Bufale mediatiche con il copyright di “Stampubblica”

“Era questa la grande verità della vita: che il dato di fatto e la finzione non fanno che fondersi, fino a divenire intercambiabili”.

(da “Un giorno di festa” di Graham Swift – Neri Pozza, 2016 – pag. 98)

 

Parliamo tanto di “fake news”, notizie false o bufale che dir si voglia, diffuse sulla rete e in particolare sui social network. E giustamente invochiamo nuove regole per disciplinare e responsabilizzare la comunicazione digitale, rivendicando il primato dell’informazione professionale, quella della carta stampata o della radiotelevisione, che dovrebbe essere più puntuale, attendibile e affidabile. Ma ora che la campagna elettorale s’è finalmente conclusa, e nella speranza che non ne cominci troppo presto un’altra, si possono tirare le somme sul piano mediatico per valutare gli effetti e le conseguenze delle false notizie.

Fra tutte le bufale circolate online e offline in questi ultimi mesi, due si sono distinte in particolare per la pesantezza e la virulenza. Ed entrambe sono state prodotte dai giornali del gruppo Gedi che, attraverso la maxi-fusione fra il gruppo editoriale L’Espresso e la Fiat, ha partorito quell’ircocervo denominato “Stampubblica”. Due casi deleteri di propaganda politica, tanto allarmistica quanto risultata poi falsa o infondata, al punto da giustificare qualche sospetto di strumentalizzazione.

La prima delle “fake news” riguarda il presunto complotto internazionale che sarebbe stato ordito dalla Russia di Putin, come ha denunciato a più riprese La Stampa di Torino, il quotidiano della famiglia Agnelli soprannominato da sempre in dialetto piemontese “la busiarda”, ovvero la bugiarda. L’accusa, lanciata dall’ex vicepresidente americano democratico Joe Biden e ripresa anche dal Pd, sosteneva che i servizi segreti del Cremlino – dopo aver favorito la vittoria di Donald Trump alla Casa Bianca – avrebbero tentato di inquinare prima la consultazione sul referendum costituzionale e poi le elezioni italiane, appoggiando le forze euro-scettiche e anti-sistema (Lega e M5S) per mettere in crisi la stabilità dell’Unione europea. Rispetto alla gravità di questi sospetti da “guerra fredda”, finora non è stato prodotto però alcun elemento di fatto, alcuna prova né tantomeno alcuna conferma. La seconda bufala, ancora più evidente e inquietante, l’ha diffusa il quotidiano la Repubblica con l’allarme sul pericolo di una “marea nera” che si sarebbe abbattuta sulla politica nostrana. Non si può proprio dire, infatti, che nell’ultima tornata elettorale le formazioni neo-fasciste abbiano sfondato, fermandosi ben al di sotto della soglia minima del 3%: Casa Pound allo 0,9% e Forza Nuova (con la lista “Italia agli italiani”, insieme a Fiamma tricolore) allo 0,37%. In questo caso, il maldestro tentativo di amplificare ed enfatizzare il fenomeno a fini di propaganda politica, risulta smentito clamorosamente dai fatti e dal responso delle urne. Tant’è che in tv il neo-fascista Simone Di Stefano ha cercato di giustificare il flop lamentandosi di essere stato ignorato dai media e offrendo a quel formidabile battutista di Enrico Mentana, direttore del Tg La7, lo spunto per una sarcastica replica: “Ma che cosa volevate, Fantastico?”.

Il fatto è che ormai la verità e la post-verità si confondono sempre più nel frullatore mediatico quotidiano, disorientando i lettori e compromettendo la credibilità residua dei giornali. Poi, l’amplificazione della rete e dei social network completa l’opera fino a svilire l’informazione, professionale o spontanea. Chissà che, prima o poi, a qualcuno non venga in mente di fondare una nuova testata, “La Bugia”: forse potrebbe essere quella che racconta la verità.

Caro renzi, lei e il Pd avete perso credibilità

Caro Matteo Renzi, ora che chi la adulava la sbeffeggia, chi le diceva sempre sì le rimprovera perfino i calzini sbagliati, io – che l’ho criticata quando era molto potente, e conosciamo la sua buona disposizione verso le critiche – voglio prenderla sul serio. Per questo le racconto una storia.

Qualche giorno fa, prima del voto, ero al supermercato (glielo consiglio, sa? un bel Supermarket Day la settimana, giusto per vedere i comuni mortali). Arrivo alla cassa e la cassiera, una bella signora sui cinquanta, mi chiede la cortesia di mettere subito tutto sul tapis roulant, aggiungendo: “Scusi, eh, ma sa com’è, dobbiamo fare la cassa veloce”.

Mi affretto, e intanto le domando che diavolo sia la “cassa veloce”. “Dobbiamo battere tutto più in fretta che possiamo”, spiega, “sennò son dolori”. E io: “Ma chi stabilisce la velocità?” “La macchina. Comunica al direttore quanto ci mettiamo”. “Scusi”, domando spiazzata, “ma possono farlo?” “Signora”, mi risponde facendo guizzare fulminea quattro scatole di cibo per i cani sullo scanner, “questi possono fare quello che vogliono. Legale o no, lo fanno”. E qui, caro ex premier, aggiunge il carico da undici: “Dobbiamo dire grazie al nostro amico Renzi e al suo bel Jobs Act!”. Le chiedo se questa cosa faccia parte del controllo a distanza. Risposta esemplare: “Ma che ne so. Io so solo che il mio direttore, il giorno che hanno approvato il Jobs Act, è arrivato qui raggiante e ha detto: ‘Vediamo se alzate ancora la cresta. Mo’ si fa come dico io, perché posso cacciarvi in qualunque momento. Anche senza motivo.’ Capisce perché sto zitta e vado a razzo?” conclude. “Si chiama ricatto”. E aggiunge: “Ah ma adesso almeno so chi votare. Guardi, io sempre a sinistra, ma adesso vado dritta per dritta: Cinque Stelle”.

Ecco perché lei e il suo partito avete perso: perché avete reso possibili cose come questa. Persone – giovani, ma non solo – che vivono sotto ricatto. E considerano il ricatto già qualcosa, perché vuol dire che almeno hanno un lavoro. Persone che all’inizio, nel 2014, quando non la conoscevano e l’hanno vista arrivare a Palazzo Chigi, hanno sperato in quel giovane energico, pieno di entusiasmo, che prometteva miracoli (e dava subito 80 euro). Poi, in breve, hanno capito da che parte stava: Marchionne; babbo Boschi e le banche; Consip; le colazioni con De Benedetti… Le slide della presunta ripresa e delle centinaia di migliaia di posti di lavoro, loro, le hanno vissute sulla pelle.

Con lei, il Pd (pure la sinistra che ha votato troppo) ha perso credibilità: avete scialacquato una cultura, la cui essenza era difendere la signora della cassa, e avete perso credibilità. Che è poi tutto ciò che conta nel rapporto con gli elettori, ben più della stabilità, della governabilità, dell’opinione dei mercati e compagnia bella.

È su quel patto di fiducia con i cittadini che si fonda tutto: lei lo ha infranto più in fretta di chiunque altro. Non è più credibile. Quindi non si dibatta, non cerchi di avvelenare i pozzi per scongiurare un accordo coi 5S, lasci perdere gli hashtag #senzadime (dov’erano in occasione delle alleanze con Berlusconi e Verdini?). Non aggiunga errori a errori, l’unica cosa che ormai le riesce bene.

Un cordiale saluto e, a lei che può permettersela, buona sciata.

Governo Pd-5stelle per la Costituzione

Ètempo di ipotesi di governo, e dunque è tempo di appelli. Per esempio: “Cari amici del Movimento 5 Stelle, una grande occasione si apre, con la vostra vittoria alle elezioni, di cambiare dalle fondamenta il sistema politico in Italia e anche in Europa. Ma si apre ora, qui e subito. E si apre in questa democrazia, dove è sperabile che nessuna formazione raggiunga, da sola, il 100 per cento dei voti. Nessuno può avere la certezza che l’occasione si ripresenti nel futuro. Non potete aspettare di divenire ancora più forti di quel che già siete, perché gli italiani che vi hanno votato vi hanno anche chiamato: esigono alcuni risultati molto concreti, nell’immediato, che concernano lo Stato di diritto, l’economia e l’Europa. (…) Avete detto: ‘Lo Stato siamo noi’. Avete svegliato in Italia una cittadinanza che vuole essere attiva e contare, non più delegando ai partiti tradizionali le proprie aspirazioni. Vale per voi, per noi tutti, la parola con cui questa cittadinanza attiva si è alzata e ha cominciato a camminare: ‘Se non ora, quando?’.

Sembra scritto ieri, questo appello; e invece fu lanciato il 9 marzo 2013, a firma di Remo Bodei, Roberta De Monticelli, Tomaso Montanari, Antonio Padoa-Schioppa, Salvatore Settis, Barbara Spinelli. E il giorno dopo Michele Serra lanciava un appello assai simile, firmato da alcune delle stesse persone (fra gli altri, anche don Gallo, don Ciotti, Carlin Petrini, Saviano).

In questo Paese distratto e smemorato, richiamare quegli appelli non è vano esercizio archivistico. È, anzi, consapevole scelta politica, e per almeno due ragioni. Prima di tutto: se le stesse identiche parole ci appaiono ancora attualissime, tant’è vero che vengono ripetute oggi in coro da molti, vuol dire che abbiamo perso cinque anni di vita. Un’intera legislatura gettata al macero inseguendo una riforma costituzionale scritta non coi piedi ma con le zampe, una fallimentare retorica delle riforme, due leggi elettorali sgangherate, l’egolatria di un bulletto di periferia, l’ostinata occupazione di posizioni di potere. Ma la seconda ragione è ancor più importante: se i nostri appelli fossero stati accolti allora (marzo 2013), si sarebbe creata un’alleanza tra Cinque Stelle e Pd, magari solo sperimentale e di scopo, e forse con una scia di malumori e abbandoni. Ma un governo di tale assetto, cinque anni fa, poteva significare generosità e coraggio politico-istituzionale, lungimiranza, cura e passione per la fabbrica sociale, visione del futuro, volontà di indicare ai cittadini un traguardo. Poteva voler dire fiducia nella Costituzione e nelle istituzioni, ma anche in se stessi: nella propria capacità di tenere saldi alcuni punti programmatici pur dovendone negoziare i dettagli con altre forze politiche.

Quell’occasione è persa per sempre. Ma visto che identici appelli risuonano, cinque anni dopo, con le stesse parole e rivolte agli stessi interlocutori (coi Cinque Stelle in ancor più chiara posizione di forza e il Pd in fase di suicidio assistito), possiamo ritrovare domani, in quanto comunità di cittadini, lo stesso slancio e lo stesso ottimismo che nel 2013 furono spenti da paure, miopie, sospetti, insicurezze? Chi ancora lo crede possibile non deve illudersi che sia facile. Il rischio che oggi corriamo non è che si ripetano i falsi movimenti del 2013 (raccontarli sarebbe deprimente). Il rischio è che il tunnel dorato delle manovre istituzionali e del galateo parlamentare contagi chi vi entra adesso dopo tanto lunga esitazione. Che i negoziati per la formazione del nuovo governo prendano la strada di una burocrazia cerimoniale, buona per tranquillizzare l’esercito dei benpensanti ma non per offrire all’Italia un progetto per il futuro.

Cinque anni dopo, è ancor più necessario far balenare un prossimo orizzonte in cui si assicuri ai giovani un lavoro, al nostro suolo martoriato un riscatto, alla sanità e alla spesa sociale un’inversione di marcia, alla scuola e alla cultura la priorità che meritano nell’interesse delle nuove generazioni, alle città storiche la tutela del loro dna, ai cittadini investimenti pubblici che inneschino creatività.

Questi e altri possibili punti programmatici hanno un nome già pronto, se non vogliamo accecarci per non vederlo: si chiamano, né più né meno, attuazione della Costituzione. Se davvero il referendum del 4 dicembre 2016 è stata la camera di incubazione delle elezioni del 4 marzo, a questa strada non ci sono alternative. Ma nulla garantisce che verrà seguita, se non ci ricordemo che il nostro compito non si esaurisce nella cabina elettorale, ma ci impegna a tenere il fiato sul collo a chi abbiamo eletto.

Mail box

 

La vittoria dei pentastellati è un tentativo di rivoluzione

L’esito delle votazioni, a mio avviso, dimostrerebbe un tentativo di rivoluzione. Il che farebbe ben sperare. Gli elettori hanno dato una spallata al sistema votando il M5S e la Lega. Quindi, sarebbe opportuno un governo composto dal M5S con l’aiuto della Lega. Dico con l’aiuto della Lega poiché questa ha preso la metà dei voti di 5S.

Non è facile predire che questo nuovo governo sarebbe la panacea per il Paese ma rispecchierebbe la maggioranza assoluta, o quasi, dei votanti e, quindi, la volontà popolare.

Enrico Gambacorta

 

L’“effetto fanciullino”: aria fresca nella politica italiana

Non mi sembra che basti, a interpretare l’apertura di credito verso i 5 Stelle, richiamare l’immagine del salire sul carro del vincitore. Per me si tratta anche di un “effetto fanciullino”, un ingresso di aria fresca che ha pervaso menti e coscienze anche di uomini forti e duri, avvezzi al potere, come Marchionne, Scalfari, i confindustriali, ai quali questi giovani outsider della politica hanno saputo far vibrare corde profonde. Non hanno anche loro il ricordo di unità di catechismo e di bontà?

In fondo il Movimento 5 Stelle è ancora nella fase dell’utopia e dell’idealismo e chi di noi non l’ha attraversata per poi uscirne mutato antropologicamente?

Hanno contribuito al ritorno della speranza, al senso di rispetto e coerenza, hanno scaldato i cuori. Mi sono piaciute le parole di Roberta De Monticelli, che invitano a un punto di vista altro: “Oggi potremo avere tutti 31 anni”.

Chi invece fa grande sceneggiata è la compagnia dem. Io vedo in questo muro annunciato all’alleanza Pd-M5S qualcosa di poco autentico da parte dei democratici, quanto una voglia di rivincita e di voler vendere cara la pelle, per potere usare poi il futuro connubio a proprio uso e consumo.

Questo Paese ha tanti difetti, ma non quello di farci annoiare, che se poi ci aggiungiamo la capacità di voi del Fatto di rendere analisi e critiche sempre gustose e sorprendenti, come non rimanere innamorati della politica, del giornalismo, dell’esser cittadini?

Alessandra Savini

 

Il Movimento sfonda al Sud perchè parla di mafia

Ho appena finito di ascoltare il programma di Lilli Gruber. Penso che l’ipotesi che il successo dei 5 Stelle al Sud sia dovuta alla promessa del reddito di cittadinanza sia abbastanza realistica, ma qualcuno ha mai pensato che lì al Sud sanno davvero che la mafia c’è e che sentire qualcuno promette di combattere mafie e corruzione faccia intravedere un filo di speranza?

Giorgio Luzzatto

 

DIRITTO DI REPLICA

Sono costretta a intervenire per la seconda volta per chiedere la rettifica dell’articolo scritto dalla signora Lucarelli: non sono di Bernalda, ma di Policoro e non ho preso il 14%, ma il 17.5.

Francesca Barra

Gentile Barra, la “sua Bernalda” non era nell’accezione di luogo natio, ma di uno dei tanti luoghi della Basilicata a cui ha dedicato struggenti hashtag e foto su Instagram. Mi costringe però a una nuova rettifica alla sua rettifica: lei a Policoro non ha preso il 17 % come sostiene, ma il 14,46 con 103 voti al candidato. A Bernalda il 14,82 con 14 voti al candidato, esattamente come riportato nel mio articolo. Se desidera rettificare anche questi numeri, scriva ad Eligendo, il sito del governo, su cui trova le percentuali citate. Saluti.

Selv. Luc.

 

A pagina 6 del Fatto Quotidiano di ieri, in un articolo intitolato “M5s, ‘paura’ per la carica dei nuovi”, firmato dai giornalisti Luca de Carolis e Lorenzo Giarelli, compare la notizia del mio passato di difensore del Monte dei Paschi di Siena.

A riguardo c’è un fatto, pubblico e noto, che la stampa non ha ancora riportato.

Nello specifico, rimisi tutti mandati a inizio anno 2000, motivando: “Quanto ai gravi motivi che, per obbligo deontologico, devo porre a sostegno della remissione di tutti i mandati, specifico che ritengo moralmente ed eticamente incompatibile con la mia idea della professione legale perseguitare i cittadini con richieste ingiuntive che trovano il favore di una giurisprudenza di Cassazione in via di mutamento e nell’incapacità dei nostri avversari di addurre motivi di opposizione validi”.

Allora i dirigenti della banca, come ho altrove precisato, mi raggiunsero da Siena per farmi desistere.

Dissero che dal 1452 (data di fondazione di Mps) “nessun legale mai aveva rimesso i mandati ricevuti”.

Per inciso, la legge professionale vieta agli avvocati di pubblicizzare gli incarichi svolti; del che ho tenuto conto nella redazione del mio curriculum di candidato per i 5stelle.

Giuseppe d’Ippolito

 

In riferimento a quanto pubblicato ieri dal Fatto , precisiamo che Confcommercio Roma e Lazio sono state commissariate in data 28/04/2016 proprio anche in considerazione degli atti d’indagine da Voi correttamente riportati.

In totale discontinuità sono stati nominati nuovi Organi di Governo in enti e società, si è affidata la rendicontazione a professionisti esterni coi requisiti di legge, attuate le procedure Legge 231 per una piena trasparenza delle attività e avviata una decisa azione di risanamento economico-finanziario.

Renato Borghi Commissario Confcommercio Roma e Lazio

Berlusconi. Interdetto per due anni con pena ridotta, può votare già dal 2015

Vorrei una spiegazione su un fatto clamoroso avvenuto il giorno delle elezioni. Mi riferisco al fatto che Berlusconi potesse votare. Un condannato con sentenza definitiva a quattro anni e interdetto dai pubblici uffici fino al prossimo, non è escluso dall’elettorato attivo e passivo? Se sì, perché gli è stato consentito di votare anziché accompagnarlo gentilmente alla porta su ordine del presidente di seggio?

So per conoscenza diretta di un condannato definitivo per un reato bagattellaro che alle elezioni del 1968 non ricevette nemmeno il certificato elettorale, che allora i vigili consegnavano a domicilio. È forse cambiato qualcosa negli ultimi 50 anni che mi è sfuggito? Ringrazio anticipatamente per la risposta.

Mario Vietri

 

Silvio Berlusconi può votare (elettorato attivo) perché l’interdizione dai pubblici uffici, pena accessoria alla condanna per frode fiscale a quattro anni (di cui tre cancellati dall’indulto) nel processo Mediaset, gli è stata ridotta a due anni. Effettivamente, come Lei ricorda, inizialmente gli era stata inflitta per cinque anni, ma poi la Cassazione ordinò di ridurla e la Corte d’appello di Milano la portò appunto a due. Per questo aspetto la sentenza è definitiva dal marzo del 2014 e l’interdizione è stata dichiarata estinta nel 2015 dopo l’affidamento in prova ai servizi sociali dell’ex premier all’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone (Milano) per i malati di Alzheimer. Da allora può votare. L’elettorato passivo (candidabilità ed eleggibilità) è un’altra cosa: qui al codice penale e alle regole sui diritti politici, che risalgono al 1967, si aggiungono la legge Severino (n° 190 del 2012) e i relativi decreti, in base ai quali il leader di Forza Italia decadde da senatore nel novembre 2013 (dopo la conferma in Cassazione della condanna a quattro anni) e da allora non ha potuto presentarsi alle elezioni. L’incandidabilità dura sei anni e quindi l’ex Cavaliere potrebbe tornare in campo, come direbbe lui, nel 2019: qualcuno dice a novembre a sei anni dalla decadenza; probabilmente ad agosto e cioè a sei anni dalla condanna. Comunque non in tempo per le Europee, previste nella primavera di quell’anno. Naturalmente Berlusconi spera nella Corte europea dei diritti umani alla quale ha chiesto di pronunciarsi sulla legge Severino. I giudici di Strasburgo dovrebbero decidere nei prossimi mesi ma anche se gli daranno ragione non è detto che facciano una sentenza “autoapplicativa” capace cioè di rimuovere gli effetti di una legge nazionale.

Alessandro Mantovani

Reddito di cittadinanza. Costi e sfide del piano M5S

La notizia dell’assalto ai Centri di assistenza fiscale (Caf) per chiedere i moduli per il reddito di cittadinanza all’indomani delle elezioni era falsa. Come ha ricostruito il sito Valigia Blu, l’articolo della Gazzetta del Mezzogiorno era infondato: l’assalto dei questuanti a Giovinazzo erano in realtà “4-5 persone”, ha chiarito il sindaco del Comune vicino Bari. Ma a livello nazionale c’è solo un aumento di richieste ai Caf di calcolo dell’Isee, l’indicatore reddituale e patrimoniale che è uno dei parametri previsti dal disegno di legge del Movimento Cinque Stelle che giace al Senato dal 2013, la proposta di introdurre un reddito di cittadinanza (in realtà riguarda chi è sotto la soglia di povertà relativa e non l’intera cittadinanza). L’interesse sul tema è alto, come dimostrano le ricerche su Google e il picco di ascolti dei talk show che ne discutono. Vediamo allora se e quanto è realizzabile.

L’INTERVENTO. Il progetto M5S prevede di integrare il reddito di ogni italiano sotto i 780 euro fino a quella soglia. Chi è senza reddito riceve 780 euro, chi ne prende già 700, per esempio, soltanto 80. In media il trasferimento dovrebbe essere 480 euro a famiglia (dice Istat). Due genitori a zero reddito e con due figli a carico ricevono 1663 euro. Secondo i Cinque Stelle, coprire l’intera platea di beneficiari potenziali (5 milioni di famiglie, 10 milioni di persone) costa 15 miliardi, secondo Inps e LaVoce.info 29: i 15 miliardi derivano da simulazioni Istat che attribuiscono alle famiglie proprietarie di casa un reddito fittizio equivalente all’affitto che potrebbero incassare dall’immobile, così da equiparare proprietari e inquilini. Ma i proprietari di casa senza reddito nello schema del M5S avrebbero comunque diritto al sussidio. Introdurre subito il reddito per tutti è impossibile, si può invece procedere per gradi, allargando la platea di beneficiari progressivamente come sta facendo il governo Gentiloni con il Reddito di inclusione (Rei) che nel 2018 arriverà a coprire 700mila famiglie in povertà assoluta per un costo di 2 miliardi e un sussidio medio di 240 euro.

LE COPERTURE. In campagna elettorale i Cinque Stelle hanno indicato le seguenti fonti di risorse: taglio 5 miliardi di agevolazioni fiscali e 2,5 miliardi di non meglio precisati “tagli agli sprechi”, in totale 7,5 miliardi. Il resto sarebbe finanziato in deficit, con il permesso della Commissione europea grazie a un trucco contabile: i beneficiari del reddito di cittadinanza risulterebbero tutti disoccupati, mentre molti oggi sono classificati come inattivi. Un tasso di disoccupazione più alto, secondo i parametri Ue, consente di fare più deficit. Ma questo approccio non è mai stato validato da Bruxelles e il suo corollario – il deficit poi si riduce progressivamente grazie all’aumento del Pil innescato dal sussidio – è tutto da dimostrare. Nel disegno di legge 2013 erano indicate altre coperture, poi aggiornate, non molto dettagliate (esempio: 2,5 miliardi “centralizzando gli acquisti della pubblica amministrazione”) o quasi impossibili da ottenere dal governo (taglio degli stipendi dei Parlamentari, di competenza delle Camere, risparmio su organi costituzionali). In un approccio graduale, però, le coperture non sono il punto decisivo: si assegna il reddito a una platea compatibile con le risorse disponibili.

ASSISTENZIALISMO? Il reddito di cittadinanza è legato alla ricerca attiva di un lavoro, non è un sussidio di mera assistenza. Il piano si regge sui centri per l’impiego che devono aiutare i disoccupati a trovare lavoro. Oggi hanno un organico di 6.000 persone contro le 80.000 della Germania, Paese di riferimento per le “politiche attive” del lavoro. I Cinque Stelle vogliono investire 2 miliardi di euro per potenziarli, da aggiungere al costo complessivo del reddito. Ma questo ridurrebbe di poco il divario con la Germania: nel 2015 l’Italia investiva in politiche attive 752 milioni l’anno, la Germania 11 miliardi (dati Adapt). Chi beneficia del reddito non può rifiutare più di tre offerte di lavoro, ma se i centri per l’impiego sono poco efficienti (fino a 24 mesi solo per valutare un profilo) o non hanno offerte di lavoro adeguate da sottoporre, il disoccupato riceverà il sussidio per anni prima di ricevere una proposta di impiego. E molti dei potenziali beneficiari oggi sono completamente fuori dal mercato del lavoro: casalinghe, giovani senza qualifiche, disoccupati di lunga data. Vanno riattivati grazie a progetti di “agenzie formative accreditate” pagate dallo Stato ma autonome che dovrebbero rendere i lavoratori adatti alle richieste delle aziende. Un tentativo dai risultati incerti, soprattutto nei territori più depressi dove ci sono poche opportunità. Il flop dell’assegno di ricollocazione – solo 3.000 su 30.000 aventi diritto hanno usufruito del sussidio e del programma personalizzato per riqualificarsi – dimostra che non basta lanciare una misura per assicurarsi che funzioni.

RIFORME. Come si vede con il Reddito di inclusione (Rei), una delle sfide è poi il coordinamento tra le varie amministrazioni coinvolte: erogare un sussidio condizionato significa coordinare l’Inps che gestisce i soldi, le Poste che erogano le carte di pagamento o i contanti, i Comuni che gestiscono assistenti sociali e verificano i requisiti, l’agenzia per le politiche attive (Anpal), l’Inapp che monitora i risultati, i centri per l’impiego, le agenzie di formazione. Uno sforzo titanico che dovrebbe combinarsi alla riforma degli altri sussidi e ammortizzatori sociali per evitare duplicati e ridondanze. Ma Luigi Di Maio, al Mattino, ha dichiarato che “in una prima fase il reddito di cittadinanza procederà su un binario separato, l’obiettivo finale, che sarà raggiunto per gradi, è però il superamento degli attuali ammortizzatori sociali”. E questo aumenta la necessità di risorse finanziarie.

Dazi, Ue e Cina contro Trump. I rischi per l’Italia

La Ue e la Cina insorgono contro i dazi Usa: la decisione di Donald Trump di far scattare le tariffe doganali aggiuntive sulle importazioni di acciaio e alluminio ha provocato una levata di scudi in tutte le cancellerie. L’Ue si è detta pronta a ricorre al Wto, pur lasciando aperta la porta al negoziato. E anche la Cina è determinata a difendere i suoi interessi. “I dazi non sono la via da seguire”, ha detto il premier Paolo Gentiloni in una telefonata con il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker. Opposizione anche se Washington cercherà di dividere l’Unione attraverso trattamenti diversificati, cosa in cui spera invece Londra. La speranza, per la commissaria al commercio Cecilia Malmstrom, è che l’Ue “sia esclusa” dall’applicazione dei dazi in virtù dell’amicizia e dell’alleanza storica con Washington, così come Canada, Messico e Australia. La decisione preoccupa anche la Cna Marche. “In prospettiva – spiega il presidente Cna Marche Gino Sabatini – una guerra commerciale penalizzerebbe pesantemente le piccole e medie imprese marchigiane. Nel mirino stanno per finire anche lavatrici e pannelli solari. Temiamo tocchi anche a macchinari, calzature e prodotti agroalimentari”.

Logistica, lo sciopero solitario di Florin

Florin Preda, romeno, 45 anni, ha incrociato le braccia al mattino, piantato nella nebbia della periferia nord di Torino, a Leini. La Filt Cgil ha proclamato uno sciopero contro Fercam, il colosso altoatesino della logistica, partner del Giro d’Italia, che sforna comunicati che vantano ampliamenti dell’organico per far fronte all’aumento di traffico e opera dalla Germania alla Turchia passando per Polonia, Serbia e Romania, i paesi dell’Est dove i lavoratori costano poco.

Nei magazzini di Leini c’è stato l’ennesimo cambio d’appalto e la nuova cooperativa minaccia di assumere solo 8 dei 15 dipendenti che da anni ci lavorano. “Una palese violazione del Contratto collettivo”, denuncia la Filt. Le regole sul cambio appalto non consentono lasciare a casa i lavoratori e sostituirli: “Ci avevano proposto di licenziare tutti e riassumerli con contratti stagionali, rinunciando ai contributi e ai crediti maturati in cambio di 100 euro”.

Di fronteal rifiuto, la cooperativa ha detto che ne avrebbe assunti solo otto a trattativa individuale. E così è scattato lo sciopero. Solo che a partecipare, givedì scorso, è stato solo Florin, delegato Filt, gli altri hanno pensato che la ditta sceglierà chi tenere in base alla partecipazione alla protesta. Lo ha pensato anche Florin, prima di piantare la sua bandiera rossa nella neve, davanti ai cancelli dell’azienda dove lavora da 12 anni. Sa che per questo non sarà tra gli otto prescelti. Ha già visto negli anni, a ogni cambio appalto, lasciare a casa i delegati sindacali insieme ai vecchi non più svelti a tirar su i pacchi. “Lo so, ma sono l’unico delegato rimasto”, spiega. Nei capannoni ci sono le merci della Seven, l’azienda degli zainetti che ha appaltato la logistica alla Fercam, che a sua volta ha appaltato la gestione a un consorzio di cooperative, che è subentrato alla cooperativa che c’era prima, a sua volta subentrata a quella che c’era prima e via così. Ogni cooperativa che subentra licenzia e riassume gli stessi lavoratori per fare lo stesso lavoro, azzerando i diritti.

“A ogni cambio di appalto peggiorano i livelli di inquadramento di operai sempre più esperti”, spiega Florin. Così nel mondo della logistica la carriera, invece di farla, la si disfa: “Ho cambiato 10 cooperative – racconta Florin, una moglie, tre figli da aiutare perché annaspano tra lavori interinali a 50 ore al mese e le sere fuori casa a lavare i piatti – Dieci anni fa avevo ottenuto il quarto livello. Poi sono arrivate le cooperative…”.

“La ditta subentrante non ha potuto assumere tutti i lavoratori – conferma Fercam – ma ha espletato le procedure previste dal contratto”. Spiegano che il volume di attività a Leini si è ridotto, anche se i lavoratori negano. Florin ha scioperato per tutto il giorno, scrutando gli altri che varcavano i cancelli. Non è arrabbiato con loro: “Scrivi che non li accuso, non è colpa loro se ci mettono gli uni contro gli altri”.

Gli autisti sono sottopagati ma Uber fa la guerra ai dati

Scusate, ci siamo sbagliati: gli autisti di Uber non guadagnano una miseria, ma guadagnano comunque molto meno di quanto dovrebbero. È la conclusione a cui è arrivato, nei giorni scorsi, un ricercatore del Mit di Boston, una delle più importanti università di ricerca del mondo, che ha pubblicato uno studio sui ricavi degli autisti delle due più famose applicazioni statunitensi per il trasporto urbano, Uber e Lyft. La conclusione arriva dopo una lunga querelle che ha coinvolto l’ad di Uber e i suoi consiglieri economici. Conclusione: il profitto medio degli autisti non è di 3,37 dollari l’ora, come inizialmente ipotizzato, ma tra gli 8 e i 10 dollari. Una cifra comunque inferiore al salario minimo.

La vicenda. La settimana scorsa, i ricercatori del Center for Energy and Environmental Policy del Mit hanno pubblicato un documento con i dati di un sondaggio svolto tra 1.100 autisti Uber e Lyft. Secondo i calcoli, dopo aver contabilizzato le spese, i conducenti avrebbero avuto un profitto medio di 3,37 dollari l’ora: 661 al mese. Il 74% di loro, quindi, è sotto il salario considerato minimo per il mantenimento di una famiglia nei loro stati. Poco dopo, il capo economista di Uber Jonathan Hall ha contestato il calcolo sostenendo che fosse viziato da una logica sbagliata e da una domanda fuorviante. Il ricercatore, Stephen Zoepf ha incassato il colpo e ha prima dichiarato che avrebbe rivisto il calcolo, poi lunedì scorso ha pubblicato un breve esito della sua seconda analisi: con il ricorso a due diverse metodologie suggerite da Hall, venivano fuori salari medi molto più alti. “Con il primo metodo – ha scritto Zoepf – e seguendo il consiglio di Hall, il guadagno medio al netto delle spese sale a 8,55 dollari l’ora. Per il 54% dei conducenti è inferiore al salario minimo del 2016 nel loro Stato. L’8% degli autisti, invece, addirittura perde denaro”. Poi usando il secondo metodo d’indagine, sempre consigliato dall’economista di Uber, arriva a un altro risultato: “Il profitto medio sale a 10 dollari l’ora”. Ma per il 41% dei conducenti resta inferiore al salario minimo. La percentuale di chi ci perde è al 4%.

Lo studio ha allarmato i piani alti di Uber: l’amministratore delegato Dara Khosrowshahi, arrivato per ripulire l’immagine di Uber dopo mesi di scandali e problemi, ha scritto su Twitter: “MIT = Mathematically Incompetent Theories (at least as it pertains to ride-sharing)” ovvero “Mit, Teorie Maticamente non corrette (almeno per quanto riguarda il ride-sharing)” e ha citato studi di altre università Usa che posizionavano i ricavi attorno ai 20 dollari orari.

Un dibattito 2.0 tra economisti, quindi, su dati che peròtrebbero essere direttamente misurabili. “La trasparenza e la riproducibilità sono alla base di ogni sforzo accademico – ha concluso il ricercatore del Mit – La rilevazione smentita da Hall e Khosrowshahi era un’ipotesi sulle entrate effettuata in assenza di dati pubblici e a fronte della scarsità di studi indipendenti al di fuori delle analisi di Uber”. Lo studioso ha così chiesto all’azienda di rendere disponibili i dati sugli autisti e i loro profitti.

Il tema è delicato per l’azienda. A gennaio 2017 negli Usa Uber ha pagato alla Federal Trade Commission 20 milioni di dollari per un accordo che mettesse fine a un contenzioso sulla differenza tra il guadagno promesso ai suoi autisti e quello realmente incassato. All’inizio la compagnia aveva prospettato addirittura guadagni pari a 74 mila dollari l’anno a San Francisco, 90 mila a New York. A novembre scorso il tribunale del lavoro di Londra ha invece respinto il ricorso della società e stabilito che a due dei suoi autisti venissero riconosciuti parte dei diritti di norma garantiti ai lavoratori dipendenti (Uber non li considera come tali). Il rischio è che queste cause si trasformino in una valanga di ricorsi. E Uber, al momento, non può permetterselo.

Romeo, Cassazione: annulla i domiciliari. Deciderà il Riesame

La Cassazione ha annullato con rinvio al Riesame di Napoli l’ordinanza di arresti domiciliari per Alfredo Romeo, che al momento resta in vigore. Ma secondo i legali dell’immobiliarista del caso Consip si va verso il ritorno in libertà dell’indagato. “La Cassazione nel dispositivo non ha indicato l’accoglimento di uno specifico motivo di ricorso – spiega al Fatto l’avvocato Francesco Carotenuto, uno dei legali del pool difensivo – ma ha scritto un dispositivo generico, gemello a quello del 13 giugno, che ci fa ritenere che siano stati accolti sia il nostro ricorso sulle esigenze cautelari che quello sulle intercettazioni telefoniche”. A giugno la Cassazione rispedì indietro la misura cautelare di Roma per le accuse dell’inchiesta Consip e il 14 agosto il Riesame liberò Romeo. Di nuovo arrestato a novembre per corruzione (pm Woodcock e Carrano), stavolta a Napoli. Gli avvocati Sorge, Carotenuto e Vignola hanno diramato un comunicato con cui definiscono “frettolosi e incauti i recenti provvedimenti di Consip che senza attendere la Suprema Corte ha escluso da sei gare in corso Romeo Gestioni, una mossa mediatica e di grave azzardo giuridico”.