Kim Rocketman: il buffone atomico con gli assi in mano

Che parabola!, Kim Jong-un: da Rocket-man, ciccio bomba dell’Olocausto nucleare, a protagonista dell’alba di pace nella penisola coreana. Tutto nel giro d’un mese, dopo un anno d’insulti reciproci con il presidente Usa, di test nucleari, di lanci missilistici – provocazioni e azzardi, sempre con il rischio che qualcosa andasse storto.

Ovviamente, la parabola non è ancora compiuta e nessuno può oggi essere certo che mai lo sarà: l’imprevedibilità dei personaggi in causa induce alla prudenza. Se qualcuno già ipotizza un Nobel della Pace al trio Kim-Trump-Moon, sono fantasticherie. Ma quel premio l’hanno vinto pure Kissinger o Arafat, che certo non erano pacifisti buonisti.

Kim, 34 anni da poco compiuti, resta il dittatore dell’unico dinastia comunista mai esistita, erede nel 2011 del padre Kim Jong-il, a sua volta erede del nonno Kim Il sung, il fondatore della Corea del Nord. E resta il più giovane capo di Stato al mondo e, forse, il maggiore accentratore di potere al mondo: è presidente del Partito del Lavoro, comandante supremo dell’Armata del Popolo e ha una sequela d’altre prebende. L’elenco sarebbe lungo almeno quanto quello delle abominevoli nefandezze attribuitegli, e più o meno confermate: l’eliminazione del fratello, dello zio, della ex fidanzata, oltre che di bizzeffe d’oppositori veri o presunti. Affamatore del suo popolo e minaccia dell’umanità intera, Kim, che studiò in Svizzera sotto falso nome, ha nel suo profilo qualche tocco leggero: è un amante di film – specie americani – ed è un fan della Nba. Dennis Rodman, uno della Hall of Fame del basket, e uno dei pochi cittadini americani ad averlo incontrato di persona, gli manda i saluti e un messaggio d’incoraggiamento tramite il presidente Trump: “Ben fatto, Mr President – dice all’Ap, parlando del Vertice che verrà – … Porga i miei saluti al maresciallo Kim e alla sua famiglia”.

In questa storia, Kim, descritto come un giovanotto rozzo, irascibile, violento, ha mostrato finezze diplomatiche inaspettate: quando pareva essersi chiuso nell’angolo, avendo irritato pure Mosca e Pechino, l’interlocutore privilegiato, ha colto al volo l’opportunità olimpica offertagli dal presidente sudcoreano Moon.

Pallanuoto, 17enne morto in allenamento Aperta un’inchiesta

“Credo che i protocolli vadano rivisti perché tragedie come quella accaduta ieri a Mario, che non hanno la stessa risonanza di quella di Astori, accadono sempre più spesso nello sport dilettantistico”. Esprime preoccupazione e chiede controlli medici più meticolosi l’ex azzurro di pallanuoto Franco Porzio, presidente dell’Acquachiara, la società sportiva a cui era iscritto il giovane 17enne deceduto ieri in piscina a Caivano dopo avere accusato un malore mentre si allenava. “Secondo quanto mi è stato riferito – ha detto Porzio – è stato fatto tutto il possibile per rianimarlo, c’erano anche i genitori, che ora non riescono a darsi pace. Mario sarebbe morto all’istante, mentre stava nuotando. Quando è stato portato fuori già non c’era più niente da fare”. Secondo quanto si è appreso, al ragazzo sarebbero state praticate tutte le manovre di rianimazione, anche con l’ausilio di un defibrillatore. Nelle prossime ore la Procura della Repubblica di Napoli Nord dovrebbe fissare la data dell’esame autoptico sul ragazzo, la cui salma è stata trasferita nel II Policlinico di Napoli: grazie a quegli accertamenti si potrà fare luce sull’accaduto.

’Ndrangheta, l’Uruguay autorizza l’estradizione del boss della coca Morabito: era latitante da 25 anni

Sarà estradato in Italia il boss della ‘ndrangheta e trafficante internazionale di cocaina Rocco Morabito, arrestato sei mesi fa in Uruguay dopo 25 anni di latitanza. Lo ha deciso tre giorni fa, il magistrato uruguayano Dolores Sanchez accogliendo la richiesta di estradizione formulata dalla giustizia italiana e rappresentata in aula dal pm Luis Pacheco. Gli avvocati del boss calabrese, originario di Africo (in provincia di Reggio Calabria), avevano chiesto che l’estradizione fosse negata in quanto la giustizia uruguayana non dovrebbe riconoscere la sentenza di condanna a 30 anni di carcere (inflitta a Rocco Morabito per associazione mafiosa e un traffico di cocaina tra il Sudamerica e Milano) perché il latitante è stato giudicato in contumacia. “La possibilità di condizionare la consegna (di Morabito) – ha scritto però il giudice Sanchez nella sentenza riportata dal quotidiano spagnolo El Pais – all’adempimento di determinate esigenze non è accettabile, giacché il trattato che abbiamo firmato con l’Italia non lo prevede”.

“Sono solo interpretazioni lambiccate” ha commentato uno degli avvocati di Morabito, Victor Della Valle, che presenterà un ricorso contro l’estradizione del trafficante di droga imparentato col più noto boss Giuseppe Morabito, detto u Tiradrittu, e con i fratelli Domenico Leo e Giovanni Morabito soprannominati gli Scassaporte. Negli anni novanta a Milano, il boss calabrese aveva fatto affari con i camorristi e con altri trafficanti in grado di fare arrivare in Italia tonnellate di cocaina. Lo scorso settembre, Rocco Morabito è stato fermato in un hotel a Montevideo assieme alla moglie angolana. Da oltre 10 anni si trovava dall’altra parte del mondo, a Punta del Este, dove faceva la bella vita con tanto di villa con piscina, assegni e soldi in contanti, una Mercedes, 13 cellulari, 12 carte di credito e un passaporto brasiliano.

Mafia, l’arcivescovo Lorefice: “Dobbiamo chiedere perdono per le omissioni della Chiesa”

“La mafia è antievangelica e senza dubbio il mafioso non è e non può essere un uomo di fede. Ti puoi convertire e avere il perdono, ma lo devi dire e devi prenderne le distanze”. Lo ha detto l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, intervenendo alla conferenza antimafia promossa dal centro studi Pio La Torre. “I due che hanno ucciso don Puglisi – ha aggiunto – non sono solo pentiti, ma si sono anche convertiti, grazie al sorriso di don Puglisi”. L’arcivescovo durante il suo discorso ha ricordato più volte il giudice Livatino “giovane magistrato ucciso dalla mafia di cui si parla poco. Da Livatino ho imparato che una chiesa libera e liberatrice è possibile, la vera Chiesa non cerca appoggi né privilegi dalle classi dirigenti”. E ancora: “Dobbiamo chiedere perdono per quanto la Chiesa non ha fatto nel passato nei confronti della mafia – ha continuato Lorefice –. Per quanto la Chiesa sia stata omissiva, per quando abbiamo annunciato ma non praticato valori evangelici a difesa di una terra violentata dalla mafia”. “Le parole pubbliche dell’arcivescovo Lorefice rappresentano un gesto confortante da parte della Chiesa, che mi rende felice e che segna il cambiamento dei tempi”, ha commentato Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni ucciso dalla mafia nel 1992.

Rifiuti, chiesti 6 anni per il ras Cerroni: “Mai una gara d’appalto. Sistema a un passo dalla mafia”

La procura di Roma ha chiesto la condanna a 6 anni di carcere per il patron di Malagrotta Manlio Cerroni, nel processo che lo vede imputato insieme ad altre sei persone per anni di gestione del ciclo dei rifiuti nella capitale. “Le infiltrazioni del gruppo gestito da Cerroni arrivavano ovunque. Lui determinava l’emergenza rifiuti e lui si proponeva come unica soluzione ad essa”, ha sottolineato nel corso della requisitoria il pm Alberto Galanti che accusa l’ex re della “monnezza” capitolina di associazione a delinquere finalizzata al traffico di rifiuti. “Siamo in presenza di un sistema che sta con un piede in mezzo al 416 bis – ha aggiunto –. Nel quale omertà, controllo di territorio e istituzioni erano funzionali a mantenere il potere del gruppo”. Il processo davanti alla prima sezione penale, vede imputati anche l’ex presidente della Regione Bruno Landi e stretto collaboratore di Cerroni (per il quale il pm Alberto Galanti ha chiesto 5 anni di carcere), Francesco Rando, amministratore di diverse imprese riconducibili a Cerroni (chiesti 5 anni di carcere), il suo socio Piero Giovi (chiesta assoluzione), Luca Fegatelli, ex capo Dipartimento della Regione Lazio (chiesti 2 anni di carcere) e altri due. Secondo l’accusa, gli impianti “funzionavano tanto male da costringere i responsabili a chiedere carichi di rifiuti lavorati all’esterno” quando dovevano dimostrare il corretto utilizzo degli stessi. E durante la requisitoria, il magistrato ha parlato di “pressing continuo e fortissimo nei confronti della Regione”.

Cerroni, secondo la procura, aveva a servizio forze dell’ordine che lo avvisavano dei controlli negli impianti. E il gruppo, metteva a bilancio ogni anno, centinaia di migliaia di euro in regalie per funzionari e politici “amici” che permettevano di mantenere congelato lo status quo della spazzatura capitolina. “La logica sulla quale si reggeva il sistema era l’emergenza continua – ha detto ieri Galanti –. Questo comportava grandi profitti per chi trattava i rifiuti e grandi danni per l’ambiente. Non si differenziava, e in discarica di fatto andava l’80 per cento del rifiuto tal quale, come avveniva negli anni Sessanta”.

L’ultimo saluto a Martina e Alessia, contestato il prete

Tra palloncini bianchi e rosa, migliaia di persone hanno accolto ieri le bare bianche di Alessia e Martina, le due sorelline di 13 e 7 anni uccise dal padre Luigi Capasso, che lo scorso 28 febbraio ha anche ferito gravemente la loro madre prima di togliersi la vita. Lei, Antonietta Gargiulo, si è appena risvegliata dalla sedazione farmacologica, ma si trova ancora in terapia intensiva all’ospedale San Camillo di Roma e non ha potuto partecipare ai funerali, celebrati nella parrocchia San Valentino di Cisterna di Latina.

Malumore e brusii li hanno suscitati le parole di don Livio Fabiani, che dall’altare, dopo aver ricordato a lungo le bambine, ha invitato i fedeli a rivolgere un pensiero anche al padre. “Preghiamo per lui”, ha detto durante la cerimonia, scontentando la folla. Ma col passare delle ore è stato lo stesso sacerdote a chiarire la vicenda ai microfoni di Tv2000: “Ho incontrato i parenti di Antonietta e di Luigi e so che lo hanno perdonato, pregando per lui. Ho già chiesto scusa a chi la pensa in maniera diversa, ma chi siamo noi per dire che non possiamo perdonare?”.

Nel giorno di lutto cittadino si sono fermati scuole e negozi, si è bloccato il mercato settimanale e sono state esposte bandiere a mezz’asta, mentre il piazzale della chiesa si riempiva e qualcuno mostrava uno striscione con scritta una frase di Eros Ramazzotti dedicata alle bambine: “Solo che non doveva andare così, solo che ora siamo tutti un po’ più soli qui”.

“Sono sacerdote da quasi cinquant’anni – ha detto don Livio nell’omelia – e ho celebrato tanti funerali, anche di persone suicide o uccise, di giovani e anziani. Qualcuno potrebbe pensare che ormai sono abituato alla morte, ma no, non è così. Quando vedo una bara bianca un senso di ribellione mi assale”.

Negli scorsi anni era stato lo stesso parroco della chiesa di San Valentino a celebrare il battesimo e la prima comunione di Alessia. “E il prossimo 6 maggio avrebbe dovuto ricevere il sacramento della cresima”, ha raccontato don Livio, mentre Martina “a settembre avrebbe iniziato il suo cammino di catechesi, ancora in questa parrocchia”.

All’uscita della chiesa i compagni di scuola di Alessia e Martina, che indossavano tutti una maglia con disegnato un cuore, hanno lasciato salire verso il cielo decine di palloncini, prima che le bare fossero accompagnate da un lungo applauso verso il cimitero di Cisterna. Intanto alcuni fumogeni rosa facevano da cornice a due grosse scritte “Alessia” e “Martina”, su uno striscione, con in mezzo una stella cometa.

Nelle stesse ore, dall’ospedale San Camillo hanno fatto sapere che Antonietta, la madre delle sorelline uccise, si è raccolta in preghiera per tutta la durata dei funerali. “Grazie per l’amore che stiamo ricevendo da tutti voi, anche a nome di Antonietta – hanno detto dall’altare i fratelli della donna – e grazie per le vostre preghiere, perchè ci stanno dando la forza per andare avanti. Vorremmo che l’amore che ci avete dimostrato continuasse a circondare anche nostra sorella”.

Pescara, 29enne erede di nota azienda di vini ucciso e incappucciato

“Ale ti hanno ucciso con un colpo di pistola… A chi ha premuto il grilletto domando: hai una mamma?”.Vuole sapere chi è il killer, la madre di Alessandro Neri, il 29enne di Spoltore (Pescara) ucciso a colpi di arma da fuoco, il cui corpo è stato trovato nella zona del fosso Vallelunga, alla periferia del capoluogo adriatico, seduto nell’acqua e con un cappuccio in testa. Era scomparso lo scorso 5 marzo e proprio sui social la donna aveva lanciato numerosi appelli. Non è stato ancora trovato il portafoglio del 29enne: secondo i familiari lo aveva con sé. La famiglia di Alessandro produce vini di qualità e lui, con i tre fratelli, lavorava nel feudo di Santa Maria d’Orni di proprietà del nonno materno Gaetano Lamaletto, tornato in Abruzzo dopo 40 anni in Venezuela. La cantina di famiglia, “Il Feuduccio”, è molto nota. Le indagini dei carabinieri non escludono quindi alcuna pista e stanno ricostruendo conoscenze, frequentazioni e ultimi istanti del giovane e per comprendere il contesto dell’omicidio. C’è da capire se il giovane sia stato ucciso nel luogo del ritrovamento o se sia stato portato lì successivamente. Le telecamere presenti in zona non potranno essere d’aiuto, in quanto non funzionano. Oggi l’autopsia.

La suora del Duce e la truffa dell’acqua santa

Il professore (di italiano, alle scuole superiori) Massimo Rocchi Bilancini ha scritto un libro sorprendente e prezioso. Il titolo è Costi quello che costi (Futura Edizioni) ed è la storia della “monaca santa”, al secolo Maria Josefa Alhama Valera, meglio conosciuta come Madre Speranza. Spagnola, amica di Franco – a Mussolini, racconta nei suoi Diari, apparì in bilocazione chiedendogli di dar una mano al generale nella guerra civile spagnola –, fondatrice dell’ordine dell’Amore Misericordioso, si trasferisce in Italia negli anni 30, a Roma, poi a Collevalenza, piccolissima frazione di Todi, destinata nei progetti della Madre a diventare una sorta di Lourdes italiana e dove oggi sorgono il Santuario e altre opere, tra le quali appunto le piscine per i malati.

La sua fama, infatti, è legata all’acqua che da queste parti, da sempre, viene considerata “miracolosa”. Vero o falso? Nessuno lo sa. Nell’incertezza, la gente ha creduto alle parole della suora: “A quest’acqua il Signore darà il potere di curare cancro, leucemia e paralisi”. È il dono della profezia, dicono i sapienti. Ma sicura fonte, è il caso di dire, di un costante e notevole afflusso da tutto il mondo, ancora oggi, di devoti e bisognosi di una grazia. Meglio fisica che spirituale.

Madre Speranza è Beata dal 2014. E nel processo di beatificazione, l’unico miracolo riconosciuto (a maggioranza, nemmeno all’unanimità, e dopo una prima bocciatura) è la guarigione… da un’intolleranza alimentare, di un bambino di Vigevano, nel 1999. Già, l’acqua. Secondo Rocchi Bilancini, di miracoloso avrebbe poco o nulla.

La versione ufficiale ha molto di Lourdes. Lì la Vergine, nel 1858, appare a Bernadette e le indica un punto preciso. La ragazzina scava con le mani e sgorga una sorgente da 120mila litri di acqua al giorno, con milioni di pellegrini all’anno che vanno a visitare la grotta. Anche Madre Speranza disse di aver ricevuto l’“ispirazione” soprannaturale (Dio, nel suo caso), che le avrebbe suggerito il punto esatto dove scavare. Solo che, a differenza di Bernadette, non usò le semplici mani per smuovere il terreno. Preferì avvalersi di rabdomanti e trivelli, fino a 180 metri di profondità. E non scavò in mezzo al deserto, da far gridare al miracolo, ma a pochi metri dalla falda superficiale che serviva da sempre la frazione.

Santa o santona? Nessuno può dirlo. Il libro mette in fila dei fatti e ci ragiona su. Dal Diario, risulta perfino come un’annunciatrice di morte. Scrive Bilancini: “Le sue consorelle le chiamava – e si chiamano tuttora – esclavas, schiave. Nel convento sulla Casilina, a Roma, anni ’40, Madre Speranza aprì un laboratorio tessile che produceva camicie per l’esercito italiano. Le suore avevano turni massacranti, lei le aggravava con minacce di morte: ‘Gesù mi ha detto che tre di noi mancheranno nel prossimo anno, siate pronte’”. Chiedeva a Dio di “maledire” le suore che le si ribellavano. E che dire della storia dell’amicizia con Pilar, principale benefattrice della Madre e ben inserita nella Curia, morta in circostanze incredibili, dopo un macabro balletto tra le due donne su chi dovesse morire prima (“smettila bambina capricciosa e muori”, come avvenne). E poi stimmate, scontri con il demonio, moltiplicazione di cibi e di rotoli di denaro. Il libro è stato scomodo da subito. Racconta Bilancini: “Uomini di chiesa o loro emissari hanno chiesto ai fedeli di non venire alla presentazione e hanno fatto pressioni sui titolari di due librerie cittadine, obbligandoli a ritirare dalle vetrine il libro. L’Index Librorum Prohibitorium è stato abolito dal 1966, ma certi metodi gli sopravvivono”.

Alla fine, siamo sempre lì: al miracolo. Inteso come uscita istantanea dal proprio dolore, fisico soprattutto. Tra la remissione dei nostri peccati e la guarigione da una malattia tutti vacilleremmo. Torna alla mente, allora, la parabola “rivisitata” da Ennio Flaiano. Gesù arriva in un villaggio della Galilea, preceduto dalla sua fama di guaritore, e una folla gli si fa intorno chiedendogli la liberazione da ogni malattia. Fino a che gli si presenta un uomo, con in braccio la figlia malata, che gli dice: “Non ti chiedo di guarirla, ti chiedo di amarla”. La risposta di Gesù, in quel racconto apocrifo, è definitiva: “Questo, in verità, è l’unico miracolo che posso fare”.

Centinaia di migliaia senza vaccinazioni tra i banchi di scuola

La scadenza è arrivata: oggi è l’ultimo giorno a disposizione dei genitori per presentare a scuola la documentazione che certifica la vaccinazione dei propri figli o quanto meno la prenotazione della seduta, come stabilito dal decreto vaccini voluto dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin a luglio che ha reso obbligatori dieci vaccini, pena l’esclusione dalla scuola per i nidi e le materne e una sanzione pecuniaria (da 100 a 500 euro) per la scuola dell’obbligo.

Un decreto urgente: eppure, stando alle cifre che emergono da una prima ricognizione e da stime ufficiali, dopo sette mesi centinaia di migliaia tra bambini e ragazzi non risultano ancora in regola.

Il dato nazionale. Il primo a fornire una prospettiva unitaria, ieri, è stato Carlo Signorelli, ex presidente della Società italiana di Igiene: “Potrebbero essere circa 30 mila i bambini sotto i sei anni non in regola con la documentazione per le vaccinazioni “, ha detto. Il calcolo parte dai 120 mila bambini in arretrato nelle coorti 2011-2015, quelli calcolati dal ministero della Salute quando è stata approvata la legge. “Di questi – spiega Signorelli – circa un terzo era già stato recuperato a ottobre 2017, e si può stimare che ancora circa 30mila non siano in regola”.

Il dato è comunque parziale e fa riferimento ai soli bambini delle scuole materne. Nella sola Milano, sono almeno 6.320 gli inadempienti (parzialmente o per la totalità dei vaccini obbligatori). Si tratta del 29 per cento di quanti erano a luglio (8860) ma secondo quanto riferito ieri dal vicesindaco della città, solo 40 di questi potrebbero davvero sottrarsi al vaccino. Significherebbe, quindi, che tutti gli altri sono semplicemente in attesa di concludere la prassi ospedaliera, ovvero hanno prenotato e devono materialmente sottoporsi al vaccino. Per la scuola dell’obbligo, invece, sono 23.645 gli studenti inadempienti.

A Bologna, gli studenti al di sotto dei 16 anni che non sono ancora in regola con le vaccinazioni sono 5.500 (su 11.400 che non erano in regola inizialmente ). Di questi, circa 2mila rientrano nella fascia 0-5 anni: a loro sono state inviate le raccomandate con la data della seduta vaccinale, che sarà compresa nel periodo che va dal 2 maggio alla fine di giugno.

“Se entro il 10 luglio non si vaccineranno – ha detto Paolo Pandolfi, il responsabile dell’Ausl di Bologna nei giorni scorsi – , non potranno iscriversi al prossimo anno scolastico perché quella è la scadenza per presentare la certificazione”.

Le regioni dotate di anagrafe vaccinale hanno invece termini un po’ più lunghi: le Asl infatti hanno il compito di inviare gli elenchi dei bambini controllati a tutte le scuole (e non il contrario, quindi) e da quel momento entro dieci giorni le scuole devono contattare i genitori degli studenti non in regola per capire quale sia il motivo. Entro dieci giorni dalla comunicazione, poi, il genitore deve eventualmente produrre la documentazione o chiarire il perché del mancato vaccino.

Vale anche per il Lazio: in assenza di dati precisi, si sa per il momento che almeno il 97 per cento dei bambini risulterebbe vaccinato. Ci sono poi diversi dissensi definitivi, dichiarati dai genitori: sono 26 per l’esavalente, 33 per il quadrivalente (tutti nella fascia di età compresa tra zero e due anni).

In Piemonte, dove c’è l’anagrafe vaccinale, il termine per la presentazione dei certificati slitterà a fine marzo. Secondo i dati diffusi ieri e pubblicati da La Stampa, sarebbero almeno 40mila gli studenti non in regola, di cui 1200 nella fascia 0-5 anni. In Toscana, al 28 febbraio, risultavano invece 120.258 bambini e ragazzi non in regola, di cui 13.434 nella fascia 0-6 anni. La Regione ha fatto sapere che saranno sospesi da nidi e scuole materne i bambini che non si metteranno in regola entro dieci giorni. Pochi e meno precisi i dati della regioni del sud, dalla Puglia (che comunica una copertura sopra il 92%) alla Campania dove il dato napoletano parla solo di circa 80mila studenti vaccinati.

Silvio IV che preferisce Brunetta ai suoi nipoti

Silvio IV, l’ultimo dei Berlusconi. È vero, le elezioni potevano andare meglio, ma dal punto di vista letterario rimarrà indelebile nella nostra memoria. Quest’uomo acciaccato, bitumato, ridipinto, messo in sicurezza nel doppiopetto di Caraceni, senza più corpo ma ostinatamente attaccato alla propria immagine, ha in sé qualcosa di shakespeariano. Nell’ascoltare il suo arduo stream of consciousness, lo spettatore riepilogava le vite precedenti. Silvio I, charmeur d’avanspettacolo tutto pianobar, barzellette e brillantina; il modello è Carlo Dapporto, anche se non riuscirà a eguagliarne il repertorio. Silvio II si ispira invece a Guido Angeli, l’ineguagliabile -bisogna ammetterlo- piazzista della politica (“Provare per credere”: e misteriosamente c’era chi, pur avendo provato, continuava a credere). Il successivo Silvio III vive di rendita e tormentoni, mi consenta, si accentua la tendenza al cartoon e la somiglianza con Braccobaldo Bau.

Ed ecco Silvio IV trascinarsi ancora in campo, pur disarcionato da Lord Salvini di Lancaster. Questo miliardario che da privato cittadino potrebbe scegliere in quale villa godersi la vecchiaia, scrivere le sue memorie, azionare il vulcano artificiale, rilanciare il Family Day o dare una cena elegante al giorno. E invece, pur di fuggire se stesso, ripete di voler servire il popolo. Quale abisso si nasconde nel cuore di chi alla compagnia dei nipoti preferisce quella di Brunetta? Solo Shakespeare potrebbe dircelo. Il resto è silenzio.