I dittatori made in America nel lungo silenzio elettorale

Ho grande nostalgia dei due giorni di “silenzio elettorale”. Dipendesse da me farei almeno un’elezione al mese. Due giorni senza le solite facce da culo sugli schermi di tutte le televisioni pubbliche e private, nazionali e periferiche, senza Marie Latelle intervistanti anche nel giorno che i cristiani dovrebbero dedicare al riposo, alla riflessione e ad altri riti più o meno santi. Due giorni senza talk politici, senza radio che gracchiano le note voci, odiose anche alle orecchie più insensibili e persino ai sordi. Vale a dire: la lussuria. O quantomeno due giorni di ecologia mentale e anche estetica. Perché se è vero come diceva Gillo Dorfles che il kitsch è utile per esaltare l’opera d’arte c’è un limite a tutto. Per non vedere certi nani politici o propriamente detti sarei disposto a rinunciare anche alla Muta di Raffaello. Anche i giornali, privati nei due giorni sacri ai cristiani e agli ebrei (e io vi aggiungerei pure il venerdì per non discriminare i musulmani) della polpa politica di cui abitualmente si nutrono e della sotto polpa dei sondaggi, cui generalmente dedicano quasi la metà del loro prezioso spazio (prezioso non per quello che vi è scritto ma perché va a tutto danno della Foresta Amazonica) sono costretti a servire un menù più variato e interessante. E pure noi, disgraziati ‘addetti ai lavori’, abbiamo più tempo per leggere pezzi interessanti anche perché più visibili e collocati in una posizione adeguata. A me per esempio è capitato sottocchio un importante pezzo di Roberta Zunini pubblicato su Il Fatto domenica 4 marzo e intitolato La verità di Berta: in cella il mandante della eco-paladina. Vi si apprende che gli Stati Uniti hanno piazzato in Honduras la loro più importante base militare in Centroamerica e che, come scrive Zunini, “è ormai acclarato che il golpe militare del 2009 fu organizzato dalla Cia per deporre l’allora presidente Manuel Zelaya reo, agli occhi dell’allora segretario di Stato Hillary Clinton, di aver stretto un patto politico-economico con Hugo Chavez, a quei tempi ancora presidente del Venezuela e leader della Sinistra sudamericana”. Zelaya, un liberale, era il legittimo presidente, democraticamente eletto, dell’Honduras, ma la democraticissima Hillary Clinton non si è fatta scrupolo di toglierlo di mezzo attraverso un golpe militare, così come nel 2013 Barack Obama, questo finto nero e finto democratico, favorì il golpe militare del generale tagliagole Abd al-Fattah al-Sisi ai danni di Mohamed Morsi leader dei Fratelli Musulmani, eletto nelle prime elezioni libere egiziane dopo decenni di dittatura. Insomma gli americani non hanno perso il vizietto di piazzare dittatori qua e là nel mondo sbattendosene del loro sbandierato culto per la democrazia che poi cercano di imporre anche a popolazioni che, in modo autoctono, della democrazia non ne vogliono proprio sapere (vedi voce: Afghanistan).

Ma le notizie che ci fornisce Zunini, a me ignote ma probabilmente ignote a tutto il mondo ‘democratico’, vanno ben al di là della questione honduregna. Ci spiegano gli attacchi pressoché quotidiani e spesso pretestuosi all’erede di Chavez, Nicolas Maduro, che a differenza di Al Sisi e dell’honduregno Juan Orlando Hernandez non è un dittatore ma un capo di Stato messo in difficoltà col solito metodo di accerchiare economicamente un Paese fomentando così rivolte nella popolazione.

Adesso, finiti i beati giorni del silenzio elettorale ci tocca l’orgia della politica postelettorale. Spero che si vada di nuovo e presto alle urne prolungando possibilmente il silenzio ‘elettorale’ a un mese. Così torneremo, almeno per un po’, a respirare un’aria meno inquinata.

Killing me softly: LabX, dove si studiano i veleni per i nemici della madrepatria

Nato, pare, per sviluppare armi chimiche da utilizzare in guerra e poi virato, sotto il controllo del KGB, sulla ricerca e produzione di tossine letali per omicidi mirati. Omicidi di stato.

La funzione del LabX è stata ampiamente descritta nel libro Special Task: il memoriale, pubblicato nel 1994, di Pavel Sudaplatov, ex capo del servizio segreto sotto Stalin fin dal 1939 e uno degli organizzatori della missione internazionale per l’eliminazione di Lev Trockij, nell’agosto del 1940.

Secondo Sudaplatov era il direttore del laboratorio, Grigory Mairanovsky, ad infettare le vittime con veleni letali durante finti controlli medici di routine. Così sarebbero stati eliminati giornalisti ucraini, potenziali disertori e anche il diplomatico svedese Raoul Wallenberg, scomparso a Budapest alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Solo primi di una lunga lista di nemici politici, ex agenti segreti, dissidenti uccisi senza spargimento di sangue. L’Unione Sovietica prima e la Russia poi hanno una lunga tradizione di avvelenamenti strategici, interrotta solo negli anni di Mikhail Gorbachev e Boris Yeltsin. Nel 1988 il primo avrebbe chiesto informazioni sul LabX, scontrandosi con il niet del KGB. Secondo notizie più recenti, il LabX sarebbe ancora attivo, stavolta agli ordini del FSB, i servizi di sicurezza che hanno sostituito il KGB nella Russia di Putin. Avrebbe avuto un ruolo anche nella morte di Aleksandr Litvinenko, ucciso nel 2006 da un the al polonio.

Nel 2015 l’inchiesta britannica ha accertato che l’isotopo fatale era stato prodotto in un’altro laboratorio statale russo, a Sarov, ma l’ipotesi è che siano stati i tecnici del NII-2 a ad averlo reso trasportabile a Londra, forse dentro granuli gelatinosi. È successo lo stesso anche nel caso di Sergei Skripal, ex spia di alto profilo, nome in codice Forthwith? I tossicologi sono ancora al lavoro per determinare quale “agente nervino” abbia avvelenato lui, la figlia Yulia e, più lievemente, altre 21 persone. Duecento i potenziali testimoni identificati dalla polizia.

Scoprire di cosa si tratta può aiutare a determinare la provenienza della tossina, e da qui il mandante. Se le tracce portassero al LabX, la domanda è: perché usare una procedura tanto complessa per eliminare una ex spia in pensione?

Front moribondo, Marine chiama il “dottor” Bannon

Marine Le Pen riunisce il popolo dell’estrema destra al congresso del Front National, il sedicesimo dalla sua fondazione nel 1972, che si tiene a Lille. Lo chiamano il congresso della “rifondazione” poiché il FN, che Marine Le Pen ha ereditato dal padre Jean-Marie nel 2011, dovrebbe uscirne stasera con un nuovo nome, un nuovo logo e un nuovo programma politico: “Il Front National ha cambiato natura, bisogna che questo cambiamento si rispecchi in un nuovo nome. Siamo un movimento nuovo”, aveva detto alcuni giorni fa la sua leader.

Marine Le Pen intende voltare la pagina della sconfitta alle elezioni presidenziali. Anche se è arrivata al ballottaggio per l’Eliseo contro Emmanuel Macron con più di 10 milioni di voti (33,9%), il doppio di quelli ottenuti dal padre nel 2002, l’ultradestra francese è in crisi.

Alcuni politologi, tra cui Bruno Cautrès di Sciences Po, parlano precisamente di “una crisi di leadership”. Sola candidata alla sua successione, Marine Le Pen non dovrebbe avere difficoltà a farsi riconfermare nel suo ruolo di presidente del partito. Ma la sua immagine si degrada.

Stando all’ultimo sondaggio Sofres, solo il 16% dei francesi ritiene che potrebbe essere un buon presidente della Repubblica (erano il 24% un anno fa). Neanche i militanti riescono a dimenticare la figuraccia che la loro candidata all’Eliseo aveva fatto tra i due turni elettorali durante l’atteso dibattito ‘a tu per tu’ con il candidato di En Marche. La leader oggi è anche più sola. Dopo la sconfitta elettorale, il suo braccio destro Florian Philippot ha fondato il suo proprio movimento, “Les Patriotes”. Al congresso di Lille non partecipa la nipote Marion Maréchal-Le Pen, che ha preso ufficialmente le distanze dalle politica, anche se di recente è stata al congresso dei conservatori americani di Washington su invito del partito Repubblicano del presidente Donald Trump. E anche se, appena alcuni giorni fa, ha lanciato il suo progetto di “Accademia di scienze politiche delle destre” che dovrebbe servire a preparare e far emergere i futuri dirigenti dell’ultradestra francese. Ma seppur assente la giovane Le Pen, più popolare della zia, è nella mente di tutti. I militanti nostalgici sperano solo in un suo prossimo ritorno alla vita politica.

Per la zia Marine può essere vista ormai più come una rivale che come un’alleata. A Lille aleggia anche lo spettro del padre Jean-Marie Le Pen che, nel primo volume delle sue memorie uscito alcuni giorni fa e subito esaurito in libreria, scrive di provare “pena” per la figlia e per il suo fallimento. Neanche il vecchio patriarca, al quale la legge ha dato ragione e conserva il titolo di presidente onorario del FN, sarà a Lille. Per lui cambiare il nome del partito è “un suicidio politico”, un atto di “alto tradimento”. Marine Le Pen ha chiamato invece in rinforzo un ospite a sorpresa, Steve Bannon, l’ex consigliere di Trump in rottura con la Casa Bianca e diventato poi la principale fonte del libro anti-Trump Fire and Fury: “Steve Bannon incarna il rigetto dell’establishment, di cui uno dei simboli peggiori è l’UE di Bruxelles. Come Trump e Matteo Salvini ha capito la volontà dei popoli di riprendere in mano il loro destino”, ha scritto su Twitter Louis Alliot, numero due del FN e compagno di Marine Le Pen. L’americano è stato accolto dai militanti con una standing ovation. A loro ha detto: “Fate parte di un movimento più grande dell’Italia, della Polonia e dell’Ungheria. La storia è dalla nostra parte e ci porterà alla vittoria”. Ed ancora: “Vi chiamano razzisti, omofobi, misogini, xenofobi… Vi chiamano così perché non sanno rispondere alle domande fondamentali che ponete davanti a loro. Lottate per la libertà e vi chiamano xenofobi, lottate per il vostro paese e vi chiamano razzisti”.

Non è sicuro però che la presenza di questo personaggio dalla dubbia reputazione sia una mossa vincente per la popolarità già in calo di Marine Le Pen.

Una figura storica del FN come il deputato Gilbert Collard non l’ha approvata. La sfida di Marine Le Pen è grande. Ai suoi occhi il congresso deve servire a completare quel lavoro di “normalizzazione” del partito che ha iniziato anni fa liberandolo dell’immagine xenofoba e antisemita degli inizi. Perché il FN, o come si chiamerà d’ora in poi, da partito di opposizione si trasformi in partito di governo.

Il nuovo nome sarà proposto oggi e poi sottoposto al voto. Solo una “piccola maggioranza” di loro si è detta favorevole al cambiamento. La parola “Front” dovrebbe cadere. Non piace più a Marine Le Pen che pensa che faccia troppo “militare”. Dovrebbe restare invece l’idea della nazione. Ma la proposta “Les nationaux” pare sia stata bocciata.

The Donald e l’invito a Putin: al concorso di Miss Universo “donne meravigliose”

Nel 2013 Trump sperava che Putin partecipasse al concorso di Miss Universo da lui organizzato a Mosca; il futuro presidente degli Usa scrisse anche una lettera per invitarlo. Nella missiva, recuperata dal Washington Post e agli atti del Russiagate, Trump aggiunse un postscriptum per dire che non vedeva l’ora di vedere donne “meravigliose”. Putin cancellò una visita all’ultimo momento, secondo la versione di Aras Agalarov, l’oligarca che con il figlio, la pop star Emin, aiutò Trump nel concorso di bellezza. Il procuratore del Russiagate Robert Mueller indaga sul rapporto fra Trump e gli Agalarov: fu il promoter di Emin a contattare il figlio del tycoon, Donald Jr, indicandogli un avvocato russo che aveva materiale “compromettente” contro Hillary Clinton.

La ragazza dell’Ohio che vuole cancellare l’aborto con l’astinenza

Tagliere i fondi per l’assistenza all’aborto e darne di più alla prevenzione delle gravidanze precoci è una scelta forse discutibile, ma legittima. Però, affidarsi alla propaganda della pratica dell’astinenza tra gli adolescenti come principale strumento per prevenire le gravidanze precoci appare uno spreco di denaro pubblico e una ricetta per l’insuccesso. Tanto più se scegliete una ‘maestra d’astinenza’ molto chiacchierata e poco trasparente.

È esattamente quello che sta facendo l’Amministrazione Trump, che intende affidare la gestione del programma di pianificazione familiare ‘Title X’ a Valerie Huber, una anti-abortista dell’Ohio che decise di intraprendere una sua personale crociata ‘pro astinenza’ il giorno in cui suo figlio tornò da un corso di educazione sessuale parlando di preservativi – il ragazzo aveva evidentemente seguito con attenzione la lezione -.

In ballo, ci sono le centinaia di milioni di dollari di finanziamenti alle associazioni che sul territorio assistono in primo luogo le donne a basso reddito e le adolescenti in situazioni familiari difficili.

La scelta del presidente Trump è caduta su Valerie Huber, cui – secondo il magazine Politico – spetterà decidere come distribuire circa 286 milioni di dollari, una parte dei quali finora andava a Planned Parenthood, la maggiore organizzazione della genitorialità pianificata negli Usa.

La notizia ha fatto sobbalzare gli esperti del settore. Come già nei casi della tutela dell’Ambiente o della Pubblica Istruzione, Trump pare scientemente mettere la persona sbagliata al posto sbagliato: all’Ambiente Scott Pruitt, negazionista del cambiamento climatico; all’Istruzione, Betsy De Vos, sostenitrice della scuola privata. Nel Dipartimento dove lavorerà, quello della Sanità e dei Servizi umani, Huber non sarà isolata: una sua referente, Teresa Manning, pensa che la contraccezione “non funziona”; e Charmaine Yoest, sostiene che la spirale “mette in pericolo la vita delle donne” (affermazioni prive di fondamento entrambi). The Daily Beast evidenzia, in un lungo articolo i comportamenti non trasparenti della Huber quando lavorava in Ohio – uno degli Stati più oscurantisti dell’Unione, dove non si può neppure insegnare la teoria dell’evoluzione – e i conflitti d’interesse che l’intreccio delle sue attività fa sospettare. Valerie è attiva del settore dal 1999, quando lanciò il programma Reach destinato agli adolescenti per aiutarli a “formare il carattere ed evitare i rischi”.

Teen Vogue, la rivista delle adolescenti, sintetizza in cinque punti quel che bisogna sapere della Huber: la sua propaganda ‘pro astinenza’ in Ohio ha raggiunto 100 mila studenti ogni anno, nel quadriennio 2004/2007 – era l’America di George W. Bush -; è presidente di Ascend, un’associazione che promuove l’educazione all’astinenza (e che potrà ricevere a tal fine fondi federali); non le piace, però, il termine ‘astinenza’ e preferisce dire ‘evitare i rischi sessuali’; sottovaluta o ignora del tutto le ricerche che provano che l’informazione sui metodi contraccettivi fa scendere il numero delle gravidanze indesiderate; e, infine, il suo materiale ‘pro astinenza’ diffonde principi sessisti e omofobi.

Jihad, 5.000 dollari al giorno con la “tassa” sugli aiuti Onu

La parola d’ordine per Harakat al Shabaab al-Mujahideen (la gioventù) è zakat. Si tratta di tasse. A spese, in modo indiretto, delle Nazioni Unite. Con quei soldi gli estremisti islamici continuano ad organizzarsi spezzando in due la Somalia. La raccolta della tangente avviene nelle strade; Baidoa ospita uno dei campi profughi più numerosi e le Nazioni Unite sostengono la popolazione con una sorta di ‘carta di credito’ (80/90 dollari di deposito) che serve per l’acquisto di beni di prima necessità. Un sistema che dovrebbe essere utile per evitare da un lato di spedire cibo in modo indiscriminato, dall’altro per non far girare denaro contante che possa far gola ai gruppi armati. Con la carta di credito, ogni giorno chi vive nei campi-profughi si mette in fila e attende l’arrivo dei camion con gli aiuti. E sono proprio i campi profughi come quello di Baidoa che permettono ai miliziani di mettere le mani su cifre che toccano i 5.000 dollari al giorno; perchè prima di arrivare a destinazione, i convogli vengono bloccati dalle bande di Al Qaeda, a cui Al Shabaab è affiliata.

La cifra salta fuori da una inchiesta della Cnn che ha raccolto le testimonianze di ex affiliati al gruppo e agenti dell’intelligence somala; entrambi hanno confermato che bastano un paio di posti di controllo sulle strade principali che portano a Baidoa per far guadagnare ai terroristi quella cifra, sotto forma di pedaggio.

Al Shabaab rivendica la “tassa islamica” e non si salva nessuno; oltre alle strada per Baidoa il punto più battuto dal “fisco” con il fucile è l’arteria principale che collega la capitale Mogadiscio con la regione di Lower Shabelle, dove l’agricoltura è attiva. Gli estremisti islamici non si sono inventati nulla; agli inizi degli anni ’90 erano i signori della guerra a costringere alla fame i civili, in modo che le organizzazioni internazionali intervenissero, ma piegandosi al loro potere.

Anche la protezione costava salata, visto che perfino la Croce Rossa aveva bisogno di guardie armate nei propri uffici. Dal pizzo dei gangster si è passati alle tasse in nome dell’Islam più oltranzista.

Un ex miliziano ha confermato che nel 2018 il commerciante che non paga le tasse ad Al Shabaab viene rapito e ammazzato. Oltre a una tassa annuale a cui tutti devono sottostare, il pedaggio è sui carichi di cibo; per un sacco di riso del valore di 15/18 dollari, gli estremisti islamici ne pretendono la metà.

Venticinque anni dopo la morte di 19 soldati americani delle forze speciali a Mogadiscio – la disastrosa operazione che doveva portare all’arresto del signore della guerra Mohammed Farrah Aidid – che diede lo spunto al regista Ridley Scott per il film Black Hawk Down (2002), la situazione non è migliorata, anzi. Con metà della nazione nelle mani di al Shabaab, la Somalia diventa un punto di aggregazione per gli estremisti che sono fuggiti da Siria e Iraq dopo la sconfitta dell’Isis.

Nell’ottobre 2017 a Mogadiscio un camion-bomba ha ucciso 500 persone, l’attentato più letale mai avvenuto in quella parte di Africa; massacri anche in Kenya, vicino al confine, come quello alla Garissa University: 148 vittime il 2 aprile 2015.

Nel 2017 il presidente Trump ha autorizzato un programma di interventi che comprende raid aerei e truppe sul campo (500 soldati), elaborato dal Pentagono; i bombardamenti avrebbero indebolito la formazione legata a Al Qaeda ma non abbastanza; nel contempo l’Australia ha deciso di dimezzare la sua presenza – mille militari sono già partiti – e all’African Union (Uganda, Burundi, Kenya, Ethiopia e Gibuti) che ufficialmente ha il ruolo di peacekeeper, tocca la guerra vera e propria.

Ventiduemila uomini contro la guerriglia e i kamikaze: il primo marzo un attentatore suicida al volante di un’autobomba si è fatto esplodere a Mogadiscio uccidendo otto persone e ferendone dieci fra cui cinque elementi delle forze di sicurezza. Al-Shabaab ha rivendicato tramite radio Andalus. Ahmed Omar è il capo dell’organizzazione, una sorta di Bin Laden sulla cui testa gli Stati Uniti hanno messo una taglia di 6 milioni di dollari, per chiunque possa fornire informazioni utili alla sua cattura. Vivo o morto.

Lorsignori

Premessa: noi ovviamente non sappiamo cosa succederà, se ci sarà una maggioranza di governo e quale sarà, né possiamo prevedere al momento come si comporteranno quella maggioranza e quel governo di fronte alle prove non facili che la realtà gli metterà davanti (no, non pensiamo al debito pubblico, ma ad esempio agli scomposti tentativi di omicidio del nostro sistema bancario in arrivo da Bruxelles e Francoforte). Insomma non conosciamo, evangelicamente, né il giorno né l’ora in cui si paleserà il futuro, eppure c’è un’arietta che, quella sì, conosciamo: è l’arietta del nuovo “dover essere” verso cui si orienta l’establishment (non solo italiano). Di Confindustria e Marchionne che erano grillini antemarcia avrete letto; il Corsera ci ha gentilmente informato che Jean Claude Juncker dopo i risultati s’è rilassato perché i 5 Stelle a Strasburgo si sono sempre comportati bene e a tavola usano le posate quasi come quelli del Ppe; Il Sole 24 Ore vuole “il governo di scopo europeo” (fate presto!) e ci lascia capire chi dovrebbe farlo; il Financial Times ha magnificato Di Maio che, “a differenza dell’altro vincitore del voto populista, Salvini, ha cercato di guidare i 5 Stelle verso posizioni più moderate, in particolare sull’euro” ed è così gentile da “incontrare regolarmente” industriali, banchieri e ambasciatori Ue. Riassumendo, pare che il nucleo duro dello status quo abbia già concluso la ricerca dello Tsipras italiano (candidato piromane, eletto pompiere): magari sono lorsignori che stanno prendendo un granchio, per carità…

La globalizzazione e la vecchia sinistra da “ricostruire”

Susanna Camusso ci spiega che la sua Cgil è in piena salute, gli iscritti votano però Lega e M5S e perciò il prossimo congresso dovrà contribuire alla “ricostruzione della sinistra”. È la sintesi perfetta del marasma di un ceto obnubilato da disguidi esistenziali personali. Fa eccezione l’onesta ammissione di Pier Luigi Bersani: “Abbiamo visto il problema ma non abbiamo trovato la soluzione”. È un buon punto di partenza, ma la soluzione nessuno la trova perché nessuno la cerca. Lo scontro politico tra il partito della competitività (Pd-Forza Italia), quello della protezione sociale (M5S) e quello intermedio del protezionismo economico (Lega) elude la vera questione e parla d’altro.

Qual è il problema? Ci stiamo impoverendo e la razza italiana, dopo 200 anni di arricchimento ininterrotto, non ha le parole (se poi pensi che la scuola serva a formare tornitori ti meriti che ti crolli il mondo addosso e tu non sappia dare un nome a ciò che ti accade). Vent’anni fa il Pil nominale della Cina e dell’Italia erano alla pari. Da allora quello cinese si è decuplicato, il nostro non è nemmeno raddoppiato e, al netto dell’inflazione, è fermo. Vanno a gonfie vele le economie delle ex colonie a spese delle quali ci siamo arricchiti per secoli. Si chiama globalizzazione, pensata per sfruttare meglio i selvaggi senza prevedere il rinculo. L’Italia è la prima vittima (l’Europa seguirà) perché penalizzata da un’oligarchia cleptomane di imprenditori e politici. Mancano sei milioni di posti di lavoro e nessuno sa come crearli.

La globalizzazione mette in crisi il capitalismo stesso ma la nostra cultura provinciale si occupa di qualche miliardo di spesa statale. L’anima sovranista incarnata da Matteo Salvini dà la colpa all’euro e vuole difendere i posti di lavoro con i dazi e lo stop all’immigrazione. Il renzismo recita il mantra della competitività, bassi salari e incentivi alle imprese. Se altri popoli ci affamano producendo a costi inferiori, per tornare alla prosperità dovremmo riportare loro alla fame. Ma se la posta in gioco è chi mangia e chi no la competizione porta prima alle guerre commerciali alla Trump e poi alla guerra vera e propria, non certo alle photo opportunity con Marchionne. Le politiche redistributive che il M5S incarna nel reddito di cittadinanza funzionano solo nell’arricchimento, la redistribuzione con redditi calanti, ammesso che abbia senso, si chiama imposta patrimoniale. Vedete come nessuna delle proposte in campo intacchi il tema della competizione all’ultimo sangue in un mercato unico nel quale Internet e il crollo del costo dei trasporti hanno eliminato l’ultima barriera, la distanza. Però proposte semplici e concrete, anche se sballate o illusorie, hanno attratto voti.

Solo la sinistra di Liberi e Uguali non ha proposto niente. Ha mandato in tv un magistrato in pensione a predicare uguaglianza, sano principio che senza un programma politico sembra però più adatto al televoto del Grande Fratello. Eppure solo a sinistra può svilupparsi un pensiero in grado di indicare la strada. Il pensiero liberista non può e non vuole vedere la crisi profonda del capitalismo. Enrico Berlinguer, 35 anni fa, propose il “governo mondiale” come sbocco della globalizzazione (la chiamava “moto di emancipazione dei popoli del terzo mondo”). L’ultimo leader fu archiviato in fretta da epigoni sedicenti moderni, carrieristi avvolti nella bandiera del conformismo. Se le cariatidi intente da trent’anni a “ricostruire la sinistra” (ma attente solo alle loro poltroncine) togliessero il disturbo, l’Italia potrebbe puntare a una vera eccellenza: siamo i primi a subire i colpi della globalizzazione, potremmo essere i primi a vedere la via d’uscita. La prima a sinistra.

 

La scelta di ogni uomo: il dono del Padre può essere accolto o rifiutato

In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”. (Giovanni 3,14-21).

Attraverso un difficile dialogo di Gesù con un maestro d’Israele che va a visitarlo di notte, Giovanni anticipa la tematica della fede scaturente dalla passione, morte e risurrezione di Cristo. Non è descritto un fatto, ma un insegnamento di Gesù sul credere in lui. Nicodemo è un pio fariseo, uomo retto e in cerca di luce. Viene a discutere delle cose di Dio con un maestro che si accredita da sé come proveniente dall’Alto e che gli chiede di “venire alla luce” come un bambino, accettando di rinascere. Nicodemo s’impenna sul tema del “rinascere” inteso da lui come ricominciamento. Allora, Gesù, con tenerezza, spiega all’autorevole credente che si tratta di una condizione nuova la cui forza viene dallo Spirito. La conversazione si fa serrata per far comprendere che l’uomo non è sullo stesso piano del Regno di Dio: noi creature umane siamo in balìa della nostra debolezza, lo Spirito è Dio stesso, Principio Vivente di ogni vita.

Da dialogo, si entra nel monologo di Gesù sulla fede: Egli non è solo garante e maestro, ma l’Autore stesso. Se vogliamo entrare nel Regno di Dio, dobbiamo lasciarci iniziare al mistero di Gesù prima incarnato e poi pienamente manifestato e glorificato sulla croce. E non si tratta solo di credere in Gesù come dono sulla croce, ma di credere che la croce è gloria e vittoria.

Gli Ebrei, per guarire dai morsi dei serpenti nel deserto, invocarono disperati l’aiuto di Dio (Nm 21,4-9). Mosè ricevette l’ordine divino d’innalzare un serpente di rame in modo che “chi, dopo essere stato morsicato, lo guarderà, vivrà”. La rigenerazione dell’uomo è legata alla croce perché lì Gesù fa conoscere, nella sua obbedienza fino alla morte, la sua unità col Padre. Dio ha amato in questo modo e a tal punto il mondo da dare ciò che ha di più caro: il Figlio, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.

Questa è la scelta fondamentale per l’uomo: il dono del Padre può essere accolto o rifiutato. In Gesù, dato per la vita del mondo, è riconoscibile il cuore del Padre che ama la vita di tutti gli uomini. Il suo amore è luce e vita! Non s’impone, ma esige da parte nostra un giudizio e una scelta. Possiamo preferire l’oscurità della mente e il cuore di sasso, ma il Vangelo continua a proporci un rivolgimento radicale. Rigettare l’orgoglio illusorio e le resistenze ingannevoli, per aprirci alla vita che trascende e alla quale tutti aspiriamo ma che non possiamo darci da noi stessi.

Facciamo attenzione! Non ci svii l’analogia tra il serpente innalzato e l’innalzamento del Figlio dell’Uomo. Gesù intende fare un paragone tra la salvezza della vita di quanti guardarono al serpente di bronzo con l’accoglienza della vita eterna per quanti guardano, nella fede, al Figlio dell’Uomo. La fonte della vita eterna non è la fede individuale, ma il Dio in cui tale fede viene riposta. Tramite la rinascita evangelica la vita in sé del Signore Gesù ci viene donata, ed è risurrezione.

 

Nuovi segni di civiltà: fermare i migranti

C’è una domanda urgente che non è mai stata fatta e dunque non ha una risposta: che cosa ha portato a un cambiamento così radicale della vita italiana, della nostra attesa di questi giorni e, prima ancora, della finta sorpresa per un risultato elettorale così fortemente nazionalistico? Ci terrorizza l’immigrazione, ovvero la continuazione di ciò che è avvenuto in tutti i secoli e ha formato, in tanti modi diversi, ciò che chiamiamo “la civiltà”?

L’Europa, in particolare, è formata da un continuo, secolare rimescolamento di popoli, e da una loro continua fuga verso altri luoghi, o per necessità o per desiderio, immensi passaggi, immensi arrivi e un alternarsi continuo di radici profonde e di sradicamenti. Tutto ciò che conosciamo nella storia racconta di cambiamenti epocali, dal popolo ebraico che abbandona l’Egitto all’impero romano che invade e viene invaso a tutti i livelli della vita sociale. Dall’invasione araba della Spagna, che dura secoli, al calare verso il sud italiano di imperatori, governi e truppe del nord germanico, che danno a certe regioni italiane i loro periodi più belli. Alla Repubblica di Venezia, cattolica, ebrea, bianca, orientale, nera, che apre tutte le porte a chi arriva, e va ad aprire le porte di mondi lontani, come la via della seta. Conflitti? Continui, ma con un cambio continuo di etnie e di ragioni. E le ragioni sono quasi sempre, sinceramente mercantili. Il fenomeno di cui siamo testimoni oggi invece è una spinta violenta, claustrofobica, irrazionale per tener chiusa a tutti i costi la nostra porta, perchè resti sempre chiusa, benchè nulla di drammatico sia accaduto dalla nostra parte, dopo l’arrivo degli immigrati: niente impennata dei crimini, niente moltiplicazione della violenza, quasi solo aggressioni subìte dagli immigrati. Tutti i grandi crimini del nostro Paese, dalla mafia al femminicidio, restano e sono esclusivamente italiani. L’invasione di altri popoli pronti ad occupare lo spazio e il ruolo dei bianchi, l’invasione (parola deliberatamente falsa) di tante discese in campo politiche, e predicata dalla paura, non è mai accaduta. La presenza straniera in Italia, benchè l’Italia soffra non di questi arrivi ma della l’ottusa volontà dei Paesi confinanti di tenere chiuse le loro frontiere in modo da impedire libertà di movimento agli immigrati (la maggioranza) che non cerca l’Italia per rifarsi una vita, è intorno all’8 per cento, meno degli italiani che si sono spostati a Londra. E benchè in tanti ti fanno sapere che, a lasciarli liberi, vogliono andare altrove, essi, tutti, sono il nemico, e sarebbe meglio se li fermassero in Libia o se affondassero in mare. Sarebbe meglio senza Ong che li salvano in mare. Il fatto appare ad alcuni italiani così oltraggioso che si sono aperte inchieste giudiziarie. È vero, non è una battuta d’effetto. Ci sono inchieste giudiziarie in corso per accertare chi ha salvato e perchè. Ma soprattutto sono avvenute tre inimmaginabili cambiamenti del comportamento italiano. Il primo è che tutte le cosiddette forze politiche italiane, da destra a sinistra (esclusi minimi gruppi ribelli che non sono entrati in Parlamento, i centri sociali ed escluso chi rappresenta ancora il piccolo e coraggioso Partito Radicale) sono contro l’immigrazione. “Contro” è una parola ambigua che si manifesta in tanti modi dai più selvaggi (la Lega, CasaPound, la Meloni che va in visita da Orban – selfie insieme – il primo ministro nazista d’Ungheria che ha chiuso il suo Paese dentro il filo spinato a rasoio), alla pretesa ragionevolezza dell’ex ministro dell’Interno Minniti che vanta l’apertura di nuove prigioni libiche e l’arruolamento di bande di predoni del deserto pronti a rastrellare e gettare per sempre in lager irraggiungibili anche intere famiglie in fuga dalla Siria.

Il secondo cambiamento avviene con le elezioni e con il dopo elezioni italiane: il Pd paga duramente la sua mancanza di crudeltà esplicita verso i migranti. Certo, sono state imputate al Pd, partito di governo, altre colpe, alcune non da poco. Ma la rapidità e la disinvoltura di Minniti nel vantare le nuove prigioni in Libia non sono bastate. Non c’è stata da Minniti una vera promessa di fermare “i parassiti” (citazione da Salvini) in mare, dove alcune Ong operano ancora come “taxi” di mare (cito Di Maio) per dare aiuto per chi si ostina a venire in Italia. Il terzo cambiamento è negli elettori, una massa di milioni di italiani. È vero che molti erano stati cacciati a male parole dal Pd di Matteo Renzi, dove tutti erano sempre di pessimo umore. Ma molti altri, fingendo di votare per chi taglierà le tasse, distribuirà danaro su regolare base mensile, provvederà al lavoro per i più giovani e per i più anziani e smetterà di ossessionare i cittadini con la politica (decide il capo politico e basta), hanno riversato la loro approvazione su due partiti (diventati due colossi) che, fra tante promesse impossibili, una certo la manterranno: il divieto di sbarco e il blocco in mare per gli emigranti. Adesso sappiamo quel che voleva la maggioranza degli italiani.