I dazi di Trump scontentano anche gli amici

Solo due giorni fa il Washington Post riferiva che il ministro alla Difesa, James Mattis e il segretario di Stato, Rex Tillerson, avevano messo in guardia i funzionari dell’amministrazione Trump sulla proposta del presidente riguardante i dazi: potrebbero mettere a rischio la sicurezza nazionale perché in grado di danneggiare le relazioni con gli alleati. E poi ci sono 107 parlamentari repubblicani che scrivono una lettera, mettendo nero su bianco i loro timori. Parole al vento.

Liberatosi dell’ultimo ostacolo – Gary Cohn, il chief economic advisor – The Donald ha tirato dritto: per lui si trattava di mantenere fede ad una promessa verso quell’elettorato americano che si sente in trincea, che vede le fabbriche chiudere e punta il dito contro i nemici commerciali, in questo caso la Cina. Così ieri il presidente Trump ha firmato i dazi al 25% sull’acciaio e al 10% sull’alluminio, riservando un trattamento particolare per Australia, Canada e Messico, anche se i centroamericani dovranno rinegoziare l’accordo di libero commercio Nafta. La Casa Bianca fa sapere che il provvedimento sarà operativo in quindici giorni.

“Grande flessibilità e cooperazione verso quelli che sono i veri amici e ci trattano equamente, sia sul piano commerciale che militare”, scrive su Twitter il capo della Casa Bianca, ribadendo l’amicizia con l’Australia.

I nemici sono invece quelli che non rispettano gli Usa, anche sul piano delle spese militari; quello dei contributi alla Nato è altro argomento privilegiato da Trump che sottolinea per l’ennesima volta: “Abbiamo amici e anche dei nemici che si sono approfittati enormemente di noi da anni su commercio e difesa. Se guardiamo la Nato, la Germania paga l’1% e noi paghiamo il 4,2% di un pil molto più importante. Questo non è giusto”. Applausi degli aficianados della serie Trump da solo contro l’universo. I nemici, come li chiama il tycoon, non restano a guardare. Prima fra tutti la Cina, che era il bersaglio principale nella contesa per l’acciaio. “Scegliere la guerra commerciale è una soluzione sbagliata. Alla fine si danneggiano gli altri e se stessi”, dichiara il ministro degli Esteri Wang Yi. Pechino non è sola: 11 Paesi hanno firmato ieri una nuova versione dell’accordo Trans Pacific Partnership (Tpp) in Cile. Al nuovo patto, il Comprehensive and Progressive Trans Pacific Partnership (Cptpp), aderiscono Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Messico, Cile, Perù, Vietnam, Malaysia, Brunei e Singapore. Il Tpp era uno degli elementi forti della politica dell’ex presidente americano Barack Obama nell’area del Pacifico, Trump aveva fatto in modo di ritirarsi dall’intesa subito dopo il suo insediamento, affermando che non proteggeva gli interessi dei lavoratori.

“America first” resta il motto di The Donald, slogan quanto mai efficace se accostato al tema della sicurezza nazionale; acciaio e alluminio sono utilizzati nel settore della difesa. E la Casa Bianca, ricordando che gli Usa sono diventati il più grande importatore al mondo di acciaio (con un volume quasi 4 volte quello che esporta) e di alluminio (nel 2016 era importato il 90% della domanda, +66% rispetto al 2012) mette sotto accusa le “pratiche commerciale ingiuste”, che hanno decimato le industrie americane con una perdita di 94 mila posti di lavoro e la chiusura permanente dal 2012 di 6 grandi fonderie.

Battilana: “Sarà di esempio anche per tutti gli uomini”

“Potrebbe essere un punto di partenza per invogliare altre donne che vivono o hanno vissuto situazioni analoghe alle nostre a fare i nomi”. Ambra Battilana tre anni fa ci aveva provato: dopo essere stata molestata da Harvey Weinstein, si era recata immediatamente alla polizia per denunciare il grande produttore. Ma, nonostante la stessa polizia le avesse chiesto di tornare da lui e registrarlo, neanche quell’audio aveva fatto scattare le manette.

Come sta vivendo queste ore, nell’imminenza dell’arresto di Weinstein?

È una specie di flashback, come se fossi tornata indietro a tre anni fa, quando già avrebbero dovuto arrestarlo e non l’hanno fatto.

Perché farlo ora?

Hanno raccolto più prove, dettagli su ciò che ha fatto alle sue vittime. Oggi c’è un movimento più ampio e più forte e stavolta i giudici non possono chiudere un occhio.

Un punto di arrivo?

Non solo. Potrebbe dare speranza alle donne, costituire un esempio. Anche per gli uomini.

Si spieghi.

Potrebbero rendersi finalmente conto che le loro azioni hanno delle conseguenze legali molto pesanti. E magari questo potrebbe costituire un deterrente.

La violenza però non va affrontata solo nelle aule dei tribunali. C’è un problema culturale.

Soprattutto in Italia. Io sono andata via dal nostro Paese anche per questo: le donne sono costrette a vivere nell’ombra di un uomo, specie se potente. Invece credo che abbiano una forza di cui non sono ancora del tutto consapevoli. Siamo forti. Dobbiamo ricordarcelo, perché qualcuno ci ha messo in testa il contrario.

Ha visto che molte donne nel mondo ieri hanno “scioperato”?

È importante, finalmente le donne si stanno aiutando a vicenda. Se facciamo sentire la nostra voce, forse qualcosa cambierà davvero.

Weinstein come un film. Voci di arresto l’8 marzo

Con tempismo non certo casuale, proprio ieri – l’8 marzo, giornata internazionale della donna – la polizia metropolitana di New York ha annunciato di aver raccolto “abbastanza prove” nell’inchiesta sulle accuse di violenza sessuale contro Harvey Weinstein, il che significa che si procederà quanto prima alla richiesta di un mandato di arresto nei suoi confronti. Diventato spregevole simbolo del sessismo, il produttore di Hollywood denunciato da una cinquantina di dive è accusato di molestie sessuali e di comportamenti arroganti al punto da trasformarlo in archetipo dell’uomo sopraffattore ed esempio dell’ineguaglianza uomo-donna.

L’8 marzo di quest’anno, celebrato in oltre 70 Paesi con cortei e scioperi contro le discriminazioni sul lavoro, ha visto le donne marciare all’insegna della parola d’ordine #Wetoogether (gioco di parole inglese “noi insieme”, evoluzione del più famoso #Metoo, “anch’io”) che aveva caratterizzato la reazione allo scandalo Weinstein.

Tuttavia, secondo il capo dei detective di New York, Robert Boyce, spetta al procuratore distrettuale Cyrus Vance jr. stabilire quando (e se) incriminare Weinstein. L’inchiesta è stata avviata lo scorso ottobre dopo che l’attrice Paz de la Huerta (star di Boardwalk Empire) ha accusato Weinstein di averla violentata due volte nel 2010. Poi, in un crescendo di drammatiche testimonianze, sono emerse altre denunce e gli investigatori newyorkesi si sono recati a Los Angeles e Parigi per ascoltare la de la Huerta ed altre donne vittime del famelico produttore newyorchese.

Sul quale sono stati raccolti documenti relativi a comunicazioni telefoniche, referti medici ed altro materiale. Quella di New York, peraltro, non è l’unica in corso contro Weinstein: il procuratore distrettuale di Los Angeles sta valutando altri cinque casi, due accertati dalla polizia di Beverly Hills e tre da quella di Los Angeles. Tuttavia, seconda quanto riporta il Daily News, l’ufficio del procuratore starebbe ancora investigando: “Sono stato assicurato che la formalizzazione di uno stato d’accusa contro il signor Weinstein non è stato autorizzato e che il suo arresto non è imminente” ha infatti detto il suo avvocato Ben Brafman, aggiungendo che il suo cliente continua a dirsi innocente. Si riferisce al caso che le autorità stanno cercando di imputare al produttore, e che riguarda Lucia Evans: la donna rivelò alla rivista New Yorker di essere stata costretta a praticare sesso orale nell’ufficio di Weinstein a Tribeca, 14 anni fa, quando era ancora una studentessa universitaria e voleva diventare un’attrice. Lei cercò di resistere, “non lo voglio fare, fermo, non farlo”. Weinstein, dopo la violenza, le disse di dimagrire, se voleva partecipare a un reality tv.

La Evans è una delle oltre 50 donne che accusano Weinstein di molestie sessuali, abuso sessuale o stupro, incluse attrici celebri come Gwyneth Paltrow, Ashley Judd e Angelina Jolie.

Nonostante il presunto stupro sia avvenuto più di un decennio fa, la sua gravità potrebbe escludere Weinstein dallo statuto di limitazione che prevede che tutte le accuse di attacchi sessuali a parte le più gravi siano riportate entro cinque anni.

Tra coloro che plaudono gli ultimi sviluppi anche la modella Ambra Battilana Gutierrez, che si recò dalle autorità nel 2015 dopo che Weinstein le fece approcci sconvenienti nel suo ufficio di Tribeca

L’ufficio del procuratore è da tempo sotto il fuoco di pesanti critiche per la decisione di non perseguire il produttore, accusato di aver stuprato le attrici Asia Argento, Rose McGowan e Annabelle Sciorra.

Mail Box

 

La politica italiana è piena di personaggi mediocri

Pur nella sua deprimente mediocrità, la campagna elettorale è servita ad evidenziare le effettive incapacità intellettuali di certi personaggi prestati alla politica. Sanno essere sorprendenti ma sempre in negativo: possono essere di destra come di sinistra ma la maggioranza di costoro ama definirsi neutrale, priva di qualsiasi ideologia. Arroccati nel presente e privi di lungimiranza politica, danno sfoggio di un’arte linguistica utile solamente a nascondere le evidenti lacune di chi in concreto non ha nulla da proporre. Per usare una terminologia caricaturale, ironicamente potremmo definirli una specie di eunuchi politici, sempre puntuali nel ribadire con vigore la loro diversità in ogni occasione ma da quel che si nota, non sempre ciò dimostra di essere un pregio.

Però, sono ugualmente riusciti ad attrarre e ottenere il voto di milioni di italiani: un fenomeno incontrovertibile che se comprensibile da un verso, risulta inconcepibile da un altro. Certamente costoro non sono degli statisti e mai lo saranno, solo pensarlo significherebbe prenderci in giro.

Silvano Lorenzon

 

Io, di sinistra, deluso e scoraggiato dal mio partito

Oggi sul Manifesto Tommaso Di Francesco cita fra i motivi del flop elettorale del Pd, anche Minniti. Che devo fare, sbattere la testa contro il muro? Con chi ho condiviso le battaglie di una vita? Con gente che passa il tempo fra biblioteche, cinema d’essai, i saggi letterari, le rassegne del teatro che tra il pubblico non ha un operaio, un magazziniere, un postino precario, zero ambulanti del mercato, nessuno del popolo a cui, certi della sinistra radicale vorrebbero dare il potere?

Non un poliziotto, non un carabiniere, che sono il popolo? Ma dove vivono questi intellettuali di sinistra? Con chi parlano? Sanno qualcosa delle periferie degradate? Sanno dei furti nelle abitazioni, furti anche ripetuti nella stessa casa, spesso non denunciati, i gruppi di rom che stazionano dalla mattina alla sera nei giardinetti, la difficoltà di tanta povera gente, non solo migranti, che non ce la fanno ad andare avanti? Gli intellettuali di sinistra parlano di solidarietà. È una bella parola, che a loro piace. Fa buon alito. Non hanno capito che se non si affronta di petto la faccenda, la sinistra avanti di questo passo sarà ridotta al lumicino? Ma con chi ho condiviso tutti questi anni?

Cosa facevano i miei compagni di battaglie mentro faticavo per studiare la sera, i corsi serali, forse facevano la stessa vita? Quando si toglieranno di dosso la loro spocchia? Si credono superiori, perchè la domenica non vanno al supermercato, ma al cineclub, e le mele le vogliono soltanto “bio”, per i loro figli, e certo, per i loro figli, l’università è garantita, non vorranno che diventino magazzinieri, operai, ma scherziamo? Il proletariato, che oggi non lo chiamano più così, fa lacrimuccia, ma guai a farlo quel mestiere lì, gli operai puzzano di sudore e di ruggine, se ne può discutere, farne un bel dibattito, magari nel salotto ricoperto di libri, davanti a un bel bicchiere di vino costoso, il vinaccio dell’hard discount, quello lo lasciano agli operai, che si intossichino pure con quella roba, e dopo una bella degustazione, e uno sbadiglio, si alza il pugno chiuso, e magari, tanto per darci un tono ci si chiama ancora comunisti. Che amarezza e lo dico da elettore di sinistra.

Marino Pasini

 

4 marzo, tutti avevano intuito cosa sarebbe accaduto

Sono un palermitano che vive oramai da molti anni a Milano e con l’avvicinarsi del 4 marzo così come successe per il referendum costituzionale, avendo a cuore un ottimo risultato del Movimento, ho contattato molti amici e familiari che risiedono al sud, da Napoli a Palermo, prevalentemente benestanti e se così si può dire di discreta cultura, col l’intento di spronarli a votare per il cambiamento; con mia grande sorpresa e con motivazione a volte più “dedotte” delle mie ho riscontrato un consenso non solo inaspettato ma bulgaro, allora ho dirottato le mie influenze su un’altra fetta sociale piuttosto popolare e poco politicizzata, riscontrando anche qui una marea, un’onda strabiliante, di cui io stesso ero sconvolto e stupito. Ho avuto una velata percezione di maturità politica, in tutte le classi sociali sentite, un misto di speranza e fiducia riposte però esclusivamente nel messaggio sociale in toto che Di Maio e i suoi protagonisti hanno cercato di trasmettere, cioè una sintesi delle singole proposte che forse ascoltate singolarmente assomigliavano molto a quelle di altri partiti o potevano non convincere come, ad esempio: siamo i più onesti. Hanno recepito una visione del Paese proposta, una visione che forse anche io in parte non avevo colto. Non so cosa sia successo a una parte del Paese che ha consegnato un consenso così vasto, dal 48 al 51%, oltretutto in silenzio e mai nella storia politica di questo Paese, ma oggi ho capito come molti deputati siano non solo scollegati dalla realtà ma anche incoscienti della realtà e non valutino socialmente e politicamente con attenzione, un fenomeno inusuale nel contesto europeo in particolare.

Giuseppe Mazzarese

Il futuro del Pd. Ma il ministro Calenda è soltanto una versione 4.0 di Renzi?

 

Il ministro Carlo Calenda, ospite di Lilli Gruber mercoledì 7 marzo, afferma che condivide tutto ciò che il governo Renzi ha fatto compresa l’idea di smantellare la Costituzione. Non è altro che il gemello “più posato” di Renzi, la sua carta di riserva. Vediamo i meriti autoasseriti: aver salvato alcune centinaia di posti di lavoro. Ma è il suo lavoro, quello per cui è pagato. I programmi? Privatizzare quel poco che ci è rimasto per aiutare (bontà sua) chi sta peggio.

Viaggio spesso in Spagna: lì le realizzazioni del suo omologo del Fomento, come a dire Sviluppo Economico, ha realizzato la seconda rete Tav al mondo dopo la Cina, autostrade, aeroporti e stazioni di autobus fin nei paesi più piccoli e, dulcis in fundo, ogni cittadina ha il suo lungomare decente con negozi e ristoranti che brulicano di clienti.

Michele Putignano

 

Caro Michele, il ministro Carlo Calenda ha un passato da manager e da dirigente di Confindustria, ha lavorato per un progetto politico imperniato su Luca Cordero di Montezemolo, non finge certo di essere un esterno all’establishment o un uomo del popolo. Da viceministro dello Sviluppo, da ambasciatore a Bruxelles e poi da ministro dello Sviluppo ha interpretato – secondo me al meglio – quell’idea pragmatica e tecnocratica di un centrosinistra di governo che Matteo Renzi ha invece contribuito a screditare, nominando i suoi famigli in posizioni di potere, tollerando conflitti di interesse, incompetenze e opache manovre. La scommessa di molti dirigenti del Pd è che Calenda sia un Renzi serio, altrettanto rottamatore ma senza la Boschi, Lotti e Tiziano Renzi e senza provincialismo. Basterà l’energia di Calenda a rifondare un Pd alternativo ai Cinque Stelle? Un Pd “calendizzato”, sostenuto da Graziano Delrio e Paolo Gentiloni, rischia di essere una versione poco espansa di +Europa di Emma Bonino. Ma Calenda pare consapevole della prima delle responsabilità delle élite cui appartiene, una responsabilità finora ignorata: prendere sul serio richieste e paure di chi alla politica chiede protezione e aiuto. Ha capito, dice, che la globalizzazione offre opportunità a molti ma per altri è un pericolo da arginare, che non basta sostenere le eccellenze ma bisogna preoccuparsi anche dei senza talento, di chi non può trovare un altro lavoro se perde quello che ha, riconosce che i governi di cui ha fatto parte hanno peccato di “arroganza” e di troppo ottimismo. Ce la farà? Difficile dirlo. Di sicuro il messaggio con cui ha scelto di iniziare il suo percorso nel Pd non è lo stesso di Renzi.

Stefano Feltri 

Il marziano del 4 marzo e il Pd che pare il Benevento

Quel famoso marziano amico di Columbro che fa avanti e indietro per le galassie tornato da noi la notte del 4 marzo, sarà rimasto sconcertato. Si sintonizza SkyTg24 per vedere come sono andate le elezioni e ci trova Ilaria D’Amico. Che ci azzecca la D’Amico?, pensa, avrò sbagliato canale; e invece no, quello è proprio il tg, quella è la D’Amico che disquisisce di vincitori, vinti e exit poll. Per una triste congiuntura astrale il campionato è sospeso e così Ilaria e i suoi tacchi 12 sono stati traslocati dal calcio alla politica come se niente fosse. Questi terrestri sono dei marziani, pensa il marziano. Poi, ascoltando le analisi su tutti i canali nazionali, si accorge che almeno in Italia questa gran differenza non c’è, in fondo il centrodestra è come la Juve, i 5Stelle sembrano il Napoli, il Pd è uguale al Benevento. Quando si mette a parlare Ettore Rosato, comincia a sentire la mancanza di Massimo Mauro; come apre bocca Sgarbi, rimpiange Gattuso. Il massimo sarebbe avere Sconcerti sulle prospettive di governo: di solito accade esattamente il contrario delle sue previsioni. Una bussola certa. Sente parlare di “Berlusconi regista del centrodestra” e si ricorda che su Sky sta andando in onda pure la Notte degli Oscar. Si sintonizza, vuoi vedere che quel misirizzi di B. vince la statuetta per la miglior sceneggiatura non originale? È il suo. Invece l’Oscar lo vince Luca Guadagnino. Il poveretto spegne la Tv e vola a casa sua: questi italiani sono proprio dei marziani.

Donald resta solo dentro il fortino Usa

Donald Trump è sicuro che le guerre commerciali siano “facili da vincere” e ne scatena una contro gli alleati europei, oltre che contro gli arci-rivali cinesi, nonostante reazioni a catena negative (e preventive) dentro la propria Amministrazione e nel partito repubblicano. Usando il potere d’adottare misure per tutelare la sicurezza nazionale, il presidente mette dazi sull’import di acciaio e alluminio. E divide gli alleati tra buoni, quelli esentati o esentabili dalle misure, e cattivi, quelli colpiti, mischiando i livelli commerciale, di sicurezza, politico: così, la Germania è nella lista dei cattivi perché non fa abbastanza, cioè non spende abbastanza, per la difesa della Nato.

È un altro modo di declinare il motto trumpiano ‘America first’, anche se non è il modo migliore per declinare l’altro motto: ‘Make America great again’. Perché le guerre commerciali sono magari facili da fare, ma in realtà non le vince quasi mai nessuno e ci perdono sempre tutti. Non c’è niente di nuovo né di audace in una guerra dell’acciaio tra Usa e Ue: conflitti del genere, se ne combattevano già quando l’Ue era ancora Cee. Ma le guerre dei dazi non hanno impedito all’acciaio americano ed europeo di perdere terreno di fronte a quello cinese, indiano, brasiliano.

Trump continua a ignorare le organizzazioni internazionali – non vorrebbe trattare con l’Ue, ma con i singoli Stati – e gli impegni sottoscritti – ‘esenta’ dalle misure Canada e Messico, facendo come se il mercato comune nord-americano, il Nafta, non esistesse. Ma la reazione dei globalisti, che un tempo di sarebbero detti liberisti, non si fa attendere.

Le scelte di Trump paiono più contraddittorie che mai. I dazi piacciono al sotto-proletariato bianco di Pennsylvania e Ohio, che vi vede una difesa di posti di lavoro perduti per sempre (e che l’industria non tiene a recuperare). Ma arrivano mentre il presidente delude gli stessi elettori spingendo per controlli sulle vendite delle armi – proprio ieri, la Florida ha introdotto limitazioni .

I dazi spaccano ulteriormente la Casa Bianca e la maggioranza repubblicana, tradizionalmente liberista. Senza aspettarne l’ufficializzazione, se n’è andato il consigliere economico Gary Cohn, convinto globalista, che Trump ipotizza – non si sa su che basi – possa tornare. Il New York Times scrive che l’esodo di consiglieri ed esperti lascia il presidente sempre più incline a seguire l’istinto. Il che è un rischio per lo stesso Trump, che, a esempio, non dà ascolto ai suoi avvocati e vuole sapere dalla persone sentite nelle indagini sul Russiagate che cosa hanno raccontato agli inquirenti.

I nomi dei potenziali sostituti di Cohn fanno rabbrividire: Peter Navarro, un ‘falco’ protezionista, consigliere per le politiche commerciali, si chiama fuori, forse solo per non essere bruciato. O Larry Kudlow, ex consigliere di Reagan, attualmente consulente esterno – critico però sui dazi – e il direttore del Bilancio Mick Mulvaney, un ex congressman repubblicano, mai uscito allo scoperto sui dazi.

Nella maggioranza repubblicana di Camera e Senato, c’è fermento. Oltre cento deputati chiedevano a Trump di lasciare perdere, nel timore delle inevitabili ritorsioni europee e cinesi che potrebbero colpire i loro collegi. L’Ue ha già pronta una batteria di misure, che vanno dai prodotti agricoli alle Harley Davidson. La Cina avverte che “una guerra commerciale è una cattiva medicina”: più d’una scaramuccia verbale. Ma il presidente s’esalta sfidando d’un colpo solo mercati, ministri – Dipartimento di Stato e Pentagono sono preoccupati –, istituzioni finanziarie e comunità internazionale.

2018, meno donne in Parlamento: è anche colpa nostra

Ieri era la festa della donna, quell’8 marzo amato e contemporaneamente odiato dalle donne stesse. Molte la ritengono una celebrazione inutile, svilita a fini commerciali, utile soprattutto ai floricoltori. Al di là della considerazione che in tante fanno (più che le mimose sarebbe gradito un giorno di vacanza), ne approfittiamo per fare il punto sulle questioni di rappresentanza. Com’è noto l’articolo 3 della nostra Carta riconosce il principio della parità di genere e nel 2003 è stato rafforzato grazie a una modifica dell’articolo 51: “La Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.” In quest’ottica il Parlamento ha approvato alcune norme, tra cui l’ultima legge elettorale con cui domenica abbiamo votato. Ieri l’Ufficio valutazione impatto del Senato ha diffuso un dossier con numeri che fanno parecchio riflettere. Partiamo dall’alba della Repubblica: in Assemblea costituente le donne erano 21 (ma a loro dobbiamo moltissimo, perché hanno avuto un peso determinante nel dibattito sui diritti sociali). Nella prima legislatura – 1948, esattamente settant’anni fa – su 982 parlamentari le donne erano 49: il 5 per cento. Le deputate erano 45 su 613 (7 per cento), le senatrici 4 su 369 (1 per cento). Ci sono voluti trent’anni e 7 legislature per avere più di 50 donne al Parlamento: è accaduto nel 1976. Quota 100 è stata superata nel 1987 e quota 150 nel 2006. Fin qui la rappresentanza. E il potere? “Il cammino verso la parità in questi settant’anni è stato lungo” si legge nel dossier. “Su oltre 1500 incarichi di ministro le donne finora ne hanno ricoperti 78. Non ci sono state donne alla presidenza del Consiglio, mentre le presidenze femminili nelle commissioni parlamentari sono state solo 23”. Abbiamo avuto solo tre presidenti della Camera (Nilde Iotti, Irene Pivetti, Laura Boldrini), una presidente del Senato, che è la seconda carica dello Stato, mai. E oggi? Nella XVII legislatura (quella appena terminata) per la prima volta la compagine femminile a Montecitorio e a Palazzo Madama ha raggiunto il 30,1 per cento. Il Rosatellum con cui abbiamo votato domenica, è stato presentato (soprattutto dal Pd) come un grande progresso per quanto riguarda l’alternanza di genere. La legge in effetti prevede che i candidati nei collegi uninominali vengano posizionati in modo che nessuno dei due sessi sia rappresentato in misura superiore al 60 per cento. Stesso dicasi per i capolista dei collegi plurinominali (nella quota proporzionale ci si può presentare in cinque collegi). Anche all’interno degli stessi listini la legge dispone che i nomi compaiano alternati in base al genere. Ma cosa è capitato? Per aggirare la regola è stato sufficiente candidare una donna che correva in un collegio sicuro all’uninominale capolista in cinque diversi collegi plurinominali, perché lasciasse il suo posto al secondo del listino proporzionale (maschio). Risultato? Non lo sappiamo con certezza perché quel marchingegno infernale di legge ci consegnerà i dati certi chissà tra quanto. Però sappiamo già che siamo su per giù allo stesso punto, quindi il 30 per cento di rappresentanza femminile, addirittura con una leggera flessione a Montecitorio. Qualche settimana prima del voto, in questa rubrica avevamo scritto: “Il prossimo Parlamento avrà una rappresentanza femminile più alta: è un buon risultato. Ma non può bastare”. Non è nemmeno così. E di questo dobbiamo ringraziare chi ha preparato le liste facendo il gioco delle tre carte e purtroppo anche le donne candidate che si sono prestate. Al prossimo giro, diamoci una svegliata.

Il sud non ha votato per le clientele

Sta passando un’interpretazione del voto che vede la spaccatura dell’Italia tra un Nord a trazione leghista e in un Sud pentastellato centrata sulla contrapposizione tra efficienza ed assistenza. L’affermazione della Lega, che ha risollevato una destra altrimenti coinvolta nel declino di Berlusconi, darebbe voce all’aspirazione del Centro-Nord alla liberazione dai vincoli di uno Stato che, da un lato, continua a soffocare le iniziative individuali e a disperdere le risorse ad esse sottratte e che, dall’altro, non riesce a garantire sicurezza ai cittadini. Mentre il successo del M5S nel Sud evocherebbe un ritorno del Regno borbonico all’insegna del rifiuto dell’innovazione e della richiesta di assistenza.

Dunque, un Nord proteso verso l’apertura alle sfide del mercato e della globalizzazione, di cui Salvini sarebbe il “moderno principe”, e un Sud ridestato dal suo lungo sonno solo per rivendicare il sostegno pubblico alla sua atavica indolenza. Questa interpretazione del voto è falsa.

Questo voto, sul versante economico-sociale, è stato raccolto, principalmente, su due temi: quello dell’abrogazione della Legge Fornero e quello del rancore verso la costruzione europea e i suoi vincoli finanziari. Anzi, se una lettura va fatta del voto settentrionale, questa suggerisce che il sorpasso della Lega su Berlusconi ha le sue radici nelle difficoltà di chi subisce condizioni precarie di esistenza e della miriade di micro-imprese che da tempo avvertono i morsi della globalizzazione.

Ed è falsa, ancor più, nell’interpretazione del voto al M5S, perché trascura il rancore che le popolazioni meridionali hanno inteso manifestare verso un ceto politico nazionale che, da circa quarant’anni, ha espunto la “questione meridionale” dall’agenda e, ancor di più, verso i ceti politici locali, pure in tal caso di destra e di sinistra, che hanno barattato la loro personale promozione al proscenio nazionale con una subalternità verso gli interessi consolidati e hanno condiviso quella politica delle mance, attraverso la quale i loro elettori sono stati sospinti verso la pratica degradante delle clientele.

Ma questa interpretazione del voto non è ingenua, illustra piuttosto una duplice intenzione dell’establishment di fronte ad un risultato elettorale che sembrerebbe metterne in discussione la supremazia. La prima intenzione guarda al Pd ed appare rivolta ad orientarne l’indispensabile appoggio verso la destra: essa sembra volerlo avvertire che il suo concorso ad una Grande coalizione che includa lo stesso Salvini è più coerente con la vocazione “progressiva”, produttiva e cosmopolita, di una Moderna Sinistra di quanto lo sia un appoggio al “regressivo” assistenzialismo del M5S. La seconda intenzione, invece, costituisce una sorta di second best ed è rivolta allo stesso M5S: vuole informarlo che la sua aspirazione al governo nazionale può essere tollerata solo al prezzo di una presa di distanza dal sentore di assistenzialismo meridionale di cui il plebiscito del Sud lo avrebbe circondato.

Lega e M5S attingono dallo stesso bacino, il malessere materiale e spirituale che attraversa la società italiana (ma non solo), ma lo indirizzano verso orizzonti diversi: flax tax e reddito di cittadinanza sono, rispettivamente, i simboli di questi opposti orizzonti.

La flax tax, imposizione fiscale ridotta al minimo ed eguale per tutti, veicola il messaggio sociale “ti lascio un po’ più di soldi in tasca e così potrai sbrigartela da solo”. Il reddito di cittadinanza, invece, rievoca ancora la solidarietà, l’idea che “la salvezza è necessariamente un affare di tutti”. Ora, per quanto discutibili possano essere queste soluzioni, non c’è dubbio che i messaggi, che esse racchiudono, alludono a concezioni opposte della società che, a loro volta, colorano diversamente l’oggettivo modo d’essere di queste formazioni politiche e l’egemonia che esse sembrano volersi contendere: danno alla Lega il color della destra, che essa rivendica, ed al M5S un color di sinistra, che esso vorrebbe, forse, scongiurare.

Questo, allora, dà conto del “voto” dell’establishment: il rischio che quel che si è provvisoriamente addensato nel voto al M5S, magari prendendo la mano ai suoi stessi dirigenti, cominci a solidificarsi in una formazione politica che, quand’anche non si dichiari di sinistra, tuttavia dia voce a quel mondo dal quale la vecchia sinistra sembra aver fatto secessione.

E questo è anche ciò che si agita nelle odierne convulsioni del Pd: se – come da sempre vorrebbe Renzi – distaccarsi definitivamente da questo mondo e lanciare un’Opa, concorrente con quella di Salvini, sull’elettorato di Berlusconi oppure scommettere sull’apertura di un nuovo orizzonte della solidarietà.

I clan tra stelle e vecchie bandiere

Alle infinite analisi post elettorali ne manca ancora una: le quattro mafie che governano il Sud del nostro sgangherato Paese sono state anche loro travolte dalla luminosa costellazione di Luigi di Maio, oppure hanno semplicemente assecondato il flusso con segrete intenzioni?

Nel primo caso sarebbe una (improbabile) rivoluzione vera: fine del voto di scambio, delle cordate con il boss incorporato, del pacco di pasta in cambio di un voto, di un voto in cambio di una appartenenza. Nel secondo caso, cosa immaginano di incassare da questo cambio di stagione così radicale, così inaspettato, anche se niente affatto definitivo?

Una risposta possibile è che si aspettino da questa nuovissima classe dirigente catapultata in cima alla catena alimentare, meno intralci ai loro sotterranei traffici di influenze e appalti e usure, magari non per complicità, ma per incompetenza o lieta distrazione. Un’altra risposta – la peggiore – è che le nostre quattro mafie siano diventate così connaturate al vivere sociale da non avere più bisogno della mediazione politica, governano e basta. Non solo il Sud. Con un consenso automatico, solido, indiscusso, sotto qualunque vecchia bandiera o nuova stella.