Gemelli: il frutto è maturo. Vai pure

ARIETE – Mio caro Eduardo, o come cavolo ti chiami, “sei una creatura giusta e saprai trovare l’equilibrio che ti abbisogna”: io non sarei così ottimista, ma se lo dice Lucio Ridenti (Guida), grande giornalista ed editore novecentesco, c’è da credergli. Umore in ripresa.

 

TORO – Per Vladimiro Polchi (Rizzoli) “seguire chi nuota a rana richiede accortezza. Stargli troppo vicino è come violarne l’intimità”. Ma perché stare addosso a uno che sguazza in acque pericolose? Tu non sei tra I comunisti che vinsero alla lotteria, perciò evita ogni rischio.

 

GEMELLI – “Dimmi da che cosa stai scappando”. “Dalle cose che voglio di più”. “Allora mi sembra che scappiamo tutti dalla stessa cosa”. Eleonora C. Caruso ce l’ha con te: se vuoi rimarginare Le ferite originali (Mondadori), vai incontro a chi sai tu: il frutto è maturo.

 

CANCRO – “Hai presente quella storia che credi di essere normale? Dimenticala”: se vuoi superare La prova del fuoco di Lene Kaaberbol (Gallucci), affidati alle tue doti stregonesche, come la maghetta protagonista. Anche perché l’incantesimo amoroso non durerà molto.

 

LEONE – Fai bene a rimpiangere La vita di prima come Colette McBeth (Piemme): ora ti “trovi in un momento della vita in cui non ti sembra di far altro che partecipare a matrimoni”. Sfrutta almeno le occasioni conviviali per stringere nuove amicizie, chiamiamole così.

 

VERGINE – Se c’è una cosa bella, nel graphic novel Fante Bukowski/2 di Noah Van Sciver (Coconino), sono le citazioni d’autore, tipo Wilde: “Dopo un buon pranzo si può perdonare chiunque, perfino i propri parenti”. Contro i dissapori famigliari c’è MasterChef!

 

BILANCIA – Sostiene Valentina Ivancich in Noi e l’albero (Corbaccio): “L’ombra di un albero è sempre più fresca”. Tradotto per te: datti all’agricoltura o all’orto o al giardinaggio per ritrovare la frescura dopo una relazione bollente finita dalla padella alla brace.

 

SCORPIONE – Continua pure con l’Estasi, ma leggi almeno le Istruzioni per l’uso di Jules Evans (Carbonio): “Quando dopo fai sesso di nuovo e non sei fatto, ti dici: Be’, tutto qui?”. Fatti passare i deliri tossici e poi, in tutta sobrietà, potrai lasciare l’amante.

 

SAGITTARIO – Fidati degli estranei spioni come Natsume Soseki (Neri Pozza): “Guardandoli insieme non mi hanno dato l’impressione di essere marito e moglie”. Non sta sparlando dei vicini di casa ma di te. Fino a dopo l’equinozio, ovvero il 20 marzo, il connubio non s’ha da fare.

 

CAPRICORNO – “Davvero vorresti rivederla?”. “Sì, per chiederle perché. Solo questo”. Ma no! Dai ascolto a Marco Balzano (Einaudi): Resto qui. Punto. Non ti muovere di un millimetro per rincontrare la tua aguzzina. Si muoverà lei, vedrai.

 

ACQUARIO – Cronaca di una relazione clandestina by Serge Joncour (e/o): “L. si ritrasse quando a lei sarebbe piaciuto che insistesse. Ma se lui avesse insistito lei lo avrebbe detestato”. Affidati a me, anziché ai bei romanzi: anche il tira-e-molla, dopo un po’, viene a noia.

 

PESCI – “Ti scrivo solo un magro biglietto, per ricordarti che esisto e che soprattutto tu esisti in me”, firmato PPP. Tieniti pronto/a a un ritorno di fiamma, anche solo cartaceo. Lo scrittore al tempo di Pasolini e oggi (Marsilio) non è cambiato: se vuole la tua attenzione, la otterrà.

“Il signor Diavolo”, Pupi Avati esplora il Male come in una favola contadina

Si torna sull’argomento: il Diavolo. Anzi, “il signor Diavolo”. Perché ai cattivi – la saggezza contadina insegna – conviene dare il giusto riguardo per non averne danni in sovrappiù. Un argomento che non vuole saperne di togliersi di mezzo, questo, se Il signor diavolo, qui inteso come il romanzo di Pupi Avati (edito da Guanda), non si stacca dagli occhi del lettore fino all’esaurirsi della narrazione che ha due finali, due. Due proprio come due sono le corna che stanno sempre in compagnia a far specchio all’io di ciascuno di noi, il volto, e al nostro stesso doppio, la maschera con cui ci presentiamo agli altri.

Due finali che sono due botole, due bui, due angosce e due divisioni di un paio spaiato: il Cielo del buon Dio e la terra limacciosa del sottoterra in cui si ritrova il protagonista – Furio Momenté, ispettore del ministero di Grazia e Giustizia – quando nell’anno democristiano 1952 è spedito in Veneto per uno spaventevole e pietoso fatto di cronaca prossimo a esplodere in un caso politico. Un ragazzino uccide con un colpo di fionda un altro ragazzino con la precisa idea di assassinare il signor Diavolo. Un impasto di incubi va a fabbricare un unico grumo con la miserrima vita quotidiana.

Ecco, dunque: la sacrissima particola della Prima Comunione finisce in tasca e poi data in pasto a un verro; questo stesso maiale – immondo sebbene incolpevole nel sacrilegio – preso a fucilate, è bruciato in una vampa di gasolio; la doppietta, a sua volta, elimina l’esecutore della santa opera di purificazione. Un caso politico. Tutto a beneficio del Pci che può ben accusare la Chiesa di un orrendo delitto: uccidere un povero ragazzo minorato additato dalla superstizione. Il ragazzino viene preso dai carabinieri e l’altro, assassinato, è disteso sul tavolo della cucina in attesa che arrivi un dentista capace di cavare dal cadavere i denti, vere e proprie zanne suine (per non dire della sua pelle, tutta di setole porcine…).

C’è il rischio di trascinare in Tribunale una monachella, un sagrestano o chissà chi altri della Sede Vescovile di Venezia per via di certe dicerie, di anatemi, di sabba consumati sul limitare dei canali della Laguna. E Pupi Avati che sa adoperare la parola in pagina come sullo schermo impone al lettore il fremito dello spettatore.

Ci si guarda intorno, e si prega, sfogliando, scena dopo scena, il precipitare dell’Ispettore – un inedito antieroe democristiano – nell’abisso della sua stessa esistenza. Capace, uno come lui, di fare prostituire la moglie. Capace solo di alzarsi sulle punte per farla in barba all’albergo che i lavandini della camera li mette in alto per impedire che i clienti ci facciano la pipì. Ma lui, lui che pure non è il signor Diavolo, ci riesce.

Carlo Boccadoro, lo speleologo dei dischi perduti

Un cantante americano che registra un’antica canzone anglosassone insieme a un coro di trecento tacchini: è l’incisione più curiosa tra quelle di cui parla Carlo Boccadoro nel suo ultimo 12 storie di dischi irripetibili, musica e lampi di vita. Un libro che racconta di “album oscuri, difficili da trovare o rimasti nell’ombra”: da The Black Album di Prince ritirato dall’artista, a quello dei Rolling Stones scivolato nell’indifferenza generale, dallo stupendo Disoccupate le strade dai sogni di Claudio Lolli mai più ristampato, all’introvabile Plastic Ono Band, quello però realizzato da Yoko Ono, non da John Lennon. Oggi nessuno li pubblicherebbe ma all’epoca sono usciti per le maggiori etichette internazionali. “Non è per il piacere di dire io li conosco e voi no – spiega l’autore – penso però che non serva consigliare l’ascolto di Abbey Road o Wish You Were Here, tutti li considerano capolavori. Piuttosto vorrei far sapere alle persone, quelle curiose, che c’è della musica ottima che non si vede, sta un po’ nascosta”.

Compositore e direttore d’orchestra, Boccadoro arricchisce le dodici storie discografiche raccontando episodi di vita vissuta nella Milano elettrica degli Anni 70, dove covano le rivolte studentesche di fine decennio, sede di un Conservatorio ricco di fermenti, per non parlare di quella Radio Popolare che ancora nel 1986 sembra l’ultimo baluardo rimasto contro il riflusso dilagante nel mondo giovanile. Ma c’è pure la dimensione internazionale, la visita a casa di Philip Glass a New York o l’ascolto di un concerto alla Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, con un programma – le musiche sono quelle di Edgar Varèse, Morton Feldman e Frank Zappa – che in Italia sarebbe stato bollato come troppo difficile, mentre lì viene replicato per tre giorni consecutivi con il tutto esaurito.

A colpire è l’appetito onnivoro dell’autore, capace di coinvolgere il lettore sia con Requies di Luciano Berio che con Luxa di Harold Budd. “Avendo iniziato a studiare la musica classica relativamente tardi – rivela Boccadoro – non ho avuto problemi di gerarchia, ero cresciuto fin da bambino col rock, per me la classica era una tra le musiche, conviveva senza problemi con le altre. Ma resto assolutamente contrario alla tesi di Veltroni che la musica è una e che tutte le musiche sono uguali, che Nino D’Angelo è come Schubert. Questo non è affatto vero, ci sono scale di valori e al loro interno ci può essere una grande diversità, si può ascoltare qualsiasi musica però bisogna sapere che Bach è una cosa e J-Ax è un’altra”.

Visti i non pochi titoli degli Anni 70, invito l’autore a un confronto col mondo attuale: “Rispetto a quel tipo di ascolto si è perso pressoché tutto, non c’è più alcun piacere di possedere dei dischi e di ascoltarli con gli amici. Ognuno sta solitario col suo mini-spotify. Ascoltare un album dall’inizio alla fine? Impossibile se si hanno i tempi di attenzione di un pesce rosso: massimo quindici secondi poi subito si passa al prossimo brano”.

Bambini disabili abbandonati: “Non ci sono strutture per loro”

Elisabetta ha 4 anni e vive dalla nascita bloccata in un seggiolino. Respira a fatica e dopo l’ennesima affezione polmonare le hanno dovuto praticare una tracheotomia anche per inalare meglio i farmaci dell’aerosol. Fino a poco tempo fa era riuscita a frequentare la scuola d’infanzia, le piace sentire gli altri bambini che le ridono attorno. È così da quando una sofferenza neonatale le ha provocato un grave danno neurologico. Marco è un bel ragazzo moro di 14 anni. Tutto bene fino alle elementari poi un arresto cardiocircolatorio ha mandato in anoressia il cervello. Vede solo ombre, non può stare più di 2 o 3 ore seduto sul letto e solo con l’aiuto di un busto, ma riesce a comunicare e interagire con l’operatore professionale che lo accudisce, lo accarezza e gli parla in continuazione.

Mauro, invece, è un mistero: “Dalla nascita è stato due mesi in rianimazione e poi i medici dell’ospedale ce lo hanno trasferito con la convinzione che sarebbe sopravvissuto ancora per poco, ora ha dieci anni”, ci spiega un volontario del servizio civile, mostrandoci un bambino spastico collegato a fili e cateteri. Mauro ha ereditato una grave malattia genetica degenerativa che affligge i genitori. Alcuni fratelli sono già morti. Elisabetta, Marco e Mauro sono i casi più complessi, tra i 14 piccoli ospiti disabili della cooperativa Onlus L’Accoglienza a Roma. Secondo un’indagine commissionata dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, si stima che in Italia siano circa 4mila i bambini abbandonati dalle famiglie anche alla nascita perché venuti al mondo con qualche disabilità. “Il primo dei diritti esigibili per un bambino – spiega il responsabile dell’Accoglienza, Marco Bellavitis – è crescere nella propria famiglia o in un ambiente quanto più simile a una famiglia. Noi cerchiamo prima di tutto di dare ai bambini l’affetto dei genitori e il calore della socialità”. L’arrivo per una donna sola o in una famiglia di un bambino disabile è spesso uno choc psicologico e materiale che demolisce certezze morali e rapporti di coppia. La povertà, l’ignoranza e il disagio sociale in cui versano le famiglie d’origine fanno il resto. “È capitato che un bambino debba rimanere parcheggiato in un reparto di neonatalità o di rianimazione di un ospedale anche per sette mesi per mancanza di strutture adeguate che lo possano accogliere, in una condizione di totale privazione affettiva”, denuncia Antonio Finazzi Agrò, presidente dell’Associazione italiana progettisti sociali. La struttura dei tre piccoli appartamenti gestiti da L’Accoglienza Onlus, attrezzata per la gestione della disabilità infantile complessa, è quasi un unicum. “Occorre un sistema autorizzativo che supporti queste attività e finanziamenti adeguati, i fondi destinati all’assistenza dei disabili, a livello locale e nazionale, si restringono sempre di più – scuote la testa Bellavitis – mentre la domanda di sostegno qualificato ai bambini e alle loro famiglie, per evitare l’abbandono e tentare il reinserimento, aumentano”.

Registro, carico e guadagno. I nativi musicali di Spotify

Per accedere a Spotify e diventare una goccia nel fiume dello streaming basta una mail. Simone Pisani, grafico e musicista in erba, l’ha inviata ad una dozzina di etichette: “Prima però ho caricato il brano su soundcloud.com, ad alcune è piaciuto e mi hanno spedito subito il contratto via mail”. Simone ha firmato per la brasiliana Speedsound: “Labels.com raccoglie migliaia di etichette in ogni angolo del mondo, le vie per Spotify sono infinite”. Non producono musica, le etichette del terzo millennio, perché i brani gli autori li registrano da soli. Né la distribuiscono, a quello pensano i siti di streaming e download. Però dividono i guadagni con l’artista. “Spesso sono solo aggregatori, la chiave per sbarcare online. Ma una label vera, sia essa major o indipendente, è un’altra cosa”, dice Enzo Mazza, presidente Fimi (Federazione industria musicale italiana). Grazie a Speedsound, il brano di Simone, Universe, è sui più importanti siti di streaming e download. La promozione però non è inclusa.

Dopo un mese, Simone ha collezionato 4 mila click su Spotify, ma i guadagni non sono chiari. I siti di streaming tengono il 30%, l’altra fetta si divide tra l’autore e l’etichetta: “Da contratto mi spetta un tot, altre etichette invece proponevano cifre diverse”, racconta Simone. Almeno non sborsa nulla. Alcune label chiedono 9 euro per pubblicare un brano, 99 euro per un album. Secondo il Washinghton Post, su Spotify un autore incassa circa 7 dollari per mille ascolti. Briciole per i Radiohead o Lady Gaga. “Solo le star rifiutano lo streaming per soldi, gli altri accedono a una vetrina decisiva”, dice Filippo Gatti, cantautore e produttore romano: “I guadagni sono bassi, perché non alzare le tasse ai big dell’hardware? Ormai la musica si ascolta da pc e smartphone”. Sono i compensi da copia privata: in tutto il mondo i produttori dei dispositivi digitali cedono una fetta dei ricavi ai creatori dei contenuti. In Italia è la Siae a riscuotere per distribuire agli autori.

Simone però non è iscritto alla Siae: alle nuove leve il copyright interessa poco. Suona psy-trance, un genere di musica elettronica, e vendere un cd gli suona strambo. “La musica elettronica è online. Con i booking, la musica dal vivo, si guadagnano anche 5 mila euro a sera”. Il supporto va in pensione, mentre i soldi sono altrove: “Sempre più arriveranno da concerti e digitale, poi dai diritti per gli utilizzi in pubblico o radio e tv”, dice Enzo Mazza.

In Italia, gli abbonati ai servizi streaming spendevano 2 milioni e mezzo nel 2012. Quattro anni dopo, più di 35 milioni. Oggi lo streaming vale il 36% dell’industria musicale italiana: più di 53 milioni su 149 di fatturato.

Su scala globale, secondo la banca d’affari Goldman Sachs, nel 2030 la fabbrica del disco varrà 41 miliardi di dollari; 34 arriveranno solo dallo streaming. Nel 2016 il fatturato mondiale ammontava a 15,7 miliardi: solo Spotify oggi ne vale almeno 20, in attesa della quotazione in borsa.

Intanto, a dominare le chart italiane è Vegas Jones, un rapper di Cinisello Balsamo. A gennaio, le dieci canzoni più ascoltate su Spotify erano di Sfera Ebbasta, all’anagrafe Gionata Boschetti, classe 1992. Suona la trap, un tipo di rap. Come sette dei 10 artisti più cliccati del 2017: oltre a Sfera ci cono Gue Pequeno, Ghali, J-Ax, Fedez, Coez, Fabri Fibra. È la musica dei millennials, non solo in Italia. L’anno scorso, per la prima volta, in Usa la musica rap ha superato le vendite del rock.

“Alcuni generi sono un fenomeno inarrestabile e appartengono proprio all’era dello streaming – dice Mazza –. Siamo nel pieno di una rivoluzione che non è solo tecnologica, ma anche creativa”. Sfera Ebbasta lancia la profezia: “Rap e trap potrebbero essere il nuovo rock”. Ai puristi corre un brivido pensando alla Dark polo gang. Il gruppo romano macina milioni di click su Youtube, cucendo rime sconnesse su donne, lusso e griffe. Qualcuno ne apprezza la polisemia, come un’opera aperta alla David Lynch; altri li disprezzano. Di sicuro, l’ascesa è iniziata con l’album autoprodotto Full Metal Dark. Anche Gatti, negli Anni 90, ha esordito senza etichetta: “Prima il fai-da-te era difficile e costoso, ma il livello era più alto perché la tecnologia chiedeva serietà e attenzione”. Per registrare, oggi basta un computer, e sbagliare non costa nulla. Premi un tasto e ricominci, un altro e la canzone è su Youtube. Perché dannarsi a cesellare i dettagli? Meglio incidere subito un altro brano: “Tutti possono registrare e condividere, ma dovremmo usare il digitale con la stessa serietà del nastro analogico”. Non è musica seria, Le focaccine della Esselunga. Ma su Spotify il brano trap è finito in vetta alla classifica Viral, quella dei brani che si diffondono veloci come un contagio. Poteva vincere un disco d’oro. La Dark Polo Gang ne ha già uno in bacheca, con due di platino.

Le classifiche ufficiali, infatti, conteggiavano anche i click in streaming degli utenti gratuiti, l’anno scorso. Ora la Fimi ha corretto il tiro: valgono solo gli ascolti degli abbonati a pagamento. “Altrimenti dovremmo conteggiare anche le visualizzazioni delle canzoni su Youtube”, spiega Enzo Mazza. “Qualcuno sosteneva che gli artisti rap o trap sarebbero stati penalizzati, ma non è stato così”. L’hip hop resta in vetta, perché “nasce e cresce con la stessa tecnologia digitale che lo diffonde”, dice Filippo Gatti. Per fare rock servono strumenti e musicisti. Il rap si può creare da soli. È una via familiare, specie se in streaming navighi con la bussola delle playlist.

La più apprezzata, su Spotify Italia, è Rap Italia: Battle Royale. Le playlist sono un labirinto, nel catalogo musicale più ampio della storia scegliere è un’impresa. “Come i giornali, hanno una linea editoriale e non sono neutrali”, sostiene Gatti. A Spotify lavorano 150 curatori: di solito selezionano i brani più cliccati. “I criteri dovrebbero variare – suggerisce Gatti – per dare spazio a canzoni innovative, apprezzate dalla critica o che affrontino temi caldi”.

Generi diversi rischiano di sparire sotto la slavina hip-hop: “Prima l’industria s’inginocchiava ai talent televisivi, ora invece segue internet, dove vinci se sei diretto e aggressivo”. Nel mare del web si naviga veloci, non c’è tempo per melodie complesse e testi ambigui: “Devi essere pornografico in rete”. Ogni brano è un boccone da digerire in fretta, perché il menù è infinito e la curiosità insaziabile. Il rap è lo specchio di internet, perché è il genere che ha raffinato l’arte del campionamento: catturare suoni per modificarli a piacimento. La rete infatti è un infinito taglia e cuci: le persone creano contenuti modificando quelli altrui. Gli studiosi la chiamano cultura del remix. L’industria invece pirateria.

L’Italia del pallone: fuga dal “calcio dell’obbligo”

“Negli ultimi 7 o 8 anni qualcosa si è rotto: una volta smesso, i ragazzi non ne vogliono più sapere del pallone. Io gestisco delle strutture, me ne accorgo tutti i giorni. Io e i miei amici non vediamo l’ora che arrivi il giorno della partitella, loro, invece, sono sdegnati”. Alessandro Birindelli parte dalla fine. Ha 43 anni e ha vinto quattro scudetti in dieci anni di Juventus. Ora è tornato a Pisa, la sua città, dove allena la squadra Under 16 e assiste alla crescita del figlio, Samuele, classe 1999, che ha già esordito in B ai tempi di mister Gattuso e oggi è titolare in C. Birindelli conosce il sistema, dal livello più alto ai campi polverosi. E, se ne parla male, è per affetto: “Tutti i ragazzi vogliono giocare a pallone, rimane lo sport nazionale. Il problema è quello che succede dopo, un percorso in cui spesso si sentono obbligati e da cui non vedono l’ora di fuggire”.

La sua tesi ha il sostegno dell’ultimo dossier della federazione, il Report Calcio 2017. I tesserati Figc, si legge, ammontavano nella stagione 2015-2016 a 1.353.866, un dato in calo del 2,9% rispetto all’anno prima. Ma, mentre il settore giovanile e scolastico ha fatto registrare un +0,6 per cento, i giocatori dilettanti e professionisti sono calati di 4 punti. Tra il 2008 e il 2016 i giovani iscritti, circa 827 mila tra i 5 e i 16 anni (il 20% del totale), sono aumentati dell’11,5%, contro il -21,6% degli adulti dilettanti.

Solo che, suggerisce Birindelli, poi scatta la dispersione, come al termine di un immaginario “calcio dell’obbligo”.

“Se non si inverte la tendenza, continueremo a parlare di un pallone malato che non produce giovani all’altezza”. Oggi le società chiedono un contributo di 350 o 400 euro a stagione per ogni piccolo atleta, cifra che, calcolatrice alla mano, è di molto superiore a quella necessaria per assicurazioni, materiali e il resto del nécessaire. “Io non ho mai pagato per giocare a calcio. Capisco che così ci siano più soldi per i club e le federazioni, ma, puntando sui numeri e non sulla qualità, non si offre un buon servizio”, afferma l’ex terzino della Juve.

Tocca anzitutto alle istituzioni sportive, oggi commissariate e, si spera, pronte per essere formattate, riprendere un filo che si è interrotto: “Devono riconoscere e incentivare chi fa quotidianamente un lavoro di formazione sul territorio: ci sono molte realtà sane e volontari mossi solo dal piacere di stare assieme ai ragazzi e insegnare sport. Io vengo da un’epoca in cui gli istruttori erano maestri di vita, mentre ora contano solamente i brand. Basta con i sogni irrealizzabili: non serve mandare i ragazzi nella società che ha il grande nome, quando, spesso, ci sono realtà minori che lavorano con molta più dedizione e passione”.

Una prima risposta, parziale, è arrivata con l’apertura dei centri federali territoriali della Fgci nelle diverse regioni italiane. Il progetto, finanziato con 9 milioni, andrà a regime nel 2020, con la realizzazione di 200 strutture. Da affiancare a quelle dei club, che, fino ai livelli più alti, spesso non sono adeguate. È bene che qualcosa si muova, perché “dopo il 2006 è mancata completamente la programmazione”, dice Cataldo Bevacqua, agente Fifa, specializzato nelle procure di giovani calciatori. “Oggi molti settori giovanili sono affidati a società affiliate, gestiti dall’esterno: lo fanno anche i grandi club e in Serie C è sempre più frequente. Inoltre le regole federale sugli Under penalizza proprio i ragazzi, che giocano nelle prime squadre finché lo prevedono le norme, e poi spariscono dai radar”. Anche per Bevacqua l’unica soluzione è “ripartire dal basso, perché l’agonismo esasperato che vedo già dalle scuole medie è controproducente”.

I problemi non sono altri, anche nell’anno zero del nostro calcio. Arrampicandosi fino al vertice della piramide, la questione giovanile è il vero tema. Secondo un dato di ottobre del Cies, osservatorio internazionale con sede a Neuchatel, la prima squadra italiana per giocatori formati in casa che militano nelle società professionistiche di tutta Europa è l’Inter, al 39º posto. Sotto contratto per la società milanese, però, ne è rimasto solo uno oggi. Sempre l’ente svizzero, un anno fa, classificava la Serie A dietro a Francia, Liga e Bundesliga, e davanti solo alla Premier tra i tornei più prestigiosi, per numero di debuttanti (15) e minuti disputati (2.181) dei giovani.

Come ha di recente spiegato un’inchiesta del Financial Times, con le nuove generazioni si potrebbero fare i soldi: lo dimostra l’esperienza del Benfica, che negli anni ha incassato oltre 430 milioni dalla formazione dei propri talenti. La prima italiana? Fuori dalla top ten, con l’undicesimo posto della Roma. “Voglio essere ottimista: le cose stanno cambiando e i giallorossi ne sono una prova, così come l’Atalanta e soprattutto noi, che cinque anni fa abbiamo rivoluzionato l’impostazione tattica dei nostri vivai, uniformando il lavoro tra le diverse squadre, e continuiamo a mandare giovani in prima squadra – commenta Stefano Nava, ex giocatore rossonero, è oggi allenatore dei giovanissimi del Milan – È però innegabile che in questi anni sia mancata la volontà di incidere da parte di chi è chiamato a decidere, di occuparsi davvero della formazione dei ragazzi, investire sui giovani parti significative di fatturato. Se non avviene dopo un Mondiale perduto, con quattro anni a disposizione, quando lo facciamo?” si chiede Nava. Che ricorda come “la Germania sia diventata la potenza che conosciamo con un lavoro metodico sui vivai”, con training camp sparsi in tutto il Paese e scuole d’elite: solo la federazione ha investito negli ultimi anni 100 milioni nel settore giovanile.

E poi il Belgio o “l’Inghilterra, che nei prossimi anni camperà di rendita sul lavoro di questi anni sui suoi prospetti”. “Prendiamo spunto dall’estero, pensiamo alle squadre B, dove fare crescere i ragazzi interessanti e un po’ tardivi” conclude. “L’unica risposta possibile è pianificare e ripartire dai ragazzi. L’epoca del tutto e subito deve finire”.

Il mistero della morte del Guevara di Lucania

“Un colpo inopportuno di fucile ne abbreviava i giorni immergendolo in eterna notte”, stabilisce la circolare periodica del primo semestre del 1864 del corpo dei carabinieri reali, decima legione, Salerno. Questa è la fine della leggenda di un criminale feroce o di un eroe del popolo a Castello Lagopesole, in lucano Lu Quastìdde per le circa 600 anime che ci vivono oggi sotto le insegne del Comune di Avigliano, provincia di Potenza nel Sud che più Sud non si può, oltre quella Eboli dove si fermò Cristo.

Il diavolo o santo risponde al nome di Ninco Nanco, morto a 31 anni, ucciso dal proiettile inopportuno sparato da una delle guardie che stava per arrestarlo o da qualcun altro alle sue spalle, enigma mai chiarito ma che poco interessa perché il morto ammazzato è perdente tra i perdenti, “brigante” sconfitto dalla “civiltà” piemontese in nome dell’Unità d’Italia.

Diavolo o santo, assassino o anarchico

Domani, 13 marzo, ricorre l’anniversario di quella esecuzione sommaria senza processo, immortalata in una fotografia – monito per gli altri zappaterra meridionali armati – che 102 anni prima anticipa per somiglianza impressionante un altro scatto divenuto però di fama mondiale: il cadavere di Che Guevara in Bolivia. La storiografia più o meno ufficiale ha condannato Giuseppe Nicola Somma, detto Ninco Nanco, senza appello: “Apparteneva ad una famiglia dal curriculum criminale di tutto rispetto, in particolare lo zio materno, Giuseppe Nicola Coviello, era stato un bandito tra i più temuti del luogo e finì bruciato vivo dalla polizia borbonica nella capanna ove si era nascosto per sfuggire alla cattura. (…) Gli esempi familiari e la personalità ribelle di Ninco Nanco, offrivano ampie garanzie di un futuro da fuorilegge. Sia l’aspetto che il contegno non erano di meno”, scrive Giordano Bruno Guerri ne Il Sangue del Sud (Mondadori). Una memoria rigettata nell’infamia di una vita da tagliagole, ma quell’immagine eroica del vinto in armi per un ideale è diventata da qualche anno bandiera del Sud che cerca riscatto.

Su bandiere e magliette come l’argentino

Vessillo che si alza immancabile dal 2010 ai concerti di Eugenio Bennato – il cantautore napoletano nel 1979 già autore con Carlo D’Angiò di Brigante se more – al suono delle prime note di Ninco Nanco: “1859, muore il vecchio re Borbone e sul trono va suo figlio, 23 anni, ancora guaglione. È il momento di approfittare di questo vuoto di potere, di quel regno in mezzo al mare difeso solo dalle sirene. E u Banco ’e Napoli è l’ideale per rifarsi delle spese, per coprire il disavanzo della finanza piemontese. E Ninco Nanco deve morire perché la storia così deve andare e il Sud è terra di conquista e Ninco Nanco nun ce pò stare, e Ninco Nanco deve morire perché si campa putesse parlare e si parlasse putesse dire qualcosa di meridionale”.

La tana di Bennato è uno scantinato-officina di musica e cultura al Vomero, la sede di “Taranta power” nella Napoli eterna capitale di un Sud decadente quanto fervente di vita e bellezza: “La capigliatura, la compostezza, quell’uomo morto assomiglia a Che Guevara e ha un nome, Ninco Nanco, che si presta a una ballata. La musica non si fa per istanza ideologica, non sono uno storico e non celebro i crimini di Ninco Nanco, celebro la bellezza e la passione della ribellione. Una ribellione anarchica, non neoborbonica anche se qualche nostalgico buontempone ha provato ad appropiarsene”.

Col Fidel Castro degli anti-Savoia

Se Ninco Nanco è una sorta di Che Guevara ante litteram, il Fidel Castro di Lucania era Carmine Crocco detto Donatello (catturato nello stesso 1864 dai papalini e morto nel 1905 scontando l’ergastolo a Portoferraio, Isola d’Elba), alla cui banda l’aviglianese si unì per insorgere contro l’offensiva di Torino. “Per sconfiggere il brigantaggio – canta Bennato – e inaugurare l’emigrazione bisogna uccidere il coraggio e Ninco Nanco è meglio che muore. Perché lui è nato zappaterra e ammazzarlo non è reato e dopo un colpo di rivoltella l’hanno pure fotografato”. Sono in tre asserragliati a Lu Quastìdde quando carabinieri e guardie, preti al seguito, intimano la resa.

Quel proiettile in gola

“L’ultimo a uscire fu Ninco Nanco con le armi in resta e girando gli occhi intorno per vedere ove meglio avesse potuto adoperare il suo brutale furore: ed al certo, qualche vittima avrebbe immolata alla sua ferocia, se un caporale della guardia nazionale a nome Nicola Coviello Summa, vedendolo in quel terribile atteggiamento, per impedirgli di menare in atto qualche criminoso eccesso, gli appuntò il fucile alla gola e lo stese cadavere”, si legge nella “risposta del cavaliere Benedetto Corbo di Basso al non cavaliere Giovanni Padula, venditore di cenci di Montemurro” raccolta in Il brigantaggio meridionale di Aldo De Jaco (Editori riuniti). “E lo Zolfo di Sicilia – spiega la canzone – e i cantieri a Castellammare e le fabbriche della seta e Gaeta da bombardare. È l’ideale che fa la guerra, una guerra dichiarata per vedere chi la spunta tra il fucile e la tammurriata, e tammurriata è superstizione, questa storia deve finire e qui si fa l’Italia o si muore e Ninco Nanco deve morire”. Non prima dell’ultima sfida di un brigante che sussurra: “Quant’è bello murire acciso”.

Qui Macerata, Italia. La paura fa Salvini

Uno tsunami. Un’onda lunga e travolgente. In parte attesa dalle forze politiche e dagli osservatori. In parte no. Anche se tutti, alla fine, sono costretti ad ammettere: “Ce lo aspettavamo, ma non in questa dimensione”. Il voto alla Lega di Matteo Salvini terremota Macerata: 21%, tra Camera e Senato, 4.575 voti, un balzo in avanti poderoso, dallo 0,6% del 2013, l’irrilevanza politica con soli 153 voti, al trionfo.

Ma i numeri ci raccontano anche altro. Ci parlano della provincia italiana, della sua tranquillità apparente, del fuoco che cova sotto la cenere di fragili certezze (il lavoro, la casa, un po’ di benessere, il futuro dei figli, la sicurezza) che una mattina di febbraio all’improvviso esplode. Tutti ricordano il fascioleghista Luca Traini, 28 anni, tatuaggi che richiamano il nazismo, testa rasata e militanza leghista (la stretta di mano con Salvini, la candidatura nella Lega, il servizio d’ordine ad una manifestazione). Un duro che una mattina impugna la sua Glock con porto d’armi regolarmente rilasciato dalle autorità, e spara ai “neri”. Ne ferisce sei. Il resto è cronaca, ma soprattutto lo choc di una città che si vede messa a nudo di fronte all’Italia.

Il raid stragista, i corpi a terra, le polemiche i si, i no e le perplessità per la manifestazione antifascista, la dura realtà delle lettere e dei messaggi di “simpatia” allo sparatore Traini. “La violenza è sempre da condannare, quindi condanno questo episodio ma ho il dovere di dire agli italiani in che modo voglio evitare altri fatti come questo di Macerata, per esempio aumentando le espulsioni dei clandestini”. Matteo Salvini cavalca la tigre impazzita. È sprezzante e non mostra mai segni di imbarazzo per la vicinanza di Traini al suo partito. Parla alla pancia dei maceratesi, ne sollecita le paure più nascoste. Sa che il vento che spira non è un tiepido “garbino”, ma è quello gelido dell’irrazionalità. E vince.

“Traini è uno stragista che va condannato e che deve farsi tutti gli anni di galera che i giudici gli daranno, ma c’è da riflettere sull’atteggiamento di una parte consistente dell’opinione pubblica di Macerata”. Parliamo con l’avvocato Giuseppe Bommarito, un uomo stimato in città per la battaglia che conduce contro lo spaccio di droga dopo la morte di suo figlio per overdose: “È come se la gente avesse in qualche modo perdonato Traini, il suo gesto è stato visto come una sorta di vendetta contro gli spacciatori responsabili della morte della giovanissima Pamela. Ovviamente così non è, non c’è giustificazione alcuna per il ferimento di 6 persone, ma un dato è certo: a Macerata per molto tempo è stata sottovalutato lo spaccio di stupefacenti”.

L’avvocato ci descrive la “catena” della droga che affligge questa piccola città di 43 mila abitanti. Gli albanesi sono i fornitori di erba, cocaina, eroina e droghe sintetiche destinate alle discoteche della costa, i nigeriani sono la manovalanza. “Quando dico che il problema è anche legato alla gestione dell’accoglienza dei migranti, è facile farmi passare per razzista, ma si sbagliano. Qui si è superato di quattro volte il limite fissato nell’accordo tra Anci e Viminale sul rapporto tra popolazione residente e migranti ospitati, 2,5 ogni mille abitanti. Siamo a quota 400, tra Sprar e Cas (le due forme di accoglienza, ndr), senza contare i clandestini il cui numero non è rilevato. Ma c’è un di più che mostra il fallimento delle istituzioni, gli immigrati e i profughi che vengono espulsi dal sistema di assistenza sono buttati per strada in mutande, senza nulla, e diventano facile preda della criminalità. In queste condizioni il successo della Lega era prevedibile, anche se non in queste dimensioni”.

Lo sguardo dell’avvocato si ferma sulla tragica fine della ragazza Pamela. Fuggita dalla comunità, finita nelle mani di un mostro bianco che non le ha mai chiesto se avesse bisogno di aiuto preferendo usarla a modo suo, precipitata nelle grinfie di altri mostri, di colore, spacciatori e assassini. “È morta – ci dice – nel deserto dell’indifferenza. Come mio figlio”. La solitudine sociale uccide non solo nelle metropoli, ma anche in una piccola e tranquilla città di provincia.

Esplode la Lega ed è polemica tra Pd e Chiesa, dopo le parole post-voto del vescovo monsignor Nazzareno Marconi. “La Lega ha vinto perché aveva un candidato del territorio, non mandato da Roma”. Secca la replica di Mario Morgoni, uno degli eletti del Pd. “La Lega ha succhiato voti nella pancia dell’elettorato che simpatizza per Traini, e questa dovrebbe essere una grande preoccupazione anche per la Chiesa”.

Città attonita, divisa, impaurita. “Città stanca”, ci dice il sindaco Romano Carancini. “A Macerata si è realizzata la tempesta perfetta: crisi economica, effetti del terremoto, morte di Pamela e Traini lo sparatore. La Lega ha cavalcato tutto ciò usando parole semplici, stimolando paure. In tema di immigrazione stiamo ridiscutendo le quote col Viminale, ma le sembra che con poco più di 400 immigrati si possa parlare di invasione? Dopo la tragedia di Pamela e la tentata strage di Traini la città aveva bisogno di riflettere, di interrogarsi, per questo avevo detto no alla manifestazione, invece Macerata è stata messa al centro di un vortice terribile. La Lega sguazza nelle paure. Ma le logiche di Salvini sono estranee alle tradizioni civili e democratiche della città. È un’onda e spero che passi presto”.

In alto a sinistra sulla cartina: l’ultima che ti aspetti

Sono arrivati anche qui i 5Stelle, dove le vie hanno nomi francesi e lo Stato italiano è solo un vincolo; un limite all’autonomia, amministrativa e fiscale. La Valle d’Aosta il 5 marzo si è svegliata con la sua prima deputata italiana. Era impensabile: Elisa Tripodi del Movimento è la prima donna eletta nella storia di questa piccola Regione di 74 Comuni e 135 mila abitanti; una comunità ancora aggrappata alle radici e alle tradizioni contadine. Ed è il primo parlamentare della Valle eletto in un partito nazionale, non autonomista, negli ultimi 40 anni. L’ultimo era stato il comunista Ruggero Millet nel 1979, candidato nello schieramento di sinistra Unità popolare. La neodeputata grillina non era ancora nata. Da quell’anno in poi c’è stata sempre e solo (con varie formule) l’Unione Valdôtaine, il partito che da queste parti coincide con lo Stato: ha occupato ogni carica e ogni spazio politico.

Tripodi è una ragazza di origini calabresi cresciuta nel meet up aostano. Faceva l’assicuratrice, e nei fine settimana la barista nella discoteca Fashion di Quart. Ha 31 anni, non ha mai avuto nessun incarico politico. Il primo tentativo è stato alle Comunali di Aosta del 2015: fu prima dei non eletti. Non ha quasi mai vissuto fuori dalla sua città, il capoluogo. Solo nel periodo dell’università: giurisprudenza a Torino, a un’ora e mezza da casa, corso di studi interrotto prima della fine. Ora le si spalancano le porte di Roma e di Montecitorio: “Emozione sì, tanta. Paura no – dice lei – in fondo devo solo andare a fare il mio lavoro, servire la mia comunità”. La sua comunità – o almeno la maggioranza autonomista – è piuttosto scossa. Per i numerosi avversari politici, i 5 Stelle sono “una minaccia all’autonomia e allo statuto”.

Il 4 marzo il Movimento sfruttato un’occasione irripetibile. L’Unione Valdôtaine ha smarrito il suo dominio dividendosi in una serie di sigle e la candidata Uv Alessia Favre si è fermata al 21,7%, contro il 24,10% di Tripodi. La prima scissione 5 anni fa con la nascita dell’Alpe, un altro gruppo autonomista. Poi quella più recente dell’Uvp, frazione “progressista” dell’Uv, sulla carta. In pratica un gruppo dai princìpi etnici ancora più radicali.

Sono andati divisi alle elezioni politiche. Anche i partiti nazionali: Lega e Forza Italia non hanno fatto coalizione. E così ecco la sorpresa: i 5Stelle che eleggono una deputata nel Nord dominato dal partito di Salvini. Proprio nella terra in cui getta le radici la storia del Carroccio. Il federalismo leghista ha un padre ideologico: si chiama Bruno Salvadori. È stato lui il demiurgo della svolta autonomista dell’Unione Valdôtaine negli Anni 70: le “Nazioni senza Stato”, l’“Europa dei popoli”, la Valle d’Aosta che fugge da Roma, che “si autodetermina”. Ed è proprio Salvadori nel 1979 a far scattare la scintilla in un giovane varesino incrociato casualmente nell’atrio dell’Università di Pavia: si chiamava Umberto Bossi. Diventa il suo mentore; l’uomo che gli insegna il federalismo.

In questa terra che è stata culla del leghismo delle origini – quello anti italiano, molto diverso da quello di oggi – i 5 Stelle hanno fatto il colpaccio, sfruttando le crepe che di un sistema di potere che sembrava inscalfibile. Anche qui, in un territorio arricchito dai dividendi dell’autonomia, c’è la crisi: il tempo degli sperperi è finito. Si è conosciuta la disoccupazione.

Il 2017 stato tremendo: c’è stato il fallimento del Casinò di Saint Vincent, che da queste parti era poco meno di un ministero, un’azienda che dava lavoro a mezza valle. Pochi giorni fa per la gestione assurda di quel patrimonio sono scattati i sequestri conservativi dei beni di 21 consiglieri regionali, richiesti dal procuratore locale della Corte dei Conti; sono accusati di aver causato un danno erariale di 140 milioni di euro con le loro delibere in favore di Saint Vincent. E ancora: i vitalizi d’oro degli ex consiglieri, raccontati da L’Arena di Giletti: 57 di loro hanno incassato in un’unica soluzione oltre 23 milioni di euro. E poi il clamoroso arresto, sempre a inizio 2017, del pm Pasquale Longarini. Così nascono le condizioni di una vittoria impensabile.

Ora Tripodi vuole riformare lo Statuto: “Nel mio programma c’è la diminuzione dei consiglieri e la separazione tra la carica di Presidente della Regione e quella di Prefetto”. La reazione degli “etnici”, sconfitti per la prima volta, si preannuncia durissima.