Giovane vittima di Chernobyl derubata di 2 milioni di euro e violentata: coppia in manette

Si erano impossessati con la violenza e l’inganno di 2 milioni di euro versati da un’assicurazione a una ragazza bielorussa, che ospitavano nell’ambito del progetto di accoglienza per bambini vittime delle radiazioni di Chernobyl. Per questo, la polizia di Forlì ha arrestato una coppia di conviventi accusati a vario titolo di maltrattamenti, truffa, circonvenzione di incapace e violenza sessuale. La vittima del raggiro è una ragazza di 23 anni che, dall’età di dieci anni, veniva ospitata dalla coppia tutte le estati. Nel 2014, appena maggiorenne, mentre si trovava in sella alla sua bicicletta, era rimasta vittima di un grave incidente stradale che le aveva causato un’invalidità dell’80% e per il quale l’assicurazione aveva liquidato oltre 2 milioni. Denaro finito nelle tasche della coppia che aveva comprato automobili, immobili e altri beni. I due conviventi avevano quindi assunto la ragazza come colf per farle fare le pulizie nella villa acquistata con i suoi stessi soldi. Alla loro vittima avevano fatto credere che l’unico modo per rinnovare il permesso di soggiorno era quello di avere un lavoro, anche se loro erano consapevoli che mancavano le necessarie condizioni burocratiche, e quindi la ragazza sarebbe tornata in Bielorussia.

Questo il piano della coppia, rovinato lo scorso ottobre quando la ragazza è stata cacciata di casa, dopo che aveva riferito alla donna di essere stata abusata sessualmente dal suo convivente, anche quando era minorenne. Così la vittima ha chiesto aiuto all’assistente sociale e ha denunciato i suoi aguzzini. Oltre alle misure restrittive in carcere per la coppia, il gip ha disposto il sequestro di due immobili, due auto e di quattro conti correnti: 500 mila euro, non ancora spesi della coppia, sono stati recuperati e saranno restituiti alla giovane. È stata denunciata anche la figlia naturale della donna per truffa e circonvenzione di incapace, per essersi intestata una parte del patrimonio della vittima.

Depistaggio strage via d’Amelio, 3 poliziotti rischiano il processo: “indottrinavano” il falso pentito

La procura di Caltanissetta chiude le indagini sul depistaggio di via D’Amelio e si appresta a chiedere il rinvio a giudizio di tre poliziotti del gruppo Falcone-Borsellino: sono il funzionario Mario Bo e gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Avrebbero partecipato, con ruoli diversi, all’“indottrinamento” del falso pentito Vincenzo Scarantino, forzandolo ad accusare alcuni innocenti e costringendolo a confermare le bugie anche nelle aule giudiziarie. La manovra per sviare le indagini della strage Borsellino, dunque, comincia finalmente a mostrare il suo vero volto: ed è quello delle istituzioni. Nell’avviso di conclusione delle indagini, il procuratore Amedeo Bertone e i pm Lia Sava, Gabriele Paci e Stefano Luciani ricostruiscono le condotte che orientarono le false dichiarazioni di Scarantino e contestano ai tre poliziotti il concorso nella calunnia, aggravata dall’aver violato i doveri imposti dalla divisa.

La pista del depistaggio istituzionale, del resto, era stata rilanciata dalla sentenza del Borsellino quater che un anno fa spiegò le bugie del balordo sostenendo che fu “indotto” a mentire. Da chi? Bo (già una prima volta indagato e prosciolto) sarebbe intervenuto a Pianosa durante i colloqui investigativi, fornendo a Scarantino “le indicazioni necessarie” al riconoscimento dei falsi colpevoli. I pm sottolineano che il funzionario avrebbe agito in concorso con Arnaldo La Barbera, capo del gruppo Falcone-Borsellino: se non fosse deceduto nel 2002, oggi anche lui sarebbe tra gli indagati.

Mattei e Ribaudo, invece, avrebbero preparato Scarantino in vista dei processi, mentre era ai domiciliari presso Imperia, convincendolo a non ritrattare. L’avvocato Nino Caleca, difensore di Bo, ha detto che dimostrerà l’“estraneità alle accuse” del suo assistito.

Crocifisso con corona di spine: il sindaco indagato per appropriazione indebita

L’ufficiale dei carabinieriha bussato al suo ufficio a mezzogiorno di ieri. Per notificare al sindaco di Marcianise (Caserta) Antonello Velardi un avviso di garanzia per un’accusa che a occhio non dovrebbe avere molti precedenti o casi analoghi: appropriazione indebita della corona di spine completamente d’oro massiccio che adorna il capo del Crocifisso di Marcianise ogni cinque anni, quando l’opera di Giacomo Colombo viene portata in processione per essere celebrata nel ricordo di quando, secondo i fedeli e la tradizione locale, protesse la città da una terribile siccità. La notizia dell’avviso era di dominio pubblico da ore, apriva l’edizione di Cronache di Caserta. Il sindaco è stato convocato per lunedì dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere. In questa sede fornirà le spiegazioni del caso.

L’indagine è la conseguenza di un contenzioso avviato dal prete della Parrocchia di San Michele Arcangelo, che in precedenza custodiva il simbolo religioso. Un don Camillo contro Peppone combattuto non a sganassoni, ma tra carte bollate. Va subito chiarito che Velardi non è accusato di essersi intrufolato nottetempo in Chiesa per rubare il gioiello e portarselo a casa, e che l’iscrizione nel registro degli indagati è la conseguenza di fatti e vicende avvenuti nella massima trasparenza. Il sindaco custodisce la corona di spine in una scatola di velluto rosso chiusa nella cassaforte del comando della polizia municipale di Marcianise per averla ricevuta, in qualità di capo dell’amministrazione comunale, da Raffaele Salzillo, già presidente del comitato festeggiamenti del Crocifisso e componente del consiglio affari economici del Duomo di Marcianise. Nelle scorse settimane Salzillo sarebbe stato sollevato dai suoi incarichi e pregato dal prete di restituire gli arredi del crocifisso. Salzillo era in possesso anche della corona d’oro e qui le versioni divergono. Secondo una versione, la corona sarebbe stata sempre custodita dal Municipio di Marcianise, che la presterebbe solo in occasione della processione quinquiennale, e l’uomo ne era in possesso perché dopo l’ultima celebrazione il comando dei vigili era impossibilitato a tenersela perché era in corso un trasferimento e mancava la cassaforte. Secondo l’altra versione, sostenuta dall’avvocato del prete, don Paolo dello Stritto, la corona è di proprietà della Parrocchia. In ossequio alla prima versione, Salzillo l’ha consegnata ai vigili urbani che l’hanno fotografata, refertata e inserita in cassaforte, come documentato da una relazione di servizio. Velardi ha voluto essere presente al momento della custodia. E ha postato la foto del gioiello e le sue emozioni su Facebook. Rendendo ‘pubblica’ la storia, il sindaco ne ha subito le conseguenze: una telefonata di don Paolo e una successiva diffida legale per farsi restituire ‘ad horas’ il gioiello. Velardi ha risposto chiedendo dove risulta che la corona d’oro sia della Parrocchia e non del Comune. Rifiutandosi di adempiere fino a quando non sarà esibita documentazione sul punto. Si è fatto vivo anche il vescovo. Ma il monile è rimasto in cassaforte. Ora spetterà ai magistrati chiarire chi ha ragione e chi ha torto.

Da Buffon ad Allegri, il calcio per l’ultimo saluto ad Astori

Una folla viola che applaude la nemica Juventus e le sue bandiere, da Gianluigi Buffon, visibilmente commosso, a Giorgio Chiellini: è accaduto anche questo al funerale di Davide Astori, a cui ha partecipato una folta delegazione bianconera, guidata dal mister Massimiliano Allegri. Ma in realtà una molto più vasta rappresentanza del mondo del calcio era presente ieri a Firenze per l’ultimo saluto al capitano della Fiorentina, che è stato trovato senza vita in una camera d’albergo, probabilmente colpito da un attacco cardiaco, il 4 marzo scorso. Per l’ultimo saluto c’erano, tra gli altri, il campione olandese Marco Van Basten, oggi responsabile per lo sviluppo tecnico della Fifa, Giorgio Marchetti, vicesegretario Uefa, il commissario straordinario Figc Roberto Fabbricini, il presidente del Coni e commissario della Lega di serie A Giovanni Malagò e tanti rappresentanti di LegaPro e arbitri. Tanti gli ex allenatori di Astori al funerale, come Allegri e l’ex ct azzurro Giampiero Ventura con cui Astori ha giocato le ultime tre partite in nazionale, e anche gli ex compagni di squadra. Presente anche l’ex premier ed ex sindaco Matteo Renzi.

Agenti penitenziari: al gelo con le divise estive

A lavoro con le divise estive, anche durante le ultime settimane di gelo. È la denuncia dei sindacati Fp Cigl e PolPenUil e del movimento Storie di polizia penitenziaria, in difesa dei circa 36mila poliziotti penitenziari sparsi in tutta Italia. “La mancata consegna del vestiario invernale costringe il personale a prestare servizio con uniformi, camicie o scarpe inadeguate al clima, logore o di tagli diverse da quelle necessarie”, accusa Massimiliano Prestini, coordinatore nazionale del sindacato di federazione Cgil.

L’ondata di freddo di questo inverno ha accentuato le proteste in diverse Regioni, ma il problema si trascina da molto più tempo, come precisa il movimento Storie di polizia penitenziaria: “In certi istituti non arrivano nuovi capi da 14 anni. Ognuno si arrangia come può, rattoppando vecchie uniformi o coprendosi per quanto possibile con propri indumenti. E quando un collega va in pensione c’è la fila al suo armadietto…”. Per vederci chiaro la Fp Cgil ha deciso di scrivere direttamente al direttore del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Santi Consolo, a cui ha inviato una lettera nei giorni scorsi. “Agli agenti che chiedono uniformi invernali nei loro istituti – continua Prestini – viene detto che non c’è disponibilità o che sono rimaste taglie troppo piccole o troppo grandi”. A fornire gli istituti dovrebbe essere un ufficio regionale, che si occupa di smistare le uniformi del dipartimento nazionale sui territori.

Ma qualcosa, in questo meccanismo, non funziona più. “Da anni facciamo esposti scritti all’amministrazione – aggiunge Angelo Urso, segretario di PolPenUil – ma le risposte, quando arrivano, sono sempre vaghe”. Lo scorso 31 gennaio il dipartimento di polizia penitenziaria ha inviato una nota al sindacato Uil, affermando di aver distribuito “complessivamente 192.264 articoli di vestiario per il personale del Corpo” nel biennio 2016-2017 e di poter contare su una giacenza di magazzino “di 213.681 capi distribuibili”. Numeri poco significativi, secondo Storie di polizia penitenziaria: “Può essere, ma cosa si intende per articoli in giacenza? Magari si tratta di taglie poco utilizzate o di piccoli accessori”.

C’è poi un aspetto psicologico da considerare: “Trattare gli agenti in questo modo – dice Prestini – svilisce l’immagine della polizia penitenziaria e fa sì che i lavoratori si sentano abbandonati, in un ambiente di lavoro già complicato e logorante come il carcere”.

E il problema riguarda anche gli allievi del 173° corso di formazione del Corpo, che a tre mesi dall’inizio dell’attività non hanno ancora ricevuto tutta la necessaria dotazione. Neoassunti e agenti di lungo corso sono costretti a rimediare per conto proprio, ma si trovano nel paradosso di dover combattere la scarsa dotazione restando fedeli al regolamento interno del Corpo, che dà indicazioni precise in termini di uniforme. Secondo il codice di disciplina della polizia penitenziaria, infatti, è sottoposto a censura, cioè a una dichiarazione formale di biasimo, chi abbia la divisa in disordine o faccia “uso promiscuo di capi di vestiario dell’uniforme con altri non pertinenti”. Ma se mancano i rifornimenti, agli agenti non restano molte alternative.

Spotify becca i “furbetti”: bloccati migliaia di utenti

“Caro utente, sappiamo che stai usando una versione craccata – cioè illegale – di Spotify. Abbiamo bloccato il tuo account: non ti denunciamo, però adesso scarica la app corretta”.

Si potrebbe riassumere più o meno così il testo della mail che in questi giorni sta arrivando a migliaia di utenti italiani e a milioni di altri sparsi per il mondo. Il mittente è proprio Spotify, l’azienda svedese che fornisce a portata di clic gran parte della musica mondiale su cellulare e computer, al costo di un abbonamento da dieci euro mensili oppure gratis, se ci si accontenta della versione base del servizio.

Da qualche tempo però era diventato fin troppo semplice procurarsi online un sistema per aggirare i controlli di Spotify e riuscire a utilizzare la modalità premium – cioè quella migliore, senza pubblicità e con molta più possibilità nelle scelta delle canzoni – senza pagare nemmeno un euro. Bastava accedere alla app passando per alcuni siti specializzati e da lì crearsi un account – ovvero un profilo privato collegato al proprio indirizzo di posta elettronica – che Spotify era in grado di leggere soltanto come un nuovo utente della versione gratuita, ma che invece aveva accesso a tutte le potenzialità della premium.

E così ora fioccano le mail: “Abbiamo rilevato un’attività anomala sull’app che stai usando, pertanto l’abbiamo disabilitata”, scrive Spotify agli utenti pizzicati. “Disinstalla qualsiasi versione non autorizzata o modificata e scarica l’app Spotify dal Google Play Store ufficiale”.

La stretta sugli account fasulli mira a convertire in abbonamenti regolari almeno una parte dei furbetti. Non è la prima volta che viene colpito di scarica illegalmente prodotti coperti da copyright, ma in genere ad essere chiusi erano interi siti di streaming e non singoli utenti identificati attraverso gli indirizzi mail.

Secondo il blog Torrentfreak, Spotify avrebbe circa 71 milioni di utenti premium in tutto il mondo, un numero ancora inferiore agli 88 milioni che utilizzano la versione gratuita. È proprio tra questi ultimi che si nascondevano i profili craccati stanati dall’azienda. Considerando che l’abbonamento annuale, al netto di promozioni e sconti, supera i 100 euro, il danno economico causato dagli “scaricatori digitali” al colosso svedese si può quantificare in milioni di euro di mancati introiti. Anche perché le prime versioni craccate del programma risalgono a diversi anni fa, come testimoniano alcuni articoli ancora presenti sul web scritti nel 2015 che già davano indicazioni su come aggirare l’abbonamento.

Spotify preferisce non divulgare quante mail siano state inviate in questi giorni, ma a giudicare dalle reazioni sui social network sembrano essere molti gli italiani coinvolti. Ieri l’hashtag #spotify è stato a lungo tra gli argomenti più discussi su Twitter e proprio i social hanno permesso agli utenti bloccati di darsi man forte, accusando l’azienda di averli puniti ingiustamente. “Dire che sono arrabbiata è un eufemismo, – ha scritto Gabriella sul portale Google Play, lasciando una pessima recensione all’applicazione – l’abbonamento premium costa troppo”. E ancora Walter: “Non è possibile pagare 10 euro al mese per della musica. Parliamoci da amici – scrive – nessuno acquista musica, figurarsi comprare un account premium”. “Ladri – accusa Samuele – la musica è per definizione un arte libera e tutti dovrebbero usufruirne”.

Se ora provassero a fare l’accesso all’applicazione col loro vecchio account craccato, non troverebbero più i loro album preferiti salvati nella pagina principale. Al loro posto, una schermata che chiede di accedere con un altro indirizzo o di fare una nuova registrazione. Libera scelta, purché stavolta sia tutto legale.

Un manager italiano alla corte saudita per gli armamenti

Da amministratore delegato di Finmeccanica (oggi Leonardo), Mauro Moretti lo aveva spinto ad andarsene dal gruppo e così Giuseppe Giordo, dopo 25 anni, nel 2015 aveva lasciato il colosso della difesa controllato dallo Stato in cui aveva fatto una lunga carriera fino a diventare amministratore delegato di Alenia Aeronautica. Cacciato da Moretti e snobbato da Paolo Gentiloni che al posto di Moretti ha messo il banchiere Alessandro Profumo, Giordo si è messo sul mercato internazionale ed è andato a guidare Aero Vodochody, nella Repubblica Ceca la principale azienda aeronautica dell’Europa centrale, circa 300 milioni di euro di ricavi e 2mila dipendenti. Da lì non ha risparmiato critiche alla gestione di Finmeccanica-Leonardo: “Sono immobili”, ha detto al blog di Gianni Dragoni. Ora Giordo ottiene una nomina singolare per un manager occidentale: è entrato nel board di Sami, cioè la compagnia statale dell’industria militare dell’Arabia saudita dove siedono alti funzionari legati al principe regnante Mohammad bin Salman al Saud. L’Arabia saudita è il primo importatore di armi al mondo (oltre 6,5 miliardi di dollari) e spende per l’industria militare quasi 10 miliardi all’anno.

La vera dipendenza che rovina Corona: gossip e soldi facili

Uno si illude sempre che Fabrizio Corona esca dal carcere da uomo nuovo. Che trascorra il suo tempo in cella meditando sulle ripetute e gigantesche cazzate che fa. Pensando al figlio che l’aspetta fuori, a una madre che si danna, a una vita che potrebbe essere in discesa e invece è uno squallore infinito tra aule di tribunali, fughe rocambolesche e anni buttati nel carcere, il luogo più osceno in cui un uomo possa decidere di trascorrere i suoi anni migliori e con una caparbietà – quella di Corona – incomprensibile. Anche questa volta, dopo il suo rilascio, la sensazione è che Corona non sia un uomo nuovo, ma l’uomo nuovamente pronto a rovinarsi la vita. E che tutto sommato, il sistema giudiziario, nei suoi confronti, sia più che generoso.

Gli indizi di questo bel trend ci sono tutti. Con 5 anni di carcere già scontati tra affidamento e galera e tre ancora da scontare, siamo all’ennesimo rilascio avvenuto il 22 febbraio e all’ennesimo affidamento terapeutico concessogli dopo 1 anno e 4 mesi dall’ultimo arresto (quello per i celebri soldi nascosti nel controsoffitto che gli sono costati l’ennesima condanna per evasione fiscale).

Corona, durante il suo precedente periodo di affidamento, ha continuato a delinquere. Lo ha sancito un tribunale, mica io. In più, ha dimostrato di fregarsene di rispettare le regole che il regime di affidamento prevedeva, è andato in giro con pregiudicati e al mare con la fidanzata per piazzare qualche foto, ma facciamo che sia acqua passata.

Dopo un anno e mezzo esce, viene affidato a una comunità per disintossicarsi (da che, se era da un anno e mezzo in galera?) e gli viene imposto di non usare i social, di non rilasciare interviste e di non comunicare al telefono con persone che non siano i suoi familiari e pochi altri. Può dormire a casa sua perché sì (e questa è un’altra barzelletta) la casa gli è stata confiscata, ma l’amministrazione giudiziaria l’ha affidata a Silvia Provvedi, la sua fidanzata. Quindi lui dorme a casa della fidanzata. Che è la sua. La casa intestata a un amico per non farsela sequestrare dal fisco. Altra barzelletta. Ma andiamo avanti.

Fabrizio è uscito dal carcere due settimane fa e quando qualcuno gli ha gridato “Sei un grande!” ha risposto “Lo so!”. Ed è allora, quando anziché replicare “No, sono un coglione perché decido consapevolmente di marcire anni in carcere!” ha dato la sua consueta risposta da sbruffone, ho capito che non era cambiato nulla. E del resto, ad aspettarlo fuori da San Vittore certamente avvisato da qualcuno, c’era tutto quello che ha trascinato Fabrizio all’inferno: telecamere, paparazzi, gli amici sanguisuga, il circo Barnum. Tutto quello da cui dovrebbe tenersi alla larga e che è la sua rovina da sempre.

Perché è questo che i giudici non capiscono: la vera dipendenza di Fabrizio non è la droga. Sono i soldi. Quelli del solito gossip. Quelli facili. Prima li faceva vendendo foto di star, ora li fa vendendo le foto della star diventata star a furia di arresti: se stesso. Fabrizio è diventato la sua macchina da soldi e finché qualcuno non capirà che impedire di fargli fare il lavoro di imprenditore nel ramo dello showbiz e delle paparazzate/ospitate è l’unica disintossicazione possibile, lui ci ricascherà sempre.

A Lele Mora, dopo la condanna, fu impedito di tornare a fare il suo lavoro per anni. A Fabrizio no (che poi, visti i ripetuti fallimenti di società non è neppure questo genio). Eppure tutti i suoi guai giudiziari (bancarotta, evasione, estorsione) arrivano sempre da lì: dalle foto. Dai giornali. Dal gossip.

Non è un caso che a quindici giorni dal suo rilascio, Fabrizio si sia già impegnato con rara diligenza per tornare in carcere. Appena fuori di galera l’abbraccio paparazzato con la fidanzata e poi subito dopo col suo amico del cuore Gabriele Parpiglia, giornalista di Chi, che gli dedica un post strappalacrime della serie: “Spero che questa sia l’ultima volta. Per te, per i tuoi affetti, per tuo figlio”. Tutto quello che accade al momento del rilascio viene sapientemente ripreso e montato da qualcuno. Fabrizio non può comunicare con la stampa però. E allora ecco la genialata. La fidanzata Silvia Provvedi tiene un diario (pagato profumatamente) per Chi in cui racconta la sua nuova vita con Corona. Un furbata che rimarrebbe una furbata su cui si può sorvolare se non fosse la cifra dell’esistenza di Corona.

Poi c’è la furbata delle paparazzate con un numero di Chi (guarda caso) in mano e in bella vista che finiscono su Chi, guarda caso. Poi un’altra furbata che però suona meno furba delle altre due -quella con cui fa cassa parlando con i giornali per interposta persona e quella in cui fa pubblicità al suo giornale del cuore -ovvero pubblica il video enfatico della scarcerazione sul suo account personale instagram. Non può usare i social, l’ha deciso il giudice, e lui aggiorna instagram. La procura chiede la revoca dell’affidamento ma il giudice di sorveglianza lo ammonisce e basta. Del resto, come sottolineato dal suo avvocato Chiesa “l’ha aggiornato il suo staff!”. Insomma, ennesima presa per i fondelli. Ma non finisce qui.

Fabrizio può parlare al telefono solo con poche persone tra parenti e amici stretti. Nell’ultimo articolo di Oggi su Corona il giornalista Umberto Fumagalli racconta che ha provato a chiamare la fidanzata di Fabrizio e dopo qualche parola, Fabrizio ha strappato il cellulare alla fidanzata per dire a lui con toni tutt’altro che amichevoli che la fidanzata non rilascia interviste e blablabla. A quel punto prende il telefono l’avvocato Fusetti e dice che quella conversazione non si deve pubblicare. Quindi Fabrizio Corona se ne frega delle disposizioni del giudice e parla al telefono con i giornalisti confidando nel loro silenzio.

Morale della storia: Fabrizio cambierà il giorno in cui cambieranno le persone di cui si circonda. Gli amici a cui dare esclusive e scoop, perché frequentare quelle persone è come per i drogati frequentare gli spacciatori. Cambierà quando ci dimenticheremo che esiste perché starà lontano dalla sua unica dipendenza: il gossip e i soldi che ne derivano. Cambierà quando non dovremo più occuparci di lui per ricordargli che la vita è più bella fuori che in carcere. E che no, non è furbo come pensa lui. È un fesso. Recidivo.

Il furto del tempo dal litigio Serbia-Kosovo: 6 minuti di ritardo per gli orologi elettrici

Il “furto” del tempo è finito. Gli orologi europei alimentati direttamente dalla presa riavranno i quasi 6 minuti che la disputa politico energetica tra Serbia e Kosovo avevano sottratto loro dalla metà di gennaio in poi. Il caso, sollevato dall’Entso-e, il Network europeo dei gestori di sistemi di trasmissione di elettricità, ha poi trovato una soluzione, anche se non definitiva visto che i due paesi sono tutt’altro che “amici”. Nelle scorse settimane il Kosovo non ha immesso l’energia elettrica concordata nell’ambito della rete che comprende 25 paesi per un totale di 43 gestori. Dal canto proprio la Serbia non ha rispettato l’obbligo della compensazione previsto dalle intese internazionali. La doppia mancanza ha comportato sforamenti oltre tolleranza di 2,5 Hertz del valore medio della frequenza continentale, che è di 50 Hertz. A fare le spese del più basso livello di frequenza sono stati i dispositivi collegati alla rete come quelli integrati nei forni a microonde o nelle radiosveglie che hanno accumulato un ritardo che sfiora i 6 minuti.

L’Elektromreza Srbije (Ems), la società che gestisce la rete per conto di Belgrado, ha informato che l’amministratore kosovaro è tornato a rispettare gli standard stabiliti. Il caso potrebbe anche ripetersi perché nell’area non c’è pieno equilibrio tra l’energia immessa nella rete e quella prelevata. Ma, soprattutto, a 10 anni dall’autoproclamata indipendenza da parte del governo di Pristina (solo molto parzialmente riconosciuto a livello internazionale) le relazioni diplomatiche restano tese. Non a caso l’Entso-e ha sollecitato una soluzione politica più che tecnica. A parte il rallentamento degli orologi (per il ritorno automatico alla normalità serviranno settimane), gli esperti hanno spiegato che il sistema di approvvigionamento e distribuzione non ha mai corso alcun rischio.

Dalla Russia con amore (e veleno): la figlia dell’ex 007 gli ha portato un regalo letale

Un attacco “sfacciato e provocatorio” lo ha definito ieri il ministro degli Interni Amber Rudd mentre riferiva in Parlamento gli ultimi sviluppi delle indagini sul tentato omicidio di Sergei Skripal, l’ex spia russa avvelenata con la figlia Yulia in un centro commerciale di Salisbury domenica scorsa. I due rimangono in condizioni “gravi ma stabili” mentre un poliziotto, il primo a soccorrerli, è grave ma in grado di parlare.

Una esecuzione mirata su territorio britannico, con l’utilizzo di un ‘agente nervino’ che il capo dell’Antiterrorismo Mark Rowley non ha voluto specificare. Secondo fonti citate dal corrispondente diplomatico della BBC Mark Urban si tratterebbe di una nuova tossina sviluppata per esecuzioni mirate: forse una “sintesi di laboratorio del veleno di un serpente o di una medusa”. Di certo c’è che tossine di questo tipo possono essere fabbricate solo in laboratori sofisticati, di solito governativi, e questo riporta dritti alla pista di una vendetta del Cremlino. Dopo aver passato informazioni all’intelligence britannica fin dal 1995, l’ex colonnello dell’esercito Sergei Skripal era stato arrestato e mandato in un gulag nel 2006. Nel 2010, però, era stato al centro di uno scambio di spie – 4 doppiogiochisti contro 10 spie russe scoperte negli Stati Uniti – e aveva trovato protezione nel Regno Unito. A graziarlo, l’allora presidente russo Dimitri Medvedev, mentre Putin aveva promesso pubblicamente che i “traditori” l’avrebbero pagata. Ma, ammesso che il veleno provenga da laboratori russi, come sarebbe arrivato nel Regno Unito?

Due le ipotesi: la prima, che presuppone la presenza di uno o più sicari nel centro commerciale, è che fosse contenuto in una bottiglietta spray. La seconda, ne scrive il Times citando una fonte misteriosa, che il corriere sia stata l’ignara figlia Yulia, arrivata dalla Russia per stare qualche giorno assieme al padre: avrebbe portato con sé un “regalo da parte di amici” aprendolo proprio durante la visita al centro commerciale.

Mosca nega ogni responsabilità, ma le autorità britanniche ora analizzano anche la morte della moglie di Skripal, Luidmila e del figlio Aleksander, che secondo alcuni parenti sarebbero scomparsi in circostanze sospette.

“Colpire un agente non operativo rompe ogni regola. È una sorta di dichiarazione di guerra” ha detto l’esperto di sicurezza Edward Lucas, intervistato dalla BBC. Il Foreign Office avrebbe già preparato, su ordine di Theresa May, un lista di diplomatici e spie russe da espellere.

C’è anche l’ipotesi, non confermata, che Skripal fosse ancora una fonte di informazioni per l’MI6 o altre entità. Un altro esule russo ha dichiarato a Channel 4 che l’ex spia lavorava nella cybersecurity e aveva relazioni con agenti russi a Londra, mentre secondo il Telegraph era entrato in contatto con un consulente di Orbis, la società di intelligence di Christopher Steele, l’autore del dossier sui contatti russi di Donald Trump.