Brunetta minaccia, ma stia attento allo score

Confesso che la minacciosa lettera dell’onorevole Renato Brunetta mi preoccupa. Nella mia ormai quasi cinquantennale carriera di giornalista ho avuto 23 processi per diffamazione. E li ho vinti tutti: 23 su 23. Uno score degno di Cristiano Ronaldo o Robert Lewandowski o Edinson Cavani (irriconoscibile l’altra sera contro il Madrid). Ma non è detto che non possa perdere il ventiquattresimo, se l’onorevole Brunetta avrà la bontà di convenirmi in giudizio. Ogni partita fa caso a sé. Anche perché le precedenti erano partite facili, come giocare contro il Benevento senza per questo pretendere di essere la Juventus o il Napoli. L’onorevole Cesare Previti mi citò in una causa civile per quel che avevo scritto, a commento dell’articolo, in cui Giovanni Ruggeri si occupava dei rapporti fra lui e l’orfana Annamaria Casati Stampa, nel suo libro Berlusconi. Gli affari del Presidente, parlando di un vero e proprio raggiro ai suoi danni. Io con tre successivi editoriali sull’Indipendente del maggio 1995 lo costrinsi, non senza una certa fatica, a farmi causa perché mi pareva importante sapere se un ex Presidente del Consiglio e un ex Ministro della Difesa si fossero davvero resi responsabili di un atto così grave, come quello descritto da Ruggeri, cosa che mi pareva impossibile. Con sentenza del 2.5.08 la Corte d’Appello di Roma ha rigettato la domanda, riconoscendo che avevo legittimamente esposto il mio pensiero. In altra occasione l’avvocato e parlamentare socialista Achille Cutrera mi querelò perché avevo parlato dei suoi rapporti con Salvatore Ligresti e il costruttore Brenta, smascherando così, con largo anticipo su Mani Pulite, il sacco edilizio di Milano. Venni assolto.

Un altro querelante è stato la buonanima del missino Teodoro Buontempo, detto “er pecora”. Come si può vedere sono ‘trasversale’ anche come querelato. La minacciata querela di Renato Brunetta è importante. Poiché Brunetta è un uomo d’onore. E quindi merita che alle sue doglianze si risponda con attenzione e il dovuto rispetto. Veniamo quindi al punto. Nella lunga maratona elettorale di Sky Tg24 all’affermazione di Brunetta che se il centro-destra avesse preso 260 deputati non gli sarebbe stato difficile raggiungere i 316 necessari per la maggioranza, qualcuno in redazione, non ricordo se la brava e bella Ilaria D’Amico o l’altrettanto brava e bella Veronica Gentili o il conduttore della trasmissione o altri, gli chiese come sarebbe stato possibile per il centro-destra accaparrarsi più di 50 deputati ad esso estranei. Brunetta rispose ridacchiando: beh, ci sono ‘i responsabili’ o così almeno vengono chiamati (altro ridacchio), dando a divedere, almeno ai miei occhi, che per ‘responsabili’ non intendeva persone che avrebbero agito per senso di responsabilità ma per qualche altro meno confessabile motivo. Ricordo all’onorevole Brunetta che la compravendita di un soggetto non si concreta solo con la dazione di una stecca di denaro, attività cui peraltro il gruppo politico cui appartiene lo stesso Brunetta non sembra essere alieno vista la condanna del Tribunale di Napoli a tre anni di reclusione a Silvio Berlusconi per aver corrotto, perché cambiasse casacca, il senatore Sergio De Gregorio con tre milioni di euro (reato poi prescritto), ma anche quando si procura a taluno un’ingiusta utilità.

Nella sua lettera Renato Brunetta scrive “non è la prima volta che Massimo Fini utilizza simili squallidi mezzucci”. Mi piacerebbe che Brunetta, che è un uomo d’onore, invece di limitarsi ad affermazioni generiche indicasse in quali occasioni io avrei fatto uso di “simili squallidi mezzucci”. Anche parlare riferendosi a me di “squallidi mezzucci” è un’offesa passibile di querela. Ma io non querelerò perché non ho mai querelato nessuno. Per difendermi ho la mia penna, anche se certamente non ha la stessa potenza di fuoco di cui può disporre un parlamentare della Repubblica, numero due o tre di un potente partito, come l’onorevole Renato Brunetta.

Toti, Rosato & C: gli strateghi dell’allegra catalessi post-voto

Cessato il frastuono dei risultati, celebrati festeggiamenti ed esequie il dopo elezioni riparte da poche auree regolette. Primo: chi si muove è perduto (vale per tutti). Secondo: hai voluto la bicicletta, pedala! (Il Pd verso i Cinque stelle). Terzo: siediti sulla riva del fiume e prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico (Matteo Renzi che salta le prossime primarie Pd). Ma prima o poi passerà anche il cadavere del tuo amico (Matteo Salvini verso Silvio Berlusconi). Quarto: vai avanti tu che mi viene da ridere (Berlusconi verso Salvini). Quinto: farlo piano e doce doce(Luigi Di Maio alla Fred Bongusto verso il Pd).

La strategia dell’immobilismo favorevole, della paralisi opportuna, della catalessi provvidenziale, della stasi conveniente, dell’inerzia felice misura i ritmi del Belpaese dove, infatti, tutto continua come se niente fosse: l’immancabile sciopero dei trasporti, le accoglienti buche sulla strade a Roma, Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi, la Juve che vince. La frase che più di tutte riassume questa idea del motore immobile (non aristotelico ma furbastro) viene attribuita da Repubblica al governatore ligure forzista (ma forse già leghista) Giovanni Toti, reduce da un pranzo con Salvini: “Siamo d’accordo sul fatto che la migliore strategia sia quella del- l’attesa che del resto si é mostrata vincente per i russi con i nazisti”. Al maresciallo Zukov di Portofino fa da pendant il Pd Ettore Rosato, geniale inventore del cubo Rosatellum che a differenza del cubo di Rubik è un rompicapo idiota senza soluzione. Tranne quella a cui il suo partito non aveva pensato.

Infatti, visibilmente soddisfatto per il lavoro svolto egli ha dichiarato al Corriere della Sera: “Cinque stelle e Lega dicono le stesse cose, si parlino, insieme hanno i numeri per governare”. Finiranno per dargli retta. Se si considera che tra le tante qualità riconosciute al presidente Mattarella (sempre sia lodato) non c’è quella di essere un fulmine di guerra (e che il succitato Gentiloni ha come nome di battaglia ‘er moviola’), non è difficile prevedere che la stagione politica che ci attende sarà un interminabile surplace. I più anziani ricorderanno quei due celebrati sprinter, Maspes e Gaiardoni, che negli anni ’60 diedero vita a memorabili duelli consistenti nel far partire prima l’altro per poi succhiargli la ruota in volata. Attese infinite che contribuirono al tramonto del ciclismo su pista, per assenza di pubblico. Appunto.

L’ultima battaglia di Renzi: ora vuole la guida del Copasir

Il renzismo si trasforma, prima era vincente, adesso è perdente, quasi in estinzione. Ma resiste immutata, però, l’ossessione per l’intelligence. E l’ultima tentazione di Matteo Renzi, all’opposizione del prossimo governo, del gruppo dirigente Pd e forse pure di se stesso, è la presidenza del Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza che controlla l’attività dei servizi segreti. Il candidato dem sarà un renziano di assoluta fedeltà. Il solito Luca Lotti e, soprattutto, Maria Elena Boschi ci sperano.

Il Copasir, per legge, è assegnato ai gruppi di minoranza; i dieci membri, cinque deputati e cinque senatori, sono scelti dai presidenti di Montecitorio e palazzo Madama su indicazione dei partiti. Dopo la riforma del 2007, il centrosinistra l’ha guidato per cinque anni con Francesco Rutelli e Massimo D’Alema. Il primo fu Claudio Scajola, ex ministro degli Interni, l’uscente è Giacomo Stucchi, leghista di matrice Roberto Maroni.

Il governo Gentiloni, che ha giurato il 12 dicembre 2016, otto giorni dopo il referendum costituzionale, un lunedì di pioggia su Roma, si è formato con la feroce rottura fra Matteo e Paolo sulla mancata delega all’intelligence per Luca Lotti. Renzi ha insistito a lungo per consegnare il delicato (e strategico) compito al “Lampadina”, allora semplice sottosegretario all’Editoria, ma con la passione per le nomine di Stato e gli apparati di sicurezza. Supportato dal Quirinale, Gentiloni è riuscito a respingere l’assalto di Renzi e ha tenuto per sé la vigilanza sui Servizi. Renzi non l’ha mai perdonato. L’ambizioso Lotti, promosso a ministro dello Sport, appena un paio di settimane dopo, è stato indagato per rivelazione di segreto e favoreggiamento nell’inchiesta Consip. Quand’era a Palazzo Chigi, ancora, Renzi ha tentano invano di affidare all’amico Marco Carrai la struttura di cyber security con un ruolo non di spionaggio, ma di raccordo all’interno del governo.

Sempre Lotti, invece, ha spinto per Andrea Bacci al vertice di Sparkle, una società di Telecom che sorveglia 375.000 chilometri di cavi da Israele all’Italia e su cui transitano le comunicazioni internazionali. All’epoca, parliamo di febbraio 2016, Lotti e Bacci erano molto legati. Bacci era noto come l’imprenditore, vicino alla famiglia Renzi, che ha ristrutturato la casa di Matteo.

Renzi punta al Copasir per contare ancora seppur in minoranza: proteggere il passato al governo e il futuro in politica. L’altro tormento dell’ex premier, per l’appunto, si chiama Consip: “È nato per colpire me. Verrà colpito chi l’ha utilizzato per tradire il senso dello Stato”, disse il segretario Renzi durante un incontro a Firenze. E qui la faccenda si fa complessa. Consip vuol dire uno scandalo di corruzione su di una commessa da 2,7 miliardi di euro, ma anche una clamorosa fuga di notizie, le accuse di falso al maggiore Gianpaolo Scafarto, sospetti incrociati, ricostruzione di complotti e il nome di Tiziano Renzi, che ha ricevuto un avviso di garanzia per concorso in traffico di influenze illecite.

Renzi diffida dell’Aise (servizi esteri) perché – fino a poco tempo fa – arruolava dai carabinieri il colonnello Sergio De Caprio, “capitano Ultimo”, e una ventina di suoi uomini, alcuni dei quali in contatto con Scafarto. Così va spiegato l’ostruzionismo contro la conferma – caldeggiata anche da Sergio Mattarella – di Alberto Manenti (Aise) e Alessandro Pansa (Dis, coordinamento). Il mese scorso, proprio al Copasir, i renziani assieme ai leghisti hanno impedito la proroga di due anni di Manenti e Pansa. Un compromesso politico, mercoledì, ha consentito a Gentiloni di fissare la scadenza del mandato dei capi di Aise e Dis all’aprile del prossimo anno. D’accordo Forza Italia, i Cinque Stelle, non Matteo Salvini, non l’omonimo Renzi.

Il Copasir sarà la ridotta dei renziani, ostili a qualsiasi ipotesi di governo coi Cinque Stelle e con la Lega di Salvini. Conquistare il comitato parlamentare è una manovra così faticosa che ha richiesto la diffusione di una falsa indiscrezione: Renzi non ha pensato mai a Maria Elena Boschi – che da sottosegretaria alla presidenza del Consiglio ha giocato a bordocampo su nomine e intelligence – per la guida del gruppo dem a Montecitorio. Oggi Meb aspira al Copasir. Proposta sfacciata? Ormai dei pranzi di gala non si ha più memoria.

YouTrend: “Lo stallo è inevitabile”

L’unica legge elettorale che garantirebbe una maggioranza chiara sarebbe l’Italicum con il suo doppio turno, che però è stato cancellato dalla Corte costituzionale. Dunque l’ingovernabilità è inevitabile: è il risultato dell’analisi di Youtrend, che ha provato a “tradurre” i risultati del 4 marzo utilizzando altri sistemi di voto. Con questo risultato: l’attuale scenario “tripolare” (centrodestra, Pd e alleati, M5S) avrebbe reso inevitabile la ricerca di un accordo “innaturale” in Parlamento tra i partiti a prescindere dal sistema elettorale adottato. Che fosse quello tedesco, quello spagnolo, quello greco, il maggioritario puro, il Mattarellum, il sistema francese o il Porcellum. “Dopo averle letteralmente ‘provate tutte’ – concludono su Youtrend – possiamo affermare che non è a causa del Rosatellum se nel Parlamento attuale non c’è una maggioranza”.

A sinistra non s’illudano, la colpa dei pochi voti non è (solo) di Renzi

La polvere s’è appena posata sulla più disastrosa tornata elettorale della sinistra italiana tutta – da quella di governo che rivendica politiche di schietta destra economica fino ai gruppettari di Potere al Popolo e oltre – e la reazione a questo risultato catastrofico (che è anche il giudizio che gli italiani danno di un’intera area politica) pare, finora, una gigantesca rimozione del lutto: cos’è la sinistra, quali interessi rappresenta nel gioco dei rapporti di forza, come intende farlo al di là delle petizioni di principio?

Il Pd ha perso 2,6 milioni di voti in 5 anni e già allora ne aveva persi oltre 3 milioni rispetto al 2008. Dice Andrea Orlando, capo di una delle correntine anti-renziane del Pd: “Si vuole anteporre la questione dell’intesa col M5S alla riflessione sul risultato di queste elezioni”. La riflessione che fa la cosiddetta sinistra del Pd è questa: Renzi ha dirottato il partito, che invece di suo era tanto una buona idea, e gli elettori se ne sono andati. Retropensiero che sta anche dalle parole del “dante causa” politico di Orlando, Giorgio Napolitano: la sconfitta è “un evento annunciato”, “un destino quasi compiuto”; “forse è stato peggio di quanto annunciato, ma tutto faceva prevedere questo risultato”. Non è un segreto che l’anziano leader ritenga che Renzi, avendo smesso di dargli retta, si sia condannato a perdere almeno dall’estate del 2016.

Questo scaricabarile sul segretario dimissionario del Pd – che, sia chiaro, ha colpe enormi – ha un problema: i numeri. Se, infatti, l’elettorato democratico non voleva il “dirottatore” Renzi, perché non ha votato in massa il Pd “derenzizzato” di Pier Luigi Bersani e soci detto Liberi e Uguali? E invece LeU ha avuto un milione e 100 mila voti, più o meno quelli di Sel nel 2013 (proprio come successo alle regionali in Sicilia col 6% conquistato da Claudio Fava). Risultato: i voti di Sel-Sinistra Italiana hanno fatto eleggere quelli che vogliono rifare il Pd. Quanto al resto, come dicono a Roma Bersani si consola con l’aglietto: “In pochi mesi neanche noi di LeU abbiamo trovato la soluzione. Ma almeno abbiamo visto per tempo il problema! Se nel mondo progressista si smette finalmente di negare il problema, una sinistra plurale potrà riprendere il suo cammino”. Il livello dell’analisi è questo.

Ci sarebbe poi la sinistra cosiddetta radicale. I militanti di “Potere al popolo” domenica notte festeggiavano a Roma: “Per noi è un grandissimo risultato, siamo contentissimi”. Pap ha preso 372mila voti, l’1,1%, neanche quelli di Rifondazione quando correva da sola. Però festeggia.

Ora facciamo un esperimento sommando pere e mele: i voti che vanno dal Pd alla lista “Per una sinistra rivoluzionaria” oggi sono 9,1 milioni; la stessa area valeva 11 milioni di voti nel 2013 e oltre 15 milioni e mezzo nel 2008 (oggi i consensi del M5S sono 10,7 milioni, quelli del centrodestra 12,1 milioni). Nei dieci anni della grande crisi a sinistra sono spariti 6,5 milioni di elettori, il 13% del corpo elettorale: Renzi c’entra poco e molto invece la nulla comprensione di come si svolge oggi il caro vecchio conflitto tra capitale e lavoro. Ammesso che, accanto ai diritti civili, quelli sociali siano ancora un interesse della “sinistra”.

Il 59% di chi ha votato il Pd favorevole all’alleanza col M5S

Quasi 6 elettori del Pd su 10 sono favorevoli a un accordo di governo con i Cinque Stelle. È il risultato di un sondaggio dell’Istituto Noto realizzato nei giorni successivi al voto. Numeri che smentiscono la campagna Twitter #senzadime, con cui i dem stanno riempiendo i social network di messaggi per esprimere la propria contrarietà all’ “inciucio” post elettorale. Fuori da Twitter – commenta Antonio Noto – le cose stanno in modo un po’ diverso: “Il 59% degli intervistati, tra coloro che hanno votato per il Partito democratico, si è dichiarato favorevole a un accordo con il Movimento, in un’alleanza che comprenderebbe anche i pochi parlamentari di Leu. Stiamo parlando di elettori semplici; ovvero di coloro che compongono il bacino elettorale del Pd, non degli iscritti né tanto meno degli eletti. Questo significa che c’è una certa differenza di vedute tra i dirigenti del Partito democratico e i loro elettori. Una divergenza che si è manifestata ampiamente nei risultati usciti dalle urne”.

Insomma i numeri smentiscono una percezione abbastanza diffusa in questi giorni: secondo il sondaggio di Noto solo il 25% – un elettore del Pd su 4 – sarebbe contrario all’accordo con i grillini, mentre il restante 16% non avrebbe un’opinione dell’argomento. “Noi abbiamo calcolato che circa un terzo degli elettori persi dai dem rispetto alle famose europee del 2014, il 4 marzo hanno votato M5S. Ma anche la maggior parte di quelli rimasti fedeli al Pd non hanno pregiudizi nei confronti dei grillini. Certo, resta uno zoccolo duro (il 25%) che è convintamente anti M5S”.

E gli elettori dei 5Stelle? Anche in questo caso i numeri raccontano una realtà diversa da come viene generalmente descritta: sulla possibile alleanza con Pd e LeU i grillini sono divisi praticamente a metà: il 49% degli intervistati è favorevole, il 40% contrario, l’11% non risponde. “In questo caso – ragiona Noto – abbiamo una divisione abbastanza logica, che rispecchia in modo piuttosto fedele la composizione dell’elettorato dei 5Stelle. Nel voto del 4 marzo la quota di elettori grillini ‘di sinistra’ è cresciuta dal 33 al 50%. Il nostro sondaggio conferma che in M5S un votante su due sarebbe favorevole a costruire un governo allargandolo al centrosinistra. C’è però tutta la parte ‘di destra’ del mondo 5Stelle che è fortemente contraria. Le due fazioni hanno quasi la stessa consistenza”.

I numeri elaborati da Noto, insomma, ribaltano il racconto politico di questi giorni: non sono tanto gli elettori del Pd ad avere dubbi sull’alleanza con il Movimento, quanto quelli del Movimento ad avere dubbi sull’alleanza col Pd.

Poi c’è Liberi e Uguali. In questo caso i risultati del sondaggio descrivono un quadro più prevedibile. Una larga maggioranza degli elettori della lista di Pietro Grasso vedrebbe di buon occhio un governo di coalizione con Pd e M5S: “Il 75% di chi ha votato LeU è favorevole, il 22% è contrario, il 3% non sa come rispondere – elenca Noto – Le ragioni sono piuttosto chiare: da una parte gli elettori di sinistra sono convinti che ci siano posizioni non distanti con i 5Stelle su diversi punti dei rispettivi programmi. Poi c’è una considerazione più concreta: LeU ha preso pochi voti ed eletto pochissimi parlamentari. L’alleanza con i grillini e con il Pd nascerebbe anche dalla necessità di riuscire a farli contare”.

M5S, “paura” per la carica dei nuovi. Tanti professionisti, diversi “rossi”

Un esercito di avvocati. Tanti medici, ingegneri, insegnanti. Un bel po’ di professori, perfino giornalisti, militari. Eccoli, i nuovi parlamentari a 5Stelle: spesso competenti, quindi potenzialmente autonomi. Ed è già un pericolo, per i vertici del M5S. Il primo prezzo per arrivare al Movimento 2.0 voluto dal candidato premier Luigi Di Maio, con la benedizione di Davide Casaleggio: quello della “svolta moderata”, fondamentale per succhiare voti al Pd, secondo l’istituto Cattaneo di Bologna. Una valanga con oltre 250 nuovi eletti su 333, di cui il Movimento in queste ore studia biografia, curriculum, dichiarazioni. Per controllarli, certo, e blindarli da offerte del centrodestra, come anticipato da Il Fatto mercoledì scorso. Ma anche per capire dove collocarli, in quali commissioni. E per cominciare a capire se e come utilizzarli in tv. Perché ora servono nuovi volti da affiancare ai veterani: personaggi da raccontare, per dipingere il M5S come trasversale e pieno di professionisti. Quindi, via alla caccia di altri protagonisti: che partirà ufficialmente oggi, con l’assemblea degli eletti a Roma, presso un hotel ai Parioli che era stato la base del Movimento nella notte elettorale.

Cinque ore in cui gli eletti verranno catechizzati con consigli pratici. E soppesati. Perché ai piani alti c’è anche un’altra paura: che nella massa di docenti e professionisti si annidi una possibile, naturale fronda, fatta di donne e uomini con una forte indipendenza economica e professionale. Pronti a far valere le proprie idee. “Non sarà facile gestirli” ammettono. Perché molti non vogliono essere gestiti: alcuni candidati nei collegi uninominali lo hanno già dimostrato in campagna elettorale, ignorando i suggerimenti. Per questo, vale la pena di guardare dentro la carica dei nuovi 5Stelle

 

Dai tribunali e dalle corsie

In certi collegi rappresentano metà degli eletti, in assoluto sono decine. La categoria più rappresentata tra i parlamentari a 5Stelle è quella degli avvocati. E spiccano alcuni casi. Come quello di Giuseppe D’Ippolito, eletto nel collegio uninominale Catanzaro-Lamezia Terme. Docente universitario, ha ricoperto varie cariche pubbliche. Ma soprattutto è stato l’avvocato di Beppe Grillo, con cui ha collaborato anche per molti spettacoli teatrali. Però è stato anche per dieci anni tra i legali del Monte dei Paschi di Siena. Dettaglio che ha tenuto fuori dal curriculum diffuso per la candidatura, e che è valso accuse di ipocrisia a Di Maio e al Movimento: sempre in forte contrasto con Mps. Però ha funzionato. Come è stata una buona idea accogliere nelle liste medici: tanti. Come la neurologa bergamasca Fabiola Giovanni. Ma il grosso dei camici bianchi a 5Stelle è al Sud, con chirurghi, pediatri e ortopedici. E tra questi c’è Nicola Provenza, chirurgo salernitano, appassionato di calcio (ha il patentino di allenatore di I° categoria). L’uomo che ha battuto il figlio di Vincenzo De Luca, Piero, nel collegio uninominale per la Camera. Ma ci sono anche diversi ingegneri, nella nuova geografia del M5S: come Salvatore Rospi, presidente dell’ordine di Matera.

 

Dall’università docenti e ricercatori

Di Maio ne aveva fatto un’ossessione: “Servono professori”. E sono arrivati. Tanto che il Movimento ha eletto due pezzi pesanti come il professore di Diritto civile a Napoli Ugo Grassi e il suo concittadino Franco Ortolani, geologo, ex docente alla Federico II. Ma ci sono anche diversi ricercatori. Come la neo-senatrice campana Maria Assunta Castellone, oncologa, ricercatrice presso il Cnr, tra i nomi più ostentati per gli uninominali. Ma nell’elenco spunta anche Marco Bella, ricercatore in chimica organica alla Sapienza di Roma, eletto alla Camera a Pomezia (Roma). Blogger del fattoquotidiano.it, due anni fa sul sito rimproverò il blog di Beppe Grillo per aver dato spazio a post sul metodo Di Bella contro i tumori: “È una pessima idea – scriveva – dare credito a pseudocure, perché la salute non ha colore politico”. Ora sarà in Parlamento.

 

Agli ordini: spazio alle divise

Tra i segnali più evidenti della mutazione del M5S c’è il gruppetto di militari candidati. Un’innovazione, per un Movimento nato come antimilitarista, e con un fondatore, Grillo, che in un video sognava “un’Italia fuori della Nato”. Ma ora il M5S, che ha indicato come ministro dell’Ambiente il generale di Brigata dei Carabinieri Sergio Costa, farà entrare delle “divise” in Parlamento. Come il colonnello dell’esercito Antonio Del Monaco, eletto a Caserta, e Maurizio Cattoi, carabiniere, ex comandante del Corpo forestale di Pesaro.

 

Quei cronisti che non sono nemici

Un tempo il blog era tutto una gogna, con il “giornalista del giorno” additato al pubblico, grillino ludibrio. Ma il M5S del 2018 avrà in Parlamento parecchi giornalisti. Tutti sanno di Emilio Carelli, Gianluigi Paragone e Primo Di Nicola. Ma di giornalisti ne entreranno anche altri. Per esempio, il sardo Pino Cabras, già in corsa nel 2014 per la Regione Sardegna nella lista di Michela Murgia. Però il M5S, che pure da regolamento avrebbe dovuto escludere i candidati in altre liste dopo il 2009, è stato di manica larga. E allora via libera a Cabras, storico collaboratore di Giulietto Chiesa. Ce l’ha fatta anche l’olbiese Nardo Marino, ex corrispondente dell’Agi. E ci sono anche giornalisti di tv locali, come la tarantina Rosalba De Giorgi.

 

Contrordine compagni: viva il Movimento

Si parla molto del M5S che ha saccheggiato voti a sinistra. Ma anche nelle liste sono piovuti ex dem e “rossi” vari. È il caso di Vittoria Casa, segretario del Pd a Bagheria del 2008, ex assessore con il sindaco Vincenzo Giuseppe Lo Meo (eletto per il Terzo Polo). Rosso fuoco è invece il passato del neo-senatore calabrese Giuseppe Auddino, candidatosi nel 2010 alle Comunali con la lista Rilanciamo Polistena, contrassegnata dal simbolo con falce e martello. Ma anche sul suo caso il M5S ha chiuso tutte e due gli occhi. Proprio come per l’avvocato sardo Mario Perantoni, che sempre nel 2010 aveva corso per la Provincia con i Comunisti italiani. Però è diventato ugualmente deputato.

 

Sorpresa, il giallo Di De Luca Jr

Dal panico al giallo il passo è breve. Nel pomeriggio è panico. Via whatsapp diventa virale il link dell’elenco degli eletti di centrosinistra pubblicato su Democratica. In quest’elenco, il nome di Piero De Luca non c’è. Scomparso. Depennato. Per dare spazio a un eletto in più in Sicilia, secondo una versione. Perché a Caserta Forza Italia avrebbe strappato un seggio ai dem, secondo un’altra versione. Piero De Luca è stato sconfitto nel collegio uninominale di Salerno e sarebbe stato ‘ripescato’ come capolista del proporzionale di Caserta. Una questione di resti, di quozienti. Sta di fatto che Democratica è l’house organ del Pd e l’assenza di De Luca jr brilla vistosamente. Il presidente della Corte d’Appello non ha informazioni ufficiali da rilasciare e il sito del ministero dell’Interno continua a indicare il rampollo del governatore della Campania Vincenzo De Luca tra gli eletti. In serata è giallo. Il nome di Piero ricompare all’improvviso su Democratica. Eppure dal casertano i dem locali non nascondono le loro preoccupazioni. Sarà una lunga notte. Al momento di andare in stampa le uniche certezze sono queste: è in atto un riconteggio e le notizie che rimbalzano dalla Prefettura di Caserta non sono del tutto tranquillizzanti per De Luca padre, figlio e i deluchiani tutti.

Gustavo Zagrebelsky: “Questo voto è una rivolta contro la politica oligarchica”

Professor Zagrebelsky, che lettura dà del voto del 4 marzo?
Non una rivoluzione, piuttosto una ribellione o, se preferisce, una rivolta. Mi baso non su dati di demoscopia elettorale, ma su personali diffuse percezioni.

Rivolta contro chi o contro cosa?

La psicologia politica democratica è ciclica. Le democrazie, all’inizio, sono sistemi aperti alla larga partecipazione popolare; poi, più o meno rapidamente si rattrappiscono in oligarchie. Le forme possono restare tali, ma i cittadini iniziano a sentirsi estranei in casa propria. Della trasformazione delle democrazie in oligarchie è testimone la storia. La ribellione non è una malattia dello spirito, ma la reazione a un sentimento di spossessamento, tanto più forte quanto più la classe politica è stata sorda e si è costituita in casta. Non appena si toglie il coperchio, arrivano le sorprese.

Se questo è “populismo”, allora equivale alla ribellione delle masse contro le élite?

La parola è carica di valenze negative. Che cosa davvero significhi è difficile dirlo. Di sicuro, chi la rivolge a un altro non vuole fargli un complimento. Senza risalire più indietro, populisti sono stati detti Perón e la moglie Evita in Argentina; papa Giovanni XXIII e papa Francesco; Obama, Trump e Sarah Palin negli Usa; Di Pietro, Berlusconi e Renzi da noi. Insomma, populisti sono sempre gli altri, quando li si teme. Salvo poi, quando serve, scambiare le vesti; così, per esempio, Berlusconi e Renzi, all’inizio esempi di populismo, diventano a un certo punto magicamente gli alfieri dell’anti-populismo. Chi parla di populismo, insomma, parla per frasi fatte e si esonera dal guardare dentro la complessità delle cose. Proporrei di abbandonare la parola tra gli scarti del lessico politico.

Se “guardiamo dentro”, come dice lei, che cosa vediamo?

Possiamo vedere tante cose, ma c’è una costante: si dice populista al leader, al movimento, al partito che, con l’appoggio del popolo, contesta i poteri costituiti. Oggi diremmo: contesta “la casta”. La parola populismo, non ha a che vedere con il conflitto tra idee politiche: si può essere populisti o anti-populisti di destra e di sinistra. Ha a che vedere, invece, con la competizione per il nudo potere. Nella contesa politica, chi più frequentemente la pronuncia appartiene (così rivelando di appartenere) al giro di coloro che si ritengono superiori e perciò pretendono d’impersonare il “buon-governo”. Pochi che sanno contro i tanti che non sanno: oligarchia, per l’appunto. Salvo poi constatare che il bene di tutti finisce presto per coincidere con gli interessi più forti.

E ora?

Mi pare di vedere che siamo pienamente in una fase di diffusa insofferenza nei confronti di questo modo di concepire la vita politica come affare di circoli riservati. Come dicevamo, ribellione di massa contro la cristallizzazione e l’autoreferenzialità di un potere chiuso, lontano, incapace di avvertire le tante ragioni di sofferenza della nostra società. I 5Stelle dovranno ancora chiarire diverse cose circa la propria identità, e non potranno non farlo quando saranno chiamati alla prova del governo. Ciò che, comunque, si può dire fin da adesso, è ch’essi sono una risposta all’insofferenza che caratterizza il ciclo attuale della democrazia di cui parlavo all’inizio.

Che succede, quindi?

Nessuna struttura di potere è immune dal rischio oligarchico. Nemmeno chi ha avuto successo in nome della lotta contro le oligarchie. Vedremo se e come ci si renderà conto del rischio sempre presente d’essere fagocitati.

Si è interrotta la connessione sentimentale con gli elettori?

Miopia politica del ceto politico, direi piuttosto. O forse arrendevolezza, impotenza di fronte agli effetti sociali di un sistema di relazioni dominato dalla libertà della speculazione finanziaria. I diritti sociali conquistati nel secolo scorso si sono progressivamente erosi. I più deboli sono in difficoltà. Il numero dei poveri e degli emarginati cresce.

Facciamo qualche esempio?

Si rinuncia a fare studiare i propri figli; si rinuncia a cure mediche pur essenziali; si cerca altrove la prospettiva d’un futuro; si vive di carità o di espedienti. A fronte di ciò stanno i garantiti, anzi i super-garantiti. Andare all’estero per cercare un proprio futuro non è per tutti la stessa cosa. Per alcuni è questione di sopravvivenza; per altri, è status symbol della upper class. Non sono la stessa cosa il cameriere o il barista, e lo studente del college esclusivo che si prepara a entrare nell’agognato cerchio della finanza internazionale. Lei parla di connessione sentimentale. Come può esserci qualcosa di questo genere quando si fronteggiano precarietà e sicurezza, fragilità e immunità, ingiustizia e privilegio. Sono patetiche illusioni, vuote parole quelle di chi si propone il recupero della fiducia tacendo delle responsabilità maggiori che gravano su chi sta più in alto nella scala sociale. Anche gli atti simbolici sarebbero importanti. Non si risolvono i problemi della finanza pubblica riducendo indennità, emolumenti, regalie varie, ma certo si darebbe un segno importante. È un segno negativo la difesa a testuggine “fino alla sentenza definitiva” dei politici e degli amministratori che incappano in incidenti giudiziari, anche se non è solo su questo terreno che si sconfigge la corruzione dilagata nel nostro Paese.

Tutto questo genera frustrazione?

Certo. Al fondo della piramide c’è una massa di cittadini con difficoltà a vivere il presente e a immaginare il futuro. È irritante sentir dire, per esempio, che il Jobs Act ha creato migliaia di nuovi posti di lavoro: parli con i giovani e scopri che sono lavori sottopagati, a tempo limitato, senza garanzie e spesso aggravati dalla minaccia del licenziamento facile. Spesso non è diritto al lavoro ma sfruttamento.

La democrazia si basa sul consenso: come non capire i rischi di questa cecità?

Le oligarchie si considerano depositarie del verbo. Se dovessimo definire “oligarchia” non solo da un punto di vista numerico, potremmo dire questo: pochi che si sentono tutti. Ma siamo in democrazia e almeno ogni cinque anni si dà voce agli elettori: si può tenere la rabbia sociale sotto un coperchio per un po’, ma arriva il momento in cui il coperchio salta. Ed è esattamente il tempo che stiamo vivendo.

Vuol dire che il coperchio peraltro è saltato nella forma giusta, con la protesta nelle urne.

È saltato democraticamente. Chi ha a cuore la democrazia deve sempre temere che l’insofferenza prenda altre strade, il ricorso all’uomo forte, all’uomo della provvidenza. Per questo è pericoloso soffocare oltre misura l’espressione per vie democratiche di quel sentimento.

Sta dicendo che si sarebbe dovuto andare a elezioni anticipate?

Dico solo che anche a questo riguardo l’impressione che si è avuta è che si sia voluto posticipare il redde rationem elettorale, pur quando ci sarebbe stato più d’un motivo per ridare la parola agli elettori. Se si fosse potuto, le elezioni si sarebbero rinviate a non si sa quando.

Si potrebbe obiettare che sono stati sempre rispettati i meccanismi della democrazia parlamentare.

Certamente. La forma è salva, la sostanza ha scricchiolato.

Nel sentimento di autosufficienza della “casta” quanto pesa la legittimazione dei media?

L’informazione viene considerata o un’alleata o una nemica. Ma chi governa dovrebbe sapere che una stampa indipendente e vigile, né alleata né ostile per principio, alla lunga fa il suo bene, non il suo male. L’aiuta a non cadere nell’autoreferenzialità e a evitare d’essere vittima di “populismo”.

Alla base forse c’è un equivoco che nasce dal desiderio di alcuni giornalisti di far parte del mondo che si deve raccontare.

In un passo di La politica come professione, il celebre saggio di Max Weber, un grande capitano d’industria invita a cena alcuni suoi colleghi e anche un giornalista, lusingato di essere associato a questa cerchia di ottimati. Quando se ne va, il padrone di casa si scusa con gli ospiti per la presenza dell’intruso: “Ho dovuto invitare quello zotico perché prossimamente si occuperà delle nostre cose”.

Veniamo a vincitori e vinti. Proviamo a tracciare la parabola di Renzi dal 4 dicembre al 4 marzo? Nel discorso in cui ha annunciato le sue strane dimissioni ha fatto intendere che tutti i guai derivano dalla vittoria del No al referendum costituzionale.

Chi ha avversato la riforma costituzionale ha capito una cosa semplice: che si trattava, per chi l’aveva promossa, di uno strumento potente per vincere una battaglia politica, legittimarsi plebiscitariamente, rivestirsi d’una corazza anche istituzionale. Ma le costituzioni non possono essere bozzoli del potere. Devono essere limiti e aperture nel potere. Quell’eccesso d’immedesimazione di Renzi e dei suoi non ha fatto che convincere i più a difendere la costituzione esistente.

C’è, secondo lei, un rapporto di continuità tra il 4 dicembre 2016 e il 4 marzo 2018?

Mi pare di sì. Nel referendum costituzionale è prevalso il rigetto della prospettiva della politica privatizzata a vantaggio d’un certo “giro di potere”. È stato la premessa, l’introduzione al secondo atto, l’atto finale. Non avere intravisto lo svolgimento e non essersi messo da parte allora hanno portato al disastro attuale del partito democratico. Ogni cosa ha il suo tempo giusto e i suoi tempi sbagliati.

Molti hanno detto che era materia troppo complicata per il popolo: poteva votare chi ci capiva qualcosa, non l’uomo della strada.

Nei Quaderni Gramsci risponde così a chi gli chiede come possa la democrazia equiparare il voto di Benedetto Croce a quello del pastore della Barbagia: è vero, è ingiusto. Ma la colpa non è del pastore sardo, la colpa è di chi non ha saputo informarlo, creargli una coscienza e una cultura politica. Quanto alla riforma costituzionale, non si è trattato tanto di bicameralismo perfetto, di competenze regionali concorrenti, o di altre delizie di questo genere. Si è trattato d’una operazione di potere tentata con mezzi costituzionali. Per capirlo, non c’era bisogno d’essere professori di diritto costituzionale e, infatti, lo si è capito benissimo. Questo è stato il primo errore di Renzi; il secondo, dopo la sconfitta, l’aver voluto restare al centro della scena. Muoia Sansone e tutti i Filistei: accecamento per megalomania e preludio di rovine.

Direbbe che aveva pur avuto l’investitura delle primarie.

Ma io mi riferisco non solo a lui, anzi nemmeno principalmente a lui. Mi riferisco soprattutto a quelli che gli sono stati vicini, ne hanno approfittato, non sono stati capaci o non hanno voluto aprire gli occhi, innanzitutto a se stessi e poi a lui. Tipico d’ogni oligarchia è di far quadrato anche oltre il tempo massimo. Della sconfitta renziana anche loro, anzi forse loro più di tutti, sono responsabili. Della distruzione della sinistra e del Partito democratico non si faccia di Renzi un solitario capro espiatorio.

Si evoca un possibile governo di scopo per modificare l’ennesima legge elettorale, probabilmente incostituzionale. Se in un’azienda un dirigente venisse incaricato di portare a termine un compito e questo per sei anni la facesse sempre male, che fine farebbe? C’è anche un problema d’incapacità?

No, non credo. Leggendo ciascun comma di queste leggi – Porcellum, Italicum, Rosatellum – è subito chiaro a favore o contro chi è stato scritto. Il ceto politico pensa le norme elettorali come strumenti per fare i conti al proprio interno. Ma le leggi elettorali – sarò ingenuo a pensarlo – devono essere soprattutto nell’interesse dei cittadini. L’elettore non esiste in natura, ciascuno diventa elettore dopo che la legge gli ha dato o negato certi poteri. Tutte le altre leggi non hanno questa intensa caratteristica “definitoria” dei soggetti cui si riferiscono. Le nostre ultime leggi elettorali non sono leggi (solo) mal scritte; sono leggi mal tournées, leggi che guardano cioè dalla parte sbagliata.

Se anche il Rosatellum dovesse essere dichiarato incostituzionale, cosa accadrebbe?

Probabilmente, niente. Il principio di continuità dello Stato, già utilizzato per salvare il Parlamento eletto tramite una legge incostituzionale, può essere utilizzato indefinitamente: si fa una legge elettorale, si elegge un Parlamento, la legge è annullata, il Parlamento continua e fa quel che gli pare, poi magari si fa un’altra legge incostituzionale e si ricomincia da capo. Uno scherzetto, indice d’irresponsabilità democratica. Non può non avere contribuito ad alimentare l’idea di senso comune di essere nelle mani d’un ceto politico autoreferenziale.

Come si può rimediare?

Si poteva sperare nei custodi della Costituzione – Corte costituzionale e presidente della Repubblica – che facessero valere ciò che è ovvio: vera l’esigenza di continuità, ma altrettanto vera la necessità di sanare al più presto il vulnus che si era realizzato al piano più alto delle istituzioni rappresentative.

Molti trovano strano chiedere al Pd e alla sinistra di sostenere un governo con i 5 Stelle. E lei?

Io per nulla. La direzione è quella. Ma ci vorranno tempi lunghi. Quindi avremo modo di riparlarne.

Orlando attacca Renzi, Lotti lo difende: “Sei imbarazzante”

I ministri (uscenti) Luca Lotti e Andrea Orlando se ne danno di santa ragione. La polemica inizia dopo l’intervista in mattinata del Guardasigilli a Radio Capital: “Discutere se fare o no l’accordo coi 5stelle è una trovata mediatica di Renzi per discutere un’altra cosa invece di quello di cui bisognava parlare: cosa fare dopo una disfatta storica”. La risposta di Lotti è particolarmente acida: “Ha ragione il ministro Orlando quando chiede un dibattito nel Pd, sul Pd. Almeno, così, avremo modo di parlare di chi ha perso nel collegio di residenza ma si è salvato col paracadute (come Orlando, ndr) di chi non ha proprio voluto correre e di chi invece ha vinto correndo senza paracadute (come Lotti, ma nel collegio blindato di Empoli, ndr). Sentire pontificare di risultati elettorali persone che non hanno mai vinto un’elezione è imbarazzante”.

Il tenore del grazioso scambio di battute descrive nel miglior modo possibile il clima che si respira al Nazareno in queste ore”. La controreplica di Orlando arriva durante una chiacchierata con i suoi collaboratori più stretti: “Lotti attacca me per mandare un messaggio ai renziani in fuga”. Si attendono ulteriori puntate.