Calalzo di cadore, Giorgia e il balcone

Le vette della destra: Giorgia Meloni adesso sa dove andare in montagna: a Calalzo di Cadore.

Non è proprio Cortina d’Ampezzo (siamo a una ventina di chilometri), ma qui Fratelli d’Italia vola: 34,95 per cento. E per festeggiare il sindaco di destra si affaccia proprio al balcone. Tranquilli, non è piazza Venezia: “Nessuna manifestazione nostalgica, era solo il posto più comodo”, giura il primo cittadino, che fa il camionista, l’operaio, l’edicolante e oggi anche il deputato.

Fratelli d’Italia ha preso il doppio di voti della Lega. Proprio qui dove una volta d’estate capitava di incontrare Giulio Tremonti, magari a festeggiare il compleanno in una baita insieme con Umberto Bossi e Roberto Calderoli. Certo, sono 431 voti in tutto, ma è una piccola repubblica meloniana. Merito soprattutto del sindaco Luca De Carlo. Quello che aveva offerto asilo al collega di Cortina quando a causa delle inchieste aveva il divieto di dimora nel proprio paese. De Carlo, appena quarantacinquenne, è politico di lunga esperienza: a 16 anni nel Fronte della Gioventù, poi Msi, An, Pdl e infine Fi. Dove andava Meloni lui la seguiva. Ma ha preso molti più voti di lei. Il futuro leader di Fratelli d’Italia viene dalle Dolomiti?

L’appello di Pif ai dem: “Allearsi con il M5s è un obbligo morale”

Un’alleanzacon il Movimento 5 Stelle? Per il Pd “non è facile”, ma “dal punto di vista morale è obbligatorio provarci”. Lo ha detto il regista e conduttore televisivo Pif, che ieri ha lanciato un appello al Partito democratico tramite il suo profilo Facebook. Nel suo intervento Pif ha ricordato le larghe coalizioni dell’ultima legislatura, a cui hanno partecipato anche i dem: “Avete fatto un governo con Angelino Alfano e con Denis Verdini, avete fatto il patto del Nazareno con Berlusconi. Nella coalizione avete Pierferdinando Casini: provate a chiedergli cosa pensa di Totò Cuffaro, e poi capite con quale pensiero politico vi siete associati. E adesso fate storie per il Movimento 5 Stelle?”. Secondo Pif il pericolo maggiore è quello “di lasciare il Paese alle destre”, dopo i risultati delle elezioni che hanno premiato con la maggioranza relativa la coalizione guidata dalla Lega. “É arrivato il momento di mettere l’orgoglio da parte – ha concluso Pif – e ricordarvi in che condizioni è questo paese. Ovviamente non riuscirete a trovare tanti, troppi punti in comune. Ma quelli essenziali sì, esattamente come si è fatto con Berlusconi, Alfano e Verdini”.

Chiamparino e gli altri governatori part-time

“Io ci sarò”, annuncia Nicola Zingaretti candidandosi alle primarie Pd. Proprio lui che nemmeno una settimana fa è stato rieletto governatore del Lazio.

“Io segretario Pd, perché no?”, si era auto-domandato pochi giorni fa Sergio Chiamparino, auto-candidandosi ai vertici del Partito (ipotesi poi tramontata).

Perché no?, chiede il Governatore del Piemonte. Perché, tanto per cominciare, Chiamparino e Zingaretti hanno chiesto ai loro concittadini il voto per guidare due grandi Regioni. Una responsabilità enorme che richiede il massimo impegno. E invece adesso vorrebbero dividerlo con quello – altrettanto gravoso – di leader di un grande partito. Evidentemente i due interessati pensano che si possa fare il governatore part-time. La mattina si guida la Regione, il pomeriggio il Pd. O magari, e sarebbe l’ipotesi peggiore, si fanno le due cose insieme.

Ma chi può scagliare la prima pietra? Non certo il centrodestra dove governatori come Giovanni Toti da anni cercano di farsi largo fino ai vertici di Forza Italia.

Ci sarebbe poi qualche domanda sull’opportunità istituzionale: è giusto che un governatore, rappresentante di una comunità territoriale e quindi di tutti i cittadini, sia così marcatamente di partito?

E ci sarebbe infine la questione delle questioni: non sarà certo così, ma qualcuno potrebbe pensare che si utilizzino le istituzioni come un tram per le proprie ambizioni personali. Faccio il governatore, poi appena mi si presenta l’occasione eccomi segretario di partito o ministro.È un po’ lo stesso malinconico spettacolo andato in scena in tante regioni dove decine di consiglieri e assessori si sono candidati al Parlamento.

Puntare il dito contro l’anti-politica a volte è stucchevole. Prima bisogna mostrare la buona politica. Mostrare di essere credibili. Onorando gli impegni presi anche quando non conviene. Perché no?

Salvini mette i paletti sul programma e già chiede di tornare alle elezioni

Alla felpa ha preferito un maglione con cerniera chiusa quasi fino al collo per lasciare intravedere appena la camicia. Si presenta così Matteo Salvini all’incontro con molti dei 183 nuovi parlamentari della Lega. Li accoglie a Milano. Loro vengono da tutta Italia. Sono originari di piccoli centri dell’Umbria o di grandi città della Sicilia. Come una delle più celebri tra gli eletti del nuovo corso impresso al Carroccio: la palermitana Giulia Bongiorno, quella che fu il giovane avvocato di Andreotti. Prende i loro applausi sotto la sua foto gigante e un “grazie” a caratteri cubitali. Poi è il momento di spiegare ai giornalisti le sue opinioni sul governo da formare e, dunque, sul futuro del Paese. E qui i toni sono più pacati del solito. A volte ironici, quasi mai istituzionali. Un Salvini che apre al Pd: “Spero siano a disposizione per dare una via d’uscita al paese, a prescindere da chi uscirà dalle primarie”.

Ma con dei paletti, perché il programma dovrà essere quello del centrodestra. Marca invece le distanze dall’altra forza papabile nei numeri per un’alleanza di governo, il M5S. E boccia subito una delle principali proposte dei Cinque Stelle: “Noi non proponiamo un reddito di cittadinanza per pagare la gente per stare a casa, noi siamo per lo sviluppo e per la crescita. La nostra è un’idea lontana dall’assistenza”.

Nessun ammiccamento al M5S per un governo comune. Ma per il primo banco di prova su future convergenze possibili, la scelta dei presidenti di Camera e Senato, è tutt’altro discorso. Contrario ad affidarne una ai grillini? “Perché dovrei esserlo? Sarà mio dovere chiamare tutti i segretari per proporre una gestione condivisa, democratica e rispettosa del voto popolare”.

Ritorna sulla questione governo, dice di non voler fare “alleanze organiche” con altri partiti, ma nel caso di un esecutivo di centrodestra chiederà sostegno su punti programmatici come il lavoro.

Alcune idee le ha chiare: “O c’è un governo o la parola torna agli italiani”, risponde in modo deciso a una delle domande. Come non ha dubbi su eventuali modifiche alla legge elettorale: “Io ne farei domattina una che dà un premio alla coalizione o al partito più votato. Noi l’abbiamo già proposto, il Mattarellum avrebbe dato un esito più certo di queste elezioni. Si è scelto un miscuglio, meglio comunque del proporzionale puro”. Ma quando gli si chiede come sarà il suo governo, quanti ministri lo comporranno, se è in grado di fare qualche nome, la prima cosa che dice è “non ne ho idea”. Aggiunge solo che non sarà un governo di tecnici.

Sostiene di non avere ambizioni personali da premier, ma passa alla terza persona per affermare che “l’unico candidato premier della Lega è Salvini, lo abbiamo messo nel simbolo e abbiamo preso 5 milioni di voti”. Niente Zaia o Maroni, come ipotizzato da alcuni per rendere più facile una ricerca di voti in Parlamento oltre il centrodestra. Non vuole arretrare, Salvini. Ha portato la Lega a 183 parlamentari. A loro ha già chiesto una cosa: “Essere da domani sulle strade, nei mercati e nei luoghi di lavoro”.

Il “film” dei perdenti: le trame nazarene di B. e Matteo (Renzi)

Silvio Berlusconi “regista”, come ha rivendicato in un video subito dopo le elezioni? Al massimo del “film dei perdenti”, spiega una fonte di rango del centrodestra. Un film cioè che rischia di non essere mai girato, ché posa su basi pasticciate o, se volete, troppo politiciste di fronte alla gigantesca onda del voto di domenica scorsa.

In ogni caso le manovre berlusconiane sono iniziate e sono uscite allo scoperte l’altro giorno con una lettera ai nuovi parlamentari azzurri in cui si riesumano le fatidiche larghe intese. Uno schema, però, diverso per forza di cose da quello maggioritario del patto del Nazareno nella scorsa legislatura. Sia Berlusconi, sia Matteo Renzi sono infatti i grandi sconfitti del 4 marzo e il loro gioco di sponda contempla un’ipotesi fragile di Palazzo: un governo di centrodestra a guida leghista non salviniana (i nomi: Maroni, Zaia, Giorgetti) con il sostegno di un Pd ancora renziano. Il lavorìo è intenso, a livello di contatti, abboccamenti e forse anche di incontri. E sul fronte azzurro segna il rientro in grande stile in campo di Gianni Letta e dei suoi emissari. Emarginato negli ultimi mesi dal “cerchio acido” filosalviniano dell’ex Cavaliere (Niccolò Ghedini e Licia Ronzulli), il Gran Visir del berlusconismo di rito andreottiano e romano è l’eterno ambasciatore del consociativismo aziendalista del suo padrone. Un ragionamento che è affiorato ieri in una dichiarazione del forzista Francesco Paolo Sisto che ha parlato del rapporto tra FI e Pd come di un “habitat naturale e consolidato”.

Ma gli scogli sono due. Tre, volendo contare il Quirinale, che paradossalmente dovrebbe varare un esecutivo degli sconfitti, con i vincitori esclusi (Di Maio) o ridotti a spettatori (Salvini).

Il primo macigno è la confusione di maoista memoria che regna sul Pd, dove convivono due partiti. Da una parte Renzi e i renziani, dall’altra big e colonnelli che si vogliono liberare dell’ex Rottamatore. Quale dei due prevarrà nel corso di questi giorni, a partire dalla direzione di lunedì prossimo? Non solo, in caso di sconfitta del segretario dimissionario e dei suoi fedelissimi c’è persino la suggestione di un partito nuovo renziano che potrebbe scommettere sul film dei perdenti con l’obiettivo di “ereditare” Forza Italia. Resta comunque la condizione, per i democratici che guardano a B., di avere un nome “potabile” per Palazzo Chigi. Certo, non Salvini.

Il secondo scoglio è lo stesso leader della Lega. Anche lui ieri ha rivolto un appello al Pd, nel segno della “responsabilità” indicata dal Quirinale, ma su basi diverse da quelle del suo “vice” Ottuagenario della coalizione. Anzi. Alcuni paletti piantati da Salvini appaiono come frecciate rivolte proprio a Berlusconi. Cioè: “Qualcuno ha l’ansia da prestazione, ma io vado al governo solo con il mio programma”. “Gli elettori della Lega hanno trovato scritto sulla scheda ‘Salvini premier’”. Soprattutto, Salvini, ha chiarito che non ci sarà mai un’alleanza con il Pd alias “governo politico”.

In realtà, la strategia del nuovo capo del centrodestra non converge in nulla con quella berlusconiana. L’ex Cavaliere non vuole il voto anticipato. Al contrario, il leader leghista avrebbe solo da guadagnarci, cannibalizzando a morte Forza Italia, e sempre ieri lo ha fatto intendere: “Io voglio aumentare i 183 parlamentari di oggi”. In questo la simmetria con Di Maio è totale: alle elezioni tra un anno il M5s s’ingrasserebbe ancora ai danni del Pd, la Lega mangerebbe altri pezzi azzurri. Ecco perché sarebbe suicida per Salvini, come spiegano ambienti leghisti, dire di sì a un governo sostenuto coi voti del Pd peggiore, quello renziano. Al massimo, la Lega è disposta a concedere un “accordo istituzionale” sulle presidenze delle Camere, propedeutico a un governo con tutti dentro, anche il M5s, e guidato da una personalità “autorevole” per varare la legge elettorale, possibilmente con premio di maggioranza.

Guerra di correnti: chi guida il Pd decide sul governo

Perdente, diviso, a rischio collasso. Eppure il Partito democratico rimane centrale per permettere la nascita di un governo. Sia quello del Movimento 5 stelle (che conta 227 deputati e 112 senatori), con l’appoggio esterno. Sia quello del centrodestra (265 deputati e 137 senatori), con la non sfiducia.

Ma al momento non è neanche chiaro chi decide in quel partito. O almeno chi dovrebbe farlo. E così, tutti aspettano la direzione di lunedì. Giornata in cui le dimissioni di Matteo Renzi, previa lettura della lettera da lui scritta dopo l’esito del voto, dovrebbero diventare ufficiali. Ma che a quel punto verrà fatta chiarezza è in realtà una vana speranza.

Il percorso si strutturerà così. Maurizio Martina, vice segretario, assumerà l’incarico di guidare il partito, fino all’Assemblea, che dovrebbe essere a metà aprile. Il nuovo segretario sarà eletto in quella sede: nessuno – al momento – si sente di affrontare un nuovo congresso e nuove primarie. Per questo, la prima data cerchiata è il 2019, anche se c’è chi insiste per il 2021.

Il nome più gettonato è quello di Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture, renziano della prima ora, ma con un profilo autorevole e indipendente. Uno che non ha mai rotto del tutto il rapporto con Renzi, ma nello stesso tempo ha preso le sue distanze. Uno che non è mai stato assimilabile al Giglio magico. Renzi non ha messo in lista i due uomini più vicini a Delrio, Roberto Reggi e Angelo Rughetti, tanto per chiarire quanto i rapporti tra i due non siano idilliaci. Eppure, in una fase in cui nessuna componente sa bene come muoversi, Delrio potrebbe essere quello che garantisce un po’ tutti, dalla minoranza agli stessi renziani, passando per Dario Franceschini e Paolo Gentiloni.

Nell’Assemblea che deve eleggere il segretario, Renzi sulla carta avrebbe i numeri per decidere da solo, anche senza gli altri big, fino a ieri sempre in maggioranza. Quindi, ha il potere di bloccare un nome a lui sgradito. Delrio può essere considerato uno con cui quanto meno trattare e interloquire.

Il ministro, insomma, potrebbe essere la soluzione che permette a tutti di prendere tempo. Ieri Nicola Zingaretti si è detto pronto a correre per le primarie. “Una di quelle candidature di peso su cui investire per ricostruire un campo democratico e di sinistra”, ha commentato Sergio Chiamparino. Ma si tratta di un posizionamento per il futuro, più che una ipotesi per l’oggi. Anche perché poi è tutto da vedere se in campo ci sarà lui o Andrea Orlando (un altro che ha accolto l’annuncio con piacere), per quell’area così detta “di sinistra”. E Carlo Calenda? Ieri è andato nel circolo storico di via dei Cappellari con tanto di appelli a smetterla con l’auto-flagellazione. Continua a ripetere in tutte le salse che lui non è interessato alla segreteria. Avendo appena preso la tessera, non può essere eletto dall’Assemblea, che si basa sul tesseramento precedente. Entrerebbe in gioco in un congresso futuro. Nel frattempo, Delrio potrebbe essere una figura di garanzia per lui, come per Gentiloni. E per Mattarella, con il quale ha un buon rapporto, che alla tenuta del Pd ci tiene.

Il destino democratico, si intreccia con quello del governo. E anche qui, i giochi sono molteplici. In un primo momento a fare un blitz per far nascere il governo con i Cinque Stelle era stato Dario Franceschini: la manovra gli avrebbe permesso di conquistare la presidenza della Camera. L’operazione è fallita. Su un’eventuale appoggio esterno con i Cinque Stelle potrebbe alla fine arrivare la minoranza dem, ma tra qualche settimana.

La vera linea di dialogo aperta è quella con il centrodestra. Tutti parlano con tutti. Ma ci sono due squadre: quella che fa capo a Gentiloni, Franceschini, Zanda. E quella che risponde a Matteo Renzi. Per l’ex premier la non sfiducia a un governo di centrodestra potrebbe essere un’opzione a patto che non sia guidato da un uomo di Salvini. E soprattutto, solo se a dare le carte è Renzi. Cosa che in questo momento non sembra possibile: in Senato servono 24 senatori del Pd per garantire la nascita di un governo di centrodestra. Renzi ne conta circa una ventina. Quelli dell’altra squadra più o meno altrettanti.

Sia Renzi che Maria Elena Boschi, dunque, continuano a dire a tutti che sono pronti a stare all’opposizione. E al limite, pure a tornare al voto. Sullo sfondo, l’ipotesi di creare gruppi autonomi e l’uscita dal Pd. Il governo con il centrodestra potrebbe non partire non per la mancata volontà del Pd, ma per la sua estrema debolezza.

La resa dei conti

Ieri, non avendo nulla da fare, una nutrita pattuglia di web-onanisti di area Pd (o ex Pd, trattandosi di renziani&affini), quindi tutta gente molto lucida e perspicace, ha lanciato l’hashtag #isondaggidelfatto per coprirci di insulti. Ci siamo abituati: da un quarto di secolo, ancor prima che nascesse il Fatto e ancor prima che nascesse il Pd, molte firme di questo giornale spronano il centrosinistra a fare politiche di centrosinistra anziché inseguire, spalleggiare e resuscitare Berlusconi, e si ritrovano in sintonia con larga parte della base del centrosinistra molto più di quanto non lo siano i vertici. Stavolta i poveracci ci insultano perchè abbiamo pubblicato un sondaggio di Antonio Noto, uno dei protagonisti più affermati del settore (scelto con Piepoli e Masia per gli exit poll e le proiezioni di domenica dalla Rai renziana) su un campione di 1000 elettori a proposito delle possibili alleanze post-voto. Anzi, ce l’hanno con noi perchè il 59% degli elettori del Pd auspicano un’alleanza coi 5Stelle: la posizione opposta a quella di Renzi, dagli altri leader o presunti tali del Pd (eccetto Emiliano e, in parte, Chiamparino) e dai loro giornaloni di riferimento, che li consigliano sempre per il meglio.

Il bello è che i webficienti, anziché prendersela con chi ha risposto al sondaggio, se la prendono con noi del Fatto, accusandoci di inventarci i sondaggi. Come se fosse la prima volta che gli elettori del Pd vanno in direzione opposta agli eletti. E come se il nostro giornale avesse qualcosa da guadagnare o da perdere dalla nascita di questo o quel governo. Cari poveracci, rassegnatevi: noi diamo notizie, commenti e analisi, non facciamo alleanze, coalizioni e governi. Raccontiamo la partita, non la giochiamo. Scriviamo quel che pensiamo sia meglio per l’Italia, non per noi (che esistevamo con B., con Monti, con Letta, con Renzi, con Gentiloni e, se Dio vuole, continueremo a esistere a prescindere dai prossimi). Altrimenti ci candideremmo alle elezioni e naturalmente le perderemmo, non essendo del mestiere. Inutile dire che il sondaggio di Noto è verissimo e serissimo. Infatti oggi viene confermato al centesimo da quello realizzato da Youtrend. Un doppio spaccato sull’abisso che separa gli eroici elettori superstiti dai sedicenti eletti, cioè dagli ennesimi (auto)nominati. Del resto, al netto degli insulti che si sono amorevolmente scambiati per anni i dirigenti Pd e M5S, che altro potrebbero auspicare gli elettori dem? Siccome i numeri escludono un governo di centrosinistra e un governissimo con tutti dentro è altamente improbabile, le alternative sono solo tre.

1) Un governo Salvini-Berlusconi-Meloni (o chi per essi) sostenuto in qualche modo dal Pd. 2) Un governo Di Maio (o chi per lui) appoggiato in quale modo dal Pd. 3) Nessun governo, col Pd sull’Aventino e nuove elezioni in estate o-autunno con la stessa orrenda legge elettorale. L’ipotesi 3 asfalterebbe quel che resta del centrosinistra, che per sperare di risollevarsi ha bisogno di almeno tre anni di ricostruzione lontano da urgenze elettorali e di sana astinenza da potere, con una bella dieta dimagrante da cariche, poltrone, prebende, vitalizi, privilegi, tv, tg, giornaloni; e, in caso di ri-elezioni subito, sarebbe il classico vaso di coccio polverizzato da quelli di ferro (M5S e Lega). L’ipotesi 1, la preferita da Renzi&C., sarebbe il degno coronamento delle politiche degli ultimi 7 anni: quelle di centrodestra prima subite da Bersani (nell’èra Monti) e poi sbandierate da Letta, Renzi e Gentiloni. Peccato che siano state appena bocciate dagli elettori, che hanno premiato i due soli partiti contrari ai governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Resta l’ipotesi 2, che magari è poco esaltante per gli elettori più trinariciuti dei 5Stelle e del centrosinistra, ma potrebbe essere il male minore per entrambi i fronti e addirittura un bene maggiore per l’Italia. Semprechè il nuovo governo riesca a fare almeno qualcuna delle riforme sociali che il centrosinistra non ha mai fatto in 25 anni. Che poi a farle sia un governo Di Maio o Vattelapesca, anziché un esecutivo di pura razza progressista certificato dai soliti salotti e dalle solite terrazze, questo può interessare i cultori del sesso degli angeli. Agli italiani importa che le cose vengano fatte. Punto. Poi, se verranno fatte, potrebbero giovarsene sia i 5Stelle sia il centrosinistra, che peraltro si scambiano gli elettori dal 2013, essendo i cittadini un po’ più intelligenti di chi crede di rappresentarli.

In fondo, come ricorda Gustavo Zagrebelsky nell’intervista di ieri a Silvia Truzzi, questo redde rationem veniva rinviato da cinque anni: da quando il Pd riesumò le mummie di Napolitano e B. pur di non eleggere con i 5Stelle e Sel Stefano Rodotà, il miglior presidente della Repubblica dai tempi di Einaudi, e di non propiziare l’intesa che avrebbe risparmiato a noi un lustro di inciuci con B., Verdini, Alfano & C. e al Pd gli anni bui del renzismo e le disfatte elettorali del 4 dicembre 2016 e del 4 marzo 2018. Ora gli elettori di centrosinistra sono stati chiari: basta inciuci con B. & C., basta politiche berlusconiane, aria nuova. Anche le regioni del Sud dov’era più forte il voto di scambio, grazie anche al bollino antifrode sulle schede, hanno premiato un movimento di oppositori perlopiù esordienti che non hanno nulla da scambiare perchè non governano, ma promettono politiche sociali, cioè l’esatto opposto degli ultimi quattro governi. Se lunedì, alla Direzione Pd, qualcuno vorrà analizzare quel voto, ne trarrà forse qualche spunto utile per il da farsi. Intanto, agli appelli per un governo con Di Maio, lorsignori rispondono con l’hashtag #senzadime. Se l’avessero lanciato nel 2013 prima di andare al governo con Berlusconi, magari sarebbero ancora vivi.

Se sei Liu Bolin puoi soltanto nasconderti

Più della guerra e della violenza, più dello scontro e del conflitto, da sempre l’arte è fedele compagna di ogni ribellione come dimostra la storia di Liu Bolin (classe 1973), l’artista di origine cinese maestro del camouflage, che giunge da noi nella prima esposizione italiana interamente a lui dedicata: Liu Bolin, The Invisible Man (Roma, Complesso Del Vittoriano, Ala Brasini, a cura di Raffaele Gavarro, fino all’1 luglio).

Quando nel 2005 l’amministrazione di Pechino ordina di abbattere Suojia Village (il quartiere che ospita le case-atelier di molti artisti che hanno spesso avversato il governo) il giovane ed esordiente Liu si ritrova di fronte alle macerie del suo studio e decide, allora, di pitturarsi dello stesso colore di quei frantumi, completamente mimetizzato con lo sfondo. Etologicamente, come nel più classico mimetismo batesiano un animale assume i colori dell’ambiente per sfuggire al predatore, allo stesso modo l’atelier di Bolin sopravvive nella protesta silenziosa, nel suo essere/non-essere di questo primo camouflage: Il villaggio di Suojia, Pechino (2005). “L’impulso primigenio,” racconta infatti l’artista, “è stata la ribellione alle autorità”.

Per la sopravvivenza dell’arte contro la virulenza del potere, Bolin decide di mimetizzarsi nelle periferie di Pechino in nome della sua “protesta trasparente” come in Rendere pubblico il bilancio dello stato (2006), Operai licenziati (2006), in cui Liu posa con alcuni operai mandati via dalle industrie come figure spezzate a metà dai colori del muro dietro; ma anche in luoghi simbolo come Piazza Tienanmen (2006) in cui riverbera la strage eponima. Oltre a questa sezione (Nascondersi nella città), esposte anche le foto-performance di Bolin in giro per il mondo (Nascondersi nel resto del mondo): Cabina Telefonica, Londra (2008) in cui posa di fronte alla classica phone-booth londinese, Ground Zero, New York (2011) nel decennale dell’11 Settembre.

Ma grande spazio è dedicato a Nascondersi in Italia, che presenta un Liu Bolin quasi liquido riversarsi e prendere le fattezze di luoghi italiani come l’Arena di Verona, Piazza San Marco, Castel Sant’Angelo o gli ultimissimi scatti del 2017 alla Reggia di Caserta e al Colosseo realizzati per questa antologica italiana.

A sentire Bolin, dell’Italia lo ispira il rispetto e la conservazione che abbiamo per la nostra memoria artistica: se non per lo splendore umano che Bolin sa iniettare alle cose, corriamo a questa mostra perché forse ci ricorderà chi siamo (stati).

 

Dagli anni Ottanta arriva “Pop-Eye”, libro onirico da leggere a occhi chiusi

Per una breve stagione i fumettisti sono stati in Italia delle rockstar, con le groupie, le richieste d’autografo, i fan esaltati. Nella Bologna dei primi anni Ottanta alcuni giovani talenti si erano addirittura riuniti in una band fumettistica, Valvoline, di cui facevano parte i futuri venerati maestri Igort e Lorenzo Mattotti. Fumettisti in cerca di gloria, certo, ma che si divertivano anche parecchio nel disegnare storie che parlavano a tutti e nessuno, completamente libere da ogni esigenza della serialità, lontanissime dal fumetto popolare della generazione precedente e perfino dalle riviste in stile Linus dove pure pubblicavano. Del gruppo Valvoline faceva parte anche Giorgio Carpinteri di cui ora la casa editrice Oblomov (guidata proprio da Igort, dopo l’addio alla Coconino Press) ha appena pubblicato un libro orizzontale, formato striscia. Una o due vignettone per pagina, una premessa al lettore che è un manifesto poetico: “Questo è un libro onirico, quindi tenete gli occhi chiusi durante la lettura”. E i sogni di Carpinteri sono coerenti con il titolo, Pop-Eye, temi e personaggi saccheggiati dal fumetto pulp anni trenta shakerati con il cinismo degli anni Ottanta e squadernati su pagina con l’obiettivo primario di sorprendere sempre il lettore. Per le inquadrature sghembe, i personaggi assurdi e mostruosi, le trame che si avvitano come nastri di Moebius, con l’inizio e la fine che non sono altro che convenzioni. Gli anni Ottanta italiani hanno tante responsabilità sullo stato del Paese ma ci hanno lasciato in eredità, oltre al debito pubblico, una generazione di fumettisti che per creatività e spregiudicatezza non ha più avuto eguali. Carpinteri, classe 1958, è uno di quegli autori, da riscoprire.

“Io e te”, non sempre il finale ci offre delle speranze

Niccolò Ammaniti (famoso autore italiano) scrive un libro adatto a tutte le età Io e Te. Un libro che racconta una storia triste con il finale incerto che lascia desiderare, un finale triste ma che riesce a farci capire il vero senso della storia. Questo libro ci fa comprendere l’importanza di avere qualcuno con cui parlare. Lorenzo è un ragazzo che non ha molti amici; un giorno ascolta dei suoi compagni che dicono che partiranno a breve per una vacanza a Cortina ma lui non è stato invitato; torna allora dalla madre la sera stessa e le dice che partirà con i suoi nuovi “amici” per Cortina ma si rinchiude in realtà in cantina per una settimana. Riesce a scampare alle chiamate di sua madre e di suo padre ma non alla sua sorellastra Olivia che si installa nella cantina di Lorenzo a causa della dipendenza dalla droga. Fanno molta conoscenza anche se non si erano quasi mai visti prima di quella volta, passano del tempo insieme, si raccontano le proprie vite, guardano dei film, cenano insieme proprio come due fratelli felici. Alla fine della settimana in cantina si fanno una promessa: la sorella che avrebbe smesso con la droga; il fratello che avrebbe smesso di dire bugie alla madre. Questo libro ha un finale tragico che lascia tante incertezze e tanti dubbi e che ci fa capire che Lorenzo si ritroverà da solo un’altra volta.