettivi in politica estera. Per avversari, sette nani politici, a cominciare dalla famosa star televisiva Ksenija Sobcak, figlia di Anatolij, primo sindaco di San Pietroburgo eletto dopo il crollo dell’Urss, soprattutto mentore politico di Putin.

L’improbabile Ksenija si batte “contro tutti”, ma ha criticato Navalny perché “sostenitore di una linea politica che danneggerebbe gli interessi della Russia”, e la destabilizzerebbe. Guarda caso, quel che dice il Cremlino (in cambio, si dice, la bionda Sobcak otterrebbe la direzione di un canale tv). Navalny, dal canto suo, ha rivolto un appello per disertare le urne, ma è un’arma spuntata. Né hanno migliori prospettive il candidato del Partito Comunista Russo, l’agronomo Pavel Grudinin, o il liberal-conservatore Grigory Yavlinskiy che si presenta per la quarta volta con Yabloko: vuole superare lo “stalinismo mascherato” e il “capitalismo selvaggio al confine col feudalesimo”. Predica rispetto della proprietà privata da parte dello Stato, concentrazione limitata dei beni, economia in sintonia con le imprese. L’esatto opposto dell’economia “diretta dall’alto”, cioè dal Cremlino.

Tutto rosa e fiori per Putin? Mica tanto. Nelle grandi città, i giovani, la nuova borghesia e i ceti intellettuali (salvo quelli di regime) non lo voteranno: a Mosca, gli ultimi sondaggi fissano Putin al 57 per cento.

Sono segnali. Che i putinologi pensano siano sintomi di una fragilità del “putinismo”: il complesso intreccio di affari, potere e controllo dei gangli vitali della Russia messa in piedi da Putin e dai suoi si starebbe, insomma, sfilacciando. Per questo, Putin ha rilanciato l’immagine del “presidente forte” per una “Russia forte”. Si accredita come un autocrate muscoloso, in piena forma, l’uomo capace di raddrizzare la Russia con ogni mezzo. Infatti la gestisce come il presidente di una multinazionale che delega le sue funzioni ai dirigenti delle filiali. Nel discorso alla nazione del primo marzo, Putin aveva dinanzi a sé la classe dirigente russa, ma in realtà si rivolgeva alla Casa Bianca quando ha svelato le nuove armi nucleari che “l’America non può intercettare” e che “nessun altro paese al mondo ha o potrà realizzare in breve tempo”.

Toni alla Krusciov. Rilancio dell’orgoglio russo: “Negli ultimi trent’anni abbiamo fatto progressi che ad altri Paesi sarebbero costati secoli”. Il futuro (naturalmente con lui alla guida del Cremlino per altri sei anni, come stabilisce l’opportuna riforma elettorale) riserveranno “fulgide vittorie”, se “saremo coraggiosi nelle aspirazioni, negli obiettivi, nelle azioni”.

Tre giorni dopo, primo vero bagno di folla. In diretta tv dallo stadio. Con 90 mila spettatori: manco fosse la cerimonia inaugurale del prossimo Mondiale di calcio. Schierato in campo il “Putin team”, galassia di personaggi famosi: dal regista Nikita Mikhalkov al direttore artistico del Mariinsky, Valerij Gergiev, cantanti, campioni olimpici, attori, star tv. Consacrazione del Putin “padre della patria”. L’unico. “Solo lui è il nostro presidente”, asserisce Mikhalkov. Un’icona pop, secondo i corrispondenti stranieri, che smorza i toni bellici e si trasforma in guru dei russi: “Vogliamo che il nostro Paese sia prospero e guardi al futuro, ai nostri figli e nipoti. Faremo di tutto per renderli felici”. Parola d’ordine, gridata al microfono: “Siamo una squadra, vero?”. E come una squadra di football, i 90 mila intonano il solenne inno russo prima della finale.

In verità, serpeggia insofferenza verso la piramide verticale del potere in cui spadroneggiano (nella misura del 70 per cento) ex funzionari ed agenti del Kgb e dell’Fsb (l’intelligence post sovietica). A cominciare da Putin: tenente colonnello nel Kgb e direttore dell’Fsb, prima di diventare capo del governo nel 1999 e capo del Cremlino nel marzo del 2000, dopo Boris Eltsin. Una carriera lampo, misteriosa, enigmatica. Di Putin continuiamo a saperne poco. A chi voleva approfondire, è stata tappata la bocca. Anche per sempre. Vlad rispecchia il Paese? Ognuno, soprattutto nella sterminata periferia dell’impero, si identifica in questo uomo grigio e dall’apparenza ordinaria, vedendoci quello che ci volevano vedere. Nei diciotto anni al Cremlino e dintorni ha domato l’economia, imbrigliato gli oligarchi, e messo il guinzaglio ai media. Guerre. Sanzioni. La questione ucraina, il ritorno ad una nuova guerra fredda, la crisi siriana, il cyberterrorismo, l’avvento di Donald Trump hanno spinto Putin ai vertici dell’attenzione e dei timori globali. Il Cremlino è il rubinetto strategico del gas da cui dipende gran parte delle necessità energetiche Ue. Che Putin desidera meno compatta e meno solidale.

Con l’annessione della Crimea, Putin ha ferito l’Europa e i suoi principii. La Nato circonda la Russia? Replica con i viaggi a Kaliningrad, l’enclave tra Polonia e Lituania, per ammonire che Mosca i missili li ha dentro l’Unione Europea… Esercita ed esporta miliardi coi quali compra la lealtà della burocrazia europea. Crea il trend del sovranismo e del populismo, foraggia le “piccole patrie”, i movimenti estremi: la democratura fondata non sull’aritmetica della democrazia ma sull’esercizio della “verticale del potere”. Fervente ammiratore dei kompromat (dossier compromettenti, marchio di fabbrica del Kgb), se ne serve per interferire nei processi democratici di chi gli vuol tenere testa. Ormai Putin è più di Putin. Crede di essere il burattinaio del mondo.

Ma forse, è prigioniero del suo stesso enigmatico ed opaco labirinto.

A Bruxelles discutono del bilancio europeo post-Brexit. L’Italia lo sa?

Lo scorso 23 febbraio ha preso avvio il processo di negoziazione del bilancio pluriennale dell’Unione europea (MFF, Multiannual Financial Framework), per il settennato 2021-2027. Questo ciclo di bilancio dovrebbe essere caratterizzato dalla cessazione della contribuzione britannica, a seguito della Brexit, a meno di accordi che determinino pagamenti per accesso parziale al mercato unico. In caso di uscita definitiva, in 7 anni verranno a mancare 93 miliardi di euro di contributi.

Il bilancio Ue è pari all’1% della somma del reddito nazionale lordo degli attuali 28 membri, e a solo il 2% del totale della loro spesa pubblica; deve essere in pareggio ed è soprattutto un bilancio di investimento. I due maggiori capitoli di spesa, politica agricola comune e coesione economica, sociale e territoriale, rappresentano ben il 70% del bilancio. I negoziati sono resi problematici dalla crescente tensione tra paesi datori e prenditori netti. Tra i secondi, nel triennio 2014-16, il primo beneficiario era la Polonia, con 10 miliardi di euro medi annui ricevuti, mentre il primo pagatore netto era la Germania, con 13,6 miliardi. L’Italia è al quarto posto con 3,5 miliardi annui pagati, meno della metà della Francia. La Commissione europea ha suggerito alcune aree di spesa strategica, tra cui sicurezza e immigrazione, Difesa, cambiamento climatico, ricerca e innovazione. Per quadrare il cerchio, tra buco di contribuzione post Brexit e aggiornamento dei capitoli di spesa, la Commissione ha proposto alcuni scenari di taglio ai fondi di coesione, destinandoli solo ad aree in assoluto meno sviluppate e Paesi a minor reddito; nella variante estrema si produrrebbero 124 miliardi di risparmi in sette anni e i fondi andrebbero ad esclusivo beneficio dei paesi dell’Est e del Portogallo. Sulla politica agricola comune si discute una riduzione dei pagamenti diretti, l’80% dei quali va al 20% degli agricoltori, e si ipotizza di legarli ai risultati, ad esempio sostenibilità in regioni montuose o meno profittevoli, oltre a privilegiare le aziende agricole di minori dimensioni. Il reperimento di maggiori risorse proprie per il bilancio comunitario potrebbe avvenire acquisendo più quote di gettito Iva o dei certificati di emissione di gas serra, con una frazione dell’imposta societaria calcolata su una base imponibile comune o dal reddito di signoraggio della Bce. Interessi nazionali molto forti ostacoleranno la modifica delle erogazioni, mettendo a rischio l’evoluzione strategica del bilancio.

Si tratta di temi complessi, con ricadute nazionali molto ampie. Per l’Italia, persa in un dibattito pubblico interno ormai psichedelico, con i suoi proiettili d’argento di risanamento e rinascita, e che tende a distrarsi quando in Europa si decide il proprio futuro, salvo poi gridare al complotto esterno, cresce il rischio di ulteriori danni e marginalizzazione. Rigorosamente autoinflitti.

Napoli, l’eccellenza chiusa per litigi

Sembra ancora lontana la riapertura del centro trapianti di cuore pediatrico di Napoli. L’attività è stata sospesa oltre un anno fa in assenza dell’“indispensabile collaborazione” tra cardiochirurgia pediatrica e il centro trapianti dell’adulto, “a causa della relazione conflittuale tra i due responsabili”. Questo si legge sul verbale dell’audit eseguito da parte del centro nazionale trapianti dell’Istituto superiore di sanità. Al centro del Monaldi, l’unico in regione abilitato al trapianto di cuore, manca un percorso assistenziale adeguato per operare i bambini. Dal 2013 gli interventi hanno iniziato a ridursi. I pazienti con malattie congenite continuavano a essere esclusi dalla lista di attesa perché non c’erano le competenze per trattarli. E la mortalità era alta, anche se i numeri molto bassi non danno una significatività statistica. Federconsumatori e il Comitato dei genitori hanno fatto una denuncia per interruzione di servizio pubblico. Il direttore generale dell’ospedale Monaldi ci conferma che l’equipe è stata integrata. Ma il nuovo piano organizzativo non è ancora arrivato sul tavolo del centro nazionale trapianti per essere valutato.

Lavori in casa, quando non c’è più bisogno di autorizzazione

Tra qualche settimana per una lunga lista di lavori di manutenzione e di edilizia non serviranno più permessi o certificati: potranno essere realizzati senza la necessità di presentare Cila (Comunicazione inizio lavori asseverata), Scia (Segnalazione inizio lavori asseverata), altre comunicazioni agli uffici comunali o progetti tecnici. A prevederlo è il “Glossario dell’edilizia libera” in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale che comprende un primo elenco di 58 interventi tracciando un confine tra una miriade di piccoli ritocchi e miglioramenti che nel Testo unico edilizia sono, invece, indicati solo per capitoli. La lista (in attuazione del Dlgs 222/2016), che avrà quindi valore su tutto il territorio nazionale mettendo finalmente d’accordo i Comuni, comprende lavori interni ed esterni che non incidono sulla pianta degli appartamenti.

Tra questi, ad esempio, rientrano il rifacimento dei bagni e degli altri impianti, la realizzazione di controsoffitti, il cambio degli infissi e l’installazione delle inferriate alle finestre. Interventi sui quali, invece, in molti casi le amministrazioni avevano continuato a sostenere la necessità di presentare le comunicazioni di inizio lavori. Una novità non da poco visto che il fatto di sapere, da subito, fin dove ci si può spingere senza coinvolgere l’ingegnere e l’architetto semplificherà uno dei settore a più alta densità di burocratizzazione tra autorizzazioni e altre pratiche nel rispetto delle norme come quelle anti-sismiche, igienico-sanitarie, sulla sicurezza e delle prescrizioni urbanistiche. E gli italiani lo sanno bene, visto che lo scorso anno 8,2 milioni di contribuenti hanno usato la detrazione sul recupero edilizio nella dichiarazione dei redditi. Basta questa cifra, ricavata dalle statistiche delle Finanze, a spiegare perché c’è voluto tanto per completare l’elenco: ben 6 mesi per trovare una mediazione con alcune Regioni, come la Sardegna, meno disponibili a spostare in senso estensivo il confine dell’edilizia libera.

Risparmio energetico. Tra gli interventi più eseguiti, per i quali ora c’è il via libera, rientrano l’installazione dei pannelli solari e fototovoltaici (eseguita su edifici al di fuori dei centri storici), di pompe di calore e la realizzazione di comignoli sul tetto per le nuove caldaie per il riscaldamento. Lo stesso per tutti gli interventi di messa a norma per quel che riguarda lo smaltimento dei fumi. E sempre in tema di risparmio energetico, rientra tra gli interventi di edilizia libera anche il rinnovamento del manto di copertura degli edifici inserendo strati isolanti, il cosiddetto “cappotto”.

Infissi, inferriate e parapetti. Sul fronte dei lavori sull’esterno degli edifici vengono definitivamente liberalizzati anche tutti gli interventi sugli intonaci e sugli elementi decorativi, ma anche la sostituzione di grondaie e pluviali.

Abbattimento barriere architettoniche. Trovano posto nel “Glossario dell’edilizia libera” tutti gli interventi realizzati all’interno degli edifici e che non incidano sulla struttura portante. Bisogna, quindi, continuare a districarsi in un labirinto di norme se si decide di installare nuovi ascensori o rinnovare quelli che già ci sono.

Spazi esterni da arredare. Insieme all’installazione di tende, pergotende e altre coperture di arredo, diventa possibile anche mettere gazebo in giardino, a patto che si tratti di strutture mobili e non ancorate stabilmente al suolo. Via libera anche alla realizzazione di barbecue in muratura, ripostigli, ma anche cucce, voliere e stalli per le bici. Nel caso dei gazebo, dei pergolati e dei ripostigli si specifica che, per restare libero, l’intervento deve essere “di limitate dimensioni”.

Anche se le opere fino ad ora liberalizzate sono quelle basiche, che rientrano nell’edilizia agevolata, sul fronte del risparmio rappresentano comunque un buon alleato. Basti pensare che, secondo un report presentato da Legambiente, in Italia su 30,6 milioni di abitazioni, oltre 2 milioni sono in mediocre e pessimo stato di conservazione. Tra i problemi più comuni ci sono infiltrazioni e dispersione da infissi e serramenti che, se eliminati, potrebbero far risparmiare alle famiglie circa il 25% dell’attuale spesa. Poi, a case e appartamenti colabrodo, si affiancano i problemi dei costi che gravano sulle famiglie: oltre 2mila euro tra elettricità, energia termica e mobilità. Costi che possono essere ridotti anche grazie agli incentivi dell’ecobonus e sismabonus che consentono di detrarre le spese nella dichiarazione dei redditi.