Per Idy in diecimila a Firenze E Nardella: “Lutto cittadino”

Firenze ieri ha mostrato il suo volto migliore. Il corteo organizzato dalla comunità senegalese per ricordare la morte di Idy Diene, il 54enne ucciso lunedì 5 marzo su ponte Vespucci da Roberto Pirrone, tipografo in pensione di 65 anni, si è trasformato in un messaggio di pace condiviso dall’intera comunità fiorentina. Oltre diecimila persone hanno sfilato per quasi tre ore. In maggior numero senegalesi, arrivati da tutta la Toscana. Moltissimi anche i fiorentini, gli italiani. Tanti bambini, famiglie. Un messaggio unico: no all’odio e al razzismo. Con sensibilità e la volontà di chiudere le polemiche degli ultimi giorni, il sindaco Dario Nardella ha lasciato partire il corteo per poi unirsi alla testa poco dopo solo su loro espresso invito e accompagnato dall’atleta senegalese Moussa Fall, mezzzofondista classe 1963 che ha partecipato a due Olimpiadi. Non solo nessuno ha contestato il primo cittadino, ma la stessa comunità senegalese ha accolto con soddisfazione il sindaco che ha preso la parola al termine della manifestazione, sul sagrato della chiesa di Santa Maria Novella.

Qui ha scandito la lieta novella: “Ho parlato con la famiglia di Idy, ha acconsentito a far svolgere una giornata funebre con una cerimonia funebre, e questo ci consente di programmare il lutto cittadino ed in questo modo noi diamo un ulteriore segnale di sensibilità e vicinanza della nostra città”. E così anche le polemiche sul mancato lutto cittadino sono state archiviate.

Sono state giornate pesanti per la città. Diversi e numerosi i momenti di contrasto tra il sindaco e la comunità senegalese. Il corteo di ieri ha però sancito una ritrovata pace. “Credo che sia un momento importante. Non era una risposta scontata, Firenze dimostra di essere una città aperta, soprattutto rispettosa della vita umana”, ha aggiunto Nardella visibilmente sollevato e sinceramente provato. Gli scontri seguiti a omicidi razzisti Firenze li ha già visti nel 1990 e nel 2011. Entrambi i precedenti si sono conclusi con manifestazioni imponenti come quella di ieri.

E sempre organizzate dai senegalesi, la comunità di stranieri più numerosa a Firenze. Molti sono arrivati da tutta la Toscana e qualcuno da altre città d’Italia per unirsi al corale no al razzismo. Accanto a loro hanno sfilato Arci, Anpi, Cgil, Potere al popolo, Possibile, alcuni centri sociali e tanti fiorentini che hanno voluto dimostrare come la città ripudi ogni forma di xenofobia e razzismo. Nel corteo anche il governatore della Regione, Enrico Rossi: “Abbiamo alle spalle il prevalere di una cultura fatta di contrapposizioni, che alimenta e strumentalizza le paure: questa cultura deve essere combattuta, il futuro sta nell’integrazione, nel dialogo, nella convivenza”, ha concesso omettendo di comunicare che la sua Regione Toscana ha deciso di riconoscere una sorta di indenizzo di 20 mila euro alla vedova di Idy.

Alla testa del corteo l’imam di Firenze e presidente dell’Ucoii, Izzedin Elzir: “Credo che ci sia la possibilità di ripartire da questa giornata e segnare un nuovo rapporto di vicinanza fra il nostro popolo che è uno soltanto, volto alla pace e alla convivenza civile”. Tra i tanti che hanno preso la parola per celebrare questa giornata di lotta al razzismo anche Moussa Fall, il più applaudito. L’ex atleta senegalese dal 1983 risiede a Firenze ed è ritenuto un faro per l’intera comunità dei suoi connazionali: “Siamo i figli dell’Italia, l’Italia non ha solamente figli bianchi, e i nostri figli hanno diritto come gli altri”. Tanti gli striscioni contro il razzismo e l’odio nei confronti dei migranti, uno era invece un monito nei confronti delle piazze facilmente concesse al centrodestra, ai fomentatori delle distinzioni razziali: “Basta buonismi, basta spazio ai fascisti”. E forse le recenti settimane di campagna elettorale hanno di fatto alimentato i peggior istinti.

Quale sia la matrice dell’omicidio di Idy è ancora incerto. La magistratura sta svolgendo le proprie indagini e nessuno di queste oltre dieci mila persone vuole sapere realmente cosa ha armato la mano di Pirrone e perché tra quattro, cinque, sei persone che gli sono passate a fianco ha deciso di premere il grilletto verso l’unico uomo di colore davanti a lui. Lo mostra un video di sorveglianza allegato agli atti della procura. Ma in questo corteo oggi non ha importanza. “Siamo qui per ricordare che noi siamo italiani come voi, che dobbiamo fare fronte comune perché voi non siete razzisti e noi non siamo violenti: siamo uguali e vogliamo continuare a vivere insieme con serenità”. Ancora. “Siamo stati accolti a casa vostra e ne siamo stati grati, ora è diventata anche nostra, aiutiamo voi e la vostra economia, non siamo diversi siamo una stessa famiglia”. E cori. Tanti. E l’immagine della Firenze migliore.

Da Piacenza a Prato: il voto nelle città con più immigrati

Cosa è successo alle scorse elezioni – segnate in modo pressante dalla paura di una alluvione di migranti – nei Comuni dove sono più alte le percentuali di stranieri? L’Ancitel ci dice che i primi 10 Comuni italiani con più residenti stranieri sul totale degli abitanti sono, a scalare: Pioltello, periferia di Milano, col 24,32 % della popolazione. Seguita da Monfalcone (20,78), da Campi Bisenzio (Firenze), Prato, Fonte Nuova (fra Mentana e Roma), Milano, unico capoluogo regionale, Ladispoli (Roma) sulla Tirrenica, Brescia, Cinisello Balsamo (Milano) e infine Piacenza con 17,85%.

Da notare: in nessuno di questi dieci Comuni prevalgono immigrati africani, o di religione islamica, quelli sui quali agisce di più la disinformazione e la speculazione razzista. Si sono insediate/i in massa centro e sudamericane/i. A Pioltello vengono soprattutto da Ecuador, Romania, Pakistan e Perù, a Monfalcone da Bangladesh (un terzo), Romania, Croazia e Bosnia, nei due Comuni toscani da Cina, poi da Albania, Romania e Marocco, a Milano al primo posto i filippini, poi egiziani, cinesi e peruviani, a Brescia compaiono gli indiani (che popolano le cascine della Padania), a Piacenza infine albanesi, romeni, macedoni e ucraini (o ucraine).

Ma la Lega di Salvini dove ha registrato i maggiori consensi convogliando anche voti di stranieri di prima immigrazione, già integrati, albanesi e romeni, ma pure filippini? A sorpresa a Piacenza, con circa il 28%. Qui il centrodestra conquista complessivamente la percentuale più alta fra i 10 Comuni: 48,03%. Un’Emilia di frontiera, anche ieri la meno “rossa” dell’Emilia, però con la Camera del Lavoro più antica d’Italia (1891), un tempo città di caserme e di cardinali (perfino 5 insieme). Stavolta il centrosinistra subisce una disfatta: nemmeno il 21% per il Pd che si piazza terzo dopo Lega e M5s, mentre LeU si ferma al 3,44.

Ed ora vediamo Pioltello (ecuadoriani, romeni, pakistani, peruviani), periferia di Milano cresciuta a città dopo il 1961: qui i consensi maggiori vanno ai 5 Stelle con quasi il 30%, ma lo schieramento complessivo del centrodestra è molto vicino al 48%. Fra le città ad alta immigrazione si salva soprattutto Milano dove l’eredità Pisapia evidentemente funziona ancora e dove Emma Bonino ottiene un clamoroso 7,65% di consensi per cui l’alleanza di centrosinistra supera il 34% dei suffragi. Un discorso analogo si può fare per città industriali, strutturate, di tradizione, nelle quali le sinistre hanno avuto a lungo un ruolo di governo: Brescia (dove venne eletto anni fa il primo delegato di fabbrica extra-comunitario), Prato (la nostra Chinatown), Campi Bisenzio (dalle “trecciaiole” alla pelletteria e alla meccanica, a lungo maggioranze assolute del Pci), e la stessa Cinisello Balsamo formatasi nel 1928 con l’unione di due Comuni e cresciuta a città ai tempi del “boom”, oltre mezzo secolo fa. Il Pd tiene abbastanza a Campi Bisenzio e a Prato dove cinesi, albanesi, marocchini, romeni e pakistani formano il 20 e il 19%.

Fra i primi 10 Comuni con più stranieri rispetto agli abitanti, va sottolineato, non figura un solo Comune del Veneto dal quale invece arrivano spesso notizie di provocazioni e di chiusure razziste. Non si dice quasi mai che, per concentrazione di immigrati, è quinto, dopo Emilia-Romagna, Lombardia, Lazio e Toscana nell’ordine. Evidentemente la cultura dell’accoglienza resta qui molto scarsa. Il solo Comune dell’alto Nord-Est con tanti stranieri risulta Monfalcone (Gorizia) con quasi il 21%. E qui i 5 Stelle sono la prima forza politica col 29%, seguiti da Pd e Lega.

Successivamente in graduatoria emergono, un po’ a sorpresa, due Comuni della provincia di Roma la cui formazione è recente o recentissima: Ladispoli, sobborgo di Roma sulla Tirrenica, diventato una cittadina nel 1971 e Fonte Nuova (33.000 abitanti) risalente al 2001, frutto dell’unione di Tor Lupara e Santa Lucia. Qui gli immigrati residenti formano il 18-19% della popolazione. Il panorama elettorale è quanto mai frastagliato anche se il centrodestra conquista oltre il 42% a Ladispoli (con Fratelli d’Italia al 9,40) e quasi il 40 a Fonte Nuova (con Fratelli d’Italia all’11,26). In entrambi i Comuni però va registrato il balzo dei 5 Stelle che spuntano rispettivamente il 37,60 a Fontenuova e il 35,56 a Ladispoli divenendovi la prima forza politica. Mentre il Pd e alleati si fermano qui al 15%. Situazione magmatica da seguire, monitorare, studiare, politicamente da interpretare. Ma chi lo fa?

Il caso Moro, tutti gli interrogativi della Commissione

Sono passatiquarant’anni dal 16 marzo 1978, dalla strage di via Fani e dal sequestro e l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Una fase cruciale della nostra storia recente su cui aleggiano ancora molti interrogativi e molti dubbi. Appuntamento a mezzanotte di oggi, con lo Speciale Tg1 “Quaranta anni dopo”, realizzato da Marco Frittella e Alessandro Gaeta. Il documentario proverà a rispondere, con testimonianze originali e documenti della Commissione d’inchiesta sul caso Moro che allo scioglimento delle Camere ha concluso i suoi lavori, ad alcuni fatti che ancora non hanno trovato chiarezza, tra i quali: furono solo le Brigate Rosse ad aprire il fuoco, quel giorno in via Fani? Dov’è finita la borsa personale con carte private e documenti riservati che Aldo Moro portava sempre con sè? E, a seguire, un inedito ritratto pubblico e privato del presidente della Dc che il giorno del suo rapimento stava per completare il suo più importante incarico: la creazione di un governo di solidarietà nazionale, con l’ingresso nella maggioranza dell’allora Partito Comunista.

Come la commedia del teatro greco: ha vinto il salsicciaio

Paflagone, Nicia, Demostene e il Salsicciaio. Se la politica è anche teatro fa presto a trasmigrare, grazie alla memoria di Luciano Canfora, grande filologo classico, nella commedia greca. E i protagonisti sulla scena, Renzi, Di Maio, Berlusconi e Salvini sembrano tratti da I Cavalieri di Aristofane, 424 avanti Cristo.

Professore, chi è Paflagone?

Un servo che è riuscito a impadronirsi delle chiavi di casa e piegare il suo padrone, Demo, cioè il popolo, ai suoi bisogni. Paflagone, il servo divenuto tiranno grazie al suo carattere arrogante, la sua linguaccia, la protervia con la quale decide e consuma il potere è il nome d’arte che Aristofane attribuisce a Cleone, dirigente politico contro cui si scaglia.

C’è bisogno che le dica chi è Paflagone?

Provo a indovinare: Matteo Renzi.

Ecco. Senonché due altri servi di Demo, Nicia e Demostene, altri nomi di piuma di due politici del tempo, un ricco notabile e un generale, decidono di utilizzare un Salsicciaio per far fuori Paflagone.

Un salsicciaio?

Sì. Il Salsicciaio è ugualmente immorale e ha modi orribili. È sufficientemente repellente, fa piuttosto schifo, ma grazie a un oracolo i due servi sanno che lui avrà forza e talento per far fuori Paflagone. E infatti grazie a un rito magico il Salsicciaio diviene un uomo civile e stimato di nome Agoracrito e riesce, con l’aiuto del coro dei Cavalieri, ad avere la meglio sull’usurpatore.

Il Salsicciaio è Luigi Di Maio?

Proprio lui.

La storia insegna ma ha cattivi scolari, diceva Gramsci.

Nicia il riccastro è Silvio Berlusconi, uguale uguale. E Demostene, il generale grande amante delle armi, è certamente Salvini, che pure sembra ammirare l’estetica della polvere da sparo.

Renzi dunque finisce come Paflagone.

Ha reso il Pd un sistema composito di capibastone, uccidendone ogni residua identità. Il Partito democratico è destinato a morire, non ha oramai nessuna possibilità di recupero e rigenerazione e questo esito è figlio della scelta, ahimè disastrosa, di uccidere il Pci e i suoi eredi e con la fine di quella tradizione è defunto via via ogni segno di sinistra nel Parlamento e nella società. È probabile, forse del tutto plausibile col personaggio, che si formi un gruppetto parlamentare a trazione renziana, il manipolo dei fedelissimi che con lui realizza la trincea della sopravvivenza. Comunque è una fine ingloriosa.

Non sembra però che lei ne sia addolorato.

Cosa vuole che mi addolori? Un partito nel quale il primo passante sceglie il segretario: hanno distrutto l’enorme tradizione italiana per realizzare il modello americano del comitato elettorale. La trasformazione è divenuta degenerazione. Si è smarrita ogni idea e con essa si è persa l’etica. Adesso ci saranno solo spoglie.

Ma se queste sono le condizioni in cui versa il Pd, come pensa possa gestire questo nuovo mondo a Cinque Stelle?

Ho fiducia in Sergio Mattarella, ritengo che giunti a questo punto si ha il dovere civico di metterli alla prova e capire se sono degli impostori o hanno qualità. Non c’è altra via. Il tempo rende gli uomini ragionevoli e i politici ancor di più.

Ha così tanta fiducia in Mattarella?

Fosse stato al Colle Napolitano non avrei scommesso un euro. Napolitano ha anzi la responsabilità di aver fatto gonfiare i consensi a Grillo come la pancia di una rana. La nascita del governo Monti li ha messi in condizione di lucrare, vivere una rendita parassitaria. Oggi, al punto in cui siamo, null’altro si può fare che dire: tocca a voi adesso.

Muore Ostellino: giornalista liberale, diresse il Corriere

All’etàdi 82 anni è morto ieri il giornalista Piero Ostellino. L’annuncio è apparso sul sito del Corriere della Sera, il quotidiano dove aveva lavorato dal 1967 fino al gennaio 2015, ricoprendo diversi incarichi, tra cui quello di direttore. Liberale convinto, aveva fondato il Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi nel 1963, a Torino, e la rivista Biblioteca della Libertà, diretta dal ‘64 al 1970. Al Corriere era stato corrispondente e inviato speciale, coprendo le notizie da Mosca e da Pechino. Da quelle esperienze Ostellino scrisse due libri: Vivere in Russia, edito da Rizzoli nel 1977, e Vivere in Cina, pubblicato nel 1981. Nel 1984 arrivò la carica di direttore responsabile, ancora a via Solferino, impegno proseguito per tre anni, fino al 1987. Ostellino ha anche diretto l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) di Milano dal 1990 al 1995 e in quello stesso periodo è stato membro del comitato scientifico dell’Università della Carolina del Nord. Tre anni fa, dopo 48 anni di collaborazione con il Corriere della Sera, Ostellino era passato a Il Giornale.

Le neoveline azzurre: l’elisir di giovinezza del vecchio B.

In un quarto di secolo, la beltà femminile ha reso permanente, come una rivoluzione, il carattere meramente estetico del partito di plastica di Silvio Berlusconi. Alcuni titoli del passato. “La ministra più bella del mondo”, dedicato a Mara Carfagna, colei che è l’alfa e l’omega del velinismo primigenio di Forza Italia. Oppure “Miss Topolona” o “Miss tacco dodici”, in onore di Elvira Savino, deputata pugliese e già amica di Gianpaolo Tarantini, procacciatore delle escort di B., e di Sabina Began, un tempo l’Ape Regina dell’harem dell’ex Cavaliere. Per non dimenticare Nicole Minetti, ex consigliere regionale in Lombardia e sexy-suora ballerina nelle notti del Bunga Bunga.

L’anno fatale che rese sospetta la beltà azzurra in Parlamento fu il 2009, l’anno degli scandali a luci rosse del berlusconismo. Fu allora che s’impose l’anatema di Veronica Lario, ex moglie di B., contro il “ciarpame senza pudore” delle veline candidate dall’allora marito “malato” di satiriasi. Un drago mai sazio.

Oggi l’incandidabile Berlusconi ha 81 anni e benché stanco e vecchio non ha rinunciato all’estetica nelle liste di Forza Italia alle elezioni politiche. Il Parlamento vale bene una miss. Sempre.

Matilde Siracusano partecipò a Miss Italia nel 2005. Il 4 marzo è stata eletta deputata nella sua regione, la Sicilia. Il metodo di selezione è il solito: “Ho conosciuto il Cavaliere (in realtà, B. ha perso questo titolo per la nota condanna, ndr) in un congresso di giovani. Poi mi ha chiesto di inviargli un curriculum”. Et voilà, il seggio è servito. Potenza del partito carismatico, senza corpi intermedi. Solo il Sovrano e i suoi sudditi, in cui tutti, donne e uomini, si rimettono devotamente a lui.

Oppure il Re, come ha detto qualche tempo fa Annaelsa Tartaglione, prima delle elezioni. “Noi siamo come giovani cheerleader che devono far capire agli elettori che il Re è tornato”. Zero pensiero, zero autonomia. “Ci penserà come sempre Berlusconi, sarà il presidente a decidere”. Chi è Annaelsa Tartaglione? È un’altra neodeputata di Forza Italia, catapultata dal Molise alla più sicura Puglia. Anche Tartaglione è stata miss. Sul suo profilo Facebook un fan elettore ha vergato: “La nuova Carfagna sei tu”. E abbiamo detto tutto.

Il velinismo azzurro è un concetto elastico, si adatta a seconda dei tempi. E nella prossima legislatura ci sarà finanche un’ex fidanzata di Paolo Berlusconi, fratello minore dell’Ottuagenario. Il familismo, ad Arcore, è concetto vasto. L’ex cognata di B. si chiama Patrizia Marrocco ed è stata “nominata” parlamentare nel Lazio. A destare preoccupazione è soprattutto il suo profilo professionale. Marrocco è infatti produttrice con la Ares Film delle peggiori fiction di Mediaset, quelle trash con Manuela Arcuri e Gabriel Garko. Quale sarà il contributo del Bello delle donne al potere legislativo?

Come riparazione alle candidature delle miss, B. ha dovuto pagare un prezzo alla gelosia della Fidanzata napoletana, Francesca Pascale. L’attuale first lady vantava infatti due candidature alle elezioni, entrambe in Campania grazie alla solida amicizia con la Famiglia dei Cesaro, padre e figlio. Una è andata bene: la sconosciuta Marta Fascina, di cui ancora oggi non si hanno immagini o dichiarazioni. L’altra, quella fallita, ha il volto di Vanessa Sgarito, intima della Fidanzata. La furia e il dolore di Pascale per la mancata elezione sono stati notevoli, riferiscono forzisti habitué di Arcore.

A proposito di delusioni. Forza Italia ha fatto correre in Lombardia persino un’ex tronista di “Uomini e donne”: la siciliana Ylenia Citino. Da Maria De Filippi, Citino consumò un epico scontro con Tina Cipollari, l’opinionista più imbarazzante e greve in circolazione. Citino le gridò: “Sei una sciampista”. È un vero peccato non vedere Citino nel nuovo Parlamento. Berlusconi è un re senza tronista.

Patrizia Marrocco

È stata l’ex fidanzata di Paolo Berlusconi. Produce fiction per Mediaset: eletta deputata nel Lazio

Matilde Siracusano

Ex reginetta di bellezza, nel riquadro com’è oggi

Annaelsa Tartaglione

Per i suoi fan azzurri “è la nuova Mara Carfagna”

Marta Fascina

Candidata “fantasma” in Campania: eletta

YLENIA CITINO

Ex tronista di Maria De Filippi, non è stata eletta in Lombardia

Vanessa Sgarito

Amica del cuore di Francesca Pascale: non ce l’ha fatta

Rai: i lavoratori approvano il rinnovo del contratto

I lavoratori della Rai hanno approvato il rinnovo del contratto collettivo di lavoro: riguarda gli operai, gli impiegati e i quadri di viale Mazzini. A darne notizia sono Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil, UGL Informazione e Libersind-ConfSal. “Abbiamo fatto – spiegano – un contratto solidale, guardando ai più giovani, alle fasce di retribuzione più basse, ma abbiamo anche pensato all’evoluzione delle tecnologie e alla professionalità”. A votare, oltre il 71% dei lavoratori. L’intesa rivede la classificazione del personale, introduce nuove figure, innova profondamente il sistema produttivo aziendale. Si introducono una serie di tutele per la genitorialità, la malattia, la flessibilità oraria, il diritto allo studio, i congedi parentali frazionati ad ore. Gli aumenti, determinati in buona parte da avanzamenti di livello di molte figure professionali, sono sui minimi di 52 euro per i più giovani e di 50 euro per i lavoratori con maggiore anzianità. Prevista anche un contributo “una tantum” per il pregresso, che sarà erogato dall’azienda, nel mese di aprile.

Basta Nord e Padania: la Lega cambia anche le tessere degli iscritti

Dopo aver cambiato nome, eliminando ogni riferimento al “Nord”, la Lega cambia anche la tessera degli iscritti. Dal prossimo mese infatti i leghisti non avranno più in tasca la tessera tradizionale, verde o rossa – rispettivamente dedicate ai soci militanti e ai sostenitori – con la dicitura “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania”. Sulle nuove tessere spariranno i riferimenti alle divisioni geografiche dell’Italia, in linea alla nuova ideologia sovranista del Carroccio di Matteo Salvini. La novità cambia per la prima volta forma alla tessera dopo circa trent’anni e verrà formalizzata dal consiglio federale di lunedì prossimo. La data limite per il rinnovo del tesseramento degli iscritti, infatti, è fissata per il 31 marzo. Assieme ai riferimenti alla Padania e al Nord, spariranno dalla tessera anche la figura stilizzata di Alberto da Giussano, celebre simbolo leghista che impugna lo scudo con il leone di San Marco, e il Sole delle Alpi. Al loro posto, secondo indiscrezioni, un rettangolo di colore blu in cui campeggia la scritta “Lega per Salvini premier” in bianco.

Da Cacciari a Pif: gli sponsor del dialogo tra dem e grillini (pur di far fuori la Lega)

Questione di falchi e di colombe. A una settimana dal voto, la linea del Partito democratico sulle ipotesi di alleanze – in attesa della Direzione di domani – è ancora tutta da definire. Ma nel frattempo gli appelli per un dialogo con i Cinque Stelle, anche da ambienti vicini al Pd, si moltiplicano. Ieri Massimo Cacciari ne ha parlato al Fatto: “L’unica cosa ragionevole per il Pd è dare il via libera a un governo monocolore dei 5 Stelle”. Il motivo è lo stesso indicato dal giornalista Sandro Ruotolo: “Il primo dovere è evitare di consegnare il Paese a Matteo Salvini”. E qualcuno lo sostiene anche all’interno del Pd. Michele Emiliano, per esempio, è stato il primo a criticare la linea renziana: “Dobbiamo dare l’appoggio esterno a un governo 5 Stelle, hanno diritto a governare”. Con lui Francesco Boccia: “Piuttosto che con la coalizione incollata di centrodestra, sarebbe meglio parlare con i grillini”.

E a proposito di coalizioni “incollate”, c’è chi non dimentica gli accordi passati tra Pd e centrodestra. “Avete fatto un governo con Denis Verdini e Angelino Alfano – ha accusato il regista Pif – e ora fate storie per il Movimento?”. Gianfranco Pasquino, politologo, auspica un accordo: “Bisogna mettersi a disposizione per i superiori interessi del Paese. Hai visto mai che ci sia un governo che non potrebbe esistere senza il Pd?”.

Al momento restano antichi rancori a complicare ogni dialogo. Questo nonostante in molti stiano riconoscendo al Movimento un cambiamento positivo. Persino Eugenio Scalfari, che a loro aveva dichiarato di preferire Silvio Berlusconi, si è ricreduto (salvo poi ripensarci un’altra volta): “Ora non sono più un movimento, ma un partito. Facendo un’alleanza con il Pd, io li voterei”. Spunti condivisi su Repubblica dal politologo Piero Ignazi: “I 5 Stelle hanno cambiato pelle. I flussi di voto dimostrano che Pd e M5S hanno elettorati affini”.

Gli appelli arrivano anche dai territori. Sergio Chiamparino, governatore del Piemonte, assicura: “Io quotidianamente dialogo con Chiara Appendino, non c’è nessun tabù. Se chi ha avuto dai cittadini il mandato di governare facesse delle proposte, dovremmo valutarle”. Rosario Crocetta, ex presidente della Regione Sicilia, è stato chiaro fin dal giorno dopo le elezioni: “É stata una disfatta, il Pd dichiari la disponibilità a supportare, anche dall’esterno, un governo a guida M5S”. Così anche Antonio Di Pietro, purché il Pd superi Renzi: “Il M5S si renda conto che non può fare tutto da solo, il Pd si metta a disposizione senza fare il primo della classe”. Scenario realizzabile, secondo la vicepresidente dem dell’Emilia Romagna Elisabetta Gualmini: “Non escludo che tra alcune settimane si arrivi a un sostegno del Pd nei confronti del M5S”. Ci vorrà un po’ di più secondo Gustavo Zagrebelsky, ma l’idea è la stessa: “Non lo troverei strano, la direzione è quella. Ma ci vorranno tempi lunghi”.

E se un governo a guida Di Maio fosse troppo per il Pd, resta la strada indicata da Paolo Flores d’Arcais su MicroMega: “I 5 Stelle dovrebbero proporre a Mattarella un governo sul loro programma, affidato a una personalità fuori dai partiti. Per il Pd sarebbe difficile dire no”.

“No, Salvini appoggi i 5 Stelle dall’esterno. Poi un accordo vero”

Appoggio esterno della Lega al governo di Luigi Di Maio. Un accordo vero, dopo.

Se fanno così – e avrebbero la maggioranza – durano cinque anni.

La vera partita, poi, se la giochino dopo: nella prossima legislatura. Nel frattempo, giusta malizia, succedono due cose: il sistema, messo momentaneamente al tappeto col voto del 4 marzo, non si rialza più e Silvio Berlusconi, nell’attesa, esce di scena (e con lui la falange macedone stretta intorno a Matteo Renzi).

Succede – se fanno così – tutto quello che il voto ha clamorosamente certificato.

È facile, e semplice – coerente con la volontà popolare – ma non succederà.

Interverranno fattori personali: chi mai farà il vice di chi?

E siccome chi vince è sempre bello, bravo e intelligente – con La Repubblica che blandisce e il Quirinale che spinge – chi vince si ritroverà adescato nelle formule già all’opera, “responsabilità” su tutte.

Ovvio che i poteri forti – la rete finanziaria internazionale, gli equilibri geopolitici delle cancellerie – puntino a un governo M5S-PD ma il voto “contro” di un italiano su due, attesta un fatto. E cioè che l’antipotere ha bellamente battuto il potere. E che la trappola mentale della destra e della sinistra non ha più ragione di essere.

Nessun altro luogo comune, infatti, può reggere ancora di fronte a questa insorgenza dei santi maledetti se a Ciaculli – “zona ad alta densità mafiosa” – stravince il M5S e se Capalbio, la Lourdes del comunismo altolocato, passi poi alla Lega.

Il movimento di Beppe Grillo è forse il garante di Cosa Nostra? No. La Lega è la nuova tana dei radical chic? No e poi no.

Il M5S – per usare la provocazione di Eugenio Scalfari – non è il “nuovo grande partito della sinistra”, il movimento Cinque Stelle non è Tsipras e così la Lega non è Alba Dorata. Entrambi, poi, non sono il cosiddetto “populismo”, semmai sono i destinatari di uno stesso carico di rabbia in cerca di ascolto.

Dove c’è la Lega non ci sono i CinqueStelle, e viceversa: dove c’è il movimento fondato da Beppe Grillo – da Cassino in giù – non c’è il partito di Matteo Salvini.

Il Nord chiede di pagare meno tasse, il Sud necessita del reddito di cittadinanza ma il blocco sociale che nel Mezzogiorno sostiene Di Maio e nel settentrione vota per Salvini è lo stesso: è il piccolo-borghese, moderato per struttura sociale, che finalmente trova qualcuno che lo capisce sui bisogni più urgenti.

L’emergenza numero uno al Nord – dove pure il popolo della Partita Iva diventa il nuovo proletariato – è la sicurezza dei cittadini. Quella del Sud – dove ogni giovinezza se n’è scappata via – è il lavoro.

E le madri e i padri di famiglia della grande provincia italiana, a Novara, come a Nardò, riescono a farsi capire solo nei gazebo e nelle chat social degli uni e degli altri. Lega e CinqueStelle sono il famoso 51 per cento legittimato a governare.

I rispettivi programmi hanno almeno dieci punti in comune. È ben più che il minimo del minimo per stabilire un accordo più che un compromesso quando già l’idea di mettere mano alla legge Fornero sulle pensioni, nell’assai probabile governissimo Di Maio-Emiliano, apre le porte al teatro dell’assurdo.

Senza dimenticare che la prima prova di fidanzamento tra il post-comunismo e il popolarismo grillino portò – a suo tempo – a qualcosa che nulla ha generato in termini socio-politici, anzi, e che tutti vogliono dimenticare: all’elezione di Pietro Grasso e Laura Boldrini rispettivamente alla presidenza del Senato e della Camera.

Qualunque altra soluzione che non sia il coagulo delle due forze anti-sistema macchia il successo dell’una e dell’altra ma solo in un’idea della politica come scienza della coerenza potrebbe accadere.

Destinare il M5S all’abbraccio col centro-sinistra significa, invece – ed è la mia obiezione a Marco Travaglio – inchiodarlo al sistema.

Tutta quell’Italia, quella delle periferie, chiede garanzie sociali e non sa che farsene della retorica centrosinistrese di diritti civili, di antifascismo fuori tempo massimo o del globalismo mondialista.

La sinistra che non è maggioranza è comunque egemone e ha le giuste leve. E si sa. Il Pd, e così i dinosauri del post-comunismo, in un governo M5S-centrosinistra, porteranno in dote tutti gli spezzoni di sistema inevitabilmente ostili alla stagione popolare – e non populista – certificata dal voto del 4 marzo.

Ma si sa cosa sono le rivoluzioni, sono illusioni.