Mps, buoni conti nei primi 9 mesi del 2021: “Ora il nuovo piano”

Uscita Unicredit, nella data room di Monte dei Paschi di Siena resta solo Amco, la società pubblica che rileverà un bel pacchetto di sofferenze dall’istituto (i crediti deteriorati restano 4 miliardi, come a gennaio). Significa che Mps, Commissione Ue permettendo, andrà avanti da sola e con lo Stato come principale azionista ancora un po’. “Per ora non siamo in grado di quantificare l’entità di un aumento di capitale”, ha detto ieri l’amministratore delegato Guido Bastianini, ma avverrà “a condizioni di mercato” e il più in fretta possibile: “Se si deve fare, meglio prima che dopo” e comunque nel 2022. Ovviamente, prima di questo la Dg Competition dovrà dare il suo via libera al nuovo piano industriale 2022-2026, che a sua volta dovrà accentuare gli “elementi di discontinuità” che sono una fissa di Bruxelles: dopo l’audizione del dg del Tesoro Alessandro Rivera, che conduce le trattative, si teme possa comportare un bel po’ di ulteriori sacrifici per la banca.

Formalmente, comunque, il bilancio di Mps va meglio: ha chiuso i primi nove mesi del 2021 con un utile consolidato pari a 388 milioni di euro (contro una perdita di 1,5 miliardi nello stesso periodo del 2020), a cui il terzo trimestre ha contribuito con 186 milioni, in miglioramento rispetto agli 83 del trimestre precedente.

Questo, ovviamente, ha effetti sul bisogno di capitale del Monte: “Non è emerso alcuno shortfall né si prevede che emerga nei 12 mesi dalla data di riferimento, ovvero entro il 30 settembre 2022”. Buoni conti, i migliori da sei anni nel periodo, cui fa da contraltare un dato negativo, ma significativo: continua a calare la raccolta diretta (1 miliardo in meno da un trimestre all’altro, 8 miliardi in meno nei primi nove mesi del 2021).

Whirlpool, respinto ricorso sindacati: “Continua la lotta”

I l Tribunale di Napoli ha respinto il ricorso presentato da Fim, Fiom e Uilm nei confronti della Whirlpool per comportamento antisindacale. Tra le motivazioni viene evidenziata non solo la flessione dei volumi di mercato, ma anche il rifiuto da parte delle organizzazioni sindacali, nell’agosto 2019, della proposta di cessione del ramo d’azienda da parte di Whirlpool. Secondo il giudice i numerosi incontri nazionali e territoriali con le organizzazioni sindacali e con il governo, non avrebbero determinato la condotta antisindacale denunciata da Fim Fiom e Uilm. La decisione del Tribunale è arrivata ieri mattina a pochi minuti dall’inizio dell’assemblea allo stabilimento napoletano per fare il punto sulle ultime novità di questa infinita vertenza. L’ultima riguarda le lettere di licenziamento che la multinazionale ha cominciato ad inviare ai lavoratori. “Adesso è necessario e urgente che il governo convochi il tavolo con i ministri Orlando e Giorgetti per dare continuità occupazionale ai lavoratori”, ha detto Rosario Rappa, leader della Fiom.

Pnrr, senatori 5S: “Né trasparenza né coinvolgimento del Parlamento”

È solo un atto dovuto, al massimo uno scossetta di assestamento nei rapporti tra Camere e governo su una cosa – il Piano di Ripresa e Resilienza – che impegna il bilancio pubblico per i prossimi cinque anni almeno. Eppure ha avuto l’effetto di una bomba. Ci si riferisce all’interrogazione al premier Mario Draghi firmata dai senatori del M5S (il primo è Daniele Pesco, presidente della commissione Bilancio) che denuncia “assenza di trasparenza” nei confronti di “Parlamento e cittadini” sullo stato di attuazione del Pnrr: visto, sostengono, che sono state “disattese tutte le promesse fatte dal governo in ordine al coinvolgimento del Parlamento nell’attuazione del Pnrr” e il sito Italiadomani “non consente un monitoraggio” del piano, “quali tempi e modalità” s’immagina l’esecutivo per “sopperire alle carenze informative nei confronti del Parlamento (e dell’intero Paese) sui singoli investimenti e riforme”.

Pesco, a un certo punto, ha dovuto pure spiegarsi a voce: “Non c’è nessuna insofferenza rispetto al governo, ma solo la necessità di avere chiarezza, in primis come parlamentari, sulle risorse fino a oggi impegnate del Pnrr. Un atto dovuto verso i cittadini che hanno il diritto di essere informati. Io sono certo che il governo sta lavorando alacremente su un sistema di rendicontazione chiaro e immediato del Pnrr. A oggi, però, il sito Italiadomani non corrisponde ancora a questo, purtroppo. E per questo abbiamo presentato una legittima interrogazione con la quale si chiede chiarezza”.

Manovra sparita da giorni: meno tempo alle Camere

C’è una cosa che non pare cambiare mai nella politica italiana: la modalità di fatto illegittima con cui vengono approvati leggi e decreti, in particolare il ddl Bilancio. Nel caso del governo Draghi, va notato, siamo persino un po’ oltre la media. La manovra di finanza pubblica per il 2022 è stata infatti approvata dal Consiglio dei ministri giovedì 28 ottobre: quel testo, però, non è ancora arrivato in Gazzetta Ufficiale e – ci assicuravano ancora ieri fonti di governo e cronache di giornali – viene riscritto alacremente al Tesoro su punti non esattamente secondari come le pensioni o il fisco.

Qual è il problema? Magari ce ne fosse solo uno. Intanto, per legge, il ddl Bilancio dovrebbe arrivare alle Camere entro il 20 ottobre, questo per consentire il necessario, approfondito passaggio parlamentare. Se tutto va bene, però, il Senato inizierà ad analizzare il testo dalla prossima settimana: quasi 20 giorni oltre il termine di legge. Questo comporterà – come al solito, peggio del solito – un iter frettoloso del Senato e la sostanziale estromissione della Camera dalla possibilità di modificare il ddl più importante dell’anno, che passerà in Parlamento – facile previsione – con la fiducia e relativo maxi-emendamento. Fossimo Giancarlo Giorgetti, diremmo che l’Italia de facto non è più una Repubblica parlamentare, ma siamo dei passatisti…

Altrettanto grave è il problema della legittimità del procedimento legislativo del governo, tanto più rilevante visto che negli ultimi decenni questo s’è sostanzialmente appropriato del potere legislativo a danno delle Camere. Secondo la legge, il Consiglio dei ministri “determina la politica generale del governo e l’indirizzo generale dell’azione amministrativa. Esso delibera, inoltre, su ogni altra questione relativa all’indirizzo politico”. Insomma, l’intera azione dell’esecutivo è legittima solo se passa per un voto del Cdm. E come deve avvenire questo voto? Il Dpcm che regola il funzionamento del Consiglio prescrive che “tutti i ministri” ricevano “almeno 5 giorni prima della convocazione” i testi che saranno discussi e che “almeno due giorni prima” vengano esaminati in una riunione preparatoria (pre-Consiglio). Tradotto: i ministri devono avere tutti i testi cinque giorni prima e i tecnici discuterne due giorni prima del Cdm; in caso contrario “nessuna questione e nessuna proposta (…) può essere inserita nell’ordine del giorno”.

E qui torniamo al mondo reale. Cosa hanno votato i ministri il 28 ottobre? Quale ddl Bilancio? Con quali norme sulle pensioni o sul fisco? Con quali relative coperture? Le norme vigenti vietano, anche se vengono violate impunemente da anni, di far finta di approvare una legge che venga poi scritta dopo il suo passaggio in Consiglio dei ministri, unica sede legittima di decisione: chi sta decidendo i cambiamenti nella manovra e a quali fini?

È nel buio di procedimenti opachi che vengono fuori quei commi senza padre né madre di cui si legge spesso nelle cronache. Se a questo si aggiunge l’esame rapidissimo del Bilancio a cui saranno costrette le Camere, si può misurare quale sia il livello di post-democrazia a cui siamo giunti: questa ormai è una Repubblica fondata sul de facto.

Il governo ha paura e mette la fiducia. La Lega: “Ora basta”

Eh sì che sembrava filare tutto liscio come l’olio, tant’è che per una volta non era prevista nemmeno la fiducia di cui il governo di Mario Draghi ormai è collezionista. Ma poi a Palazzo Chigi è scattato l’allarme rosso quando si è capito che la scazzottata in casa leghista tra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti rischiava di trasformare il Senato in un campo minato. Il pretesto? Un decreto all’apparenza inoffensivo come quello sulle Infrastrutture: 30 emendamenti appena, ma anche uno scivoloso voto a scrutinio segreto in cui riversare i litri di bile che nel partito ancora scorrono dopo il messaggio in bottiglia recapitato, via anticipazioni a Bruno Vespa, dal ministro dello Sviluppo economico al suo Capitano: “Così, caro Matteo, non va: rischiamo di andare a sbattere se scegli di non stare dalla parte giusta, ossia quella di Mario Draghi”. Un ceffone in pieno muso a cui Salvini ha risposto accogliendo il re dei sovranisti, il presidente brasiliano Bolsonaro. Ma soprattutto facendo recapitare ieri al Senato un avvertimento per la corsa al Colle.

Ma riavvolgiamo il nastro: mentre è alle viste il redde rationem in casa Lega tra salviniani di sicura fede e governisti di stampo giorgettiano, tra gli inquilini di Palazzo Madama già pronti a godersi il weekend, si consuma lo psicodramma sul decreto Infrastrutture: nottetempo si diffonde la voce che la presidente Casellati sarebbe intenzionata a concedere a Fratelli d’Italia il voto segreto sugli emendamenti che vorrebbero far carta straccia del divieto, contenuto nel dl, di fare – su strade e veicoli – pubblicità a contenuto sessista o discriminatorio con riferimento all’orientamento sessuale, all’identità di genere o al credo religioso. Il fatto che non sarà lei a presiedere l’aula (a quell’ora è impegnata nelle celebrazioni del Milite Ignoto) non rassicura: la decisione è già presa o così si teme.

Insomma, si materializza l’incubo già visto con il ddl Zan affossato con lo stesso barbatrucco che consente di giocare a carte coperte. Richiesto in quel caso da Roberto Calderoli e poi benedetto da Sua Presidenza. A quel punto, al ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, dopo aver fatto un giro di telefonate per avvertire i capigruppo, non resta che prendere la parola in Aula per annunciare la fiducia e mettere al riparo il governo, che rischia di andare sotto: il timore è che la Lega, nel segreto dell’urna, sia intenzionata a votare con l’opposizione e coi vari malpancisti che hanno qualche conto da regolare nei loro partiti o col governo che umilia i parlamentari al ruolo di pigia-bottoni. La fiducia, alla fine, scongiura le intenzioni di cui sono sospettati i leghisti che però rilanciano. A suon di pizzini.

“Prendiamo atto che il governo ha posto per l’ennesima volta la fiducia su un provvedimento. Prendiamo atto, ma non siamo d’accordo sul fatto che si continui su questa strada, soprattutto con il ricorso a tale strumento, anche quando, nei vari provvedimenti, gli emendamenti sono davvero pochi e potrebbero essere votati in poco tempo. È vero che c’era la richiesta di un voto segreto, ma il Parlamento è questo, signori: ci sono i voti, ci sono i voti segreti, ci sono i Regolamenti, questa è la de-mo-cra-zia”, scandisce il capogruppo salviniano Massimiliano Romeo, che poi impugna la clava: “Continuare sulla strada di mettere sempre la fiducia su tutti i provvedimenti equivale a dare la sensazione di volere sostanzialmente evitare il Parlamento, che è composto dai rappresentanti del popolo, come se diventasse una sorta di fastidio”. Per finire con un avvertimento bello e buono all’indirizzo di Mario Draghi, il più quirinabile di tutti: “Dove ci porterà questo continuo voler esautorare il Parlamento? Guardate che l’insofferenza non è solo della Lega, che magari non è capace di nascondere certe cose, perché, forse per estrema trasparenza, noi non abbiamo assolutamente paura di dire quello che pensiamo. L’insofferenza è in tutti i gruppi politici. Ripeto, in tutti i gruppi. Allora noi facciamo una considerazione: in previsione dell’elezione del Presidente della Repubblica, continuare ad alimentare questa insofferenza non ci sembra una buona strategia e non ci sembra una buona mossa”.

Draghi dà il contentino ai partiti, ma tiene il punto sui servizi locali

Si era impegnato a presentarla d’estate, come da cronoprogramma del Pnrr. Poi “entro fine ottobre”. Alla fine Mario Draghi incassa l’ok al ddl Concorrenza con tre mesi di ritardo e dopo un lungo braccio di ferro coi partiti. Alla sua vasta maggioranza, che dà segni di crisi di nervi, il premier concede campo su molti punti politicamente esplosivi, dalle concessioni balneari a quelle idroelettriche fino ai termovalorizzatori. Tiene però il punto sulla vera grande partita: i servizi pubblici locali. Il tutto condito da una sfilza di “deleghe” (se ne contano almeno sei) che consegnano l’azione legislativa al governo, che potrà scriversi le norme con i decreti attuativi (le Camere potranno solo esprimere pareri non vincolanti).

Ma andiamo con ordine. Il ddl Concorrenza lo chiedeva Bruxelles (il Pnrr ne promette uno l’anno fino al 2023) e in teoria lo prevede una legge del 2009, attuata solo nel 2017. Al Consiglio dei ministri, Draghi si presenta con un testo privo dei capitoli più spinosi, a partire dalla messa a gara delle concessioni balneari. È la richiesta di una vecchia direttiva Ue, la “Bolkestein”, ma nessun governo l’ha mai fatto. Lega e M5S nel 2018 le hanno prorogate fino al 2034 e lo Stato continua a incassare briciole. I Tar hanno prodotto sentenze contrastanti e si attendeva la pronuncia del Consiglio di Stato, che però non sarà pubblicata prima di qualche settimana. La Lega e pezzi della maggioranza si sono messi di traverso e la norma è sparita assieme all’obbligo di gara per gli ambulanti. Tutto viene sostituito da una delega al governo a mappare le concessioni pubbliche con i relativi canoni. “Un’operazione trasparenza”, la chiama Draghi in Cdm, che rivendica il metodo già usato per il catasto. “Mostrerà – spiega – la scarsa redditività per lo Stato della maggior parte delle concessioni”, che però non vengono toccate. Ieri le associazioni dei balneari festeggiavano lo scampato pericolo. Se il CdS dirà che la Bolkestein va applicata, si rischia la figuraccia, ma forse il governo sa già che la materia verrà demandata alla Corte di giustizia Ue.

Su pressione dei 5 Stelle in Cdm viene stralciato anche l’articolo che tagliava i tempi autorizzativi degli inceneritori. La Lega ottiene anche un cedimento sulle concessioni idroelettriche. Nel 2018 sono state regionalizzate, Draghi e il ministro del Tesoro, Daniele Franco, volevano riportarle allo Stato, ma alla fine cedono: se le Regioni non le assegneranno entro due anni, il governo eserciterà i poteri sostitutivi. Resta, invece, la delega per riformare il settore taxi e noleggio con conducente (già riformato nel 2019) aprendo alla liberalizzazione “anche in sede di conferimento delle licenze”. Qui la Lega cede, ma fa sapere di “aver chiesto tutele”. Le sigle dei tassisti sono in rivolta e promettono rivolta.

Quello su cui Draghi non ha ceduto è la delega al governo per riformare i servizi pubblici locali (trasporti, energia, rifiuti, acqua etc.). In sostanza, entro sei mesi, arriverà un decreto attuativo che renderà più difficile per gli Enti locali l’affidamento dei servizi a società pubbliche e in house. I Comuni dovranno motivare all’Antitrust, con tanto di analisi sui costi e i servizi agli utenti, perché non ricorrono al mercato. Motivazioni che potranno essere impugnate dalle imprese esponendo Comuni e amministratori a rischi economici. La delega impone una serie di paletti e monitoraggi per disincentivare l’affidamento in house e concede incentivi alle aggregazioni (cosa che non dispiace alle grandi multiutility). I servizi pubblici locali valgono circa 11 miliardi l’anno, l’86% dei quali (dice la Corte dei Conti) affidati a società pubbliche o parapubbliche. È questo sistema che si vuole scardinare da tempo.

Draghi è riuscito a imporsi su 5 Stelle e Pd, ma l’imbarazzo vale per tutti i partiti visto che in generale i sindaci non gradiscono interventi così duri. Il resto della legge è un pot-pourri di norme, dalla sanità alle Tlc fino alle Authority indipendenti. Non mancano, come spesso accade, i regali alle lobby. Uno dovrebbe riguardare la Rc auto: viene esteso il “risarcimento diretto”, pratica esclusivamente italiana e in mano a un oligopolio di compagnie. Nei porti, invece, si apre alla concentrazione delle concessioni.

De Maledetti

L’altra sera, verso le 21, abbiamo avuto la netta sensazione che, a dispetto dei sondaggi, Conte e Letta abbiano ottime chance di vincere le elezioni: è stato quando Carlo De Benedetti ha dichiarato a Ottoemezzo che il primo è “un vuoto a perdere” e il secondo “non è un leader”. Non vorremmo invece essere nei panni di Mattarella e Draghi, colpiti e affondati dal bacio della morte di Cdb che li ha definiti “due fuoriclasse” da imbullonare alle rispettive poltrone, a costo di “torcere un po’ la Costituzione”. Massì, che sarà mai. L’ultima volta che il noto portafortuna diede del fuoriclasse a qualcuno fu il 14 novembre 2014 con Renzi, che infatti non se ne riebbe mai più. Ora naturalmente Cdb, forse per modestia, dimentica di averlo creato lui, il Rottamatore rottamato, nei laboratori del fu gruppoRepubblica, intuendone il genio già quand’era sindaco di Firenze e accompagnandolo amorevolmente di fiasco in fiasco fino alla catastrofe finale. Ora che Matteo Zerovirgola non conta più nulla, scopre che “non è una persona seria” perché “consigli gliene ho dati tanti, ma lui non ne ha seguito nessuno”.

Dimentica, sempre per modestia, che di consigli gliene dava anche Matteo e lui li seguiva. Come nel 2016, quando l’allora fuoriclasse gli spifferò in esclusiva l’imminente decreto Banche e lui corse a speculare in Borsa su quell’informazione privilegiata e proibita, guadagnando 600mila euro sull’unghia senza muovere un dito. Una simpatica usanza che purtroppo Conte interruppe bruscamente, infatti Cdb – dopo vari tentativi di avvicinamento respinti – prese ad attaccarlo, facendo la sua fortuna. Memorabile, il 14 luglio 2020, il suo vaticinio sulla disfatta di quella “nullità” di Conte al negoziato sul Recovery Fund, sette giorni prima che la nullità tornasse da Bruxelles con 209 miliardi in saccoccia. “Pur di liberarci di Conte e dei 5Stelle sono pronto a tutto, anche a rimandare Berlusconi al governo”, tuonò l’Ingegner Rosicone. E, ora che ha coronato almeno la seconda metà del sogno, strilla perché, a furia di riabilitarlo, B. rischia di salire al Colle: “Un condannato per evasione fiscale! Sarebbe una cosa indegna: restituirei il passaporto” (quello italiano, si presume, non quello svizzero). Ma anche qui fa il modesto, avendo collezionato nel suo piccolo una mezza prescrizione per tangenti su appalti alle Poste, una condanna tributaria d’appello per un’evasione fiscale da 388,6 milioni (chiusa alla vigilia della Cassazione versandone al fisco 175,3), un’oblazione da 50 milioni di lire per insider trading e un patteggiamento da 52 milioni di lire per i falsi in bilancio Olivetti. Quindi, per carità: che nessuno si sogni di proporgli il Quirinale sennò restituisce pure il passaporto svizzero e mi diventa apolide.

Quel “Paradiso” all’improvviso: Caserio, giovane star delle soap

“Il Paradiso è arrivato nel momento più difficile, quando ero sul punto di lasciare tutto” ammette Emanuel Caserio, 31 anni, che dal 2018 dà voce e volto a Salvatore Amato, uno dei personaggi più amati de Il paradiso delle signore, la soap opera in onda su Rai1 che dal 2016 domina la fascia oraria pomeridiana dal lunedì al venerdì. Caserio, 31 anni, è entrato nel cast della serie dal 2018, in un ruolo “che ho amato fin da subito, perché si tratta di un personaggio spontaneo, genuino e pratico, molto vicino a quella che è stata la mia storia” commenta l’attore, facendo riferimento al suo percorso di vita.

Caseriosi è diplomato al Centro sperimentale di cinematografia di Roma, facendo nel mentre tanti lavoretti, “per mantenermi ma anche per studiare le persone”. “Un giorno – prosegue – andai dal regista Daniele Luchetti, uno dei miei insegnanti, e gli chiesi come potessi migliorare. Lui mi disse di andare a lavorare e stare a contatto con le persone, il miglior modo per diventare un grande interprete”. Caserio accettò il consiglio, e quando non era a scuola cominciò a dividersi fra tanti impieghi manuali, dal cameriere al barman. “Una persona a cui servivo un piatto di pasta al ristorante, ad esempio, poteva essere un motivo di crescita: osservavo e capivo cosa potevo prendere da chi mi trovavo davanti e come riutilizzarlo nei miei personaggi” spiega Caserio.

Dopo il diploma ha iniziato a lavorare in televisione, con tanti piccoli ruoli che gli hanno aperto la possibilità di arrivare al cinema nel 2016, con un ruolo di coprotagonista nel film Forever Young scritto e diretto da Fausto Brizzi. Un segnale che le cose stavano iniziando a ingranare per lui, ma a cui seguirono invece due anni di quasi inattività. “Da quel momento in poi non riuscivo a superare i provini, e fu un momento molto duro” confessa. “Sentivo di non valer niente, anche perché l’attore è un mestiere in cui se non ci credono gli altri, finisce che non ci credi neanche tu, o almeno io la vivevo così”. Nel 2018, nel momento che lui reputa più difficile nella sua carriera, arriva però l’occasione del Paradiso delle signore, all’epoca alla terza stagione. “Devo molto alla serie – continua Caserio – e soprattutto al personaggio di Salvatore, un personaggio che col tempo ho imparato a conoscere a 360 gradi”. Non c’è però solo la televisione nella sua vita professionale: nei prossimi mesi arriverà in sala come uno dei protagonisti della commedia I cassamortari, diretta da Claudio Amendola. “Sono felice della riapertura dei teatri e dei cinema, ce n’era bisogno. Di recente sono andato in sala a vedere Freaks out di Gabriele Mainetti, meraviglioso: i progetti interessanti ci sono, hanno solo bisogno di spazio”.

Gran casinò a Baden-Baden, tra Dostoevskij e Turgenev

Prima di essere, dal 1993, il giornale del premio Nobel Dmitrij Muratov e di Anna Politkovskaja, Novaja Gazeta è stato dal 1980 al 1984 il nome di uno dei due settimanali editi dagli emigrati russi di New York: fu nel numero del 13 marzo 1982 che apparve la prima puntata del breve romanzo Estate a Baden-Baden di Leonid Cypkin, oscuro e appartato medico ebreo nato a Minsk nel 1926 e destinato a morire sette giorni dopo, il 20 marzo. Figlio di una famiglia perseguitata prima dal Terrore staliniano e poi dai nazisti, Cypkin ebbe una vita difficile nell’Urss, segnata da qualche successo professionale e dall’hobby della scrittura (niente fu pubblicato), ma divenuta impossibile, in termini di salario e di carriera, da quando nel 1977 emigrò negli Stati Uniti il figlio Michail – il quale in uno scritto ricorda la solitudine, la meticolosità e il silenzio del genitore.

Non parleremmo di tutto ciò se al principio degli anni 90 Susan Sontag, rovistando in una bancarella a Charing Cross, non avesse riscoperto l’Estate propiziandone la ripubblicazione e la traduzione inglese, e scrivendo una prefazione entusiastica: oggi romanzo e prefazione vengono proposti in italiano da Neri Pozza per le sapienti cure di Margherita Crepax.

La storia parla del viaggio in treno da Mosca a Leningrado di un anonimo narratore, una sera del secondo dopoguerra: in quel vagone, la lettura delle Memorie di Anna Grigor’evna Dostoevskaja (la seconda moglie di Fëdor) si trasforma in una fantasmagoria che senza soluzione di continuità né distinzione di piani immerge il lettore nel viaggio in Germania compiuto dalla coppia Dostoevskij nell’estate del 1867 (Dresda, Francoforte, Baden-Baden, Basilea). Il centro del racconto si sposta dunque verso una vivida e meticolosa ricostruzione, sempre sul limite dell’onirico e dell’astratto, dei giorni in cui il sommo scrittore cadde preda della sua rovinosa passione per il gioco d’azzardo, giungendo a vendere o impegnare tutti gli averi suoi e della giovane consorte, il cui intervento alla fine lo salverà dal baratro.

Da un lato questo libro è una sorta di “riscrittura” di un brano della biografia di Dostoevskij, indotta dall’immedesimazione dell’autore nel personaggio (chiamato col diminutivo affettuoso di Fedja), che non arretra nemmeno dinanzi alla presa di coscienza del suo irrecuperabile antisemitismo, quale emerge anzitutto dal Diario di uno scrittore. Una riscrittura che passa anche per la sussunzione di personaggi o temi propri dell’opera dell’autore russo, da Stavrogin al principe Myškin a Katerina Ivanovna, fino allo stesso ruolo dell’arte – la Madonna Sistina di Raffaello, il Cristo Morto di Holbein (ben citato nell’Idiota), il ritratto funebre di Dostoevskij eseguito da Kramskoi.

D’altra parte, nel rifugiarsi in una vita fatta di carta (nel libro compaiono per varie vie anche altri autori, da Turgenev, anch’egli presente a Baden-Baden in quell’anno, fino ai ben più recenti Cvetaeva e Nabokov), Cypkin rinnega non solo le convenzioni eroiche della scrittura del socialismo reale, ma proprio la stessa realtà contemporanea, che si fa largo solo a tratti: nelle ultime pagine, dove il narratore parla della sua visita a un’amica a Leningrado e descrive la città, ma anche in alcuni “ritorni” della narrazione in prima persona, per esempio quando alle vicende dei Dostoevskij vengono sovrapposte quelle di dissidenti come lo scrittore Aleksandr Solzenicyn (il celebre atterraggio a Francoforte dopo l’espulsione dall’Urss nel 1974), o il fisico Andrej Sakharov con la moglie Elena Bonner (confinati nel 1980 a Gorkij, oggi Nizhnij-Novgorod).

Scritto in uno stile originale, un po’ à la Thomas Bernhard, con frasi-paragrafo frante, libere e avvolgenti a segnare un flusso ininterrotto di immagini e pensieri, Estate a Baden-Baden vive dell’idiosincrasia di un autore “fuori dai giri che contano”, e del ricorrere quasi formulare di un paio di movimenti metaforici: il nuoto, ostinata e leggiadra allegoria dell’amore e dell’atto sessuale, e la scalata sulla nuda roccia, figura di un’ascesa verso il vuoto o il cielo, verso la luce o la morte – la prima, allucinata salita Fëdor e Anna la imboccano al ritmo dell’Egmont di Beethoven sul prato del Kurhaus di Baden-Baden, a pochi metri dalla stramaledetta roulette.

Il cinema a marchio doc

“Il documentario è strumento di speranza”. A dar retta alla madre del cinema del reale in Italia, la compianta Cecilia Mangini, la speranza oggi è diffusa, persino contagiosa: dai festival agli streamer, senza dimenticare la sala, il documentario se la passa benissimo. Uno stato di salute che chiama in causa la Storia ultima scorsa, trae giustificazione nel presente (post) pandemico e illumina il futuro dell’audiovisivo.

È del 2004 lo sdoganamento festivaliero in grande stile, allorché la giuria presieduta da Quentin Tarantino assegna la Palma d’Oro del 57esimo Festival di Cannes a Fahrenheit 9/11 di Michael Moore. “Se avessimo potuto dare un premio al miglior attore comico, lo avremmo assegnato a Bush. Ma attenzione: non è un film sul capo della Casa Bianca o sulla guerra, è un’opera sul sistema nel quale stiamo sprofondando, sul potere che ci manipola”, dichiarò a latere la giurata Tilda Swinton. Vuoi per perculare George W., vuoi per soddisfare l’appetito (contro)informativo, il pubblico si moltiplicò: Fahrenheit 9/11 rastrellò 222 milioni di dollari al box office globale, record ancora ineguagliato da un documentario. Come da titolo, l’11 settembre 2001 era contemplato: il presidente Bush, già informato del primo schianto aereo al World Trade Center, alla notizia del secondo proseguiva nella lettura del libro per bambini in una scuola elementare della Florida. Al di là del voltaggio sarcastico la ricorrenza del 9/11 era centrale, e spiega l’attuale fortuna del genere: l’uno-due degli aerei nelle Twin Towers assestava una combinazione ancor più devastante a immagine e immaginario, le Torri cadevano e il cinema non era della partita. Non aveva preconizzato, prefigurato nulla, con un correlato fondamentale: dall’11 settembre in poi la sospensione dell’incredulità, che da spettatori devoti osservammo in sala per cent’anni e più, ci sarebbe stata richiesta dalla realtà.

Vent’anni più tardi il Covid-19 ha rincarato la dose: tra chiusura dei cinema e dominio delle piattaforme, il nostro paradigma osservazional-esistenziale è radicalmente mutato; abbiamo iniziato a vivere l’irrealtà (del lockdown e derivati) e a farci spettatori della realtà, da cui l’apoteosi del documentario. Se questa transizione sia stata fiancheggiata, o addirittura finalizzata, dalla penuria di idee originali, ossia dalla scarsezza degli sceneggiatori, non è dato sapere, ma l’ipotesi non pare troppo distante dallo stato dell’arte: non sono bastati Nanni Moretti (Habemus Papam) e Paolo Sorrentino (The Young Pope e The New Pope) per congegnare la Via Crucis di papa Francesco del 2020 in una piazza san Pietro deserta e bagnata, perché dovrebbero soddisfarci epigoni e carneadi in scrittura?

Di fronte all’inedito e all’inaudito la documentazione ha soppiantato l’invenzione. Abbasso la finzione, dunque, e in alto i docu, così in cielo come in streaming. Netflix non è solo Bridgerton o Squid Game, ma anche The Last Dance, sul cestista delle meraviglie Michael Jordan, Tiger King, sul criminale collezionista di felini Joe Exotic, e, alle nostre latitudini, SanPa: luci e tenebre di San Patrignano: il successo è analogo, o giù di lì, piuttosto cambia il nostro modo di guardare quando è la realtà a scrivere le immagini, la storia a informarle, i fatti a richiamarle?

Poco importa, la miniserie Lo squartatore (dello Yorkshire), la gemella americana Nightstalker: Caccia a un serial killer non si fanno forse preferire ai thriller ultimi scorsi? La predilezione del pubblico non è solo per il sangue, più o meno illustre, bensì per l’effetto ansiolitico, ancor più ricercato in pandemia: e chi meglio del noto, e del notorio, per rassicurarci?

Il biografico va via come il pane, nelle sue infinite varianti: dall’autofiction Vita da Carlo (Verdone), da domani su Amazon, a Vitti d’arte, Vitti d’amore di Fabrizio Corallo, targato Rai Documentari e sempre domani in prima serata su Rai3; da (Frank) Zappa, dal 15 al 17 novembre in sala, a Caterina Caselli – Una vita, cento vite di Renato De Maria, dal 13 al 15 dicembre, e Marina Cicogna – La vita e tutto il resto, domani sugli schermi. Per tacere dello storico, soprattutto se accompagnato: Napoleone. Nel nome dell’arte, con Jeremy Irons, dall’8 al 10 novembre, e Pompei. Eros e mito di Pappi Corsicato, con Isabella Rossellini, dal 29 novembre al 1° dicembre.

Non è tutto oro, in verità, perché il documentario rimane il parente povero del cinema di finzione: costa meno, di qui anche la prevalenza di documentariste, e non impegna, produttivamente, troppo. L’archivio è sovente la voce di spesa maggiore, sicché annoverare la Rai tra i produttori è esigenza alimentare: una mano santa. Eppure, derubricare le fortune del cinema del reale a convenienza economica sarebbe ingeneroso, anzi, miope. Perché il documentario, nella sua forma e sostanza migliore, rivela – come ebbe a dire Martin Scorsese del nostrano demiurgo Vittorio De Seta – “un antropologo che parla con la voce del poeta”.