“Il documentario è strumento di speranza”. A dar retta alla madre del cinema del reale in Italia, la compianta Cecilia Mangini, la speranza oggi è diffusa, persino contagiosa: dai festival agli streamer, senza dimenticare la sala, il documentario se la passa benissimo. Uno stato di salute che chiama in causa la Storia ultima scorsa, trae giustificazione nel presente (post) pandemico e illumina il futuro dell’audiovisivo.
È del 2004 lo sdoganamento festivaliero in grande stile, allorché la giuria presieduta da Quentin Tarantino assegna la Palma d’Oro del 57esimo Festival di Cannes a Fahrenheit 9/11 di Michael Moore. “Se avessimo potuto dare un premio al miglior attore comico, lo avremmo assegnato a Bush. Ma attenzione: non è un film sul capo della Casa Bianca o sulla guerra, è un’opera sul sistema nel quale stiamo sprofondando, sul potere che ci manipola”, dichiarò a latere la giurata Tilda Swinton. Vuoi per perculare George W., vuoi per soddisfare l’appetito (contro)informativo, il pubblico si moltiplicò: Fahrenheit 9/11 rastrellò 222 milioni di dollari al box office globale, record ancora ineguagliato da un documentario. Come da titolo, l’11 settembre 2001 era contemplato: il presidente Bush, già informato del primo schianto aereo al World Trade Center, alla notizia del secondo proseguiva nella lettura del libro per bambini in una scuola elementare della Florida. Al di là del voltaggio sarcastico la ricorrenza del 9/11 era centrale, e spiega l’attuale fortuna del genere: l’uno-due degli aerei nelle Twin Towers assestava una combinazione ancor più devastante a immagine e immaginario, le Torri cadevano e il cinema non era della partita. Non aveva preconizzato, prefigurato nulla, con un correlato fondamentale: dall’11 settembre in poi la sospensione dell’incredulità, che da spettatori devoti osservammo in sala per cent’anni e più, ci sarebbe stata richiesta dalla realtà.
Vent’anni più tardi il Covid-19 ha rincarato la dose: tra chiusura dei cinema e dominio delle piattaforme, il nostro paradigma osservazional-esistenziale è radicalmente mutato; abbiamo iniziato a vivere l’irrealtà (del lockdown e derivati) e a farci spettatori della realtà, da cui l’apoteosi del documentario. Se questa transizione sia stata fiancheggiata, o addirittura finalizzata, dalla penuria di idee originali, ossia dalla scarsezza degli sceneggiatori, non è dato sapere, ma l’ipotesi non pare troppo distante dallo stato dell’arte: non sono bastati Nanni Moretti (Habemus Papam) e Paolo Sorrentino (The Young Pope e The New Pope) per congegnare la Via Crucis di papa Francesco del 2020 in una piazza san Pietro deserta e bagnata, perché dovrebbero soddisfarci epigoni e carneadi in scrittura?
Di fronte all’inedito e all’inaudito la documentazione ha soppiantato l’invenzione. Abbasso la finzione, dunque, e in alto i docu, così in cielo come in streaming. Netflix non è solo Bridgerton o Squid Game, ma anche The Last Dance, sul cestista delle meraviglie Michael Jordan, Tiger King, sul criminale collezionista di felini Joe Exotic, e, alle nostre latitudini, SanPa: luci e tenebre di San Patrignano: il successo è analogo, o giù di lì, piuttosto cambia il nostro modo di guardare quando è la realtà a scrivere le immagini, la storia a informarle, i fatti a richiamarle?
Poco importa, la miniserie Lo squartatore (dello Yorkshire), la gemella americana Nightstalker: Caccia a un serial killer non si fanno forse preferire ai thriller ultimi scorsi? La predilezione del pubblico non è solo per il sangue, più o meno illustre, bensì per l’effetto ansiolitico, ancor più ricercato in pandemia: e chi meglio del noto, e del notorio, per rassicurarci?
Il biografico va via come il pane, nelle sue infinite varianti: dall’autofiction Vita da Carlo (Verdone), da domani su Amazon, a Vitti d’arte, Vitti d’amore di Fabrizio Corallo, targato Rai Documentari e sempre domani in prima serata su Rai3; da (Frank) Zappa, dal 15 al 17 novembre in sala, a Caterina Caselli – Una vita, cento vite di Renato De Maria, dal 13 al 15 dicembre, e Marina Cicogna – La vita e tutto il resto, domani sugli schermi. Per tacere dello storico, soprattutto se accompagnato: Napoleone. Nel nome dell’arte, con Jeremy Irons, dall’8 al 10 novembre, e Pompei. Eros e mito di Pappi Corsicato, con Isabella Rossellini, dal 29 novembre al 1° dicembre.
Non è tutto oro, in verità, perché il documentario rimane il parente povero del cinema di finzione: costa meno, di qui anche la prevalenza di documentariste, e non impegna, produttivamente, troppo. L’archivio è sovente la voce di spesa maggiore, sicché annoverare la Rai tra i produttori è esigenza alimentare: una mano santa. Eppure, derubricare le fortune del cinema del reale a convenienza economica sarebbe ingeneroso, anzi, miope. Perché il documentario, nella sua forma e sostanza migliore, rivela – come ebbe a dire Martin Scorsese del nostrano demiurgo Vittorio De Seta – “un antropologo che parla con la voce del poeta”.