Burattinaio, Buddha e volpone: le tre vite del “megadirettore”

Bisogna saperle recitare certe cose. Quando alle 11 di quel lunedì 7 settembre 1992, Paolo Mieli entrò nella sala riunioni del quotidiano La Stampa che dirigeva da 838 giorni, aveva la faccia per metà buia, per l’altra metà compassionevole. Buia per l’indiscrezione che girava da giorni alle sue spalle. Compassionevole per gli interlocutori che lo guardavano in un silenzio da acquario. Si accomodò. Sospirò. Scandì: “So che qualcuno, in questa redazione, dice che io stia per andare a dirigere il Corriere. È una notizia falsa. Vi proibisco di dirla. Vi proibisco persino di pensarla. Perché qui sto benissimo. E voi dovreste essere i primi a saperlo”.

Due giorni dopo, come niente fosse, Paolo Mieli si accomodava sulla bella poltrona in cuoio del Corriere della Sera, bye bye Torino, con la benedizione di Giovanni Agnelli, il padrone dei padroni, e di tutto il regno sottostante, compresi i traditi: impossibile portargli rancore perché l’uomo non ha spine visibili, non ha spigoli, ma specchi rotondi che tiene sulla punta delle dita, sorrisi che accolgono, gentilezze che a malincuore congedano. E una sua frase standard: “Guardi, lei mi ha davvero convinto”, che sembra sempre verosimile e che disarma i quattro quinti degli interlocutori. Come dice Carlo Rossella: “Paolo non è un uomo, ma una visione del mondo”.

I rudimenti del mestiere (e del potere) li ha respirati presto, a 18 anni, quando si ritrova tra i banchi del leggendario Espresso. Lo ha assunto Eugenio Scalfari, buon amico di Renato Mieli, il padre, esule in Egitto durante il fascismo, amico di Togliatti, tra i fondatori dell’agenzia Ansa, poi direttore dell’Unità, sempre in buoni rapporti con gli inglesi che lo fecero rientrare in Italia con una falsa identità e una sicura carriera di anticomunista vaccinato.

Scalfari non ama il discepolo, sempre ricambiato. Tanto più che Paolo, alla vigilia del 1968 si è infilato tra le iraconde bandiere di Potere Operaio. Rinnegherà tutto di quella brevissima stagione (“fu una delle sue cento incarnazioni”, dirà Giampiero Mughini, compresa quella di firmatario del manifesto contro il commissario Luigi Calabresi, anno 1971) tranne gli amici incontrati allora e per sempre, da Giuliano Ferrara a Ernesto Galli della Loggia e soprattutto le amiche, persuaso, come scriverà anni dopo, “che il 68 lo hanno fatto le donne”, rendendoglielo ancora più accogliente. Non per nulla avrà due mogli, tre figli, una schiera pressoché infinita di fidanzate, sempre presunte.

A spronarlo verso gli enigmi dell’uomo e delle sue miserie terrene conterà molto di più quell’altro paradigma universale che si chiama Storia, appresa alla fonte sorgiva di Renzo De Felice, il re degli storici del fascismo, che cancellò l’idea rassicurante di un Ventennio capitato per caso tra i piedi della Nazione, per sostituirla con quella di una sua consequenzialità biografica al carattere degli italiani. Di quell’insegnamento Mieli farà tesoro per tutti i decenni a seguire, navigando in rotta verso il moderatismo. E interpretando i fasti e i nefasti italici con la più sottile delle sue intuizioni professionali: “Il giornalismo è relativo”. Che è poi la fonte del “mielismo”, quel mescolare l’alto e il basso del racconto – il cantante e l’attrice intervistati sul prossimo inquilino del Quirinale – che diventa retroscena sociologico e insieme rotocalco pettegolo. Formula capace di narrare l’intera stagione berlusconiana, quando politica e spettacolo, al netto dei suoi risvolti tragici e della sua deriva grottesca, divennero la stessa cosa.

Quella stagione il suo Corriere – diretto in due riprese, dal ’92 al ’97 e poi dal 2004 al 2009 – la raccontò da corsaro, illuminando prima Tangentopoli, poi pentendosene, persuaso dal crescente tam tam del garantismo ex post che vorrebbe riscriverla al contrario, sostenendo che furono i magistrati a distruggere la Prima Repubblica, non il bottino dei politici corrotti. E che gli valse l’ira di Scalfari riassunta nell’accusa di “cerchiobottismo” (il conio è di Giovanni Valentini) cioè del furbo che sempre oscilla tra l’alto e il basso, tra destra e sinistra: prima giocando con il cerchio di Mani pulite, per poi bersi la botte dei partiti che rivendicano le mani libere.

Mieli replica dichiarandosi terzista, cioè equidistante, perché usare due pesi e due misure (alla maniera di Repubblica, dixit) una per gli amici e una per i nemici, è contrario alla “regola base di ogni buon giornale”.

È il suo Corriere che pubblica lo scoop del primo avviso di garanzia a Berlusconi, che a notte fonda gli confermerà Agnelli al telefono, sua fonte definitiva. Che schiera il giornale con l’Ulivo di Prodi. Senza disdegnare attenzioni e consigli a una folta schiera di navigatori minori, da Casini a Fini, da Bertinotti all’ultimo Pannella. Per poi imbarcarsi negli elogi dei molti moderati a seguire, da Monti, a Gentiloni, a Letta. Tutti complementari al disprezzo per i grillini crescenti e per l’ignoto Giuseppe Conte che accuserà di ogni svalvolata nequizia, compresa quella di avere acquistato mascherine per 763 settimane (fino al 2035!) all’insaputa degli italiani.

Al netto di qualche altro strafalcione (“Internet passerà di moda, come il borsello”) il suo maestro professionale è stato Livio Zanetti che trasformò L’Espresso in una lanciamissili con vista sugli Anni 70 e 80. Da lì Mieli imparò a maneggiare le rotte del potere, compreso quello del giornalismo, che felicemente coniugava con l’eterna primavera romana, mentre deflagravano le lotte operaie e quelle per i diritti civili, insieme con gli scandali democristiani, il sangue delle stragi nere, il nero del terrorismo rosso, il grigio della strategia berlingueriana, le stelle filanti della pirateria craxiana. Che assecondò per amore della politica spregiudicata, da quando i flash della cronaca immortalarono quella Renault rossa spalancata sul cadavere di Aldo Moro e su quello del compromesso storico.

Da tre decenni è il più celebre e il più celebrato dei direttori. Lo hanno battezzato “burattinaio”, “Buddha”, “volpone”. Ha diretto case editrici, festival, trasmissioni tv. Insegna Storia in Rai e qualche volta in università. Pubblica un paio di libri l’anno, l’ultimo è Il tribunale della Storia. Elogia massimamente Draghi. Si diverte a seminare zizzania e insieme a placare polemiche. Passa il suo tempo libero in tv. L’altro giorno ha aperto il suo editoriale scrivendo: “Attenzione, la Cina è vicina”, proprio come quando aveva 20 anni. Ma a onore del secolo e della sua storia, con opposte intenzioni.

Amara e noi: prontuario per non sfigurare in Loggia

Pubblichiamo un estratto del libro “7 cose di cui vergognarsi. Ora e allora” di Antonio Padellaro, con illustrazioni di Natangelo, da oggi in edicola e in libreria.

 

Tempo fa, a Piazza Pulita, il nostro eroe Piero Amara (secondo alcuni un “avvelenatore di pozzi”, per altri l’uomo dei “misteri inconfessabili”, o forse entrambe le cose) pressato dalla curiosità dei giornalisti presenti, alla domanda su cosa si esplicasse l’influenza della cosiddetta Loggia Ungheria, e in che modo gli iscritti se ne giovassero, faceva scena muta avvalorando i peggiori sospetti. L’esistenza, cioè, di una piovra dai mille tentacoli in grado di sovvertire la democrazia e le istituzioni repubblicane. Poi Amara sputò il rospo e rivelò che sì qualche confratello grazie ai comuni ideali aveva avuto in anticipo le tracce di non so quale concorso in magistratura. Come nel Borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli quando il protagonista Giovanni Vivaldi (Alberto Sordi) pur di sistemare il figlio al ministero si iscrive alla massoneria e umiliandosi ottiene in anticipo dal capoufficio massone il testo della prova scritta del concorso di ammissione.

Le indagini avviate da varie procure suggeriscono prudenza nel liquidare come una specie di barzelletta l’associazione Ungheria, e i fatti ci diranno se e in quale misura magistrati, alti funzionari e forze dell’ordine si relazionavano per scambiarsi favori. Però, nella vita non si sa mai, e potrebbe capitare di dovere accedere ai “servizi” di queste fraterne associazioni senza sapere cosa indossare oltre al cappuccio. È per questa ragione che metto a disposizione dei lettori una sintesi su come comportarsi in Loggia.

A disposizione. Indica il rapporto di rigida sottomissione gerarchica di un terzo nei confronti dell’istanza superiore. L’espressione “persona a completa disposizione” va adoperata con gli affiliati per sottolineare l’esercizio di un potere assoluto sul soggetto in questione. Una potestà che fa curriculum.

Associazione. Va sempre usato in quanto il meno compromettente, e il più mimetico, rispetto agli ideali (e agli scopi) condivisi. Vivamente sconsigliato, al contrario, ricorrere a termini sospetti e desueti come loggia, massoneria, per non parlare di P2, P3 o P4. Denominazioni che appartengono al lessico delle procure, non a caso mutuato dai giornali, e viceversa.

Avvicinabile. Dicesi di soggetto influente, generalmente appartenente a istituzioni e/o pubblici poteri, persona non affiliata o comunque non partecipe degli ideali dell’associazione con il quale pur tuttavia è possibile “parlare”, per convincerlo della convenienza di una determinata soluzione.

Chiese. Citata come appuntamento fisso la messa delle 8 nella basilica di San Giovanni in Laterano a Roma, dove è possibile incontrare molti affiliati (in questo caso definiti fratelli). Consigliati gli edifici religiosi (ma anche bar, caffetterie e hotel Champagne), anche al di fuori delle funzioni, poco frequentati e dove è possibile comunicare bisbigliando nella quiete. Tali incontri, convocati su richiesta di qualsiasi fratello o per esigenze specifiche, sono chiamati cenacoli.

Contropotere (essere un). Rappresenta la ragione d’essere dell’associazione, la sua finalità più autentica. “Con questa espressione s’intende fare riferimento al fatto che il gruppo è in grado di collocare persone di sua fiducia in posti chiave soprattutto ai vertici delle forze dell’ordine e della magistratura e che le nomine di queste persone vicine al gruppo vengono decise in luoghi diversi da quelli istituzionali”. Ovvero, in perfetta continuità e coerenza con gli “ideali” della P2 di Licio Gelli.

Favori. Vanno dispensati con cautela, sempre legati a uno scambio, evitando di disperderne il valore. Altamente sconsigliato frequentare persone “che di giorno ci sparano mentre di sera ci chiedono favori”.

Giustizialista (deriva). Il male assoluto il cui contagio, manettaro e forcaiolo, ha messo in crisi i valori dello Stato Liberale difesi strenuamente dall’associazione. Purtroppo non esiste ancora un vaccino per evitare l’intervento dei carabinieri.

Ideali (condividere gli). Cementano i vincoli di solidarietà, amicizia e disponibilità. Molto citati e apprezzati dagli affiliati i principi di uno Stato liberale e garantista, contro la deriva giustizialista

Liste. La tremenda lezione della catastrofe P2 impone estrema prudenza nel garantire la privacy degli affiliati. Perciò niente elenchi diffondibili che possano finire nelle procure, e dunque sui giornali, sì invece a un sistema di memorizzazione scritta gestito (vedi) da un vertice ristrettissimo. Nel caso in questione la “lista” si compone di “circa 16/18 pagine dattiloscritte, su tre colonne per pagina: nome, cognome e soprannome e in alcuni casi dei numeri di telefono o asterischi”.

Ritrattazione. Soluzione positiva riferita a imputati e testimoni in processi riguardanti l’associazione. È il risultato, in genere, di una gestione efficace dei soggetti in questione.

Saluto. Tra gli affiliati prevede le modalità previste dall’associazione. Quello classico è la stretta di mano con i mignoli che sfiorano vicendevolmente l’altrui palmo.

Screditare. Indebolire la reputazione di un soggetto ostile attraverso elementi diffamatori, meglio ancora se infondati, lasciati trapelare in ambienti sensibili.

Trojan. Diavoleria forcaiola dalla micidiale efficacia nelle intercettazioni ambientali. Si può anche essere incastrati da sistemi più tradizionali. I famosi “fili” dei film di mafia, occultati sotto gli abiti dell’infame per registrare a tradimento. Per esempio, si cita l’incontro con un tale presso la spa di un hotel di via Veneto dove costui si presenta pesantemente vestito. Occhio.

Virginia. Il governatore del Gop che punisce Biden e allarma Trump

L’elezione a governatore della Virginia del repubblicano Glenn Youngkin è una pessima notizia per il presidente Joe Biden, ma non è una buona notizia per Donald Trump, che cerca d’impadronirsi d’un successo che non gli appartiene. Youngkin, 55 anni, batte il governatore uscente Thierry McAuliffe, 67 anni, dopo avere tenuto il magnate ex presidente fuori dalla sua campagna e dimostra così ai Repubblicani che possono vincere senza Trump. Il presidente Biden rientra a casa da una missione di cinque giorni in Europa, a Roma per il G20 e a Glasgow per la Cop26, cercando di presentare i modesti risultati dei due vertici come sue vittorie. Ma, appena sbarcato a Washington, Biden viene a sapere che in Virginia la sinistra del suo partito non è andata a votare un candidato troppo establishment, dando via libera a un repubblicano moderato. Politicamente il risultato della Virginia s’apparenta a quello del New Jersey, dov’è testa a testa fra il democratico Phil Murphy, governatore uscente, e il repubblicano Jack Ciattarelli.

Per Biden e per i Democratici, la sconfitta in Virginia è pesante: lo Stato è di quelli che oscillano fra democratici e repubblicani, ma qui, un anno fa, Biden batté Trump di quasi dieci punti; e la corsa era considerata un referendum sulla sua Amministrazione. Trump non attende neppure l’ufficializzazione dei risultati per prendersene il merito: “Vorrei ringraziare la mia BASE per essersi fatta avanti e avere votato Glenn Youngkin… Il movimento Maga è più grande e più forte che mai”. Biden, invece, deve riflettere sulla mancata mobilitazione della sinistra democratica, che non ama McAuliffe, che guidò la campagna di Hillary nel 2008, e che non è soddisfatta di quanto finora realizzato dal presidente, la cui azione di rilancio dell’economia e di lotta contro le disuguaglianze è ostacolata dai democratici moderati. In Senato, Biden non ha di fatto una maggioranza: i senatori Joe Manchin della West Virginia e Kyrsten Sinema dell’Arizona osteggiano la sua visione ‘rooseveltiana’ d’una crescita sostenuta dagli investimenti pubblici. Youngkin è un uomo d’affari con il pallino della politica. Per 25 anni, ha lavorato al Carlyle Group, un’azienda di investimenti, di cui divenne amministratore delegato. Poco più d’un anno fa, si dimise, per condurre la campagna da governatore. McAuliffe e i democratici erano consci dell’insidia: Biden e la sua vice Kamala Harris s’erano mobilitati per il governatore uscente, come i Clinton e Barack Obama. Prima di lasciare Glasgow, Biden aveva pronosticato: “Vinceremo”. Un ennesimo infortunio. I media parlano di “batosta”. Le cose vanno male anche a Minneapolis, la città dell’assassinio di George Floyd, dove la riforma del Dipartimento di Polizia non passa, con scorno della sinistra progressista e del movimento Black Lives Matter. E sfuma la possibilità di condurre in porto la riforma della polizia a livello nazionale, già bloccata in Congresso. Il collasso in Virginia della coalizione di sinistra che sostenne Biden un anno fa, cementata dalla volontà di mandare a casa Trump, è un campanello d’allarme in vista del voto di midterm e getta pure un’ombra sulle Presidenziali 2024: i democratici, se sono divisi, perdono.

New York. Dagli afro a Bloomberg, il sindaco black che piace a tutti

Farrell Brown se ne sta con una birra in mano fuori del Rudy’s bar, sulla Nona Avenue. È un afro-americano di 38 anni. Lo hanno licenziato sei mesi fa da una società di costruzioni; oggi, dice vago, “mi occupo di musica”. Non ha votato alle elezioni per il nuovo sindaco e ammette di non saperne molto: “Solo che da ragazzo i poliziotti lo hanno pestato”. Alla domanda, cosa ti aspetti?, alza le spalle. “Nulla. Adams era senza alternative. Inevitabile”. Non c’è traccia di particolare entusiasmo nella New York che accoglie il nuovo sindaco. Eric Adams era la scelta “non evitabile”. Un po’ perché dietro di lui c’erano praticamente tutti: i boss democratici, i sindacati, i gruppi afro-americani, il mondo del grande business, Bill de Blasio e Michael Bloomberg. E un po’ perché il suo rivale repubblicano, Curtis Sliwa, funambolica personalità radiofonica e fondatore dei City Angels – uno che si è presentato al seggio per votare insieme al suo gatto Gizmo – non è mai stato una seria alternativa. Anzi, è la prova che anche al Partito Repubblicano, in fondo, va bene così.

Adams diventa sindaco di New York da predestinato, con la storia di caduta e redenzione che da queste parti piace sempre: il ragazzo nero di umili origini che si batte contro tutti e tutto e ce la fa. Ma in città oggi c’è poca voglia di ascoltare storie edificanti. New York esce dalla pandemia piegata da una crisi che ricorda la Grande Depressione. Disoccupazione al 10 per cento, servizi essenziali – trasporti, sanità – a pezzi, pochi soldi, diseguaglianze alle stelle. Lo stato della città sta in qualche immagine. Lungo Canal Street, a Chinatown, si vaga tra i fantasmi. Hanno chiuso tutti. Negozi di borsette taroccate, barbieri, alimentari, studi di avvocati, centri massaggi. Chinatown non esiste più. Le cose non sono molto diverse in Madison Avenue. In uno dei templi dell’antica ricchezza newyorchese, i “for rent” alle vetrine assomigliano a tristi necrologi. Poi ci sono gli homeless. A centinaia, a ogni angolo di strada: vecchi e giovani, uomini e donne, neri, bianchi e ispanici. È gente che ha perso il lavoro durante la pandemia, che non può affrontare i costi esorbitanti degli affitti e che finisce per strada. Nei mesi del Covid, la città ne ha messi ottomila negli hotel. Un’altra parte viveva nelle baraccopoli a Port Authority, lungo l’Hudson, nei parchi. Ma ora sta per tornare il turismo; le baraccopoli vengono smantellate e gli hotel svuotati. Un esercito di 50 mila vaga senza meta. New York non è mai stata una città facile, oggi è quasi impossibile. Luca Provasnik è un agente immobiliare. Ha un buono stipendio ma è costretto a dividere casa con altre tre persone. “Vendite e affitti stanno tornando ai livelli pre-Covid – dice –. Vivere a New York diventerà sempre più proibitivo”. In una città dove molti lavorano nel turismo, in hotel e servizi, mancano contratti stabili e sanità assicurata. “Durante il Covid, o andavi a lavorare o ti cacciavano”, racconta Walter Ramirez, che lavora in un diner a Hell’s Kitchen. In molti sono andati a lavorare e ci sono anche morti. La città ha contato 34 mila vittime. Ora Adams promette di riportare affari, benessere, sicurezza. New York aspetta. Nel weekend prima del voto, quello di Halloween, le strade brulicavano di gente, i ristoranti erano pieni, l’eccitazione palpabile. Nel mezzo, Times Square scintillava come sempre. Forse un po’ meno.

L’ex Pink Floyd: “Liberate Assange, non ha commesso nessun crimine”

È una stella che non smette di brillare. A 78 anni, il leggendario cofondatore dei Pink Floyd, Roger Waters, ha ancora nelle vene la passione politica, l’energia e il carisma per lottare per un mondo migliore, sostenendo cause che non gli attirano di certo le simpatie dei potenti. Come quella per liberare Julian Assange, di cui Waters è un sostenitore della prima ora. In una conversazione, che il Fatto Quotidiano propone in collaborazione con Progressive International, l’organizzazione internazionale che punta a mobilitare forze e movimenti progressisti di tutto il mondo (https://progressive.international/about/en), e che potete guardare nella nuova sezione Extra, Waters racconta come fin dal 2010 abbia integrato alcune delle rivelazioni esplosive di WikiLeaks nel suo tour musicale The Wall. Come ad esempio il video Collateral Murder, in cui si vede un elicottero americano Apache sparare su civili inermi a Baghdad, mentre l’equipaggio ride. È a causa della pubblicazione di questo tipo di documenti segreti del governo americano che il fondatore di WikiLeaks non ha più conosciuto la libertà dal 2010, quando iniziò a diffonderli in collaborazione con decine di media e giornalisti di tutto il mondo. Oggi il fondatore di WikiLeaks rimane rinchiuso nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, a Londra, in attesa che la giustizia britannica decida se verrà estradato negli Stati Uniti, dove rischia 175 anni di prigione nel carcere più estremo: l’ADX Florence, in Colorado, dove si trovano criminali del calibro de El Chapo. Le sue condizioni fisiche e mentali sono così serie che in primo grado il giudice inglese Vanessa Baraitser ha negato l’estradizione per il rischio che, una volta trasferito nelle prigioni americane, Julian Assange commetta un suicidio. Proprio la settimana scorsa nella capitale inglese si è tenuto il processo di appello, ma la sentenza richiederà settimane. Waters racconta che, a partire dal 2010 e per almeno tre anni, ha proiettato nei suoi show del tour The Wall le immagini di Collateral Murder. “Commettevo lo stesso crimine di Julian Assange, che non è affatto un crimine: come lui, pubblicavo quel documento (segreto, ndr)” , ci dice, aggiungendo: “Quello che Julian ha fatto non è un crimine, e quello che io ho fatto non lo è, eppure lui è rinchiuso da allora”.

Stupri e crimini di guerra. Etiopia, la faida dei mostri

Se le notizie che arrivano dai pochi media presenti sul campo di battaglia, dove si scontrano da un anno l’esercito nazionale etiope e quello della regione di Ahmara da una parte e le forze ribelli del Fronte popolare di liberazione del Tigray e dell’Esercito di liberazione degli Oromo dall’altra, si dimostreranno vere, l’ipotesi di una guerra civile in Etiopia si fa realistica. La situazione sta peggiorando di giorno in giorno in seguito all’avanzata dei ribelli verso Addis Abeba, la capitale federale da dove il primo ministro Abiy Hamed ha dichiarato lo stato di emergenza chiamando tutti i cittadini a registrarsi e imbracciare le armi. Secondo la Cnn “i ribelli dell’alleanza formatasi in estate tra i tigrini e gli oromo si trovano attualmente alla periferia della capitale etiope, Addis Abeba. Che si muovano o meno dipende da una serie di fattori, tra i quali la posizione degli Stati Uniti”. E infatti Jeffrey Feltman, inviato speciale degli Usa per il Corno d’Africa, arriverà oggi ad Addis.

Intanto la popolazione del Tigray continua a soffrire e morire per mancanza di cibo e acqua potabile per l’ostruzionismo del governo centrale che cerca di impedire ai convogli umanitari internazionali di raggiungere la capitale Mekelle e il resto del Tigray. Ma in questa guerra lanciata dal primo ministro – che dopo essere stato eletto nel 2018 volle la fine del lunghissimo conflitto con l’Eritrea e per questo nel 2019 venne insignito del premio Nobel per la pace – per contrastare la volontà indipendentista dei tigrini e il loro mancato riconoscimento del governo, non ci sono buoni e cattivi bensì solo questi ultimi. In un’indagine delle Nazioni Unite sulle presunte atrocità commesse in questo anno esatto di guerra è emerso che tutte le parti hanno commesso gravi abusi che potrebbero equivalere a crimini contro l’umanità e crimini di guerra, dunque i più gravi che si possano perpetrare. Il rapporto, frutto della collaborazione tra l’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite e la Commissione etiope per i diritti umani (EHRC) ha rivelato che più di 1.300 stupri sono stati denunciati alle autorità, ciò significa che la cifra è molto più elevata perché la maggior parte delle donne stuprate non ha la possibilità né la forza di rivolgersi alle autorità per fare denuncia. Michelle Bachelet, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha affermato che “la squadra investigativa congiunta ha scoperto anche esecuzioni, torture, violenze sessuali e di genere, violazioni contro i rifugiati e sfollamento forzato di civili”.

La maggior parte delle violazioni documentate tra novembre 2020 e giugno “sembra essere stata commessa dalle forze etiopi ed eritree.” L’Eritrea è subito intervenuta nel conflitto per aiutare Abiy e per vendicarsi dei tigrini contro cui aveva combattuto per decenni. I tigrini hanno governato l’Etiopia per quasi trent’anni pur essendo una minoranza etnica e non hanno accettato che Abiy, membro dell’etnia Oromo, la più popolosa dell’Etiopia, abbia licenziato gli alti ufficiali tigrini che facevano parte dell’esercito nazionale e quindi ribaltato l’esecutivo escludendo i loro rappresentanti politici. Il vertice del partito di liberazione del Tigray ha quindi capito di non avere più spazio e ha indetto elezioni senza informare il governo centrale. Questa decisione che viola la legge nazionale ha fatto scattare la ritorsione di Addis Abeba. La determinazione dei combattenti tigrini però ha dato fin da subito filo da torcere all’esercito dell’Etiopia. Con l’ingresso nel conflitto dei guerriglieri dell’ala più militarizzata del fronte di liberazione degli Oromo, Abiy ha dovuto constatare che anche l’etnia a cui appartiene lo ritiene un traditore, per non aver concesso privilegi ai suoi membri. Insomma tutti contro tutti. Il rapporto Onu ci informa che negli ultimi mesi c’è stato un aumento del numero di segnalazioni di abusi anche da parte delle forze del Tigray che hanno arrestato alcuni civili di etnia Amhara con l’accusa di sostenere i militari e in alcuni casi li hanno torturati. Martedì l’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra ha affermato che il governo etiope ha cercato di limitare l’indagine congiunta. Il governo nazionale ha anche vietato agli organismi di controllo dei diritti umani, tra cui Human Rights Watch e Amnesty International, nonché ai media stranieri, di entrare nella regione assediata. Gli Usa per cercare di fermare la guerra hanno sospeso l’accesso esentasse alle esportazioni etiopi, che rappresentano la metà di tutto l’export etiope.

MailBox

 

Le falsità dei media sulla morte di Camilla

È uscita la dichiarazione della Procura sulla morte della povera studentessa di 16 anni Camilla Canepa, morta lo scorso giugno dopo la vaccinazione anti-Covid. Tutti i principali giornali, l’Ansa, Enrico Mentana e l’ospedale dove era ricoverata avevano scritto e affermato che era affetta da malattia autoimmune congenita ed era sotto cura ormonale, nonostante i genitori lo avessero fermamente smentito. Ebbene la Procura, dopo la perizia medica, afferma chiaramente che era sanissima e che la morte è da ascrivere alla vaccinazione da AstraZeneca. Ora, l’Ordine dei giornalisti dovrebbe radiare tutti i suoi iscritti mentitori. Ma sono certa che non lo farà. Fortuna che c’è il Fatto.

Albertina Lodi

 

Gli italiani si sono disaffezionati al voto

Riforma non de iure, ma de facto, quella auspicata dal ministro Giorgetti. Repubblica presidenziale con Draghi, senza necessità di riforme costituzionali. Al Migliore tra i migliori “si può dare di più…”, senza l’intoppo delle regole democratiche. Perché l’investitura è generale: magari anche “Giorgia” è d’accordo… Il Parlamento, da tempo esautorato, non batte colpo, attento a conservarsi prima di essere dimezzato. Poi ci chiediamo le ragioni per cui più della metà degli italiani non si recano alle urne. Comincio a dar loro ragione.

Melquiades

 

DIRITTO DI REPLICA

Nell’articolo di critica del bonus cultura 18app apparso su questa testata ieri, con il titolo “Non ha aiutato la platea giusta e va anche ai ricchi”, si cerca di dimostrare il fallimento di una misura che in realtà – e lo confermiamo come industria musicale – ha avuto i suoi effetti meritevoli nella diffusione di musica registrata tra i giovani. Il primo risultato è stato sicuramente quello di rilanciare un mercato legale, sia digitale che fisico, che proprio nelle generazioni più giovani aveva precedentemente visto un’ampia penetrazione della riproduzione illegale e del download abusivo. Negli anni in vigore della 18app, i giovani che hanno adottato il bonus cultura per consumare musica sono cresciuti in maniera esponenziale. Sono infatti oltre 70 milioni di euro quelli spesi tra Cd, vinili e abbonamenti allo streaming legale da parte dei diciottenni nei primi tre anni: un risultato che ha riavvicinato la generazione Z alla musica. La musica, come ha recentemente dimostrato la ricerca internazionale “Engaging with Music”, è stata una componente fondamentale di sostegno nel periodo della pandemia. Se in generale l’84% degli intervistati in Italia ha affermato che la musica è stata centrale per il benessere emotivo, questo dato sale al 90% tra i 16-19 anni. Pertanto, solo per questo, andrebbe giudicata positivamente una misura che aiuta a rinsaldare questo rapporto, contribuendo anche a una maggiore disponibilità economica e capacità di spesa. La musica è poi trasversale a tutte le classi economiche e introdurre un limite Isee sarebbe stato un intervento limitativo. Rendere strutturale questa misura è un importante segnale per tutti i settori culturali.

Enzo Mazza, CEO FIMI

 

Ringrazio per l’appunto e mi scuso per non aver citato esplicitamente l’industria musicale tra quelle che hanno beneficiato del bonus. Interessanti i dati sull’aumento del mercato legale, seppur appare difficile pensare di dare soldi a pioggia per combattere la contraffazione. Ciò non toglie che la misura non abbia impattato sulla “non partecipazione culturale”: solo chi già partecipava ha speso di più.

L. Bis.

 

“In rettifica a quanto pubblicato lo scorso 2 settembre, dove sono stati attribuite al dott. Pierfranco Trincas circostanze molto distanti dal vero, valutazioni sulle modalità di cura dei pazienti psichiatrici difformi dalla realtà e non da ultimo denigratori commenti sul concorso che lo ha visto vincitore per il ruolo di Direttore del Csm di Barcola a Trieste si precisa quanto segue. 1) Il dott. Trincas, medico psichiatra, ha esperienza pluridecennale ed è da sempre contrario a forme di contenzione sui pazienti. A Cagliari ha avviato un progetto multifamiliare e professionale (che riproporrà a Trieste) nel rispetto dell’individuo, della sua salute e dignità. 2) Il dott. Trincas è risultato vincitore di un concorso nella cui prova orale era stata posto a tutti e tre i candidati il medesimo tema. Offensivo è definire la prova concorsuale orale una “chiacchierata a porte chiuse di pochi minuti”. La commissione era ovviamente pubblica ed è pacifico che, qualora gli altri concorrenti avessero ravvisato delle irregolarità, potevano formalizzare un ricorso. Non è in alcun modo tollerabile che il professionista sia stato definito “inadeguato” nel catenaccio dell’articolo, avendo un brillante cv ed una esperienza significativa. 3) L’arrivo del dott. Trincas non costituisce un ritorno al passato di camicie di forza e letti di contenzione (come asserito nell’articolo) né “un tentativo di rivincita culturale della destra”. Essere basagliano o meno non fa titolo, né vi può essere una riserva degli incarichi a favore dei candidati provenienti da una determinata zona geografica. Vi diffido dal compiere ulteriori atti diffamatori nei confronti del dott. Pierfranco Trincas, riservandomi di agire in ogni opportuna sede per la tutela del mio assistito.

Avv. Tiziana Zuppi

Covid. Per le vittime, e come cittadini, vogliamo la Commissione d’inchiesta

Poco lontano da Montecitorio, qualche giorno fa, in occasione del 2 novembre, giornata in ricordo dei morti, una cinquantina di familiari delle vittime del Covid hanno manifestato in modo silenzioso il proprio disappunto su come la classe politica stia cercando di affossare con degli emendamenti trasversali a tutte le forze di maggioranza la Commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia in Italia. Insieme a loro, anche se a distanza, altri parenti delle vittime che non sono riusciti a recarsi a Roma facevano un sit-in davanti all’ospedale di Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo, mentre il Comitato nazionale famiglie Rsa-Rsd “Anchise” si era dato appuntamento davanti al palazzo di Regione Lombardia. Tutti a sostegno della richiesta, partita dai familiari delle vittime, ma estesa a tutti i cittadini italiani, volta a vedere istituita una vera Commissione d’inchiesta parlamentare sulla gestione della pandemia.

Recentemente è stato pubblicato in Gran Bretagna l’ultimo di una serie di dieci rapporti redatti da due Commissioni che, a partire dal marzo 2020, hanno condotto inchieste separate con l’obiettivo di fornire una valutazione il più completa possibile della gestione della pandemia da parte del governo britannico. Lo scopo di queste relazioni non è attribuire colpe o cercare responsabilità, ma fornire una valutazione di ciò che è accaduto al fine di ricavarne ammaestramenti per evitare il ripetere degli stessi errori. Molti altri Paesi hanno già individuato le carenze manifestate nel corso della pandemia e hanno indicato le azioni per evitare di commettere gli stessi errori in futuro. Fare chiarezza e riflettere su quanto successo è un atto dovuto per coloro che non ci sono più, ed è un atto di protezione per tutti quelli rimasti. È una azione chiesta anche dal nostro Presidente Mattarella che, il 28 giugno 2020, aveva dichiarato nella città martire di Bergamo: “Ricordare significa riflettere seriamente, con rigorosa precisione, su ciò che non ha funzionato, sulle carenze di sistema, sugli errori da evitare di ripetere”. Ci uniamo all’appello del Capo dello Stato affinché si possa esaudire questa promessa: la verità su quanto è accaduto. Chiediamo soltanto che il nostro Paese faccia quello che hanno già fatto molti altri, e in modo trasparente, se vogliamo evitare altre centinaia di migliaia di vittime nella prossima pandemia.

Avv. Consuelo Locati
Dott. Giuseppe Marzulli
Gen. Pier Paolo Lunelli
Dott. Francesco Zambon

Ora non chiudete di nuovo le scuole

È opinione diffusa che la pandemia Covid-19 stia colpendo maggiormente le fasce d’età più avanzate. Se si guarda il fenomeno dal punto di vista dei decessi e delle forme severe della malattia ciò è vero, ma non dobbiamo sottovalutare il prezzo elevato che stanno pagando anche le fasce meno colpite direttamente dalla patologia, quali bambini e adolescenti. La pandemia li ha defraudati delle loro socialità, della scuola, lo sport, il ballo, praticamente di tutto il loro mondo. La scuola è la perdita più importante, che rimane alla base di tutte le altre privazioni.

L’incremento di quasi il 18% dei casi positivi in tutti i Paesi europei, come ci aspettavamo avvenisse con l’avvicinarsi dell’inverno, fa purtroppo tornare lo spettro delle chiusure. Coraggiosa e, a mio avviso, opportuna, la posizione assunta dall’Oms Europa che chiede di tenere aperte le scuole con adeguate misure di prevenzione e, soprattutto, di “non ripetere gli stessi errori” perché la chiusura deve essere “l’ultima risorsa”. Hans Kluge, direttore regionale dell’Oms ha dichiarato: “La diffusa chiusura delle scuole dell’anno scorso ha fatto più male che bene, soprattutto al benessere mentale e sociale dei bambini. Non possiamo ripetere gli stessi errori. Per ridurre l’impatto di Covid-19 nei prossimi mesi, è fondamentale che le decisioni dei governi e delle istituzioni si basino su dati e prove, con la consapevolezza che la situazione epidemiologica può cambiare e che il nostro comportamento deve cambiare con essa. La scienza deve avere la meglio sulla politica, e gli interessi a lungo termine dei bambini devono rimanere una priorità, soprattutto ora che un certo numero di Paesi sta assistendo a un picco di contagi. Abbiamo strumenti più efficienti per affrontare questo picco rispetto alla chiusura delle scuole”. Ovviamente è raccomandata la vaccinazione dei ragazzi tra 12 e 17 anni, che hanno patologie di base o che sono in contatto con adulti immunocompromessi, mentre si rimanda a nuove acquisizioni per i bambini al di sotto dei 12 anni.

 

Nubifragio siciliano: se si fosse abbattuto sul G20, forse tutti avrebbero capito

Se avesse girato al largo da Catania e dagli aranceti di Siracusa e atteso solo qualche giorno per fare festa, avremmo sicuramente goduto del primo nubifragio a sfondo benefico, dell’acquazzone più performante della storia. Bastava che Medicane, la nervosa perturbazione mediterranea, avesse scelto di bagnare il G20, di far provare ai grandi della terra il brivido dei pantaloni inzuppati, delle pozzanghere traditrici, dei motori ingolfati e rovinato lo shopping, le passeggiate romane, il lancio della monetina a Fontana di Trevi, le foto ricordo, il sorriso e finanche il cachemire. Se saette e tuoni avessero per esempio costretto l’Air Force One di Joe Biden ad atterrare fuori Roma, magari nell’angusto aeroporto di Perugia e fargli impiegare tre ore per trasferire l’enorme staff fin nella Capitale? Disabilitando anche whatsapp, obbligando il Papa a una compassionevole attesa e il povero Mattarella, padrone di casa, a uno stillicidio di telefonate senza risposta? Una burrasca, neanche esagerata, di quelle che comunque allagano Roma fino alla gola. Che ne sarebbe stato del tour tra le boutique delle signore Macron e Biden? Il primo ministro indiano confinato nell’ambasciata, il presidente brasiliano costretto a rinunziare ai selfie con sventurati turisti, alle terme di Diocleziano chiuse per impraticabilità? Se un nuvolone avesse ingoiato la Nuvola di Fuksas invece che le campagne siciliane e costretto Mario Draghi a presenziare con un ombrello alla conferenza stampa finale perché l’acqua è terribile e, tutto quel plin plin in testa avrebbe destato ilarità e sconcerto. Il clima è veramente cambiato e, plin plin, in questo modo non è possibile andare avanti, avremmo detto tutti.

Un nubifragio finalmente miracoloso, energizzante della più cosmopolita e influente ansia del pianeta: invece del bla bla fare presto qualcosa, a qualunque costo.