Senegalesi in piazza per Idy Diene. Nardella: “Nessuno divida la città”

Una “affermazione collettiva del rifiuto dell’incitamento all’odio nei confronti dei migranti”. La lezione di civiltà arriva dalla comunità senegalese che per oggi ha indetto una manifestazione a Firenze in piazza Santa Maria Novella e un corteo fino a ponte Vespucci, dove lunedì è stato ucciso Idy Diene.

Per ricordare “l’ultima vittima di una follia omicida”, la comunità ha invitato “tutta la cittadinanza, le istituzioni, i sindacati, le organizzazioni religiose a unirsi e marciare pacificamente insieme”. Un gesto distensivo che arriva dopo giorni di polemiche anche violente, in parte alimentate dal sindaco Dario Nardella che si è lamentato di alcune fioriere rotte lunedì scorso durante protesta inscenata da alcuni senegalesi. Gesto condannato dalla stessa comunità che ha già comunicato al sindaco che si farà carico dei danni alle fioriere cui è apparso molto legato.

Nardella ha tentato, il giorno successivo, di unirsi a un’altra manifestazione ma è stato allontanato tra gli insulti e qualche spintone. Nuove polemiche sono poi nate per il diniego da parte del primo cittadino a indire una giornata di lutto cittadino. Rifiuto giustificato con le indagini in corso. È dovuto intervenire l’ambasciatore del Senegal, Mamadou Saliou Diouf, che, insieme al presidente dell’associazione dei senegalesi di Firenze Diye Ndiaye e all’Imam Izzeddin Elzir, ha incontrato il sindaco a Palazzo Vecchio. Foto di cortesia, stretta di mano e invito a “ritrovare serenità”. Il corteo di oggi dovrebbe sancire il ritrovato equilibrio. Nardella si è detto disponibile a partecipare “ma solo se ci saranno le condizioni” perché non intende “essere un elemento di provocazione”. Da sindaco “non permetterò che la mia città possa essere dilaniata e divisa da odio, violenza, scontri”. La speranza di tutti è evitare che la vicenda possa acquisire il profilo del razzismo.

Ieri è emersa l’esistenza di un video di sorveglianza che ha ripreso Roberto Pirrone, il 65enne ora in carcere, nei minuti precedenti l’omicidio di Idy. Ha percorso il lungarno incrociando una donna con un bambino, poi un altro signore e infine il senegalese a cui ha rivolto la pistola e sparato. Avrebbe scelto la sua vittima. La debolezza lo ha spinto a non uccidersi, come avrebbe voluto, decidendo di togliere la vita a qualcun altro per poter andare in carcere e avere dei pasti regolari. Così ha spiegato il suo gesto agli inquirenti, Pirrone. E così tutti vogliono che sia. Primi fra tutti i suoi connazionali senegalesi.

Neonazisti a Milano. Condanne a 3 mesi per odio razziale

“Uomo bianco, proteggi la tua famiglia. Tua moglie, tua figlia, tua sorella potrebbero essere le prossime!”. E sotto l’immagine di una ragazza portata via da un energumeno dai tratti che richiamano in modo grossolano una persona di colore. È uno dei volantini distribuiti nel 2013 nel milanese da alcuni militanti del Movimento nazionalsocialista dei lavoratori – Nationalsozialistische arbeiter bewegung, che si richiama in modo piuttosto esplicito a Hitler e al suo partito. Ieri tre di quegli attivisti sono stati condannati con il rito abbreviato a tre mesi di carcere dal gup di Milano Franco Cantù Rajnoldi per aver propagandato idee basate sulla superiorità della civiltà occidentale e sull’odio razziale. Il giudice ha riconosciuto la violazione della legge Mancino che proibisce azioni e simbologie legate al nazifascismo. La loro condanna era stata chiesta a dicembre dal pm Piero Basilone, insieme a quella di altri quattro militanti: due di loro, che non hanno seguito la via dell’abbreviato, sono stati rinviati a giudizio, mentre per altri due il gup ha accolto la richiesta di messa alla prova, con l’obbligo di svolgere lavori socialmente utili.

Al centro del procedimento due diversi episodi, il primo a Magenta e il secondo a Corbetta. Nei volantini distribuiti dai sette, 24 anni la più giovane e 47 anni il più anziano, si teorizzava che “il mescolamento razziale non è evoluzione, ma involuzione, in quanto l’individuo meticcio perde le caratteristiche peculiari delle razze da cui è nato”. Su altri fogli veniva attribuita la responsabilità di “droga, stupri, rapine, prostituzione, criminalità e disoccupazione” a uomini di origine latino-americana, asiatica e africana, prima di fare riferimento alla “selvaggia invasione dell’Europa”.

Non sono queste le uniche azioni del movimento neonazista, attivo nel Nord Italia soprattutto nelle province di Varese e Milano. In passato sono riusciti addirittura a fare eleggere una manciata di consiglieri comunali a Nosate (Milano) e Belgirate (Verbania), inserendosi tra le pieghe della legge, che vieta esplicitamente la ricostituzione del partito fascista, ma non di quello nazista. Ed è proprio al partito di Hitler che il Movimento nazionalsocialista dei lavoratori (la sigla è Nsab-Mlns) si ispira, con un programma in 25 punti pubblicato sul loro sito. Un programma in cui la “popolazione dello Stato nazionale” viene divisa in tre categorie: gli “appartenenti al Popolo”, gli “aggregati al Popolo”, cioè coloro che hanno alcuni legami particolari con i cittadini, e “gli Stranieri”, che potranno vivere nello Stato nazionale “solo se sottoposti ad apposita legislazione”. Tra i principali doveri dello Stato nazionale – si legge – c’è quello di “tutelare gli stranieri residenti ed il loro lavoro (obbligatorio salvo non si tratti di turisti), ma, nel caso vi sia difficoltà d’approvvigionamento dei generi primari, essi dovranno emigrare e trasferirsi altrove”.

Attivo nella galassia dell’ultradestra dal 2002, oltre a partecipare alle elezioni in piccoli comuni il Nsab si è reso protagonista negli anni di diverse azioni di volantinaggio, di propaganda via Internet e attraverso l’affissione di manifesti. Arrivando a colpire persino in centro a Milano, come quando nel 2014, qualche giorno prima del 25 aprile, alcuni suoi esponenti attaccarono in giro “volantini colmi d’amore”, come si leggeva sui fogli, per Adolf Hitler: un modo “per celebrare quello che sarebbe stato il 125esimo compleanno” del dittatore.

O come quando qualche mese dopo, a settembre dello stesso anno, in concomitanza con il festival internazionale di cultura ebraica, appesero per le vie della città manifesti antisemiti in cui si sosteneva per esempio che “la cultura ebraica, a differenza di quella europea, è fondata sull’odio, un odio ingiustificato visto che da sempre (e lo sono tutt’ora) gli Ebrei sono invasori e non hanno la benché minima idea di cosa voglia dire essere invasi in maniera subdola”. Fino allo scorso ottobre, quando hanno tappezzato alcune zone della periferia ovest di Milano con l’immagine di un combattente delle SS in divisa e, nei giorni successivi, hanno attaccato cartelli che con lo slogan “mangia italiano” invitavano al boicottaggio di “kebab, all you can eat e ristoranti etnici non europei”.

Azioni che in passato in alcuni casi hanno portato a perquisizioni, con il ritrovamento di bandiere con svastiche e persino armi, e a denunce nei confronti di alcuni militanti. Per arrivare a ieri, con le prime condanne.

Il fondo Elliot vede l’ad di Tim. Il titolo in Borsa sale ancora

Il fondo americano Elliott ha gettato il guanto di sfida su Tim. L’incontro con l’amministratore delegato Amos Genish, che ha Londra ha incontrato i gestori del fondo, è stato solo una prima presa di contratto, senza scoprire le carte. Lo scontro con Vivendi sarà in assemblea il 24 aprile e l’obiettivo è chiaro, recuperare (se possibile velocemente) il valore dell’investimento. Difficile dire se siano stati conti e piano o l’aria di riassetto ma nelle ultime 4 sedute il titolo ha guadagnato il 14%, recuperando un livello che non toccava da agosto. Tra scambi intensi (297 milioni pezzi, contro i 117 milioni della media dell’ultimo mese) la seduta di oggi si è chiusa a 0,832 euro. Solo rendendola una public company – è questa la considerazione che il fondo presente nel libro soci fin dai tempi della gestione di Roberto Colaninno porterà in assemblea – con una governance indipendente, si potrebbe estrarre il vero valore di questo gruppo che, descrivono fonti vicine al fondo, nell’insieme vale meno della somma delle sue parti, schiacciato com’è dal conflitto di interessi dei soci che fino a oggi l’hanno controllata, da Telefonica a cui vengono contestati i mancati investimenti in Brasile a Vivendi.

Assalto al Fatto, ma gli elettori Pd vogliono governare coi 5S

Un sondaggio pubblicato ieri dal nostro giornale ha riscosso molto interesse su Twitter, al punto da far rimanere l’hastag #isondaggidelfatto per diverse ore nella classifica dei primi dieci top trend italiani. Pare che a suscitare tanto successo social sia stato essenzialmente il risultato del sondaggio rivolto a un campione degli elettori del Pd, che alla domanda “con chi fareste un accordo per formare un nuovo governo?” ha risposto (quasi sei su dieci interpellati) “con i Cinque stelle”.

Numeri che hanno il principale difetto, agli occhi della sparuta ma agguerrita tifoseria rimasta dei vertici democratici, di smentire la campagna Twitter #senzadime con cui i dem stanno riempiendo i social network per esprimere contrarietà all’inciucio post-elettorale. Un’analoga rilevazione pubblicata nello stesso giorno dal quotidiano La Stampa, basata su una misteriosa “consultazione segreta” effettuata nel Movimento di Di Maio e che indicava invece una preferenza della base pentastellata per la Lega – evidentemente più funzionale ai desiderata del fortino del Nazareno – non ha suscitato altrettante reazioni indignate, né sul metodo, né sui contenuti.

Di buon mattino si è partiti quindi con l’assalto mediatico al giornale, con commenti all’inizio solo un po’ lividi e grossier . “Il 59% dei sondaggisti del Fatto, è alla ricerca di un nuovo spacciatore” Scrive Stefano. “Secondo #isondaggidelfatto il 59% degli italiani crede che i giornalisti del Fatto siano leggermente faziosi, il restante 41% ne è fermamente convinto!” Afferma Laura. “Il 59% degli italiani ritiene che il FQ dovrebbe ammorbidire la carta onde facilitarne l’uso” scrive Starrynight. “Tranquilli: il 59% dei lettori del Fatto Quotidiano non sa leggere e si lamentano che ci sono poche figure” commenta Ginio. Altre considerazioni incentrate sulle attitudini intellettuali e la qualità materiale dei direttori Marco Travaglio e Peter Gomez e su cosa si “fumerebbero” abitualmente i giornalisti non sono riferibili.

Il vero successo mediatico è stato però decretato dall’arrivo delle prime battute “di genere”. “Il 99% degli intervistati crede si possa usare la trielina come shampoo secco”, “il 59% delle acciughe non vuole finire nelle puntarelle”, “Un sondaggio del Fatto Quotidiano rivela che per il 59% degli italiani gli spaghetti devono bollire almeno per 20 minuti”, “Il 59% degli abitanti del piano di sotto vorrebbe l’abolizione degli zoccoli di legno” e via celiando, seguendo la falsa riga delle metafore di Pierluigi Bersani o della para-saggezza di Osho.

Lasciamo per un momento il web al gioioso fluire del battutismo e ricordiamo, per chi non li avessi letti, i riferimenti scientifici su cui si basa il sondaggio pubblicato ieri dal giornale. La rilevazione è stata realizzata il 7 marzo su un campione di mille persone rappresentativo genericamente della popolazione maggiorenne, dall’Istituto Noto, la società che insieme con l’istituto Piepoli e l’Emg, partecipa al consorzio che ha vinto la gara per realizzare i monitoraggi elettorali della Rai. I risultati del nostro sondaggio verranno pubblicati, come prevede la legge, nel sito ufficiale del governo italiano dedicato ai sondaggi politico-elettorali.

L’orientamento dell’elettorato del Pd, delineato dall’Istituto Noto, viene confermato in queste ore da un’altra rilevazione condotta da Quorum/Youtrend per Avaaz e realizzata ancora tra il 7 e l’8 marzo su un totale di 1013 interviste. Agli interpellati è stato chiesto: “Crede che il Partito democratico dovrebbe appoggiare la creazione di un governo del Movimento 5 stelle per impedire un’alleanza tra M5s e Lega?” Hanno risposto “assolutamente sì” il 24,3% e “probabilmente sì” il 34,8%, pari al 59,1%. “Probabilmente no” il 9,2% e “assolutamente no il 31,7%”. Il Margine di errore statistico è + o – 2,9%.

Alla stessa domanda rivolta agli elettori M5s hanno risposto “assolutamente sì” il 26,3%, “probabilmente sì” il 35,8%, “probabilmente no” il 12,3% e “assolutamente no” il 25,5%. Tra gli elettori LeU si sono trovati assolutamente d’accordo ad appoggiare un governo con i Cinque stelle il 65,7% degli elettori e “probabilmente sì” il 27%.

“Sono risultati che si spiegano facilmente con l’analisi dei flussi elettorali – osserva il sondaggista Antonio Noto – un terzo di coloro che hanno votato Pd nel 2013 si è orientato questa volta ai Cinque stelle, è plausibile pensare che vi sia un’affinità tra i due elettorati, sicuramente molto più spiccata che con Forza Italia e la Lega”.

Calenda: “Nessuna intesa col M5s”. Poi attacca Renzi e Orfini

Se il pdfa l’accordo coi 5 Stelle, l’Italia scompare. Pensieri e parole di Carlo Calenda, che ieri ha parlato agli iscritti della sua sezione Pd nel centro storico di Roma. “Non dobbiamo fare nessun accordo con il M5s, dobbiamo salvare l’Italia riformista”, ha detto il ministro dello Sviluppo economico uscente, appena iscritto al partito. Calenda ha poi detto la sua sul ruolo all’interno del Pd di Matteo Renzi, in procinto di lasciare la segreteria al termine delle consultazioni per la formazione del governo: “Il lavoro fatto da Renzi non si deve dimenticare, è essenziale che sia parte della nuova fase del Pd. Ma parte, appunto, perché c’è altra gente da ascoltare”. E poi la stoccata all’ex premier: “Se di fronte alla complessità della globalizzazione, alla crisi della politica e della sinistra, ci mettiamo a giocare alla Playstation, è ovvio che abbiamo un cacchio di problema anche noi. Il messaggio non può essere quello”. Il riferimento, neanche tanto implicito, è alla celebre foto che ritraeva Matteo Renzi e Matteo Orfini giocare ai videogame proprio mentre chiudevano le urne della tornata elettorale delle comunali 2015.

Torino chiude, Malagò vuole i Giochi a Milano

Un anno e mezzo dopo il gran rifiuto di Virginia Raggi, la macchina olimpica è pronta a rimettersi in moto. Il sogno di Giovanni Malagò di portare i Giochi in Italia non è svanito con Roma 2024, ora pensa a quelli invernali del 2026. La prima a muoversi è Torino, dove la Camera di Commercio ha preparato uno studio che promette Giochi low-cost (“solo” due miliardi di spesa) e i soliti ritorni incalcolabili. Ma nel capoluogo ci sono anche i 5 stelle al governo, e la sindaca Appendino non sembra abbastanza convinta. Il Coni, invece, ha le idee chiare: per non ripetere gli errori del passato (e tenersi lontano dal M5s) la candidata italiana sarà Milano. Intanto la Camera di Commercio di Torino (che le Olimpiadi le vorrebbe eccome) prova a giocare d’anticipo. Ieri il presidente Vincenzo Ilotte ha presentato lo studio di prefattibilità, con spesa totale stimata ottimisticamente sui due miliardi, uno meno del 2006.

L’idea è raccogliere l’eredità del passato per puntare a un bis molto low-cost: 170 milioni per il rinnovamento degli impianti (ma la pista di bob a Cesana e il trampolino di Pragelato andrebbero completamente ripensati); 500 milioni per la costruzione del villaggio (quello vecchio attualmente è abbandonato e occupato da immigrati); 50 milioni per adeguare autostrade, aeroporti e stazioni, che sono stati già costruiti. Così la spesa effettiva si fermerebbe sotto il miliardo, considerando che per i costi di gestione ci sono i contributi del Cio. Per candidarsi, però, il Comune deve chiedere (ed ottenere) l’appoggio del Coni, mentre ieri Chiara Appendino si è limitata a specificare che “non esiste alcun dossier della Città di Torino per la candidatura alle Olimpiadi 2026”. Un modo elegante per prendere le distanze dalla Camera di Commercio e guadagnare tempo, visto che la sindaca deve giocare una partita difficile coi suoi, che non hanno ancora trovato un accordo interno. Tra i consiglieri ci sono due anime: una intransigente sul no alle Olimpiadi, totem per la base 5 stelle; l’altra più possibilista che vorrebbe almeno sedersi al tavolo a trattare ponendo alcune condizioni (no al consumo del suolo e nuovo debito pubblico, sì al riutilizzo delle strutture esistenti). Senza dimenticare la contrarietà dei “No Tav”, che si sono rivolti ad Appendino chiedendole di fare come la Raggi a Roma.

Quella è una ferita ancora aperta nell’orgoglio di Giovanni Malagò, così stavolta il Coni ha deciso di scommettere su Milano, città dal blasone internazionale e soprattutto con amministrazioni più compiacenti: al Comune il sindaco renziano Beppe Sala, alla Regione la Lega (prima di Maroni, ora del suo vice Fontana) che sogna da anni di portare i Giochi nel Nord. L’asse col capoluogo lombardo ha già fruttato la sessione Cio 2019, in cui verrà annunciata la sede delle Olimpiadi 2026: il protocollo vieta che la città ospitante sia anche in corsa per la vittoria finale, ma dopo la doppia assegnazione Parigi-Los Angeles (senza precedenti) si può fare un altro strappo alla regola, specie per chi ha credito come l’Italia. Nei prossimi mesi Milano muoverà i primi passi. E Torino e i suoi impianti? Malagò non si dimentica di nessuno: il Piemonte potrebbe far parte della candidatura, ospitando una o due discipline. Così avrebbe una parte (piccola) di indotto, e la sindaca Appendino dovrebbe limitarsi a mettere una firma meno impegnativa per la concessione di un paio di strutture. Niente telenovela, almeno a livello locale. Per candidarsi alle Olimpiadi ci vorrà comunque il sostegno del governo. Anche Malagò si chiede chi andrà Palazzo Chigi.

“Il Pd per salvarsi deve far fuori Renzi, poi allearsi con i 5Stelle”

Ogni accordo di governo tra il Movimento 5 stelle e il Partito democratico, al momento, è lontano. Oltre all’intesa politica sembra esserci di mezzo un rancore di fondo, quello che il giorno dopo le elezioni ha fatto dire a Matteo Renzi di non voler mai sostenere chi ha definito i dem “corrotti, mafiosi e collusi”.

Massimo Cacciari, anche questa componente potrebbe avere un peso?

Mi pare che queste spiegazioni psicologiche c’entrino poco e non siano decisive per determinare le scelte. Il Partito democratico ha talmente tanti guai interni che non ha neanche il tempo di pensare ai rancori.

Quindi non è quello il motivo che tiene lontani Pd e 5 Stelle?

Il nodo centrale adesso è la disfida interna al Pd. Renzi si è mangiato il partito e ha finito per mangiare pure se stesso. Questi problemi si risolverebbero con una direzione seria, con qualcuno in grado di prendere decisioni che vadano oltre Renzi.

La strada, quindi, sarebbe superare il segretario e guardare ai 5 stelle?

Mi sembra l’unica posizione possibile. Da questa disfatta il Pd potrebbe uscirne bene soltanto se ammettesse la sconfitta, riconoscesse la vittoria del Movimento 5 Stelle e si rendesse disponibile a sostenere un governo monocolore dei grillini.

Perché monocolore? A quel punto non potrebbe avanzare qualche pretesa?

Non gli converrebbe, avrebbe tutto da perdere. Condividere responsabilità di governo in questo momento sarebbe un suicidio, anche perché gli elettori hanno parlato chiaro, sfiduciando il partito.

Quindi?

Quindi è giusto che il Movimento costruisca un governo da solo, con i suoi ministri, e che il Partito democratico valuti volta per volta le proposte da votare.

Ma così non sarebbe una maggioranza troppo fragile?

Se il Pd presentasse una proposta del genere ai 5 stelle, il cerino passerebbe in mano ai grillini. Per quanto debole possa essere questo tipo di sostegno, non credo che il Movimento potrebbe dire “no grazie” ai dem e rifiutarsi di fare un governo.

La base del Pd come la prenderebbe?

Mi sembra che la base abbia già dato brutti segnali con il voto se è per questo. Ma se andiamo a vedere i flussi elettorali si vede chiaramente che tre quarti dei voti fuoriusciti dal Pd rispetto alle elezioni del 2013 li ha intercettati il Movimento 5 stelle. C’è molta più omogeneità tra le loro basi di quanta ce ne sia tra centrosinistra e centrodestra.

Ci sono alternative a un’intesa tra Pd e 5 Stelle?

Mettere d’accordo la Lega e i grillini su un governo è impossibile. Il popolo dei 5 stelle, al contrario di quanto sostiene qualcuno, non è certo di destra e sopporterebbe molto male ogni tipo di accordo con Salvini. Ma anche il leader leghista non ce lo vedo proprio a spaccare il centrodestra per andare a fare il secondo a Di Maio. Altre soluzioni non ce ne sono, visto che Berlusconi e quel che resta del Pd, anche volendo, non hanno i numeri.

Quello di un accordo tra 5 stelle e Pd è più una speranza o una previsione?

Allo stato attuale non è fattibile, purtroppo. Bisognerebbe superare Renzi e in questo momento nel Pd non c’è nessuno in grado di farlo .

Se il Pd e i 5 Stelle faticano a dialogare, i cosiddetti poteri forti – dai grandi giornali a Confindustria – ci hanno messo poco a riposizionarsi nei confronti del Movimento. La stupisce?

Per niente. È l’Italia eterna, la miserabile Italia eterna che sta sempre con chi vince. Come si dice: “Primum vivere”.

Lombardia, il caso dei voti spariti di una candidata di FI

Schede elettorali difficili da decifrare, cognomi simili ed è subito errore. Parte dei voti destinati a Donatella Bassanello, infermiera di 39 anni, candidata con Forza Italia al consiglio regionale in Lombardia, potrebbero essere andati al più noto Maurizio Broccanello, ex assessore azzurro di San Giuliano Milanese, anche lui in corsa per il Pirellone con Forza Italia. Possibile? A mancare all’appello, secondo Bassanello, anche il suo voto e quello del compagno. Consultando il sito del Comune di Cinisello Balsamo, nella pagina dei risultati, la candidata si è accorta che nel suo seggio per lei risultavano zero preferenze, mentre Broccanello ne aveva ricevute due. “Della scelta del mio compagno posso anche non essere del tutto certa – scherza Donatella – ma di sicuro della mia sì. Ho controllato più volte la scheda prima di tracciare la croce sul mio nome, anche nel timore di confondermi per l’emozione. Quel voto da qualche parte ci deve essere”. E oltre alle loro, mancherebbero all’appello un’altra cinquantina di preferenze. “Di certo non è possibile controllare al 100% i voti dati ai seggi, visto che nel conteggio finale appaiono i numeri delle preferenze, ma lo zero è una certezza…”.

No-vax e antisionista, l’eletta dei 5 Stelle a Latina difende “Littoria” e attacca Saviano

Isindacati? Da eliminare. Saviano? “Un massone”. Il vero nemico? I sionisti. Non è la Lega, non è CasaPound, ma il pensiero della neo eletta senatrice del Movimento 5 stelle Marinella Pacifico, di professione insegnante di geopolitica in un liceo di Cisterna di Latina, esponente attivissima dei meetup pontini. Ha girato in camper il suo territorio, tanti incontri e comizi. E alla fine ce l’ha fatta, guadagnando un seggio a palazzo Madama, inserita nel listino del collegio Lazio 3, lo stesso di Emanuele Dessì, il candidato finito nella lista nera per la casa popolare a 7 euro al mese ed ugualmente eletto.

Si professa “fruttariana”, ovvero il gruppo più estremo dei vegani: pranzo e cena solo a base di frutta, niente “cadaveri” o insalate (mai uccidere una pianta). “I malati di cancro vengono alimentati con cibi altamente acidi che determinano il crollo fisico”, assicura su Facebook, e basta mangiare tante mele per avere una salute di ferro. Ha un certo amore per la danza: nulla di male, se non fosse per i video sexy – e un po’ narcisisti – che pubblica sui social, con pose poco in tono con l’emiciclo austero dove entrerà nei prossimi giorni. E questo è il colore.

Più sostanziale, e politica, è la sua posizione sui temi delicati dell’agenda pubblica. Convinta no vax, ritiene i vaccini il male del mondo. Ha punti fermi, come l’avversione nei confronti di Roberto Saviano: “Si lamentano tutti per la mafia e poi fanno la fila per questo massone”, scrive il 22 ottobre scorso commentando la notizia del successo di pubblico della conferenza dello scrittore a Latina. “Questo personaggio arricchitosi grazie alla massoneria”, aggiunge rincarando la dose. Stessa tesi pubblicata il giorno prima: “Venduto alla massoneria”, commentava sotto la foto dello scrittore.

I mali del mondo – per la senatrice che si dichiara esperta di geopolitica – vengono dalle grandi lobby. Ad iniziare da quella più classica, il cavallo di battaglia di tutte le destre del mondo. E così quando la presidente della Camera organizza il concerto di Natale con la cantante israeliana Achinoam Nini, in arte Noa, commenta: “E mentre la sionista Boldrini si gode lo spettacolo di Noa, il suo amico del Bene Comune si ritrova in giunta un assessore in meno”, riferendosi al sindaco di Latina Damiano Coletta. Insopportabile ai suoi occhi la vicinanza – vera o presunta – tra la presidente della Camera uscente e il primo cittadino della capitale pontina.

Anche quando insieme cambiano il nome dell’ex parco Arnaldo Mussolini, dedicandolo a Falcone e Borsellino: lei assicura era dalla parte dei contestatori, ovvero dell’anima fascista della città che quel giorno protestò pubblicamente, al grido di “Littoria” e con molti saluti romani: “I sostenitori della legalità – scrive su Facebook il 20 luglio scorso – hanno riconosciuto il coraggio dei cittadini di Latina nel pretendere il rispetto della storia e delle origini della nostra città di fondazione”. Idee nette anche sul tema del lavoro: oltre al Jobs act e alla legge Fornero “elimineremo anche i sindacati”, promette in un post dello scorso 30 settembre.

Di Maio avverte gli eletti: “Chi mi supera è perduto”

Una volta l’uno valeva uno, ora uno vale per tutti. Nuovi, tanti e zitti, mentre ascoltano il capo politico, il candidato premier, insomma Luigi Di Maio, che declama: “Fidatevi di me”. Credete in lui, il leader, è la consegna recapitata agli eletti dei 5Stelle che si radunano a Roma per la loro prima assemblea in un elegante albergo ai Parioli, a un passo da Villa Borghese, lo stesso dove il M5S aveva festeggiato il trionfo elettorale. Teatro molto diverso dall’Eurostar Saint John, l’albergo nel quartiere etnico Esquilino dove si ammassarono nel 2013, con occhi incerti e indumenti casual. Cinque anni dopo, è una festa di grisaglie e gonne. Non c’è Beppe Grillo, che però si farà sentire in serata, dal suo blog. Mentre c’è una folla di cronisti e telecamere, tenuti a distanza dai carabinieri e dal personale.

Sono i portieri con tuba e livrea, ad aprire le porte dei taxi da cui escono i tanti neofiti, oltre 250 su 333 parlamentari. Ubbidienti, rispettano l’ordine della comunicazione: “Entrate senza parlare ai cronisti”. Occhi bassi, al massimo un sorriso, corrono dentro. E ad accoglierli c’è lo staff, guidato da Rocco Casalino, il capo comunicazione che prima era forte e ora è fortissimo. È (anche) lui ad arringare i nuovi nelle due sale per senatori e deputati: “Parlate con la stampa solo dietro autorizzazione, tutte le uscite devono essere concordate, chiedete a noi: il momento è delicato”. E lo ripete anche Di Maio, che il momento è grave. “Ma andremo a governare, non abbiate paura: noi cresceremo ancora, è un dato inesorabile”. E per fare un governo “dovranno passare per forza da noi”. Certo, potrebbero farne anche uno con Pd, Lega e Forza Italia. “Ma in quel caso ci rinforzerebbero ancora di più”.

E per spiegarlo cita la massima di un leggendario campione di automobilismo, l’argentino Juan Manuel Fangio: “Moltissimi piloti mi avrebbero battuto se mi avessero seguito. Hanno perso perché mi hanno superato”. E pare uno sberleffo innanzitutto per il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini. Però il capo dà anche consigli: “Non dovete iniziare a 200 all’ora, ascoltate i capigruppo e la comunicazione”. La parola ricorrente è “unità”. Perché il timore è che tra i tantissimi nuovi, molti dei quali professionisti, si annidino frondisti. O peggio, che le sirene del centrodestra tentino qualcuno. Quindi bisogna presidiare e “precettare”, come osserva con amarezza un senatore riconfermato.

In sala invece Davide Casaleggio assicura che lui “non chiederà mai di cambiare una legge” e poi spiega nel dettaglio Rousseau, la piattaforma web. Quindi parlano i neo-capigruppo Giulia Grillo (Camera) e Danilo Toninelli (Senato), nominati direttamente da Di Maio. E danno le coordinate pratiche: quali sono i primi adempimenti burocratici, come funzionano le commissioni o come si prepara una mozione. I veterani ascoltano con aria distratta. E tra loro c’è anche la deputata riminese Giulia Sarti. Coinvolta nel caso delle restituzioni mancate, dopo settimane a bagnomaria è stata perdonata. E proprio di nuove regole sulle restituzioni si accenna in assemblea: chi non prende casa a Roma dovrà versare 1000 euro in più da versare, mentre chi rinuncia al collaboratore ne dovrà darne 1500 in più.

Tutto questo mentre ai piani alti si ragiona di strategia. Perché il Salvini di ieri, che ha invocato un accordo con il Pd, secondo il M5S ha commesso un autogol “dimostrando che è nervoso”. Impressione diffusa soprattutto tra chi sostiene la linea dell’immobilismo: “Rimaniamo fermi, parlando di temi. Dovranno cercarci gli altri, e Salvini è già solo, Berlusconi non lo appoggia”. Rotta che terrà almeno fino alla direzione del Pd di lunedì, da cui il M5S attende segnali. Però in serata irrompe Grillo. Che in un video sul suo blog gioca con la sabbia in spiaggia, e mette assieme i numeri di maggioranze di governo. “Con il 32 del M5S più il 10 del Pd arriveremo a una maggioranza del 42. Di qua abbiamo Forza Italia che siamo a 17, cioè il 16, il 15, non ricordo neanche più… Salvini al 17 e siamo a 34”. Sorride come un bimbo, Grillo. E salta, in costume da bagno. Prendendo in giro il Rosatellum. E magari anche certi capi del suo M5S: troppo vogliosi di governo.