Ma mi faccia il piacere

Pic Indolor. “Gentiloni rassicura i leader europei. Telefonate con Merkel e Macron” (Corriere della sera, 7.3). Tranquilli, amici, non ho sentito niente.

Elettore a sua insaputa. “Io volevo la prevalenza di una destra nazionale ed europeista di possibile buona lega, magari pop e berlusconiana quanto bastava” (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 8.3). Infatti aveva annunciato il suo voto al Pd alla Camera e alla Bonino al Senato.

L’ultima minaccia. “Tajani torna in Europa ma si occuperà di Forza Italia” (il Giornale, 8.3). Come se Forza Italia non avesse già abbastanza guai.

La bella differenza. “’Alleati con chi ci chiamava mafiosi?’. Coro di no nel sondaggio tra gli eletti pd” (Corriere della sera, 8.3). Meglio restare alleati direttamente dei mafiosi.

Bertynight & EmMa. “Il Pd può solo reagire stando fermo e dunque all’opposizione” (Fausto Bertinotti, ex segretario Rifondazione comunista, Il Dubbio, 9.3). “Chi vuole l’asse Pd-Movimento vuole la morte del Pd” (Emanuele Macaluso, Il Dubbio, 8.3). Si sa che la gente dà pessimi consigli quando non può dare il cattivo esempio.

Mina, Battisti e… “FI sconta la mia assenza” (Silvio Berlusconi, presidente FI, 5.3). E noi che pensavamo scontasse la sua presenza.

Purchè se ne parli. “Ho ricevuto migliaia di mail, non pensavo sarebbe successo dopo una sconfitta così netta. Nel 2018 mi sono ripresentato per l’ennesima volta ai fiorentini, 14 anni dopo la prima volta, ed è impressionante il fatto che continuino a votarmi“ (Matteo Renzi, segretario Pd, 5.3). E dicci, dicci, che ti dicono nelle mail?

Paralleli. “Se il dittatore nordcoreano Kim Jong-un riesce a parlare con gli americani, allora noi del Pd possiamo farlo con i 5 Stelle” (Michele Emiliano, governatore Pd della Puglia, L’aria che tira, La7, 8.3). Quindi Kim va al governo con Donald?

Nostradamus/1. “Ho solo detto ai miei elettori del Salento di essere disponibile. Sono sempre stato candidato nell’uninominale e ho sempre vinto, in collegi dove la sinistra perdeva sempre. Per eleggere un senatore in Puglia occorre l’8% e spero che in un consenso a due cifre” (Massimo D’Alema, candidato di LeU in Salento, 3,9% dei voti, citato da www.nonleggerlo.it, Otto e mezzo, La 7, 28.11.2017). Il 3 e il 9.

Nostradamus/2. “Di Maio non si è mai fatto mai vedere a Pomigliano, è una scorreggia fritta. Siamo in pieno fascismo, con delle elezioni in cui i candidati non si vedono mai e partecipano all’uninominale. Abbiamo la merda al potere! Andrò in Parlamento tutti i giorni per mandarli affanculo, continuamente. Di Maio lo voglio vedere politicamente morto, è peggio di Mussolini. Finirà nella merda perché è fatto di merda” (Vittorio Sgarbi, candidato FI a Pomigliano d’Arco e trombato col 20,37% contro il 63,41 di Di Maio, Un Giorno da pecora, Radio1, 5.1). Il tuo guaio è che invece a Pomigliano ti sei fatto vedere. E soprattutto sentire.

Nostradamus/3. “L’allarme della task force italiana: ‘Attacco hacker a 24 ore dal voto’. Con i tweet creati negli Stati Uniti il Cremlino prova a influenzare anche la politica di Roma” (La Stampa, 18.2). Poi si scoprì che gli hacker delle fake news lavoravano tutti a La Stampa.

Sempre lucido. “Senza maggioranza nessun inciucio, ma subito nuove elezioni” (B., 2.3). “Un esecutivo a tutti i costi. Berlusconi pronto a larghe intese” (Libero, 9.3). “Berlusconi s’affida a Letta per trovare consenso Pd al governo di centrodestra” (La Stampa, 9.3).

Buco nell’acqua. “Emergenza buche a Roma. La procura apre un’inchiesta” (Il Messaggero, 9.3). Invito a comparire a Giove Pluvio.

Gli imboscati. “Laterina, nel paese dei Boschi, Pd sconfitto dai 5Stelle” (Corriere, 6.3). Però parlano tutti tedesco.

I titoli della settimana. “Reddito di cittadinanza. L’assegno non c’è, ma a Bari già si prenotano. Richieste nei Caf anche in Sicilia” (la Repubblica, 9.3). “Gli elettori già chiedono lo stipendio a Di Maio. Nel Mezzogiorno assedio ai patronati per ottenere il reddito di cittadinanza promesso dal M5S: ‘Dateci i moduli’” (Libero, 9.3). “Bancomat Cinquestelle” (Massimo Gramellini, Corriere della sera, 9.3). “Notizie in Sicilia e in Puglia di gente… in fila ai Caf per compilare moduli con cui accedere al reddito di cittadinanza. É vero, fa un po’ ridere… se si pensa ai molto che crederanno nell’arrivo di un reddito di cittadinanza che non arriverà mai” (La Stampa, 9.3). “Reddito di cittadinanza: ‘Dateci i moduli M5s’. Al Sud i Caf assediati” (il Giornale, 9.3). Ovviamente le file e l’assedio sono una fake news: 3-4 casi, non di più. Ma siccome non arriva da Mosca, è ottima e abbondante.

“Nessun governo ha voluto investire in cultura. Renzi non ha capito il Paese”

“Eroe è chi sceglie di non tradirsi, chi non ha timore di fallire”. Con il suo libro d’esordio, La Lingua Geniale, ha venduto quattrocento mila copie in giro per il mondo ricordandoci l’importanza del greco per comprendere il nostro mondo social e frammentato. Una tournée l’ha fatta scoprire all’estero, è stata celebrata da Le Monde, prima in classifica Oltralpe, tanto che la ministra della Cultura era seduta in prima fila al suo incontro alla Sorbona. Adesso torna in libreria con La Misura Eroica che è stato presentato ieri a Tempo Di Libri. Scritto nella sua città adottiva, Sarajevo, racconta il viaggio degli Argonauti, eroi che presero il mare per la prima volta nella storia andando alla ricerca del misterioso vello d’oro, parlando dell’amore di Giasone e Medea, del timore di soffrire. Un libro che segna il suo passaggio alla maturità: “Siamo come navi e dobbiamo prendere il mare, persino a costo di naufragare”. Senza dimenticare la politica: “Renzi non ha compreso la tecnica dello storytelling, il paese gli è sfuggito di mano”.

Dopo un successo internazionale è stato difficile tornare a scrivere?

Non è stato facile accettare il rischio e rifiutare la comodità di non scrivere alcun proseguimento sull’amore per il greco. Volevo solo lavorare a un altro libro che mi rendesse felice, senza tradirmi.

Scrive che abbiamo perso il coraggio di desiderare. Cosa intende?

Abbiamo una naturale tendenza al desiderio. Scegliere di desiderare significa guardare le stelle eppure per realizzare i desideri dobbiamo rimboccarci le maniche. Preferiamo non rischiare mai che i nostri sogni si realizzino.

I Millennials hanno paura?

Gli adulti ne hanno molta di più. A 18 anni è semplice stare su Tinder, il mondo ti sembra immenso. A 30 o 40 anni finiamo per pensare che la nostra vita non possa cambiare.

E in Italia?

La tendenza a tirare a campare non è una cosa solo italiana. Ho l’impressione che non abbiamo i mezzi per vivere una gioia o attraversare un dolore.

Si spieghi meglio.

Avere nostalgia di qualcosa o qualcuno è un privilegio, significa che hai vissuto e amato.

Chi sono gli eroi?

Nell’antica Grecia erano coloro che sceglievano di non tradire la propria natura. La misura eroica è proprio questa, avere il coraggio di andare. E se dovessi cadere, ti rialzerai.

Ma perché ricorrere ad un mito per parlare dell’oggi?

Non sapremo mai cosa fosse il vello d’oro. Negli Argonauti c’è qualcosa di mistico, più che l’Iliade e l’Odissea. Ciò che questi uomini trovano non può essere altro che una cosa, l’amore.

Lei scrisse per Renzi il discorso sulla Generazione Telemaco ed è stata una dei volti della Leopolda nel 2012. Pentita?

Nient’affatto. Mi sembrava l’ultima chiamata per far ripartire il Paese. Purtroppo il segretario del più importante partito di sinistra ha dimostrato di non aver capito l’essenza dello storytelling.

Ovvero?

La differenza sostanziale che corre fra la realtà dei fatti e quella percepita. La disoccupazione cresceva e lui raccontava un Paese diverso. Non ha più compreso ciò che aveva attorno.

La politica ha smesso di essere punto di riferimento?

Oggi lo spaesamento è enorme. Mi sembra evidente che la politica abbia smesso di occuparsi del presente. Oggi trionfa l’ignoranza, si è giocato sulla paura e sulla rabbia senza alcuna voglia di rivendicare la bellezza. All’estero siamo il Belpaese ma scordiamo il valore dell’estetica che poi conduce dritta sino all’etica.

E la cultura che peso ha?

Nei recenti governi nessuno ha compreso che bisognava investire proprio sulla cultura. Ma non sono pessimista. L’Europa è una possibilità, non una zavorra.

Gratis, in volo o in lingerie: il Tempo di un bestiario

Vola alto Tempo di Libri, come i piccioni che ogni tanto sfrecciano dentro la fiera: è il famoso sguardo a volo d’uccello sui 35mila metri quadrati dei padiglioni. Ecco il nostro.

 

ALTRI ANIMALI. È finito uccellato dalle Iene ieri – per un presunto conto non pagato al ristorante – Vittorio Sgarbi. Volano capre, e spintoni. Fa scintille pure un quadro elettrico, ma in un altro stand.

 

DALLA RISSA ALLA RESSA. L’incontro più seguito finora è stato quello con Gianfelice Facchetti, Javier Zanetti e Massimo Moratti per festeggiare i 110 anni dell’Inter. I posti a sedere erano 250; gli spettatori molti di più: per ragioni di sicurezza, alcuni sono rimasti fuori. Grida uno dal fondo: “Ma è assurdo. Perché non hanno allestito uno spazio apposito per i giornalisti?”. Era della Juve.

 

110 E LODE. Per non sfigurare in una kermesse letteraria, Facchetti cita Memorie di Adriano. Il calciatore.

 

DIAMO I NUMERI. Gian Arturo Ferrari ricorda un poeta tedesco: “In tutti i Paesi ricchi i lettori della poesia sono circa duemila. Vedo con piacere che la metà è qui”. In Germania.

 

CATTIVI MAESTRI. Un intellettuale si aggira per i padiglioni: “Un fiammifero risolverebbe tutto”. Dice.

 

STUDENTI A HOGWARTS. La parete dello stand (Gems), dedicata ai 20 anni di Harry Potter, è affollata di post-it affettuosi. Tranne uno, sibillino: “È solo un culo dopotutto”. Ma il successo o il mago?

 

RAI SQUOLA. Messaggio di uno studente sulla bacheca dello Spazio Rai: “Mi è piaciuto l’incontro perché faccieva (sic) ridere”.

 

FIGLI DELLE STELLE. Bancone affollato: “Faccia con calma”, sussurra una gentile signora al barista. Al suo fianco l’astrologo Simon & the Stars: “Con calma detto da una Ariete vale doppio”. Intendeva il whisky.

 

ALCOLICI. In sala stampa il buffet (gratis) è a ciclo continuo, non gli alcolici, però. La birra arriva solo in orario aperitivo, alle 18 circa. Alle 18.58 è finita.

 

FURORE. Lo stand più affollato è la sala stampa in pausa pranzo. Cioè sempre.

 

FOLCLORE. Lo stand più fotografato si chiama “Piazza di spaccio dei libri” e il signore più fotografato è l’“uomo-libreria”: un armadio di uomo, cento chili, a occhio.

 

SEX AND THE FIERAMILANOCITY. “Per molte scrittrici la lingerie fa bene all’autostima. Infatti le più brave non la portano”: da un pamphlet di Luigi Mascheroni (Babbomorto Editore), che gira sottobanco.

 

PRIMATTORI. “Ciao, sono uno scrittore”: così si propone un tizio a Carbonio Editore. Che pubblica solo autori stranieri.

 

PRIMATTRICI. Nel corner “Puglia da leggere” si fa avanti una signora col manoscritto sottobraccio: “È il mio romanzo. Ce l’ho nel cassetto da dieci anni”. “L’ha già sottoposto a qualche casa editrice?”. “No, non ce n’è bisogno: è già bellissimo”.

 

HOW MUCH? Domanda più sentita dai librai dello stand Rizzoli: “Scusi quanto costa il libro?”. Basta aprirlo: il prezzo è in terza di copertina. Nessuno ha osato dirlo.

 

3 X 1. Da Einaudi una ragazza prende in mano Trilogia della frontiera di Cormac McCarthy: “No, questo no. Mi mette ansia: sono tre libri in uno”.

 

UNO X TUTTI. All’angolo della Feltrinelli molti chiedono i libri della Mondadori: credono di essere in una libreria (Feltrinelli).

 

A SBAFO. Rispettabile docente di Lettere si rivolge alla hostess dell’Info Point: “Mi lascia, per favore, l’elenco di tutti gli stand che danno gadget gratis agli studenti?”.

 

SCONTI. Pure nel corner di DeA Planeta molti chiedono libri gratis o trattano sul prezzo. Altri, invece – un classico –, sbagliano o confondono i titoli dei romanzi: ad esempio, So tutto di te è diventato Promessa di te, mentre Sedici alberi è sceso a Dodici alberi. Volevano lo sconto anche sul titolo.

“Sex symbol? Nella vita mi sono volutamente imbruttito”

Preoccupazione manifesta: la sigaretta. “Prima di entrare devo accenderne una”. Dentro può fumare. “Davvero? Allora è risolto il problema”. Una, due, tre, salta il conto con Fabrizio Bentivoglio; apre l’astuccio e ogni volta la prepara con cura, meticolosità e affetto, come fosse un discorso piacevole e rassicurante iniziato anni fa e non ancora chiuso, non ancora da chiudere; la stessa meticolosità è nelle risposte, nella sua voce priva di accento e di spigoli, nel volersi sottrarre dall’accusa (perché lui la vive quasi come una accusa) di sex symbol (“ho più di sessant’anni!”), e di vessillo di grande del cinema italiano.

In questo periodo è sul set Rai, per la serie dedicata a Il nome della rosa…

Lei è Remigio da Varagine.

Esperienza unica. Il cinema in certi casi è diventato una parentesi di quattro o cinque settimane, mentre qui il progetto è di mesi, con un diverso respiro, tempi antichi, oserei dire artigianali.

Il suo personaggio…

Nel film quasi non lo ricordavo, sfuggito, sono stato costretto a recuperarlo; grazie a queste produzioni quel ruolo è stato possibile svilupparlo e arricchirlo di elementi non presenti nel libro.

Tempi così lungi si avvicinano al concetto di teatro.

È vero. Ed è la stessa sensazione percepita sul set di Montalbano: l’impressione è stata quella di unirmi a un gruppo ben consolidato, gente che si capisce al volo. Che lavora insieme da sedici anni.

Secondo Calopresti, avere Bentivoglio in un film, eleva il film stesso.

Mimmo è un amico.

E quindi?

Non lo so. Philippe Noiret per miniminzzare, e con aria civettuola, rispondeva: “In fondo fare l’attore è facilissimo, basta imparare le battute a memoria, andare davanti al collega e dire la verità”.

Molto civettuola.

Se imparare le battute e andare davanti al collega è oggettivamente facile, quel “dire la verità”, lo è meno. È una questione personale, perché si tratta di una verità di finzione, un differente piano, non quella che cercano i giornalisti, i tecnici, gli investigatori…

Qui c’è un “però”.

La caparbietà nello scovare quella verità da una certa prospettiva; ogni volta è necessario trovare quella più giusta per il contesto, a seconda degli elementi nuovi a disposizione, a secondo di storia, personaggio, visione del regista e la tua sensibilità.

Volontè memorizzava tutto il copione.

Non si può imparare solo la propria parte, senza capire il contesto. Poi ci sono i casi in cui è meglio dimenticare certe sfumature, o è meglio non venirne a conoscenza per mantenere una sorta di verginità mentale, di stupore davanti al tragitto. E lasciare al regista il ruolo di sognatore.

Lei è considerato da molti il più bravo, ma non c’è un film che la caratterizza.

Secondo me è una fortuna, il tentativo è quello di non ripetersi mai, non ripercorrere le strade già intraprese; anzi giocare sulla sorpresa, sbucare in luoghi inaspettati.

In “Gli ultimi saranno ultimi” è un poliziotto sfigato, irriconoscibile.

In quel caso era un povero disgraziato. Ma un essere umano. E apparentemente non c’entrava nulla con me…

Il filone dei “perdenti”.

Sì, come accaduto nei personaggi portati sullo schermo grazie a Carlo Mazzacurati.

Da poco si è lanciato in una battaglia contro i social.

Era molto legata al film in uscita, Sconnessi, con questo padre che stacca tutti i “contatti” ai figli, per poterli finalmente guardare in faccia.

Però ha denunciato una certa mutazione a teatro…

Nell’ultimo spettacolo aprivo con un monologo lungo mezz’ora e purtroppo quasi ogni sera, in platea, vedevo la lucina del telefonino illuminare il volto di qualcuno. Eppure il monologo non era brutto, e io sono stato pure bravino.

Non importa.

I casi sono due: o stai aspettando la telefonata della vita o sei malato e quindi devi curarti.

Quasi ogni sera.

A trent’anni avrei sbraitato, interrotto lo spettacolo, insultato.

Oggi?

Sono un padre di famiglia, quindi mi fermo, lo fisso, lo fisso ancora, fino a quando riesco a catalizzare l’attenzione su di lui, il quale spegne e non si azzarda più.

Lei a 30 anni?

Ero arrabbiato. Mi offendevo. La prendevo sul personale. Lasciavo il sangue scorrere libero nelle vene. Una volta non sono uscito per i ringraziamenti.

L’epoca in cui era nella compagnia di Strehler…

No, allora ero un ragazzino e non potevo permettermi simili scenate, ero davanti a uno dei geni del Novecento.

Il mestiere dell’attore è una professione che avvicina alla psicanalisi?

È una parte del tutto, aiuta a capire se stessi, ti invita allo studio dell’altro, all’osservazione, quindi alla fine anche a te stesso. Ma non in maniera così sistematica, sicuramente aiuta a crescere, però non gli si può affidare troppe responsabilità; è necessario lavorare con passione e piacere e non con autolesionismo.

L’autolesionismo è così comune?

L’attore è già di per sè autolesionista…

Perché?

Generalizzazione, è come dire che il regista è un sadico.

Senza generalizzazione?

Scegliere di seguire una regia è un’assunzione di responsabilità anche per gli altri, si diventa genitori di un gruppo; mentre il ruolo di attore ti permette di restare figlio.

Quale regista ha interpretato meglio il ruolo del padre?

Carlo Mazzacurati è stato un genitore egregio per toni di voce, atteggiamento, pazienza, capacità nel trasmettere le sue visioni.

Lei è considerato un sex symbol.

Nella migliore delle ipotesi si può dire che lo sono stato.

Non è così.

(Ride) Non mi rivolga questo tipo di domande.

Ora dirà: sono sposato, ho tre figli…

Esatto! Altrimenti viene qui mia moglie e con il dito puntato può urlare: “Perché gli dà del sex symbol?”

Mettiamo la postilla: “Sex symbol fino a 50 anni”.

Ricordo Marco Bellocchio quando preparava Gli occhi, la bocca e cercava il protagonista. Arrivo all’appuntamento, lui seduto alla scrivania, il silenzio, luci basse. Mi siedo. Siamo rimasti a guardarci un tempo lunghissimo, alla fine rompe il silenzio con “sei troppo bello. Abbronzati”.

Un’altra prospettiva.

Ci restai malissimo: a volte la bellezza può diventare un problema. E per la prima volta mi sono reso conto della percezione del mio aspetto.

Una lezione di vita.

Ho capito che avrei dovuto limitarmi, giocare su altri piani, quasi sabotarla; lavorare come se i miei personaggi fossero dei caratteri, anche approfondendo dei lati, come quello linguistico o comportamentale, e gestuale.

Molti accentuano le doti fisiche.

L’attore preferito di mia madre era Alec Guinness, mi metteva il pigiama e lo guardavamo insieme. Eppure non lo riconoscevo mai: una volta era un soldato, un’altra un arabo, e via così; per l’arte drammatica inglese il principio è quello dell’irriconoscibilità, mentre da noi accade di frequente il contrario. Anni dopo Bellocchio mi ha scelto per La balia: mi ero considerevolmente imbruttito.

Post elezioni Paolo Virzì e Michele Serra a “Propaganda” su La7 si sono definiti “radical chic sconfitti”.

Affermazione un po’ forte, mi sembra ironica.

Provocazione rispetto al risultato elettorale.

Allora lo sono anche io; sono inevitabilmente così: c’è stato un radicalismo che in qualche modo è stato sconfitto dalla sciccheria, dalla comodità. Mi spiego: Monicelli in una delle ultime interviste ha detto: “Siete capaci di armarvi e di fare la rivoluzione? Però siete capaci di rinunciare ai golfini di cachemire, alle macchine belle, alle case borghesi? Se non ne siete capaci, non vi potete lamentare”.

Questa frase se la sente addosso?

Appartengo a un’altra generazione, quella che ha vissuto gli anni di piombo, con i ragazzi che restavano in bilico tra quale strada prendere.

Si ricorda bene quegli anni?

Quel giorno in via De Amicis (gli scontri a Milano nel 1977) ero al teatro lirico a provare La tempesta con Strehler; la mia era un’altra battaglia.

Non scendeva in piazza.

No, e per anni ho sentito un senso di colpa e un forte scollamento con la mia generazione. Ero vicino senza esserci, ma allora non sapevo se questo sarebbe diventato realmente il mio lavoro.

Si sente un “artigiano dell’arte”?

Mi ci riconosco. Una volta vorrei firmare un contratto con su scritto “A regola d’arte. Fabrizo Bentivoglio”

Lei è lento.

No, lentissimo e a lenta maturazione.

La riconoscono per strada?

Undici milioni di spettatori per Montalbano hanno cambiato la percezione di me; di solito passo inosservato.

Una carriera d’autore, poi basta un ruolo in Montalbano per la fama popolare.

La televisione è micidiale: un-di-ci milioni di persone… impressionante.

Come reagisce quando la fermano?

Anche in questo caso mi sono abituato, sono più paziente.

I suoi figli cosa le dicono?

Un tempo ogni tanto rispondevo: “No, mi spiace, non sono Bentivoglio”. Una volta ero al mare con i piccoli, e mi sono negato; quando il signore è andato via uno dei miei figli mi ha sgridato: “Papà, non si rifiutano i complimenti”.

Bravo.

E aveva appena quattro anni: da allora ho perso questo vezzo da Mattia Pascal.

(Pirandello ne “Il fu Mattia Pascal”: “C’è chi comprende e chi non comprende, caro signore. Sta molto peggio chi comprende, perché alla fine si ritrova senza energia e senza volontà”. Bentivoglio spegne l’ultima sigaretta).

 

Torino, respinta l’intesa con la Rai. Trasloca “Il paradiso delle signore”

Gli studi Rai di Torino dovranno dire addio alla terza stagione della fiction “Il paradiso delle signore”. Venerdì sera, l’assemblea dei lavoratori si è espressa con un referendum interno: ha vinto il “no” alla proposta della tv di Stato, che prevedeva un impegno da 9 ore quotidiane (più una di pausa pranzo) per cinque giorni alla settimana e la possibilità di aggiungere il sesto. Nemmeno il prospettato aumento sulla retribuzione ha fatto cambiare idea sul progetto da 180 episodi della serie co-prodotta con la società Aurora Tv. E la questione si è spostata sul terreno politico, con esponenti del M5s che accusano i sindacati di aver boicottato la fiction per danneggiare la sindaca Chiara Appendino. Il paradiso delle signore è un telefilm finora in onda in prima serata su Rai Uno per due stagioni, con buoni risultati (circa 4 milioni di spettatori).

L’idea della Rai è di farla diventare come “Un posto al sole”, una striscia pomeridiana quotidiana. Ha perciò pianificato un ritmo di lavoro intenso: le riprese avrebbero impiegato le maestranze per 9 ore giornaliere dal lunedì al venerdì, con la possibilità di utilizzare anche il sabato per portare a casa 45 minuti di girato al giorno. Tutto questo per 38 settimane di seguito. I sindacati della comunicazione di Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Confsal hanno ritenuto troppo dura la proposta, perché sostengono che così i lavoratori sarebbero stati occupati per 60 ore settimanali con il rischio di superarle per garantire gli obiettivi di minutaggio. In questo settore è normale superare le canoniche otto ore giornaliere, ma i sindacati non erano disposti a farlo per 9 mesi. È quindi partita la trattativa con la Rai e l’amministrazione comunale di Torino è intervenuta per tentare la mediazione. La tv di Stato ha provato a convincere i lavoratori offrendo 25 euro giornalieri in più, 850 euro come una tantum e promettendo una verifica ogni due mesi sulle condizioni di lavoro. I sindacati hanno riunito gli iscritti in assemblea e l’esito è stato 86 contrari, 49 favorevoli e 37 astenuti. Una decisione definita “sconcertante” dall’amministrazione comunale e dalla Rai, che ora deve individuare un nuovo luogo che ospiti la fiction. Il senatore Cinque Stelle Alberto Airola, che siede in commissione di vigilanza Rai, ha commentato: “Gravissimo rifiutare l’accordo – ha detto –. I sindacati, soprattutto Cgil e Cisl, hanno indotto i lavoratori a votare no per fare un attacco politico strumentale a Chiara Appendino”.

La Cisl, però, sostiene di essere stata a favore dell’intesa proposta dalla Rai: “La Slc Cgil territoriale, di fatto, ha sconfessato il lavoro svolto in trattativa. Confermiamo la nostra idea iniziale e cioè che la soap opera si doveva fare a Torino. Le dichiarazioni del commissario di vigilanza Rai sono faziose”. La Slc Cgil, a sua volta, ritiene di non aver condizionato il voto: “L’assemblea è stata concitata – spiegano – e potremmo essere sembrati critici verso la proposta aziendale, ma abbiamo lasciato che i nostri iscritti decidessero liberamente. Ora prendiamo atto del risultato”.

Nestlè, c’è accordo su esuberi Perugina: “Va evitata la Cig”

Primo accordoper i 364 esuberi strutturali previsti dalla Nestlé per la Perugina: è arrivato venerdì sera tra la multinazionale e i sindacati nella sede di Confindustria. Quanto sottoscritto sarà vagliato dai lavoratori nelle assemblee, mentre rimane aperto il Tavolo istituzionale al ministero dello Sviluppo economico. Agli esuberi previsti dal Piano sociale di Nestlé per Perugina sarà fatto fronte con i contratti part-time, con i posti messi a disposizione in altre aziende del territorio, con i pensionamenti, anche con l’iso-pensione, e con gli esodi incentivati. Al termine dell’incontro di Perugia, il direttore relazioni industriali della Nestlé, Gianluigi Toia ha detto: “Attualmente – ha spiegato – ci sono 86-87 lavoratori non ricollocati ma ci sono già un’ottantina di posizioni disponibili destinate a crescere. Quindi la cig potrà essere eventualmente applicata, se necessario, solo per pochi”. Concordata anche una sorta di clausola per i lavoratori andati in altre aziende: è stato garantito che in caso di perdita del posto dopo 14 mesi verranno riconosciuti incentivi economici e contratti stagionali alla Perugina.

Nessuno guadagna davvero nell’alzare barriere agli scambi

La pulsione al masochismo si insinua in modi perversi nei meandri della psiche umana. La pulsione protezionistica intreccia i deliri di Von Masoch e Ionesco con i paradossi di Borges. Se vi sfugge il motivo, immaginate un’isola, chiamata Salvinia, dove la popolazione consuma in prevalenza grano. Un bel giorno il governo (equo e solidale) di un’isola vicina, Ricardia, decide motu proprio di inviare gratis ai salviniani (che sentitamente ringraziano) tutto il grano di cui hanno bisogno. Ma a Salvinia governa la Lega Masoch il cui Primo Ministro Mattrump (aizzato da uno stregone di nome Voltremont) tuona con veemenza che si tratta di un ignobile dumping, che questa donazione distruggerebbe irrimediabilmente l’economia salviniana e che la globalizzazione condurrà l’isola alla catastrofe.

Invano gli isolani sani di mente fanno sommessamente notare che: a) Il regalo ricardiano permetterà di abbattere il prezzo della farina e del pane; b) I fornai locali potranno espandersi nella pasticceria di qualità ed essendo più competitivi potranno aumentare le esportazioni di pastiere che hanno un maggior valore aggiunto e quindi consentono di pagare salari più alti; c) I soldi risparmiati per il pane saranno spesi in altri beni o servizi prodotti a Salvinia ad esempio le marmellate, le camice, o le lezioni di yoga con enorme beneficio per tutti.

Ma il governo Masoleghista è irremovibile: le navi con il grano ricardiano vengono bruciate da una folla inferocita e per evitare ogni tentazione futura Mattrump decreta un dazio del 500% su tutte le importazioni. I dieci latifondisti dell’isola organizzano un baccanale sfrenato per festeggiare con fiumi di champagne (fatto arrivare di contrabbando pagando una mazzetta a Voltremont). I milioni di consumatori che non pagano mazzette al contrario si ritrovano a pagare il grano (di qualità sempre più infima) quanto il caviale.

Il reddito reale dei salviniani crolla, i risparmi si prosciugano, le altre imprese dell’isola falliscono perché lo stipendio medio basta appena per il pane. L’economia subisce un tracollo anche perché i Ricardiani, sentitisi oltraggiati, per ritorsione impongono dazi sui prodotti di Salvinia.

I dazi annunciati la scorsa settimana da Trump sulle importazioni di acciaio e di alluminio sono un fiume carsico nella labile psiche politica americana. Negli anni ‘80 lo spaventapasseri era il Giappone, poi divenne la Cina, poi il resto del mondo. G.W. Bush nel 2002 impose dazi tra l’8 e il 30% sull’acciaio (risparmiando Messico e Canada) per proteggere le acciaierie specie in Pennsylvania e West Virginia, Stati elettoralmente strategici.

In seguito alla reazione dell’Unione Europea e alla denuncia di una mezza dozzina di paesi, il tribunale del Wto ne chiese l’eliminazione che avvenne a fine 2003. Quando si valutarono gli effetti ci si accorse che erano stati per lo più negativi. Infatti i settori che utilizzano acciaio, dalle costruzioni ai macchinari, sono molto più vasti e hanno molti più addetti della siderurgia. Senza contare i milioni di famiglie che comprano un’auto o una casa.

Paventando le reazioni del pubblico e delle imprese, l’Amministrazione Trump ha verniciato gli obiettivi della guerra commerciale con una patina di giustificazioni: la sicurezza nazionale (che sul pubblico meno istruito fa sempre presa), l’effettiva reciprocità di trattamento (in Corea le auto straniere sono una rarità); il rispetto della proprietà intellettuale (vexata quaestio da un paio di decenni); la protezione dalle acquisizioni cinesi delle imprese americane più innovative in settori come l’intelligenza artificale o la robotica. Si tratto di argomenti in larga parte speciosi. Ad esempio se il problema fosse la reciprocità delle regole l’amministrazione Trump dovrebbe rivolgersi al Wto. Invece lo sta pervicacemente sabotando da oltre un anno con il veto sulla nomina dei giudici del suo Tribunale.

C’è da sperare che l’ex palazzinaro e i suoi fidi (in primis il ministro del Commercio Estero, Wilbur Ross e Peter Navarro, professore di non rinomata fama nominato al vertice dell’inedito Office of Trade Manufacturing Policy) siano ricorsi a tattiche negoziali da fiera del bestiame per intimidire cinesi ed europei. Tattiche che hanno spinto alle dimissioni Gary Cohn, capo dei consiglieri economici e che hanno mandato al tappeto Wall Street.

A voler pensar male, la rabbia deriva da una delusione cocente. La mistica della globalizzazione era stata presentata all’America profonda come l’apogeo della potenza a stelle e strisce dopo la caduta del Muro. Invece la globalizzazione è stata il propulsore della Cina e dei paesi emergenti, ed ha emasculato la forza egemonica della superpotenza nucleare, ormai incapace persino prevalere sulle bande di predoni afgani.

Dazi, Bruxelles vuole sconti Washington non risponde

Non c’è ancora alcuna chiarezza sull’esenzione dell’Unione Europea da dazi su acciaio ed alluminio”: ieri, a Bruxelles, la Commissaria Ue al Commercio, Cecilia Malmstroem, ha incontrato il rappresentante Usa al Commercio, Robert Lighthizer, insieme al ministro giapponese Hiroshige Seko. Per qualsiasi conclusione, se ne parla la settimana prossima.

Giovedì, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato il via libera, in un paio di settimane, ai dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importato dall’estero (eccezion fatta per paesi come Messico e Canada). “Ho avuto un confronto franco con gli Usa sul serio problema dei dazi – ha detto la Malmstroem – Essendo stretto partner sulla sicurezza e il commercio degli Usa, l’Unione europea deve essere esclusa dalle misure annunciate”. L’Ue il Giappone provano a far pesare il loro essere “partner di lunga data” degli Stati Uniti, hanno parlato dei problemi che potrebbero derivare da “pratiche commerciali distorsive che portano a una grave sovracapacità produttiva globale” in settori come l’acciaio, in particolare in Cina. Hanno concordato lo sviluppo di norme più severe sui sussidi industriali, il rafforzamento degli obblighi di notifica al Wto e l’intensificazione della condivisione delle informazioni sulle pratiche distorsive negli scambi commerciali. Tutto in attesa della prossima settimana, quando dovrebbero proseguire i colloqui tra Usa e Ue. Venerdì, poi, Trump ha parlato con il presidente francese Emmanuel Macron: ha ribadito che la decisione “è necessaria e appropriata per proteggere la sicurezza nazionale” ma, si legge nel comunicato della Casa Bianca, hanno anche discusso della possibilità di trovare “vie alternative” di non specificata natura. Intanto, il segretario Usa al tesoro, Steve Mnuchin, ha lasciato intendere che il capitolo esenzioni potrebbe includere il rafforzamento dei contributi alla Nato.

In Italia, ieri, è statala Coldiretti (Confederazione Nazionale Coltivatori Diretti) a lanciare l’allarme sui rischi per l’economia commentando le eventuali contromisure che l’Ue potrebbe introdurre (la reazione “proporzionata e equilibrata” ipotizzata dalla Malmstroem). “Occorre scongiurare una guerra commerciale che potrebbe avere un effetto valanga sull’economia” ha detto il presidente, Roberto Moncalvo. Da uno studio elaborato con l’istituto Ixè, infatti, emerge che il settore agroalimentare (con un importo dagli Usa di 29,6 milioni di euro nel 2017) sarebbe al terzo posto fra i sei più colpiti, preceduto da quello dei manufatti in ferro, acciaio e ghisa (235 milioni) e della barche da diporto (31,5 milioni). Poi abbigliamento (18,6), cosmetici (10,4) e moto (2,4). “Gli Usa sono di gran lunga il principale mercato per il Made in Italy fuori dall’Ue – ha detto Moncalvo – si mettono a rischio 4 miliardi di export agroalimentare”.

Iran, chi ha paura delle signore senza velo

È arrivata la notizia, non a caso a ridosso della festa della donna, dell’arresto della coraggiosa attivista anti hijab in Iran. La sua identità è nascosta, come se fosse un bene tenerla celata, eppure, come per una illuminazione, sembra proprio si tratti di Vida Movahed, la cui foto con il velo tra le mani, fece il giro del mondo e lo commosse, e spronò altre donne alla ribellione, a combattere la cupezza di certi uomini che le vorrebbero mute. Le triti ombre l’accusano di “avere pubblicamente incoraggiato la corruzione morale”, tre mesi e poi fuori, ma il feroce Abbas Jafari Dolatabi, il procuratore capo di Teheran, ha già detto che farà di tutto affinché la donna resti tutti i 24 mesi in carcere. E poi? Chissà. Si entra in certe prigioni, e le donne, una volta uscite, si sentono poi sotto osservazione costante, come se avessero dei guardiani che, godendo della loro spietatezza, le sorveglino giorno e notte.

Per capire da cosa sorge l’attuale protesta delle donne in Iran, occorre tornare al marzo del 1979 quando la rivoluzione iraniana non era ancora khomeinista e le donne chiamarono la femminista americana Kate Millet il 6 marzo del 1979 a festeggiare: trappole su trappole, proprio quel giorno Khomeini fece un discorso a Qom, invocando l’obbligo dell’hijab per tutte le donne. E nel giro di qualche giorno i pasdaran al grido di “roussari ya roussari” “velo sulla testa o botte in testa” attaccarono le manifestanti scese subito in piazza contro l’obbligo. Poi Khomeini introdusse la Sharia, quindi il divieto di abortire, la pena di morte per adulterio o blasfemia, le “spose bambine”… tutto quel che poteva nuocere alla libertà delle donne.

Oggi come ieri, le iraniane che protestano sanno benissimo quale sia il senso dell’imposizione del velo da parte degli ayatollah: umiliarle, tutto il resto è fasullo, poca cosa.

Proprio perché gli islamisti, in un modo o nell’altro le temono, devono sottometterle, e una volta riusciti a farlo, le costringono a girare vestite in quel modo, e non paghi dicono pure che è per il loro bene. È questo un altro lurido imbroglio, il modo con cui cercano di legittimare, e spesso ci riescono, il loro sadismo imposto sulle donne, con la forza e con il ricatto.

La derisione con cui Ali Khamenei considera il movimento occidentale #Metoo è sì sadica ma rivela anche il suo terrore e la fragilità della sua ideologia, come se potesse miseramente crollare sotto i colpi della protesta femminile. Khamenei dice che grazie al movimento #Metoo si è scoperto che in Occidente un numero notevole di donne ha subito stupri e abusi mentre in Iran grazie al velo queste cose non succedono! E ha aggiunto “il velo è immunità, protezione non costrizione” e poi “nella logica islamica il ruolo della donna è inserito in una cornice precisa. Una donna islamica è colei che è guidata dalla fede e dalla castità. Mentre oggi c’è un quadro deviante, un modello di donna che è offerto dall’Occidente”. Le parole di costui, che cercano di relegare in un morto quadretto le signore donne, è osceno, un invito allo stupro, dove sguazzare felici. Si può essere stupratori anche senza stuprare le donne, basta averne la voglia, o il disprezzo, o l’intenzione, e dire: “Care donne io vi copro così agli uomini passa la voglia di stuprarvi”. È questo in realtà il suo vero pensiero.

E questi sarebbero i grandi teologi, maestri e interpreti del Corano? Uomini che si credono potenti quando pensano di marchiare per sempre le povere ragazze? Eppure nel corpo e nella mente delle ragazze così violate qualcosa sempre resta, qualcosa di forte, di degno, di divino. Come in antichi tempi, le donne resistono al martirio, per quanto umiliate mai lo saranno. Il marchio semmai è altrove, resta nel corpo e nella nera testa di coloro che le violano.