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Mattarella avrebbe potuto mettere il veto sul Rosatellum

Ad oggi sembra che tutti gli italiani abbiano fiducia e ripongano speranza nel presidente della Repubblica per uscire da questa grave situazione di empasse del risultato elettorale. Tuttavia, pur rispettando la carica Istituzionale, sono convinto che il presidente Mattarella sia reo di aver promulgato senza veto il c.d. “Rosatellum”.

Il capo dello Stato non ha voluto assumersi la responsabilità del “rinvio” del disegno di legge alle Camere giustificando che non poteva far prevalere le proprie idee sulle regole dettate dalla Costituzione.

Tuttavia, vi erano tutte le condizioni per rilevare difetti sostanziali, primo fra tutti la dubbia costituzionalità della legge: a Mattarella è mancato il coraggio di cui era dotato il suo predecessore Francesco Cossiga che ha utilizzato lo strumento del veto ben 22 volte.

Per questi motivi ritengo colpevole il presidente della Repubblica, tanto quanto i Parlamentari del “Rosatellum”, di questo caos che per l’ennesima volta causerà l’instabilità istituzionale.

Lucio Canzian

 

Ormai gli “statisti” non usano più nemmeno l’ipocrisia

Ora sappiamo che le elezioni non hanno espresso maggioranze omogenee. Ma niente paura, Brunetta, attuale “uomo forte” e braccio destro del Caimano, ha la soluzione.

Con la consueta improntitudine ha detto senza peli sulla lingua che proveranno a formare un governo di destra, accogliendo i fuoriusciti degli altri partiti. Nell’altro campo (si fa per dire), il distruttore della sinistra, bocciato sonoramente dalla gente, annuncia delle strane dimissioni: se ne va ma solo dopo la formazione del nuovo governo! Vale a dire che non solo non si fa da parte come dice, ma dichiara di voler condizionare ogni scelta del Pd, anche da dimissionario. L’intento lo vedono anche i ciechi. Essendo impossibile formare un esecutivo con Mr. B. (vista l’indisponibilità della Lega), vuole impedire ogni eventuale intesa con i 5Stelle per l’unico governo possibile, fondato su punti programmatici precisi.

A spoglio fatto, gli “statisti” che abbiamo non si premurano neanche di ammantare con un po’ di ipocrisia le porcate e i giochini usuali, dicendo magari che lo fanno per il bene della patria.

Non è niente di nuovo, ma il disgusto per la miseria etica del ceto politico da accatto che abbiamo trova sempre ulteriori motivi per alimentarsi.

Mario Frattarelli

 

Ora spetta a Di Maio e Salvini pensare al bene comune

La responsabilità di Di Maio e Salvini, in questo momento storico, è enorme, “devono” concretizzare il cambiamento radicale che vuole il popolo in senso antiparassitario. Dimentichino le loro ambizioni personali e pensino solo a quello che il popolo italiano ha chiesto con queste elezioni. Ha chiesto di tornare ad essere una nazione normale governata nell’interesse del popolo e non in quello di una classe chiusa e parassitaria. Ha chiesto che l’Italia torni ad essere una nazione europea dove la meritocrazia è la regola.

Ha chiesto in sostanza il ritorno al rispetto della costituzione repubblicana calpestata negli ultimi 30 anni da gruppi di potere parassitari con grossi conflitti di interesse.

È un compito titanico, difficilissimo, ma che si “deve” intraprendere per i nostri figli e i nostri nipoti. È un dovere epocale paragonabile solo al Risorgimento e alla nostra Resistenza.

Se saranno capaci di capirlo la rinascita del Paese sarà potente e rapida paragonabile solo al “miracolo italiano”.

Francesco Degni

 

La parabola di Calenda, da non eletto a iscritto

L’ex ministro Calenda, dopo essersi candidato con Scelta Civica senza riuscire ad essere mai eletto, da buon uomo di destra, corona oggi il suo sogno e può finalmente iscriversi al Pd.

Paolo Sanna

 

Perché hanno tutti scommesso su chi ha distrutto il partito?

A parte tutti gli altri aspetti correlati con le elezioni politiche, sarebbe pertinente e interessante farsi una domanda antropologica.

Ovvero, in un particolare capitolo di detta materia, inserire e argomentare sulla incomprensibile ratio che le forze economiche, mediatiche ed altro abbiano potuto investire su un simpatico, sì, personaggio, ma, dall’arrogante, ancorché infruttifero modus operandi. Superfluo rinominarlo.

Ha avuto la sovrumana forza di distruggere un Partito, appunto, Pd, una forza popolare col maggior numero di voti e parlamentari; peraltro, nato dal Manifesto dei Valori che aveva determinato (o cercato di farlo) una svolta non soltanto politica, bensì anche culturale.

Sarà stato qualche super agente sotto copertura di un ipotetico e misterioso potentato. Veramente strano.

In certi settori della Società, ad esempio quelli in divisa (che, comunque, hanno sempre un limitato potere di fronte ai politici), oltre alla valutazione psicologica (anche per loro si dovrebbe progettare), si spacca il capello in quattro onde individuare una susseguente meritocrazia.

Luciano Di Camillo

La politica deve unire le forze migliori. Come contro le Br

“L’annientamento della scorta di Aldo Moro? Pensavamo che rispondessero al fuoco, non immaginavamo che fossero così sorpresi. Il colpo di grazia? Non era stato concordato”.

Adriana Faranda. “Belve”, Loft produzioni mercoledì 14 alle 23,30, canale Nove – Discovery

 

Un ritorno al passato per accettare il presente. È un confronto che viene spontaneo se si ascolta il racconto di Adriana Faranda, la brigatista rossa che partecipò al rapimento di Aldo Moro nel 1978, intervistata da Francesca Fagnani. Forse è difficile che se ne renda conto chi 40 anni fa era ancora un ragazzo. Non può non ricordarlo chi oggi ha i capelli grigi, e magari si lamenta di tutto e pensa di vivere nella peggiore Italia possibile. No, dalla caduta del fascismo quello per il nostro Paese fu il periodo più buio: gli anni di piombo. Il quindicennio che va dalla strage di piazza Fontana del dicembre 1969 fino al 1984. Quando dopo centinaia di morti e un numero imprecisato di sopravvissuti, colpiti per sempre nel corpo e nell’anima, la falce del terrorismo (rosso e nero) cessò la mietitura di sangue, finalmente sconfitta dallo Stato. “Ci sentivamo in guerra”, dice la Faranda e infatti l’esercito di cui faceva parte scatenò una guerra totale che ogni giorno poteva colpire quando voleva, dove voleva e chi voleva. Successivamente, la rimozione della memoria fu anche favorita da chi aveva interesse a liquidare il terrorismo come la scelta folle di un gruppo tutto sommato ristretto di menti criminali. Non fu così. Ricorda l’ex brigatista che il 16 marzo del 1978, alla notizia del rapimento di Moro, molti brindarono nei bar. E c’è chi ha raccontato che quella stessa mattina da un gruppo di studenti in visita a Montecitorio si levò un applauso. Le Br riscuotevano simpatie diffuse non solo nelle fabbriche o nelle università, ma nella pancia di una nazione che viveva il trentennio democristiano con insofferenza e disgusto. Un regime considerato irrimediabilmente corrotto, in una visione distruttiva che non risparmiava il Pci considerato complice dei “ladri” e artefice del tradimento della classe lavoratrice. È vero che lo sciopero generale indetto dopo la strage di via Fani mobilitò le masse ma non ha torto la “postina” delle Br nel ricordare che furono calcolati in 40mila i simpatizzanti e fiancheggiatori del terrorismo rosso. Lo Stato vinse quando il delirio rivoluzionario affogò nel sangue che aveva sparso e nella sua stessa impotenza. Ma fu anche merito delle forze migliori di una politica che mise da parte inimicizie e sospetti per fare fronte comune contro il mostro. Era il tempo in cui il segretario comunista Enrico Berlinguer e quello missino Giorgio Almirante si incontravano in segreto per scambiarsi informazioni su chi all’estrema sinistra e all’estrema destra dei loro partiti cavalcava il terrore. Lo rammentino coloro che oggi considerano la politica sempre una parolaccia. Capaci soltanto di vivere l’immediatezza della propria rabbia. Senza voler sapere nulla di ciò che siamo stati.

Tre campanelle e l’eterna vana speranza della vincita

Uno, due e tre: la campanella dov’è? “Quando capisci che non si tratta di un gioco di abilità è ormai troppo tardi. Le tue tasche sono già vuote e tu sei solo l’ennesimo pollo che si è fatto spennare. In pochi secondi ti sale l’amaro in bocca e il cuore comincia a batterti all’impazzata. Quel ticchettio fa talmente rumore che tutti i suoni intorno a te escono ovattati. Vorresti tanto che si trattasse di un incubo, ma tutti quegli uomini che ti tirano la giacca, che ti parlano, che ti dicono di continuare a provarci perché ormai “è la volta buona”, che ti hanno accerchiato da oltre dieci minuti, senza che te ne sia neanche accorto, sono invece dannatamente reali. E quel mix tra arrabbiatura, desolazione, sconforto e, soprattutto, tanta paura ti spinge ad allontanarti e andare verso la tua macchina. Mettere in moto e augurarti che possa lasciarti alle spalle tutto quello che ti è successo il prima possibile. Ma, mentre singhiozzi come un bambino e le lacrime ormai ti hanno annebbiato la vista, ti rendi conto che stai in autostrada e che non è il caso di rischiare anche la vita”.

Difficile interrompere Giuseppe, un operaio di quasi 40 anni, mentre ti racconta quello che gli è accaduto due anni e mezzo fa nell’area di servizio Sillaro dell’autostrada A14. Un punto di ritrovo che conosce molto bene, visto che per lavoro un paio di volte a settimana va da Vernio a Bologna. “Lì la tappa caffè è proprio d’obbligo. Così – racconta l’uomo – quando dopo diverse mattinate ho continuato a vedere lo stesso capannello di persone dietro l’entrata dei bagni, un giorno mi sono convinto a vedere di cosa si trattava. Il giorno più sbagliato in assoluto. La mattina avevo ricevuto lo stipendio e avevo 1.300 euro in contanti”. Il gioco è sempre lo stesso da decenni. È la truffa più antica e, malgrado tutto, rimane intramontabile: c’è l’imbonitore di turno che, con destrezza e abilità, fa girare le campanelle su un banchetto; i finti giocatori suoi sodali; un palo pronto ad avvisare tutti dell’arrivo delle forze dell’ordine. E il trucco: l’impossibilità di indovinare sotto quale delle tre campanelle sia nascosta la pallina per il semplice fatto che questa viene abilmente fatta sparire e piazzata poi sotto una diversa da quella scelta dal giocatore. Peccato che nel frattempo, ti fanno vincere la prima volta, continui a puntare decine di volte 100 euro sotto una campanella, perché sei certo che quella volta sarà quella giusta. Quella del riscatto che ti permetterà di riprenderti tutti i tuoi soldi. E a fartelo credere sono soprattutto le urla dei complici del campanellaro che ti incita a puntare sempre più soldi e sbancare tutto. Cosa che non accadrà. Mai.

Quello che, invece, è successo a Giuseppe nel frattempo è diventato cronaca: con il gioco delle tre campanelle, per quasi due anni, una banda di 13 uomini, in maggioranza napoletani ha mietuto centinaia di vittime sull’Adriatica tra camionisti, fattorini, avventori occasionali. Chi non stava al gioco e si lamentava della truffa veniva anche minacciato o in alcuni casi il denaro veniva letteralmente strappato dalle mani delle vittime e poi puntato su una delle tre campane. Un incubo per i malcapitati durato fino a maggio 2016, quando i malviventi sono stati arrestati dalla polizia stradale durante l’operazione “Gamble away”.

In particolare, le indagini sono cominciate nel settembre del 2014 e per dieci mesi gli investigatori hanno ripreso con alcune telecamere il modus operandi: un’associazione a delinquere in piena regola a cui vengono contestati reati che vanno dalla truffa alla rapina impropria, dal furto all’estorsione. Il gruppo è stato in grado di guadagnare circa 70mila euro a settimana, ma nei mesi estivi la somma è arrivata anche a superare 100mila euro grazie ai turisti che affollavano la stazione di rifornimento. Gli investigatori hanno intercettato anche due degli indagati che ridono del fatto di avere vinto un concorso pubblico nella scuola: “Figuriamoci se vado a fare il bidello per poco più di mille euro al mese”, dice uno al complice, confessando che rifiuterà il posto.

Un fenomeno, quello delle sòle in autostrada che per troppi anni è stato dipinto come “una truffa simpatica alla Totò, ma che non ha niente a che fare con il divertimento: si tratta di delinquenti che guadagnano sulla pelle della gente”, hanno avuto modo di spiegare gli inquirenti che hanno sgominato la banda. E, proprio grazie a questa operazione, le truffe in autostrada hanno avuto un piccolo arresto, come confermano i dati della Polstrada: se nel 2016 ne sono state registrate 663, lo scorso anno il dato è sceso a 474. Che, comunque, equivale a dire quasi una truffa e mezza al giorno. Più presenza di pattuglie presso gli autogrill e più prevenzione stanno, quindi, scalfendo queste bande specializzate. Anche se il dato è fortemente al ribasso: la maggioranza delle vittime decide, infatti, di non sporgere denuncia perché si vergogna e non vuole che la famiglia lo venga a sapere. E non si tratta solo del gioco delle tre campanelle, o della variante delle tre carte. A continuare ad alimentare la casistica delle truffe ci sono anche la vendita degli abiti griffati contraffatti e quella degli smartphone o dei tablet. Si pensa di acquistare a 200 euro l’ultimo modello in commercio, proprio come viene mostrato dai delinquenti, ma poi una volta in macchina si scopre che dentro la scatola al massimo c’è un mattone.

Più presenza di pattuglie presso gli autogrill e più prevenzione stanno, quindi, scalfendo queste bande specializzate. Anche se il dato è fortemente rivisto al ribasso: la maggioranza delle vittime decide, infatti, di non sporgere denuncia perché si vergogna e non vuole che la famiglia lo venga a sapere.

“Sembrerà strano – spiega la Polizia – ma il consiglio che possiamo dare è solo di non fermarsi mai a guardare come funziona il gioco delle tre campanelle, perché è già il primo step della truffa”.

Treviso, un sospetto fermato per l’omicidio dei pensionati di Rolle

Svolta nel duplice delitto di Cison di Valmarino, in provincia di Treviso: nove giorni dopo la barbara uccisione della coppia di anziani nel giardino della loro casa, nella frazione di Rolle, i carabinieri hanno stretto il cerchio sul presunto assassino, fermandolo nella notte tra venerdì e sabato e portandolo in carcere. Si tratta di un 35enne con qualche lavoro da operaio alle spalle, ma nessuna occupazione stabile, anch’egli di Cison. Si tratta di un fermo deciso dalla Procura di Treviso, una misura d’urgenza che ora dovrà essere convalidata dal gip. Gli investigatori stanno continuando a sentire amici e parenti delle vittime per cercare di risalire al movente dell’omicidio, ancora non chiaro, anche se si sospetta la natura economica. Forse il denaro che i due anziani potevano avere in casa, o altre vicende per adesso non svelate dagli investigatori. Nel passato del sospetto qualche problema di dipendenza, riferisce chi in paese lo conosce. La coppia, Loris Nicolasi di 72 anni, e la moglie Anna Maria Niola di 69, era stata aggredita la mattina dell’1° marzo scorso con ferocia, colpiti entrambi da colpi di arma da taglio, forse un pugnale, e lasciati morenti sul prato dietro la loro casa, una zona di campagna a Rolle di Cison.

Sicilia senz’acqua, polemica su Musumeci

Un flusso d’acqua continuo e ininterrotto, 500 litri al secondo, che da un buco della rete di Scillato finiscono per riversarsi in mare, ogni giorno da oltre sette anni. E poi la diga di Rosamarina, tre milioni di metri cubi gettati in mare per consentire la pulizia dell’impianto, stessa sorte riservata, tra qualche giorno all’invaso Poma.

La Sicilia assetata con una mano getta l’acqua in mare e con l’altra chiede (ed ottiene) dal governo Gentiloni lo stato di emergenza, parola magica che nell’isola è sinonimo di business e problemi irrisolti. Costerà 500 mila euro, per ora, per il solo personale, e poi ci sono ulteriori 3,88 milioni di euro da prendere dal patto per il Mezzogiorno. Cifre che hanno indotto Claudia Mannino, deputata Verde uscente (ex 5 Stelle), a chiedere “quali progetti destinati ad essere finanziati dal Patto per il Mezzogiorno (13,4 miliardi di euro di cui 2,65 miliardi destinati alla Sicilia) non vedranno la luce poiché saranno dirottati sull’emergenza idrica di Palermo?’’. L’isola, insomma, non ha fatto in tempo ad uscire dall’emergenza rifiuti, il cui rinnovo è stato bloccato da un emendamento della stessa Mannino che il governatore Nello Musumeci dovrà occuparsi delle “misure urgenti e straordinarie tra cui il rifornimento idrico con autobotti a fini potabili’’. E se l’avveniristico logo di Palermo “Capitale della cultura” realizzato in quadricromia sfuma nel bianco e nero delle foto anni 60 di una Palermo assetata con la gente in fila alle fontanelle con i mano i bidoni e le autobotti pronte a rifornirle, la Mannino si chiede in una nota “di chi sono le autobotti? Individuate con che metodo? Con affidamento diretto o bando di gara?’’.

La deputata Verde parla di vere e proprie “stranezze’’ nel decreto che stabilisce l’emergenza, emesso sulla base non di un evento calamitoso, ma di una prevedibile siccità: “Mi chiedo se già questa ordinanza, che fa risalire le cause dell’emergenza agli eventi del 2016 e del 2017 – scrive la Mannino – non avrebbe dovuto/potuto circostanziare una gamma di interventi’’. Innanzitutto sulle reti, ridotte a colabrodo, dalle quali si perde oltre il 50 per cento dell’acqua, a fronte del 19 per cento della Val d’Aosta: “E non va dimenticato – aggiunge la Mannino – che molti Comuni hanno ceduto all’Amap (ente gestore) le proprie reti con una sorta di baratto, a mio avviso del tutto sbilanciato in favore dell’Amap, ovvero acquistando una singola azione della Amap Spa’’ e diventando azionisti di una società “la cui struttura finanziaria non è del tutto nota: non pochi Comuni hanno approvato questa operazione con il parere negativo dei rispettivi revisori dei conti’’.

Perplessità analoghe a quelle manifestate qualche giorno fa dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando alla notizia dello svuotamento della diga di Rosamarina, a Caccamo, da parte della Regione: “Non può che lasciare perplessi, per tempistica e modalità – ha detto Orlando –, al governo regionale e a quello nazionale chiediamo un urgentissimo intervento per evitare che la regione sia ancora una volta protagonista di scelte che in futuro saranno additate come esempio di incapacità gestionale, se non peggio”.

La palla passa a Musumeci, commissario per un anno prorogabile per altri 12 mesi: “Auguriamoci che non si prevedano rinvii pluriennali – dice la Mannino, secondo la quale è “assurdo identificare come commissario (e l’annessa struttura) qualcuno che fa già parte della stessa struttura amministrativa che negli anni avrebbe dovuto vigilare e monitorare la situazione al fine di prevenire disservizi, sprechi di denaro pubblico e dei cittadini’’.

Mezzo miliardo di dollari per gli F-35 da “aggiornare”

Pochi giorni fa l’Aeronautica Militare ha annunciato con orgoglio l’entrata in servizio del primo F-35 tricolore. Peccato che il nuovo cacciabombardiere, pagato la bellezza di 150 milioni di euro, così com’è non serva praticamente a nulla: vola e basta. Almeno di non spendere altre decine di milioni per aggiornare il suo computer di bordo. Lo stesso discorso vale per tutti gli F-35 pre-serie comprati dall’Italia: dieci già consegnati e un paio in arrivo.

A settembre il responsabile americano del programma, il viceammiraglio Mathias Winter, aveva ipotizzato la rottamazione degli F-35 prodotti finora a causa degli eccessivi costi di retrofit necessari per renderli utilizzabili. Mercoledì scorso, nel corso di una sua nuova audizione al Congresso, è venuto fuori che garantire l’operatività dei primi 360 aerei consegnati finora e in consegna quest’anno (Lotto 10) costerà la modica cifra aggiuntiva di 16 miliardi di dollari. “Una cifra incredibilmente alta che supera largamente ogni passata stima fornita al Congresso”, ha commentato la rappresentante democratica della commissione Difesa americana, Niki Tsongas. Così alta che, nel corso dell’audizione, il generale Usaf Jerry Harris l’ha dichiarata incompatibile con l’attuale budget dell’aeronautica americana.

Tutti questi soldi servono per pagare la cosiddetta fase C2D2, acronimo di Continuous Capability Development and Delivery (sviluppo e fornitura di capacità continuativi), consistente in aggiornamenti di software da installare sugli aerei ogni sei mesi per i prossimi sette anni per correggere gli errori e colmare le mancanze di programmazione così da portarli allo standard operativo “Block 4”, che dovrebbe essere di serie sui futuri modelli. Un piano giudicato irrealistico dallo stesso Pentagono per i tempi e i modi della sua realizzazione e fatalmente destinato a incontrare ulteriori rallentamenti e aumenti di costi.

Quanto toccherà pagare all’Italia? Rimanendo all’ottimistica stima di 16 miliardi di dollari, il viceammiraglio Winter ha spiegato che la quota a carico di partner e clienti stranieri del programma sarà di 3,7 miliardi di dollari. Poiché gli F-35 non-americani da aggiornare sono in tutto una novantina, si tratta di circa 40 milioni di dollari in più ad aereo. Quelli italiani bisognosi di aggiornamento sono dodici, il che significa quasi mezzo miliardo di dollari in più.

Fin qui si è parlato del software degli aerei, che è solo uno dei difetti che rende l’F-35 una macchina di fatto inutilizzabile. Poche settimane fa, infatti, il nuovo direttore dei test operativi del Pentagono, Robert Behler, ha denunciato in un rapporto al Congresso Usa che, nonostante gli ingenti investimenti di riprogettazione fatti negli ultimi anni, i principali problemi non sono stati ancora risolti: il nevralgico sistema di supporto operativo Alis (Autonomic Logistics Information System) non funziona, così come il sistema di puntamento ottico del casco e i sistemi di lancio di bombe e missili aria-aria, la mitragliatrice di bordo che spara storto e fa impennare l’aereo, il respiratore del pilota che causa ipossia e perfino i pneumatici della versione da portaerei (il primo consegnato un mese fa alla Marina Militare italiana) che sono da buttare dopo solo dieci appontaggi.

Nessuno sa quanto costerà risolvere questi difetti. Di fatto, gli F-35 pre-serie prodotti finora, compresi i dodici comprati dall’Italia, sono dei prototipi inutilizzabili che, nella migliore delle ipotesi, potranno diventare parzialmente operativi tra molti anni e solo ad un prezzo incalcolabile. Per questo la Germania, nonostante il crescente pressing di Washington, continua a rifiutarsi di comprare gli F-35 e perfino la Gran Bretagna valuta di prenderne meno del previsto. Cosa farà il prossimo governo italiano?

’Ndrangheta, in cella Antonino Pesce: 26 anni già capo clan

Si nascondeva nella sua Rosarno, tra i palazzi del rione popolare “Oreste Marinelli”. È finita al primo piano di un condominio la fuga di Antonino Pesce, l’ultimo latitante dell’omonima cosca della Piana di Gioia Tauro. Poche ore prima, grazie a una telecamera nascosta, la squadra mobile di Reggio Calabria lo aveva visto arrivare a bordo di un’auto assieme a un fiancheggiatore. Ieri mattina all’alba il blitz: Antonino Pesce, 26 anni ma già ritenuto un capo della famiglia mafiosa, non ha opposto resistenza. Non era armato e non era in possesso di sostanze stupefacenti. Con sè aveva solo una discreta somma di denaro che gli serviva, probabilmente, per gestire la sua latitanza. Figlio del boss Vincenzo Pesce detto u Pacciu, il 4 aprile 2017 il ricercato era sfuggito all’operazione “Recherche” nata da un’inchiesta contro boss, affiliati e prestanome della cosca Pesce. Per la Dda di Reggio, assieme al fratello Savino, Antonino Pesce costringeva alcuni trasportatori della zona di Rosarno a cedere a soggetti di loro fiducia i servizi di trasporto di prodotti agrumicoli.

Rimborsi ai consiglieri comunali Inchiesta per peculato a Genova

Dopo la Regione Liguria, l’inchiesta per le spese pazze arriva al Comune di Genova. La Guardia di Finanza ha sequestrato in municipio la documentazione relativa ai rimborsi dei consiglieri della passata legislatura (guidata dal sindaco Marco Doria, centrosinistra) e di quella che si è insediata nel giugno 2017 (Marco Bucci, centrodestra).

L’inchiesta è nata dalla segnalazione di una funzionaria comunale. Il pm Massimo Terrile ha aperto un fascicolo per peculato a carico di ignoti. Nel mirino sono finite spese per cene, viaggi, spostamenti e regali (periodo 2012-2017). Secondo la dirigente, i rimborsi sarebbero serviti a coprire spese personali e non istituzionali. Gli importi andrebbero da poche centinaia di euro a qualche migliaio. Cifre di gran lunga inferiori rispetto a quelle contestate ai consiglieri regionali indagati (62 in totale, eletti nelle consigliature dal 2005 al 2010). Dall’inchiesta erano emerse tra l’altro spese per mutandine, libri, giochi, cibo per animali, motel e viaggi. Alle recenti elezioni politiche due imputati dell’inchiesta – Edoardo Rixi e Francesco Bruzzone, entrambi della Lega – sono stati eletti in Parlamento.

Ora tocca al Comune: “Il nostro regolamento – fanno sapere dal Comune – riporta le tipologie di spese rendicontabili. I gruppi consiliari non hanno mai avuto la disponibilità di conti correnti o liquidità. Pagano di tasca propria e poi percepiscono l’eventuale rimborso”. Nelle scorse settimane il nuovo consiglio ha approvato un regolamento più severo.

“L’esame lo superi di sicuro” Attestati di inglese in vendita

“Salve, questa è la nostra brochure”: inizia così, in una chat di Facebook, la proposta dei corsi e degli esami di lingua inglese rivolta agli aspiranti insegnanti che devono affrontare il concorso 2018 per entrare nella fase transitoria che gli permetterà di conquistare la cattedra. “Livello B2 – costo 500 euro. Livello C1 – 600 euro”.

A proporlo, un utente che, tra un messaggio e l’altro, posta anche un link al sito dell’agenzia di formazione Geform, che – si legge sul sito – ha collaborazioni con enti accreditati al Miur per la formazione del personale e con l’università telematica “Giustino fortunato”(Geform respinge ogni collegamento). L’aspirante docente, che ha già una certificazione d’inglese, sta al gioco. Chiede informazioni per il livello C1, poi per il livello C2, uno dei più alti e per questo anche quello che garantisce più punti nella graduatoria per il concorso (9 punti). “Non parlo molto bene inglese”, dice. “Per il superamento dell’esame devi stare tranquilla – gli risponde il contatto –. Il problema sono la data e l’ora”. Lei insiste: “Sono di Pesaro ma sono disposta a viaggiare se c’è la garanzia di superarlo, mi fanno comodo 6 punti”. Lui conferma: “Di superarlo sì”. Poi le dice che saranno a Bologna il 16 marzo e che ha tempo per iscriversi e pagare fino alle 12 del giorno seguente. Le chiede l’indirizzo mail per inviarle modulistica e Iban. Nella mail, compaiono altri riferimenti: non si tratta di Geform, ma di un altro istituto, “Agenzia formativa Pirandello”, con sede ad Agrigento, Palermo, Milano e Roma. Chiamiamo Geform per sapere se sono collegati: “Non facciamo esami in giro per l’Italia – spiegano – la nostra unica sede è a Foggia”. Non c’ è nessun collegamento.

Sul suo sito, l’Agenzia Pirandello dichiara di essere centro esami dell’English Speaking Board (un ente accreditato dal Miur) e anche partner dell’Università Telematica “Giustino Fortunato” (il rettore Fantozzi, ex ministro dell’Istruzione, è uno degli indagati per i concorsi truccati di diritto tributario). La mail arriva dallo stesso indirizzo indicato sul sito, il mittente si definisce su Facebook un formatore dell’agenzia e ha tra gli amici chi ha contattato l’aspirante docente.

“La modalità è uguale per tutti gli esami, come superamento” scrive ancora il contatto su Facebook. “Cambia solo il costo?”, chiede la ragazza. “Sì”. Le spiega che il pagamento è meglio in contanti, metà prima e metà dopo. Per avere risultato e certificazione in pochi giorni bastano 50 euro in più, altrimenti dovrà aspettare 8 settimane. “Io, dopo sei mesi in inghilterra, ho fatto l’esame per la certificazione C1 e ho comunque dovuto studiare per settimane – spiega al Fatto l’aspirante docente –. È durato un’intera giornata. Qui invece assicurano che tutto si conclude, con buon esito, in un paio di ore”. Al concorso, poi, facile raggirare: “Una certificazione così elevata sarebbe facilmente verificabile durante l’orale – spiega Sara Piersantelli del Coordinamento Nazionale Tfa – , ma molti candidati con tale mirabile titolo chiedono di svolgere la prova su una lingua diversa. E il commissario non può neanche mettere in discussione un titolo di un ente approvato dal Miur. Mi chiedo: che requisiti devono avere questi enti certificatori, e come vengono verificati dal ministero?”.

Palpeggia una donna ma è una poliziotta e lo arresta subito

È stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale un 39enne, che ieri pomeriggio a bordo dell’autobus 64, a Roma, si è avvicinato a una donna ed ha iniziato a palpeggiarla nelle parti intime con morbosa insistenza, appoggiandosi a lei. L’uomo di certo non immaginava di aver scelto come vittima un’assistente capo della Polizia di Stato in servizio alla squadra mobile, che lavora proprio nella sezione dedicata ai reati contro le violenze sessuali. La poliziotta, che aveva appena terminato il proprio turno di lavoro, con decisione si è prima qualificata e poi ha intimato più volte all’uomo di fermarsi. Nonostante ciò, questo ha continuato a toccarla tentando anche di baciarla. A quel punto, la donna ha reagito e, dopo averlo immobilizzato, lo ha arrestato ed è scesa con lui alla fermata della stazione Termini. Qui è arrivata una volante in suo soccorso. In quel momento, una cittadina polacca si è avvicinata timidamente alla poliziotta e, incoraggiata dalla scena a cui aveva appena assistito sul 64, ha trovato il coraggio di denunciare di aver subìto, qualche minuto prima, gli stessi abusi da parte dell’uomo.