Cinque stelle sopra l’(ex) Sulcis rosso

“Non sono un grillino. Ho votato M5S per far capire alla sinistra che deve tornare in mezzo alla gente, che deve ripartire dagli ultimi”. Fabrizio Cavalli ha 51 anni, un piccolo negozio di articoli da pesca nel centro di Iglesias, un tempo gloria mineraria dell’omonima provincia del Sulcis Iglesiente. “Il reddito di cittadinanza? Ci credo poco, ma mi basta almeno vedere più onestà e un minimo di giustizia sociale. Che poi vengano da Grillo anziché dalla sinistra non mi interessa”. Siamo in Sardegna, in una delle province un tempo più rosse dell’isola, faro dello sviluppo industriale sin dalla fine dell’800, con il carbone prima, con la lavorazione dei metalli pesanti poi.

È qui che, nel secondo dopoguerra, inizia a sorgere il polo dell’alluminio primario che arriva fino a 30 mila buste paga negli Anni 80. Alcoa, Portovesme Srl, Eurallumina: di quello sviluppo non rimane che il ricordo, in un territorio devastato dalla crisi, che l’Istat colloca al terz’ultimo posto in Italia nella classifica del reddito. Qui, più che in tutta l’isola, i Cinquestelle hanno trionfato il 4 marzo, superando di tre punti la media regionale del 42% con cui il Movimento è stato confermato primo partito in Sardegna, dopo l’exploit delle Politiche 2013.

Non è bastata nemmeno la mediazione del governo sulla partita Alcoa, con la firma messa a segno da Calenda per la cessione dello stabilimento di Portovesme al gruppo svizzero Sider Alloys: il Pd, alla guida anche in Regione è rimasto al palo, con un risicato 17%. Significa che anche qui, nella provincia un tempo più rossa dell’isola, uno su tre ha votato Cinquestelle. Una rottura nel patto di rappresentanza che è arrivata silenziosamente fino ai cancelli chiusi delle fabbriche, oltrepassandoli. Ma è difficile trovare un operaio disposto a dichiarare il suo voto. Ci spiegano, nel rigoroso anonimato, che fra le tute blu e verdi dell’Alcoa e dell’Eurallumina, tutelate all’interno di una vertenza “istituzionalizzata” e avviata allo sblocco, il diktat era quello del voto al Pd. Poi c’è tutto il mondo variegato dell’indotto, delle piccole imprese esternalizzate, in crisi ma “fuori vertenza”: lì il voto di protesta è stato massiccio.

“Abbiamo sperato che le azioni positive messe in campo dal ministro Calenda mitigassero gli animi dei lavoratori, che in questi anni si sono sentiti trascurati dalla sinistra: l’avallo sulla legge Fornero, l’abolizione dell’articolo 18, il Jobs act, hanno generato un forte malcontento soprattutto fra chi lavorando in fabbrica e facendo lavori pesanti si è visto negare diritti fondamentali”. Roberto Forresu, rappresentante Fiom Sulcis, pesa bene le parole. Dice “trascurati”, non “traditi”: è appena uscito da una riunione importante, in cui si annuncia che dal 13 marzo i primi nove tecnici torneranno a indossare i caschetti per entrare nelle sale macchine dell’ex stabilimento Alcoa. Un primo passo verso il riavvio degli impianti. “Anche se – precisa – siamo in attesa del completamento del contratto di sviluppo”. È preoccupato, Forresu, del cambio di governo in un momento delicatissimo per il rilancio dello stabilimento. Tanto da essere stato protagonista, durante la campagna elettorale, di un battibecco a distanza con il coordinatore regionale del M5S, Mario Puddu, che in un’intervista aveva paragonato le fabbriche del Sulcis a un malato senza speranza, invocando un cambio del paradigma di sviluppo al posto dell’accanimento terapeutico. “Ma quale accanimento terapeutico? In Italia la richiesta di alluminio non è mai venuta a mancare, anzi è aumentata. E poi – prosegue – chi ci vieta di fare agricoltura e turismo in contemporanea al rilancio industriale?”.

Della stessa idea di Forresu è Antonello Pirotto, storico rappresentante della rsu Eurallumina, che davanti al massiccio voto pro Cinquestelle osserva: “Era facile pronosticare che anni di incertezza e di difficoltà prima o poi avrebbero portato a una forma di reale protesta nei confronti di chi più o meno non ha saputo trovare soluzioni a questa situazione. Abbiamo incontrato 8 ministri dello Sviluppo economico, tre presidenti di giunta regionale, 6 assessori regionali all’Industria. Oggi, col contratto di sviluppo firmato dal governo, la vertenza è ferma per un’assurda burocrazia regionale che ci sta portando a 1.230 giorni di procedimento autorizzativo e 44 mesi di iter per la ripresa produttiva del primo anello della filiera dell’allumino. Intanto 240 milioni di euro investimento restano bloccati e 2 mila lavoratori – fra diretto e indotto – aspettano nell’incertezza di riprendere il lavoro. I grillini al governo? Se accadrà, ci confronteremo anche con loro con la stessa determinazione mostrata finora”. “Hanno giocato molto sull’allarme dicendo che i Cinquestelle sarebbero contro l’industria: non è vero”.

A mostrare il volto rassicurante del M5S è Pino Cabras, eletto nel collegio uninominale di Carbonia-Iglesias con ben 80.510 preferenze, il risultato più ampio in Sardegna. “Non siamo contro l’industria strategica: semplicemente vanno risolti dei problemi ambientali e va aumentata una quota di investimenti per un’industria di nuovo tipo. Se guardiamo al piano Sulcis, ad esempio, la quota dedicata a ricerca e sviluppo è solo in relazione a capitoli inerenti la vecchia industria”. Cabras spiega così i motivi del successo travolgente del M5S: “L’affermazione è stata marcata soprattutto nelle zone industriali in crisi, proprio perché il Movimento non ha avuto paura di proporre modelli alternativi accanto ai vecchi. Oltre il 40% a Portoscuso, dove c’è Alcoa, va segnalato il 53% a Sarroch, dove la crisi non c’è ma ci sono complesse problematiche ambientali legate alle raffinerie della Saras”.

Scompare Mascia, ex Prc sfidò la Ps su Genova 2001

È scomparsa Graziella Mascia, nata 64 anni fa a Magenta (Milano), militante e dirigente del Pci e poi deputata di Rifondazione comunista dal 2001 al 2008. Dopo il G8 di Genova del 2001 fu l’unica a prendere nettamente posizione contro gli abusi delle forze dell’ordine nel Comitato parlamentare di indagine in cui centrodestra e centrosinistra fecero a gara nel proteggere l’allora capo della polizia Gianni De Gennaro. Dedicò un libro, Racaille, alle rivolte nelle banlieue francesi (Ediesse, 2010).

Addio a Rosy Guarnieri, neodeputata con Salvini

A una settimana esatta dal voto che l’aveva eletta alla Camera si è spenta a 66 anni Pietra Ligure Rosy Guarnieri. Siciliana di Villalba (Caltanissetta), sindaca di Albenga (Savona) dal 2010 al 2013, prima donna prima cittadino e prima eletta con la Lega, nota per il carattere deciso che le procurò il soprannome di “zarina verde” ma anche per il fair play che la portò tra l’altro a ianuurare la più grande moschea della Ligura nonostante le critiche dall’interno del suo partito. Lascia un marito e due figlie.

Deferita ai probiviri M5S la senatrice anti-Saviano

La neoletta MS5 Marinella Pacifico, a quanto apprende l’ANSA da fonti del M5S, è stata segnalata ai probiviri per alcune uscite sui social raccontate venerdì dal Fatto Quotidiano. Tra le dichiarazioni “incriminate” di Pacifico, eletta senatrice a Latina, alcuni post antivaccini e altri in cui dava del “ massone” a Roberto Saviano e della “sionista” a Laura Boldrini. Si schierò per il mantenimento dell’intitolazione a Benito Mussolini di un parco del capoluogo pontino.

Il Papa va a Sant’Egidio: “Porte aperte a tutti”

“La chiesa ha sempre le porte aperte, ma oggi anche il cielo ce le ha e ha buttato giù tutta l’acqua e ci sta bagnando…”. Con questa battuta, legata alla pioggia a Roma, Papa Francesco ha salutato i fedeli nella piazza davanti alla basilica romana di Santa Maria in Trastevere, dove è giunto per celebrare i 50 anni dalla fondazione della Comunità di Sant’Egidio. Sempre porte aperte – ha detto il Pontefice – “Continuate ad aprire nuovi corridoi umanitari per i profughi della guerra e della fame”

Grillo sorride dal blog: “Grazie a tutti, l’Italia ora si è decisa”

Beppe Grillo è decisamente di buonumore. Gioisce per la vittoria elettorale, torna alle origini del blog celebrandone anche il primo post di 13 anni fa: “La settimana che si è conclusa – esordisce il fondatore del Movimento 5 Stelle su beppegrillo.it – è stata importante, importantissima per il nostro Paese. Si è deciso il cammino che il popolo italiano vuole percorrere, e per questo non smetterò di dirvi grazie”.

Quindi, qualche riga più sotto: “Questo è un post ‘aperto’ per argomenti che non riguardano le città della tournèe’. Tutto iniziò così… da questo post del 2005. Ve lo ricordate? Che avventura fantastica! Finalmente abbiamo messo online l’archivio storico del Blog”.

Insomma Beppe Grillo evita, per ora, di intervenire direttamente nella querelle governo sì, governo no, governo con chi. E rimane lontano anche dalle ultime polemiche relative all’inaspettata svolta possibilista su una candidatura della Torino di Chiara Appendino ai Giochi Olimpici invernali del 2026.

Anche Matteo Salvini, infatti, si è detto pronto a discutere di una candidatura di Torino: “Tutto quello che porta l’Italia a crescere è per noi ok – ha detto – Ovviamente nel rispetto del territorio”. C’è chi vede nella convergenza sul tema tra il garante Cinque Stelle e il leader della Lega le prove di un dialogo che presto potrebbe riguardare ben altri scenari, dalla presidenza delle Camere alla formazione del nuovo governo.

Ma Grillo preferisce occuparsi dei suoi argomenti preferiti, le “rivoluzioni”, come la macchina per potabilizzare l’acqua di mare, il verme che mangia la plastica e i falsi negativi dell’esame della prostata. Tutto in un solo post, firmato, come di consueto, “L’Elevato”.

“Tempo di Libri”, la carica dei 100 mila

Cento! Cento! Nessuno ancora sgancia i numeri ufficiali, ma le presenze di Tempo di Libri 2 “sono in linea con le aspettative”, si lascia scappare il direttore Andrea Kerbaker. Tradotto: 100 mila presenze, se non addirittura 120 mila, in cinque giorni di fiera, quasi il doppio della scorsa edizione (60 mila in loco + 12 mila in città). E di queste, 16 mila vengono dalle scuole.

Sono risultati lontani dal Salone di Torino (quasi 170 mila visitatori nel 2017), ma è un’ottima ripartenza considerato il passato flop. In attesa dei dati “seri”, Kerbaker e Ricardo Franco Levi dell’Aie hanno abbozzato un primo, gongolante bilancio: “La festa è riuscita. L’anno prossimo organizzeremo anche un party di chiusura”.

“Milano ha parlato”, rincara Levi. “Ha detto la sua: ‘Tempo di Libri ci piace e lo vogliamo ancora’. Perciò nel 2019 replicheremo sempre negli stessi spazi, sempre in questo periodo dell’anno e sempre con lo stesso direttore. Lui e io ormai siamo una coppia di fatto”. Aggiunge Kerbaker: “Ha funzionato anche il tempo meteorologico: sole benaugurale i primi due giorni, pioggia nel fine settimana”, che ha spinto molti a rifugiarsi al Portello. “Il programma ha ingranato al 90%, soprattutto la scansione in giornate tematiche, i percorsi con gli autori, il minuto di silenzio per Leopardi, gli stand specializzati – quello internazionale della Hoepli, la libreria dei ragazzi… –, i punti di ristoro con gelati e hot-dog, i laboratori”.

Inutile negare che “c’è ancora qualcosa da mettere a punto”: ad esempio, la “formula serale” e le vendite, come riportano le voci di corridoio. Tanti visitatori, pochi acquirenti: un po’ perché in questo periodo dell’anno non escono libri nuovi; un po’ perché i milanesi – a differenza che altrove – sono abituati ad acquistare in libreria.

Ha lavorato bene, come l’anno scorso d’altronde, il Milan International Rights Center, non solo per la vendita dei diritti all’estero ma anche per dare respiro internazionale alla fiera. Magro, viceversa, è stato il parterre dei vip stranieri, per “sfortuna” (Sepúlveda e Doyle sono mancati per problemi famigliari) e pesante censura: Yasmine El Rashidi non ha potuto partecipare perché l’Egitto le ha negato il visto. “Un fatto gravissimo, che dovrebbe scuotere non solo il mondo della cultura, ma la politica tutta”.

Nessun attrito, poi, con i concorrenti: “Braccia aperte a BookPride e al Salone. Il successo di una rassegna fa gioco alle altre. Ci troveremo tutti insieme dopo Torino”. Milano intanto chiude stasera con l’ultimo canto del Paradiso, “che move il sole e l’altre stelle”. Le famose luci a San Siro.

L’autista di destra lascia a piedi i profughi

Era già finito sui giornali l’estate scorsa perché in un post un po’ sopra le righe, su Facebook, aveva augurato al presidente della Provincia autonoma di Trento, Ugo Rossi, di fare la stessa fine dell’orsa Kj2, abbattuta tra le polemiche dopo che aveva aggredito una persona. Si era pentito, aveva chiesto scusa e cancellato il post ma non era bastato. Moreno Salvetti, consigliere eletto in una lista civica ad Avio (Trento), era stato costretto a lasciare la giunta comunale dove tutti lo consideravano il “braccio destro” del sindaco. Ora però rischia un procedimento disciplinare e in teoria rischia la sanzione più grave, il licenziamento. Perché Moreno Salvetti fa politica ma innanzittutto è un lavoratore che da vent’anni guida gli autobus (pubblici) di Trentino Trasporti, la società della provincia autonoma di Trento. Ed è lui, secondo gli accertamenti dell’azienda, il conducente che non si è fermato diverse volte alla fermata vicino al campo profughi di Marco di Rovereto (Trento), struttura al centro di frequenti tensioni politiche che ospita una cinquantina di stranieri, dove ad aspettare l’autobus c’erano giovani richiedenti asilo africani che hanno, naturalmente, la pelle scura. All’azienda sono giunte diverse segnalazioni da parte degli operatori del centro e con il gps a bordo dei mezzi è stato possibile accertare che in tutti i casi alla guida c’era Salvetti.

Un bel guaio perché Trentino Trasporti e la Provincia non l’hanno presa bene: “Per quanto accertato – spiega la Provincia –, la condotta si è concretizzata in una ripetuta violazione degli obblighi, con conseguente turbativa al regolare svolgimento del Servizio Pubblico con danno anche all’immagine della società”. L’azienda ha trasmesso tutte le carte alla Procura di Trento che ora deciderà se procedere per interruzione di pubblico servizio aggravata dall’odio razziale, un reato che può costare caro anche all’incensurato Salvetti.

Il sindacato Uiltrasporti la vede in modo diverso. Non nega la mancata fermata del bus ma dicono che l’autista “ha agito in buona fede” ed è tutta colpa degli stranieri che “non hanno fatto cenni per chiedere la fermata”, anzi una volta uno di loro si sarebbe messo in mezzo alla strada ma senza chiedere di salire a bordo. Con l’aria che tira Salvetti non conta solo sulla difesa ma anche su quella politica. Si è mossa, per lui, la neodeputata leghista Vanessa Cattoi, che ha espresso tutta la sua “solidarietà” per il povero autista “che rischia il licenziamento”. Misure di questo tipo, sostiene l’onorevole Cattoi, “rischiano di alimentare ulteriormente l’insofferenza dei cittadini nei confronti della presenza di migranti”.

Secondo la deputata “negli ultimi tempi è diventata rischiosa la professione dell’autista di bus che troppo spesso, come accaduto nei mesi scorsi, si ritrova in condizione di pericolo e di aggressioni e insicurezza sia per lui sia per i fruitori del servizio stesso. Auspichiamo – conclude – vengano invece attuati i provvedimenti necessari che consentano agli autisti ed agli utilizzatori del servizio di avere maggiori garanzie di sicurezza”.

“Bisogna trattare con il M5S contro il rischio neofascista”

Quando il 13 marzo Matteo Renzi ha annunciato le sue dimissioni dalla guida del Partito democratico dichiarando che il posizionamento naturale del Pd sarà ora all’opposizione, ha incitato i sostenitori del negoziato con il Movimento Cinque Stelle a esprimersi apertamente.

E dunque noi osiamo dirlo apertamente. Pensiamo che il Partito democratico debba tentare un negoziato con M5S e Liberi e Uguali.

Noi, figli di militanti antifascisti, di chi ha resistito all’oppressione e all’odio, noi che ricordiamo ciò che i nostri genitori ci hanno raccontato: che il fascismo si alimenta sempre della codardia e della rassegnazione degli altri, oltre che dell’ostinazione a preservare, sia pure momentaneamente, l’illusoria purezza della loro immagine.

Noi, parlamentari europei, noi che a ogni scadenza elettorale vediamo l’estrema destra avanzare, i ripiegamenti identitari rafforzarsi, gli autoritarismi crescere, noi che vediamo la democrazia ovunque in pericolo.

Noi, responsabili politici espressi da movimenti e partiti diversi, che lavoriamo quotidianamente con gli eletti del Movimento Cinque Stelle e che sappiamo come le nostre voci si uniscano sempre nel Parlamento europeo quando si tratta di promuovere la solidarietà e la democrazia.

Noi, con l’umiltà e la gravità che ci conferisce il nostro mandato europeo, al servizio di 500 milioni di cittadine e cittadini europei, vi chiediamo di mettere per un istante da parte le posture e petizioni di principio, i calcoli elettorali o le valutazioni d’immagine e di tentare tutto ciò che è in vostro potere per permettere all’Italia di dotarsi di un governo nel quale l’estrema destra non avrà posto.

Le elezioni del 4 marzo hanno prodotto una sconfitta elettorale per il Partito democratico, non lo neghiamo. Ma gli sconfitti non escono dalle battaglie godendo di speciali esenzioni dalle proprie responsabilità

Compiacersi in una confortevole opposizione, rinunciare a sporcarsi le mani col pretesto che i vostri alleati potenziali non sono di vostra convenienza, non è un comportamento all’altezza della sfida di oggi, cioè difendere in Europa i diritti e le libertà fondamentali, i principi comuni sui quali si è costruita l’unione del nostro continente.

Diceva Charles Péguy che la filosofia politica di Kant ha le mani pure ma è purtroppo sprovvista di mani. La stessa cosa si può dire di tutti i responsabili che scelgono di guardare altrove quando il fascismo è alle porte, con la scusa che per fare argine dovrebbero unire le proprie forze ad alleati troppo imperfetti.

Voi non siete obbligati a voltarvi dall’altra parte. Avete la capacità concreta di costruire nelle prossime settimane l’alternativa a un governo che aprirebbe le porte al nazionalismo, al razzismo, alla xenofobia. Forse non avrete successo. Ma avete la facoltà di tentare. E le radici filosofiche e politiche del Partito Democratico rendono questa facoltà un dovere.

Cari amici del Partito democratico, ci sono scenari ben peggiori di quello, indicato da Renzi, di divenire “la stampella di un governo anti-sistema”. Potreste diventare il predellino di un governo neo-fascista.

*eurodeputato francese dei Verdi

**eurodeputata del Gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica (Gue/Ngl)

Renzi lascia e perde pezzi. Ma il Pd è ancora cosa sua

A voler fare una sintesi brutale, la situazione è questa: il Pd ha un bisogno disperato di evitare fratture precoci al suo interno; non conviene alle minoranze e neanche a Matteo Renzi, a cui serve tempo per far nascere quella “cosa al di fuori del Pd” di cui si parla al Nazareno. Nessuna conta interna, quindi, non ancora. L’ormai uscente segretario diserterà oggi la prima direzione post disastro elettorale. Il renziano presidente Matteo Orfini leggerà la lettera con cui il fiorentino si dimette. La guerra è così sui tempi di una reggenza indispensabile, terreno perfetto per le correnti Pd, strane creature che danno il loro meglio quando si sfalda una dirigenza. Con una novità non da poco: chi ha perso controlla gran parte di un gruppo parlamentare balcanizzato.

Il partito si affida al vicesegretario Maurizio Martina, che oggi leggerà la relazione sulla disfatta di cui pure è stato artefice in tandem con Renzi. Lo statuto gli consegna il ruolo di reggente temporaneo. La direzione, 200 anime in ebollizione, convocherà per aprile l’assemblea nazionale. Il diktat renziano – gentilmente recapitato ieri da Orfini a In Mezz’ora (Rai3) – è che sia l’assise dei mille, che Renzi domina, a eleggere il nuovo segretario di transizione.

Niente primarie, dunque, sul modello di Guglielmo Epifani che traghettò il partito per un anno nel post Bersani. La guerra è, come detto, sui tempi, e a cascata sul nome. In molti, da Andrea Orlando a Michele Emiliano, vogliono che la direzione, e poi l’assemblea dettino anche i tempi per l’apertura della fase congressuale, magari in autunno o nel 2019 (altrimenti si può arrivare fino al 2021).

A Matteo Renzi, che perde pezzi tra dirigenti e fedeli, ma che controlla metà della direzione e il 60% dei parlamentari, serve tempo. I renziani, Orfini in testa, vogliono una transizione guidata da Graziano Delrio. Il ministro dei Trasporti per ora prende tempo, ben sapendo di non avere l’appoggio di Emiliano e soprattutto di Dario Franceschini, monumento equestre al tatticismo da corrente e azionista di peso nel partito, che spinge per Martina, considerato un traditore dai renziani ma che ha il nulla osta della minoranza. Poi ci sono quelli che – come Nicola Zingaretti – si candideranno solo alle primarie. Nel breve sembra invece probabile che il reggente Martina dia vita a una nuova segreteria “collettiva”, aperta a tutte le anime del partito in subbuglio. Per impedirlo i renziani sarebbero allo scontro in direzione e non sarebbe una grande idea visto che le minoranze (Orlando, Emiliano, Cuperlo) e le forze dei cosiddetti “governativi” (Franceschini, Gentiloni, Minniti) sommano a quasi metà del “parlamentino” dem.

La guerra per bande sui nomi ha poi il suo prologo nelle scelte, per così dire, di campo, visto che l’assemblea si terrà dopo l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, la nomina dei capigruppo e il primo round di consultazioni al Quirinale. Al momento c’è solo Emiliano a proporre un appoggio esterno ai 5Stelle. Una mossa in questa direzione sarebbe l’elezione di un esponente Pd alla presidenza della Camera con l’appoggio del M5s. Lo scenario peggiore per Renzi, al punto che ieri Orfini è stato costretto a chiudere subito all’ipotesi avanzata in mattinata da Emiliano: “Non ci sono le condizioni.

È legittimo e ragionevole che Lega e M5S si dividano le presidenze. Se il Pd desse l’appoggio a un governo 5Stelle sarebbe la sua fine”, ha spiegato il presidente del Pd. Poi l’affondo: “Non si dimette solo Renzi, ci consideriamo tutti dimissionari”. Eppure nel partito sono in pochi a crede all’uscita di scena del fiorentino. Secondo Emiliano “Renzi studia la rivincita. Ha fatto una legge elettorale dove vince chi arriva terzo in un sistema tripolare. Ha vinto in realtà e può determinare il governo”. È, forse, l’unica certezza nell’ultima pochade del Partito democratico: le minoranze possono sopravvivere a cinque anni di opposizione, il fiorentino e il sistema di potere che ha messo in piedi no.