Torna il doping in A: beccato Joao Pedro Dubbio su De Vrij

Il cagliaritano Joao Pedro beccato due volte, il capitano della Lazio Stefan De Vrij che non si presenta alla convocazione della Procura, oltre al precedente di Fabio Lucioni del Benevento che è già stato squalificato: la parola doping torna a essere associata alla Serie A. Non sarà proprio uno scandalo, come l’ondata di positività al nandrolone di inizio Anni Duemila, ma erano quasi due decenni che non si registravano così tanti casi in una sola stagione.

Per tutta la giornata di ieri non si è parlato d’altro. In mattinata la prima positività di Joao Pedro, poi la notizia della richiesta di chiarimenti a De Vrij, quindi di nuovo la seconda positività del brasiliano del Cagliari. Le posizioni sono abbastanza diverse tra loro, almeno per il momento. Più complicata quella di Joao Pedro: pizzicato non una, ma due volte, l’11 febbraio a Reggio-Emilia al termine della gara con il Sassuolo, e il 17 dello stesso mese in casa contro il Chievo Verona. La sostanza incriminata è l’idroclorotiazide, il diuretico più comune tra gli sportivi: non ha effetti dopanti in quanto tale, ma può essere utilizzato per cancellare tracce di altri prodotti. La società ha ribadito “assoluta fiducia nella buona fede del calciatore”, che però è già stato sospeso.

Il nome più clamoroso è quello di Stefan De Vrij, capitano della Lazio, uno dei più forti difensori del campionato. Per lui già si parla di un trasferimento in una big, ma prima di pensare al calciomercato dovrà risolvere la grana con l’antidoping. In questo caso non risultano positività: dopo la partita del 19 febbraio contro l’Hellas Verona, il giocatore olandese era stato sottoposto ai controlli e aveva dovuto riempire due diverse provette per raggiungere il quantitativo necessario di urina, siglandone però soltanto una. Insomma, l’oggetto della contestazione sarebbe una firma mancante: solo una questione procedurale – sostiene la società di Claudio Lotito – anche se pare che la Procura volesse informazioni anche su altri aspetti. Dovrà aspettare in ogni caso: il giocatore non ha risposto alla convocazione, al suo posto si sono presentati i legali del club ma la Procura si attendeva la presenza del diretto interessato. L’udienza è stata rinviata (forse alla settimana prossima), intanto però il giocatore non è stato sospeso e potrà regolarmente giocare domani.

Il confine tra doping e semplice utilizzo (magari inconsapevole) di prodotti contenenti sostanze vietate è sempre lo stesso: molto sottile, anche se ormai tutti i medicinali per legge devono riportare sul libretto la presenza di molecole proibite. Per sbagliarsi bisogna essere davvero sbadati, e non è la prima volta quest’anno. Lo scorso settembre c’era già stata la positività di Fabio Lucioni all’anabolizzante Clostebol: il capitano del Benevento a gennaio è stato squalificato per un anno (più quattro mesi al medico sociale del club, Walter Giorgione, responsabile della somministrazione dello spray proibito Trofodermin).

In attesa dei chiarimenti di De Vrij e del giudizio su Joao Pedro, i casi sollevati da Nado Italia, la struttura nazionale antidoping che Giovanni Malagò ha affidato al generale Leonardo Gallitelli (lo stesso che Silvio Berlusconi avrebbe voluto premier per il centrodestra) salgono così a quattro: se non è un record, poco ci manca. Per trovare un’annata peggiore bisogna tornare indietro al 2000/2001, l’anno delle positività in serie al nandrolone (furono addirittura sei). L’ultimo caso, invece, risaliva al 2010: Adrian Mutu positivo a uno stimolante.

Tempo di (buoni) libri, fiera a polemiche zero

Non leggete i libri, fateveli raccontare! (© Bianciardi). Ecco un buon motivo per venire a questa seconda edizione di Tempo di Libri: i “Percorsi d’autore: passeggiate alternative” con scrittori, poeti, attori, che, in cuffia, guidano i visitatori tra gli stand della fiera, raccontando di volta in volta romanzi, vecchi e nuovi, legati all’ordine del giorno, in un tour – per così dire – deliziosamente museale.

Oggi, terza delle “Cinque Giornate” dedicata a “Milano”, ciceroni saranno, tra gli altri, Isabella Bossi Fedrigotti e Maurizio Cucchi, mentre ieri ci sono stati Marco Belpoliti e Mario Baudino, che sul tema della “Ribellione” ha riaffabulato quattro storie scabrose di quattro autori camuffati sotto pseudonimo: Il rosso e il nero di Stendhal – nome d’arte scelto proprio perché suona come “scandale” –; Senza un soldo a Parigi e Londra di George Orwell; Carol di Patricia Highsmith (pubblicato a firma Claire Morgan); Histoire d’O di Pauline Réage, al secolo Dominique Aury, che era a sua volta il falso nome – da quando era stata una staffetta partigiana – di Anne Desclos.

Il pubblico continua a rispondere positivamente alle proposte di Tempo di Libri, “più una festa che una fiera”, come ha voluto – a questo punto in modo lucido e lungimirante – il direttore Andrea Kerbaker: tra un post-it per re Harry (Potter) e un selfie per “The Voice”, tra uno show cooking e mille altri laboratori ludico-didattici, non mancano neppure le masse di spettatori agli incontri frontali.

Eppure gli spazi della vecchia fiera al Portello sono molto più sporchi, grigi e angusti di quelli di Rho e quest’anno non ci sono polemiche incendiarie come nella passata edizione (tipo Don Milani in Bruciare tutto by Walter Siti). Niente, non c’è verso di far montare la polemica, nemmeno sulla rivalità tra Milano e Torino, Tempo e Salone, che ormai forse interessa solo agli addetti ai livori. Ieri, ad esempio, Stefano Mauri, presidente e Ad del Gruppo Gems, proponeva dalle colonne del Corriere della Sera una “alternanza” tra le due rassegne, mentre Enrico Selva Coddè (Ad Area Trade di Mondadori) auspicava una “manifestazione unica”: né Massimo Bray, presidente della “cabina di regia” del Salone, né Nicola Lagioia, direttore, hanno voluto replicare. “Lavoro per Torino e continuerò a lavorare per Torino. Punto”, ha commentato il Premio Strega nei corridoi, sgusciando all’incontro in cui ricordava l’amico intellettuale Alessandro Leogrande, scomparso a soli 40 anni lo scorso novembre.

Nonostante il tema, la “Ribellione”, la giornata di ieri non è stata affatto riottosa: si è parlato – pacificamente – di ’68 e ’77, libertà di stampa e primavere arabe, bambine ribelli (ma solo sulla carta) e terrorismo, con l’esposizione dei “Cubooks”, sculture di Lorenzo e Simona Perrone, regalate da Giunti al Comune di Firenze come barriere anti-attentati.

Pur con qualche defezione (Luis Sepúlveda, Roddy Doyle), in fiera si vedono finalmente sfilare molti vip – Marco Tronchetti Provera, John Grisham, Mauro Corona, Oscar Farinetti…

Tra le tribù più numerose – studenti a parte – c’è quella degli aspiranti scrittori, che anche oggi si sfideranno nello “Speed Date Letterario” organizzato da IoScrittore, per strappare il primo, agognato contratto: hanno 5 minuti di tempo per convincere un editor e un autore della bontà del loro manoscritto, molti dei quali gialli o romanzi storici, come moda impone.

C’è chi viene da Bologna, chi da Brescia, col fratello al seguito; c’è chi si commuove ancor prima di iniziare a parlare e chi vanta preliminarmente una certa sicumera. Richiesta degli esaminatori: “Mi riassuma il suo libro in una frase”. Risposta dell’esaminato: “La ricerca del significato”. Auguri.

Oggi, intanto, si svolge la più campanilistica delle giornate, quella su “Milano”: meglio, però, non prendersi troppo sul serio, come Gianni Biondillo e la sua Tombola letteraria o Gioele Dix con la sua striscia quotidiana “Gioele Dixit”. Stasera leggerà brani da Dino Buzzati e reportage di turisti illustri ai piedi della Madunina, da Mark Twain a Byron, da Hemingway al succitato Stendhal, innamorato della città a tal punto da definirsi “milanese” (sulla tomba) e dell’Italia a tal punto da scriverci una cronaca di viaggio, L’Italia nel 1818: “Le tre grandi peculiarità di questo paese sono che: tutti fanno l’amore; nessuno legge, e non c’è società… Gli italiani credono fermamente che tra cent’anni tutto sarà come cent’anni fa”. Facciamo anche duecento.

Londra, i soldi di un principe non puzzano mai

L’immagine simbolo della recente visita ufficiale del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman nel Regno Unito è un cartellone pubblicitario apparso nel centro di Londra. Mostra la Union Jack e la bandiera saudita vicine. Slogan: “Regni Uniti”.

La campagna mediatica è stata sponsorizzata dall’ Arabian Enterprise Incubators, società fondata da Adam Hosier, ex dipendente di BAE Systems, multinazionale britannica della Difesa con importanti commesse nel regno saudita. Bin Salman è stato accolto con gli onori dovuti ad un alleato cruciale: pranzo con la Regina, cordialissimo incontro con Theresa May e con l’arcivescovo di Canterbury. I due Regni sono uniti davvero: a legarli, un intreccio di interessi economici e geopolitici. La visita avrebbe sbloccato commesse saudite per circa 65 miliardi di sterline. Poi c’è l’interesse del London Stock Exchange per la prossima quotazione in borsa del 5%di Saudi Aramco, la maggior società petrolifera del mondo: ma non è ancora sciolta la riserva sulla scelta della piazza finanziaria per l’operazione, e restano in ballo anche New York, Shanghai e Hong Kong. Infine, la necessità per bin Salman di accreditarsi agli occhi del mondo occidentale come il nuovo volto – giovane (32 anni), riformatore, moderno – dell’Arabia Saudita. Maggiori libertà alle donne, limiti allo strapotere della polizia religiosa, autorizzazione per concerti e cinema: operazioni cosmetiche, per molti analisti, ma necessarie per un cambio di immagine. Di fatto, il principe ha bisogno di alleati esterni per conservare il potere nel suo paese in un momento di crisi economica e politica.

Il suo consenso in patria dipende anche dalla riuscita di Vision 2030, mega città futuristica e progetto pilota per fare dell’Arabia Saudita un centro mondiale di investimenti, diversificando l’economia per renderla indipendente dal petrolio.

Quanto al Regno Unito, nel solo comparto della Difesa ha venduto armi e tecnologie ai sauditi per miliardi di sterline negli ultimi anni, e sarebbe vicino alla firma un contratto da 4 miliardi per una seconda fornitura di jet militari alle forze armate di Riad. Ma qui l’idillio si rompe, con l’opinione pubblica britannica in maggioranza contraria alla vendita di armi ad un paese dittatoriale, specie da quando è emerso che forniture, know how e tecnologie britanniche vengono utilizzate nella guerra in Yemen (4,6 miliardi dall’inizio del conflitto) e per la repressione dei diritti umani in patria. Il leader laburista Jeremy Corbyn ha accusato il governo di essere in parte responsabile per la strage di civili yemeniti.

Accuse a cui Theresa May oppone la ragion di stato: non solo garantendo massima discrezione allo stile di vita molto spregiudicato di principi e principesse saudite a Londra, ma bloccando, dal 2017, la pubblicazione di un rapporto governativo sui finanziamenti sauditi all’estremismo islamico nel Regno Unito.

Ministro dell’ultra-destra fa perquisire i servizi segreti che indagano sui neonazi

Il ministro degli Interni austriaco Herbert Kickl è sulla graticola. La ragione è una perquisizione negli uffici dei servizi di sicurezza e antiterrorismo (Bvt) eseguita da un’unità di polizia di solito impiegata contro reati di strada e guidata da un funzionario che è esponente dello stesso partito del ministro. Cioè la Fpö, il partito della libertà, di destra e con posizioni anti-europeiste che sostiene il governo del conservatore Sebastian Kurz. La magistratura intende accertare presunti abusi: dal passaggio di informazioni su passaporti nordcoreani a malversazioni.

Durante la perquisizione sarebbe stato sottratto anche un disco rigido con i dati relativi a indagini su estremisti di destra con possibili legami con la Fpö. Il capo della Bvt, Peter Gridling, il cui contratto era stato prolungato dal precedente esecutivo a guida socialdemocratica (Spö), è tra gli indagati. “Le forze collegate alla Fpö hanno compiuto atti che vanno ben oltre il mandato originale”, ha accusato l’ex cancelliere e capo della Spö Christian Kern.

Milosevic Musical: canta che ti passa, Belgrado riabilita Slobo

Tornare agli ’90 nella ex Jugoslavia dilaniata dalla guerra civile ed etnica significa tornare con la memoria all’epoca – e agli orrori – di Milosevic. Fosse anche per il breve tempo di uno spettacolo teatrale.

E non è poco, se si pensa alla delicatezza del tema che viene portato in scena: la vita dell’ex presidente serbo che, passato dal comunismo al nazionalismo dopo il 1989, è stato accusato di crimini contro l’umanità per le persecuzioni etniche in Croazia, Bosnia Erzegovina e Kosovo ed è morto nel 2006 mentre era in corso il processo a suo carico da parte della Corte Penale Internazionale dell’Aja.

Proprio in Kosovo – ma in una città come Gracanica che, per quanto a pochi chilometri di distanza dalla capitale Pristina, è a maggioranza serba – ha debuttato martedì il musical Lift: the Slobodan Show.

La scelta degli autori è stata chiara: rappresentare la vita privata e familiare, il rapporto tra l’ex presidente e l’influente moglie Mira Markovic (che la stampa aveva ribattezzato Lady Macbeth per la sua sete di potere) e i rampolli Marija e Marko, basandosi sia sulle trascrizioni delle telefonate tra Slobodan e Mira che sui diari di quest’ultima. Lo spettacolo è accompagnato da dosi massicce di musica da discoteca anni ’90 e folk balcanico. Il 18 marzo si replica, stavolta sul palcoscenico del Teatro Nazionale della capitale serba Belgrado.

“Occuparsi di Milosevic e della sua famiglia significa fare i conti con i nostri demoni, affrontare l’ultimo dei tabù”, afferma il regista della pièce Nenad Todorovic, mentre l’autrice Jelena Bogavac racconta al New York Times di essere arrivata alla figura di Milosevic perché sarebbe stato impossibile ritrarre la vita quotidiana negli anni ’90 senza questa figura emblematica.

Una scelta artistica che non ha mancato però di suscitare polemiche, da parte di chi non smette di ricordare la furia omicida che solo in Kosovo provocò tra il 1998 e 1999 – prima dell’intervento Nato a cui partecipò anche l’Italia del governo D’Alema – oltre 13.000 vittime di etnia albanese e circa 200.000 profughi.

Fatta salva la libertà di espressione – ha scritto consapevole della delicatezza del tema il ministro della Cultura kosovaro Kujtim Gashi – la scelta di mettere in scena Milosevic senza voci critiche “rischia di irritare gran parte della popolazione del Kosovo”.

Il drammaturgo Jeton Neziraj, kosovaro di etnia albanese, ha descritto il musical come “opera piena di stereotipi del vittimismo serbo contro Usa e Occidente”, tanto che “non sarebbe dispiaciuta allo stesso Milsovic, le cui responsabilità sono ridotte sostanzialmente a zero”.

E ha concluso: “Sono dispiaciuto per il pubblico che vedrà questo spettacolo, in particolare per i giovani serbi che verranno avvelenati da tanta propaganda nazionalistica”.

“Il nome di Slobodan Milosevic suscita ancora odi profondi, e in ogni caso polarizza le opinioni”. Tena Prelec è esperta di Balcani presso la London School of Economics (Lse). “Discutere di lui oggi significa incorrere in critiche molteplici – commenta la ricercatrice – da un lato perché non si è stati abbastanza critici sulla figura del leader, a giudizio dei molti che lo vedono come l’incarnazione del male. Dall’altro perché si tocca un nervo scoperto: molti serbi pensano che la comunità internazionale sia stata troppo dura e ingiusta contro il loro Paese, a partire dall’epoca dell’intervento Nato”.

Figli e diritti: la marcia delle ragazze a seno nudo

Santiago del Cile

Teresa e Cecilia marciano a seno nudo, un sole disegnato sulla pelle a matita. “Qui possiamo, è l’unico posto dove ci sentiamo sicure”. Accanto alla madre, un bambino regge un cartello con su scritto “Voglio diventare un uomo, non un macho”. L’Alameda, l’arteria principale di Santiago, diventa lo scenario della più imponente mobilitazione cilena per la Giornata internazionale della donna: un fiume in piena la marcia che invoca parità di diritti e di salario, che dice “basta” alla violenza sulle donne, alla cultura maschilista che le opprime e soprattutto chiede una legge di civiltà che il Cile non ha: quella sull’aborto, oggi illegale e consentito dal 2017 solo nel caso in cui sia a rischio la vita della madre, quella del feto, o ci sia stato uno stupro.Lunedì prossimo si insedierà il nuovo governo conservatore di Sebastián Piñera che prenderà il posto dell’avversaria Bachelet. Un passaggio di testimone che minaccia di sbarrare la strada alla prima legge cilena sull’interruzione di gravidanza, che permetta a ogni donna di scegliere. “Se ne discute da un anno, ma con il nuovo governo non vedrà mai la luce”, dice Alberto Trafiñazco, funzionario del dipartimento comunale di Salute pubblica di Santiago. “Il processo di democratizzazione non è ancora compiuto. A farne le spese sono le donne e tra queste soprattutto quelle mapuche. Donne malpagate, spesso vittime di violenza – continua Trafiñazco – e licenziate anche in gravidanza, a dispetto della legge”. Un Paese in cui le donne muoiono di aborto clandestino. Chi se lo può permettere usufruisce di cliniche prívate, chi non può rischia grosso. Nel 2017 in Cile si sono registrati 61 femminicidi, in media 5 al mese.

“La forma del rispetto non ha confini”

Allegra Fulton ama fotografare i fiori. Ha calcato i palcoscenici di Toronto e poi i set cinematografici internazionali con umiltà e determinazione. Interpreta Yolanda, un ruolo minore, ma non meno importante tra le donne delle pulizie del film pluri-premiato agli Oscar di Guillermo del Toro The Shape of Water. Cerca in tutti i modi di aiutare Charlie, il dio fluviale che ama le uova e la musica.

Come è stato interpretare questo ruolo?

“Sono stata veramente fortunata a recitare in questo film. Non è stato facile dare voce a Yolanda, la donna delle pulizie scontenta che si lamentava sempre di stare in fila dietro a Eliza (Sally Hawkins) e Zelda (Octavia Spencer), perché tra di noi c’era un gran feeling e ho trascorso molto tempo con queste due attrici di gran talento e qualità umane. Ci siamo impegnate molto ma ci siamo divertite molto per soddisfare le richieste di Guillermo”.

Del Toro è un regista esigente?

È un regista immenso, un leader, ma è anche un uomo caloroso, divertente e mette ogni persona a suo agio nel set. E così tutti danno il massimo. Abbiamo girato il film a Toronto, tutto lo staff, gli operatori del film sono canadesi e tutti hanno lavorato tantissimo. Abbiamo girato di notte, e si sa di notte è più faticoso e duro. Ma Guillermo è riuscito a tenere tutti uniti e con gentilezza ha realizzato il film che aveva in mente. Quando non ero in scena mi mettevo come un’ombra dietro di lui e attraverso il monitor vedevo come costruiva le scene. Era impressionante osservare cosa vedeva dietro le telecamere e tutta quell’attenzione minuziosa che aveva per ogni dettaglio.


The Shape of Water
è una boccata d’aria per il cinema indipendente?

Si “the Shape” (così lo chiamano ormai gli addetti ai lavori) non era un film con un grande budget per le ambizioni cinematografiche che aveva. Questo film è stato una specie di “dichiarazione – di testamento – per tutto il cinema commerciale. Perché ha dimostrato che anche con pochi mezzi, pochi costumi, e poche scene ma con un amore incondizionato per il cinema e tanta creatività si può realizzare un film premiato agli Oscar. Ognuno di noi ha lavorato con il cuore e con l’anima per realizzare il film.

Shape è la storia del diverso, amore per l’altro, il mostro: c’è violenza, crudeltà, generosità, speranza.

Sì nella storia c’è l’amore per l’altro, per gli oppressi per il diverso. Ma Guillermo è affascinato anche dal mostruoso che c’è in ognuno di noi. Un po’ junghiano… no? Noi tutti abbiamo un lato oscuro, un’ombra… a un certo punto la storia del film ha liberato quest’ombra e ci ha fatto amare anche questo lato oscuro di noi. Certo l’altro è anche l’immigrato, il disabile, la minoranza… e tutto quello che viene etichettato come tale. Ma può essere qualsiasi cosa…

È un film che ti immerge nella bellezza dell’amore incondizionato?

Sì alla fine è semplicemente uno splendido film musicale di fantascienza, una storia d’amore come the “Beauty and the Beast”. Dove c’è Amore, crudeltà e Violenza. Questo film innesca tanti cambiamenti e resterà un bellissimo film per molto anni a venire. Sono stata molto fortunata e sono molto fiera di averne fatto parte.

La coscienza di Varsavia tra aborto e purghe rosse

Banco, rosso, nero. Sono i colori di questo lungo marzo polacco. Alla stazione di Varsavia il presidente Andrzej Duda ha chinato la testa, tra soldati dritti come i loro fucili neri, in cappotti verdi, nasi all’insù su volti pallidi. La Polonia ha ricordato due giorni fa “l’atto vergognoso” commesso esattamente mezzo secolo fa: 15mila ebrei furono cacciati dal paese dalle autorità comuniste. “Vogliamo chiedere scusa a chi è stato espulso allora, attraverso le mie labbra”, ha detto Duda, “la Polonia sta chiedendo perdono”.

Folla in centro, all’università di Varsavia. Cancello nero, stemma dorato. Le rose e le teste sono tutte bianche. I fiori stanno tra i palmi anziani di quelli che erano giovani allora, nel marzo 1968, quando l’opera del poeta Adam Mickiewicz, “Dziady”, gli antenati, doveva andare in scena al Teatro nazionale: narrava dell’insurrezione polacca anti-russa del 1830, di quella Polonia “redentrice d’Europa”, del destino messianico degli slavi dell’ovest. I sovietici decisero di censurarla e gli studenti, spontaneamente, di scendere in strada, a protestare. Finì in rosso: sangue. Quella lotta studentesca diventò l’alibi della repressione antisemita: molti leader degli studenti, professori compresi, erano ebrei, “traditori sionisti” da cacciare dal paese, secondo il generale Mieczyslaw Moszar, all’epoca ministro degli Interni.

Per un passato tornato improvvisamente presente, in continua fase di riscrittura, oggi la Polonia ricorda quella purga comunista, meno conosciuta di quella nazista, a capo chino, ma per il resto alza la testa. I polacchi “non sono stati complici, ma solo vittime del nazismo”.

La cosiddetta “legge sull’Olocausto” qui è entrata in vigore da una settimana tra controversie e ripercussioni internazionali: adesso chiunque associ la Polonia allo sterminio degli ebrei, chiunque definisca i campi di concentramento “polacchi” o accusi la nazione di complicità con i crimini nazisti, può finire in prigione fino a 3 anni. È l’ultima legge firmata dal presidente Duda, dopo quella del 20 dicembre scorso, una riforma che annulla l’indipendenza giudiziaria, la separazione dei poteri, cancella l’autonomia dei magistrati, permette al governo di sostituire a piacimento i giudici della Corte Suprema.

Nessun turbamento all’interno, molti all’estero: per le tensioni diplomatiche il capo del personale di Duda, Krzysztof Szczerski, volerà a Washington per incontrare un omologo al dipartimento di Stato americano. Dopo le accuse di antisemitismo israeliane, le ire di Bruxelles e il Parlamento europeo che ha votato per far entrare in vigore l’articolo 7 del Trattato di Lisbona, – l’“opzione nucleare” che toglierà a Varsavia il diritto di voto nelle istituzioni europee -, c’è la rabbia d’America. Intanto in tv nei bar c’è il premier Morawiecki che stringe la mano al presidente della Commissione europea, Juncker. Dietro di loro c’è lo sfondo blu a stelle dorate, quella bandiera che a Varsavia si vede solo sui cartelli delle opere in costruzione, finanziate da un’Unione che ai polacchi sembra piacere sempre meno.

La storia di ieri, scolpita nella pietra dei monumenti, la cronaca oggi, a cui è riservato poco inchiostro sui giornali. E un’ultima legge. Le donne della Czarny protest, la protesta nera, contro le ultime restrizioni che vieteranno completamente l’aborto, hanno marciato nero-vestite da Plac Konstituzii fino alla Sejm, la Camera bassa, con due enormi lettere: PW. La “Powstanie Warszawskie”, la rivolta di Varsavia. Non quella del 1944, quella del 2018.

“Il dittatore vuol essere trattato alla pari”

Inatteso, insperato, storico. Così Carlo Trezza, già ambasciatore a Seoul e oggi consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali (Iai) di Roma saluta la notizia del possibile incontro tra Washington e Pyongyang, la cui posta in gioco sembra essere la denuclearizzazione del regime del nord. “È un trionfo della politica del presidente sudcoreano Moon-Jae-in, è riuscito a far ingoiare agli americani una soluzione negoziale alla quale in origine non credevano”, commenta Trezza. Tuttavia, tra i molti elementi da chiarire, rimane il fatto che negoziatore sudcoreano afferma come Kim sia disposto ad accettare perfino che le esercitazioni militari di Seoul e Washington continuino. “Quello che non sappiamo al momento è cosa vuole in cambio Pyongyang”, si chiede l’ambasciatore.

“La notizia dell’incontro entro maggio fra Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un va presa con cautela, perché il regime di Pyongyang non ha ancora confermato”, puntualizza da Francesca Frassineti, ricercatrice dell’Istituto per gli Studi di politica internazionale (Ispi) di Milano, che spiega così la dinamica: “dopo essere stati ricevuti da Kim, i rappresentanti del governo di Seoul hanno annunciato che ad aprile, sul 38° parallelo, i leader delle due Coree dovrebbero incontrarsi in quello che sarebbe il terzo vertice inter-coreano della storia (i primi due erano stati nel 2000 e nel 2007). La delegazione sudcoreana si è poi recata a Washington dove ha condiviso quanto discusso a Pyongyang, portando a Trump l’invito di Kim”.

Il nuovo corso, sicuramente più distensivo da parte di Pyongyang, era cominciato con il tradizionale discorso di capodanno, quando il dittatore aveva proposto di riprendere il dialogo con la Corea del Sud e annunciato la disponibilità a partecipare alla olimpiadi invernali, ribadendo, però, che il nucleare non è negoziabile. “Una spiegazione possibile riguarda l’effetto delle sanzioni imposte dall’Onu a partire dal 2006. Nel 2017 questi provvedimenti hanno conosciuto un notevole inasprimento, per esempio imponendo, per la prima volta l’embargo sull’export di prodotti ittici e tessili, con ricadute molto dure sulla popolazione. Se il regime percepisce che le sanzioni stanno strangolando effettivamente la sua economia, trovo però che questi strumenti continuano a dimostrare la loro inefficacia nel convincere in ultima istanza Pyongyang ad abbandonare il programma nucleare e missilistico”.

Per la ricercatrice, l’ipotesi più plausibile è però un’altra: “Kim è consapevole di aver acquisito una posizione e un potere negoziale molto forte nei confronti di Washington dopo l’escalation di provocazioni nucleari e missilistiche del 2017. Il fatto è che l’attuale leader possiede un programma militare estremamente più avanzato di quello del padre e ora vuole essere riconosciuto dagli Usa come un pari, ovvero ricevere lo status di paese nuclearizzato, proprio perché ha dimostrato di essere molto vicino dal minacciare il territorio continentale degli Stati Uniti e non più solo i loro alleati nella regione”.

Donald l’istrione azzarda una pace fallita per decenni

Sui libri di storia ci sarà – forse– scritto che, dopo essersi tanto insultati e presi a metaforiche pallate, Trump e Kim finalmente s’incontrarono e – magari! – fecero la pace. Quando e dove, ancora non si sa: presto, si dice – questione di settimane – e magari in Svizzera, Paese per antonomasia neutrale. Come fa spesso, il presidente americano alterna il caldo e il freddo: fa la guerra dei dazi agli alleati ed è tutto sorrisi e inchini con il peggiore nemico.

In realtà, ad avviare il disgelo è stato Kim. Trump ha subito la tregua olimpica tra le due Coree e ha poi fatto buon viso a cattivo gioco. E pure ora dice sì all’incontro a denti stretti e a muso duro. Sarà il primo Vertice fra un presidente degli Stati Uniti e un leader nord-coreano.

A portare il messaggio verbale di Kim a Trump è stato Chung Eui-Yong, il diplomatico sudcoreano reduce dalla missione della svolta a Pyongyang: quella che ha preparato l’incontro ad aprile tra Kim e il presidente del Sud, Moon. Trump non si mette di traverso, ma chiarisce che le sanzioni restano: “Rimarranno in vigore fino a che non ci sarà un accordo sulla denuclearizzazione”. Il segretario di Stato Usa Tillerson, che, quando parlò di dialogo con il Nord fu bacchettato dal suo boss, spiega il mutato atteggiamento con un cambio “radicale” e “sorprendente” di posizione del leader nordcoreano, che la Casa Bianca considera frutto “della massima pressione economica e diplomatica esercitata dagli Stati Uniti e sostenuta dalla comunità internazionale”. Ora – è il pensiero di Trump – bisogna evitare gli errori che sono stati fatti dal ‘92, cioè nei 27 anni di dialogo a singhiozzo con Pyongyang, quando le sanzioni e le pressioni furono allentate, per avviare o sbloccare i colloqui. Kim, dal canto suo, esibisce un atteggiamento insolitamente comprensivo: s’impegna – fa sapere la Casa Bianca – ad astenersi da ulteriori test nucleari e missilistici. Tutto vero? Trump si fida fino a un certo punto (e Kim pure). Il New York Times segnala che l’atteggiamento strafottente con i partner internazionali del magnate presidente ha finora ottenuto scarsi risultati. Ma con Kim può esserci un feeling: i due sono imprevedibili, impulsivi e – scrive Peter Baker – “condividono la passione di affibbiarsi nomignoli l’un l’altro”. Inoltre, “sono entrambi convinti di essere ciascuno tutto ciò che conta”.