L’8 marzo al Colle tra un selfie con Di Maio e una carezza di solidarietà alla Boschi

Luigi Di Maio, sorriso a 360 gradi, tutto un selfie e una stretta di mano, è seduto in prima fila, poi fa un rapido giro di saluti e se ne va. Maria Elena Boschi, aria palesemente tesa, interviene, si intrattiene e se ne va per ultima. Ci sono le mimose all’ingresso del Quirinale, per l’8 marzo, giornata internazionale della donna. Una delle poche certezze. Nella Sala dei Corazzieri, dove si svolge la cerimonia, tutti si interrogano sul futuro: le elezioni hanno introdotto una serie di variabili inedite e imprevedibili. Pure la musica scelta non è esattamente in linea con le tradizioni: Chiara Civello, cantautrice esegue brani tipo Io che amo solo te. Quando viene annunciata Boschi, sottosegretaria a Palazzo Chigi con delega alle Pari opportunità, qualcuno del pubblico commenta con sdegno: “Incredibile”.

Il parterre è parecchio istituzionale: le gesta della premiata ditta Renzi-Boschi vengono individuate come la principale causa che ha portato all’incertezza odierna, rispetto al mantenimento di un potere consolidato da decenni. Sobrio vestitino a pois e tacchi a spillo, Boschi parla per pochi minuti: tono basso e voce che a tratti pare cedere. Inizia citando l’anniversario della Costituzione, “sulla quale abbiamo costruito i nostri valori”. Per quella che voleva essere la madre costituente di una riforma bocciata dai cittadini suona quasi un paradosso. Fa un elogio della Carta e del ruolo delle donne tanto nella sua elaborazione che nella “guerra di Liberazione”. Ripresero allora, le donne, il percorso di emancipazione interrotto dal fascismo. La scelta di fare un discorso come questo, in un momento in cui ogni messaggio è interpretato in chiave post-elettorale, è apparso ai quirinologi una dichiarazione espressa per conto di Matteo Renzi: no al governo con Matteo Salvini.

Va detto che pure il passaggio in cui il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, cita la legge Merlin, che smantellò le case chiuse, viene considerato un attacco allo stesso Salvini che in campagna elettorale ha promesso di riaprirle. Al ricevimento, il leader leghista è il grande assente: invitate solo le cariche istituzionali. “Le donne hanno saputo tenere ben in vista gli interessi generali, anche quando le dinamiche dei partiti inducevano alla contrapposizione e al conflitto”, dice il presidente. Invito indiretto a Maria Elena Boschi a lavorare per l’unità e non per la divisione.

In prima fila c’è Pietro Grasso, presidente del Senato. Ma manca Laura Boldrini, presidente della Camera. La cerimonia scivola via rapida e il protagonista diventa Di Maio. Al centro di ogni capannello, ricorda l’esordio di Renzi al Quirinale per gli auguri di Natale del 2013. Era appena diventato segretario del Pd, di lì a poco sarebbe stato premier: scelse un abito grigio chiaro, sfidando la prassi del vestito scuro. Outsider protagonista. Ora quel ruolo spetta a Di Maio. Lui è abbastanza a suo agio da salutare Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm, con una battuta: “Ciao Giovanni, sei pronto a diventare presidente del Csm?”. L’altro, spiazzato, ride. Di Maio, accompagnato dalla sindaca di Roma, Virginia Raggi, saluta Mattarella e se ne va tra i primi. Valeria Valente, Carla Cantone, Lucia Annibali e Beatrice Lorenzin si avvicinano a Boschi, le stringono la mano, in segno di solidarietà per la disgrazia politica in cui è caduta, e loro con lei.

Qualche metro più in là Loredana De Petris, Lucio Malan, Antonio De Poli e Roberta Pinotti, fronti opposti, ma vecchie conoscenze da plurime legislature in Parlamento, si scambiano opinioni sul governo che verrà. “Serve tempo”, dice De Petris. Giorgio Napolitano si muove un po’ spaesato. “Le elezioni? Bisogna capire che è successo”. Tra una tartina e un succo di frutta, la sala si svuota. Davanti allo scalone, si intrattiene la Boschi. Anche a Natale fu l’ultima ad andarsene. Del doman non v’è certezza. Soprattutto per lei.

Dai conti alle nomine dalla Libia all’Ue: tutti i dossier aperti

Senza un nuovo governo si può sopravvivere un po’ ma non, per definizione, governare. Al Quirinale ne sono ben consapevoli e sanno che l’agenda dei prossimi mesi è fitta. Alcune cose le potrà gestire l’esecutivo Gentiloni, anche se in carica solo per gli affari correnti, altre invece no.

 

CONTI PUBBLICI. Ad aprile il governo deve approvare il Def, il documento di economia e finanza che definisce il quadro dei saldi di bilancio all’interno di cui si inserirà la legge di Stabilità in autunno. Come nel 2012 quando il Def venne scritto dal governo Monti dimissionario, con Vittorio Grilli al Tesoro, anche in questo caso se ne occuperanno il premier Paolo Gentiloni e il ministro Pier Carlo Padoan. La questione più delicata, cioè evitare l’aumento dell’Iva già previsto da 12,5 miliardi nel 2019, può essere rimandata all’autunno, ma non oltre il 15 ottobre quando bisogna spedire a Bruxelles l’impianto della legge di Bilancio.

 

MANOVRINA. Resta l’incognita della manovra correttiva: l’Italia sostiene di aver adottato misure che riducono il deficit strutturale nel 2018 dello 0,3 per cento rispetto al Pil, invece che lo 0,8 richiesto dai parametri europei. La Commissione europea ha dato il via libera allo 0,3, ma teme che non andremo oltre lo 0,1%. A maggio potrebbe chiedere quindi una correzione. Ma se l’incertezza politica permane, la decisione sarà rinviata (c’è il precedente della Spagna). “Specialmente per l’Italia, che ha il secondo debito pubblico più alto dell’Ue, è importante che si resti sui binari di una politica di bilancio responsabile”, avverte intanto il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, uno dei più attenti alle ragioni del rigore.

 

POLITICA EUROPEA. L’ordinaria amministrazione non basta invece per fare un’efficace politica europea. Non tanto per il tentativo – fallimentare – di strappare la sede dell’agenzia Ema all’Olanda, quanto per gestire la riforma della governance dell’eurozona e il futuro dell’unione bancaria. L’Italia è stata assente da un negoziato che si è svolto tutto sul solito asse franco-tedesco fino a due giorni fa quando otto Paesi filo-tedeschi, guidati dalla solita Olanda e con Svezia e Finlandia, hanno presentato un documento per arginare la linea del presidente francese Emmanuel Macron: basta cessioni di sovranità a Bruxelles. Gli unici passi avanti che l’asse del Nord auspica sono sull’unione bancaria, con i limiti alla quantità di titoli di Stato di ciascun Paese che le banche possono detenere. Qualunque misura di questo tipo sarebbe pericolosa per l’Italia perché renderebbe più difficile vendere il debito.

 

BREXIT. Un altro dossier dove servirebbe peso politico – e dunque un governo vero – è la riforma del bilancio europeo: l’uscita del Regno Unito dall’Ue lascerà un buco da 10 miliardi di euro ogni anno. L’Italia rischia di trovarsi a pagare di più e a ricevere meno. Ma a seconda di come vengono ripartiti i tagli inevitabili ai trasferimenti comunitari l’Italia potrebbe trovarsi a soffrire parecchio, soprattutto al Sud.

 

LIBIA. Tra le preoccupazioni maggiori del Quirinale c’è il destino della Libia. Il capo dello Stato Sergio Mattarella ha propiziato l’immediata proroga dei vertici dell’intelligence in scadenza tra un mese: Alberto Manenti potrà continuare così per un anno a guidare l’Aise, i servizi segreti esteri, che è stato il braccio operativo sul terreno delle politiche del ministro dell’Interno Marco Minniti. Il precario equilibrio costruito con le tribù libiche che ha permesso di arginare il flusso di migranti dovrebbe quindi durare. Ma non basta. L’Italia in questi anni ha costruito consenso internazionale intorno al premier di Tripoli Fayez al Serraj, Gentiloni fu il primo ministro a visitarlo dopo l’insediamento. Ma l’opera di state building in Libia è ben lontana dalla conclusione: se l’Italia perde l’iniziativa politica, nel vuoto si espanderanno altri attori, come il generale Kalifa Haftar in Cirenaica, sempre più vicino alla Russia di Vladimir Putin.

 

NOMINE. Nei prossimi mesi ci sono da assegnare poltrone con un notevole peso politico, tutti i partiti mal tollererebbero che fosse il governo Gentiloni a gestire la pratica. Si va dall’Autorità dell’energia alla scadenza di Daniele Franco come Ragioniere generale dello Stato alla scelta dei nuovi vertici della cruciale Cassa depositi e prestiti in aprile. Se poi si dovesse andare a nuove elezioni, ci sarebbe un bel problema in Rai: il cda scade a luglio, chi decide i nuovi membri (e a cascata i direttori dei tg) in campagna elettorale?

Un governo entro giugno. L’appello del Colle (al Pd)

Non è un caso che ieri, nel suo discorso al Quirinale per la festa delle donne, il capo dello Stato abbia indicato il fatale 1975 quando, un anno dopo il referendum sul divorzio (che sancì la fine del leader dc Amintore Fanfani, cui spesso è stato accostato Matteo Renzi), ci fu un “compromesso alto” per la riforma del diritto di famiglia. Parole che hanno preceduto un appello alla “responsabilità” per “tutti” nell’interesse generale del Paese e che di fatto conducono poi al 1976. Ossia all’anno delle elezioni del 20 giugno e al successivo governo Andreotti III, noto come il governo della non sfiducia, per la storica decisione del Pci di astenersi e garantire la sopravvivenza di un esecutivo tutto democristiano.

A distanza di 42 anni, la nuova solidarietà nazionale potrebbe essere quella tra M5s e Pd, nonostante i muri alzati in queste ore dai democratici, dai renziani ma anche pubblicamente dal Guardasigilli Andrea Orlando, prima fila della minoranza. La formula della “non sfiducia” è bene in evidenza nel dossier preparato al Colle sulla prassi seguita dai presidenti della Repubblica in 70 anni di consultazioni e la risposta stizzita di Luca Lotti, ministro dello Sport e numero due del renzismo, al Quirinale conferma che il Pd ha percepito l’appello alla responsabilità come rivolto soprattutto al Nazareno.

Questo il commento di Lotti su Fb: “Se vogliamo essere seri, siamo pronti come sempre ad ascoltare le parole del Presidente Mattarella e il suo appello alla responsabilità. E forse anziché parlare del Pd – che ha perso e starà all’opposizione – è arrivato il momento di vedere cosa vogliono fare i vincitori Salvini e Di Maio”. Sono il corollario alla surreale conferenza post-elettorale dello stesso segretario del Pd, con l’attacco al presidente della Repubblica per non aver dato a Renzi il voto anticipato nel 2017 e adesso indicato dai renziani come presunto promotore di un accordo tra i grillini e il Pd derenzizzato.

In realtà, non esiste alcun “partito di Mattarella” tra i democratici che lavorano a questa ipotesi. Non è un mistero per nessuno, ormai, che il capo dello Stato agisce in netta discontinuità, se non rottura, con l’attivismo del suo predecessore. Mattarella ripete sempre ai suoi interlocutori che è un parlamentarista convinto e per quanto riguarda la dinamica delle consultazioni (a partire dal 2 aprile, il giorno di Pasquetta) aspetta di capire in base a quale accordo si eleggeranno i presidenti delle Camere, che si insedieranno il 23 marzo.

Ovviamente anche al Quirinale, in questi giorni, risuonano nomi e scenari, ma le riflessioni del presidente si tengono ben lontane da qualsiasi forma di moral suasion nei confronti dei partiti. Non è più il tempo, appunto, dell’attivismo presidenziale di Napolitano.

Piantati questi rigidissimi paletti, le riflessioni del Colle potrebbero essere lambite da inquietudini europeiste a proposito della Lega di Matteo Salvini. Circola, per esempio, in modo insistente il nome del leghista Roberto Calderoli per la presidenza del Senato, cioè la seconda carica dello Stato, presidente supplente. Dotato di “qualità” tecniche nella gestione dell’aula, riconosciutegli anche dagli avversari, Calderoli però è l’uomo del Porcellum, l’autore di una legge elettorale che egli stesso ha definito una “porcata”, nonché l’indossatore della maglietta contro Maometto che provocò incidenti in vari Paesi arabi. Non proprio l’ideale per quella poltrona. Così come un’altra questione è l’ambiguità spregiudicata di Renzi, che mira a destabilizzare il già precario e incerto quadro politico uscito dalle elezioni. Non solo. E se Renzi corresse di nuovo alle eventuali primarie del Pd, puntando alle elezioni europee del 2019?

Quesiti e dubbi che si accavallano in vista della delicata fase delle consultazioni e che investono pure il M5s. Tra Camera e Senato, i grillini vantano un corposo gruppo parlamentare: ben 333. Ci sono garanzie solide sulla loro tenuta globale? Questo è dunque il viatico del Quirinale. L’obiettivo potrebbe essere quello di varare un governo della non sfiducia entro la fine di giugno. Nel frattempo il premier Gentiloni e il ministro dell’Economia Padoan affronterebbero il dossier della manovra di aprile, con un esecutivo dimissionario, mentre qualche preoccupazione destano la partecipazione e il relativo peso di Angelino Alfano, titolare degli Esteri, al processo di pace in Libia.

E se poi, all’inizio dell’estate, il bilancio di consultazioni e trattative sarà negativo, il Quirinale non potrà che prenderne atto con lo scioglimento anticipato.

Consigli non richiesti

Siccome saper vincere è ancor più difficile che saper perdere, azzardiamo qualche consiglio non richiesto a Luigi Di Maio e ai 5Stelle. Che di solito leggono pochino, ma hai visto mai.

1. Decidete una volta per tutte cosa volete fare nella vita. Se – come sembra – volete governare per davvero, levatevi subito quella faccia da padroni del vapore che qualcuno di voi ha messo su dopo la vittoria alle elezioni. E fatevi, in questo e solo in questo, un po’ più democristiani di quanto già non vi siete fatti: più umili, duttili, elastici e generosi. Che avete stravinto lo sanno tutti, che senza di voi è quasi impossibile fare un governo lo dicono i numeri, dunque è inutile continuare a ricordarlo con le espressioni del volto e le smargiassate tipo “Sono gli altri che devono venire a parlare con noi”. Anche perchè, se poi non ci viene nessuno, toccherà a voi andare a parlare con qualcuno.

2. Non abbiate fretta. Al Quirinale c’è un signore che ha i tempi biblici della Dc e di Santa Madre Chiesa e sa benissimo quel che presto imparerete anche voi: il tempo lenisce ogni ferita e smussa ogni angolo, quindi oggi la migliore cura è il rinvio.

3. Ottima la scelta di non rispondere al telefono ai leghisti che vi cercano: un’alleanza con Salvini (data per certa dai giornaloni, dunque falsa) era già contro natura prima, ma lo è ancor di più dopo il voto. Salvini aspira a fare il capo del centrodestra e non ha interesse a uscire da quel perimetro. E voi, svuotando il Pd, avete incamerato altre centinaia di migliaia di elettori di centro e di sinistra. Quindi il vostro, di perimetro, non può che essere quello un tempo presidiato dal centrosinistra.

4. Lasciate perdere le riforme costituzionali, anche parziali, che vi alienano le simpatie di tutto il mondo del No al referendum di Renzi e comunque non otterrebbero mai il 51% né tantomeno i due terzi in un Parlamento così balcanizzato. Il vincolo di mandato e anche il lodo Zagrebelsky (dimissioni dal Parlamento per chi passa dall’opposizione alla maggioranza o,più raramente, viceversa) hanno un senso nei sistemi maggioritari, dov’è chiaro il confine fra maggioranza e opposizione. Non nel proporzionalismo incasinato del Rosatellum, dove voi stessi, per governare, dovete chiedere aiuto alla concorrenza.

5. Parlate poco di formule e molto di contenuti. Dopo la Direzione Pd di lunedì, quando si capirà – forse – chi comanda in quel manicomio, presentate ai Dem, ai loro satelliti e a LeU una proposta che non possano rifiutare. Cioè 10 cose concrete e praticabili da fare insieme.

Cioè: reddito di cittadinanza (magari in forma graduale) al posto degl’inutili 80 euro, delle altre mance renziane, dei soldi a pioggia alle grandi imprese e dell’abolizione dell’Imu sulle prime case dei benestanti e dei ricconi; ripristino dell’articolo 18 là dove c’era prima di Renzi; norme draconiane contro la corruzione e l’evasione (valgono due o tre manovre finanziarie); legge blocca-prescrizione dei reati; legge elettorale per restituire il diritto dei cittadini di scegliersi i parlamentari, con modico premio di maggioranza; chiusura del Tav Torino-Lione, inutile per lo stesso Osservatorio del governo; nuove norme sull’immigrazione, per una gestione ordinata e rigorosa dei flussi, un’accoglienza alla tedesca e un accesso più facile a chi viene per lavorare (magari, perchè no, confermando Minniti al Viminale). Se poi il Pd rifiuterà, dovrà spiegare il perchè agli elettori superstiti.

6. Anticipare gli aspiranti ministri è stata una mossa elettorale vincente, ma alcuni di essi possono accontentarsi di fare i sottosegretari. Ora che la possibilità di un governo è concreta, allargate la squadra a personalità prestigiose che difficilmente potevano dirsi disponibili prima del voto. Vi aiuterebbero a raggiungere meglio i mondi e le culture che arricchiscono sempre, a prescindere dai tornaconti del momento.

7. Aiutare il riconfermato governatore del Lazio Zingaretti a completare la sua maggioranza (che per ora non c’è) su un programma condiviso faciliterebbe il dialogo col Pd derenzizzato e darebbe una mano alla sindaca Raggi su tutti i problemi di Roma che investono la Regione, come già avviene in Piemonte con la collaborazione fra Chiamparino e la Appendino.

8. Ignorate le sirene dei poteri forti voltagabbana che vi blandiscono per mangiarvi vivi, ma anche le scomuniche dei residuati bellici dei giornaloni, che hanno digerito senza neppure un ruttino due governi Pd-Berlusconi e altrettanti Pd-Verdini e ora fanno gli schizzinosi su Di Maio. La loro credibilità agli occhi degli elettori, vedi il referendum costituzionale e le elezioni di domenica, è zero.

9. Non esagerate col doppiopetto e la moderazione: giusto cambiare linguaggio ed evitare gli insulti del passato, ma senza annacquare alcuni punti fermi del programma: gli elettori vi hanno votati per quelli, oltrechè per affossare questo sistema marcio. Anche da Palazzo Chigi, se mai ci arriverete, si può essere di vaffa e di governo.

10. Avendo mandato tutti a fare in culo (peraltro ricambiati con gli interessi) e non avendo mai inciuciato con nessuno, voi 5Stelle siete gli ultimi con cui tutti gli altri vorrebbero fare un governo. Ma fra qualche settimana gli altri, belli comodi sui loro Aventini a vedere l’effetto che fa il loro Rosatellum studiato apposta per l’ingovernabilità, capiranno che il cerino acceso è nelle loro mani e che l’alternativa è votare subito. Cioè rimettere in gioco la poltrona faticosamente arraffata e rischiare l’estinzione definitiva. E allora saranno pronti a tutto: non solo a scordarsi i vaffa, ma anche mandarsi a fare in culo da soli.

L’Italia che non ti aspetti vive (e lavora) di notte

“Torno alle mie origini, ricomincio a fare il cronista di strada per raccontare un’Italia che in pochi conoscono: quella notturna”. Salvo Sottile, conduttore di “Mi manda Rai Tre”, debutterà il 19 marzo in seconda serata con un nuovo programma, “Prima dell’alba”. Ogni lunedì, per sette puntate – di cinquanta minuti l’una – accompagnerà gli ascoltatori alla scoperta di un universo fatto non soltanto di divertimento: “Tutte le mattine, alle 4 – spiega il giornalista – ci sono i sikh indiani di Latina che inforcano la bicicletta e raggiungono i campi di pomodori. Pedalano per cinquanta minuti e poi vengono pagati 4 euro l’ora. Racconteremo loro, come pure la vita di un uomo che cambia le lampadine ai lampioni”. Non solo: “Ci sono donne di tutte le età che di notte abbandonano i mariti nei loro letti e vanno nelle sale Bingo a giocare, con la speranza di vincere un jackpot di dodici mila euro”. E poi, naturalmente, il sesso: “Andiamo alla scoperta dei locali notturni, nei quali la gente si traveste da animale”. È un’Italia che incrocia cinque città diverse e Sottile, vestito sempre nella stessa maniera, avrà la possibilità di entrare in una porta di Milano e uscire a Taranto. Tutto, va da sé, “prima dell’alba”.

“Dopo una sfiga dietro l’altra, ho scoperto di essere scrittore”

A volte i like sui social network possono anche trasformarsi in migliaia di copie vendute. È quanto successo a Roberto Emanuelli, scrittore romano di 38 anni di nuovo in libreria con Davanti agli occhi (Rizzoli), fenomeno da “Mi piace” e cuoricini virtuali che da qualche anno conquista follower sul web grazie ai suoi aformismi mentre nelle librerie i suoi lavori vanno a ruba.

Autore di romanzi esploso tardi, ma anche star dei social network. Un marziano arriva oggi sulla Terra e lei come gli spiega la sua storia?

Faccio prima a dirgli che è un miracolo. Alla fine del 2012 mi è capitata una sfiga dietro l’altra: mi sono lasciato con la mia compagna, ho avuto problemi a lavoro e sono dovuto tornare a vivere con mia madre perché non avevo soldi per mantenermi fuori. C’era un tavolo che sporgeva sopra il divano-letto su cui dormivo e ricordo che tutte le mattine ci sbattevo la testa.

Una metafora di quel periodo. Poi?

Poi la svolta. Mi ero stufato del mio lavoro nelle assicurazioni e un giorno, per caso, ho aperto un blog e iniziato a scrivere cose molto personali, per esempio raccontando la morte di mio padre. Non so ancora spiegarmi come, ma ho iniziato a ricevere migliaia di commenti, sentivo che ero apprezzato e tutto ciò mi ha dato la forza per iniziare a scrivere.

Già due romanzi in pochi anni.

Sì, ma all’inizio Davanti agli occhi me lo sono dovuto autopubblicare, prima che Efesto e Rizzoli decidessero di ristamparlo. Nel frattempo E allora baciami ha venduto più di 120.000 copie e sui social pubblicavo piccoli estratti dei libri, frasi che potevano essere isolate e venivano ricondivise da migliaia di persone.

Solo ragazzine impazzite? Si sa come funziona coi social.

Alt: non sono mica uno youtuber! È vero, il mio pubblico è quasi tutto femminile, ma la maggior parte ha più di 25 anni.

Sapere che i suoi aforismi hanno successo sui social condiziona il modo in cui scrive i romanzi?

Un po’ sì, nel senso che cerco sempre di scrivere il miglior romanzo possibile, ma poi faccio attenzione che ci siano anche dei passaggi da isolare. Devono essere diretti e semplici, definiamoli pop.

Non ha paura di diventare uno scrittore usa e getta? Dobbiamo aspettarci un cambio di stile nei prossimi anni?

So che in tanti non mi perdonano il successo, soprattutto sui social, ma non mi interessa. Il parere dei critici mi scivola addosso, tanto ormai non li considera più nessuno. Mi dà fastidio però quando giudicano senza conoscere me e il mio pubblico. Ma non cambierò lo stile: mi interessa scrivere in modo efficace e fruibile da tutti.

Sui social lei è un “condivisore” seriale. Mai pensato di disintossicarsi?

No, per fortuna non ne ho mai sentito il bisogno. A volte scrivo più volentieri, per sfogarmi, mentre altre ammetto che lo devo fare per lavoro e per promuovere i miei libri. Ma in ogni caso non è mai un problema.

Come ritrova quel pubblico fuori dagli schermi?

La cosa che mi fa sentire “rockstar per un momento” è quando vedo persone che si sono tatuate alcune delle mie frasi. Per il resto le presentazioni del libro stanno andando bene, vengono sempre centinaia di persone.

Di donne, intende dire.

Sì, ma non sono mai moleste negli approcci. Giusto un paio di volte abbiamo sfiorato lo stalking, ma si sono tutte fermate per tempo.

Progetti in vista?

A settembre uscirà un terzo romanzo, ancora con Rizzoli. Si chiamerà Buonanotte a te, ma preferisco non anticipare altro. Una promozione per volta è già abbastanza.

Margi e Anna, il cuore ferito guarisce anche nei giorni grigi

Margi ha dietro a sé tre mesi di ospedale. Deve starsene ancora un po’ lì, nel letto, ma più che curarsi l’osso del collo – ha avuto un incidente – c’è un più urgente malanno da sanare, quello dello spirito, e la giusta medicina, lei che da Francesco s’è sentita dire “credo di non amarti più”, lo trova nella sua compagna di degenza.

Ecco la trama di Fai piano quando torni. È il romanzo di Silvia Truzzi, una firma che i lettori del Fatto Quotidiano ben conoscono e della quale, adesso, potranno apprezzarne una prova d’arte mozzafiato, tutta di dolcezza e stupore.

Ed ecco, in Fai piano, la monade sottile che diventa due: la protagonista che si chiama Margherita – Margi per gli intimi, e i lettori sono a buon diritto tali – e poi Anna, una signora settantenne, che ogni settimana scrive una lettera a Nicola (e ne legge una di lui, nel viceversa circolare dell’abbraccio di sollecitudine, ascolto e parola chiamato amore). Il vuoto e il colmo in una stanza. È stato scritto ieri, Fai piano, per continuare nell’immaginazione, nel sentimento e nell’immedesimazione dei lettori. L’assenza nella vita di Margi – tempo prima era rimasta incinta, perdendo il figlio dopo cinque settimane – e un’esistenza stipata di vita quella della signora Anna che come un elisir, goccia dopo goccia, vince la ritrosia di Margi per travolgerla nel giorno dopo giorno con la propria storia.

Una monade che si fa due, l’incontro tra le due donne. Margi non perdona al destino di non avere più l’amatissimo padre, morto troppo presto, mentre con la madre – bellissima, elegante – ha un rapporto di duro conflitto. La storia di Anna è quella di una donna assai povera, mandata a servizio a nove anni a casa di una nobile famiglia dove imparerà a vivere, a cucinare e a leggere e scrivere per volere del “democratico” conte. L’amore suo è Nicola, un carabiniere napoletano che non potrà sposare per il veto oppostole dai genitori: “Un meridionale, mai”. I giorni di Margi sono come le suture tra un passo e il seguente, indifferente se grande o piccolo, per arrivare alla terra salda della serenità. Amava Margi, ama – nell’assenza – Anna. Nicola finirà per sposare un’altra donna, Nunzia, e Anna ripiegherà su un uomo rozzo e violento continuando ad amare per tutta la vita Nicola e non interrompendo mai con lui il rapporto epistolare. Entrambi avranno dei figli. Anna una sola, Raffaella, ricca, fredda e che disprezza madre e padre, troppo poveri.

Anna versa a Margi tutta la sua vita. È orgogliosa di sé: la servetta di una volta è riuscita ad aprire un negozio a Bologna dove si fanno le migliori lasagne del mondo. In ospedale Margherita riceve le visite dello psicologo che deve aiutarla a uscire dalla sua depressione, ma lei lo disprezza, le sembra una collezione di luoghi comuni. Quando Margherita poi verrà dimessa – guarda un po’ – riceverà un messaggio dello psicologo dell’ospedale che vuole rivederla. Ha preso una sbandata per lei, e Margi tronca ogni rapporto.

Il pensiero di Francesco, l’uomo che credeva di non nutrire più amore per lei, le bussa sempre in petto. Una sera Margherita rientrando a casa della madre dove è tornata a vivere, lo trova seduto in giardino. Francesco si ricorda ancora dell’abitudine della madre di lei: una copia delle chiavi dietro la siepe del giardino di casa. Vedendolo ha un tuffo al cuore, non l’ha mai dimenticato: fa piano quando torna, appunto, e…

Ecco, è stato scritto ieri Fai piano quando torni per continuare oggi, domani e poi restare nel vivo sentire dei lettori perché la forma romanzo – nella limpida e compiuta costruzione della lingua – descrive la traiettoria propria del respiro.

La prosa di Silvia Truzzi è ipnotica. Ogni suo periodare – nei dialoghi e nelle scene – è un mantra cui chi legge porta se stesso. Ed è come quando si narra di una favola che impiega anni e anni per sbocciare tra i giorni grigi. E la favola, nella grazia di un libro – la letteratura è arte, e Truzzi questo fa – pur seminata tra le lenzuola di un letto d’ospedale, va a gettare un fusto che quasi esplode in una smagliante festa di fiori. Manco fosse Capri, anzi, proprio a Capri.

Sarà Tempo di donne: Milano rilegge il #MeToo

MeToo, dice Tempo di Libri edizione seconda, saltando provvidamente sul carrozzone rosa nel giorno inaugurale della fiera milanese. Dopotutto è l’8 marzo, Giornata internazionale della donna, e tra un’odorosa mimosa e un fiocchetto bianco ci sta bene pure un libro, con buona pace di Rousseau, che pontificava: “Ogni ragazza troppo amante della letteratura resterà zitella per tutta la vita”.

Che leggere nuoccia alle fanciulle è stato spesso un pregiudizio “di sinistra”, ma lasciamolo ai misogini compagni giacobini: oggi è Tempo di Donne, ovvero la prima delle Cinque Giornate fieristiche, che ospiterà naturaliter incontri, dibattiti e presentazioni del o sul mondo femminile. Dopo il taglio del nastro ufficiale, si parte alle 11.30 con “Un patto per la parità e contro la violenza di genere”, cioè la sigla di un protocollo condiviso da alcune amministrazioni comunali, tra cui Milano, con il sindaco Giuseppe Sala e la delegata per le Pari opportunità Daria Colombo, e Bologna, qui rappresentata dalla consigliera Pd Simona Lembi. Officia Geppi Cucciari.

Se a parlar d’amore ci saranno Elda Lanza e Silvia Truzzi, sul sesso la butteranno Valeria Parrella e Natalia Aspesi; intanto, Abdulaziz Ali Alghareeb si confronterà con la professoressa di letteratura araba Isabella Camera D’Afflitto sul “Presente e il futuro della donna saudita”: non così rosa, visto che l’ospite è un uomo.

L’European Writing Women Association – che riunisce scrittrici, giornaliste, sceneggiatrici, traduttrici, editor, blogger e operatrici culturali – porta in fiera il vincitore della prima edizione del “Premio letterario EWWA”, indetto giusto in Tempo di neofemminismo, mentre Elena Salvi (Pepe Research) e Laura Donnini (HarperCollins) discuteranno di disparità di genere nell’industria libraria con il focus “Leggere è donna, scrivere è maschile”. Signore e signorine, infatti, sin da bambine leggono più dei coetanei, eppure hanno difficilmente accesso a incarichi e responsabilità nella filiera produttiva editoriale, il cui fatturato si regge appunto sulle lettrici. Siamo ancora a Flaubert e Madame Bovary, insomma, ma a fine giornata arriva Milena Gabanelli.

Il filo rosso muliebre attraverserà anche i prossimi giorni di Tempo di Libri: sempre di disparità di genere, ma sul fronte squisitamente letterario, si parlerà domani con Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Giusi Marchetta, Bianca Pitzorno, Luigi Spagnol e Antonio Prudenzano. “Nonostante la qualità dei testi pubblicati”, si legge nella presentazione dell’incontro, “una parte del mondo letterario continua a non riconoscere alle opere scritte da donne la stessa importanza riservata a quelle di autori uomini”.

L’editoria è sessista? E come siamo messi a libertà di stampa? Si chiederanno, sempre domani, Marco Lillo, Paolo Mieli, Cinzia Monteverdi e Andrea Scanzi, commentando la vicenda dei Pentagon Papers (pubblicati in Italia da Aliberti) e il coraggio e l’intraprendenza dell’editrice Katharine Graham. Attese in fiera anche le bestselleriste Francesca Cavallo ed Elena Favilli, che presenteranno in anteprima il II volume delle Storie della buonanotte per bambine ribelli (Mondadori).

Strizza l’occhio al movimento internazionale antimolestie #MeToo, nato a Hollywood qualche mese fa, la tavola rotonda con Cristiana Capotondi (che pur era stata al fianco di Fausto Brizzi nell’affaire nostrano, “senza averlo però difeso”), Marco Tullio Giordana e Cristiana Mainardi, rispettivamente primattrice, regista e sceneggiatrice del recente film Nome di donna.

Da non perdere, sabato 10 marzo, un curioso dibattito sui “modelli di femminilità dei cartoni animati, da Biancaneve a Rapunzel”, con Cristina Vangone, autrice di Principesse delle mie brame . Identità di genere e cartoon (Effatà): “Le protagoniste dei film Disney sono andate emancipandosi con il tempo, esattamente come la società. Se in Biancaneve troviamo molti stereotipi, ad esempio l’identificazione del bene con la bellezza, con Mulan e Pocahontas le eroine si fanno guerriere, anche se solo per un momento. Rapunzel, di tutte, è la più audace perché lotta senza però rinunciare alle sue vesti femminili: non ha bisogno di travestirsi da uomo, di fingersi maschio né di brandire una spada. La sua arma è una padella”. Resta solo da capire se Elsa di Frozen sia lesbica o no.

La Siria tra massacri e ritorni in nome di Assad

Jaysh al Islam (Martiri delle Brigate Islamiche), gruppo armato attivo nella Ghouta orientale, ha rivendicato l’abbattimento dell’aereo cargo militare russo precipitato due giorni fa in Siria: 39 le vittime.

In un comunicato diffuso dal giornale libanese Ad Diyar, vicino al governo di Damasco alleato della Russia, si riporta il testo della rivendicazione: l’autenticità non può essere verificata in maniera indipendente. Jaysh al Islam afferma che quattro dei suoi membri si sono infiltrati nell’aeroporto militare russo di Hmeimim, vicino al porto mediterraneo di Latakia, e hanno aperto il fuoco sull’aereo quando era in procinto di atterrare all’altezza di circa 100 metri dal suolo. È solo l’ultimo episodio della guerra che riguarda la zona orientale a ridosso della capitale e che per alcuni è la replica di quanto avvenuto ad Aleppo. La costante restano i civili caduti sotto i bombardamenti orchestrati dal regime di Assad e a causa degli attentati dei ribelli sunniti.

Sembra di rivivere gli ultimi giorni della caduta della ‘città del sapone’, alla fine del 2016, quando neppure le scene di orrore riuscirono a bloccare i raid, con l’occidente pronto ad indignarsi e l’Onu a chiedere, spesso invano, corridoi umanitari. Oggi Aleppo est (altra analogia con la Ghouta est), svuotata dei ‘cattivi’, sta cercando di tornare alla normalità e Damasco dovrebbe seguire lo stesso percorso.

Statistiche aggiornate, parlano di un rientro a casa di 700 mila siriani nel 2017, la maggior parte da Libano e Giordania. Su questo filo sottile corre la propaganda di parte e si mostra la totale inutilità degli organismi internazionali: “Il regime siriano di Bashar al-Assad sta pianificando l’Apocalisse dopo Ghouta est, l’inferno in terra. Il conflitto siriano è entrato in una nuova fase di orrore, per compiere altri massacri”. A dirlo è l’Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad al-Hussein. Parole destinate a cadere nel vuoto, prive di alcun effetto pratico, considerato che lo stesso al-Assad ha rinforzato il contingente per l’offensiva sulla Ghouta orientale con altri 700 uomini.

Segno tangibile della volontà di chiudere presto la pratica e potersi dedicare al resto del Risiko siriano. In effetti, dando uno sguardo alla mappa geopolitica aggiornata della Siria, emergono da un lato i progressi fatti dal regime, al costo del sangue versato, ma anche il ‘lavoro’ che resta da fare. Le preoccupazioni per Damasco e Mosca, principale alleato, e per il resto dei Paesi e delle milizie sciite in appoggio non sono finite. Il problema sono i ribelli ex al-Nusra, frammentati in decine di formazioni jihadiste, isolati nel territorio provinciale di Idlib, sul confine settentrionale con la Turchia. Persiste, inoltre, la sacca di resistenza ribelle lungo la principale direttrice siriana, tra le città di Homs e Hama e la resistenza a Dara’a, sul confine giordano. A nord-est i curdi controllano buona parte del territorio che va da Hasakah fino ad Afrin, passando per Raqqa e Manbij, nonostante l’offensiva militare turca ‘Ramoscello d’ulivo’. Al Califfato restano soltanto le briciole.

La Bomba rende: i business atomici delle mega-banche

Le armi nucleari non le vuole praticamente nessuno e le finanziano in pochi, ma con risorse crescenti. I produttori navigano in un mare di liquidità, quella che manca per assicurare la sopravvivenza a miliardi di persone nel mondo. Secondo l’associazione insignita con il Nobel per la pace International Campaign to Abolish Nuclear weapons (Ican), la campagna internazionale per l’abolizione delle armi atomiche, tra il gennaio del 2014 e l’ottobre del 2017 questi colossi sono stati “gratificati” con 525 miliardi di dollari di investimenti garantiti da 329 soggetti, fondi e banche soprattutto. Le organizzazioni che mettono soldi in questo settore sono in calo, spiega l’Ican. Ma quelle che continuano a farlo inondano le società con 81 miliardi in più. Lo rivela il rapporto “Don’t Bank on the Bomb” realizzato da Pax, uno dei membri dell’Ican, che analizza i flussi finanziari verso 20 società che si occupano di “produzione, manutenzione e modernizzazione” dell’arsenale nucleare. Fra queste ci sono il consorzio europeo Airbus Group, le francesi Thales e Safran e le britanniche Bae Systems e Serco “sostenute” con 163 miliardi nell’ultimo biennio.

La ricerca rivela come tre istituzioni finanziarie statunitensi – Blackrock, Vanguard e Capital Group – abbiano investito da sole un quinto del totale, 110 miliardi di dollari. Anche i tre principali destinatari sono americani: Honeywell International (159 miliardi negli ultimi due anni), Boeing (oltre 150) e Lockheed Martin (145).

Fra crediti, bond e operazioni azionarie, anche varie organizzazioni europee continuano a puntare su chi sviluppa anche armi atomiche. Il mondo “anglofono” è particolarmente sensibile. Le società Usa dirottano circa 376 miliardi verso il settore, il Regno Unito quasi 34 e l’Australia almeno altri 5. Una trentina di miliardi arrivano dalla Francia attraverso 14 organizzazioni (più della metà dalle sole Bnp Parisbas e Crédit Agricole), una decina dalla Germania (6,6 li mette la Deutsche Bank, di cui Blackrock è azionista), oltre 7 dalla Spagna (2 sono della Societad Estatal de Participaciones Industriales) e un paio dall’Italia (quasi un miliardo e mezzo da Unicredit e poco meno di 600 milioni da Intesa). La neutrale Svizzera ha operazioni in corso con due istituti: Credit Suisse (quasi 800 milioni) e Ubs (oltre 4 miliardi).

Diverse organizzazioni si sono sentite in dovere di puntualizzare e precisare. La Deutsche Bank, ad esempio, ha spiegato di valutare con estrema attenzione eventuali operazioni in questo settore assicurandosi che “riguardino solo le aree che non hanno nulla a che fare con le armi nucleare biologiche e chimiche, le munizioni a grappolo e le mine antiuomo”.

Beatrice Fihn, direttore esecutivo dell’Ican, è stata sferzante: “A chi si chiede chi tragga beneficio delle minacce nucleari di Donald Trump, questo rapporto fornisce la risposta”, ha spiegato. Quelle citate nel rapporto, che ha anche una “hall of fame” (una sezione riservata ai “buoni”: per l’Italia c’è solo Banca Etica, per l’Olanda addirittura 11 enti), insiste Fihn “sono le società che traggono profitto dall’assassinio di massa indiscriminato di civili”. Speculando sull’apocalisse, insomma, si guadagna. Ai “cavalieri neri” del nucleare si oppone un sempre più nutrito esercito di investitori responsabili che ha scelto di mollare il pur redditizio settore. Fra questi l’Ican cita due fondi pensionistici scandinavi: quello danese Abp, il quinto al mondo, e quello governativo norvegese Gpfn, numero due al pianeta. Il primo ha ufficializzato che dal gennaio di quest’anno uscirà dal comparto, il secondo che escluderà un numero ancora maggiore di produttori di armi nucleari.