“Macerie salutari per la sinistra. Il Pd faccia nascere governo 5S”

Tomaso Montanari – storico dell’arte, intellettuale gauchiste e ogni tanto, per così dire, agitatore politico – non ha dubbi: “È andata bene”. Si riferisce ai risultati delle urne e, in particolare, alla batosta presa dalla parte politica a cui appartiene: “La sinistra che c’era in realtà non c’era: quella che non aveva più nulla di sinistra, cioè il Pd, ma anche la penosa operazione di Liberi e Uguali e il velleitarismo di Potere al popolo che non ha neanche i voti di Rifondazione. L’anno zero è un bene, si riparta dalle macerie”.

Domanda provocatoria: dice che con la sua “lista del Brancaccio” andava meglio?

Risposta provocatoria: se il M5S mi contatta per il ministero dei Beni culturali evidentemente pensa che il mio nome parli a quel pezzo di elettorato che oggi sceglie i 5 Stelle venendo da sinistra. D’altronde l’idea del Brancaccio era costruire una sinistra diversa – nel linguaggio, nelle proposte e nelle persone – che dialogasse col Movimento, mentre alla fine LeU ha deciso di competere col Pd per poi accordarcisi. Secondo me una lista costruita coi nostri criteri poteva davvero puntare al 10%.

E invece LeU ha preso il 3 e spiccioli…

Perché molti elettori di sinistra hanno votato 5 Stelle, hanno riconosciuto qualcosa nelle loro parole d’ordine: è evidente anche dal fatto che l’affluenza non è scesa poi così tanto. A meno che non si pensi che improvvisamente il 75% dell’elettorato sia diventato di destra.

Torniamo ai suoi rapporti coi 5 Stelle: farà il ministro?

Non lo so, vedremo. Il problema che ho posto all’inizio è la loro proposta di modifica della Costituzione, cioè l’introduzione del vincolo di mandato. Ora però si verifica una situazione bizzarra: Luigi Di Maio, che propone di vincolare i parlamentari al “mandato”, cercando intese post-voto si muove in modo costituzionalmente impeccabile in un Parlamento nato da una legge proporzionale; dal Pd rispondono che gli elettori li hanno messi all’opposizione, cioè ragionano – ammesso sia vero – come se ci fosse il vincolo di mandato.

Lei è dunque uno dei sostenitori dell’accordo di governo M5S-centrosinistra.

Berlinguer, con l’astensione del Pci, consentì nel 1976 la nascita del governo Andreotti e Andreotti non era uno antipatico, ma uno che secondo una sentenza definitiva in quel periodo aveva rapporti con la mafia. Che in Parlamento si dialoghi è normale, specie in una Repubblica parlamentare. Mi pare che l’establishment non abbia del tutto capito cosa sta succedendo.

Un bel pezzo però, anche a livello europeo, liscia il pelo agli ex populisti dei 5 Stelle.

L’idea di fondo in questi ambienti è che serva un potere stabile e, banalmente, si affidano a chi ha più forza numerica tra quelli che sperano “compatibili”. Ma il Movimento tiene finché resta anti-sistema, se riesce a capovolgere il sistema.

Il buon Longanesi diceva: “Un’idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione”.

È per questo che ho preferito rimanere in piedi. Io credo e spero che non si debba diventare democristiani appena si arriva al potere. Ho visto che hanno fatto una campagna rassicurante, ma se fossimo di fronte all’ennesimo episodio di gattopardismo della storia italiana sarebbe una tragedia.

Ma l’accordo col Pd non sarebbe già un segnale?

No, secondo me di fronte a due opzioni – un governo M5S e quello a guida Salvini – il Pd dovrebbe porsi un problema di responsabilità. Ovviamente non certo in cambio di nulla: ci si incontra, si discute del merito delle questioni, perché forme di reddito di cittadinanza, ad esempio, sono una storica proposta di sinistra. Io nel 2013 firmai un appello con altri per un governo 5 Stelle-Pd e allora Grillo ci prese in giro: oggi la penso come allora e spero che il veto non arrivi dall’altra parte.

Dal Pd potrebbero giustamente obiettare: rischiamo di scomparire.

Il Pd scompare se continua a fare la destra (vedi Calenda), mentre il suo popolo esiste ancora: quel popolo è andato a votare e in larga parte ha scelto i 5 Stelle. In nome di quale ortodossia ci si dovrebbe opporre a lasciar nascere un governo? Gramsci avrebbe detto: dov’è il popolo?

Quelli di LeU, invece, ci starebbero.

Su LeU voglio dire una cosa: è stato un episodio grave. Un ceto politico ha dirottato la richiesta di una sinistra diversa per garantire la propria perpetuazione e ora in Parlamento vanno gli Epifani, i Bersani. Dovrebbero sparire, dimettersi tutti e lasciar posto in Parlamento a qualcuno più giovane e meno compromesso. Mi dispiace farne una questione personale, ma è personale: nessun futuro passa attraverso di loro.

Il Financial Times punta su Di Maio: “È un moderato”

Ben piùmoderato rispetto alla Lega, e espressione del Mezzogiorno. Così il quotidiano britannico Financial Times ha descritto ieri Luigi Di Maio, definito “il vincitore delle elezioni politiche italiane”. “I giovani, i poveri e gli italiani del Meridione – si legge nell’articolo – in maniera sproporzionata si sono accodati dalla sua parte, sulla base della promessa di fermare la corruzione, le politiche di austerity dell’Unione Europea e altre misure in favore degli oppressi”. Sulle colonne del quotidiano si sottolinea anche come il leader del Movimento 5 Stelle possa diventare “il primo premier dall’impoverito Mezzogiorno dal 1989”, anno dell’ultimo governo Ciriaco De Mita, campano come Di Maio. “A differenza dell’altro vincitore del voto populista, Matteo Salvini, Di Maio ha cercato di guidare il Movimento 5 Stelle verso posizioni più moderate, in particolare sull’euro. Si incontra regolarmente con leader industriali e ambasciatori europei ed è volato anche a Londra per rassicurare gli investitori”, scrive ancora il Financial Times.

Le Alleanze e l’ipocrisia al potere

Un vecchio aforisma dice: “Guardati da due tipi umani: quelli che non dubitano di niente e quelli che dubitano di tutto”. Può essere utile, oggi, per capire qualcosa nell’intricata matassa delle alleanze per eleggere i presidenti di Camera e Senato e formare il governo del Paese. Non è una partita facile per il Presidente della Repubblica, arbitro imparziale che nel rispetto della Costituzione dovrà decidere a chi affidare l’incarico di formare il governo. Come si orienterà?

Dai giornali emergono posizioni contrastanti. Alcuni “non dubitano di niente” e con inossidabile certezza dicono “no” all’alleanza PD-M5S: i populisti – scrive Ezio Mauro – “chiedono quelle prove di responsabilità che loro hanno negato in passato”: la sinistra resti all’opposizione. Strana tesi. Mauro dovrebbe spiegare perché l’etica della responsabilità, sempre invocata, oggi non vale più: siamo al concetto filosofico di responsabilità a corrente alternata. Non va bene.

Oggi davvero è il momento di mostrare il primato dell’interesse generale sempre sbandierato. Il M5S non è il male assoluto, ha saputo intercettare la sofferenza dei ceti deboli e unire etica e politica. Riduzione degli stipendi dei parlamentari, regola dei due mandati, reddito di cittadinanza: arrivano proposte giuste dai pentastellati e Scalfari ha intuito – prima di smentirsi (l’età gioca brutti scherzi) – che se il Movimento guarda a sinistra occorre un dialogo e una mediazione utile al Paese. Zagrebelsky: “Non trovo nulla di strano che si chieda alla sinistra e al Pd di trovare l’intesa per un governo col M5S”. Dicono: PD e 5Stelle sono molto diversi. Chiedo: non erano diversi anche DC e Pci negli anni ’70? Eppure trovarono un’intesa e, senza l’intervento delle Brigate Rosse, avrebbero siglato il compromesso voluto da Berlinguer e Moro che sapevano elevarsi oltre le differenze per valorizzare ciò che di buono, i mondi che rappresentavano, potevano esprimere. Oggi è la stessa cosa. Di più: la fine delle ideologie facilità un’intesa – posto che si voglia realizzarla – sul programma.

Ma s’oppongono a un’alleanza col Movimento anche quelli che “dubitano di tutto” e calcolano vantaggi e interessi e utili: non conviene ai dem perché rischiano di scomparire assorbiti dai grillini; non è utile al Movimento perché, se governa il centro-destra, alle prossime elezioni i pentastellati arrivano al 40 per cento… Eccetera. Calcoli. E dubbi su un’alleanza che, in realtà, è mediazione alta, fa uscire il Paese dall’impasse, aiuta la sinistra a ritrovare se stessa in una contaminazione foriera di sviluppi: se le ideologie sono finite, da quest’incontro potrebbe nascere davvero, nel tempo, un’aggregazione nuova che concili eguaglianza, giustizia e libertà.

Ecco perché è giusto preferire Di Maio a Salvini aprendo a un’alleanza PD-5Stelle. Spiace che l’idea sia stata affermata e subito negata dal fondatore di Repubblica. Incredibile Scalfari. Dopo molte dichiarazioni errate (“Fra Berlusconi e Di Maio scelgo Berlusconi”) ne fa una giusta e subito la ritira come paradossale. Ha un attenuante, l’età; Scalfari si ama anche se sbaglia. Incomprensibile, invece, la posizione di Calabresi che avversa l’alleanza PD-M5S dopo aver spiegato che mediazione non significa inciucio. Se le cose stanno così – chiedo – perché osteggiarla se a proporla è Di Maio? Perché è leader del Movimento? Odi da campagna elettorale nel dopo elezioni.

Quelli che non dubitano di niente e quelli che dubitano di tutto (e preparano una crisi infinita) propongono sempre lo stesso schema: approvano un premier solo se indicato dal clan di riferimento. Ma sempre – c’è bisogno di dirlo? – per amore della democrazia. L’ipocrisia al potere.

5Stelle, Fi “assalta” gli eletti. Ma Di Maio cerca voti a destra

Si annusano e si lanciano segnali, da pokeristi un po’ così. E intanto già sperano di sottrarsi eletti, nella terra di mezzo dei parlamentari incerti. Con il vincitore, Luigi Di Maio, che è pronto a prendersi il sostegno anche di una parte di Forza Italia, “almeno quella non compromessa” come teorizza un ufficiale di peso. E i forzisti, che già gettano le reti verso i 5Stelle vecchi e nuovi: con telefonate, incontri che sembrano casuali ma non lo sono, caffè e aperitivi che in realtà sono esplorazioni

Nel marzo 2018 dove i numeri del voto sono un rebus, 5Stelle e berlusconiani si devono per forza guardare. Sospesi tra trattativa e competizione. Ed è il milionesimo segnale della mutazione del Movimento: prima barbaro ed impulsivo, ora borghese e calcolatore. Conversione evidente innanzitutto nella comunicazione. Perché nel M5S dei primi tempi reagivano di pancia e ora misurano le sillabe, sullo sfondo di foto da copertina patinata. Prima seguivano come una stella cometa parole e parolacce del fondatore Beppe Grillo e ora lo guardano con un sorriso di circostanza mentre gioca con la sabbia in un video, ironico sulle schermaglie tra partiti. Mentre loro, i professionisti, parlano con comunicati da “convergenze parallele” e immaginano strategie. Solo una cosa non muta, il silenzio: la stessa arma contro gli stessi nemici, i giornalisti. Oggi come allora, il 2013, quando i 5Stelle dilagarono nei palazzi come alieni.

Cinque anni dopo, il Movimento 2.0 di Luigi Di Maio, 31 anni e tanta moderazione, riparte ancora con le bocche cucite dei tantissimi nuovi, oltre 250 su 339 eletti. Perché così ha voluto Rocco Casalino, capo della comunicazione, parola che nel dizionario a 5Stelle fa rima con potere. Ergo, Casalino è potentissimo. “La mia strategia comunicativa ha funzionato” rivendica con i suoi. “Se abbiamo vinto così è anche grazie al lavoro della comunicazione in campagna elettorale” ha confermato Di Maio dal microfono in riunione. Così ecco il silenzio imposto e rispettato, come da linea del Casalino che ora gestirà tutto da Montecitorio. Così influente da sbarrare il passo pure a un fidatissimo di Di Maio come il suo responsabile relazioni istituzionali, Vincenzo Spadafora. Doveva essere il ministro alla Famiglia nella potenziale squadra di governo: ma negli ultimi giorni è saltato il ministero, e lui è rimasto fuori. Per il veto di Pietro Dettori, motore della Casaleggio, e di Casalino. L’ideatore della “riunione motivazionale” come la definiscono i 5Stelle. Un’assemblea che però è servita anche per ordinare le truppe e “proteggerle” da assalti esterni. Non tanto dalla Lega, che pure qualche abboccamento lo ha lanciato, nel Nord Est dove il Movimento arranca. Piuttosto l’avversario silente ma già attivo è Forza Italia, che ha mosso vari esponenti locali nelle regioni, “già dal 5 marzo” come sussurra un forzista. Il primo passo sono stati i messaggi di congratulazioni. Poi sono arrivate le richieste di incontro, qualche pranzo, qualche chiacchiera.

E ovviamente si è partiti dai parlamentari che vengono da esperienze di centro-destra: non pochi, sul carro del Movimento. Ma il M5S ha registrato i movimenti tellurici, tramite i referenti territoriali. Così a Roma hanno cominciato a compulsare le biografie degli eletti, cercando quelli più a rischio. E Di Maio ha dato mandato di sorvegliare a un gruppo di sua fiducia, coordinato dall’europarlamentare siciliano Ignazio Corrao. Ma se la politica è l’arte di impedire agli avversari di fare la loro (Roberto Gervaso), il capo politico vuole anche controbattere. Portandosi un pezzo di Forza Italia dalla propria parte. E partendo da Sud, dove il M5S ha consensi da plebiscito.

“Noi abbiamo aperto a tutte le forze politiche, un governo senza il M5S sarebbe un insulto alla democrazia” ha scandito Di Maio ieri su Facebook. Confermando di non voler fare troppe distinzioni tra Pd e LeU, che restano la prima opzione, e altri partiti. Ma usando anche toni indirettamente sbrigativi con il Colle, che è pur sempre l’arbitro della crisi. Poco in linea con il candidato devoto al Quirinale degli ultimi mesi. Perché Di Maio sarà pure “tranquillo” come giurano i suoi. Ma è comunque sotto pressione. Perché i numeri sono stretti. E lo saranno anche dopo la direzione dem di domani, che per i 5Stelle rappresenta uno spartiacque. E allora bisogna prendere anche a destra, togliendo terreno al leghista Matteo Salvini, che è “il vero polo avversario” come ripete Di Maio ai suoi.

Quindi occhi sui forzisti, nella speranza che almeno una parte dia fiducia al Di Maio premier. Anche per non tornarsene a casa. Poi c’è il Renato Brunetta che su Avvenire ha invocato il dialogo con M5S e Pd sulle presidenze delle Camere. “Se si parte dai programmi ci sono molte cose che uniscono” sostiene il deputato. Parole da intesa, nelle ore della guerra fredda. Dove tutti provano ad annettere tutti. Ma domani chissà.

Il sindaco Fucci lascia i 5 Stelle: “Regola miope, mi ricandido”

Ancoracandidato, ma questa volta con una lista civica. Lo ha deciso il sindaco di Pomezia Fabio Fucci, gia eletto primo cittadino della città in provincia di Roma dopo essersi presentato alle elezioni come candidato del Movimento 5 Stelle nel 2013. Proprio le regole del Movimento, che impongono un massimo di due mandati istituzionali a tutti gli iscritti, gli avrebbero impedito di correre ancora, avendo Fucci ricoperto anche la carica di consigliere prima di diventare sindaco. “Ho scelto di ricandidarmi alle prossime comunali con una lista civica, Essere Pomezia – ha spiegato Fucci – perché il M5s non mi permette una nuova candidatura nel nome di una regola miope che non tiene conto del merito e delle persone. Alla politica di professione, quella che mi assicurava un incarico molto ben pagato come capo di gabinetto della Raggi, ho preferito la politica del territorio, quella che si prende cura dei cittadini e fa crescere la città”. Fucci potrebbe dunque seguire le orme di Federico Pizzarotti, sindaco di Parma eletto con il Movimento 5 Stelle nel 2012 e poi riconfermato cinque anni più tardi, dopo aver fondato una sua lista.

Cemento, sprechi e poteri: ecco i dossier che dividono le vie di Raggi e Appendino

Olimpiadi a Roma no. A Torino sì. Il M5S stile governativo ha cambiato rotta, dice qualcuno. Chissà. Merita valutare i casi concreti.

Il dossier olimpico preparato dal Comitato Roma 2024, guidato da Luca Cordero di Montezemolo e Giovanni Malagò, è stato bocciato a settembre 2016 da Virginia Raggi. Il progetto ruotava intorno all’area di Tor Vergata e alla nuova Fiera, puntando al recupero di opere lontane tra loro. Progetti legati da un comune destino: incompiuti o mal funzionanti. Su tutti la Vela dell’archistar Santiago Calatrava, cantiere aperto da dieci anni e mai terminato per mancanza di fondi.

Il dossier rischiava di soddisfare prima di tutto gli interessi andati a male dei principali gruppi immobiliari cittadini (di qui il soprannome di “giochi del mattone”).

Secondo il Comitato promotore la spesa sarebbe stata di 5,3 miliardi – 3,2 coperti dal Cio – ma andavano aggiunti i costi per le infrastrutture di trasporto e i prevedibili extracosti. Basta vedere l’esempio pur virtuoso di Londra, dove si era partiti da un preventivo di 2,4 miliardi per spenderne 12. Roma non se lo poteva permettere: il bilancio basta appena per pagare gli stipendi dei 24 mila dipendenti e i servizi pubblici. Per non dire del debito da 10 miliardi. L’eredità olimpica? Una città dello sport nel mezzo della campagna e alle sue spalle un villaggio olimpico con le stanze degli atleti da riconvertire in 8 mila alloggi per studentati e housing sociale. Ancora affari per il settore edile, con la creazione di un quartiere dove il Piano Regolatore non lo prevede.

A Torino la sindaca Chiara Appendino a novembre aveva smentito l’ipotesi Olimpiadi. Ieri, con la benedizione del capo spirituale Beppe Grillo, è arrivato il via libera. Una partita politica, prima che sciistica. Perché a Roma i giochi erano voluti dai signori del mattone, nonché dal Coni. Mentre a Torino i Cinque Stelle li avrebbero contro. I primi, gli imprenditori, perché in Lombardia ci sono più opere e impianti da realizzare. Anche il Coni pare schierato con Milano. Chissà se pesa la ruggine maturata dopo il caso Roma. Oppure se contano i partiti: a Milano si accontenterebbero l’amministrazione cittadina (Pd) e quella regionale (Lega). Nonché i piccoli Comuni montani, quasi tutti leghisti.

Ma veniamo alle ragioni dell’inaspettato “sì” del M5S. La spiegazione più immediata: in Piemonte esistono già le strutture utilizzate per i giochi del 2006. Opere che sono già costate una fortuna. Ed esiste perfino un tesoretto – intorno ai 100 milioni – rimasto dopo i Giochi che attende di essere utilizzato. Esiste un patrimonio di infrastrutture sportive da 1,86 miliardi. E si può già contare su metropolitane, strade e aeroporti. Secondo gli studi degli esperti che hanno lavorato per la Camera di Commercio l’Olimpiade low cost costerebbe comunque 2 miliardi (uno arriverebbe dal Comitato Olimpico, il Cio). Quindi resta quasi un miliardo. Circa 170 milioni servirebbero per recuperare le strutture vecchie di appena dieci anni, ma già bisognose di interventi. Ma ci sono altre ragioni: Appendino e parte del M5S piemontese, ricordano le cronache, sono sempre stati più possibilisti nei confronti delle Olimpiadi. E Torino – alle prese con il dopo Fiat e la ricerca di una nuova identità, oltre che con un debito record di 2,9 miliardi – ha bisogno disperato di soldi.

Fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile organizzare due Olimpiadi nella stessa località a distanza di vent’anni. Poi qualcosa è cambiato nel Cio: sotto la guida di Thomas Bach i giochi estivi sono stati assegnati a Los Angeles, dove erano già stati nel 1984. Nel 2022 per i giochi invernali si tornerà a Pechino dove già nel 2008 c’era stata l’edizione estiva. Il punto è che mancano i candidati perché organizzare le Olimpiadi non conviene: i costi lievitano mediamente del 179%. Insomma, si può fare il bis.

Altre regioni attendono la benedizione delle Olimpiadi. C’è poi il paradosso delle due candidate italiane, Milano e Torino, città di pianura o collina per i giochi dello sci. Chissà cosa ne diranno, per dire, Bolzano, Trento e Belluno. Qui si era affacciata l’ipotesi di candidarsi insieme per i giochi del 2026. Il progetto parlava di Olimpiadi a cemento zero che avrebbero utilizzato impianti già esistenti. Al massimo appoggiandosi a Innsbruck. Un’occasione, si diceva tra i sostenitori del progetto, per avvicinare la gente di montagna italiana, sudtirolese e ladina. E per dare un impulso alle Dolomiti colpite dallo spopolamento. Invece vincono sempre le grandi città. Conviene alle imprese. E alla politica: Lega, Forza Italia, Pd e M5S hanno gli occhi puntati su Milano e Torino. Le Dolomiti portano pochi voti.

Grillo dice sì alle Olimpiadi-bis

Per risolvere la questione che logora il Movimento 5 Stelle a Torino è intervenuto anche Beppe Grillo. Ma non ha fugato i dubbi di chi si oppone a eventuali nuovi giochi olimpici, vent’anni dopo quelli del 2006: “Le Olimpiadi sono una grande occasione per Torino e per il Movimento. Dimostreremo di saperle fare a zero debiti e in modo sostenibile”, ha detto venerdì sera con una telefonata all’assemblea degli attivisti e degli eletti del capoluogo piemontese, la seconda dopo quella di giovedì sera in cui era diventata evidente la spaccatura tra le due anime del movimento. Una è quella più legata alle origini e contraria agli sprechi dei “grandi eventi”, l’altra quella più “governativa”. In ballo c’è una decisione strategica: entro il 31 marzo la Città di Torino può manifestare il suo interesse in vista di una candidatura ai Giochi invernali del 2026. Per il M5s sarebbe l’occasione di mostrarsi capace di gestire grandi sfide, imponendo un modello sostenibile a livello economico e ambientale, più o meno la stesso obiettivo che Virginia Raggi si è posta con lo stadio della Roma.

L’ipotesi di candidatura è nata da alcuni sindaci delle località sciistiche torinesi ed è supportata dalla Camera di commercio. Insieme hanno chiesto alla sindaca Chiara Appendino di portare avanti il progetto e lei, anche in veste di capo della Città metropolitana, ci ha riflettuto molto senza esprimersi.

L’idea è piaciuta subito ad alcuni esponenti dell’amministrazione cittadina, come l’assessore allo Sport Roberto Finardi e il consigliere Marco Chessa. Di riflesso il suo collega Damiano Carretto si era subito opposto. Da allora quella frattura si è ampliata. Oltre a Carretto, altri tre consiglieri comunali dell’area dura sono rimasti fermi sul no e hanno proposto un documento con dieci condizioni severe, sul tono di: “Investimenti privati, benefici pubblici”. Con loro si sono schierati anche il consigliere regionale Davide Bono, il primo grillino eletto a Torino, e la collega della Val di Susa Francesca Frediani. Venerdì, poche ore dopo la presentazione della studio di prefattibilità della Camera di commercio, i due hanno ricordato che le Olimpiadi “non possono essere realizzate in Italia. Il regolamento olimpico parla chiaro: è impedita la candidatura ai paesi in cui si terrà la sessione del Cio deputata a decidere il prossimo evento”. La riunione sarà a Milano nel settembre 2019, ma i promotori sono convinti che il Cio non terrà conto della regola. In queste ultime settimane. per dirimere le divergenze interne, la deputata Laura Castelli ha cercato di coinvolgere Luigi Di Maio (che in campagna elettorale aveva scaricato l’onere su Appendino). Poi venerdì è arrivata la telefonata di Grillo sulla “grande occasione”. “Il nodo principale resta la regola del Cio – ribadisce Bono – e poi siamo scettici su spese di questo rilievo”. Bono ammette che il tema è “molto divisivo”. Domani si vedrà quanto: salvo sorprese in consiglio comunale si voterà una mozione Pd che impegna la sindaca e la giunta a firmare la manifestazione di interesse.

La Direzione

Ma come, ma perchè? In fondo abbiamo fatto due governi con Berlusconi e due con Verdini&Alfano. Dato appalti senza gara a (e preso soldi da) Mafia Capitale. Creato 390mila esodati con la Fornero. Impiccato l’Italia al pareggio di bilancio in Costituzione. Fregato Prodi sulla via del Quirinale con 101 o più franchi tiratori e schifato Rodotà, per riesumare Napolitano e B.. Approvato due leggi elettorali da vomito: una incostituzionale (Italicum), una demenziale (Rosatellum). Tentato di abolire le elezioni del Senato per riempirlo di sindaci e consiglieri regionali perlopiù inquisiti, spacciando il tutto per “riforma costituzionale”. Abolito per finta le Province con la legge Delrio che cambia loro nome, non passa le competenze ad altri enti, ma abolisce le elezioni per i consigli. Varato la riforma Madia della PA, subito demolita dalla Consulta. Accorpato la Forestale all’Arma, con zero risparmi e più inefficienza. Riformato i musei innescando guerre nei Tar. Punito i conflitti d’interessi così bene da non sfiorare quello di B.. Abolito l’Imu sulle prime case anche per i ricchi. Buttato 10 miliardi l’anno per gli 80 euro.

Condonato gli evasori con la voluntary disclosure e la rottamazione delle cartelle Equitalia. Triplicato la soglia di contanti da mille a 3mila euro. Alzato vieppiù i tetti di impunità per l’evasione fiscale. Riscritto il falso in bilancio con mille scappatoie e soglie altissime di impunità. Cancellato l’interdizione perpetua per gli amministratori di banche fallite (tipo papà Boschi). Regalato miliardi alle banche private aumentando il valore delle loro quote in Bankitalia che dovrebbe controllarle. Fatto pasticci indicibili sul bail-in europeo e sulle banche decotte, lasciate marcire fino al referendum 2016, quando il conto era salito a 20 miliardi. Regalato 80 miliardi in tre anni ai soci di Confindustria fra sgravi fiscali e incentivi. Sbloccato 45,5 milioni di fondi ai partiti con bilanci opachi. Donato miliardi ai signori delle autostrade con aumenti record delle tariffe. Gettato 14 miliardi per quei bidoni volanti degli F-35 a prezzi raddoppiati. Dilapidato 150 milioni per l’Air Force Renzi. Rinnegato la nostra legge Richetti sui tagli ai vitalizi. Favorito Mediaset rinviando di 18 mesi il cambio di tecnologia digitale e imbottendo le tv berlusconiane di pubblicità istituzionale sottratta al web. Insabbiato i decreti attuativi alla legge anti-slot, aumentandole di 30mila unità e autorizzando altre 60 mila sale giochi. Fermato la riforma Rc Auto per non disturbare gli assicuratori. Omaggiato le coop con l’ok al prestito soci, attività bancaria non autorizzata e non vigilata.

Dimenticato i decreti attuativi della legge sul cinema. Devastato la scuola con la Buona Scuola: deportazioni di insegnanti, bonus-merito con criteri misteriosi e chiamata diretta pressochè impossibile. Regalato manodopera gratuita alle imprese con l’alternanza scuola-lavoro. Cancellato l’ar.18 dello Statuto dei lavoratori, autorizzato controlli a distanza sui dipendenti e gettato 30 miliardi in incentivi per assunzioni evaporate alla fine dell’effetto doping. Liberalizzato i voucher, poi cancellati per evitare il referendum Cgil, infine ripristinati. Deregolato gli appalti edilizi ed estrattivi con lo Sblocca-Italia. Paralizzato le commesse pubbliche con l’incasinatissimo Codice degli appalti. Sabotato il referendum anti-trivelle in mare. Fatto raffiche di decreti salva-Ilva per prorogare sine die le bonifiche ambientali. Decuplicato i migranti morti in mare passando Triton a Mare Nostrum. Svuotato la blocca-prescrizioni dei reati, che continuano a prescriversi. Riscritto il voto di scambio politico-mafioso e l’autoriciclaggio, ancor più difficili da punire di prima. Imbavagliato la stampa sulle intercettazioni e privato pm, giudici e difensori di gran parte degli ascolti, segretati a monte dalla polizia giudiziaria. Imposto alla polizia giudiziaria di comunicare le indagini ai superiori controllati dal governo, legalizzando le fughe di notizie ai politici. Tentato di concedere ai derubati la licenza di uccidere i ladri anche se scappano, ma solo nelle ore notturne.

Punito i magistrati con la responsabilità civile diretta. Prepensionato le toghe a 70 anni, gettando nel caos tribunali e procure, e poi allungato l’età pensionabile ai vertici della Cassazione. Depenalizzato lo stalking con modiche mance alle vittime. Reso ancor più molle il carcere duro (41-bis) per i mafiosi. Annacquato il Codice antimafia per limitare il sequestro dei beni ai corrotti accusati di associazione per delinquere. Varato tre svuotacarceri per tener fuori i condannati fino a 4-5 anni. Ridotto vieppiù la custodia cautelare anche per reati gravi. Introdotto il reato di tortura in forme così blande da non punire neppure casi come Diaz e Bolzaneto. Ingrassato assicurazioni, banche e grandi imprese con le spese legali riconosciute ai loro avvocati grazie alla legge sull’“equo compenso” (nata per tutelare i professionisti più deboli). Inguattato la legge contro il consumo del suolo. Accorciato la Salerno-Reggio per inaugurarla prima del referendum 2016. Rilanciato il Ponte sullo Stretto. Annunciato dopo il terremoto 2016 e mai varato il piano Casa Italia per mettere in sicurezza il territorio. Paralizzato le Asl con 10 nuovi vaccini obbligatori che molte Regioni non riescono a gestire in tempo. Rinnovato la missione di guerra in Afghanistan dopo 17 anni e centinaia di migliaia di morti, e aggiunto la missione Niger a guida Macron. Varato un decreto Trasparenza che aumenta i segreti di Stato. Renzizzato militarmente la Rai, che è riuscita a cacciare persino la Gabanelli. E altri capolavori. Ma che volevano di più dalla vita i nostri elettori? Ma che gli salta in mente di votare 5Stelle o di chiederci di appoggiare Di Maio?

Napoli rullo contro Inter in riflessione

L’Europa ci ha riportato dentro al calcio dal quale eravamo fuggiti per onorare la memoria di Davide Astori, capitano della Fiorentina morto nel sonno a 31 anni. Tocca a noi. E domani all’ora di pranzo, contro il Benevento, toccherà proprio alla “sua” Fiorentina. Potete immaginare l’atmosfera, la cornice, le emozioni. E la volontà di dedicargli l’impegno. Si riparte da una volata scudetto che il recupero tra Juventus e Atalanta tiene in ostaggio. Reduce dalla gloria di Wembley, tempio che come le acque del Mar Rosso si è aperto ai gol della coppia Higuain-Dybala e chiuso sulle “fotte” difensive del Tottenham, la squadra di Allegri riceve l’Udinese. Infortuni, squalifiche e ingorghi di calendario suggeriscono rotazioni oculate. Il pronostico orientato non è una scorciatoia. Le partite di Allegri sono film che, come La Corazzata Potemkin, spaccano i cineforum: splendori tattici o miserie estetiche? Le sceneggiature di Sarri, in compenso, western che rallegrano tutti. Anche se talvolta ci lascia le penne lo sceriffo caro al regista. Non succedeva dal 1° dicembre (Juventus), è successo sabato scorso. Con la Roma, sempre al San Paolo: 4 gol, in campionato, il Napoli di Sarri non li aveva mai presi. A San Siro la capolista troverà un’Inter che ha saltato il derby e compiuto 110 anni. Un’Inter strana, in flessione, che perde poco, pareggia molto ed è imbattuta con le Grandi: 3-1 e 1-1 con la Roma, 3-2 al Milan, 0-0 con Napoli, Juventus e Lazio. Scritto del ritorno di Icardi, le chiavi di Spalletti rimangono Candreva e Perisic. L’ordalia del Meazza si annuncia spasmodica. In trasferta il Napoli è un rullo: undici vittorie e un pareggio (a Verona, sponda Chievo). Per questo, lo vedo favorito.

Muore nel sonno Thomas Rodriguez, 19enne calciatore della Ligue2

Un’altra tragedia scuote il mondo del calcio. Thomas Rodriguez, giovane promessa francese, è stato trovato morto a soli 19 anni nel suo letto presso il centro di formazione del Tours. La notizia del suo decesso è stata confermata “con estremo dolore” dallo stesso club, che milita nella Ligue 2 transalpina. La morte di Rodriguez è avvenuta nella notte tra giovedì e venerdì, per cause ancora da accertare. Il giovane centrocampista è stato trovato senza vita nel letto dal compagno di stanza, che ha allertato il guardiano notturno del club. Sul caso è stata aperta un’inchiesta giudiziaria. L’autopsia sul corpo del giovane calciatore, sarà eseguita all’inizio della prossima settimana. Su richiesta del club la partita della serie B transalpina tra Tours e Valenciennes è stata rinviata. Un minuto di silenzio sarà osservato negli altri match di Ligue 1 e Ligue 2 in programma nel weekend. La notizia della tragica scomparsa di Rodriguez arriva solo cinque giorni dopo quella relativa alla morte del capitano della Fiorentina, Davide Astori, anche lui trovato morto nel letto nell’hotel che ospitava i viola alla vigilia del match di campionato sul campo dei friulani.